La saga del Mascheraio .6: Ah, l’amore

La malattia del romanticismo

Ah, l’amore… eh, l’amore ‘sto cazzo. Cos’è l’amore? Ognuno di noi potrebbe dare una diversa risposta, ma è indubbio che la nostra società, moderna e liberale, ne ha un’idea collettiva abbastanza precisa. L’amore per noi è un sentimento prima che una scelta, un afflato romantico anziché un’intenzione benevola nei confronti dell’altro, che è più oggetto che soggetto del nostro interesse.
E’ la malattia del romanticismo, che non colpisce soltanto l’idea di coppia e di amore ma anche il concetto di libertà, di valore, di eroismo… la malattia di chi aspetta il principe azzurro, ma anche quella dei nazisti – non ci credete? Leggete Militia di Leon Degrelle. Lo scarto tra questo testo commovente e trascinante, e la piattezza, brutalità, mediocrità dello scritto La nuova Europa, tradisce efficacemente la natura superficiale ed illusoria dell’idea romantica di mondo.

[18 giugno 1957]
[…] siamo venuti a parlare della credulità di Hitler, in così palmare contrasto con il suo generico atteggiamento di diffidenza. Ho chiesto a Schirach: “Non pensa che l’orgoglio e la presunzione gli impedissero di rendersi conto che veniva di continuo ingannato?”.
“Non credo” ha risposto Schirach che ha la tendenza a montare in cattedra. “Penso che la credulità di Hitler fosse piuttosto di natura romantica, come l’abbiamo sistematicamente favorita nella Hitler-Jugend. Il nostro ideale era quello della confraternita, credevamo nella fedeltà e nella sincerità, e ci credeva soprattutto Hitler. Penso che fosse portato a poetizzare la realtà”.
Sono rimasto per un istante a bocca aperta: non avevo mai visto le cose da questo punto di vista. Poi, però, mi è venuto alla mente Goering con la sua mania degli abiti fastosi, e Himmler con la sua fissazione per il folclore, e mi sono rammentato dell’amore che io stesso nutrivo e nutro per le rovine e i paesaggi idillici […].

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Spesso mi è stato chiesto, anche da persone che mi conoscono bene, se non fossi innamorata di Andrea. Anzi, una persona in particolare non me lo chiedeva affatto, lo affermava bensì con convinzione.
No. Se per amore intendiamo l’innamoramento, il desiderio di condividere vita, attenzione e corpo con un altro, la risposta è sempre stata no. Se per amore intendiamo l’attaccamento romantico, idealizzato, ad una persona ed a ciò che rappresenta invece sì: l’averlo creduto migliore di com’era, aver creduto al suo tentativo di dipingersi come persona sensibile e raffinata, l’aver ceduto alle sue malìe ed aver assecondato la sua mania di protagonismo: se questo è “amore”, sì, ho permesso ad Andrea di mettermelo al collo ed incaternarmici.
Non ha fatto tutto da solo, beninteso: lungi da me flagellarmi pubblicamente, ma così come il nazismo rispondeva perfettamente alle aspirazioni tedesche di allora, così anni fa il fascino di Andrea non ha fatto altro che solleticare la malapianta del mio orgoglio, promettermi di legittimare la mia superbia, illudermi che potevo essere la persona buona che ero stata allevata per essere ed al contempo una creatura superiore, altéra, eletta.

La grande tentazione

Andrea, nel suo narcisismo, ha compiuto né più né meno il lavoro del “grande tentatore”: che consideriate Satana una creatura reale, oppure un simbolo, una rappresentazione concettuale del male; la pretesa di rifare il mondo a propria immagine e somiglianza, dilaniando ciò che si oppone alla nostra “irresistibile forza”, al nostro delirio di potere, significa essere satanisti.

[22 novembre 1949]
Ancora una volta Dorian Gray, ossia l’esistenza in prestito. Indubbiamente, l’incontro con Hitler ha introdotto nella mia vita alcunché di estraneo, qualcosa che fino a quel momento mi era remotissimo: io, l’assistente di architettura, sostanzialmente anonimo, privo ancora di fisionomia, all’improvviso ho cominciato a concepire idee sorprendenti. Sognavo l’architettura di Hitler. Sogni, sogni.
Ragionavo secondo categorie nazionali, in dimensioni da grande Reich – e niente di questo era il mio mondo. Comunque, è da Norimberga che me lo dico convinto: Hitler, il grande tentatore. Ma lo era davvero? Mi ha distolto da me stesso? O proprio quel complesso sentimento di comunanza, che tuttavia, qualsiasi cosa io possa dire o scrivere, continua a sussistere, non sta a indicare che anzi Hitler mi ha svelato a me stesso?

[30 gennaio 1964]
[…] Di lì a pochi mesi, il caso mi aveva fatto conoscere Hitler, e da quel momento tutto era mutato, la mia esistenza ha cominciato a svolgersi in uno stato di perenne, altissima tensione. E’ singolare con quanta rapidità io mi sia scrollato di dosso ciò che fino a quel momento mi era sembrato così importante: la vita privata con la mia famiglia, le mie aspirazioni, i principi architettonici. Senza mai però avere la sensazione di una frattura o, peggio, di un tradimento, ma anzi di liberazione e ascesa, quasi che soltanto allora avessi avuto quello che era davvero mio. Nel periodo successivo, Hitler mi ha concesso molti trionfi, esperienze di potenza e gloria – ma mi ha anche distrutto tutto: non soltanto tutta la mia opera di architetto, non soltanto il mio buon nome, ma soprattutto l’integrità morale. Condannato come criminale di guerra, privato della libertà per metà della mia vita, gravato di un’ineliminabile sentimento di colpa, mi trovo per giunta alle prese con la consapevolezza di aver fondato la mia intera esistenza su un errore; condivido con molti tutte le altre esperienze: questa, invece, è soltanto mia.
Ma posso davvero affermare che Hitler è stato, nella mia vita, la grande forza distruttrice? A volte ho l’impressione di dovergli in pari tempo tutte quelle spinte in fatto di vitalità, dinamismo e fantasia, che mi davano la sensazione di potermi affrancare dalle limitazioni terrene. E che cosa importa il fatto che ha infangato il mio nome? Senza di lui, ne avrei uno? Paradossalmente si potrebbe addirittura affermare che è proprio questa l’unica cosa che Hitler mi ha dato, e che non potrà più essermi tolta. Si può gettare un uomo nella storia, ma è impossibile togliernelo. Sono stato costretto a queste riflessioni leggendo lo Hannibal di Grabbe, e precisamente il passo in cui il generale cartaginese, giunto alla fine di ogni sua speranza, si sente chiedere dal suo schiavo negro, prima di bere la coppa col veleno, che cosa ne sarà, dopo, di loro, e la sua risposta è: “Dal mondo non usciremo, vi siamo confitti”.
E potrei io, mi chiedo adesso, uscire dalla storia? Che significato ha per me il posto che vi occupo, per piccolo che sia? Se trentun anni fa mi avessero posto di fronte alla scelta tra diventare architetto capo di Augusta e di Gottinga, con la vita tranquilla e ordinata che questo comporta, una bella casa nei sobborghi, due o tre commissioni all’anno, le ferie con la famiglia a Hahnenklee o a Norderney, oppure la gloria e la colpa, il compito di trasformare Berlino nella capitale del mondo, e infine Spandau e la sensazione di aver fallito la mia intera esistenza, per quale delle due possibilità avrei optato? Sarei disposto a pagare ancora una volta questo prezzo? E’ una domanda che mi dà le vertigini, che a stento oso pormi, e certamente non so trovare la risposta.

E’ così. Contrariamente a quanto si crede, il bersaglio preferito del narcisista non è una persona debole (pur con le normali fragilità che a nessuno mancano), ma al contrario una persona – soprattutto donna – di carattere.
Anche per questo è così difficile staccarsi da lui, uscire dall’incantesimo ed osservare con onestà, con chiarezza i meccanismi in atto: i suoi, ed i propri… perché ci sentiamo diverse, non ci sentiamo “vittime” potenziali, ma individui che tutt’al più potrebbero a loro volta dominare su altri.
E finiamo per farlo, quando ormai l’abitudine alla cattiveria e all’indifferenza – anche se non ci ha cambiati fino in fondo – ci ha plasmato: tanto che ne siamo attratti, compiaciuti.

