∞ Tempo di digiuno

Copio qui un bel commento di Bariom su un post di Costanza Miriano, che mi sembra abbia la dote della concisione e della puntualità, e dunque esprime meglio di quanto potrei fare io l’unico pensiero decisivo a proposito del periodo che stiamo vivendo.

Tante possono essere le chiavi di lettura di questo Tempo partendo dal fatto che Dio conduce la Storia e nulla accade che Dio “non voglia” e non permetta.
Certamente è un Tempo in cui gli avvenimenti divengono Parola di Dio per l’Uomo…
e per tutti gli uomini.
Certamente il delirio di onnipotenza dell’Uomo, le sue sicurezze, la sua prosopopea,
viene messa alla prova e ancor più alla dura prova se (Dio non voglia)
questa epidemia arrivasse a soglie veramente tragiche.

Allora certamente, Vescovi o non Vescovi (alle cui direttive sia ben chiaro obbedisco),
la “gente”, il popolo, oltre a sciacallaggi e saccheggi, terminati questi,
quando nulla rimane a cui aggrapparsi,
certamente cercherebbe rifugio in chiese non più “chiudibili” e in processioni,
dove terrore, Fede e anche semplice “religiosità naturale”,
si troverebbero condensate in un unico implorante grido a Dio,
nostra vera e sempre unica speranza di Salvezza.

Ancora, senza arrivare a scenari apocalittici,
questa situazione crea in noi una inquietudine e anche una stretta al cuore,
perché vediamo traballare sane (e sante) abitudini…
Scopriamo di quanta Grazia eravamo “abitudinari”, tanto da vederla talvolta come un inevitabile “balzello”, l’ottemperare appunto ad un precetto, il pagare un “obolo”, quasi portassimo un giogo non sempre così “soave”, ancorché un nostro “diritto”.
Si fa l’esperienza che fu di tanti Cristiani in tempo di nascondimento e persecuzione,
un tempo di “carestia liturgica” più che spirituale,
Tempo ancora oggi da tanti Fratelli vissuto e sofferto.

Nel nostro cuore si instilla una “santa nostalgia”, una “fame spirituale” per
il nostro Sommo Bene, per il Pane Eucaristico, che tutti alimenta e sostiene.

Si riscopre la differenza tra l’avere o meno un vita comunitaria,
anche questa spesso inquinata da umanissimi e tristi giudizi, simpatie o antipatie.

Si riscopre la dimensione famigliare della Fede,
giacché pare altro luogo per ora non rimanga;
la preghiera con i propri consanguinei più stretti, magari tutti credenti,
ma per uno strano e distorto pudore, spesso non “assieme oranti”.

Ci si dà un preciso tempo per la preghiera,
per la lettura della Scrittura,
per una riflessione assieme.

Un Tempo Nuovo, più intimo e non di meno fruttuoso,
un Tempo di maggior desiderio di Dio, proprio perché i concreti “gesti liturgici”,
impediti o rarefatti, sembrano renderci Lui e noi a Lui più distanti.

È (potrebbe essere) il Tempo dell’Esilio o meglio quello del Deserto,
pure tanto fondamentale per il Popolo di Israele e il suo cammino di conversione.
Nondimeno come nel Deserto, come per Nostro signore Gesù Cristo proprio nel Tempo che apre la quaresima, è il Tempo in cui Satana si presenta, in cui gioca i suoi sofismi.
In cui mente e tenta di dividere…
“Ma se voi siete Figli di Dio,
dite a queste pietre che si trasformino in pane!”

Farà leva sul nostro digiuno, sulla nostra stanchezza, sulla nostra paura…

Ma non di solo pane vive l’Uomo! Ma di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio!
Impariamo da Cristo a vivere ogni avvenimento come pane-parola
che esce dalla bocca di Dio, sempre benedicendo il Padre, cercando la Sua Volontà,
e questo Tempo, sciagura per l’Uomo, stoltezza per i potenti e gli intelligenti,
porterà frutti e Tempi nuovi!

Che non sono i virus da temere…
“temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna.”

