Omo .7: I love you, Phillip Morris; Ficarra & Requa

Un rom-com-drama, un’altalena fra generi e sentimenti ben congegnata, “solare, leggero” solo finché non ti tira cannonate dritte allo stomaco in ripetuti plot-twist.
Interessanti le interviste, soprattutto quella alla coppia di registi che già apprezzavo, ed ora ancor di più (osservate come interagiscono, è stuzzicante). Parliamo per altro dell’opera prima – vi metto il titolo originale, cosa che di norma non faccio, perché la traduzione italiana lascia a desiderare: ne prevede due differenti che rimandano sì ai due aspetti fulcro del film, ma facilmente potrebbero generare confusione (Colpo di fulmine, Il mago della truffa).

Il suddetto “mago della truffa” è Steve Russell (Carrey), che a seguito di un incidente d’auto sceglie di buttare a mare il suo lungo impegno per costruirsi l’immagine di figlio perfetto, serio lavoratore, ammogliato con figlia e pilastro della sua chiesa (questione interessante, ma qui marginale e solo funzionale alla trama) per dedicarsi alle sue vere passioni: uomini e bella vita. Se la prima gli viene naturale, la seconda richiede qualche accorgimento in più, e l’accorgimento si chiama appunto truffa.
Steve va avanti finché non perde il proprio compagno e non viene arrestato… la prima volta. In carcere conosce Phillip (McGregor) (pensavo fosse un gioco di parole degli sceneggiatori, invece no: vorrei tanto conoscere i suoi genitori…), tipo tranquillo, piuttosto timido, dentro per un reato minore. In una successione in crescendo di inganni, dentro e fuori dalle celle, Steve metterà la sua propensione incoercibile alla menzogna al servizio di Phillip. Per non spoilerare, mi limito a dire che non sempre riuscirà a “proteggerlo” com’è nelle sue intenzioni, ma riuscirà sicuramente a dimostrargli che lo ama. Anzi, non riesco proprio a immaginare modo più orrendo ma granitico e definitivo per dimostrarlo alla propria anima gemella…! O_o 😅


Perfetto per:
i romantici che non vogliono ammettere di essere tali.
Avranno una scusa per commuoversi
e al tempo stesso potranno fare sfoggio di cinismo.
//
Chi gradisce un Prova a prendermi più pazzerello.


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As usual, non ricordo come ci sono arrivata… è stato molto di recente, comunque. Una delle consuete associazioni di idee – incastri di letture bloggose mi ci ha portato, e volevo provare una cosa diversa: una commedia (ma è molto di più), una storia vera (ne esiste anche il libro, non scritto dai protagonisti), un Jim Carrey (che manda avanti il carrozzone – letteralmente -, con Ewan McGregor a sostenerlo in tutti i sensi possibili).
Jim Carrey oltretutto ho deciso di recuperarlo, almeno in buona parte, prima che muoia, perché postumo son capaci tutti a schiodare le chiappe dalle abitudini sull’onda dell’emotività e dell’attualità. L’ho deciso perché dai tempi di The Mask purtroppo l’ho sempre detestato – anzi no: ho detestato i suoi personaggi, lui mi starebbe pure simpatico -, e questo imprinting finisce per inchiostrare anche ciò che vale.

Mi ha dato da pensare una dichiarazione di McGregor nell’intervista: dice che è stato difficile trovare produttori che si fidassero ad investire denaro nel progetto. Al che gli viene chiesto (sa tanto di domanda “su richiesta”, ma di chi?), se ciò sia dipeso dall’argomento “amore omosessuale”, e lui ci tiene a precisare che nooo, l’argomento non c’entra (e in effetti: perché dovrebbe? Ma forse sono io che non colgo), c’entrava invece la crisi finanziaria nata l’anno precedente.
Boh: strano scambio. Il film è ambientato negli anni ’90, ma è stato poi presentato al Sundance nel 2009, mi riesce difficile trovare una reale difficoltà tanto sul tema quanto sui fondi – avrei capito meglio se si fosse detto: “il materiale tra cui scegliere è sempre moltissimo, dovendo andare a botta sicura i più han preferito altro”. Non che ci debba essere chissà quale intrigo dietro, ma la netta sensazione è che, se qualche reale difficoltà c’è stata, possa rappresentare una storia curiosa. Solo un topo d’archivio come Lucius saprebbe dissotterrarla (occhiolino occhiolino) 😉
Ad ogni modo, a garantire la produzione del film è poi stato Luc Besson.


Nelle puntate precedenti:
> Omo .1: Brokeback Mountain, Ang Lee
> Omo .2: Il compleanno, Marco Filiberti
> Omo 3.: Commentino su Guadagnino
> Omo .4: Nicolosi e vs. Nicolosi
> Omo .5: L’identità ferita, Andrew Comiskey
> Omo .6: Boy erased, Garrard Conley

Omo .6: Boy erased, Garrard Conley

La narrazione è fluida, non ho trovato quel continuo impaccio e quell’incertezza data dall’alternare due periodi temporali diversi di cui alcuni hanno parlato.
Ma inizio a scriverne ad appena quota cento pagine, per non perdere lo slancio, e dunque la cosa potrebbe cambiare più avanti.