[…] Speer non fu sicuramente un “eroe” […]. Si comportò invece in modo di gran lunga più inquietante, da quel caparbio idealista che era sempre stato, disposto ad asservirsi a qualsiasi forza superiore. Speer si sentì cioè in debito fino alla fine d’una almeno personale lealtà verso colui che aveva pur già ravvisato come il criminale distruttore del proprio paese.

In serata, con Siedler, discutiamo di quel tipo di tedesco “idealista” che lo Speer degli anni Trenta impersonò in una misura palesemente elevata. Abbiamo convenuto nel giudicarne accattivanti gli aspetti nei rapporti personali. Però il quadro muta repentinamente nel momento in cui Speer emerge a livello pubblico, acquisendo influenza e potere: allora vengono a galla le sue pretese di riformare il mondo nonché il suo carattere “assolutista”, per non dire spietato. Speer era stato uno dei seguaci più radicali di Hitler.

Rispondendo a una domanda, Speer ha dichiarato che sull’Obersalzberg, specialmente agli inizi, aveva spesso avuto la sensazione di essere capitato in un mondo assolutamente estraneo. Hitler e la gente che aveva attorno parlavano di argomenti e di problemi molto distanti dai suoi. quel modo di parlare di politica, di questioni di principio, sulla situazione del momento o su ipotetici scenari gli sarebbe risultato insolito non meno del modo di Hitler di giudicare le persone: con grande freddezza e distacco. Però, avrebbe pensato allora, evidentemente è così che un uomo politico deve guardare alle cose.
In primo piano, in tutte le considerazioni, ha aggiunto Speer, erano sempre il vantaggio tattico e, quanto alle persone, la loro utilizzabilità per determinati scopi. Fino ad allora “le cose che non avevano a che fare con i miei interessi mi avevano rapidamente stancato o annoiato”. Al Berghof invece le cose si sarebbero prospettate diversamente. Ne sarebbe stato affascinato, e proprio il fatto che certi punti di vista gli risultassero alquanto inquietanti avrebbe accentuato il fascino che ne promanava. Dopotutto Hitler era niente di meno che il centro della politica internazionale, ovvero, come lo avrebbero qualche volta chiamato, “il motore del mondo”. Il che avrebbe conferito anche a loro, come avevano constatato non senza orgoglio, una certa importanza.

Abbiamo parlato di quel Karl Otto Saur che, nell’aprile del 1945, succedette a Speer nella carica di ministro. Giudizio seccamente dispregiativo, e quasi un accenno di eccitazione nella voce altrimenti pacata.
E’ un qualcosa di inatteso. Siedler e io ne siamo un po’ stupiti. Perché dopotutto Speer gli rinfaccia di essersi comportato esattamente come lui, solo due anni dopo: altrettanto succube di Hitler, altrettanto devoto. Si accorge evidentemente dell’impressione ambigua che suscita in noi, e relativizza non senza imbarazzo il giudizio. Che rimane però sprezzante.

Speer su Goebbels: era astuto, abietto, freddo e prepotente. Tutti tratti ripugnanti. Però si sarebbero fusi in una personalità che non lo aveva lasciato indifferente, per quanto ne disprezzasse in sé ogni singolo aspetto. Dopo una breve pausa ha chiesto, ingenuamente: “E’ possibile?”.

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Una storia d’amore. E di dipendenza.

La mia storia, la storia di moltissime donne, persino quella fra Hitler e Speer che qui ho voluto intercalare alle mie considerazioni perché molto calzante sotto svariati profili… tutte sono storie d’amore. Amore romantico, come l’ho brevemente descritto, un innamoramento costante che non si traduce mai in conoscenza reale del partner, in evoluzione positiva, in crescita umana, e che prevede soltanto – portato alle sue estreme conseguenze – dipendenza affettiva e sopraffazione vicendevole.
Fest ed il suo collaboratore Siedler, raccogliendo le testimonianze di Speer in merito al suo rapporto col Führer, non hanno dubbi sulla natura dello stesso: amore. Non passionale, non carnale, eppure a suo modo erotico e totalizzante.
Comprendo che non sia banale cogliere queste differenze: tuttavia esse sono la chiave. Perché ci si convinca che non solo una persona debole, o sprovveduta, o infatuata e insomma “innamorata” nel senso comune del termine possa cadere preda di soggetti tanto alienati; ma tutti noi.
Tutti possiamo rischiare di buttar via la nostra vita – figurativamente, e letteralmente – per adempiere ad un richiamo che smette di essere una libera scelta, un sentimento controllato, e diventa la vocazione di un burattino.

Marzo 1967, Heidelberg. […] Su Hitler. Non riesce quasi a liberarsi di lui. Continua a essere una specie di astro-pilota della sua esistenza. Colgo anche un tono sentimentale, sia pure appena avvertibile, in molte affermazioni che riguardano la sua persona, oppure – meglio – l’amico committente di progetti edilizi e architettonici. […] qualcosa ancora arde sotto il grande mucchio di cenere.

Poi, durante i lavori alla Cancelleria del Reich, subito dopo la presa del potere, conobbe Hitler personalmente, e non ci sarebbe voluto molto perché ne fosse sempre più affascinato: dalle sue piccole attenzioni, dallo charme, dalle occhiate nelle quali si poteva sempre cogliere stupore e scoperto apprezzamento. Ovviamente ne sarebbe stato lusingato, ma non di più. A volte si sarebbe perfino permesso di scherzare su questi gesti di favore che le persone attorno a lui, come accadrebbe sempre, avrebbero preteso di cogliere con maggiore chiarezza di lui.

Maggio 1967. quando, nel 1935, acquistò il “capanno-laboratorio” nelle Alpi, ha detto Speer, lo avrebbe fatto, per quanto ricordava, non tanto per trovarsi sempre a portata di mano di Hitler, quanto per sottrarsi agli imprevedibili impicci cui era costantemente esposto a Berlino. Si sarebbe voluto provvedere di un luogo accogliente, per lavorare con tranquillità, ma poi “l’esagitato Hitler” non glielo avrebbe permesso.
Probabilmente, ha aggiunto poco dopo, volle però anche soggiornare non troppo lontano dalla residenza di Hitler: chi poteva ricordarsi, dopo tanto tempo, di certi moventi così lontani? In ogni caso non avrebbe esistato un attimo quando il dittatore, circa due anni dopo, gli offrì una casa sull’Obersalzberg. E naturalmente si sarebbe sentito lusingato da quel gesto.

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[…] Non meno spazientito reagì ai ripetuti tentativi miei e di Siedler per convincerlo a fornire una spiegazione esauriente del suo temerario, per non dire “folle” ritorno nel bunker della Cancelleria del Reich, a Berlino, nella notte fra il 23 e il 24 aprile 1945.
Cercò di giustificare questa decisione affermando di aver sentito la necessità di congedarsi sul piano privato e personale da Hitler. Ma un congedo c’era già stato, tre giorni prima, dopo il festeggiamento del compleanno di Hitler.
Possibile – ci domandammo – che i sentimenti che provava per quell’Hitler che egli stesso, e da parecchio tempo ormai, aveva riconosciuto come un “criminale” e che come tale lo aveva definito nel suo entourage, fossero ancora talmente forti, persino in quella fase, che si sarebbe “disprezzato per tutta la vita” senza quel gesto avventuroso? Più forti anche dell’istinto di sopravvivenza, sollecitato dalla doppia paura di cadere sotto i colpi di un plotone d’esecuzione improvvisamente convocato da Hitler o per mano sovietica?