Poca cosa

In questi giorni i telegiornali dicono (e si ripetono addosso) tante cose, alcune utilissime altre per niente. Lo sappiamo, ce lo stiamo dicendo anche noi a vicenda. Ciò che non viene mai abbastanza sottolineato, e non dico dai Tg ma – magari, per gradire – da Francesco che invece si diletta coi populismi, è che noi esseri umani siamo poca cosa.
Lo sanno bene Benedetta Bianchi Porro e Flannery O’ Connor, entrambe gravate da una seria malattia cronica e, ciononostante (o per meglio dire: attraverso di essa) capaci di illuminare la vita propria ed altrui. Ma senza arrivare a cotanta prova, possiamo intuirlo anche noi, sia che temiamo di più il coronavirus oppure il crollo dei mercati, sia che paventiamo il contagio della malattia o quello del razzismo – altro discorso collaterale, molto spinoso, più del virus stesso con tutte le sue protuberanze.

Il fatto è che abbiamo più o meno tutti dimenticato, come ha fulmineamente precisato la O’ Connor durante una lezione alla Georgetown, che

[…] il male non è semplicemente un problema da risolvere,
ma un mistero da sopportare.

Non è fatalismo, ma quieta consapevolezza. Tant’è vero che le Messe non sono state sospese – e del resto, si tratterebbe di puro buonsenso (prudenza: prima virtù cardinale), come racconta e spiega Lucyette. E come altresì specifica Sircliges nel suo commento: se la cosa è fatta come deve essere fatta, NON si smette di dire Messa, si smette di celebrarla in pubblico: i sacerdoti in canonica continuano a celebrare il Sacrificio e lo offrono per la Chiesa; la Messa è atto del popolo di Dio A PRESCINDERE dalla quantità di persone che vi assistono; una Messa col prete e 1 accolito è sempre Messa di tutta la Chiesa.

Detto questo, con buona pace degli scandalizzati di professione, certamente possiamo e anzi dobbiamo pregare. Per il contenimento del contagio, per chi già ha contratto il virus e soprattutto per coloro al momento in terapia intensiva o già deceduti; che i defunti penitenti non possono più chiedere aiuto per se stessi. Poi, per i governanti (sì, anche quelli dell’opposizione) perché pur in tutti i loro limiti siano ben guidati nelle scelte. Eccetera.
Per chi già recita abitualmente il rosario, sarà semplice dedicare una decina a ciascun gruppo di persone coinvolto nel problema.

“All’alba, a mezzogiorno, a sera, una campana del duomo dava il segno di recitar certe preci assegnate dall’arcivescovo: a quel tocco rispondevan le campane dell’altre chiese; e allora avreste veduto persone affacciarsi alle finestre, a pregare in comune; avreste sentito un bisbiglio di voci e di gemiti, che spirava una tristezza mista pure di qualche conforto” .
( I Promessi Sposi, capitolo 34)

Welcome home (Sanitarium)

Per Slavoj Žižek – che riprende le parole della rivista Time Out – Joker è un “horror sociale”, qualcosa d’inimmaginabile fino a poco tempo fa. Siamo al secondo paragrafo, esattamente a metà della prima colonna d’un articolo lungo 5 pagine e mezza – e mi sto mettendo ad urlare.
Un mugolìo strozzato si fa strada al paragrafo successivo, in cui il filosofo / studioso della psicanalisi (così lo definisce Internazionale) sloveno afferma che Arthur-Joker rimane un estraneo fino alla fine.
La cosa si fa interessante: quanto sangue dagli occhi riuscirà costui a farmi scorrere? Sino a dove l’orrore di un ammasso di fesserie può spingersi? Parafrasando la Vodafone, ecco: l’orrore è tutto intorno a me.

Ho saputo da subito, e vi ho contribuito io stessa, che questo film avrebbe scatenato interpretazioni e sovrainterpretazioni. E non lamento certo che ne siano piovute: specialmente da parte di chi fa dell’analisi un mestiere.
Ma J, qui, parimenti che nel fumetto Arkham Asylum: Una folle dimora in un folle mondo, non è più protagonista di quanto lo sia Batman, che pure si trova a suo modo al centro della vicenda – eh sì, Lucius. J non ha altra funzione se non quella di anfitrione: lui ci convoca ad Arkham (o a dare un’occhiata dietro il sipario del Murray Franklin Show), ci apre la porta all’arrivo e la riapre al momento di “liberarci” nuovamente nel consesso umano. Punto. Nel mezzo ci sta un gioco: nelle viscere di Arkham, scarsamente illuminate, Batman si ritrova dentro un terrificante utero costretto a giocare a nascondino più con se stesso che con i suoi avversari. E nelle viscere di un cinema siamo pur sempre anche noi dentro un utero più o meno confortante o confrontante – come che Fleck si collochi nei nostri schemi interpretativi, appunto, è prima di tutto un gioco che giochiamo insieme, regista attori e spettatori.
Ma che can can!
Cos’è il cinema se non un passion play, inteso tanto come gioco quanto come recita?

