Corpi (non) estranei

Non si può scegliere, lo sappiamo tutti, chi compone la nostra famiglia (di origine).
Certamente però si può scegliere quella che ci facciamo noi, da adulti o comunque persone consapevoli: compagno/a, amici, gruppi di qualsivoglia tipo possiamo tutti considerarli “famiglie”sociali alle quali aderiamo senza costrizione.

Vorrei allora dire questo: che, se anche davvero io fossi meno “bigotta”, più “colta” e, in ogni caso, “diversa” da coloro che ieri sono scesi in piazza per riaffermare il proprio dissenso alla proposta di legge sull’omofobia, e che ancora scenderanno in piazza nei prossimi giorni (anche a Roma, il 16, davanti a Montecitorio) – e onestamente, conoscendo “quella gente”, so che così non è -, cionondimeno quella gente è come me ed io sono proprio come loro: perché li ho scelti come famiglia.
Al di là delle singole posizioni, sfumature e differenze; siamo fratelli non solo in quanto esseri umani ma anche perché condividiamo qualcosa che va oltre e conta più di tutte le possibili discrasie.
E questo qualcosa è più che generica fede, è più e soprattutto cosa diversa da uno stesso sistema di pensiero, che pure c’è: è la relazione con una persona, reale e presente, non riducibile ai pur necessari precetti morali e alle pur indispensabili strutture sociali (la Chiesa).
Se scendessi in piazza non sarebbe dunque per me sola, a parte dagli altri, ma con loro perché, con buona pace dell’Arrotino, io sono come loro.

Per altro, posso stare contemporaneamente con un uomo che trova bigotte (in maggioranza, con tutte le precisazioni che volete, ma comunque le trova bigotte) le persone che scenderanno in piazza contro questa legge, e sentirmi pienamente in sintonia con queste ultime (le quali, ricordiamolo, non si oppongono alla legge da cattolici, che non sono i soli a partecipare, ma da laici: non occorre né avere fede né essere schierati “a destra” per considerare un disvalore la fluidità di genere, l’omosessualità vissuta come prerogativa speciale e desiderabile, la mercificazione del corpo attraverso l’utero in affitto e l’equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio eterosessuale dal punto di vista civile e sociale, molto prima che morale).
Posso farlo perché, in entrambi i casi, valuto e giudico idee e comportamenti, ma le valuto e giudico avendo davanti, di nuovo, persone reali. E se pure le idee continuo a giudicarle sbagliate, e non le giustifico, le persone se è il caso le posso ugualmente accogliere, amare, stimare.
Posso farlo perché discrimino. Discriminando – ponderando i vari elementi di una situazione, distinguendo intenzioni azioni e sentimenti, dividendo opinioni e scelte cattive da opinioni e scelte benintenzionate ma mal informate – rispetto e sono onesta con tutti. Se non lo facessi, non solo non porterei alcun rispetto, ma ucciderei l’anima di chi mi sta di fronte, ne azzererei il valore e la dignità, ridurrei la sua personalità ad una serie di voci di contabilità: attivo, passivo; utile, perdita; tenere (per mio profitto, non per giustizia), scartare.

Perciò sì: per paradossale che possa sembrare (ma il paradosso non è un errore, è una verità dalla forma insolita), la salvaguardia dei diritti e del benessere delle persone, comprese le varie minoranze come quella degli omosessuali (che pure socialmente sono addirittura più tutelati del necessario già ora) la si ottiene solo e soltanto discriminando.
Non perseguendo una falsa equivalenza tra un modo di essere ed un altro, una parificazione tra realtà, concetti e vite differenti e che come tali a differenti riconoscimenti hanno appunto diritto.
Un diritto naturale, prima che legale.

Sulla legge anti-omofobia

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Costanza Miriano riporta sul suo blog il parere scritto chiestole dalla Commissione Giustizia della Camera sul ddl Zan – Scalfarotto – Boldrini. Ed io lo giro a voi, come esempio di replica perfetta ad obiezioni e accuse verso chi, questa legge anti-omofobia, non la vuole.
I grassetti sono suoi: io mi sono limitata a levare le q maiuscole, idiosincrasia mia che ormai conoscete; e ad inserire gli a capo all’interno dei paragrafi.

Ringrazio i membri della Commissione che vorranno dedicarmi un po’ del loro tempo, e ringrazio coloro che mi hanno dato la possibilità di dare il mio contributo.
Mi scuso se il mio linguaggio non sarà affatto tecnico: scrivo in qualità di giornalista e anche di madre (di due maschi e due femmine).

Per chi (immagino tutti) non sa chi sono, vorrei premettere che mi sono trovata a occuparmi di questi temi – maschile e femminile, ruoli, identità – del tutto casualmente, ormai quasi dieci anni fa, quando, mentre lavoravo alla redazione economia del tg3, ho pubblicato un libro in cui scrivevo lettere alle mie amiche per convincerle a sposarsi.

quando ho cominciato a scrivere non pensavo che dire alcune ovvietà – dobbiamo essere libere di scegliere che tipo di donna diventare – mi avrebbe causato denunce, raccolte di firme per fermare il mio libro, contromanifestazioni: ciò prova che oggi ha diritto di cittadinanza un solo modo di intendere i ruoli, le relazioni, l’identità.
Le centinaia di migliaia di copie vendute però dicono che invece a molte persone interessa anche un altro punto di vista, che racconterò alla fine per chi avrà la pazienza di arrivare fin lì.

Credo infatti, e arrivo al punto, che ogni persona debba essere libera di vivere gli affetti, i ruoli, la sessualità nel modo che sceglie più o meno liberamente (la storia di ognuno di noi è segnata da molte circostanze, e non in tutto ci autodeterminiamo). Credo che sia insindacabile ciò che ciascuno sceglie di fare in camera da letto, nella propria vita, privata e pubblica.
Proprio perciò trovo questa legge profondamente ingiusta e contro la libertà.
Ecco perché.

Non è la prima, ma è l’obiezione discriminante (discriminare non è sempre una brutta parola): la libertà religiosa. L’articolo 2 del Concordato tra Repubblica Italiana e Chiesa Cattolica, che gode di protezione costituzionale ex art. 7 Cost., garantisce “ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

La Chiesa basa sulla differenza maschio-femmina tutta la sua visione dell’uomo. quando la Genesi dice che Dio crea l’uomo a sua immagine, non dice che è dotato di ragione, o parola. Dice “maschio e femmina, a sua immagine”. Nella relazione tra uomo e donna è nascosto il segreto di Dio, la continua tensione, il rapporto di amore, la complementarietà figura della Trinità.
Ovviamente questo per noi credenti, che non vogliamo imporre la nostra visione a nessuno, ma non possiamo neppure essere impediti a esprimerla. La Chiesa davanti all’omosessualità non può che dire che non compie il disegno originario della relazione uomo-donna.

Nel 2018 io ho riportato sul mio blog un’affermazione del Papa, che aveva detto che “nel caso dell’omosessualità ci sono tante cose che si possono fare, anche con la psichiatria, finchè sono piccoli, dopo i venti anni no”, e sono stata segnalata all’Ordine dei Giornalisti. L’OdG ha risposto che non potevo essere sanzionata perché avevo solo riferito un’affermazione del Pontefice.

Io, però, come tutti i cattolici, pretendo di essere libera non solo di riferire ciò che dice il Papa in un’intervista, ma anche di pensare come lui.
La libertà religiosa è tutelata a livello costituzionale, ex art. 19 Cost., altrimenti si provoca un formidabile cortocircuito, perché per non discriminare altri la discriminata diventerei io, e proprio in base allo stesso articolo che qui si sta chiedendo di integrare, l’art 604 bis c.p., che vieta “ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”.

Non odio né, tanto meno, ho paura delle persone che provano attrazione verso lo stesso sesso, non la considero una malattia ma un mistero che è spesso l’esito di una ferita (in questo senso, e non nel senso di malattia, l’accenno alla psichiatria come possibilità).
Penso che ci sia, come dicevo, un mistero inaccessibile al cuore di ognuno di noi – ciascuno ferito a suo modo – su cui nessuno è titolato a sindacare, ma pur rispettando questo ritengo che l’omosessualità non compia profondamente l’umanità di una persona, e proprio per amore di queste persone, per poter fare a quella persona la carità più grande, che è la verità, voglio essere libera di pensarlo, dirlo e scriverlo come ha fatto il Catechismo della Chiesa Cattolica:
«Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova.
Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione.
Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.»

Libertà di pensiero e di espressione: va garantita a tutti, anche a chi come me e la maggioranza degli italiani, inclusi i molti non cattolici, è convinto che si nasce uomo o donna, cosa che si stabilisce alla nascita, e che segna non solo la conformazione degli organi riproduttivi, ma tutto di noi, a livello fisico, intellettuale, spirituale.
Uomini e donne liberi di vivere la propria sessualità come desiderano, anche con persone dello stesso sesso, ma allo stesso modo di esprimere opinioni, nel rispetto della dignità della persona.
Mi preoccupa molto, di fronte a una grande vaghezza delle norme che si vorrebbero introdurre, la tutela della libertà di espressione. Il ddl Scalfarotto ha il merito di essere l’unico che porta un esempio concreto, citando il caso dell’esposizione di uno striscione offensivo come quelli degli stadi. Se è questa la materia di cui si dibatte, nessun problema per me e tutte le persone civili, se non che gli striscioni offensivi sono già sanzionabili, senza bisogno di una nuova legge.
Ma il reato di “omofobia” non è spiegato chiaramente, cosa che dovrebbe fare una legge. questa vaghezza è evidentemente voluta per lasciare ampi margini di discrezionalità, e avere un potere di intimidazione, e alfine culturale.