[…] Speer si chiese, come già prima durante il tragitto dalla Porta di Brandeburgo alla Cancelleria, se Hitler lo avrebbe accolto con indifferenza, o forse invece commosso fino alle lacrime, oppure se non avrebbe deciso di convocare il plotone di esecuzione. Hitler era sempre stato imprevedibile e lunatico nelle sue decisioni, e verso la fine della guerra più che mai.
[…] In un certo senso per ricondurre il discorso alle questioni “di servizio” e quindi alla realtà, Speer espose in una pausa del colloquio la questione dei direttori dell’industria Skoda i quali volevano “andare in Occidente”, cosa che Hitler sorprendentemente autorizzò subito. Inconsapevolmente a quel punto anche lui, Speer, piombò nuovamente nel suo “stato d’animo malinconico”, perché avrebbe ovviamente ripensato ai sogni comuni ormai così lontani da quel deserto di rovine attraverso il quale era venuto e, nonostante tutti i recenti contrasti tra di loro, sarebbe stato preso da una “grande commozione”.

Già sulla via del ritorno, lungo la spiaggia, Speer dice che, tutto sommato, gli sembra di non aver affermato con sufficiente forza quanto continui a ritenere giusto e opportuno quel suo essere tornato a Berlino per congedarsi da Hitler.
E forse non avrebbe neppure sufficientemente rilevato che la causa determinante che lo indusse a tornare in città era proprio Hitler: non voleva dileguarsi alla cheticella. Poi ha assicurato, quasi testualmente ma fra molte esitazioni: “Dopo anni di progetti comuni e anche di una certa amicizia non potevo agire per mesi contro i suoi ordini e poi tagliare semplicemente la corda. Per di più con una menzogna! Mi sarei disprezzato per tutta la vita!”.

Siedler ha osservato che si trattò dopotutto della fine di un amore […]

In serata abbiamo discusso con Siedler della “folle” ovvero (ed è il meno che se ne possa dire) “terribilmente adolescenziale” decisione di Speer di tornare, tre giorni dopo il congedo ufficiale in occasione del compleanno di Hitler, ancora una volta nella Cancelleria per un commiato “del tutto personale”. Tutti gli argomenti che aveva esposto per spiegare il bisogno di confessare a Hitler il suo “tradimento” erano suonati alle mie orecchie, in una maniera del tutto “tedesca”, insopportabilmente kitsch. Una profonda amicizia non poteva finire con la menzogna, l’infedeltà o con qualche altra volgarità, mi aveva dichiarato Speer socchiudendo gli occhi, tutto commosso da se stesso.
Ho spiegato a Siedler le ragioni per cui, durante tutto il periodo che avevamo trascorso insieme, non mi ero mai sentito così lontano da Speer come in occasione di quella confessione tanto franca quanto orribile: aveva non solo rischiato la vita per amore di un criminale irresponsabile, ma anche rimosso ogni pensiero della famiglia, mentre sullo sfondo si agitava spettralmente un concetto di fedeltà da tempo svuotato e innumerevoli volte tradito da Hitler. Ma che mondo era mai quello in cui Speer era vissuto?!, ho chiesto a Siedler, e gli ho raccontato d’aver formulato, alla fine, la stessa domanda anche a Speer. Al che Speer aveva fatto mostra ancora una volta di quel suo sgradevole sorrisino da “iniziato” e quindi aveva risposto: “Lei non lo può capire!”. E in ciò aveva sicuramente ragione.

Speer, la mattina dopo, sul suo rapporto con Hitler: non bisognerebbe dimenticare che la loro non fu una relazione solo politica. Molti vi scorgerebbero componenti soltanto egoistiche: cioè il suo interesse agli incarichi importanti, alla straordinaria carriera. Però sarebbe uno sbaglio. Ci sarebbero stati anche sentimenti. Ma chi, ha aggiunto più o meno, può descrivere le cause delle proprie emozioni, il loro inizio, la loro intensità e il loro svanire come se si trattasse di un compito di aritmetica?

L’ultima sera Speer si è improvvisamente domandato come mai Hitler non avesse mai consegnato anche a lui una di quelle capsule di cianuro che avrebbe distribuito tanto generosamente a dritta e a manca. Se ne conoscesse la ragione, avrebbe anche la risposta alla domanda dei “veri sentimenti” che Hitler “provava per me”.
In ogni caso è convinto che Hitler non si fosse semplicemente dimenticato di dargli una di quelle fiale; cose del genere non gli sarebbero sfuggite: quale potrebbe essere stata dunque la ragione?
Più tardi, con Siedler, ci siamo trovati d’accordo nel rilevare che la domanda implicita nella questione è: come mai per Speer è ancora tanto importante adesso, un tempo di vita umana dopo, riuscire a spiegarsi certe cose? Infine, un po’ ignobilmente, ci siamo detti che erano “gli aspetti inspiegabili di un grande amore”.

Sì, l’amore.
Dall’amore guardatevi bene.

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> 0.: 16/12/16
> 1.: Come riconoscerli
> 2.: L’ebrea e la Madonna
> 3.: Anorexia
> 4.: Il re dei castelli di carte
> 5.: Oggetti Volanti Identificati

La saga del Mascheraio .2: L’ebrea e la Madonna

Da appassionata di ebraismo, anni fa mi scelsi un alias breve e bellino che richiamasse alla mente quel mondo, sia nel concetto che nel suono.
E quando frequentavo Andrea ed il suo gruppo, spesso venivo chiamata proprio con quell’alias, facile e rappresentativo.
Per somiglianza, lui mi chiamava anche “ebreuccia” – che carino, no? Un bel vezzeggiativo… peccato che l’ebreuccia si sia sentita dire più volte quella che per lui era un’innocente battuta di spirito (o forse, in quanto battuta, intoccabile ed incontestabile come certa satira si ritiene):

Eh, un giorno li riapriremo i forni!

Non si discosta molto dall’auspicio di finire macerate in un termovalizzatore che rivolse ad un’altra categoria di persone, vi pare?

Durante le conversazioni sull’Obersalzberg si sarebbe palesata spesso la tendenza di Hitler a parlare con disprezzo delle persone assenti, o a scimmiottarne i gesti e le espressioni abituali. Si sarebbe divertito a fare osservazioni denigranti perfino sul conto di leali compagni di lotta dei vecchi tempi. […]
La ragione di quel disprezzo che Hitler manifestava per gli altri non gli sarebbe mai stata chiara, ha aggiunto Speer. Forse la sua era misantropia, o forse anche un complesso di superiorità. Non avrebbe mai ammesso che qualcuno fosse alla sua altezza. A favore di questa ipotesi c’era il fatto che i bersagli preferiti del suo sarcasmo erano proprio gli esponenti di maggior successo del partito.
Nel ripensarci, gli riusciva difficile perdonarsi d’aver riso anche lui, spesso, di quegli “stupidi scherzi”, specialmente quando Hitler, non senza “l’abilità d’un guitto”, imitava vecchi compagni di lotta. Mostrarsi divertito sarebbe stato comunque imposto dalla cortesia. A posteriori però, qualche volta, avrebbe pensato di essersi degradato nel partecipare alle risate generali nei momenti in cui Hitler imitava, per esempio, la servizievole solerzia di Heinrich Hoffmann o il tono professorale di Himmler quando discettava degli antichi popoli germanici.

Un cripto-nazista? No, non esattamente, anche se condivide con quell’ideologia l’arroganza dei presunti superuomini, che per altro ha sempre riversato in abbondanza anche nel gioco di ruolo, nonché l’avversione per il cristianesimo e la Chiesa Cattolica in particolare.
Anche in questo trasformismo a proposito della fede altrui non ha mai ravvisato la patente ambiguità di fondo: diceva di non essere cristiano, ma di essere mariano, di nutrire ammirazione per la figura di Maria – una volta, dopo una lite credo, ebbi l’idea (che per fortuna non misi in atto) di regalargli un mazzo di gigli.
Eppure, anni dopo (e non certo per qualche rivoluzione spirituale o intellettuale), proprio nel 2016, non si fece scrupoli nel ridere di gusto mentre un altro giocatore bestemmiava quella stessa Madonna che sosteneva di ammirare.
Senza nessun riguardo per me, ovviamente, anzi: immagino ci abbia goduto tanto più perché, poche ore prima mentre stavamo cenando per conto nostro, avevo osato chiedergli, con cortesia, di evitare le bestemmie (quelle più… tradizionali).
Risultato: una pioggia di

porca m°°°°°a

Ripetuta. Insistita. Divertita.
Dopo essersi incazzato perché gli avevo chiesto di non bestemmiare – per piacere!… povera idiota -, perché da credente la cosa mi faceva male (non: mi dava fastidio, ma: mi faceva male, come se qualcuno avesse insultato i miei genitori, proprio così gli dissi); non pago mi aveva scaricato addosso tutto il suo disprezzo per chi osa avanzare pretese sul suo diritto di offendere, e denigrare, chiunque, rinfocolando un turpiloquio peggiore del precedente.

