ddd: diario del digiuno / 1

Oggi, 8 maggio, l’aspetto ascetico del mio digiuno e la ricorrenza cattolica particolare, oltre alla consueta recita della corona(anti)virus, si combinano ed uniscono le forze.

È il mio quinto giorno.
Il Ramadan è iniziato il 24 aprile, ma io arrivo sempre dopo, e terminerà il 23 maggio – per essere a stecchetto già da quattro giorni devo dire che pensavo di avvertire di più la differenza, invece sto un gran bene.
Niente attacchi di fame, niente rottura serale del digiuno con un cinghiale intero.
Anzi, ieri mi son preparata alcuni piattini, nulla di abbondante ma un accostamento meraviglioso: grissini integrali, simil-hummus (ma fatto con lenticchie anziché ceci, tonno e olio, spezie), noci e poi simmenthal (arrivata col pacco Caritas: normalmente non sceglierei carne, ma c’era ed almeno è di qualità).
A seguire precedere di una mezz’ora, che la frutta è meglio mangiarla prima, mele cotte abbondantemente spolverate di zucchero semolato.
Nel caso aveste in mente di fare (o farvi) un regalo “etico” e godurioso, sappiate che i grissini integrali – ma pure un salame, e dei biscotti cioccolato-liquirizia che non ho ancora testato – sono favolosi e vengono da San Patrignano.

Anche se allo specchio avrei detto il contrario, pare che in questi mesi di quarantena sia decisamente ingrassata. Purtroppo la mia frenesia casalinga mi ha permesso di cambiare la batteria della bilancia, che credevo di dover comprare invece avevo da parte, e verificare l’infausta situazione.
Tuttavia, nei soli primi quattro giorni ho buttato giù la bellezza di tre chili: e nemmeno questo me l’aspettavo. Mica male!, specie calcolando che fino alle 20.00 di mangiare manco mi viene in mente, a momenti.

Funziona.
Funziona perché, soprattutto, non sto portando avanti questa cosa da sola.
Anche se non è che ci sentiamo tutti i giorni, sapere che un’altra persona, con altrettanta motivazione se non maggiore, la sta facendo con me cambia tutto.
Ed a questo fattore ci penso spesso, voglio dire: sono orsa di natura, ma questo non rende più facile essere costante in certe cose senza un appoggio esterno, la consapevolezza di essere in gruppo / comunità a condividere un intento, e naturalmente qualche paletto come appuntamenti, scadenze, riferimenti che impediscono un’eccessiva dipersione.
Non è una scusa, ma è la stessa ragione per cui non vado spesso a Messa.
O per cui schivo i mestieri di casa.
E certa burocrazia, non così pesante ma tutta a mio carico.
Insieme è meglio.

Senza volerlo e senza averlo previsto, trovo che digiunare in questo modo, senza interruzioni fino a sera, mi stia dando una cosa che ho tanto e da sempre cercato, con fatica: un’organizzazione del quotidiano semplice ed una struttura.
Per come sono fatta, ogni cambio di passo mi rallenta, ed i pasti – per banali e veloci che riesca a renderli – rappresentano pur sempre una sosta forzata per la quale devo anche “prepararmi”, oltre che preparare del cibo. Devo stopparmi, fare mente locale, riorientarmi e ingranare nuovamente dalla prima marcia.
Ogni volta è una fatica.
E allora poter iniziare la giornata sapendo di aver davanti 10-11 ore filate, senza soluzione di continuità, per lavorare a qualsiasi cosa desideri fluidamente, libera da necessità stringenti e da abitudini vincolanti, mi toglie un peso e mi fa sentire bene.
Mangiare dovrò comunque, ma intanto sono libera di predisporre ciò che voglio e addirittura cucinare senza il fiato sul collo, un passaggio alla volta con la leggerezza di chi ha tutto il tempo del mondo.
Al termine del periodo, tornerò a mangiare anche in altri orari, ma in quantità e modalità tali da evitare un ritorno allo “sgobbo” di prima.

Vedere padre Pio

Mia zia T., da decenni ospite in una RSA che tempo fa conglomerò anche i pazienti dell’ospedale psichiatrico di Codogno, a periodi alterni ha avuto visioni di padre Pio – che le si annunciava sulla strada per la cappella esortandola a partecipare alla Messa.
Premesso che, psichiatrica o meno, non è dato escludere che – per una volta – la visione fosse reale (con regolamentare profumo di violetta), mi sono detta ieri che probabilmente, anche se data la situazione non è possibile visitarla (e per la verità stan facendo difficoltà persino a mia cugina, infermiera e sua amministratrice di sostegno… ma tralasciamo questa faccenda collaterale…), ho pensato, dicevo, che forse dopotutto non dovrebbe far fatica a vedere anche noi parenti quando le va a genio.
Certo, non siamo illustri come padre Pio, ma la amiamo e lei ci ama.
Amare rende presenti le persone.
Voi che dite?