Per esempio, può l’affermazione che si è uomini o donne essere considerata violenta, o istigazione alla violenza?
Un caso fra tanti: il terzo collegio di disciplina dell’Ordine dei giornalisti del Lazio ha preso in esame, su segnalazione del signor Massimiliano Piagentini, l’articolo del collega Aldo Grandi che sulla Gazzetta di Lucca il 15 gennaio 2020 aveva scritto in merito a un fatto di cronaca “un transessuale brasiliano”, usando l’articolo maschile, e più sotto “l’identità si acquisisce alla nascita, si è maschi o femmine”.
L’Odg ha archiviato il ricorso, ritenendo che il collega non abbia violato le norme deontologiche, ma da giornalista mi chiedo e vi chiedo: se fossero in vigore le norme che state prendendo in esame, si potrà davvero essere denunciati solo perché si usa l’articolo maschile? O perché si afferma che l’identità è sessuata?
Cosa vuol dire omofobia (ammesso che si possa considerare reato una paura, sempre che esista)?
E se è tutelata la libertà delle persone di scegliere la propria appartenenza di genere – cioè se un uomo che si sente donna ha la libertà di cercare di diventarlo – allo stesso modo io non ho la libertà di percepirlo comunque come un uomo?
Può una legge entrare in una sfera privatissima, sacra e intoccabile come la percezione delle cose? Può essermi imposto per legge come percepire le persone? Possiamo imporre agli altri in uno stato democratico come ci devono percepire? (Nel caso io voglio essere percepita bellissima e giovanissima).

Ovviamente non ho nessuna ostilità neppure verso le persone che affrontano operazioni per cambiare sesso, come possono testimoniare quelle che conosco, nel mio quartiere, e anche coloro a cui mi è capitato di dare una mano (in questo periodo di covid e di attività ferme), perché di fronte al bisogno siamo tutti uguali.
Ma usare un pronome maschile o dire che si nasce maschio o femmina non può essere sanzionabile.
Dire che i figli hanno bisogno di un padre e una madre, e che l’utero in affitto è sfruttamento del corpo della donna, violenza sulla donna e sul bambino privato dei suoi genitori (anche quando etero), non può essere sanzionabile: lo afferma anche la filosofa francese Sylviaine Agacinski, femminista, di sinistra, laica, ricercatrice all’École des Hautes Études en Sciences Sociales, moglie dell’ex Primo Ministro socialista Lionel Jospin, nei suoi quattro ultimi libri.

Tra le tante parole spese nei ddl non ho letto le più utili e le più necessarie: cosa si intende per omofobia.
Non è ammissibile ritenere discriminatoria qualsiasi affermazione di differenze basate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere, quando, invece, il principio di uguaglianza presupporrebbe di trattare in modo uguale situazioni uguali; e in modo ugualmente differente situazioni differenti.
E’ evidente che una coppia eterosessuale aperta alla vita è totalmente diversa da una coppia dello stesso sesso che non può concepire una nuova vita (a meno di non commettere il reato dell’utero in affitto, e di privare quello che anche agli animali è riconosciuto come diritto, cioè di essere allevati dalla mamma).

La differenza è enorme e non di dettaglio, è normale dire che siano diverse, non è offensivo. È semplicemente la realtà.
La sanno tutti, solo che con questa legge non si potrà più dire: norme così fumose servono precisamente a questo, non a proteggere dalla violenza, cosa sacrosanta ma già prevista dalla legge.
Servono a proibire alle persone di dire quello che vedono tutti (mi ricorda la fiaba di Andersen, ma ci sarà pur qui un bambino che avrà il coraggio di dire “il re è nudo”): dire che una coppia di due persone dello stesso sesso è diversa da una formata da uomo e donna non può offendere nessuno.

Se guardiamo ai paesi dove leggi simili sono in vigore, l’esito è spaventoso:
padri di famiglia in carcere per un’immagine sulla felpa (Francia),
vescovi incriminati per l’espressione delle verità professate,
dipendenti pubblici licenziati per un like (Spagna),
per non parlare dei paesi di common law (l’ostetrica sollevata dall’incarico per aver detto che solo le donne partoriscono, in Gran Bretagna, idem per l’eroe dei pompieri Usa, capo del corpo nazionale, perché sostenitore del matrimonio uomo donna).

Immagino che in concreto non verremo denunciati tutti, ma solo qualcuno a scopo dimostrativo, secondo il famoso insegnamento del Presidente Mao: colpirne uno per educarne cento.

Sapete bene cosa comporta una denuncia: costi enormi in termini di tempo, energie, soldi.
Nelle anticipazioni del ddl pubblicate da L’Espresso – non mi risultano smentite – è previsto che le vittime di reati di discriminazione abbiano accesso al gratuito patrocinio a carico dello Stato anche a prescindere dai limiti di reddito generalmente stabiliti, grazie a un fondo di 2 milioni di euro all’anno.
Avete presente per una famiglia con figli e che vive di stipendio cosa può rappresentare dover sostenere una causa, anche se si è innocenti? Perché lo Stato dovrebbe sostenere solo una parte, pregiudizialmente?
E certo, sapere di avere le spese pagate e un trattamento di favore come categoria protetta incoraggerà le querele: perché non provare? Perché io, giornalista, devo essere denunciata da avvocati pagati dallo Stato, e togliere risorse ai miei figli per difendermi, se non ho fatto niente?

Purtroppo, viste le azioni di monitoraggio degli articoli fatte dai militanti lgbt che definiscono sul loro sito gay.it “omotransfobia” anche solo usare un articolo del genere “sbagliato”, non credo alle rassicurazioni degli estensori di questo ddl: si tenterà di imporre una lingua, in linea con le organizzazioni sovranazionali che dichiarano che usare un genere piuttosto che un altro cancelli la dignità delle persone.
Ma dover parlare una lingua imposta cancella invece la mia dignità di persona che pensa autonomamente, di educatrice, di giornalista e di scrittrice.

Chi dovesse sostenere che una coppia dello stesso sesso non ha diritto al matrimonio o alla (omo)genitorialità, dunque, come potrà ritenersi al riparo da una denuncia?
La distinzione tra i concetti di propaganda di idee fondate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere (che rimarrebbe teoricamente non punibile), da una parte, e l’istigazione alla discriminazione (che diverrebbe punibile) è, dunque, del tutto effimera.
Infatti, alla luce delle nuove tendenze che si vanno diffondendo a proposito di hate speech, cavalcate proprio dalle comunità lgbt, qualunque manifestazione di pensiero che inviti a differenziare in relazione all’orientamento sessuale e all’identità di genere viene tout court ricondotto a un discorso d’odio che si pretende porti con sé l’incitamento alla violenza.
Con ulteriore pericolosa erosione della preziosa concezione del reato come fatto offensivo tipico (in antitesi a concezioni del reato facenti capo all’atteggiamento interiore del soggetto e alle sue opinioni) contenuta nel nostro codice penale e nella nostra Costituzione. Insomma, il processo alle intenzioni.

Sono totalmente con Papa Francesco quando dice che il gender è un grande sbaglio della mente umana:
“Il riemergere di tendenze nazionalistiche (…) è pure l’esito dell’accresciuta preponderanza nelle Organizzazioni internazionali di poteri e gruppi di interesse che impongono le proprie visioni e idee, innescando nuove forme di colonizzazione ideologica, non di rado irrispettose dell’identità, della dignità e della sensibilità dei popoli.”
– Papa Francesco al Corpo Diplomatico (7 gennaio 2019,
http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2019/january/documents/papa-francesco_20190107_corpo-diplomatico.html )

Dunque se il Parlamento istituirà il fondo per la difesa legale, voglio anche io un fondo per difendere chi è vittima di odio lgbt: insulti in rete a non finire, e poi ogni anno il Gay pride – ci sono i filmati – mi omaggia di un vaffa… corale di piazza (il fatto che l’ingiuria avvenga in presenza di più persone è anche un aggravante).
Perché io non posso avere una difesa pagata con fondi pubblici? Leggo che il testo del ddl Boldrini sottolinea che “le donne sono di gran lunga le maggiori destinatarie del discorso d’odio on line”. Ma solo l’odio per le donne di una certa parte va punito? questo introduce il secondo tema: perché alcune persone dovrebbero ricevere una tutela maggiore di altre? Non è anticostituzionale?

Da madre di adolescenti vi invito infine a riflettere per esempio sul calvario dei ragazzini sovrappeso a scuola. O di quelli imbranati, fuori moda, magari con pochi mezzi economici. Perché le offese a loro dovrebbero essere colpite con minore attenzione di quelle basate sull’identità?
“La presente proposta di legge – dice il ddl Zan – si propone, dunque, di realizzare un quadro di maggiore tutela delle persone omosessuali e transessuali”.
Perché dovrebbero essere tutelate più di altre, quando già il nostro quadro normativo prevede tutte le tutele verso ogni persona (che poi non vengano applicate, come nel mio caso, è un altro discorso). Può la ragazzina sovrappeso che i compagni a scuola chiamano “cicciona de m…” ricevere minori tutele?