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Non ricordo se fu quella sera che mi resi conto che non c’era nulla da fare: quel posto, quel gruppo e soprattutto il leader di quel gruppo non erano per me; e per quanto mi fossi fatta affascinare, per quanto da persona ingenua e di buon cuore avessi sempre conservato la convinzione che, in fondo, ci fosse in lui del bene, non era cambiato niente.
Se avevo creduto di vedere, dopo anni di lontananza, un miglioramento nel suo carattere e nel suo stato psichico, mi ero sbagliata proprio come tutte le precedenti volte.

Speer dichiara: quella che lui definisce la “magia” di Hitler avrebbe avuto in misura decisiva a che fare con i suoi aspetti amabili, con lo charme e la disinibita cordialità di cui diede prova quantomeno negli anni Trenta […] “In quel modo, specialmente dopo che c’erano stati occasionali contrasti d’opinione, riconquistava sempre tutti”.
Sotto quest’aspetto predominerebbe oggi, a sentire Speer, un’immagine del tutto distorta di Hitler. Deriverebbe prevalentemente dagli ultimi anni di guerra e lo prospetterebbe come un mostro diabolico. “L’hanno diffusa, per mascherare la propria debolezza, proprio quegli individui che davanti a lui, per dirla tutta, se la facevano sotto”.
In realtà Hitler sarebbe stato una mescolanza di energia e di fascino letteralmente immenso. Ovviamente avrebbe avvertito anche lui, Speer, l’enorme forza di volontà che era tipica di Hitler, e vi si sarebbe fin troppo spesso arreso. Però per la maggior parte del tempo sarebbero rimasti per lui in primo piano “i tratti avvincenti e persino seducenti” di cui il dittatore disponeva, quella patina per così dire viennese sotto la quale nascondeva il suo disprezzo per il prossimo. In quel modo, e più che con ogni altra qualità, lo avrebbe “sopraffatto”.
A volte, quando legge le memorie di militari e di altri personaggi di primo piano, si domanda se sia stato lui l’unico ad essere stato “sedotto” da Hitler in quella maniera.

Mi viene da sorridere amaramente, leggendo della falsa, ipocrita amabilità viennese di cui parla Speer.
Per curiosa ed ironica coincidenza, il “personaggio eterno”, la maschera principale e mai abbandonata da Andrea nel gioco di ruolo (e al di fuori di esso, tanto da averne incorniciato per metterlo in salotto l’avatar) è un potente vampiro le cui attività si sono concentrate, per secoli, a Vienna.
Un Tremere, cioè uno “stregone”, ma anche un “usurpatore”, come vengono chiamati.
Un vampiro atipico, non appartenente agli ancestrali clan dei figli di Caino ma creato ex-novo in un’epoca relativamente moderna, da umani esoteristi che bevvero il sangue di uno degli antichi per farsi vampiri a loro volta, potenziare le proprie capacità, sconfiggere la morte.
Adoratori idolatri dell’intelletto, il cui motto è Arbitrium vincit omnia: volontà di potenza.
Essere Tremere è l’apoteosi del dominio: sul mondo, sul proprio destino, sugli uomini.
Della maschera affabile e profonda di Andrea, e non dell’uomo, sono stata “innamorata”, da questa enorme abilità affabulatoria e dissimulatoria sono stata (av)vinta, non diversamente da un comune tedesco nei confronti del fascino orripilante ma magnetico di Hitler. Come amanti delusi, così ero io e così erano altri ben più in vista:

[…] quando lasciò Eva Braun, ha detto ancora Speer, gli sarebbe venuto da pensare a quante cose loro due avessero avuto in comune, e come la loro amicizia, negli anni precedenti, si fosse basata appunto su questo: “Lei e io eravamo stati per così dire avvinti dal potere ipnotico di Hitler. Ne soffrivamo entrambi, a momenti lo odiavamo anche, ma allo stesso modo non eravamo riusciti ad affrancarci da lui”.

 

libri (gennaio 2020)

Albert Speer, Una biografia – Joachim Fest

Il degno completamento d’un primo trittico di letture sulla figura di Speer (i suoi diari tenuti nel carcere di Spandau, e le annotazioni che Fest fece durante le sue conversazioni con lui, allo scopo di aiutarlo ad organizzare e rendere pubblicabili le sue memorie).
Fest, oltre all’occhio vigile dello storico, ha davvero la grande capacità di rendere omogenei e leggibili con piacere i fatti, i dati, i racconti; e, inoltre, le sue analisi degli stessi – pur cristalline – non suonano mai come prese di posizione politiche, ma come indagini tenaci sul proprio oggetto di interesse.
Conta un buon numero di pagine, quasi 400, ma scorre egregiamente.
Non sarebbe stato male se avesse ricostruito anche l’infanzia dell’architetto del Reich (del quale dovrò bene recuperare qualche disegno e progetto…), che liquida come “normale” e priva di alcunché che facesse presagire le inclinazioni di Speer adulto (e io dissento su questa conclusione tratta un po’ troppo rapidamente); ma stante la focalizzazione sulle vicende totalitarie, capisco.

Ventotto domande per affrontare il futuro – Theodore Zeldin

Ho letto con curiosità un primo gruppo di capitoli di questo testo di ricerca filosofica, che ormai anni fa avevo adocchiato sugli scaffali di una Feltrinelli locale e m’era rimasto impresso – innanzitutto per la varietà di argomenti toccati, dalla religione alla politica, dalla ricchezza e la povertà ai gap generazionali, passando per il lavoro.
Purtroppo non è stato all’altezza delle aspettative. E questo mi insegna che non tutti i libri a cui guardo con passione, pregustandoli, meritano tanto investimento anticipatorio.
Se fare filosofia significa impostare una proposta di “pensiero differente”, Zeldin effettivamente la offre. Ma se significa seguitare a ripetere lo stesso concetto senza mai svilupparlo davvero, affidandolo a riflessioni vaghe – e talvolta francamente irritanti, come quelle sull’ecumenismo -, ecco, ne faccio anche a meno. Infatti dopo un terzo di libro il resto l’ho letto solo in parte, a brani.

L’incredibile viaggio delle piante – Stefano Mancuso

Volevo leggere Mancuso da un pezzo, ma ancora non m’ero decisa: scoprendo un suo libro che neppure conoscevo attraverso questo post di Luigi Scalise, che ne fornisce delle anticipazioni, ho deciso di buttarmi e l’ho prenotato in biblioteca (per altro, l’ho avuto subito, perché ne abbiamo una copia proprio qui).
Tra una tavola d’atlante e l’altra, dipinte ad acquarello e con foglie in vece di continenti, nomi erboristici e floreali in luogo dei nomi di stati ed oceani a noi noti; il neurobiologo del mondo vegetale raccoglie una serie di brevi, ma affascinanti storie di piante sopravvissute (per esempio all’atomica), fantasiose (per esempio certe palme esplosive), tenaci (i cui semi sono stati capaci di germinare dopo migliaia di anni) e indomite (quelle nate sulle macerie di Chernobyl).
Mancuso utilizza uno stile semplice, alla mano, e si percepisce che non è un espediente divulgativo: emergono tanto le sue competenze quanto la varietà dei suoi interessi, ma anche un’umiltà di fondo non frequente.
Ideale per una lettura leggera, che apra una prima porta su un mondo ancora poco noto.