The passion play… as it is played today.

Così recita una delle pagine introduttive al fumetto.
today è l’avverbio giusto, stante che se pur son cambiati (alcun)i metodi e strutture, la natura della relazione con la malattia (mentale, ma anche sociale) non lo è.

“Io non voglio stare tra i matti!”, esclamò Alice.
“Oh, non puoi farci niente”, disse il Gatto
– “qui siamo tutti matti. Io sono matto. Tu sei matta”.

“Come fai a sapere che sono matta?”, disse Alice.
“Devi esserlo”, disse il Gatto. “Altrimenti non saresti qui”.

Lo riconoscete? E’ il principio paradosso del Comma 22 di Heller: «Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo.»
E per converso, chi è sano può chiedere che il proprio fascicolo in carico ai Servizi Territoriali di Psichiatria venga chiuso (che è più di archiviato), ma chi è in carico ai Servizi di Psichiatria è per definizione pazzo, senza possibilità di ritorno.

E’ per me che ho paura. Ho paura che il Joker possa avere ragione. A volte metto in dubbio la razionalità delle mie azioni – [ma chi lo fa, non è la più sana delle persone?] – e ho paura che quando varcherò le porte di quel manicomio… quando sarò dentro quel manicomio, e il portone si chiuderà alle mie spalle… sarà come essere di nuovo a casa.
– Batman

Arkham-Jolly-Glass

Tempo fa un’amica, conosciuta in un gruppo di auto-mutuo aiuto per depressi, a seguito di una crisi maniacale (era bipolare) è stata ricoverata in Psichiatria. Non voglio nemmeno cercare di recuperare i dettagli del ricordo del giorno in cui andammo, io ed L., a visitarla – e ci ritrovammo a doverla difendere dai medici. Non rammento (questo non lo rammento davvero) a che proposito, ma stava spiegando un suo pensiero, che aveva anche una certa valenza nella terapia, e non veniva nemmeno ascoltata. Non dico creduta, ma nemmeno ascoltata: poiché la sua patologia la induceva in certi frangenti ad esagerare e inventare le situazioni, non una sua parola era degna di fiducia.
Senza alcuna remora né tatto siamo state messe a parte dell’inesistente valore che i professionisti attribuivano all’esperienza della paziente, come fossimo loro complici, amiche o meno: del resto, noi e loro eravamo pur sempre  fuori di lì, libere di andarcene.

L’incipit:
Dal diario di Amadeus Arkham –  Negli anni seguenti alla morte di mio padre, la casa divenne tutto il mio mondo. Durante la lunga malattia di mia madre, spesso mi sembrava così vasta, così REALE, che in suo confronto mi sentivo poco più di uno SPETTRO che infestava i corridoi.
Anche se mia madre non ha mai avuto alcuna patologia psichiatrica, nondimeno la malattia mi ha vincolata a lei in modo tale da annullare ogni altra istanza, ogni frammento di realtà che mi potesse star aspettando fuori dalla gabbia.
La malattia è stata la protagonista della mia vita così come Casa Arkham, in seguito divenuta Asylum, è la vera protagonista di quella che per sentirvi meno a disagio potete anche chiamare graphic novel.
E quale più forte consonanza potrei trovare tra l’obliterazione identitaria operata, ieri e oggi, sui pazienti psichiatrici – a dispetto delle cazzate spacciate nei libri di testo – e l’annullamento di sé che il non poter comunicare, il disperarsi a tentare di comunicare senza esito ad una sorda priva di altri mezzi oltre alla parola ormai inutile?
Persino il delirio privato – che tutt’al più diveniva delirio a due come in un pax au deux, mai un dialogo vero – del mio affezionato Uomo dei Numeri funzionava meglio. L’Uomo dei Numeri, il cui nome m’è andato significativamente perso, l’avevo conosciuto nella struttura più decente, almeno dal punto di vista estetico e pratico, in cui mia zia ha soggiornato (per la cronaca: a San Bassano, provincia di Lodi).
Lui lanciava per aria un numero, io replicavo con un altro numero. A sensazione, a piacere, senza un termine temporale definito. Appena a uno dei due veniva voglia, ci si spostava su altri elenchi tematici, che avremmo potuto rimpallarci per ore: su tutti, nomi di musicisti (prevalentemente di classica) e campi di sterminio nazisti.