40enalfabeto / 4

B di Balcone

La mia salvezza: perché per quanto pantofolaia ed orsa io sia, almeno l’aria la dovrò pigliare pure io. E sul mio meraviglioso e prezioso balcone, ho questo ed altro: brezzolina rinfrescante, sole in abbondanza (sto esaurendo la crema solare e creando la base per l’estate), silenzio interrotto solo di quando in quando da suoni graditi, che mi ricordano che là fuori un mondo c’è ancora – ma intanto non mi rompe i coglioni.
Una buona approssimazione della felicità.
Ieri, in aggiunta al Kindle, mi son portata l’arancia sbucciata.
Oggi, dopo che avrò terminato spero con successo tutte le commissioni e sarò tornata di volata nel nido, credo opterò per acqua e menta ♡

M di Messa

S’era detto che le disposizioni riguardanti le celebrazioni, pari a quelle per le attività non strettamente necessarie, erano sacrosante. E lo confermo. Ma la Miriano ricorda che è sacrosanto anche chiedere che, con tutte le regole e le precisazioni del caso, si ritorni presto ad avere la possibilità non solo di accesso ai luoghi di culto (e magari senza la “scusa” che ci si passa di ritorno dalla spesa… che senso ha?), ma anche la possibilità di comunicarsi regolarmente.
C’è modo e modo, ma, stavolta, concordo con lei. Volendo, ristabilire il culto quotidiano senza con ciò infettarsi ed infettare mezzo mondo si può.
Parliamo sempre di restrizioni entro l’emergenza, non di un futuro imprecisato, non di normalità; ma, comunque, di necessità (perché se per alcune settimane lo streaming e la comunione spirituale son più che adatte, a medio e lungo termine no).

S di Sonno

La leggenda narra che sono nata sbadigliando.
Non è dunque un mio problema, che conservo la mia media di nove ore di sonno a notte, ma so che molte persone durante questa quarantena hanno visto scompaginarsi i propri bioritmi, a causa della prolungata inattività per lo meno fisica, della noia e via discorrendo.
A tutte loro può tornare (molto) utile una delle app dedicate per indurre rilassamento – o per restituire al proprio ambiente di vita una parvenza di normalità acustica, fosse pure quella strombazzante ed urlante di una piazza centrale nella capitale – della Apple. Le suggerisce la NerdWife. Si va dai classici sottofondi naturali / urbani (pioggia nella foresta o phon per capelli) al rumore bianco, ma lo sapevate che esistono anche il rumore grigio, marrone e rosa? Ecco, io no.

T di Testamento

Lo so, siamo in Italia, la prevenzione e la lungimiranza non sono il nostro forte.
Dire “faccio testamento” ai più suona come “ho un cancro allo stadio terminale, mi hanno dato un mese di vita”, peggio se vivete al sud.
E’ forse, questa, una delle pochissime cose che invidio al mondo anglosassione: il senso pratico di realtà. Di restarci secchi, anche in tempi microbiologicamente non sospetti, può capitare a chiunque ed in qualunque istante; ma noi tendiamo a rivoltarci con ribrezzo e persino irritazione se qualcuno di parla di assicurazioni, ultime volontà, disposizioni varie in previsione di eventi infelici.
Beh, io invece rispetto a tali questioni sono più propensa a trattarle col sereno distacco di chi alla vita ci tiene, ma pure a non lasciare al caso anche ciò che invece è possibile un minimo orientare.
Così, facendo una gran fatica perché m’annoio, sto impostando (prima su carta) un abbozzo di testamento appunto, metti mai che proprio ora. L’italianità emerge comunque, tant’è che dico di volerlo fare da un sacco, ad ogni modo un tentativo ora c’è. So bene che per essere regolare dovrebbe prevedere la presenza di due testimoni, ecc.; ma di variabili ne esistono mille e in una situazione in cui non è che si può consultare con comodo un notaio, la formula “o la va o la spacca” ci sta: almeno esisterà un documento scritto che, pur in assenza di vincoli formali stretti, potrebbe ben costituire una linea guida per chi ci metterà mano.