La straniera – Claudia Durastanti

L’avevo messo in lista perché avevo inteso parlasse di sordità, ma leggendo il relativo post di Nick ho capito che in realtà parla di svariate faccende, e soprattutto che “la straniera” non è la madre in quanto sorda, ma l’autrice stessa – italiana “di ritorno”, accidental American poiché nata colà, e rientrata poi in lucania.
Si tratta del suo quarto libro, diviso in sezioni tematiche come fossero quelle di un oroscopo (l’ultima, infatti, si intitola Di che segno sei?).
Me la sbrigo presto: non mi è piaciuto, e infatti dopo i primi capitoli – sezione Famiglia – l’ho interrotto e mi sono limitata a sfogliarlo, piluccando qua e là per scoprire se più avanti cambiasse. Non cambia. Manca un vero racconto, e l’esito è quasi una fredda elencazione di eventi, di vissuti disposti in un modo che spesso fa perdere il filo, e non arriva a rendere fatti e persone un minimo familiari: dove non c’è immedesimazione, ci dev’essere però almeno un senso di comunanza umana, di compresione che avvicini. In questo libro, tutto è estraneo e poco rilevante, persino quando si dice di disabilità, ribellione alle norme sociali e suicidio.
Effetto difficile da ottenere, e per questo tanto più deludente.

Donne senza figli – Susie Reinhardt

Volevo iniziare la nuova serie tematica e sono partita da quello che mi è sembrato il libro più “generalista” e leggero della mia mini-lista. Ve lo dico subito: se la materia vi interessa, saltatelo direttamente e dirigetevi su altro. Nulla di terribile, e del resto occupa una sera o due al massimo, ma è piuttosto rozzo e si perde in considerazioni a mio avviso assai limitate da parzialità e pregiudizio nei confronti della maternità (oltre a non essere recente: è stato pubblicato nel 2004).
In compenso, avida di testimonianze come sono, ho letto volentieri le brevi analisi che svariate donne tedesche intervistate hanno fatto di sé e delle proprie prospettive e preferenze. L’argomento non è nuovo né sconosciuto, eppure ancor oggi non si può affatto dire assimilato: vale la pena parlarne.

Per una sinistra reazionaria – Bruno Arpaia

Per ammissione dello stesso autore, è più un collage di citazioni commentate che un saggio. E tuttavia fare un collage coerente di pensatori per supportare la tesi che, legandosi al liberalismo ed alla sua sete di progresso e modernità, la sinistra si sia perduta e sia stata vinta, non è un’operazione banale: è come attaccare insetti a una bacheca con le pinzette.
E’ stato curioso – e ben poco divertente – trovare un riscontro alla (non solo) mia convinzione che il Pd abbia sancito definitivamente la deriva, portando un sacco di gente ad affermare che “destra e sinistra non esistono più” (entrambe liquefatte nel mercato assurto a dogma). E’ anche piuttosto evidente, a dire il vero, ma avendo amici che persistono nel votarlo, e più in generale riconoscercisi, nonostante siano di sinistra – e persino cattolici: trovo proprio oggi un post di Berlicche che fa perfettamente pendant -, anche il mio stupore e la ruminazione persistono. La notazione, ancora in nuce, sul Pd Arpaia la faceva qui nel 2007.
Particolarmente riuscito, ed attuale fra gli altri, il capitolo che discute l’abbattimento del concetto di limite, dell’autorità, ecc.; tutti esitati nel contemporaneo imperativo al diritto individuale assoluto, alla negazione della preminenza del bene sociale (in realtà, scrive distinguendolo, comunitario) rispetto al personale, all’intolleranza per il divieto. Cose note, ma piacevoli da sentire giungendo da un (fu) schieramento che ci siamo abituati a considerare perfettamente intercambiabile con il suo antipodo: la sinistra, per l’appunto.

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La cucina della filibusta – Melani Le Bris

Ne ho parlato qui.


I libri non commentati:
Gratis, Fare tutto (o quasi) senza denaro – Massimo Acanfora

Novecento .4: I ragazzi del Reich, Dennis Gansel

Il vostro corpo non vi appartiene più. Il vostro corpo appartiene al popolo tedesco!
Gansel passa senza problemi da un film moderno e ritmato quale L’Onda a questo ritratto di maniera, dai tempi rilassati, d’un gruppo di giovani reclutati nella NaPoLa – ossia l’accademia militare – di Allenstein; soffermandosi in particolare sulle esperienze ed il rapporto di due di loro, Friedrich (di estrazione popolare, nutrito da un entusiasmo ingenuo per essere stato scelto) ed Albrecht (figlio “d’arte” ma troppo coscienzioso, e debole per essere pienamente accolto in quel mondo).
Il corpo dei cadetti è effettivamente centrale nel dipanarsi della storia, dalla boxe praticata da Friedrich, ambiente nel quale si fa notare, all’esplosione sanguinosa d’un ragazzo intervenuto a riparare l’errore di un compagno; passando fra questi estremi per l’umiliazione inflitta a Siegfried per aver bagnato il materasso e la visita medica con tanto di annotazione di colore d’occhi e di capelli sulla base di minuziose tabelle-campione. Ma anche per quel fiocco di neve che va a sciogliersi sul bordo dell’iride di uno dei russi incontrati dalla colonna nei boschi.

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A proposito di questo, non manca nella pellicola una leggera dose di elementi poetici abbastanza scontati, come questo appena descritto, e di scelte stilistiche (quali il ralenty e l’ellissi durante i momenti drammatici) tradizionali. I quali, tuttavia, mi confermano che quell’unico altro film di Gansel da me visto non è stato un exploit isolato, e che il regista possiede se non addirittura talento, sicuramente mestiere.

Tornando però al tema della corporeità, m’è sorto spontaneo un parallelo: tra la scena in cui, invitato a casa di Albrecht durante un fine settimana, Friedrich si ritrova costretto a simulare, più che disputare, un breve incontro di boxe contro l’amico – che non è minimamente in grado di contrastarlo – e quella, in Fratellanza di Nicolo Donato (danese di origini italiane), nella quale i due protagonisti affiliati ad un’organizzazione neonazista intrecciano una relazione omoerotica e, scoperti, vengono spinti l’uno a massacrare l’altro per non subir di peggio. [Nell’immagine qui sotto la recensione del Morandini].
E’ un parallelo nato unicamente da una connessione di idee, comunque, dato che nemmeno in una scena successiva, nella quale i due cadetti si ritrovano a lottare l’uno contro l’altro e poi a stringersi in un moto di disperazione sul pavimento, si percepisce l’intenzione – per lo meno un’intenzione precisa e decisa – di suggerire un legame di questo tipo. E’ una lettura del tutto possibile, direi, ma non prestabilita.

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Ho apprezzato che Gansel abbia mostrato la quotidianità, per quanto inquadrata, di quei ragazzi (e come dice il testo in explicit, ve ne sono stati almeno 15.000 in tutte le NaPoLa sotto la guerra, metà dei quali caduti al fronte dove li avevano mandati allo sbaraglio), mostrato le loro aspirazioni, motivazioni e reazioni.
Del loro indottrinamento, che pure abbondava, sappiamo molto e molto abbiamo parlato. Mentre la semplicità con la quale un ragazzo poteva vivere ed interpretare il proprio tempo, privo del senno di poi – ma anche di quell’inconsapevolezza totale che noi contemporanei tendiamo ad attribuire, e dunque ben ricettivo nei confronti delle meschinità, delle raccomandazioni, della mediocrità di uomini altrimenti passati per “superiori”  che lo addestravano – non ci curiamo.
Sino ad una conclusione che è impossibile ritenere lieta, ma che nella sua nuda durezza porta pacificazione.

