021019

Cammino sotto la striscia d’ombra proiettata dai pini svettanti, e la vedo allungata su una panchina: una lucertola dalla coda importante e dalla pelle slavata, probabile abbia una certa veneranda età.
Restiamo immmobili a respirare per un certo tempo, poi lei guizza via; sposto il peso sul piede avanti aspettandomi di ritrovarla oltre la fessura del poggiabraccia, ma no: non riesco a rintracciarla.
Un lampo ed è scomparsa, come di ciascuno la vita.

Altri passi avanti, dunque, verso il cimitero – oggi è programmata la visione dei resti di un certo numero di defunti, esumati da poco, e tra loro c’è mio fratello.
Non ho dubbi di voler aprire la cassettina e scoprire cosa ne è stato, fisicamente, di lui: mi han parlato di “mineralizzazione”, ho immaginato polvere fine d’ossa, invece sono ossa intere; segnate e scurite dagli anni.
Pochi istanti, meno di un minuto, non ho nemmeno voluto chiedere di lasciarci per conto nostro. Ci sarà forse occasione al momento di traslarlo, ma ora non importa.
Ci siamo rivisti, ho depositato un bacio sul palmo della mano per poggiartelo sul cranio, e poi hai sentito?, l’operaio-capo serviva Messa con te, e se ne ricordava. Anche se di scarse parole, sei rimasto nella memoria di molti.

Di legno e cemento

Da tempo non ci passo, ma negli scorsi anni avevo l’abitudine, quando uscivo a camminare, di far visita ad un vecchio cascinale abbandonato: scolorito da pioggia e vento, accerchiato dall’erba alta, le assi delle persiane sfasciate che guardano i passanti come da un occhio pesto.
Poco fuori dal centro abitato, in piena zona industriale – dalla quale l’edificio prende il nome, o forse è chi lo ha abitato ad avere imposto il proprio a tutto il circondario – sorge imponente ma dimesso come un discendente di stirpe nobile conscio che c’è stata una rivoluzione, e gli uomini adesso venerano altre cose. Ma:

La casa è sempre autobiografia, segno del tempo anche quando è luogo disertato, lasciato. Dà voce a un mondo anche quando diventa muto, quando è stato un fugace fondale provvisorio.
E’ sinonimo di patria perché le case sono spugne che assorbono i gesti di chi le abita. Ogni casa produce memoria, qualcosa di immateriale eppure concreto, esperito. E’ luogo iniziatico, è sintesi come nient’altro. Dove vivi ogni giorno, quello è ciò di cui vivi.
Paolo Pagani, I luoghi del pensiero – [fonte]

dalla serie Abandoned – foto di Eleonora Costi

Liste .1: (Musica) In memoriam

Premessa indispensabile.
Mi piace il macabro, l’horror; spesso sto dalla parte dei mostri, ma non vado a cercarli.
Il presente blog non è un lugubre diario in cui sfogare derive depressive.
Ci parlo (anche) di morte perché è un tema a me caro, per me rilevante, ai miei occhi interessante – ma non scambiatemi, please, per una emo, una preraffaelita oppure una darkettona impenitente; non lo sono.
Se siete approdati qui nella speranza di rinfocolare la vostra angoscia ed il vostro tumulto interiore, il mio consiglio è: chiudete la pagina e preparatevi un caffé. Sul serio.
Y ahora vàmos.
In rigoroso ordine sparso.
Tutte le strade portano a Roma, e tutti i link portano a YouTube.

Robert Gligorov - La morte

Opera di Robert Gligorov

 

L’idea di raccogliere quattro carabattole musicali e farci una delle mie adorate listine è nata con Kasabake che, nei commenti alle mie due righe sul Batman di Nolan, ha citato un brano della soundtrack – cioè Corynorhinus, “composta da James Newton Howard su commissione di Zimmer”.
Lì per lì l’ho trovata molto adatta per una… sepoltura, ehm, e l’ho pure scritto: è un tema che sarebbe piaciuto a mio padre – di più: lo descrive – e quindi ho sostenuto che, se dovessi seppellirlo oggi, forse opterei per questo brano. (Non gliela sto tirando addosso, eh: purtroppo m’è già toccato di farlo, per questo ne parlo tanto liberamente. Ed al tempo, cioè nel 2011, ho scelto come base per accompagnare la sepoltura un pezzo di Hisaishi, che trovate sotto).
Poi, però, ci ho riflettuto meglio ed ho trovato che, probabilmente, ha tempi lunghi e pause troppo dilatate per poter funzionare in un contesto simile: ci vuole qualcosa sì di rispettoso, ma anche di non dispersivo.
Perciò comincio il mio elenco con:

Molossus – di Hans Zimmer & James Newton Howard, appunto, (Batman begins OST)
Mi correggo ed indico questa come accompagnamento adeguato per mio padre.
E’ ritmata, tesa ma sempre un passo indietro rispetto all’esplosione: sono convinta che mi verrebbe concesso di mandarla on air.
Alternata a Somewhere over the rainbow / What a wonderful world di Israel Kamakawiwo’ole ed a Take me home, country roadsdi John Denver, finirà per essere tra quelle che ascolterò più spesso in cuffia mentre curo il giardinetto della tomba.

Memory – di Joe Hisaishi (Okuribito – Departures OST)
Ed ecco, questa è invece la canzone che ho effettivamente chiesto al parroco di far partire al momento in cui veniva posata la cassa. Molto più melodica, no?
Per dire, il mio cugino orso s’è messo a lacrimare e m’ha più o meno maledetto, il che significa che ho fatto la scelta giusta.

Di zun vet aruntergeynThe Klezmatics (versione da Rythm and Jews)
Io amo il klezmer. E questo brano, struggente ed essenziale, mi pareva perfetto per accompagnare – stavolta – mia madre. Non ho potuto farlo perché non c’è stata la classica inumazione a terra, ho predisposto un ossario di famiglia come lei sperava.
Ma lego molto testo e musica a lei, perciò ogni volta che mi càpita di ascoltarla – non troppo spesso, per carità – è come se le rinnovassi un saluto. Mentre il sole tramonta.

Sinfonia n° 7, II movimento (Allegretto)Ludwig van Beethoven (direttore: Bernstein)
Non c’è molto da dire. Abbassate il laptop ed aprite le orecchie, questa roba spacca.
Non è altro, a mio avviso, che una danza macabra in musica.

Marche funèbre  plus ThanatosSoap&Skin (Lovetune for vacuum; Marche Funèbre EP)
Vabbeh, i titoli sono trasparenti, direi.
Un gruppo capace di creare grandi atmosfere.
Perfetto per un corteo funebre a New Orleans, no?

Ajde janoKroke
E torniamo al klezmer, stavolta con sonorità slave, e tutto strumentale acustico.
Se la ascolterete reggetevi forte, e se siete sensibili munitevi di lenzuolone per piangerci dentro – magari voi no, ma io mi commuovo oltre misura con questo brano in questa versione, e nonostante ciò non mi intristisco: anzi di solito la ascolto a ripetizione almeno tre volte.

Gloomy SundayBillie Holiday, Sarah Brightman, Diamanda Galàs, Pauline Byrne & Artie Shaw… chi preferite insomma (a me piace molto quest’ultima coppia, e ve la linko).
E con questa meraviglia jazz, chiudo.
Che stile!

Suicide appetizer

In attesa di rivedermelo a casa, in blu-ray, con degli opportuni stuzzichini cariogeni a portata di zampa, ho voluto andare a ripescare un vecchio post – da un mio blog ora chiuso, e a proposito: me ne sono passati sotto le dita più di 10, non 7 – su Suicide squad, che nell’anno di uscita (2016) vidi al cinema con gran gusto.
Nell’immediato post-Nolan m’è venuto in mente, e ho (ri)scoperto di aver già avuto a che fare con un Joker “moderno” sullo schermo, quello di Jared Leto, che a rivederlo adesso nelle foto messe insieme da DuckDuck mi parla soltanto di un adolescente leccato che per il sabato sera s’è ispirato a Marylin Manson – del resto, ho visto e frequentato di peggio (Satana, per esempio. Ma ero più matta io di lui, ed ecco perché ‘sto film m’era  così piaciuto).

joker-leto

Essere dimenticate. O, comunque, scolorire: dev’essere necessariamente questo il destino anche delle migliori cose dentro il fragile contenitore che è la nostra memoria?
O forse è solo che dopo tre anni il Joker di Leto, che tanto m’aveva appassionato, è pronto perché io lo ridimensioni?
Nel frattempo, constato con meraviglia che il fumetto a lui intitolato di Azzarello e Bermejo, da me letto subito dopo, è scomparso dal catalogo. Rubato, distrutto o chissà, magari imboscato nello scaffale sbagliato, a caso, da una mano guantata di bianco.