∞ La Messa è sempre la Messa

Canone 904 del Codice di Diritto Canonico:

“Memori che nel mistero del Sacrificio eucaristico viene esercitata ininterrottamente l’opera della redenzione, i sacerdoti celebrino frequentemente;
anzi se ne raccomanda caldamente la celebrazione quotidiana, la quale,
anche quando non si possa avere la presenza dei fedeli, è sempre un atto di Cristo e della Chiesa, nel quale i sacerdoti adempiono il loro principale compito”.

Proprio per questo la Chiesa raccomanda fortemente ai sacerdoti di celebrare quotidianamente la Messa, poiché essa costituisce il loro più grande privilegio e la cosa più elevata che possano compiere.
Anche se non ci sono altre persone presenti e non c’è una intenzione specifica, comunque la Messa glorifica Dio, intercede per i vivi e per i morti, aumenta la santità della Chiesa ed è la prima fonte di crescita spirituale del sacerdote.

[padre Edward McNamara L.C., professore di Teologia e direttore spirituale]

Ricordo a tutti che esiste la possibilità di pregare per ottenere la comunione spirituale.

Poca cosa

In questi giorni i telegiornali dicono (e si ripetono addosso) tante cose, alcune utilissime altre per niente. Lo sappiamo, ce lo stiamo dicendo anche noi a vicenda. Ciò che non viene mai abbastanza sottolineato, e non dico dai Tg ma – magari, per gradire – da Francesco che invece si diletta coi populismi, è che noi esseri umani siamo poca cosa.
Lo sanno bene Benedetta Bianchi Porro e Flannery O’ Connor, entrambe gravate da una seria malattia cronica e, ciononostante (o per meglio dire: attraverso di essa) capaci di illuminare la vita propria ed altrui. Ma senza arrivare a cotanta prova, possiamo intuirlo anche noi, sia che temiamo di più il coronavirus oppure il crollo dei mercati, sia che paventiamo il contagio della malattia o quello del razzismo – altro discorso collaterale, molto spinoso, più del virus stesso con tutte le sue protuberanze.

Il fatto è che abbiamo più o meno tutti dimenticato, come ha fulmineamente precisato la O’ Connor durante una lezione alla Georgetown, che

[…] il male non è semplicemente un problema da risolvere,
ma un mistero da sopportare.

Non è fatalismo, ma quieta consapevolezza. Tant’è vero che le Messe non sono state sospese – e del resto, si tratterebbe di puro buonsenso (prudenza: prima virtù cardinale), come racconta e spiega Lucyette. E come altresì specifica Sircliges nel suo commento: se la cosa è fatta come deve essere fatta, NON si smette di dire Messa, si smette di celebrarla in pubblico: i sacerdoti in canonica continuano a celebrare il Sacrificio e lo offrono per la Chiesa; la Messa è atto del popolo di Dio A PRESCINDERE dalla quantità di persone che vi assistono; una Messa col prete e 1 accolito è sempre Messa di tutta la Chiesa.

Detto questo, con buona pace degli scandalizzati di professione, certamente possiamo e anzi dobbiamo pregare. Per il contenimento del contagio, per chi già ha contratto il virus e soprattutto per coloro al momento in terapia intensiva o già deceduti; che i defunti penitenti non possono più chiedere aiuto per se stessi. Poi, per i governanti (sì, anche quelli dell’opposizione) perché pur in tutti i loro limiti siano ben guidati nelle scelte. Eccetera.
Per chi già recita abitualmente il rosario, sarà semplice dedicare una decina a ciascun gruppo di persone coinvolto nel problema.

“All’alba, a mezzogiorno, a sera, una campana del duomo dava il segno di recitar certe preci assegnate dall’arcivescovo: a quel tocco rispondevan le campane dell’altre chiese; e allora avreste veduto persone affacciarsi alle finestre, a pregare in comune; avreste sentito un bisbiglio di voci e di gemiti, che spirava una tristezza mista pure di qualche conforto” .
( I Promessi Sposi, capitolo 34)

Libri .19: Guida alle Messe, Camillo Langone

A ciascuno il suo divino. Ogni liturgia rappresenta una diversa teologia, idee di Dio apparentemente inconciliabili. […] Ma la Chiesa è appunto Cattolica, che in greco significa “universale”, capace di tutto comprendere.
Ciò non vuol dire che tutte le Messe siano ugualmente belle ed ugualmente efficaci. Il sacramento è sempre valido (Cristo è presente nell’ostia anche in caso di prete indegno o di canti strazianti) ma il suo potenziale di conversione cambia di volta in volta e di norma è sottoutilizzato.
Se una Messa riesce a catturare i sensi, anziché respingerli, lo Spirito che in essa si incarna si approfondisce in noi. E ci cambia, e cambia il mondo.