Credo che l’accettazione e il rispetto, l’attenzione e la tenerezza verso ogni persona non siano atteggiamenti che si impongono per legge, e neanche con l’indottrinamento – mi riferisco ai fondi stanziati dal ddl per la presenza nelle scuole. Nelle scuole dei miei figli si sono fatti corsi contro il bullismo, ma se vedeste quello che si legge in certe chat di classe capireste che non sono serviti a nulla.
L’educazione non è indottrinamento, è un lavoro di cura, paziente, che richiede la presenza dei genitori, l’ascolto, l’amore: solo chi è amato e accettato può amare. Il cuore dei ragazzi non cambia con la lezioncina sui diritti, che spesso in loro sortisce, anzi, la reazione contraria, e tanto meno con l’imposizione di una neolingua.
E’ la testimonianza di adulti credibili e disposti a spendersi per loro che educa i ragazzi: loro, soprattutto nell’adolescenza, non ascoltano le parole degli adulti. Loro guardano gli adulti.
E poi come sanno anche i muri, sui ragazzi hanno più influenza, che so i palchi televisivi ornati di arcobaleno, i talent show pieni di modelli sessualmente indefinibili, la riscrittura persino dei classici (anche Shakespeare a teatro riserva ormai l’ammiccamento a tematiche gay), le serie Netflix, Amazon e tutte le altre che ormai prevedono obbligatoriamente l’inserimento di almeno un personaggio con attrazione verso lo stesso sesso, anche quando non richiesto dalla trama. Sembra una sorta di “tassa” da pagare per poter essere ammessi nei grandi circuiti dell’intrattenimento.

quanto alle scuole, io sono contraria all’educazione sessuale perché tema valoriale (e per non togliere tempo alla didattica sempre più povera e meno esigente), ma se la si vuole imporre, in nome della libertà educativa tutelata dalla Costituzione si imponga anche la visione della sessualità che propone un rapporto esclusivo tra uomo e donna, aperto alla vita.
Perché solo l’educazione proposta da una parte e ideologicamente connotata deve essere finanziata dallo Stato?
Perché l’insegnamento della religione cattolica è facoltativo – benché senza averne i fondamenti non si capisce metà della nostra letteratura e la maggior parte dell’arte e architettura – mentre la lezione sul gender deve essere obbligatoria, e pagata anche dalle mie tasse?
Usare le leggi e i soldi pubblici per operazioni culturali è scorretto e degno di uno stato totalitario.

Infine: discriminare secondo il dizionario Treccani significa “distinguere, separare, fare una differenza”.
Se io dico per esempio che non voglio che una persona omosessuale insegni educazione sessuale nella classe dei miei figli, sto facendo una differenza, esattamente come immagino farebbe una lesbica che non volesse che a fare educazione sessuale nella classe di suo figlio andasse una persona che pensa che il sesso ordinato è solo tra maschio e femmina, quindi che insegnasse a suo figlio che i rapporti sessuali della madre sono intrinsecamente disordinati.

Su temi valoriali discriminare, cioè distinguere, non solo non può essere reato, ma è un diritto intoccabile e sacro: giudicare – le azioni, non le persone – è ciò che dice come stiamo nel mondo, dove io – e quelli che la pensano come me – abbiamo lo stesso diritto di cittadinanza degli altri.

Concludo con la mia esperienza – è un po’ fuori tema ma non del tutto, comunque siete esentati dalla lettura.
Io ho sperimentato che non solo gli stereotipi di genere non esistono più, ma anzi al contrario mi ritengo vittima di stereotipi opposti a quelli della donna costretta a stare a casa soggetta al maschio.
Mi sono bevuta tutti i dettami della cultura femminista, crescendo negli anni ’80 con l’idea che dovevo prima pensare alla mia realizzazione professionale, poi al resto.
Presto sono diventata una giovane che aveva lasciato la sua città per la capitale, lavorava al tg nazionale, abitava da sola a Campo de’ Fiori, attraversava l’Oceano per andare a correre maratone a New York, usciva di notte.
quando ho avuto la fortuna di innamorarmi, sposarmi e dare alla luce un figlio tutto il mondo intorno mi diceva che ero un’incosciente, e che prima avrei dovuto consolidare una carriera. La prima cosa che mi chiese il medico fu: “vuoi tenerlo?”. Avevo 27 anni, non 15.

quando è nato nostro figlio, ho capito che non c’è un privilegio più grande al mondo, non c’è carriera che non impallidisca di fronte a un figlio dato alla vita.
Ho capito che anche quando facevo cose importanti al lavoro, usavo una parte infinitamente più piccola dell’intelligenza che serve nelle relazioni e nella gestione della vita.
Dirigere un tg è una cosa che passa, mettere al mondo una persona e amarla e cercare di accompagnarla è un’opera che resta per sempre.

Ho avuto quattro figli da precaria, mentre tutte le mie colleghe facevano carriera, perché oggi contrariamente a quanto si dice non sono discriminate le donne, sono discriminate le madri.
Non per addossare colpe alla mia azienda, che anzi ha avuto comprensione per le mie esigenze, ma per stigmatizzare i modelli lavorativi in generale, che non tengono conto del lavoro di cura, e prevedono solo uno stile di lavoro “maschile”, in cui la vita privata è tenuta fuori.
Le donne possono fare carriera, ma solo a patto di essere pronte a lasciare i propri figli molto a lungo.

Incontro – prima del covid e spero di riprendere – centinaia di donne ogni settimana, in giro per tutta l’Italia, da anni: sono ormai decine di migliaia. quando voglio essere certa di avere tutta la sala dalla mia parte, e di strappare infallibilmente un applauso dico: “noi non chiediamo che le madri possano lavorare di più, ma che le lavoratrici siano più libere di essere madri”.
Ovviamente non lo dico per l’applauso, ma perché questa è stata la mia faticosa storia personale, ed è quella di un numero incalcolabile di donne nel mondo, che non chiedono di essere sollevate dai figli, ma libere di essere madri presenti, se lo desiderano. Io conosco quasi solo donne che desiderano essere più presenti, e avere più figli di quelli che hanno (infatti abbiamo tassi demografici da estinzione).
Molte amiche e colleghe si sono accorte troppo tardi di essere state ingannate dai diktat della cosiddetta emancipazione, che può essere anche una schiavitù, perché la maggior parte delle donne non fa la dirigente d’azienda, l’avvocato, la politica o la giornalista, ma lavori meno riconosciuti e con scarsissima libertà di gestione, tale da rendere la cura degli affetti più cari un lavoro quasi eroico.
E la chiave non è essere sollevate dalla cura, che è la cosa che amiamo di più, ma aiutate a ottimizzare, meglio pagate, più libere. Il sogno delle donne non è avere i figli al nido otto ore al giorno per poter andare a fare le commesse, ma godersi il privilegio di tanti piccoli uomini o donne da far entrare nel mondo.
Credo – insieme alla totalità delle donne che incontro – che sia una violenza sulle donne imporre loro modelli di produzione e presenza sul lavoro maschili, e che la vera battaglia sia chiedere un modo di lavorare diverso.

Alle nostre figlie cerco di insegnare che quando sceglieranno cosa fare da grandi, tengano conto del fatto che il più grande potere che potranno raggiungere studiando sarà la libertà di scegliere il loro bilanciamento tra affetti e presenza nel mondo esterno (che non è necessariamente lavoro: ho amiche con dottorati e master che hanno scelto la famiglia senza alcuna frustrazione, certe anzi di avere un privilegio).
Credo infatti che la libertà sia davvero il più grande privilegio che si possa avere, e per me che sono cattolica è ovvio che la libertà di ciascun uomo è sacra e intoccabile persino per Dio.

Omo .8: Balletti verdi, Stefano Bolognini

Libretto agile, d’una novantina di pagine, ricostruisce (principalmente attraverso articoli di quotidiani e testimonianze di chi fu giovane all’epoca) l’ambiente omosessuale bresciano intorno agli anni ’60 e lo scandalo scoppiato nell’esatto volgere del decennio rinominato così come nel titolo.
E’ una vicenda di cui ho sempre ignorato tutto fuorché, appunto, questo termine – balletti verdi – che indicava i ritrovi, le feste casalinghe messe in piedi da gruppi di quelli che all’epoca erano perfetti imboscati, uomini nascosti. Nonostante sia nata quasi 25 anni dopo, la storia e la locuzione mi sono familiari da sempre, e se le riferissi oggi al cosiddetto uomo della strada (magari di Castelmella, che ne fu l’epicentro), scommetto che annuirebbe: fanno ormai parte delle “tradizioni” locali, i balletti come i casoncelli di Barbariga.

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La prima notizia in proposito fu data alle stampe dal Giornale di Brescia il 5 ottobre 1960, e raccontava di una vasta indagine di polizia: tra i capi d’accusa elevati, violenza carnale, corruzione di minore e favoreggiamento della prostituzione, ma anche – e questo è un contorno tristemente regolare della prostituzione maschile velata di quegli anni – estorsione. I ricatti ai clienti, fossero all’hotel Villa Eden di Gardone Riviera (che in realtà salì alle cronache prima, e non era direttamente coinvolto con l’inchiesta) oppure in strada, erano un’attività quasi professionale e discretamente redditizia…
… Bolognini riporta che:

Il primo quotidiano a chiamare lo scandalo ‘balletti verdi’ fu “L’Unità”:
I ragazzi, che avevano il compito di provocare negli ospiti virili slanci, venivano definiti con nomi di fiori: margherita verde, garofano verde, ecc. Da cui lo scandalo dei balletti verdi, come già la gente bresciana, venuta a conoscenza dei turpi episodi, indica le riunioni che avvenivano alla villa.

E spiega:

Il nome ‘balletti verdi’ è stato dato in contrapposizione a ‘balletti rosa’, che erano convegni tra uomini e ragazze minorenni scoperti a Parigi. Il verde era considerato il colore degli omosessuali, […] un simbolo di riconoscimento, […] reso famoso da Oscar Wilde che teneva un garofano verde all’occhiello.

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Due cose mi hanno colpito subito:
la prima è il coinvolgimento nella vicenda, spesso immotivato, di svariati nomi pubblici noti (industriali quali Beretta e Folonari, personaggi televisivi quali Mike Bongiorno, ecc.), e naturalmente, poiché certe cose non cambiano mai, di ecclesiastici; non perché questo sia un fatto strano o insolito, ma perché ho sempre immaginato che si fosse trattato di un che di rilevante sì, ma pur sempre a livello locale. E invece.
La seconda riguarda i sentimenti che gli allora ventenni o giù di lì, intervistati circa nel 2000 (anno di pubblicazione del testo), raccontano di provare per quegli anni. E’ molto diffusa, infatti, una nostalgia non riconducibile alla sola gioventù – che è sempre fonte di ricordi ovattati -, ma piuttosto alla descrizione di quei tempi come più semplici: nel senso che “c’era molta più ingenuità e semplicità nei rapporti”, afferma un anonimo romano.