Batsy- Arkham

Nello stesso modo in cui, nei suoi dipinti minimalisti come quadrato nero, Malevič riduce la pittura alla sua opposizione minima tra disegno e sfondo, Joker riduce la protesta alla sua forma minima autodistruttiva e senza contenuto.
Ma suvvia, Gesù Cristo. Protesta, autodistruzione? Ma questo non è J, questo è Batman, e ce lo dimostra con le sue associazioni di parole su stimolo della dottoressa Adams:

Madre? : Perla
Manico? : Revolver
Pistola? : Padre
Padre? : Morte

Pistola = Padre. Žižek! Meno dottori, più fumetti! E poi comprati un paio di pesci pagliaccio, e mettiti un po’ a giocare con i vetri, e le carte, e come McKean con le perle le foglie i meccanismi degli orologi i pizzi e le pelli. Intrattieniti!

To think of all the years he’d wasted trying to entertain others,
when he could merely have sat back and entertained himself 
with the absurd delusion of civilization that called itself society.

Come suggerisce il Cappellaio, caro Slavoj, forse è [nel]la tua testa. Arkham [Joker] è uno specchio. E noi [le tue congetture] siamo te. Hai trovato il tuo specchio, e l’hai scambiato per una lente d’ingrandimento. Non ti sembra un po’ da pazzi?

Film .27: Insidious 3, L’inizio

Voto: 4/5 ⭐ ⭐ ⭐ ⭐

Che senso ha vedersi il terzo capitolo di una saga senza aver prima visto gli altri?, direte voi. Semplice: Rai4 (sempre sia benedetta) lo passava in seconda serata – prima, ovviamente, Montalbano -, e dato che si tratta di un prequel cioè di un antefatto, era l’occasione perfetta per decidere se valesse la pena dare un occhio ai film usciti prima nelle sale, ma successivi cronologicamente.
Leggo che James Wan, detto “il giocattolaio“, ha diretto appunto gli altri due, mentre quest’ultimo l’ha preso in mano un certo Leigh Whannell – che tutti voi conoscerete, ma io no. Prima regia, per altro, quindi maggior merito.
Non perché sia un film imperdibile, a meno che uno non sia un critico e nello specifico un critico di horror, ancorché magari puramente blogger non pagato da nessuno, ma insoddisfatto se non può esprimersi sull’universo ed ogni sua sfumatura.

E’ però interessante per alcuni motivi:
primo, nonostante vi compaia un demone chiamato l’uomo che non respira, la storia è di ampio respiro (ahem). Non dispersiva, ma nemmeno, grazie al cielo, tutta giocata in rincorsa. In parte, forse in massima parte, dipende dal fatto che parla non tanto del demone (forse perché chi ha seguito la saga in ordine di uscita ne sa di più?), quanto di questa ragazza, quinn – scusate, il solito problema con le q maiuscole. Del suo lutto (non è affatto un film deprimente, ma sì, se ne parla poco, bene ed apertamente. La depressione è per altro citata dal personaggio umanissimo e schiacciato dal giusto peso, mai melodrammatico, che un medium si porta addosso).

INSIDIOUS 3
Secondo, come appena detto: malattia, perdita, depressione, disperazione e suicidio; tutta roba toccata lateralmente per non spaventare il pubblico, mascherata da qualche jumpscare da maledizione lanciata ad alta voce, ma del tutto random e palesemente di copertura.

Ognuno dei personaggi è toccato dalla tragedia, dalla malattia o dal suicidio.
Il modo in cui affronta tali tragedie determina se diventerà vittima dell’oscurità.

Molto semplice, ma semplicemente reale.
Chi vorrà vederci solo dei demoni ne vedrà, è un prodotto più che vendibile.
Chi è stato toccato da una delle disgrazie di cui sopra, e se l’è macinata, costretto per altro a rimanere inchiodato e non poter far null’altro che macinarsela, come quinn che a seguito di un incidente provocato dal demone si divide tra letto e carrozzina (e sul gesso ha solo una firma, povera); chi deve capire capirà.
Metaforone? Non saprei, ma propendo per il no.
Se seguite il link e leggete l’articolo da cui ho preso la citazione (è in inglese), scoprirete che si potrebbe anche discutere della materia della colpa, della partecipazione al proprio stesso male (c’è differenza, etica e non sociale, tra chi muore di un cancro imprevedibile e chi ha partecipato attivamente al suo nascere – leggasi ad. es.: un fumatore? Che differente destino attende chi ha ceduto al dolore e alla paura, uccidendosi prima che lo facesse la malattia, e chi invece è rimasto al proprio posto?).