Disadattati, ma non troppo.

Premettendo che non sono una seguace della DC Comics, né tantomeno di conseguenza ne conosco gli universi, io Suicide Squad l’ho visto, capito e adorato.
E’ una premessa che può andare a merito come pure a demerito del film, ma lo considero più un merito: uno dei miei timori era di non comprendere un accidenti di quel che sarebbe accaduto sullo schermo.
Invece la trama essenziale ha lavorato per me – perché c’è una trama, diamine: non ne occorre troppa, epperò c’è e ha senso.
L’introduzione un po’ lunga ai personaggi, al loro background e alle motivazioni per cui sono tutti al gabbio avrà probabilmente annoiato i conoscitori, ma a me è servita parecchio: entrare subito nel vivo mi avrebbe spiazzato (e poi con una certa sorpresa e con piacere ho rivisto Viola Davis nel ruolo di Amanda Waller, dopo averla conosciuta in tv come Annelise Keating ne Le regole del delitto perfetto).

Credo sia stato il primo film che ho visto in Dolby Atmos: dirompente, direi.
Non potevo chiedere di meglio per la potenza sonora dell’Incantatrice… e anche qui, mi pare che una certa semplicità abbia pagato: niente invenzioni ultracomplicate che devono sudar sangue per soddisfare palati sempre più esigenti, niente effettoni osceni, solo della buona, vecchia forza bruta, sia essa fisica o magica.

Harley quinn, Harley quinn. Buon Dio, che gnocca.
[Fine della parentesi culturale].
Capisco tutta l’eccitazione che le è montata attorno.
Ma vorrei dire che, per quanto abbia del suo, il vero spettacolo nasce quando la si vede in coppia con Joker: mettici l’amore, mettici la pazzia, comunque sono una bomba.
Fossi Jared Leto, non mi angustierei tanto per non aver ottenuto una presenza più massiccia nel montato finale: il botto l’ha fatto, e soprattutto l’ha fatto a modo suo. Che voleva, andarsene in giro con una squadra con cui non c’azzecca nulla e con cui sarebbe stato in pieno contrasto?
Sei il cattivo duro e puro tra cattivi redenti.
Hai una donna (viva, non uccisa dal tuo stesso potere o impegnata a toglierti i figli), ed è svalvolata al punto giusto per te.
Quando i ragazzini torneranno a casa, sarai tu a venirgli in mente, non un Diablo o una Katana (e comunque, alla fine, la luce per una notte secondo me non la spegneranno).
Parevi morto, e invece torni e prometti scintille in un secondo capitolo.
Macchemminchia vuoi di più?

Ecco, più o meno è quel che ho cogitato ieri sera in sala.
Grazie a wwayne per avermici spinto.

Grazie a te per la citazione! Comunque hai ragione: il Joker avrà pure poco minutaggio, ma rimane impresso più di tanti altri personaggi ultrapiatti come Capitan Boomerang. Anche Killer Croc chi se lo sarebbe filato, se non avesse avuto quell’aspetto mostruoso?
Certo, qualcuno potrà dire che rimane più impresso perché il Joker da Heath Ledger in poi è diventato un elemento della cultura pop, mentre quasi tutti gli altri personaggi erano degli zeri prima e rimangono degli zeri dopo; tuttavia, a mio giudizio la performance di Jared Leto è stata così incisiva che avrebbe fatto quell’effetto anche se il Joker non fosse stato già prima un personaggio super conosciuto.

Libri .11: Tumulto, Enzensberger

Tumulto – Hans Magnus Enzensberger

Un altro centro, finalmente, questa volta con materiale autobiografico: se vi interessano la Russia, il Novecento, e ficcare il naso negli apparati delle dittature (ma anche nella vita spicciola di chi vi è sottoposto); è un libro che fa per voi.
E’ il resoconto dei due viaggi nell’Unione Sovietica, ma anche, e in porzione maggiore, del coinvolgimento dell’autore nel ’68 – attraverso un’auto-intervista assai accattivante.