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L’arte del pettegolezzo ed il gusto del torbido, tanto radicati nella natura umana, non potevano non approfittare di un’occasione tanto ghiotta. Così, come ancora riporta l’autore in una pagina del suo sito,

Gli effetti e i danni che lo scandalo procurò furono vasti.
Brescia acquisì nello spazio di un mese l’appellativo di “città dei froci”, le barzellette che immaginavano Mike Bongiorno con i tacchi a spillo si sprecarono, e un detto rimase agli annali:
O viandante che per Brescia passi / stringi il culo e allunga i passi”.

Posso confermarlo: il detto è uno tra i più rappresentativi ancora adesso, e viene ricordato con bonomia dai miei concittadini 😉

In tutto le persone chiamate a deporre, in qualità di imputati o di testimoni, furono 158.
L’inchiesta iniziata a Brescia, dopo aver coinvolto sulla base di indicazioni campate in aria diversi nomi dello spettacolo (oltre a Bongiorno, il più discusso, vennero interrogati Dario Fo e Franca Rame, Gino Bramieri…), si spostò su Milano e Roma – girando del tutto a vuoto, e giungendo a chiedere la “consulenza” di una personalità di spicco dell’ambiente della dolce vita della capitale, Giò Stajano, pur di ritrovare un… orientamento perduto da un pezzo.
Di fatto, né il capoluogo lombardo né quello laziale c’entravano nulla con quella che alla fine, nel 1964, si rivelò essere una vicenda di cronaca molto più modesta di quanto la stampa, gonfiandola ad arte, l’aveva dipinta: solo 30 persone arrivarono a processo, la metà delle quali fu assolta. I 16 condannati godettero di ampie attenuanti.
La tesi più accreditata sembra essere quella della convenienza politica. Nessun intrigo interregionale o gombloddoh dei poteri forti, no; soltanto che nel 1960 in città c’erano le elezioni… vi ricorda qualcosa? La DC era al potere, e tanto a destra che a sinistra lo scandalo, nato in modo spontaneo ma esagerato in termini galattici, faceva comodo alla narrazione anti-democristiana. Non c’era alcuna rete di sfruttamento sessuale nazionale, solo singole “transazioni”, né c’era del resto un piano di mostrificazione degli omosessuali dietro le quinte: la mostrificazione avvenne, ma per il puro caso che si fece forte dell’abiezione dei moralisti di tutte le risme e della sete di potere dei loro rappresentanti. In pratica, tutti approfittarono dello scandaletto sperando di trarne vantaggio, ed esso si trasformò in una leggenda nera colossale. Anzi, una leggenda… verde.

[Difetto]: le virgole messe a caso ovunque!
[Pregio]: è una ricostruzione ben fatta, chiara e fluida.

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Nelle puntate precedenti:
Omo .1: Brokeback Mountain, Ang Lee
Omo .2: Il compleanno, Marco Filiberti
Omo 3.: Commentino su Guadagnino
Omo .4: Nicolosi e vs. Nicolosi
Omo .5: L’identità ferita, Andrew Comiskey
Omo .6: Boy erased, Garrard Conley
> Omo .7: I love you, Phllip Morris; Ficarra & Requa

Omo .7: I love you, Phillip Morris; Ficarra & Requa

Un rom-com-drama, un’altalena fra generi e sentimenti ben congegnata, “solare, leggero” solo finché non ti tira cannonate dritte allo stomaco in ripetuti plot-twist.
Interessanti le interviste, soprattutto quella alla coppia di registi che già apprezzavo, ed ora ancor di più (osservate come interagiscono, è stuzzicante). Parliamo per altro dell’opera prima – vi metto il titolo originale, cosa che di norma non faccio, perché la traduzione italiana lascia a desiderare: ne prevede due differenti che rimandano sì ai due aspetti fulcro del film, ma facilmente potrebbero generare confusione (Colpo di fulmine, Il mago della truffa).

Il suddetto “mago della truffa” è Steve Russell (Carrey), che a seguito di un incidente d’auto sceglie di buttare a mare il suo lungo impegno per costruirsi l’immagine di figlio perfetto, serio lavoratore, ammogliato con figlia e pilastro della sua chiesa (questione interessante, ma qui marginale e solo funzionale alla trama) per dedicarsi alle sue vere passioni: uomini e bella vita. Se la prima gli viene naturale, la seconda richiede qualche accorgimento in più, e l’accorgimento si chiama appunto truffa.
Steve va avanti finché non perde il proprio compagno e non viene arrestato… la prima volta. In carcere conosce Phillip (McGregor) (pensavo fosse un gioco di parole degli sceneggiatori, invece no: vorrei tanto conoscere i suoi genitori…), tipo tranquillo, piuttosto timido, dentro per un reato minore. In una successione in crescendo di inganni, dentro e fuori dalle celle, Steve metterà la sua propensione incoercibile alla menzogna al servizio di Phillip. Per non spoilerare, mi limito a dire che non sempre riuscirà a “proteggerlo” com’è nelle sue intenzioni, ma riuscirà sicuramente a dimostrargli che lo ama. Anzi, non riesco proprio a immaginare modo più orrendo ma granitico e definitivo per dimostrarlo alla propria anima gemella…! O_o 😅


Perfetto per:
i romantici che non vogliono ammettere di essere tali.
Avranno una scusa per commuoversi
e al tempo stesso potranno fare sfoggio di cinismo.
//
Chi gradisce un Prova a prendermi più pazzerello.


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As usual, non ricordo come ci sono arrivata… è stato molto di recente, comunque. Una delle consuete associazioni di idee – incastri di letture bloggose mi ci ha portato, e volevo provare una cosa diversa: una commedia (ma è molto di più), una storia vera (ne esiste anche il libro, non scritto dai protagonisti), un Jim Carrey (che manda avanti il carrozzone – letteralmente -, con Ewan McGregor a sostenerlo in tutti i sensi possibili).
Jim Carrey oltretutto ho deciso di recuperarlo, almeno in buona parte, prima che muoia, perché postumo son capaci tutti a schiodare le chiappe dalle abitudini sull’onda dell’emotività e dell’attualità. L’ho deciso perché dai tempi di The Mask purtroppo l’ho sempre detestato – anzi no: ho detestato i suoi personaggi, lui mi starebbe pure simpatico -, e questo imprinting finisce per inchiostrare anche ciò che vale.

Mi ha dato da pensare una dichiarazione di McGregor nell’intervista: dice che è stato difficile trovare produttori che si fidassero ad investire denaro nel progetto. Al che gli viene chiesto (sa tanto di domanda “su richiesta”, ma di chi?), se ciò sia dipeso dall’argomento “amore omosessuale”, e lui ci tiene a precisare che nooo, l’argomento non c’entra (e in effetti: perché dovrebbe? Ma forse sono io che non colgo), c’entrava invece la crisi finanziaria nata l’anno precedente.
Boh: strano scambio. Il film è ambientato negli anni ’90, ma è stato poi presentato al Sundance nel 2009, mi riesce difficile trovare una reale difficoltà tanto sul tema quanto sui fondi – avrei capito meglio se si fosse detto: “il materiale tra cui scegliere è sempre moltissimo, dovendo andare a botta sicura i più han preferito altro”. Non che ci debba essere chissà quale intrigo dietro, ma la netta sensazione è che, se qualche reale difficoltà c’è stata, possa rappresentare una storia curiosa. Solo un topo d’archivio come Lucius saprebbe dissotterrarla (occhiolino occhiolino) 😉
Ad ogni modo, a garantire la produzione del film è poi stato Luc Besson.


Nelle puntate precedenti:
> Omo .1: Brokeback Mountain, Ang Lee
> Omo .2: Il compleanno, Marco Filiberti
> Omo 3.: Commentino su Guadagnino
> Omo .4: Nicolosi e vs. Nicolosi
> Omo .5: L’identità ferita, Andrew Comiskey
> Omo .6: Boy erased, Garrard Conley

Omo .6: Boy erased, Garrard Conley

La narrazione è fluida, non ho trovato quel continuo impaccio e quell’incertezza data dall’alternare due periodi temporali diversi di cui alcuni hanno parlato.
Ma inizio a scriverne ad appena quota cento pagine, per non perdere lo slancio, e dunque la cosa potrebbe cambiare più avanti.