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Terzo, il film si prende in giro, e nella sua risata c’è una leggera nota acidula: impossibile non desiderare di prendere a pedate nel didietro quei mattacchioni di finti ghostbusters televisivi, che del tutto seriamente approcciano una situazione grave e dolorosa con la spensierata seriosità di chi ha un successo mediatico.
Eppure la medium quella vera, Elise, al termine se li rivolterà come un calzino e si farà prendere sottobraccio da entrambi. Stilosa.

quarto ed ultimo, un banale dettaglio che magari, dico davvero, racconta qualcosa solo a me. La scala che conduce al piano interrato in casa di Elise, con quei motivi geometrici molto anni ’70 – e le sfumature di rosso – mi hanno fatto venire in mente le sequenze finali delle prime due stagioni di Twin Peaks, la Loggia Nera insomma.
E poi, c’è simmetria, e come scrivevo per Suicide Squad la simmetria è oro per il mio senso estetico.

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Di clown, gatti ciechi ed Humphrey Bogart

in Pet Sematary King riflette, attraverso il personaggio di Lou Creed, sull’opportunità di mettere i propri figli a parte del Grande Segreto: il sesso, e ancor più la morte, in un’età che preceda quella “della ragione”.
Non esiste genitore che non se lo domandi, quali siano il momento ed il modo migliori per far conoscere le due verità nascoste a quelle creature che grazie ad esse sono nate, e a causa di esse andranno inesorabilmente incontro alla fine.
Meno persone, molte meno, soprattutto meno genitori si domandano se una simile grave scelta, carica delle sue conseguenze, si debba applicare anche alla verità sulla – alla realtà della – follia. E della paura (sono sorelle).
Mi ha stupito leggere, in un’intervista a Burton su un numero di Vanity Fair di aprile che ho scroccato in ospedale, che il suo Batman – il secondo direi, Il ritorno, che ho da poco visto sul Canale 20, nel quale compare Pinguino – è stato classificato come vietato ai minori. “I ragazzi non hanno paura di un mostro come Pinguino” ha risposto lui nell’intervista originale su Interview – “Sai di cosa hanno paura? Dei colpi che i genitori danno contro i mobili quando, la notte, rientrano a casa ubriachi”.
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Beh, mio padre non ha mai bevuto. Ha avuto i suoi casini, come tutti, ma non mi ha mai fatto paura – al contrario, è stato ed è la mia roccia. La mia sicurezza più grande, forse unica, in anni di totale sbandamento.
Mai avuto paura di lui dunque, ma in alcune occasioni ho avuto paura della sua paura.
Per esempio, grande sovrana di tutte le altre, la paura della follia: non di incontrarla, nel suo caso, ma primariamente di subirla. Di impazzire insomma.
Ora non ditemi che è cosa comune, di tutti: “tutti”, in genere, la ignorano o la scacciano. E questo non è aver paura; è rendersi duri come sassi, puliti come ossa ripassate dal vento e vuoti come conchiglie che risuonano solo di ciò che il proprio ambiente racconta.
(La follia per altro ha un suo status speciale, ben distinto seppure burocraticamente lo incroci da quello di un disabile motorio, o persino con ritardo mentale. E forse non ci crederete, ma non ho ancora trovato un solo psichiatra che capisse la cosa più ovvia, cioè che il meccanismo stritolante della psichiatria fa molta, molta più paura, e legittimamente, dei mostri nascosti nell’armadio o delle voci dentro la testa).
C’è stata la faccenda, abbastanza breve, della tricotillomania.
Non ricordo l’età esatta, ma andavo alle elementari – probabilmente si trattava degli ultimi due anni, quando la malattia (rara, neuromuscolare) di mio fratello aveva appena avuto il suo esordio e, come dire, ne ero vagamente provata. Già occupata a trattare ogni giorno un armistizio con i miei personali problemi, la cosa ha fatto traboccare il proverbiale vaso e per scaricare la tensione mi son messa ad arrotolare, involontariamente annodare e poi – per forza – strappare intere ciocche di capelli.