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Do it the American way

Sempre dall’alba delle cento pagine, mi sento di mettere in chiaro una cosa: è fin troppo facile condannare il programma di Love in Action, di rieducazione forzata, nel quale l’autore s’è inserito. Per sua scelta, ma una scelta condizionata da quell’ambiente estremista, quando non fanatico, della Bible Belt: una mescola di polvere da sparo protestante, che va dai carismatici alle varie forme di battismo (Conley è nato in una famiglia affiliata al battismo missionario) passando per il congregazionalismo e gli episcopali.
Una chiesa di maniaci, nel senso clinico del termine; una fede superficiale per abitudine indotta; una famiglia disfunzionale con una struttura che, manco a farlo apposta, potrebbe (sottolineo il condizionale) ben adattarsi a quella indagata dalla psicoanalisi della terapia riparativa.
Non è certo stupefacente che un quadro di vita simile si incontri con “guaritori” invasati ed incompetenti, in un tripudio di concezione perfettamente americana.
Se la salvezza dipende dal tuo successo, e per converso qualsiasi segno di debolezza sociale è automaticamente interpretato come sintomo di peccato.
Se il tuo retroterra è quello dei predicatori televisivi, e di un padre che al mattino scorre le notizie su internet per trovare segni dell’Apocalisse imminente in ogni banale scossa di terremoto o inondazione, con fiducia degna del migliore accrocco millenarista. (Sì, l’Apocalisse verrà e ci saranno, anzi ci sono da un pezzo, dei segni, ma un pochetto più significativi della talpa nel nostro orticello, please).
Se sei in bilico e con ancora la possibilità, viva e pulsante, di interrogarti su te stesso, indagarti, scoprirti a fondo, ma ogni domanda viene strangolata sul nascere e ogni possibilità di crescita inibita perché abiti in un mondo fatto di treni che viaggiano su binari prestabiliti.
Embé: grazie al cazzo, e scusate il francese, che sei finito in un giro di criminali che di un tema delicato, l’omosessualità, e una scelta più che legittima ancorché avversata ma da gestire con la massima cura, la terapia riparativa, fanno un inferno a mezza strada tra la pretesa manageriale di cambiare qualsiasi aspetto della realtà con la sola volontà – che non è il libero arbitrio, la libertà morale, ma solo l’ennesima manifestazione di volontà di potenza tutta umana! -, e l’intransigenza settaria di rifondare gli uomini non a immagine e somiglianza di Dio, ma a propria immagine! E siccome non sono soddisfatta, ci metto ancora altri tre punti esclamativi!!!
La sfiga, proprio. Preciso che parliamo del 2004 – la storia è poi stata pubblicata nel 2016.
E in quel 2004 chi era tanto voga, e, Santa Madre, lo è ancor oggi?

Billy Graham e i suoi fratelli

Nella zuppa protestante, una buona dose è rappresentata dalla spiritualità evangelica. Che non mi provo nemmeno a descrivere: troppe diramazioni, troppe sigle, troppe chiese, troppo tutto. E non avendola mai non dico frequentata, ma neppure bazzicata, mi astengo da un’operazione improponibile, per la quale non sono ad acta. Tanto più che, giustamente, gli evangelici sono suscettibili in merito: quante volte i media chiamano “sacerdote” quello che è invece un pastore? La newsletter di Evangelici.net, che ogni tanto cito e cui sono fedele da un anno, li becca sempre sul fatto.
Ebbene, proprio attraverso questa newsletter ho imparato primariamente a familiarizzare con un nome di peso della fede evangelica americana: Billy Graham, che è stato sino alla sua morte, un paio d’anni fa, pastore e confidente di diversi presidenti repubblicani. Una settimana sì ed una no, fa la sua comparsata in un trafiletto dedicato a dichiarazioni pubbliche di fede e conversioni eccellenti (occhéi, esagero, ma comunque spesso e volentieri in America se ne parla).
Ancora più spesso viene citata la Hillsong Church, che pare convertire star musicali a spron battuto: ultime conquiste, Justin Bieber e Kanye West. Entrambi hanno prodotto il loro ultimo album ispirati dalla luce della Grazia (che, fuor di ironia, mi auguro abbiano ricevuto realmente: non sta a me stabilire se credano davvero, ma un tantinello di prudenza quando rivelazioni eclatanti incontrano lo star-system è d’uopo).
E insomma: chi mi ritrovo citato proprio come punto di riferimento della famiglia di Conley? Esatto: Billy Graham. Non depone troppo bene per Billy, ‘sta cosa.

Tirando le somme

Ribadisco: Conley, in questo memoir, dimostra d’avere un sacco d’idee, diverse fra loro, e tutte molto, molto confuse (ad eccezione di quando tratteggia lo “spirito” di alcune delle tante denominazioni con una sola, breve pennellata, cogliendone l’essenza: lì ho applaudito). Afferma di possedere una “razionalità ostinata”, e lo conferma in ciò che racconta: tuttavia, la impiega assai male.
E la matassa di stupidaggini (scusate, per me lo sono!) che riesce a disporre nella narrazione, a chi viene affidata? A un branco d’imbecilli scelti a caso (giuro), privi di titoli, ed altrettanto fuorviati, che trasformano la terapia riparativa in un magheggio da Scientology. Dov’è il mio fucile caricato a sale, dannazione?
[Voglio appunto fare una ricerchina, che dovrà necessariamente essere in lingua inglese, sui metodi di LIA. Il parallelo che ho fatto con Scientology non è casuale, purtroppo, le affinità sono evidenti].
Una scelta che non appare affatto  inevitabile, anche se per una serie di concatenazioni  d’eventi finisce per non stupire nessuno. Conley è rimasto in un programma breve, diciamo “esplorativo”, di Love in Action per due settimane, senza esservi stato spinto specificatamente (avrebbe avuto diversi modi per mettere ordine in se stesso e fronteggiare il dissenso, che pare non essersi mai tramutato in aperta ostilità, della famiglia) ma più a causa di una sua deriva personale. Della mancanza di iniziativa, soprattutto – spiace dirlo: non vuole essere un processo all’autore, che certo ha attraversato momenti difficili (fra i quali alcuni mesi di colloqui settimanali con uno psicologo affiliato, per valutare il suo inserimento), ma insomma: definirsi “un sopravvissuto” (risvolto di copertina), come se il suo grande travaglio fosse consistito nelle due settimane di cazzeggio nel gruppo LIA, è pretestuoso.
E’ l’insieme di piccoli e grandi strappi alla quotidianità consolidata che, spalmato nell’arco di circa un anno, va a creare una lacerazione importante in lui, tanto che al termine parla di trauma. Ed è un peccato che, pur con tanta dovizia di particolari, non abbia particolarmente approfondito le reazioni dei genitori – presenti, ma che suscitano l’ulteriore curiosità del lettore piuttosto che entrare nel merito.
Ecco, trovo che questa sia stata un po’ un’occasione sprecata di mostrare meglio un tipo di tessuto culturale e sociale che ti conduce a piccoli passi, e per piccole omissioni, al disastro. Opinione mia, rafforzata dal divario tra ciò che il battage pubblicitario ha spinto (LIA) e ciò che merita più attenzione (il contesto); ma tant’è. Penso dipenda anche da una certa ritrosia dell’autore, che si è esposto molto, ma in uno stile “velato”, sempre un passo indietro rispetto alle vicende: il che va benissimo, ma lascia spiazzati.