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Do it the American way

Sempre dall’alba delle cento pagine, mi sento di mettere in chiaro una cosa: è fin troppo facile condannare il programma di Love in Action, di rieducazione forzata, nel quale l’autore s’è inserito. Per sua scelta, ma una scelta condizionata da quell’ambiente estremista, quando non fanatico, della Bible Belt: una mescola di polvere da sparo protestante, che va dai carismatici alle varie forme di battismo (Conley è nato in una famiglia affiliata al battismo missionario) passando per il congregazionalismo e gli episcopali.
Una chiesa di maniaci, nel senso clinico del termine; una fede superficiale per abitudine indotta; una famiglia disfunzionale con una struttura che, manco a farlo apposta, potrebbe (sottolineo il condizionale) ben adattarsi a quella indagata dalla psicoanalisi della terapia riparativa.
Non è certo stupefacente che un quadro di vita simile si incontri con “guaritori” invasati ed incompetenti, in un tripudio di concezione perfettamente americana.
Se la salvezza dipende dal tuo successo, e per converso qualsiasi segno di debolezza sociale è automaticamente interpretato come sintomo di peccato.
Se il tuo retroterra è quello dei predicatori televisivi, e di un padre che al mattino scorre le notizie su internet per trovare segni dell’Apocalisse imminente in ogni banale scossa di terremoto o inondazione, con fiducia degna del migliore accrocco millenarista. (Sì, l’Apocalisse verrà e ci saranno, anzi ci sono da un pezzo, dei segni, ma un pochetto più significativi della talpa nel nostro orticello, please).
Se sei in bilico e con ancora la possibilità, viva e pulsante, di interrogarti su te stesso, indagarti, scoprirti a fondo, ma ogni domanda viene strangolata sul nascere e ogni possibilità di crescita inibita perché abiti in un mondo fatto di treni che viaggiano su binari prestabiliti.
Embé: grazie al cazzo, e scusate il francese, che sei finito in un giro di criminali che di un tema delicato, l’omosessualità, e una scelta più che legittima ancorché avversata ma da gestire con la massima cura, la terapia riparativa, fanno un inferno a mezza strada tra la pretesa manageriale di cambiare qualsiasi aspetto della realtà con la sola volontà – che non è il libero arbitrio, la libertà morale, ma solo l’ennesima manifestazione di volontà di potenza tutta umana! -, e l’intransigenza settaria di rifondare gli uomini non a immagine e somiglianza di Dio, ma a propria immagine! E siccome non sono soddisfatta, ci metto ancora altri tre punti esclamativi!!!
La sfiga, proprio. Preciso che parliamo del 2004 – la storia è poi stata pubblicata nel 2016.
E in quel 2004 chi era tanto voga, e, Santa Madre, lo è ancor oggi?

Billy Graham e i suoi fratelli

Nella zuppa protestante, una buona dose è rappresentata dalla spiritualità evangelica. Che non mi provo nemmeno a descrivere: troppe diramazioni, troppe sigle, troppe chiese, troppo tutto. E non avendola mai non dico frequentata, ma neppure bazzicata, mi astengo da un’operazione improponibile, per la quale non sono ad acta. Tanto più che, giustamente, gli evangelici sono suscettibili in merito: quante volte i media chiamano “sacerdote” quello che è invece un pastore? La newsletter di Evangelici.net, che ogni tanto cito e cui sono fedele da un anno, li becca sempre sul fatto.
Ebbene, proprio attraverso questa newsletter ho imparato primariamente a familiarizzare con un nome di peso della fede evangelica americana: Billy Graham, che è stato sino alla sua morte, un paio d’anni fa, pastore e confidente di diversi presidenti repubblicani. Una settimana sì ed una no, fa la sua comparsata in un trafiletto dedicato a dichiarazioni pubbliche di fede e conversioni eccellenti (occhéi, esagero, ma comunque spesso e volentieri in America se ne parla).
Ancora più spesso viene citata la Hillsong Church, che pare convertire star musicali a spron battuto: ultime conquiste, Justin Bieber e Kanye West. Entrambi hanno prodotto il loro ultimo album ispirati dalla luce della Grazia (che, fuor di ironia, mi auguro abbiano ricevuto realmente: non sta a me stabilire se credano davvero, ma un tantinello di prudenza quando rivelazioni eclatanti incontrano lo star-system è d’uopo).
E insomma: chi mi ritrovo citato proprio come punto di riferimento della famiglia di Conley? Esatto: Billy Graham. Non depone troppo bene per Billy, ‘sta cosa.

Tirando le somme

Ribadisco: Conley, in questo memoir, dimostra d’avere un sacco d’idee, diverse fra loro, e tutte molto, molto confuse (ad eccezione di quando tratteggia lo “spirito” di alcune delle tante denominazioni con una sola, breve pennellata, cogliendone l’essenza: lì ho applaudito). Afferma di possedere una “razionalità ostinata”, e lo conferma in ciò che racconta: tuttavia, la impiega assai male.
E la matassa di stupidaggini (scusate, per me lo sono!) che riesce a disporre nella narrazione, a chi viene affidata? A un branco d’imbecilli scelti a caso (giuro), privi di titoli, ed altrettanto fuorviati, che trasformano la terapia riparativa in un magheggio da Scientology. Dov’è il mio fucile caricato a sale, dannazione?
[Voglio appunto fare una ricerchina, che dovrà necessariamente essere in lingua inglese, sui metodi di LIA. Il parallelo che ho fatto con Scientology non è casuale, purtroppo, le affinità sono evidenti].
Una scelta che non appare affatto  inevitabile, anche se per una serie di concatenazioni  d’eventi finisce per non stupire nessuno. Conley è rimasto in un programma breve, diciamo “esplorativo”, di Love in Action per due settimane, senza esservi stato spinto specificatamente (avrebbe avuto diversi modi per mettere ordine in se stesso e fronteggiare il dissenso, che pare non essersi mai tramutato in aperta ostilità, della famiglia) ma più a causa di una sua deriva personale. Della mancanza di iniziativa, soprattutto – spiace dirlo: non vuole essere un processo all’autore, che certo ha attraversato momenti difficili (fra i quali alcuni mesi di colloqui settimanali con uno psicologo affiliato, per valutare il suo inserimento), ma insomma: definirsi “un sopravvissuto” (risvolto di copertina), come se il suo grande travaglio fosse consistito nelle due settimane di cazzeggio nel gruppo LIA, è pretestuoso.
E’ l’insieme di piccoli e grandi strappi alla quotidianità consolidata che, spalmato nell’arco di circa un anno, va a creare una lacerazione importante in lui, tanto che al termine parla di trauma. Ed è un peccato che, pur con tanta dovizia di particolari, non abbia particolarmente approfondito le reazioni dei genitori – presenti, ma che suscitano l’ulteriore curiosità del lettore piuttosto che entrare nel merito.
Ecco, trovo che questa sia stata un po’ un’occasione sprecata di mostrare meglio un tipo di tessuto culturale e sociale che ti conduce a piccoli passi, e per piccole omissioni, al disastro. Opinione mia, rafforzata dal divario tra ciò che il battage pubblicitario ha spinto (LIA) e ciò che merita più attenzione (il contesto); ma tant’è. Penso dipenda anche da una certa ritrosia dell’autore, che si è esposto molto, ma in uno stile “velato”, sempre un passo indietro rispetto alle vicende: il che va benissimo, ma lascia spiazzati.

Per contro, il libro è ben scritto ed ha un buon ritmo, si lascia scorrere velocemente.
Nonostante l’argomento pesante, l’ho quasi divorato proprio perché è innanzitutto una storia di vita personalissima, in cui molti potranno riconoscersi a grandi linee ma che rimane anche difficilmente emblematica nella sua singolarità.
C’è una bella vena poetica in Conley, e considerato che questa è la sua opera prima, ci si può aspettare anche di meglio in futuro.
Ho adorato la manifattura dell’oggetto, molto morbido e maneggevole ma “pieno”, di un certo peso; e con colori e rifiniture da rivista – ho messo in lista un altro paio di libri dell’editore Black Coffee 😉
A questo punto mi interessa scoprire cosa han tratto da una storia simile per farne un film: per qualche ragione, ci vedo molto bene Russell Crowe nel ruolo del padre, mentre non sono del tutto convinta della Kidman… purché abbiano mantenuto un po’ del carattere giovanile del testo.



Nelle puntate precedenti:

> Omo .1: Brokeback Mountain, Ang Lee
> Omo .2: Il compleanno, Marco Filiberti
> Omo .3: Commentino su Guadagnino
> Omo .4: Nicolosi e contro Nicolosi
> Omo .5: L’identità ferita, Andrew Comiskey

Parliamo di donne

Luca, Stefano, Lorenzo.
Sono stati tre, fatto salvo che altri lo sarebbero potuti diventare in circostanze differenti, gli uomini che hanno significato di più per me, che sono stati importanti. E ovviamente, di cui sono stata innamorata, e pure a lungo.
E’ piuttosto facile individuarli, perché nessuno di coloro che son seguiti mi ha offerto altrettanto.
Mi sono però anche chiesta quali siano state invece le donne importanti, a livello romantico e non amicale, quali mi abbiano attratto per un periodo e con un’intensità non effimeri.
Tralasciandone due che, nello stesso arco di tempo, mi hanno interessata molto (ma più sul piano intellettuale che istintuale), ne posso contare altre due che hanno scavato un segno ben profondo in me – ma ad esse preferisco cambiare i nomi: saranno, qui, Eva e Dalida.

Eva la conosco sin da quando ero bambina (e lei era, invece, alle soglie dell’adolescenza).
Vivevamo nello stesso quartiere, seppure non troppo vicine, e naturalmente non frequentavamo gli stessi gruppi di conoscenze data la differente età, ma mi capitava abbastanza spesso d’incontrarla in giro.
Ho sempre saputo di interessarle. Non saprei dire di preciso in che modo, almeno non allora (più tardi, penso di non essermi sbagliata nel vederci anche un interesse erotico-sentimentale), ma era chiaro se non altro che in qualche maniera la affascinavo.
E, naturalmente, a maggior ragione lei (più grande, mezza slava, ambigua come una sirena e solo lievemente mascolina, non abbastanza da respingermi) affascinava me.
Crescendo l’ho persa di vista, l’ho incrociata raramente ma, ogni volta, conservando quelle antiche sensazioni.