Mio padre bum!, anche capelli a parte, con la sua sensibilità ultrafina che accidenti a lui m’ha trasmesso, capiva che stavo prendendo una brutta china e s’è scantato – per dirla alla siciliana. Non capiva però, o comunque non riusciva ad aggrapparsi all’idea, che era un fatto normale. Anzi, era il meglio che potessi fare e farmi: tormentarsi i capelli, così come altre amene soluzioni, non è che un modo per esternare l’angoscia e liberarsene. Un banale meccanismo di difesa. Tra questo e l’implosione psicologica, voi cosa scegliereste?
Fatto sta che una sera è sbottato, e mi son beccata una lavata di capo (aha) e – peggio – l’ho visto strappare in due un libro-game a tema fantasmatico che avevo appena fatto comprare al supermercato a mia mamma (ero al settimo cielo: un libro-game tutto mio, che non avrei dovuto chiedere in prestito un mese sì e l’altro pure alla biblioteca!). Naturalmente, temeva – e me l’ha detto chiaro – che la mia “fissazione” per fantasmi e roba horror in generale mi danneggiasse. Idea sbagliata, ma comprensibile (papà, ti perdono, e se solo avessi potuto far di più per te…).
Vorrei che prima di passare alla riga successiva, o di chiudere la pagina su questo post, immaginaste: strappare un libro di almeno una cinquantina di pagine belle solide tenute unite, strapparlo in due per il verso della larghezza sì, ma a mani nude. Scommetto che manco ci riuscireste. E’ roba da furia ribollente, da terrore accecante.
Poi, certo, quell’altra faccenda. Un po’ imbarazzante, ma la taglio corta.
Va bene che siamo nati in un’epoca in cui api e fiori avevan già fatto il loro tempo, e non s’arrivava al primo ciclo di mestruazioni totalmente ignare di quanto, almeno a noi donzelle, sarebbe avvenuto. Eppure con il menarca ho avuto un piccolo trauma, e non perché fossi impreparata. Lo era mio padre, di nuovo, che non so quanto ci avesse ragionato in precedenza, ma nel più completo black-out della razionalità ha collegato il mio sangue a quello che seppure in tutt’altro modo ha caratterizzato gli anni iniziali dell’emersione della schizofrenia in mia zia – sua sorella. E via la brocca, alè. L’ha recuperata presto, ma per un’ora ho avuto davanti una persona estremamente trasformata. Non a me sconosciuta, ma piuttosto ferina…
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… a questo punto, chissà se qualcuno si ricorderà ancora del titolo e si chiederà cosa c’entrino con tutto questo clown, gatti e soprattutto il buon vecchio Bogart.
Innanzitutto, non penso di dover spiegare a nessuno cosa sia la coulrofobia – orribile termine! -, e potrei ma non mi va di discettare sulla reazione a figure simil-umane e sulla devitalizzazione nel test di Rorschach – bellissimo strumento! Immagino anche che fra voi si nascondano numerosi “estimatori” dei brividi da spina dorsale ghiacciata a causa di Pennywise e dei suoi fratellini minori.
Tanto perché devo sempre fare cose stupide, lessi It all’alba dei miei dieci anni, sempre con la schiena appiccicata al letto e lo sguardo che scattava spesso alla porta della camera, così, nel caso dovesse all’improvviso profilarsi qualche ombra estranea.
(E sopra il copriletto, tanto per gradire, era stampato il disegno di un Pierrot. Un essere maligno come pochi. Altro che libri di fantasmi, caro papà, tu non sapevi e non hai mai saputo che a terrorizzarmi erano piuttosto il pierrot che mi spiava dal copriletto, la mia stessa fotografia ingrandita appesa sopra la testata – mi fissavo sugli occhi, li vedevo diventare neri e piccoli e cattivi e se ero abbastanza sfasata, mi pareva persino che si muovessero in su e in giù. Oh e, certo, mi terrorizzava anche Humphrey. Adorabile di giorno, ma avercelo di fronte la notte, nella penombra del corridoio, che mi fissava dal fustino del detersivo non m’ha fatto crescere troppo a mio agio).