Sul sito del circuito interbibliotecario gli ho attribuito 4 stelle su 5 (continuo a dispiacermi che non vi sia una possibilità di valutazione più estesa, per es. da 0 a 10 stelle, oppure almeno i mezzi voti); perché nella parte dedicata alla rivoluzione sessantottina gioca fin troppo a nascondersi, a dire e non dire. Vero è che si còglie, nell’insieme, un personaggio sì schierato, ma troppo indipendente e vorrei dire singolare per poter aderire ad altro che a sé stesso.
Tuttavia, non leggo in questa scelta una volontà di tacere fatti riprovevoli o edulcorare l’avvenuto (e spero il mio intuito non sbagli): più che tenere il piede in due scarpe, l’ideologia ed il mea culpa di molto posteriore negli anni, mi pare che Enzensberger non sappia tenere il piede in nessuna scarpa.
E questo, se non soddisfa del tutto l’eventuale desiderio di chiarezza politica, manda in sollucchero i miei appetiti letterari; perché trasforma a poco a poco il memoir in un flusso di coscienza molto personale e poco sociale, ricco, ironico e quasi irridente – non verso il lettore, ma verso l’autore stesso che, nel doppio ruolo di intervistatore ed intervistato, si pungola, si contesta e si osserva con la condiscendenza dell’adulto nei confronti del bambino.

Film .10: Lo stato contro Fritz Bauer

Lo stato contro Fritz Bauer – di Lars Kraume

Il titolo l’avevo in lista, ma chissà quando sarebbe arrivato il suo momento se non fossi incappata nella segnalazione di Wwayne, che avendolo trovato degno di nota lo spaccia in giro – se tutti i pusher fossero di questo stampo, beati noi.
Io, per conto mio, non riuscendo a recuperare la/le segnalazione/i, vi linko direttamente uno dei post nei quali compaiono: i commenti sono numerosi e da pesca miracolosa, come lanciate la lenza un film o una riflessione appetitosi li tirate su.
Venendo al punto: Lo stato contro Fritz Bauer è un ottimo film, non c’è dubbio. Ma un capolavoro? A mio parere no. S’intende che, come per tutte le considerazioni qui pubblicate – chiamarle recensioni le appesantirebbe, e io voglio star quieta – anche questa nasce primariamente dalla mia passione, a volte grezza a volte raffinata. Sanno ormai anche le pietre ch’io ho la fissa per alcune cose, per esempio ebrei, nazi-fascisti, dittatori in generale, il Novecento e le sue guerre.
Cosa conservare di questa trattazione della storia di Fritz Bauer, procuratore della Repubblica Federale Tedesca post-bellica non ancora decenne ed infestata da ex-SS e correligionari vari, cui venne in molti modi impedito di svolgere normalmente il proprio lavoro – rintracciare e far condannare i gerarchi di ieri? Pochi desideravano realmente sconfessare il passato, pochissimi addirittura accollarselo e riconoscere le proprie colpe.
Vi sono alcuni scambi di battute da ricordare, se non proprio fulminanti, che spiccano all’interno di una sceneggiatura dignitosa: “Vuoi giustizia, o vuoi una cucina nuova?”, chiede Bauer al suo collaboratore Angermann. Per chi di voi fosse più propenso alla versione comunista: “Vuoi giustizia, o vuoi una Trabant?”. Vi sono gli inserti di brani da quotidiani e spezzoni video in b/n. Ma sono dettagli, e per quanto i dettagli abbiano il loro peso, beh: non bastano a far salire di livello una pellicola media.
Si badi bene: medietà non è mediocrità. Come detto in apertura, si tratta di un film ben fatto, godibile, ma – soprattutto – che parla di qualcosa che non piace, tutt’oggi. Lo sappiamo prima, lo sappiamo durante, lo capiamo definitivamente quando scopriamo che il minacciato procedimento che avrebbe potuto mettere Bauer in stato d’accusa per alto tradimento (per aver contattato ed informato segretamente un servizio segreto straniero, il Mossad, di affari interni), non si realizza né nell’arco della storia né in seguito. “Lo Stato contro Fritz Bauer” è dunque, realisticamente, l’imboscato o l’adagiato nello status quo che non vuole esserne scalzato.