Per contro, il libro è ben scritto ed ha un buon ritmo, si lascia scorrere velocemente.
Nonostante l’argomento pesante, l’ho quasi divorato proprio perché è innanzitutto una storia di vita personalissima, in cui molti potranno riconoscersi a grandi linee ma che rimane anche difficilmente emblematica nella sua singolarità.
C’è una bella vena poetica in Conley, e considerato che questa è la sua opera prima, ci si può aspettare anche di meglio in futuro.
Ho adorato la manifattura dell’oggetto, molto morbido e maneggevole ma “pieno”, di un certo peso; e con colori e rifiniture da rivista – ho messo in lista un altro paio di libri dell’editore Black Coffee 😉
A questo punto mi interessa scoprire cosa han tratto da una storia simile per farne un film: per qualche ragione, ci vedo molto bene Russell Crowe nel ruolo del padre, mentre non sono del tutto convinta della Kidman… purché abbiano mantenuto un po’ del carattere giovanile del testo.



Nelle puntate precedenti:

> Omo .1: Brokeback Mountain, Ang Lee
> Omo .2: Il compleanno, Marco Filiberti
> Omo .3: Commentino su Guadagnino
> Omo .4: Nicolosi e contro Nicolosi
> Omo .5: L’identità ferita, Andrew Comiskey

Parliamo di donne

Luca, Stefano, Lorenzo.
Sono stati tre, fatto salvo che altri lo sarebbero potuti diventare in circostanze differenti, gli uomini che hanno significato di più per me, che sono stati importanti. E ovviamente, di cui sono stata innamorata, e pure a lungo.
E’ piuttosto facile individuarli, perché nessuno di coloro che son seguiti mi ha offerto altrettanto.
Mi sono però anche chiesta quali siano state invece le donne importanti, a livello romantico e non amicale, quali mi abbiano attratto per un periodo e con un’intensità non effimeri.
Tralasciandone due che, nello stesso arco di tempo, mi hanno interessata molto (ma più sul piano intellettuale che istintuale), ne posso contare altre due che hanno scavato un segno ben profondo in me – ma ad esse preferisco cambiare i nomi: saranno, qui, Eva e Dalida.

Eva la conosco sin da quando ero bambina (e lei era, invece, alle soglie dell’adolescenza).
Vivevamo nello stesso quartiere, seppure non troppo vicine, e naturalmente non frequentavamo gli stessi gruppi di conoscenze data la differente età, ma mi capitava abbastanza spesso d’incontrarla in giro.
Ho sempre saputo di interessarle. Non saprei dire di preciso in che modo, almeno non allora (più tardi, penso di non essermi sbagliata nel vederci anche un interesse erotico-sentimentale), ma era chiaro se non altro che in qualche maniera la affascinavo.
E, naturalmente, a maggior ragione lei (più grande, mezza slava, ambigua come una sirena e solo lievemente mascolina, non abbastanza da respingermi) affascinava me.
Crescendo l’ho persa di vista, l’ho incrociata raramente ma, ogni volta, conservando quelle antiche sensazioni.

Dalida, invece, mi ha coinvolta di più dal punto di vista fisico ma, al tempo stesso, la mia brevissima esperienza con lei è stata anche molto più razionalizzata da parte mia.
E’ uno di quei casi in cui posso dire che la mia attrazione era determinata (… è determinata) da qualità – bellezza, morbidezza, femminilità, risolutezza – per le quali vedevo, vedo in lei tratti della donna che vorrei essere e non sono, né mai sono stata.
Ovviamente ciò non significa che la idealizzassi: riconoscevo benissimo i suoi difetti, per esempio nel suo carattere spigoloso e diffidente, e certo non ho mai fantasticato di una persona inesistente a discapito della persona reale. Tuttavia, alla lunga nonostante la forza di attrazione sia scemata di ben poco, e solo per la lontananza, ho potuto cogliere distintamente questo sostrato problematico: quella che speravo di conquistare non era e non è una specifica donna come possibile partner, ma il concetto stesso di donna, una parte di me stessa che è centrale, fondamentale, ma non ho mai potuto adeguatamente fare mia.
Sic est.
Chiaro oppure no che mi fosse allora, la mera possibilità di non esserle indifferente, o peggio sgradita, mi esaltava: così, anche se il suo è stato un generoso tentativo che ha subito evidenziato la sua (buon per lei!) innegabile eterosessualità, l’avermi dato sufficiente credito chiedendosi se mai potesse nascere qualcosa di sensato da una situazione così improbabile – e l’avermi “concesso” un bacio – mi avevano garantito, per un momento, una stima di me stessa come potenziale compagna ed una sensazione di padronanza nelle relazioni per me rare.
Solo illusioni, ma ci sono state e se ci penso le posso rievocare intatte: fossi stata meno solitaria ed introversa, avessi avuto una “vita mondana” appena più estesa, ne avrei fatto probabilmente, in breve, una droga. Pur non essendo nel mio stile posso pertanto capire, a grandi linee, cosa prova un gay assetato di sesso (di riscontro, controprova del proprio valore, approvazione) quando esce per locali in “battuta di caccia”… e a buon intenditore, pochi puntini sulle i.