Dalida, invece, mi ha coinvolta di più dal punto di vista fisico ma, al tempo stesso, la mia brevissima esperienza con lei è stata anche molto più razionalizzata da parte mia.
E’ uno di quei casi in cui posso dire che la mia attrazione era determinata (… è determinata) da qualità – bellezza, morbidezza, femminilità, risolutezza – per le quali vedevo, vedo in lei tratti della donna che vorrei essere e non sono, né mai sono stata.
Ovviamente ciò non significa che la idealizzassi: riconoscevo benissimo i suoi difetti, per esempio nel suo carattere spigoloso e diffidente, e certo non ho mai fantasticato di una persona inesistente a discapito della persona reale. Tuttavia, alla lunga nonostante la forza di attrazione sia scemata di ben poco, e solo per la lontananza, ho potuto cogliere distintamente questo sostrato problematico: quella che speravo di conquistare non era e non è una specifica donna come possibile partner, ma il concetto stesso di donna, una parte di me stessa che è centrale, fondamentale, ma non ho mai potuto adeguatamente fare mia.
Sic est.
Chiaro oppure no che mi fosse allora, la mera possibilità di non esserle indifferente, o peggio sgradita, mi esaltava: così, anche se il suo è stato un generoso tentativo che ha subito evidenziato la sua (buon per lei!) innegabile eterosessualità, l’avermi dato sufficiente credito chiedendosi se mai potesse nascere qualcosa di sensato da una situazione così improbabile – e l’avermi “concesso” un bacio – mi avevano garantito, per un momento, una stima di me stessa come potenziale compagna ed una sensazione di padronanza nelle relazioni per me rare.
Solo illusioni, ma ci sono state e se ci penso le posso rievocare intatte: fossi stata meno solitaria ed introversa, avessi avuto una “vita mondana” appena più estesa, ne avrei fatto probabilmente, in breve, una droga. Pur non essendo nel mio stile posso pertanto capire, a grandi linee, cosa prova un gay assetato di sesso (di riscontro, controprova del proprio valore, approvazione) quando esce per locali in “battuta di caccia”… e a buon intenditore, pochi puntini sulle i.



ce n’è voluto per scacciare i fantasmi.

spiriti di incertezza e inadeguatezza, di fallimento,
che avrei teoricamente debellato tempo fa.

ma se ne sono andati da soli poi…
passata l’affezione ai dybbuk, riecco le ninfe.
essere invasa è sempre un devastante privilegio.
con mano forte ed aggraziata la prima ninfa afferra e strazia i tuoi occhi: non riflettono alcuna luna di latte, non parlano, nè guardano soltanto me. così posso vedere uno scorcio di te, finalmente, senza sovrastrutture poetiche, la nuda carne e te.
la seconda ninfa, che nella notte si muove in me quasi contorcendomi e rievocando la scompostezza con cui ti ho baciata. torce il mio corpo, inquieta la mente, di nuovo e ancora e di nuovo, ma fino alla spossatezza che lascia saziati e dolcemente persi.
una terza ninfa, creatura solo riflessa nel vetro freddo del parabrezza, appoggia la sua mano e scappa, allontanando anche te. mi ancheggia davanti, nell’ombra e sulla strada,
in ritmo di blues.

scappa.
una bella serata che si allunga nel tempo, senza perdere sapore.
corro anch’io, nella notte, ma non inseguo nulla.
ti ho già qua.

[2006]

Omo .5: L’identità ferita, Andrew Comiskey

Comiskey è un pastore evangelico statunitense, fondatore di Desert Stream (presente anche in Italia dal 2004), dal quale si è originato Living Waters – si tratta di percorsi di accompagnamento pastorale e di sostegno ad ampio spettro, ma dedicati in particolare alle problematiche matrimoniali, sessuali e di genere.
Anche qui, come in Nicolosi, i pilastri sono due: primo, il trattamento (o l’ascolto) di problematiche che sono innanzitutto e soprattutto relazionali, non meramente sessuali. Secondo, il radicamento nella fede cristiana. La cui aria benefica si respira subito: se il titolo italiano riprende infatti correttamente il sottotitolo originale, il titolo inglese suona  tutt’altra musica, decisamente più spirituale che psicologica, così:

Strength in weakness

Il riferimento è alla Seconda Lettera ai Corinzi, 12,9: quando sono debole, è allora che sono forte. Se solo sapessimo quanto siamo amati, non sentiremmo il bisogno di difenderci coi denti e con le unghie ad ogni refolo di vento. Ma chi di noi capisce davvero, e non dà per scontato, l’amore di Dio quando sta bene e non sta attraversando una tempesta?


Parrebbe ovvio, ma non lo è, notare come Comiskey insista sul carattere imprescindibilmente comunitario della salvezza in Cristo. Non si tratta solo di un atto di umana umiltà – “Non ci si salva da soli”-, ma dell’essenza dell’azione divina che ci è rivelata: Dio stesso, in sé, è una comunità di tre Persone. E’ relazione, e ha creato l’uomo per portare questa capacità di relazione fuori di sé.
Sia chiaro però a chi s’immagina una conventicola di fondamentalisti invasati che si costringono l’un l’altro a confessare in pubblico le cose più intime e/o atroci, che questo modo distorto di fare comunità (lontanissimo dal rappresentare il Corpo di Cristo) è proprio di gruppi particolari, al limite o già oltre il limite dell’eresia, che nulla c’entrano con un gruppo di sostegno, o anche terapeutico, nell’area delle terapie riparative (l’autore qui li chiama “gruppi di guarigione”).
Fermo restando che in ambito protestante la “confessione”, ancorché non sempre pubblica né tantomeno obbligata, non è un sacramento e non è prettamente segreta come nel cattolicesimo: nell’appartenenza di Comiskey viene resa ad alcuni membri della comunità che svolgono servizio ministeriale, i presbiteri; e in alcuni altri casi m’è parso si possa identificare suppergiù con quel momento in cui, a posteriori, il penitente deve ricomporre la comunione tra fratelli che con il suo peccato aveva spezzato, per quanto possibile; ossia nell’atto di riparazione.
Che poi l’enorme capacità dell’uomo di distorcere ed inquinare le cose buone che gli passano per le mani abbia agito anche qui, permettendo che si creassero fondazioni dai sistemi coercitivi – come credo, per altro, sia il caso di Conley, autore di Boy erased -, compresi certi campi di rieducazione confessionali o laici che siano che per conto mio andrebbero messi fuori legge, lo do per certo senza nemmeno pormi il dubbio. Sarebbe troppo bello e facile se così non fosse. Una distorsione rimane tuttavia una distorsione, non una regola, dunque non mette in crisi la bontà della psicologia e della teologia che informano il settore.
Non è mai ridondante specificarlo, stante che come ci ricorda Giancarlo Ricci, psicanalista, citando l’autore nella sua prefazione;

[…] ci troviamo ad affrontare un nuovo pregiudizio: il pregiudizio secondo cui chiunque sfida [l’idea della] bontà intrinseca dell’omosessualità è omofobo e razzista.

L’altro perno attorno al quale Comiskey fa ruotare tutto il suo discorso ed il suo intervento, oltre alla comunità, è il concetto di vergogna. Un concetto ampio, stratificato, che nell’imbarazzo sociale vede solo la superficie di un problema psichico comune all’umanità tutta, che al tempo stesso è un problema spirituale nato col peccato originale, dunque ineliminabile in questa vita – ma affrontabile ed, anzi, foriero di guarigione, appunto: di fronte alla vergogna l’unica soluzione (per tutti: chi ne è vittima e chi la infligge) è affidarsi ed affidarla alla Croce.

“Jürgen Moltmann scrive: “Conoscere Dio nella croce di Cristo è una forma di conoscenza […] che infrange tutto ciò a cui un uomo può essere attaccato e su cui può costruire, tanto le sue opere quanto la sua conoscenza della realtà, e proprio nel fare questo lo libera”. [da Il Dio crocifisso]
Talvolta abbiamo bisogno di essere risvegliati da eventi disastrosi che ci mettono in condizione di arrenderci a Cristo. Se non dovessimo far fronte a dure realtà, noi potremmo rimanere sempre in un’oscurità beata. Certo, possiamo sempre scegliere di non guardar le cose in faccia”. 

Comiskey si premura di mettere in guardia le comunità dall’incentivare, nel nostro prossimo e specialmente negli altri credenti, quegli “io belli e falsi” che spesso chi ha un ferita profonda e coltiva un senso di inferiorità tende a costruirsi.

“Riferendosi a questo genere di persone, Stephen Pattinson dice: “Nella loro preoccupazione per il riconoscimento e l’approvazione estrinseca, esse possono essere ‘preoccupate di mostrare agli altri, a se stessi e a Dio, che sono brave, gentili, attente, persone che la loro religione celebra’.
La chiesa spesso trae vantaggio dall’obbedienza degli io belli e falsi. Essi sono utili e non pongono problemi. […] La persona cerca [così] di conservare una base di sicurezza mediante l’acquiescenza e la conformità, mentre si dibatte nella propria sfera sessuale e relazionale”.

Lasciatemi inserire una punta di acidità in questo quadro: lasciando da parte i gruppi di guarigione (che dovrebbero essere la costola di un’attività terapeutica individuale, non sostituirla), dov’è in tutto questo la Chiesa Cattolica? Dovrebbe esistere, a fianco ed a monte di questo, una specifica pastorale che in quanto tale non sia la mera ripetizione della dottrina, ma offra un sostegno spirituale e sociale adeguato. A maggior ragione considerata la rilevanza e l’attualità della questione.
Ma noi non ci siamo (mi auguro che arrivi qualcuno a smentirmi…).
Chiarissimi nella dottrina, non offriamo alcun percorso di crescita e condivisione che resti nel suo alveo, e lasciamo il campo libero ad associazioni gay cristiane che non vedono un dissidio tra fede ed omosessualità vissuta – le quali, se hanno senso per una parte del protestantesimo, non ce l’hanno in seno al cattolicesimo.

Concludendo, cito ancora: “La […] vergogna può essere superata solo grazie alla forza di un amore più grande. Tale amore dev’essere più forte della potente impronta del rifiuto e del disprezzo umani. L’unico amore che risana è l’amore di Gesù Cristo”.