Così dei clown s’è detto, ma non sarebbe una rassegna onesta se omettessi che un clown – non Pennywise – me lo sognavo regolarmente. Mi inseguiva caracollando dietro a mia mamma, sulla cui spalla mi raggomitolavo tipo sacco di patate, che in piena notte mi veniva a riprendere all’asilo. E  dalla spalla lo osservavo mentre ci seguiva: e sempre lo associavo ad un certo strano pizzicorino sulla pelle, tipo quello della lana pura.
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I gatti, in maggioranza ciechi da almeno un occhio e palesemente infetti, sono invece quelli che circolavano da padroni assoluti nel cortile e in alcuni corridoi del manicomio (e spero non vi aspettiate che lo chiami “ospedale psichiatrico”), il primo in cui mia zia è stata ricoverata – cioè: il primo che ho visto io. La roba degli anni ’60 l’ho schivata, ma tanto i racconti di famiglia han fatto il loro sporco e orrendo dovere.
Oltre ai gatti, agli inservienti con l’aria più sbandata dei pazienti ed alla Grande Donna Nuda che faceva le sue scorribande nei corridoi inseguita dai suddetti inservienti (e sì, come suggerisce il nome era completamente nuda, e grassa, e raccapricciante); oltre che da loro la compagine di amici era composta da: persone-che-sbavavano, persone-che-urlavano, persone-che-ti-si-avvicinavano-troppo, persone-con-lo-sguardo-fisso-nel-vuoto e persone-con-lo-sguardo-fisso-e-penetrante-su-di-te. Spesso e volentieri, avevano tutte queste caratteristiche insieme, nonché l’immancabile sigaretta.
(Le poche, rilevanti eccezioni di matti “gestibili” e “piacevoli”, coi quali ho instaurato persino un rapporto di affetto, sono nate molto più tardi).
Non può sorprendere che nell’arco della mia vita abbia poi dato fondo ad antropomorfizzazioni, pensiero magico, allucinosi, scissione, derealizzazione e dissociazione. L’età da marito – l’età più propizia ad una fioritura schizofrenica – l’ho passata, e la familiarità per questo tipo di “malessere” è nel mio caso contenuta, se non addirittura esile. Ma la paura non lo è.
(Anche questo gli psichiatri non capiscono, povere teste di legno: che se per una sindrome si può parlare di familiarità, ma non di ereditarietà, ciò non la rende meno possibile o pericolosa. Che la pazzia è sì terribile e strana, ma è anche enormemente affascinante, attrattiva; ed è proprio vero che è come la gravità: basta solo una piccola spinta. Potrai anche avere solo occasionali e rari episodi psicotici di lieve entità, ma se li hai precisamente normale non sei. Piccolo e infrattato tra le circonvoluzioni del cervello, hai un marchio. “Loro”, gli psichiatri, sullo stigma sociale organizzano fior di convegni – ma di quello interiore che sta sempre lì a ricordarti che tutto può andare a ramengo in un solo rapidissimo attimo nulla sanno).
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Cosa volevo dire con tutto questo non lo so più, oppure non l’ho saputo mai.
Però, dopo aver nascosto per tre mesi ai miei compagni di corso nel 2009 che mio fratello era appena morto, è bastato un accenno durante una lezione al TSO che ho mollato le cataratte e vomitato fuori tutta la depressione e lo schifo e la disperazione provati quando è toccato a lui essere legato, forzato, portato via, ucciso come individuo.
O quando una volta in struttura mio cugino, con noi lì attorno, gli ha rasato i capelli – non ricordo perché servisse – in una doccia da caserma o da carcere, col telefono in alto, le piastrelle verdi ed una luce debole quasi morente che non illuminava niente. Lagern docent.
Forse esprimere il dolore o la paura non risolve tutto, a volte persino complica le cose.
A ciascuno il suo, tuttavia: io ho trascorso davvero troppo tempo a razionalizzare, negare e scappare; posso affermare con cognizione di causa che mi è stato necessario, ma non è una scelta adatta al lungo termine ed alla vita.
Ed io la vita, la salute – la sanità mentale – non le disprezzo; anche se per apprezzarle in maniera adeguata, profondamente, ho avuto bisogno di tempo. (Humphrey invece no, pare non ce l’abbia mai fatta: con quello sguardo un po’ così, da eterno sconfitto…).