ce n’è voluto per scacciare i fantasmi.

spiriti di incertezza e inadeguatezza, di fallimento,
che avrei teoricamente debellato tempo fa.

ma se ne sono andati da soli poi…
passata l’affezione ai dybbuk, riecco le ninfe.
essere invasa è sempre un devastante privilegio.
con mano forte ed aggraziata la prima ninfa afferra e strazia i tuoi occhi: non riflettono alcuna luna di latte, non parlano, nè guardano soltanto me. così posso vedere uno scorcio di te, finalmente, senza sovrastrutture poetiche, la nuda carne e te.
la seconda ninfa, che nella notte si muove in me quasi contorcendomi e rievocando la scompostezza con cui ti ho baciata. torce il mio corpo, inquieta la mente, di nuovo e ancora e di nuovo, ma fino alla spossatezza che lascia saziati e dolcemente persi.
una terza ninfa, creatura solo riflessa nel vetro freddo del parabrezza, appoggia la sua mano e scappa, allontanando anche te. mi ancheggia davanti, nell’ombra e sulla strada,
in ritmo di blues.

scappa.
una bella serata che si allunga nel tempo, senza perdere sapore.
corro anch’io, nella notte, ma non inseguo nulla.
ti ho già qua.

[2006]

Omo .5: L’identità ferita, Andrew Comiskey

Comiskey è un pastore evangelico statunitense, fondatore di Desert Stream (presente anche in Italia dal 2004), dal quale si è originato Living Waters – si tratta di percorsi di accompagnamento pastorale e di sostegno ad ampio spettro, ma dedicati in particolare alle problematiche matrimoniali, sessuali e di genere.
Anche qui, come in Nicolosi, i pilastri sono due: primo, il trattamento (o l’ascolto) di problematiche che sono innanzitutto e soprattutto relazionali, non meramente sessuali. Secondo, il radicamento nella fede cristiana. La cui aria benefica si respira subito: se il titolo italiano riprende infatti correttamente il sottotitolo originale, il titolo inglese suona  tutt’altra musica, decisamente più spirituale che psicologica, così:

Strength in weakness

Il riferimento è alla Seconda Lettera ai Corinzi, 12,9: quando sono debole, è allora che sono forte. Se solo sapessimo quanto siamo amati, non sentiremmo il bisogno di difenderci coi denti e con le unghie ad ogni refolo di vento. Ma chi di noi capisce davvero, e non dà per scontato, l’amore di Dio quando sta bene e non sta attraversando una tempesta?


Parrebbe ovvio, ma non lo è, notare come Comiskey insista sul carattere imprescindibilmente comunitario della salvezza in Cristo. Non si tratta solo di un atto di umana umiltà – “Non ci si salva da soli”-, ma dell’essenza dell’azione divina che ci è rivelata: Dio stesso, in sé, è una comunità di tre Persone. E’ relazione, e ha creato l’uomo per portare questa capacità di relazione fuori di sé.
Sia chiaro però a chi s’immagina una conventicola di fondamentalisti invasati che si costringono l’un l’altro a confessare in pubblico le cose più intime e/o atroci, che questo modo distorto di fare comunità (lontanissimo dal rappresentare il Corpo di Cristo) è proprio di gruppi particolari, al limite o già oltre il limite dell’eresia, che nulla c’entrano con un gruppo di sostegno, o anche terapeutico, nell’area delle terapie riparative (l’autore qui li chiama “gruppi di guarigione”).
Fermo restando che in ambito protestante la “confessione”, ancorché non sempre pubblica né tantomeno obbligata, non è un sacramento e non è prettamente segreta come nel cattolicesimo: nell’appartenenza di Comiskey viene resa ad alcuni membri della comunità che svolgono servizio ministeriale, i presbiteri; e in alcuni altri casi m’è parso si possa identificare suppergiù con quel momento in cui, a posteriori, il penitente deve ricomporre la comunione tra fratelli che con il suo peccato aveva spezzato, per quanto possibile; ossia nell’atto di riparazione.
Che poi l’enorme capacità dell’uomo di distorcere ed inquinare le cose buone che gli passano per le mani abbia agito anche qui, permettendo che si creassero fondazioni dai sistemi coercitivi – come credo, per altro, sia il caso di Conley, autore di Boy erased -, compresi certi campi di rieducazione confessionali o laici che siano che per conto mio andrebbero messi fuori legge, lo do per certo senza nemmeno pormi il dubbio. Sarebbe troppo bello e facile se così non fosse. Una distorsione rimane tuttavia una distorsione, non una regola, dunque non mette in crisi la bontà della psicologia e della teologia che informano il settore.
Non è mai ridondante specificarlo, stante che come ci ricorda Giancarlo Ricci, psicanalista, citando l’autore nella sua prefazione;

[…] ci troviamo ad affrontare un nuovo pregiudizio: il pregiudizio secondo cui chiunque sfida [l’idea della] bontà intrinseca dell’omosessualità è omofobo e razzista.