A proposito dello Zio

Non odiatemi, non è colpa mia se tutta l’Italia s’è scatenata a versar fiumi d’inutile inchiostro, e di altrettanto inutili stringhe di codice, in una verbosa sarabanda di “caccia al nero”.
C’è l’esultanza di un improbabile governo che dichiara la fine dell’incitamento all’odio (che è una barzelletta, un po’ come la fine della povertà, oltreché una retorica vergognosa).
C’è Facebook che blocca i profili di CasaPound e ForzaNuova, e giù polemiche – su questo, vorrei ricordare che Facebook è un’azienda privata, rappresenta uno “spazio pubblico” solo per modo di dire, e tecnicamente mi risulta libera di bloccare chi vuole: possiamo e dobbiamo tirare uova marce se troviamo che si basi su criteri discutibili per non dire schifosi, ma non indignarci come se ci avessero arrestato e torturato, né pretendere nulla. Al massimo andiamocene senza far tanta cagnara.
C’è infine un paesotto dell’Assia (Deutschland, Deutschland) nel quale il consiglio comunale, in assenza di “altri candidati”, ha eletto sindaco un tale dell’Npd, la rigovernatura di piatti contemporanea del NSDAP. Un nazi, insomma: non un grammar-nazi, ma proprio un nazinazi. Perché? Perché, stando all’intervista riportata da Libero, sarebbe l’unico “esperto di informatica e che sa mandare le e-mail”. Testuale, eh. Poi ditemi che il problema è l’odio della gggente: no, il problema è la stupidità della gggente.

Ora, tralasciamo che ho dei trascorsi, e pure che leggendo il titoletto di Libero mi sono commossa – “I nostalgici dello Zio Adolfo“: ecco, mio padre si chiama appunto Adolfo, il nome più bello del mondo punto a capo, mi manca fess e dunque sono a pieno titolo nostalgica, e ho subito chiamato mia cugina dato che, per lei, lui è uno zio; per commuoverci assieme appassionatamente.
Tralasciamo la politica stretta, che anche no (come usava dire, suppergiù, un tale di sinistra…). Una sola cosa voglio ribadire con fermezza, uno solo in mezzo a questa tempesta di coglionitudine mediatica è il mio eterno credo. Per la gioia di Lucius (e di Rambo, ne son sicura), fieramente proclamo:

MOLTI MICI MOLTO ONORE!!

E a chi non è gattolico, una grandissima pernacchia 😋

Molti mici molto onore

Carnet (Luglio 2019)

Una notarella prima di andare ad elencare.
Non è la prima volta che qualcuno lo nota e ne rimane stupito (o persino perplesso), perciò lo preciso: sì, i numeretti a fianco dei titoli sono il totale in ordine progressivo di quest’anno.
No, leggere (o vedere film) non è una gara.
Lo so, macino tanta roba; ma per strano che possa sembrare, e con le fisiologiche oscillazioni, questo è il mio ritmo normale – per intenderci, non è che leggo le pagine a raffica senza capirci niente, pur di collezionare un libro in più da vantare (anche perché di alcuni c’è poco di cui vantarsi, ma questa è un’altra storia).
A me piace tenere traccia di ciò che leggo e vedo, semplicemente, e ritornarci su 🙂
Ricostruire, ricordare, connettere e tirare somme, o tornare su qualcosa che chiede ulteriore spazio. Il fatto che abbia la memoria corta è solo una ragione di più per farlo, ehm 🤣

[libri letti]:
77. L’arte di buttare – Nagisa Tatsumi
Altro titolo della serie Vallardi dedicata al minimalismo, già letto a suo tempo ma che sto riprendendo in mano e sottolineando per prepararmi a ribaltare casa.
Va detto che la Tatsumi, a differenza della Kondo (a proposito, beccatevi questo bell’articolo su Rivista Studio), ha un atteggiamento di fondo un pochetto da stronza, alle volte persino offensivo. Intendo recuperare l’utile e poi disfarmene.
Detto ciò, ribadisco la mia grave dipendenza dall’odore di stampa delle edizioni cartonate.

❤ 78. Lettera a un giovane cattolico – Heinrich Böll
Un autore controverso, secondo alcuni eretico rispetto al cattolicesimo professato; in ogni caso una voce limpida – che, qui, dimostra come una scelta morale chiara sia possibile anche quando si è profondamente coinvolti e contemporanei ad essa, come fu il caso dei credenti in relazione al nazismo.
79. Il mestiere di vivere – Cesare Pavese
Mi aspettavo tutt’altro tono e stile, e pure più “ciccia”: mea culpa, ho creduto troppo all’immagine che m’ero fatta di Pavese.
Né per la poetica né per la vita intima ha molto da offrire: qualcosa, forse, di consolante a chi abbia abbandonato le spoglie autocommiserative di cui lui, invece, è stato lungamente geloso.
Poco virile, vorrei dire, e non certo poiché impotente.

❤ 80. Sunset Limited – Cormac McCarthy
Prendo a prestito la quarta di copertina, che racconta tutto e meglio:

La cucina di una casa popolare, un tavolo, due uomini seduti intorno. Uno dei due è bianco, l’altro è nero. Sul tavolo c’è una Bibbia. I due uomini parlano.
Non si conoscevano prima di questa mattina, quando il nero ha strappato il bianco alle rotaie del Sunset Limited sotto cui stava per lanciarsi. Ma quello era solo l’inizio. Ora i due devono andare oltre. E così parlano.
Dai due lati del tavolo, da prospettive, lingue e colori antitetici, fra picchi di comicità e abissi di disperazione senza contatto possibile oltre all’ingegno folgorante della penna che li ha partoriti.
Un romanzo in forma drammatica che raggiunge il nucleo pulsante dell’indagine esistenziale di McCarthy. Non ci sono approdi, prese di posizione, risposte. C’è solo una domanda: che cosa ti divide dal tuo Sunset Limited?

❤ 81. Una cosa divertente che non farò mai più – David Foster Wallace
🌟 82. Pet Sematary – Stephen King
83. Il magico potere del riordino – Marie Kondo
🌟 84. L’uomo che cammina – Jiro Taniguchi
🌟 85. Una paga da fame, Come (non) si arriva a fine mese nel paese più ricco del mondo – Barbara Ehrenreich
❤ 86. Donna delle pulizie – Stephanie Land