Guida alle Messe: quelle da non perdere, dove e perché di Langone si potrebbe ben riassumere così, con questo paragrafo dall’introduzione.
Sorprendentemente, poiché in genere non lo amo, l’ho trovato in questo agile ed utilissimo libretto assai sul pezzo e per niente pedante o irritante.
E’ certo roba che può interessare eminentemente i cattolici o comunque i credenti, ma non… crediate: le due tipologie di voto che il giornalista de Il Foglio e de Il Giornale attribuisce sono una per la liturgia, ed una per l’architettura – arredo interno delle chiese italiane nelle quali ha assistito a qualcosa come 200 celebrazioni, appositamente per recensirle su quotidiano prima e raccoglierle qui poi.

trasferimento (11)

Tali (brevi, ficcanti) recensioni, meritorie di lettura integrale e non solo di consultazione occasionale, sono suddivise in due modi: nell’indice, per diocesi, e nel testo, secondo la caratterizzazione prevalente, distinguendosi in: messe più belle, messa pontificale, messe in latino / con canto gregoriano, eterni anni settanta (chitarre & tamburelli), mediatiche (chiese al plasma), santuari, misticismo, umano (troppo umano?), ospedaliere, brutte ma buone (buone messe in brutte chiese) e belle e cattive (cattive messe in belle chiese), movimenti, comunità, turistiche, cattedrali.
Nella paginetta (un semplice elenco) dedicata alle Messe più belle, in apertura, mi inorgoglisce notare che ben tre su diciassette fra quelle indicate sono proprio a Brescia! Vi figurano infatti: quella al Duomo Vecchio (o Rotonda), quella ai Santi Nazario e Celso, e quella a Santa Maria delle Grazie.
Alla prima, di domenica mattina, ho partecipato un’unica (ma memorabile) volta, e garantisco che c’è tutto quanto si possa desiderare dal rito: panche in legno – niente sedie -, candele in cera, latino / gregoriano, sacerdote rivolto versus Deum, eucarestia in ginocchio alla balaustra con telo sottostante. Citando Langone nella relativa scheda, ci sono più o meno tutti gli elementi che secondo l’ebreo Alain De Botton rendono “plausibile che Gesù fosse il figlio di Dio” (Architettura e felicità, Guanda). A differenza di quanto riportato dall’autore, appunto, ricordo bene che fu celebrata spalle ai fedeli (può banalmente essere un caso dovuto a diverse tempistiche di frequentazione), non ricordo tuttavia se l’ostia sia stata intinta nel vino: forse perché è una pratica che ho scoperto esistere (!) e dunque potuto apprezzare solo successivamente, ed in tempi anzi molto recenti (sigh).

 

In conclusione, un’ottima idea che potrebbe incuriosire, alla stregua di una guida del Gambero Rosso o Michelin, anche i “profani”: gli estimatori dell’arte e dell’estetica, i latin-lover (ossia gli appassionati di latinorum) e la vostra vecchia zia monarchica Gertrude 😉

La sola domanda

Consiglio lineccepibile scritto di Leonardo Lugaresi a proposito dell’ultimo, in ordine cronologico, martirio cristiano (in Burkina Faso), di un certo inquietante e squallido “sciopero della Messa” attuato in Germania da un gruppo di donne, e della vicenda dell’elemosiniere del pontefice tanto solerte nel farsi rivoluzionario d’accatto.
La sola domanda degna di porci in un frangente di così drastica – e spesso ridicola – secolarizzazione, nonché di disprezzo per la propria stessa persona ed il proprio destino, è identificabile con quella che il colonnello Cristoph Graf ha rivolto, durante l’annuale cerimonia di giuramento della Guardia Svizzera, ai propri commilitoni:

“Crediamo ancora?”.
Sebbene ogni anno durante la veglia pasquale i fedeli vengano invitati a rinnovare le promesse battesimali, dubito che tutti capiscano ciò che si chiede loro.
Rinnovare il battesimo significa un “sì” chiaro ed esplicito alla fede nel Dio Uno e Trino, Padre, Figlio e Spirito Santo.
Ma al giorno d’oggi chi ha ancora il coraggio di farsi davvero riconoscere come cristiano o di esporsi per la propria fede? quando è stata l’ultima volta che avete parlato di Gesù Cristo in famiglia o con i colleghi?

Se abbiamo il coraggio – il desiderio reale, l’intenzione, la preparazione – per esporci e dirci cristiani anche e soprattutto in situazioni critiche, che non necessitano di arrivare al martirio del corpo ma spesso ci frenano prima: ad un’occhiata sdegnosa o derisoria di un conoscente, per esempio.
Se abbiamo o no questo coraggio, è la sola domanda che viene a contare.