L’altro perno attorno al quale Comiskey fa ruotare tutto il suo discorso ed il suo intervento, oltre alla comunità, è il concetto di vergogna. Un concetto ampio, stratificato, che nell’imbarazzo sociale vede solo la superficie di un problema psichico comune all’umanità tutta, che al tempo stesso è un problema spirituale nato col peccato originale, dunque ineliminabile in questa vita – ma affrontabile ed, anzi, foriero di guarigione, appunto: di fronte alla vergogna l’unica soluzione (per tutti: chi ne è vittima e chi la infligge) è affidarsi ed affidarla alla Croce.

“Jürgen Moltmann scrive: “Conoscere Dio nella croce di Cristo è una forma di conoscenza […] che infrange tutto ciò a cui un uomo può essere attaccato e su cui può costruire, tanto le sue opere quanto la sua conoscenza della realtà, e proprio nel fare questo lo libera”. [da Il Dio crocifisso]
Talvolta abbiamo bisogno di essere risvegliati da eventi disastrosi che ci mettono in condizione di arrenderci a Cristo. Se non dovessimo far fronte a dure realtà, noi potremmo rimanere sempre in un’oscurità beata. Certo, possiamo sempre scegliere di non guardar le cose in faccia”. 

Comiskey si premura di mettere in guardia le comunità dall’incentivare, nel nostro prossimo e specialmente negli altri credenti, quegli “io belli e falsi” che spesso chi ha un ferita profonda e coltiva un senso di inferiorità tende a costruirsi.

“Riferendosi a questo genere di persone, Stephen Pattinson dice: “Nella loro preoccupazione per il riconoscimento e l’approvazione estrinseca, esse possono essere ‘preoccupate di mostrare agli altri, a se stessi e a Dio, che sono brave, gentili, attente, persone che la loro religione celebra’.
La chiesa spesso trae vantaggio dall’obbedienza degli io belli e falsi. Essi sono utili e non pongono problemi. […] La persona cerca [così] di conservare una base di sicurezza mediante l’acquiescenza e la conformità, mentre si dibatte nella propria sfera sessuale e relazionale”.

Lasciatemi inserire una punta di acidità in questo quadro: lasciando da parte i gruppi di guarigione (che dovrebbero essere la costola di un’attività terapeutica individuale, non sostituirla), dov’è in tutto questo la Chiesa Cattolica? Dovrebbe esistere, a fianco ed a monte di questo, una specifica pastorale che in quanto tale non sia la mera ripetizione della dottrina, ma offra un sostegno spirituale e sociale adeguato. A maggior ragione considerata la rilevanza e l’attualità della questione.
Ma noi non ci siamo (mi auguro che arrivi qualcuno a smentirmi…).
Chiarissimi nella dottrina, non offriamo alcun percorso di crescita e condivisione che resti nel suo alveo, e lasciamo il campo libero ad associazioni gay cristiane che non vedono un dissidio tra fede ed omosessualità vissuta – le quali, se hanno senso per una parte del protestantesimo, non ce l’hanno in seno al cattolicesimo.

Concludendo, cito ancora: “La […] vergogna può essere superata solo grazie alla forza di un amore più grande. Tale amore dev’essere più forte della potente impronta del rifiuto e del disprezzo umani. L’unico amore che risana è l’amore di Gesù Cristo”.

Un percorso di guarigione, che sia dalla pulsione omosessuale o da un altro tipo di esito di ferite relazionali profonde (molto interessante da questo punto di vista il discorso sviluppato a proposito di misoginia e misandria), ha come condizione necessaria e sufficiente il proposito di recuperare il disegno di Dio sulle sue creature, e di aderirvi in misura progressivamente più piena.

“Gesù deve diventare il nostro specchio quando ci chiediamo: ‘Chi sono io?’. Lui solo ha il potere di definire la nostra identità primaria. Purtroppo, anche se cristiani, noi continuiamo a fissare disordinatamente, nell’immagine riflessa del mondo, i nostri sentimenti e le nostre esperienze passate.
C.S. Lewis scrive: “Il vostro Io autentico, nuovo (che è di Cristo) non si manifesterà finché voi non lo cercate. Arriverà quando cercate Lui”. [da Il cristianesimo così com’è]

Due parole sulla terapia riparativa.

What?

Tra le altre cose, sono una sostenitrice della terapia riparativa dell’omosessualità.
Sì, quella che si propone di convertire l’impulso sessuale, l’attrazione affettiva omo- in etero-. Sì, quella del famigerato Joseph Nicolosi (il quale, comunque, non l’ha inventata dal nulla).
Ancora non ho letto nulla di suo – dovrebbero arrivarmi a giorni i primi due manuali, insieme ad un testo di parte avversa – e mi è chiaro che si tratta di un mondo più vasto di quanto le solite tre info in croce lascino indovinare; tuttavia ne condivido la sostanza: la possibilità di risanare, o almeno individuare e contenere, una stortura creatasi nello sviluppo identitario e sessuale della persona – la causa non biologica della tendenza omosessuale.

Dico “la causa non biologica della tendenza omosessuale” perché ritengo che, a fianco di una componente biologica (che già va oltre la genetica), la componente psico-ambientale non solo esista (e non è affatto scontato affermarlo), non solo giochi un ruolo più rilevante di quello che comunemente le si attribuisce, ma anche sia in molti casi – il mio è un “molti” empirico, ma tant’è – il fattore prevalente e preminente che determina tale condizione.
Per dare un’idea più specifica di cosa si sta parlando, riporto due paragrafi da Wikipedia:

La definizione riparativa nacque nel 1983 quando la psicologa ricercatrice britannica Elizabeth Moberly coniò il termine spinta riparativa per riferirsi alla stessa omosessualità maschile, interpretando il desiderio sessuale di un uomo per altri uomini come il tentativo di compensare un mancato rapporto tra padre e figlio durante l’infanzia[55][56].
[…]
In un libro del 1991 Joseph Nicolosi sosteneva che[59]:
«[o]gnuno di noi, sia uomo che donna, è guidato dal potere dell’amore romantico. Tali infatuazioni traggono il loro potere dalla spinta inconscia a diventare un essere umano completo. Negli eterosessuali, è la spinta a riunire i poli maschio-femmina attraverso il desiderio per l’altro. Ma negli omosessuali, è il tentativo di riempire un vuoto nella completezza del sesso originale dell’individuo».