Un percorso di guarigione, che sia dalla pulsione omosessuale o da un altro tipo di esito di ferite relazionali profonde (molto interessante da questo punto di vista il discorso sviluppato a proposito di misoginia e misandria), ha come condizione necessaria e sufficiente il proposito di recuperare il disegno di Dio sulle sue creature, e di aderirvi in misura progressivamente più piena.

“Gesù deve diventare il nostro specchio quando ci chiediamo: ‘Chi sono io?’. Lui solo ha il potere di definire la nostra identità primaria. Purtroppo, anche se cristiani, noi continuiamo a fissare disordinatamente, nell’immagine riflessa del mondo, i nostri sentimenti e le nostre esperienze passate.
C.S. Lewis scrive: “Il vostro Io autentico, nuovo (che è di Cristo) non si manifesterà finché voi non lo cercate. Arriverà quando cercate Lui”. [da Il cristianesimo così com’è]

Due parole sulla terapia riparativa.

What?

Tra le altre cose, sono una sostenitrice della terapia riparativa dell’omosessualità.
Sì, quella che si propone di convertire l’impulso sessuale, l’attrazione affettiva omo- in etero-. Sì, quella del famigerato Joseph Nicolosi (il quale, comunque, non l’ha inventata dal nulla).
Ancora non ho letto nulla di suo – dovrebbero arrivarmi a giorni i primi due manuali, insieme ad un testo di parte avversa – e mi è chiaro che si tratta di un mondo più vasto di quanto le solite tre info in croce lascino indovinare; tuttavia ne condivido la sostanza: la possibilità di risanare, o almeno individuare e contenere, una stortura creatasi nello sviluppo identitario e sessuale della persona – la causa non biologica della tendenza omosessuale.

Dico “la causa non biologica della tendenza omosessuale” perché ritengo che, a fianco di una componente biologica (che già va oltre la genetica), la componente psico-ambientale non solo esista (e non è affatto scontato affermarlo), non solo giochi un ruolo più rilevante di quello che comunemente le si attribuisce, ma anche sia in molti casi – il mio è un “molti” empirico, ma tant’è – il fattore prevalente e preminente che determina tale condizione.
Per dare un’idea più specifica di cosa si sta parlando, riporto due paragrafi da Wikipedia:

La definizione riparativa nacque nel 1983 quando la psicologa ricercatrice britannica Elizabeth Moberly coniò il termine spinta riparativa per riferirsi alla stessa omosessualità maschile, interpretando il desiderio sessuale di un uomo per altri uomini come il tentativo di compensare un mancato rapporto tra padre e figlio durante l’infanzia[55][56].
[…]
In un libro del 1991 Joseph Nicolosi sosteneva che[59]:
«[o]gnuno di noi, sia uomo che donna, è guidato dal potere dell’amore romantico. Tali infatuazioni traggono il loro potere dalla spinta inconscia a diventare un essere umano completo. Negli eterosessuali, è la spinta a riunire i poli maschio-femmina attraverso il desiderio per l’altro. Ma negli omosessuali, è il tentativo di riempire un vuoto nella completezza del sesso originale dell’individuo».

Come detto, questa visione psico-ambientale (ma ormai potremmo aggiungerne anche una psico-sociale) non copre e non esaurisce tutte le cause dell’omosessualità – non è del resto mia responsabilità né intenzione render conto di ogni aspetto della cosa: non parlo a vanvera, ma parlo comunque per me stessa, non sono una portavoce né della Chiesa né di Arcigay o affini.
Ma se la si accetta – purtroppo le polemiche sulla presunta non scientificità della terapia divampano, e sono a loro volta tutt’altro che oneste… – si apre uno scenario ben più complesso dell’usuale, e per di più viene a cadere il mito del carattere immutabile dell’orientamento omosessuale: può essere certamente “stabile”, stabilizzato, ma non integralmente innato, univoco, immutabile appunto come nel consueto paragone che si usa fare con il colore degli occhi o dei capelli.
Lo sviluppo sessuale somiglia, piuttosto, ad un’abilità corporea (che so: lanciare una palla centrando un canestro) che parte da un livello standard, ma può implementarsi in misura maggiore o minore, e più o meno armoniosamente, secondo i casi – laddove, nell’ottica riparativa e in ultima istanza cattolica, l’eterosessualità rappresenta l’estremo armonico di una scala, e (la riaffermazione del)l’omosessualità (come variante naturale) l’estremo opposto: un disordine.

How?

Come mi sono avvicinata al discorso sulla terapia riparativa – questa semisconosciuta?
Innanzitutto leggendone e parlandone nei blog e sui siti d’informazione cattolici, anche prima di diventarlo io stessa e dunque familiarizzando con la faccenda quando ero su posizioni contrarie.
Ne ho poi sentito discutere – non solo per accenni o con sarcasmo – sempre in ambito cattolico, ma “dal vivo” e di persona con alcuni singoli: solo per fare un esempio, con le Sentinelle in Piedi (di cui faccio parte, pur non partecipando da un pezzo a nessuna veglia per varie ed eventuali) e durante le serate di Gianfranco Amato e Povia. (Situazioni, queste due, che mi hanno insegnato parecchio non solo su determinati contenuti, ma soprattutto sulla nostra società. Oh sì. Ma ora sto parlando d’altro).
Al di là dell’avvenuta conversione e del riposizionamento su punti di vista più affini alla dottrina della Chiesa – che da sé non sarebbero ancora sufficienti -, ciò che mi ha portata ad “approvare” i postulati della terapia riparativa è semplicemente questo: che mi ci riconosco. Così come mi sono riconosciuta in parti significative del racconto e dell’analisi che della propria storia ha fatto Luca di Tolve, nel libro Ero gay.
(Cos’è ‘sto scalpiccìo? Ah, gente che scappa…).
E questo è quanto, per una panoramica.

Omo .2: Il compleanno, Marco Filiberti

L’ho pescato da non so più quale elenco trovato in giro, perché ne avevo letto un commento positivo: mi sono fidata, ma non mi aspettavo nulla più di un filmetto carino. E lo ammetto, in questo gioca anche un filo di pregiudizio cinematografico anti-italiano – quando si punta molto in alto, il tonfo è più pesante.
Invece già ad un terzo di pellicola (si fa per dire) mi son trovata conquistata, ad un certo punto ho addirittura sussurrato capolavoro. Lo sussurro anche adesso, perché non ho il fisique du role della spettatrice sicura di sé e dalle idee sempre chiare; comunque a distanza di giorni il mio giudizio ancora non è cambiato – ed anzi non mi dispiacerà rivederlo, anche a breve, con qualcuno.
Persino la produzione, ho controllato, non è condivisa con gli USA nonostante si faccia uso abbondante di personaggi e riferimenti americani. La ZenZero Productions s.r.l. è italiana, ad ogni modo nella pagina dedicata sul sito del regista (Marco Filiberti) i crediti vanno ad Italia e Francia.

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E’ stata in particolare la presenza di Gassmann a farmi aggrottare la fronte: niente contro di lui, ma dopo l’orrenda esperienza de Il nome del figlio della Archibugi mi ha lasciato un riflesso condizionato, e mo’ lo associo all’idea di remake-ciofeca. Me spiasce, Ale, ma pure tu lo dovevi sapere che era ‘na cazzata rifare alla maccheroni Le prenom (Cena tra amici). Eddai, su.
Ad essere onesti, svolge bene il proprio ruolo, che però purtroppo per lui (gli ho visto far ben di meglio) è quello eterno di adolescente cazzaro troppo cresciuto per comportarsi da adolescente cazzaro. Più o meno.
Per il resto, c’è da godersi le brave Michela Cescon e Maria de Medeiros (disgraziatamente, dall’espressione intensa ma unica: quella malinconica e vittimale), un Thiago Alves sicuramente adeguato (ma soprattutto bono, diciamolo, e ben gestito da Filiberti), e soprattutto quel Massimo Poggio che io ho conosciuto attraverso la seconda stagione di Che Dio ci aiuti!, e che qui spacca tutto. Ma tutto tutto.

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La vicenda ruota attorno a due coppie: quella di Diego (Gassmann) e Shary (Cescon), che stanno insieme sì, ma in maniera alquanto allentata e spesso fisicamente distante (questo vale anche per David, loro figlio, residente in America); e quella formata da Matteo (Poggio) e Francesca (de Medeiros), con una figlia piccola, solida e fin troppo placida.
A smuovere le calme acque della vacanza al mare dei quattro amici arriveranno in visita prima di tutto Leonard (Christo Jivkov), fratello di Shary, solitario e sempre pronto a ripartire, con un segreto nascosto dietro la perenne aria di rimpianto di un amore che non c’è più; e poi – vero fulcro degli eventi – David (Thyago Alves), figlio di Shary e Diego e dunque nipote di Leonard.
David a sua volta solitario, vagamente indolente, in quanto modello accerchiato da stuoli di ragazze acerbe più di lui che lo venerano. Ma, anche, David che cerca una libertà a cui non sa quale forma dare, che vorrebbe scrollarsi di dosso una cappa di omertà, di oppressione: una cappa che non grava sul segreto, quasi di Pulcinella, della sua omosessualità ma piuttosto su – io credo – un episodio che lo lega allo zio Leonard in un modo nemmeno immaginabile all’inizio.