[film visti]:
🌟 79. Silence – Martin Scorsese
80. Arrival – Denis Villenueve
🌟 81. 120 battiti al minuto – Robin Campillo
82. A tempo pieno – Laurent Cantet
83. Pay the ghost – Uli Edel
Superfluo, fiacco, sciocco. Per giunta con una recitazione deprimente di quasi ogni attore del cast, ed una fotografia oscena. Senza infamia né lode, come riassunto qui.
Peccato, perché l’idea di base nella sua semplicità avrebbe potuto essere un buono spunto da sviluppare.
84. Nella valle della violenza – Ti West
Niente stellina perché non è di livello eccezionale, è però molto divertente e ben costruito sfruttando pochi personaggi ed elementi.
L’originalità non sta nella trama, che si regge soltanto sull’utilizzo di abbondanti topòi western, ma nella lettura ironica – mai comica – ed affezionata che ne fa.
Pathos discreto e collaudato, buono per attraversare un pomeriggio afoso e polveroso.
🌟 85. Personal shopper – Olivier Assayas
Molto più thriller che horror, un film in cui i medium sembrano pullulare molto più degli spettri stessi, ma senza per ciò rompere le scatole, assorti come sono dalla propria – inaspettata, scabrosa, preoccupante, desolata – interiorità.
86. Moonlight – Barry Jenkins
❤ 87. Risorse umane – Laurent Cantet
❤ 88,89,90. The dark knight trilogy (Christopher Nolan):
Batman begins, Il cavaliere oscuro, Il cavaliere oscuro: Il ritorno
Le mie impressioni immediate le trovate nei post linkati. Ma per un’opinione più ponderata  e meno “Evviva! Fico! Pipistreeelliii!” dovranno trascorrere almeno cinque anni. Nel frattempo, potete sollazzarvi con le recensioni de La bara volante, solide e spassose 🙂 Fiondatevici, soprattutto se per voi il capitolo due: Il cavaliere oscuro è il più bel film della storia del cinemadella trilogiadi quel pomeriggio in cui l’avete visto 😁 
91. The circle – James Ponsoldt
❤ 92. Batman, Il ritorno – Tim Burton
Meraviglia. Il bello di non “intendersene” è che puoi esaltare il bello ed ignorare il difetto, sempre che davvero questo film ne abbia. Per me, no.
Non sono una grande fan di Burton, ma mi sorge il dubbio che ciò dipenda molto dalle sue pellicole “recenti”. Perché questo secondo capitolo (recupererò il primo, promesso) mi ha catturato subito e sempre; e mi ha ricordato nel giro di un minuto secco (più quelli dei titoli di testa, certo, con la discesa nelle fogne del pargolo pinnuto) come mi sentivo ognuna delle ventordicimila volte in cui, da nanerottola – non che ora sia cresciuta tanto – mi sono vista 
Beetlejuice. Ovverosia: divinamente.
❤ 93. Nave fantasma – Steve Beck
94. The descent – Neil Marshall
Alcune vecchie amiche si ritrovano per la periodica escursione (stavolta, in un complesso di grotte sotterranee). Dentro le cavità terrestri scopriranno di non essere sole, ecc. ecc.
Noioso e parecchio patetico.
L’unico sollievo arriva quando il maledetto gruppo delle gitanti perennemente urlanti comincia a perdere pezzi di carne a suon di morsi.
🌟 95. La meccanica delle ombre – Thomas Kruithof
Francois Cluzet è sempre al suo meglio. Spionaggio classico, fotografia fredda.
🌟 96. La legge del mercato – Stéphane Brizé
97. Open water – Chris Kentis
❤ 98. I racconti della luna pallida di agosto – Kenji Mizoguchi
Meraviglia. Bianco e nero, Giappone, l’apologia del buonsenso e della rinuncia alle ambizioni. Insolitamente, la pagina relativa su Wikipedia riassume storia del film e trama (di per sé non intricata) in modo chiaro, e fornisce pochi ma buoni link.
99. Dracula Untold – Gary Shore
Idea buona, realizzazione frettolosa.
Alcuni momenti spettacolari, meno però di quanti erano attesi, e soprattutto ottenuti con una smaccata computer grafica che toglie loro molto impatto.
Il pathos è un orpello didascalico che poi dovrà arrangiarsi lo spettatore a suscitare: e va bene che non è un film intimista, ma aspira pur sempre ad essere una pietra angolare della storia di Dracula – mica pizza e fichi.
🌟 100. Lego Batman – Chris McKay
Al cinema mi aveva fatto ribaltare – aveva fatto ribaltare l’intera sala, per la precisione.
Rivisto a casa, mi ha fatto ribaltare uguale, solo sul divano anziché sulla poltroncina 😁
101. Suicide Squad – David Ayer
102. Friend request – Simon Verhoeven
Temevo fosse mediocre, invece è un filmetto discreto. Chiaro, nulla di stupefacente. Di originale c’è ben poco – persino la scelta del mezzo computer / Facebook come veicolo di morte, mescolato a ingredienti nient’affatto moderni come la stregoneria e lo scrying, è già vista. Verso The ring ha molti debiti, o forse piuttosto sono omaggi voluti…
Tuttavia non è da buttare: mantiene un buon ritmo fino alla fine, non impone scene superflue e utilizza, per un certo tempo, la grafica non per creare effetti speciali ma in modo complementare alle normali riprese (i disegni animati pubblicati sul proprio profilo da Ma Rina si espandono a tutto schermo, dando però l’idea che sia Laura – e noi – a caderci dentro).
Mi chiedo se sia stato mandato in onda in prima serata perché ha un target giovane (anche se resta vietato ai minori di 14 anni… mah!), mentre quel mostro sacro di 
Babadook è stato programmato in seconda. Rai4 dovrebbe pur avere un margine di manovra più ampio… ma forse sto delirando, parlo pur sempre della Rai.
103. Le belve – Oliver Stone
❤ 104. The final girls – Todd Strauss Schulson
Mi soffermo come al solito a spiare cosa danno in seconda serata, e su Rai4 – che ultimamente si dà all’horror – sgamo questo che pare un filmetto da nulla. Tempo dieci minuti, e ho deciso che valeva la pena aspettare un attimo. Tempo venti minuti, e ho deciso di vederlo tutto. Tempo mezz’ora, e i miei due neuroni facevano le capriole dentro il cranio urlando WOW!
Ho visto per la prima volta Taissa Farmiga, sorella di Vera, e rivisto diversi volti già noti.
Ho visto un ibrido tra slasher, commedia e fantastico con virate decise sul sentimentale; e non ci crederete, ma stava in piedi.
Ho visto un flashback dentro ad un film dentro al film, e gente che passava dall’uno all’altro – e una di queste ad un certo punto 
capiva di non essere  reale, ho visto loop temporali ripetuti, ho visto cinema che parla di se stesso e si prende per i fondelli scena per scena, e nonostante questo anzi proprio per questo, perché è fatto bene, in quelle stesse scene sa di epico.
Per un miracolo del cielo, 
esiste una copia nel mio circuito bibliotecario – doh!

Max Cartwright è una ragazza che frequenta l’ultimo anno della scuola superiore. Con gli amici si reca ad una proiezione pubblica di Camp Bloodbath, un film horror che ha visto protagonista la madre Amanda, ora deceduta.
Durante la proiezione rimangono vittime di uno strano incidente che li catapulta all’interno del film, Max ritrova quindi la madre e insieme ai suoi amici, affrontando i pericoli previsti dalla trama del film, tra cui un serial killer che brandisce un machete, dovrà trovare un modo per ritornare sana e salva nel mondo reale.

Film .10: Lo stato contro Fritz Bauer

Lo stato contro Fritz Bauer – di Lars Kraume

Il titolo l’avevo in lista, ma chissà quando sarebbe arrivato il suo momento se non fossi incappata nella segnalazione di Wwayne, che avendolo trovato degno di nota lo spaccia in giro – se tutti i pusher fossero di questo stampo, beati noi.
Io, per conto mio, non riuscendo a recuperare la/le segnalazione/i, vi linko direttamente uno dei post nei quali compaiono: i commenti sono numerosi e da pesca miracolosa, come lanciate la lenza un film o una riflessione appetitosi li tirate su.
Venendo al punto: Lo stato contro Fritz Bauer è un ottimo film, non c’è dubbio. Ma un capolavoro? A mio parere no. S’intende che, come per tutte le considerazioni qui pubblicate – chiamarle recensioni le appesantirebbe, e io voglio star quieta – anche questa nasce primariamente dalla mia passione, a volte grezza a volte raffinata. Sanno ormai anche le pietre ch’io ho la fissa per alcune cose, per esempio ebrei, nazi-fascisti, dittatori in generale, il Novecento e le sue guerre.
Cosa conservare di questa trattazione della storia di Fritz Bauer, procuratore della Repubblica Federale Tedesca post-bellica non ancora decenne ed infestata da ex-SS e correligionari vari, cui venne in molti modi impedito di svolgere normalmente il proprio lavoro – rintracciare e far condannare i gerarchi di ieri? Pochi desideravano realmente sconfessare il passato, pochissimi addirittura accollarselo e riconoscere le proprie colpe.
Vi sono alcuni scambi di battute da ricordare, se non proprio fulminanti, che spiccano all’interno di una sceneggiatura dignitosa: “Vuoi giustizia, o vuoi una cucina nuova?”, chiede Bauer al suo collaboratore Angermann. Per chi di voi fosse più propenso alla versione comunista: “Vuoi giustizia, o vuoi una Trabant?”. Vi sono gli inserti di brani da quotidiani e spezzoni video in b/n. Ma sono dettagli, e per quanto i dettagli abbiano il loro peso, beh: non bastano a far salire di livello una pellicola media.
Si badi bene: medietà non è mediocrità. Come detto in apertura, si tratta di un film ben fatto, godibile, ma – soprattutto – che parla di qualcosa che non piace, tutt’oggi. Lo sappiamo prima, lo sappiamo durante, lo capiamo definitivamente quando scopriamo che il minacciato procedimento che avrebbe potuto mettere Bauer in stato d’accusa per alto tradimento (per aver contattato ed informato segretamente un servizio segreto straniero, il Mossad, di affari interni), non si realizza né nell’arco della storia né in seguito. “Lo Stato contro Fritz Bauer” è dunque, realisticamente, l’imboscato o l’adagiato nello status quo che non vuole esserne scalzato.