Come detto, questa visione psico-ambientale (ma ormai potremmo aggiungerne anche una psico-sociale) non copre e non esaurisce tutte le cause dell’omosessualità – non è del resto mia responsabilità né intenzione render conto di ogni aspetto della cosa: non parlo a vanvera, ma parlo comunque per me stessa, non sono una portavoce né della Chiesa né di Arcigay o affini.
Ma se la si accetta – purtroppo le polemiche sulla presunta non scientificità della terapia divampano, e sono a loro volta tutt’altro che oneste… – si apre uno scenario ben più complesso dell’usuale, e per di più viene a cadere il mito del carattere immutabile dell’orientamento omosessuale: può essere certamente “stabile”, stabilizzato, ma non integralmente innato, univoco, immutabile appunto come nel consueto paragone che si usa fare con il colore degli occhi o dei capelli.
Lo sviluppo sessuale somiglia, piuttosto, ad un’abilità corporea (che so: lanciare una palla centrando un canestro) che parte da un livello standard, ma può implementarsi in misura maggiore o minore, e più o meno armoniosamente, secondo i casi – laddove, nell’ottica riparativa e in ultima istanza cattolica, l’eterosessualità rappresenta l’estremo armonico di una scala, e (la riaffermazione del)l’omosessualità (come variante naturale) l’estremo opposto: un disordine.

How?

Come mi sono avvicinata al discorso sulla terapia riparativa – questa semisconosciuta?
Innanzitutto leggendone e parlandone nei blog e sui siti d’informazione cattolici, anche prima di diventarlo io stessa e dunque familiarizzando con la faccenda quando ero su posizioni contrarie.
Ne ho poi sentito discutere – non solo per accenni o con sarcasmo – sempre in ambito cattolico, ma “dal vivo” e di persona con alcuni singoli: solo per fare un esempio, con le Sentinelle in Piedi (di cui faccio parte, pur non partecipando da un pezzo a nessuna veglia per varie ed eventuali) e durante le serate di Gianfranco Amato e Povia. (Situazioni, queste due, che mi hanno insegnato parecchio non solo su determinati contenuti, ma soprattutto sulla nostra società. Oh sì. Ma ora sto parlando d’altro).
Al di là dell’avvenuta conversione e del riposizionamento su punti di vista più affini alla dottrina della Chiesa – che da sé non sarebbero ancora sufficienti -, ciò che mi ha portata ad “approvare” i postulati della terapia riparativa è semplicemente questo: che mi ci riconosco. Così come mi sono riconosciuta in parti significative del racconto e dell’analisi che della propria storia ha fatto Luca di Tolve, nel libro Ero gay.
(Cos’è ‘sto scalpiccìo? Ah, gente che scappa…).
E questo è quanto, per una panoramica.

Omo .2: Il compleanno, Marco Filiberti

L’ho pescato da non so più quale elenco trovato in giro, perché ne avevo letto un commento positivo: mi sono fidata, ma non mi aspettavo nulla più di un filmetto carino. E lo ammetto, in questo gioca anche un filo di pregiudizio cinematografico anti-italiano – quando si punta molto in alto, il tonfo è più pesante.
Invece già ad un terzo di pellicola (si fa per dire) mi son trovata conquistata, ad un certo punto ho addirittura sussurrato capolavoro. Lo sussurro anche adesso, perché non ho il fisique du role della spettatrice sicura di sé e dalle idee sempre chiare; comunque a distanza di giorni il mio giudizio ancora non è cambiato – ed anzi non mi dispiacerà rivederlo, anche a breve, con qualcuno.
Persino la produzione, ho controllato, non è condivisa con gli USA nonostante si faccia uso abbondante di personaggi e riferimenti americani. La ZenZero Productions s.r.l. è italiana, ad ogni modo nella pagina dedicata sul sito del regista (Marco Filiberti) i crediti vanno ad Italia e Francia.

il-compleanno-marco-filiberti-copertina

E’ stata in particolare la presenza di Gassmann a farmi aggrottare la fronte: niente contro di lui, ma dopo l’orrenda esperienza de Il nome del figlio della Archibugi mi ha lasciato un riflesso condizionato, e mo’ lo associo all’idea di remake-ciofeca. Me spiasce, Ale, ma pure tu lo dovevi sapere che era ‘na cazzata rifare alla maccheroni Le prenom (Cena tra amici). Eddai, su.
Ad essere onesti, svolge bene il proprio ruolo, che però purtroppo per lui (gli ho visto far ben di meglio) è quello eterno di adolescente cazzaro troppo cresciuto per comportarsi da adolescente cazzaro. Più o meno.
Per il resto, c’è da godersi le brave Michela Cescon e Maria de Medeiros (disgraziatamente, dall’espressione intensa ma unica: quella malinconica e vittimale), un Thiago Alves sicuramente adeguato (ma soprattutto bono, diciamolo, e ben gestito da Filiberti), e soprattutto quel Massimo Poggio che io ho conosciuto attraverso la seconda stagione di Che Dio ci aiuti!, e che qui spacca tutto. Ma tutto tutto.