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Ma forse pare inimmaginabile solo a me che non conosco affatto la storia di Tristano e Isotta (mentre Filiberti è anche cantante lirico): l’incipit del film ritrae infatti le due coppie succitate insieme alla rappresentazione dell’opera a teatro, in una sorta di ironica natura viva che parrebbe ancora emergere dal fondale di una normalissima commedia all’italiana.
E’ solo in seguito che i toni si fanno più critici, drammatici, carichi di non detti, e scopriamo che avremmo dovuto essere più cauti ed attenti, prendere quelle note tragiche di sfondo ai dialoghi dei quattro amici per quel che erano veramente: un avvertimento.
L’attrazione tra Matteo e David, infatti – reciproca ma sicuramente, da parte dell’adulto, più subìta e sofferta nel tentativo di arginare lo sconvolgimento passionale, che sottilmente agìta e disinibita come nel caso del ragazzo – porterà ad una conseguenza dolorosa e, peggio, lascerà aleggiare nell’explicit un’aria di predestinazione, di ineluttabilità, di lutto irrevocabile chiamato a gran voce dall’eros.
Da una banale sbirciatina a David che si fa la doccia, giochi di sguardi, un giro in vespa insieme durante il quale Matteo reclina la testa sulla schiena dell’altro e stringe le gambe attorno alle sue nel primo segnale limpido di interessamento… passando per la scena della masturbazione di David sulle note di Maledetta primavera, che in qualunque altro contesto suonerebbe (aha) improbabile e grottesca e risulta qui invece, semplicemente, splendida. Carica di tensione erotica ma anche di candore estetico. Fino alla conclusione agognata e disperata insieme.

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Espongo dunque la mia piccola teoria, avvertendo chi voglia vedere il film che farò un grosso spoiler.

— spoiler —

Matteo si strappa dai propri sussulti (morali?), cede agli impulsi e scopre di non essersi illuso: Davide lo stava aspettando. Mentre però, al termine di tanti inseguimenti, consumano la passione vengono trovati insieme da Francesca, che vedendo il marito cavalcare un uomo e capendo tutto d’un colpo la ragione della sua recente ombrosità scappa, in preda allo sconvolgimento.
Matteo sta ancora scendendo le scale di corsa quando sente il rumore di una brusca frenata ed un botto. Anche Davide lo sente, e nonostante Matteo gli avesse coperto gli occhi alla comparsa della moglie sulla porta, pochi istanti dopo capisce. E allo spettatore è subito evidente che in lui non c’è imbarazzo, né c’è dispiacere per l’essere stato còlto in flagrante a fare di un uomo sposato il suo amante; c’è piuttosto una consapevolezza tragica, di nuovo, come di una Cassandra che non porta sventura ma può solo calcare la scena recitando la propria parte pur conoscendo già i nefasti esiti del copione.
In altre parole, secondo me al momento dell’incidente di Francesca Davide piange perché si porta inscritto dentro un destino negativo che s’è compiuto ancora una volta: perché questa non è che la ripetizione di un fatto precedente, quello per cui suo zio Leonard ora si tormenta. La donna che Leonard rimpiange, io credo, l’aveva a sua volta trovato insieme a David, e il dubbio che Shary insinua sulla sua morte (alludendo all’idea che non si sia trattato realmente di un suicidio) si spiegherebbe con un incidente, d’auto o d’altro genere, fatale ma non voluto, non cercato, in cui la donna sarebbe incappata mentre s’allontanava angosciata dalla propria scoperta.
Come atti e personaggi di una tragedia greca, appunto; nella quale David ha il ruolo di  una Circe.
Ma non c’è modo di sciogliere la malìa, né per Leonard né per Matteo, che del resto qualunque mossa facciano in futuro ne hanno già avuto la vita segnata.

— fine spoiler —

thyago alves

A conclusione di questo lungo racconto, non posso che dirmi nuovamente entusiasta per la resa della sceneggiatura, interamente opera del regista, e per quella attoriale (la quale include anche una particina per Piera degli Esposti).
Leggo che all’uscita (2010) fu distribuito in sole 14 sale italiane.
Lo consiglio vivamente, e quanto a me lo metto in lista per una futura (re)visione.
Trovate qui un’intervista a Filiberti.

Omo .1: Brokeback Mountain, Ang Lee

Doverosa premessa

Inizio la nuova serie tematica su omosessualità (e dintorni), così come avevo annunciato parlando delle mie “voglie” autunnali.
Non c’è una motivazione o uno scopo particolare, semplicemente questi argomenti mi interessano – e mi riguardano – più di altri.
Ma siccome son questioni “calde”, molto complesse e persino problematiche – cosa che non posso certo dire del minimalismo, o del mare d’inverno, o delle supertutine al cinema – è cosa buona e giusta essere chiari anzi cristallini.

E’ inevitabile che ognuno abbia la propria, personalissima e sempre legittima reazione a ciò che legge. E’ altrettanto inevitabile che emergano opinioni differenti e contrastanti, rispetto a quanto scriverò e anche tra voi lettori.
Io giuro solennemente (ragni serpenti scorpioni e zanzare, se dico il falso ch’io possa crepare) che farò del mio meglio per tenere questo spazio in ordine (avere dei lettori meravigliosi come voi aiuta), e perché non venga sparso sangue.
Voglio che chiunque si senta libero di scrivere quello che pensa, e spero che tutti sappiano distinguere una posizione sgradita da una offensiva (anche di questo si parlerà senz’altro…).
Detto questo, non sono un giudice di pace ed ho anch’io delle convinzioni, prendo posizione, faccio delle scelte. Anche nette. So che molte di queste sono fortemente invise. Penso di essere corretta, e di non fare del male a nessuno, ma so che pur con tutta l’attenzione e le buone intenzioni del mondo si può ferire lo stesso: se accade, parlatemene – metto la mail nella barra laterale. Per favore. Possiamo metterci un bel vaffanculo sopra e passare oltre.
Non è un obbligo uniformarsi e nemmeno, se è per questo, affrontare un discorso a tutti i costi: io le cose che mi infastidiscono, spesso, le scanso (scansare 8 volte su 10 is mei che sopportare e combattere: l’eroe civile lo faccia qualcun altro). Ma alle persone ci tengo, le persone sono preziose.
Mi riterrò soddisfatta se potrò s-contentare tutti contemporaneamente (in questo sono molto brava!) senza tuttavia perdere nessuno per strada.

Ricordavo che m’era piaciuto, ma non come finisse (tranquilli, niente spoiler) e quanto spaccacuore fosse – se siete facili alle lacrime evitate per lo meno di vedervelo da soli. Io dovrei ascoltare di più il mio radar “rileva patimenti”, e invece eccomi qua 😞
Ricordo anche di averlo visto, già in dvd, a casa con i miei – c’era ancora mio padre, ma… uhm, credo sia stato tra il 2008 ed il 2011. Chissà se, oltre a dirci d’averlo apprezzato, ci siamo anche detti di più. Troppe cose finisco per obliare…

… però non dimentico, papà, il discorso che facemmo davanti al lago d’Iseo un certo giorno: e pure tu devi averci pensato. Avrei dovuto approfondire, ma in prima battuta non avevo ipotizzato che il ragazzo di cui mi raccontasti, e per il quale ti sentivi in colpa, potesse considerarti più che un conoscente.
Fra le altre cose, quanta nostaglia abbiamo condiviso: anche per persone mai vissute da entrambi, che avrebbero potuto al contempo farci da cassa di risonanza e ampliare la nostra possibilità di dare amore. 
In Brokeback c’è un Ledger dolente, paesaggi dolorosamente perfetti, e accidenti, c’è addirittura lui che intaglia un cavallo nel legno. Certo, che l’avevi apprezzato.

Ang Lee ha girato cose piuttosto diverse fra loro. Non mi stupisce perciò che compaiano un paio di metafore in un film che, fortunatamente, per il resto di simbolico non ha nulla.
Una è quel cappello tenuto da Ennis a mo’ di “copri-gioie”, che abbassa mentre entra per la seconda volta nella tenda con Jack. Così come comincia ad abbassare le proprie difese – anche se per tutta la prima parte la reazione violenta a ciò che spaventa e preoccupa tornerà a fare capolino, insieme alla negazione:
“Ciò che è successo nasce e finisce qui. Io non sono così”.
“Nemmeno io”.
L’altra è quella pecora trovata sbranata da Ennis dopo aver disertato la sorveglianza notturna per la prima volta. La violazione porta con sé, di default, una punizione; questo è il pensiero del guardiano che gli impedirà di fare l’ultimo passo, e questa è (stata) del resto la realtà. Che si tratti di perdere la rispettabilità sociale, l’affetto della famiglia di origine, o la vita.

A pensarci una storia così ha del miracolo, ma lo scrivo senza alcuna ironia, perché non ha un sapore falso (e non lo ha perché, semplicemente, accade).
Davvero: quante probabilità esistono di incontrarsi e innamorarsi abbastanza da non lasciarsi più andare per la vita?
E quante di riconoscersi – “quelli come me e come te” – dal solo sguardo, in un contesto privo delle decine di segnavia com’è il nostro oggi? E’ un aspetto molto ben mostrato, secondo me, questo del doversi muovere a tentoni, dover improvvisare, incrociando le dita e sperando che le cose non si mettano male perché hai scoperto il fianco con la persona sbagliata.

In definitiva, stiamo parlando di un filmone – non per il soggetto o per il romanticismo, ma perché lavora sottotraccia, nasconde il dramma dietro all’assenza di disastri plateali, e riesce ad essere insieme intenso ma discreto, come la punteggiatura musicale.
Un film da proteggere, anche, dalla superficialità imperante – ringrazio Heath per questo e che lo sappia, mi si stringono le viscere per la commozione.
Eppure…
Non sapevo che, quando la Rai lo mandò in onda la prima volta (il fim è uscito in sala nel 2005), fu in seconda serata e per di più… censurato (in tutto: primo bacio, prima volta, persino il favoloso e appassionato bacio sotto casa dopo gli anni di silenzio, che ha vinto un premio e ci sogniamo ancora tutti con le stelline negli occhi). Lo spiega, meglio di altri, Giovanni di Rosa nel suo recente post. In questo momento io detto e il mio segretario digita, perché a me son cascate le braccia con un tonfo sordo.
Che dire se non:

freud