E’ questo, in fondo, il non eccezionale (per fortuna) ma indispensabile pregio di ciò che ha girato Kraume; la consapevolezza. Nulla basta ad imporla al cuore, nemmeno l’arte più riuscita, se noi non lo vogliamo. 
Del resto non è la prima volta che, tornando un momento in patria, affermo che noi italiani non abbiamo mai fatto davvero i conti col fascismo – qualunque possa essere l’eventuale esito di tali conti. Nonostante le patenti di antifascismo di cui moltissimi si fregiano, a volte persino ideandone di letterali. E a prescindere dai recenti episodi-poco-episodici di aggressioni neofasciste, che poco c’entrano e fanno tutt’al più parte di quel calderone ribollente, ma pur sempre superficiale, di magma che percorre le nostre strade. Dentro il vulcano, però, proprio dentro dove fa più caldo, nemmeno noi vogliamo guardare davvero. Né dire chi e cosa siamo o non siamo.

Carnet (Marzo 2019)

Idem come prima: un punto esclamativo precede il “best of” dell’elenco.

Libri letti:
27. Entro 48 ore, Un’esperienza di downshifting tecnologico – Giovanni Ziccardi
28. Internet, controllo e libertà: trasparenza, sorveglianza e segreto nell’era tecnologica – Giovanni Ziccardi
29. Il libro digitale dei morti: memoria, lutto, eternità e oblio nell’era dei social network – Giovanni Ziccardi
!30. Altre menti – Peter Godfrey-Smith
Adoro i cefalopodi. Adoro la neurobiologia. Occorre aggiungere altro?
(Se insistete, ecco: questo Godfrey-Smith sa il fatto suo. Si prende il suo tempo, un po’ come un sub che si lasci galleggiare in acqua, ma senza allentare la tensione e l’interesse per le conclusioni che ipotizza, senza tuttavia mai mettere un punto di troppo alle proprie affermazioni. Come un polpo, insomma, che allunga il tentacolo per tastare il curioso estraneo che lo sta osservando – ma poi lo ritrae, dignitoso e tutt’altro che impaurito.

!31. Cromorama – Riccardo Falcinelli
Tanta roba.
32. Lettore, vieni a casa – Maryanne Wolf
Palle, palle, palle; noia, noia. Un riassunto di Proust e il calamaro senza valide aggiunte, se non qualche considerazione pseudo-sociale di troppo. Se ne poteva fare a meno.
33. Penelope alla guerra – Oriana Fallaci
34. L’incubo di Hill House – Shirley Jackson
La Jackson ha stile. E questo me lo sono goduto. Ma mi aspettavo uno sviluppo ed una resa diversi: mi pare manchi solidità, non tanto nel testo quanto nell’idea di fondo. Il finale arriva, chiarificatore ma fino ad un certo punto, quasi fosse disallineato con lo spirito del racconto.

Film visti:
34. Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni – Woody Allen
35. La vita di Adèle – Abdellatif Kerchiche
Nauseante; sia nell’insistenza sul sesso (che del resto è tristemente realistica), sia nella svagata e sfilacciata infelicità priva di una méta e di un indirizzo delle protagoniste.
!36. Il cielo sopra Berlino – Wim Wenders
Dio, ma chi me l’ha fatto fare di rivederlo? Forse un impulso masochista. Bello ma pesantissimo, come un castello antico che ti si sbriciola sulla testa.
37. Happy family – Gabriele Salvatores
Sconclusionato.
38. Ouija – Stiles White
Le peggio cose.
!39. The neon demon – Nicholas Winding Refn
WOAH!
!40. The conjuring – James Wan
Doppio WOAH!
@ Supersize me – Morgan Spurlock [documentario]
!41. Suspiria – Dario Argento
Non ho mai amato Argento, ma questo spacca. Mi è venuta voglia di vedermi il remake di Guadagnino, ma quando, oh quando mi riuscirà?
42. The conjuring 2, Il caso Enfield – James Wan
Ben fatto, ma non all’altezza del primo. Per una storia “globale” come questa, in cui tutto è detto al primo atto, la serialità sarebbe da evitare.
43. Sliding doors – Peter Howitt
44. River wild, Il fiume della paura – Curtis Hanson
45. Oscure presenze – Kevin Greutert
!46. Il diritto di uccidere – Gavin Hood
Sgancio il missile o non lo sgancio? Uccido una bambina o rischio che vengano uccisi bambini a centinaia? La solfa è sempre quella, ma la variazione sul tema a mio parere è riuscita ottimamente. E non lascia feriti sul terreno.
Detto questo, che gioia rivedere Rickman ogni volta che posso

!47. Arrietty e il mondo sotto il pavimento – Hayao Miyazaki
48. Il mio vicino Totoro – Hayao Miyazaki