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La vicenda ruota attorno a due coppie: quella di Diego (Gassmann) e Shary (Cescon), che stanno insieme sì, ma in maniera alquanto allentata e spesso fisicamente distante (questo vale anche per David, loro figlio, residente in America); e quella formata da Matteo (Poggio) e Francesca (de Medeiros), con una figlia piccola, solida e fin troppo placida.
A smuovere le calme acque della vacanza al mare dei quattro amici arriveranno in visita prima di tutto Leonard (Christo Jivkov), fratello di Shary, solitario e sempre pronto a ripartire, con un segreto nascosto dietro la perenne aria di rimpianto di un amore che non c’è più; e poi – vero fulcro degli eventi – David (Thyago Alves), figlio di Shary e Diego e dunque nipote di Leonard.
David a sua volta solitario, vagamente indolente, in quanto modello accerchiato da stuoli di ragazze acerbe più di lui che lo venerano. Ma, anche, David che cerca una libertà a cui non sa quale forma dare, che vorrebbe scrollarsi di dosso una cappa di omertà, di oppressione: una cappa che non grava sul segreto, quasi di Pulcinella, della sua omosessualità ma piuttosto su – io credo – un episodio che lo lega allo zio Leonard in un modo nemmeno immaginabile all’inizio.

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Ma forse pare inimmaginabile solo a me che non conosco affatto la storia di Tristano e Isotta (mentre Filiberti è anche cantante lirico): l’incipit del film ritrae infatti le due coppie succitate insieme alla rappresentazione dell’opera a teatro, in una sorta di ironica natura viva che parrebbe ancora emergere dal fondale di una normalissima commedia all’italiana.
E’ solo in seguito che i toni si fanno più critici, drammatici, carichi di non detti, e scopriamo che avremmo dovuto essere più cauti ed attenti, prendere quelle note tragiche di sfondo ai dialoghi dei quattro amici per quel che erano veramente: un avvertimento.
L’attrazione tra Matteo e David, infatti – reciproca ma sicuramente, da parte dell’adulto, più subìta e sofferta nel tentativo di arginare lo sconvolgimento passionale, che sottilmente agìta e disinibita come nel caso del ragazzo – porterà ad una conseguenza dolorosa e, peggio, lascerà aleggiare nell’explicit un’aria di predestinazione, di ineluttabilità, di lutto irrevocabile chiamato a gran voce dall’eros.
Da una banale sbirciatina a David che si fa la doccia, giochi di sguardi, un giro in vespa insieme durante il quale Matteo reclina la testa sulla schiena dell’altro e stringe le gambe attorno alle sue nel primo segnale limpido di interessamento… passando per la scena della masturbazione di David sulle note di Maledetta primavera, che in qualunque altro contesto suonerebbe (aha) improbabile e grottesca e risulta qui invece, semplicemente, splendida. Carica di tensione erotica ma anche di candore estetico. Fino alla conclusione agognata e disperata insieme.

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Espongo dunque la mia piccola teoria, avvertendo chi voglia vedere il film che farò un grosso spoiler.

— spoiler —

Matteo si strappa dai propri sussulti (morali?), cede agli impulsi e scopre di non essersi illuso: Davide lo stava aspettando. Mentre però, al termine di tanti inseguimenti, consumano la passione vengono trovati insieme da Francesca, che vedendo il marito cavalcare un uomo e capendo tutto d’un colpo la ragione della sua recente ombrosità scappa, in preda allo sconvolgimento.
Matteo sta ancora scendendo le scale di corsa quando sente il rumore di una brusca frenata ed un botto. Anche Davide lo sente, e nonostante Matteo gli avesse coperto gli occhi alla comparsa della moglie sulla porta, pochi istanti dopo capisce. E allo spettatore è subito evidente che in lui non c’è imbarazzo, né c’è dispiacere per l’essere stato còlto in flagrante a fare di un uomo sposato il suo amante; c’è piuttosto una consapevolezza tragica, di nuovo, come di una Cassandra che non porta sventura ma può solo calcare la scena recitando la propria parte pur conoscendo già i nefasti esiti del copione.
In altre parole, secondo me al momento dell’incidente di Francesca Davide piange perché si porta inscritto dentro un destino negativo che s’è compiuto ancora una volta: perché questa non è che la ripetizione di un fatto precedente, quello per cui suo zio Leonard ora si tormenta. La donna che Leonard rimpiange, io credo, l’aveva a sua volta trovato insieme a David, e il dubbio che Shary insinua sulla sua morte (alludendo all’idea che non si sia trattato realmente di un suicidio) si spiegherebbe con un incidente, d’auto o d’altro genere, fatale ma non voluto, non cercato, in cui la donna sarebbe incappata mentre s’allontanava angosciata dalla propria scoperta.
Come atti e personaggi di una tragedia greca, appunto; nella quale David ha il ruolo di  una Circe.
Ma non c’è modo di sciogliere la malìa, né per Leonard né per Matteo, che del resto qualunque mossa facciano in futuro ne hanno già avuto la vita segnata.

— fine spoiler —

thyago alves

A conclusione di questo lungo racconto, non posso che dirmi nuovamente entusiasta per la resa della sceneggiatura, interamente opera del regista, e per quella attoriale (la quale include anche una particina per Piera degli Esposti).
Leggo che all’uscita (2010) fu distribuito in sole 14 sale italiane.
Lo consiglio vivamente, e quanto a me lo metto in lista per una futura (re)visione.
Trovate qui un’intervista a Filiberti.

Omo .1: Brokeback Mountain, Ang Lee

Doverosa premessa

Inizio la nuova serie tematica su omosessualità (e dintorni), così come avevo annunciato parlando delle mie “voglie” autunnali.
Non c’è una motivazione o uno scopo particolare, semplicemente questi argomenti mi interessano – e mi riguardano – più di altri.
Ma siccome son questioni “calde”, molto complesse e persino problematiche – cosa che non posso certo dire del minimalismo, o del mare d’inverno, o delle supertutine al cinema – è cosa buona e giusta essere chiari anzi cristallini.