E’ questo, in fondo, il non eccezionale (per fortuna) ma indispensabile pregio di ciò che ha girato Kraume; la consapevolezza. Nulla basta ad imporla al cuore, nemmeno l’arte più riuscita, se noi non lo vogliamo. 
Del resto non è la prima volta che, tornando un momento in patria, affermo che noi italiani non abbiamo mai fatto davvero i conti col fascismo – qualunque possa essere l’eventuale esito di tali conti. Nonostante le patenti di antifascismo di cui moltissimi si fregiano, a volte persino ideandone di letterali. E a prescindere dai recenti episodi-poco-episodici di aggressioni neofasciste, che poco c’entrano e fanno tutt’al più parte di quel calderone ribollente, ma pur sempre superficiale, di magma che percorre le nostre strade. Dentro il vulcano, però, proprio dentro dove fa più caldo, nemmeno noi vogliamo guardare davvero. Né dire chi e cosa siamo o non siamo.

Film .9: Lo straniero + Haunting

Lo straniero – Orson Welles

L’ispettore Wilson è incaricato di rintracciare e smascherare il criminale nazista Franz Kindler rifugiatosi negli Stati Uniti. I suoi sospetti si concentrano sull’apparentemente integerrimo prof. Rankin, stimato e tranquillo insegnante, fidanzato con la figlia di un giudice della Corte Suprema. Col procedere delle indagini, tutti gli indizi non fanno altro che trasformare i dubbi dell’ispettore in certezze.

Consigliato da Kasabake in questo commento da Wayne, mi ha ispirato e l’ho subito prenotato. E non me ne sono pentita: pur girato nello stile un po’ rapido dell’epoca, il film si prende il tempo di dire ciò che ha da dire, e pur seguendo un copione preciso, direi ottocentesco, nel far accadere tutto ciò che noi spettatori ci aspettiamo accada, non annoia e non banalizza.
Certamente il tema della caccia ai nazisti espatriati è in sé affascinante ma, volendo, in antitesi allo spirito positivo e democratico americano si sarebbero potute opporre diverse altre cose oltre al totalitarismo. Più semplicemente, la storia è un monito sull’ambiguità dell’animo umano (incarnata da Rankin / Kindler), ma anche sulla sua fragilità, innocenza (o ingenuità che veder si voglia nella passione che sua moglie Mary mette tanto nell’amore quanto nello sdegno).
Un’espressione facciale (per esempio quella di Welles nella scena dell’omicidio), un dettaglio simbolico (l’angelo dell’orologio che lo infilza con la spada), e simili minime cose sono sufficienti a dare un tono alla pellicola, per altro già caricata di intensità dall’ottima fotografia (sì, anche il bianco e nero ha bisogno di una buona fotografia).
Non lo definirei il film più importante della storia del cinema – sempre che sia possibile indicarne uno ed uno solo -, ma ne costituisce di certo un ottimo capitolo. E, lo confermo, vi si trova uno dei semi che hanno fatto poi di Hitchcock quel che tutti sappiamo (dalla forza tensiva generale ad immagini riprese e trasformate, come quella finale del campanile). Finché sarà possibile, copyright eccetera permettendo, lo trovate (integrale e con audio italiano) qui su YT.

Haunting (Presenze) – Jan de Bont

Da dimenticare.
Non solo non ha nulla a che vedere con il romanzo a cui si è ispirato (ma dovremmo dire: che ha saccheggiato per poi stravolgerlo) – L’incubo di Hill House di Shirley Jackson.
Ma anche, soprattutto, è emblematico di cosa significa avere le idee confuse: parte abbastanza bene, prendendosi (anche troppo) sul serio, e slitta col passare dei minuti in un melodramma insopportabile, che avrebbe avuto la sua ragion d’essere se si fosse voluta ottenere una parodia grottesca del genere.
E’ chiaro però che questa non era l’intenzione iniziale.
Il risultato è una toppata clamorosa.
E Catherine Zeta-Jones, paradossalmente, non si può guardare.

Carnet (Febbraio 2019)

In ritardo vado a pubblicare le listine mensili che ho saltato.
I punti esclamativi stanno ad indicare i migliori libri e film: quelli che consiglierei e anche quelli – più rari – che, pur non essendo eccellenti, hanno avuto importanza per me.

Libri letti:
15. Lo sguardo e il gusto – Patrizia Traverso
!16. Ti mangio con gli occhi – Ferdinando Scianna
Viaggio dalla Sicilia e ritorno dopo aver toccato alcune tappe intorno al mondo. La cucina, i prodotti, il rapporto con il cibo visti, fotografati e commentati: peccato per le molte foto in formato ridotto, poco godibili.
!17. Il dilemma dell’onnivoro – Michael Pollan
Geniale, equilibrato e intrigante. Analisi della fattoria industriale, della poli- ed erbicoltura e della… caccia e raccolta comparate, apprezzate o dissacrate. Educativo, ma si legge come un romanzo d’avventura.
!18. La dignità ai tempi di internet – Jaron Lanier
!19. Proust e il calamaro – Maryanne Wolf
Confesso che non ho capito il nesso con Proust. Anche se da qualche parte se n’è parlato.
Il saggio, comunque, è lodevole.

20. Guida alle case più stregate del mondo – Francesco Dimitri
21. Case stregate – Alison Rattle, Allison Vale
Sì, lo so. Pensate che mi sia bevuta il cervello. E’ che, passione atavica per il paranormale a parte, tra le tante opzioni per la mia abitazione futura ci sta anche questa: vabbeh che non siamo in Corea, però magari pure qui una casetta infestata / dell’impiccato / maledetta a prezzo scontato si troverà…!
!22. Tienilo acceso – Vera Gheno, Bruno Mastroianni
23. La psicologia di internet – Patricia Wallace
24. La gioia del riordino in cucina – Roberta Schira
25. Vivi semplice vivi meglio – Philippe Lahille
Il sale della vita – Pietro Leemann [sfogliato velocemente]
Manfrina vegana di scarsissima qualità.
!26. Il filtro (The filter bubble) – Eli Pariser

Film visti:
22. Il quarto tipo – Olatunde Osunsanmi
!23. Crossing over – Wayne Kramer
24. The informant! – Steven Soderbergh
25. Il mistero del falco – John Huston
26. L’ultimo esorcismo – Daniel Stamm
27. Nessuno si salva da solo – Sergio Castellitto
!28. L’imperatore del Nord – Robert Aldrich
29. In memoria di me – Saverio Costanzo
Mi è difficile formulare un giudizio su questo film. Non posso dire di aver còlto con sicurezza tutto ciò che voleva dire, o almeno trasmettere: ad ogni modo, l’ho trovato interessante ma soffocato e soffocante. Un po’ troppo. Certo, l’atmosfera è voluta, ma alla fine, dove vuole andare a parare Costanzo? Boh.
!30. American hustle – David O. Russell
!31. Fratellanza (Brotherhood) – Nicolo Donato
A volersi informare, mi sa che di nazistoidi gay è pieno il mondo. La storia però non è troppo calcata, e suggerisce qualche domanda ovvia ma pesante, cui solitamente sfuggiamo. Inoltre gli attori fanno bene il loro dovere (del resto, hanno solo obbedito agli ordini…).
!32. Tomboy – Céline Sciamma
Nel gioco del tiro alla fune, in questo film (bello, mai noioso, nonostante la difficoltà della tematica), non vincono né i fan del gender né i loro oppositori. Può anche darsi che la regista sia schierata, e forse basterebbe una ricerchina per appurarlo: ma perché rovinarsi un prodotto riuscito?
33. 40 Carati (Man on a ledge) – Asger Leth