E’ inevitabile che ognuno abbia la propria, personalissima e sempre legittima reazione a ciò che legge. E’ altrettanto inevitabile che emergano opinioni differenti e contrastanti, rispetto a quanto scriverò e anche tra voi lettori.
Io giuro solennemente (ragni serpenti scorpioni e zanzare, se dico il falso ch’io possa crepare) che farò del mio meglio per tenere questo spazio in ordine (avere dei lettori meravigliosi come voi aiuta), e perché non venga sparso sangue.
Voglio che chiunque si senta libero di scrivere quello che pensa, e spero che tutti sappiano distinguere una posizione sgradita da una offensiva (anche di questo si parlerà senz’altro…).
Detto questo, non sono un giudice di pace ed ho anch’io delle convinzioni, prendo posizione, faccio delle scelte. Anche nette. So che molte di queste sono fortemente invise. Penso di essere corretta, e di non fare del male a nessuno, ma so che pur con tutta l’attenzione e le buone intenzioni del mondo si può ferire lo stesso: se accade, parlatemene – metto la mail nella barra laterale. Per favore. Possiamo metterci un bel vaffanculo sopra e passare oltre.
Non è un obbligo uniformarsi e nemmeno, se è per questo, affrontare un discorso a tutti i costi: io le cose che mi infastidiscono, spesso, le scanso (scansare 8 volte su 10 is mei che sopportare e combattere: l’eroe civile lo faccia qualcun altro). Ma alle persone ci tengo, le persone sono preziose.
Mi riterrò soddisfatta se potrò s-contentare tutti contemporaneamente (in questo sono molto brava!) senza tuttavia perdere nessuno per strada.

Ricordavo che m’era piaciuto, ma non come finisse (tranquilli, niente spoiler) e quanto spaccacuore fosse – se siete facili alle lacrime evitate per lo meno di vedervelo da soli. Io dovrei ascoltare di più il mio radar “rileva patimenti”, e invece eccomi qua 😞
Ricordo anche di averlo visto, già in dvd, a casa con i miei – c’era ancora mio padre, ma… uhm, credo sia stato tra il 2008 ed il 2011. Chissà se, oltre a dirci d’averlo apprezzato, ci siamo anche detti di più. Troppe cose finisco per obliare…

… però non dimentico, papà, il discorso che facemmo davanti al lago d’Iseo un certo giorno: e pure tu devi averci pensato. Avrei dovuto approfondire, ma in prima battuta non avevo ipotizzato che il ragazzo di cui mi raccontasti, e per il quale ti sentivi in colpa, potesse considerarti più che un conoscente.
Fra le altre cose, quanta nostaglia abbiamo condiviso: anche per persone mai vissute da entrambi, che avrebbero potuto al contempo farci da cassa di risonanza e ampliare la nostra possibilità di dare amore. 
In Brokeback c’è un Ledger dolente, paesaggi dolorosamente perfetti, e accidenti, c’è addirittura lui che intaglia un cavallo nel legno. Certo, che l’avevi apprezzato.

Ang Lee ha girato cose piuttosto diverse fra loro. Non mi stupisce perciò che compaiano un paio di metafore in un film che, fortunatamente, per il resto di simbolico non ha nulla.
Una è quel cappello tenuto da Ennis a mo’ di “copri-gioie”, che abbassa mentre entra per la seconda volta nella tenda con Jack. Così come comincia ad abbassare le proprie difese – anche se per tutta la prima parte la reazione violenta a ciò che spaventa e preoccupa tornerà a fare capolino, insieme alla negazione:
“Ciò che è successo nasce e finisce qui. Io non sono così”.
“Nemmeno io”.
L’altra è quella pecora trovata sbranata da Ennis dopo aver disertato la sorveglianza notturna per la prima volta. La violazione porta con sé, di default, una punizione; questo è il pensiero del guardiano che gli impedirà di fare l’ultimo passo, e questa è (stata) del resto la realtà. Che si tratti di perdere la rispettabilità sociale, l’affetto della famiglia di origine, o la vita.

A pensarci una storia così ha del miracolo, ma lo scrivo senza alcuna ironia, perché non ha un sapore falso (e non lo ha perché, semplicemente, accade).
Davvero: quante probabilità esistono di incontrarsi e innamorarsi abbastanza da non lasciarsi più andare per la vita?
E quante di riconoscersi – “quelli come me e come te” – dal solo sguardo, in un contesto privo delle decine di segnavia com’è il nostro oggi? E’ un aspetto molto ben mostrato, secondo me, questo del doversi muovere a tentoni, dover improvvisare, incrociando le dita e sperando che le cose non si mettano male perché hai scoperto il fianco con la persona sbagliata.

In definitiva, stiamo parlando di un filmone – non per il soggetto o per il romanticismo, ma perché lavora sottotraccia, nasconde il dramma dietro all’assenza di disastri plateali, e riesce ad essere insieme intenso ma discreto, come la punteggiatura musicale.
Un film da proteggere, anche, dalla superficialità imperante – ringrazio Heath per questo e che lo sappia, mi si stringono le viscere per la commozione.
Eppure…
Non sapevo che, quando la Rai lo mandò in onda la prima volta (il fim è uscito in sala nel 2005), fu in seconda serata e per di più… censurato (in tutto: primo bacio, prima volta, persino il favoloso e appassionato bacio sotto casa dopo gli anni di silenzio, che ha vinto un premio e ci sogniamo ancora tutti con le stelline negli occhi). Lo spiega, meglio di altri, Giovanni di Rosa nel suo recente post. In questo momento io detto e il mio segretario digita, perché a me son cascate le braccia con un tonfo sordo.
Che dire se non:

freud