Film .18: Il cavaliere oscuro – Il ritorno (The dark knight trilogy), Christopher Nolan

[first one; second one] Allordunque.
Mi sembra di voler dire mille cose e insieme di non averne in realtà nessuna da dire: sarà che questo terzo capitolo, conclusivo, mi ha scatenato tanti pensieri in più rispetto ai primi due – il che è cosa buona e giusta – ma mi ha anche lasciato l’impressione d’essere un tantino disordinato, di aver voluto mettere troppa carne al fuoco.
Le varie parti della trama – Bane, Catwoman, Miranda Tate, Blake-Robin, gli strascichi della bugia su Dent… – di fatto sono coerenti quanto basta, nel complesso però scivolano via meno fluidamente e chiaramente.
Per questo e solo per questo gli ho attribuito 4 stelle su 5 – presa nell’insieme, ovviamente, la trilogia se ne becca cinque piene, e vorrei sottolineare che al netto di questo pur non trascurabile difetto mi son goduta anche il terzo.
Citando una recensione su MyMovies, “non lascia spazio a delusioni“.

Pros

  1. Batman in difficoltà.
    Sì, okay, dopo otto anni di inattività calza un tutore alla gamba, fa due flessioni e bum!, di nuovo perfettamente in forma. Lo so. Però (giustamente) alla prima “uscita importante” Bane gliele suona, o meglio, lo suona.
    E in qualche maniera deve anche ripercorrere alla velocità della luce il percorso fatto per entrare nella propria paura ed assimilarla a sé. La faccenda del pozzo è okay, nonostante in quella prigione fin troppo confortevole per corrispondere all’inferno descritto da Bane girino troppi saggi, guaritori aggràtis e provvidenziali manifestazioni da delirio oppiaceo.
  2. Bane, per l’appunto. Tutt’altro che scemo, ma soprattutto grosso e… grosso, ecco.
    Mica tutti possono essere Joker, e a Gotham come nel mondo reale è più facile imbattersi in decine di mezzi criminali, in stracci o in giacca e cravatta, che in un unico formidabile super-cattivo.
    Mi piace che Ras al-Ghul (aka Me Pïa el-Chul per i nemici) l’abbia bandito dalla Setta delle Ombre solo perché… “è un mostro”. Ciò dimostra che MPeC è un coglione megalomane, altro che esempio di giustizia cieca.
    E ancora, ho letto un sacco di critiche al doppiaggio di Filippo Timi. Boh, non è il mio campo, non me ne intendo. Ma davvero soltanto io ho trovato eccitante e fichissima la voce storpiata con quel melodioso crescendo in acuto di Bane? Sì, eh? Vabbeh 😦
  3. Interessante l’intreccio “aziendale”. La Wayne Enterprises in crisi, l’idea del reattore e la cessione, il magheggio finanziario per recuperarla ecc.
    Avrei dato un pizzico in più di spazio a questo, e un po’ meno a tutta la faccenda dell’anarchia (vedi sotto).
  4. Catwoman. Embé.  Non tenta in alcun modo di rimpiazzare Rachel Dawes, sfrutta benissimo il tempo limitato che le viene dato, giganteggia (come attrice e come personaggio, riuscitissimo al dettaglio) ed è stragnocca.
    A proposito di quest’ultima notarella di colore, ehm, ci sono giusto due momenti che alzano leggermente la temperatura del terzo film rispetto ai primi due. E non sono, ovviamente, né la breve e casta scena post-coito davanti al fuoco con la Tate né tantomeno il bacio quasi-finale, sempre lampo e sempre casto (ma quanto ci piace), che Selina Kyle scrocca al pipistrelloso faccia-da-poker.
    Mi riferisco invece alla battutina sull’egocentrismo… non solo finanziario di Wayne mentre ballano (pure qui: ma prendiamoci un po’ di tempo, no? Sempre di corsa, accidenti) e soprattutto alla posizione POCHISSIMO provocatoria di Catwoman in sella (a 90°) al Batpod. I dieci minuti successivi me li sono persi, sono rimasta imballata [sì, sono cattolica. Sì, considero peccato l’atto omosessuale. Ma gli occhi non me li sono ancora cavati, mi mancano già abbastanza diottrie grazie, e la Hathaway è quella che è. Dio mi perdoni].
  5. Da parte sua, per una volta (l’unica che io conosca, per lo meno) il futuro Robin non è un impiastro, un nerd all’ultimo stadio (senza offesa per i nerd in buono stato psichico) o uno sfigato.
    E soprattutto, con buona pace dei fanwriter a caccia di shipping yaoi/slash, non è un piccolo gay tremebondo segretamente innamorato di Batman (Dio, pietà di loro perché non sanno quel che fanno).
  6. (Relativamente) pochi effetti speciali, grande lavoro di ricerca di una verosimiglianza visiva. (L’aereo che precipita all’inizio, per dire, non è in digitale). Tutta roba da rivedere al cinema – se mai mi capiterà!
  7. Per concludere, perfetto finale action&love (con la consueta sobrietà).
    Sarà che come detto c’era fin troppa roba da digerire, ma non l’ho visto arrivare e non so nemmeno spiegare quanto ho esultato.
    Eccheddiamine, questo sì che è un sano lieto fin(al)e. Tutti i conti tornano, Gotham ha fatto pace con la verità degli eventi – se non con gli eventi stessi – Batman può godersi un meritato e trionfale riposo, e tutti noi insieme ad Alfred ci scoliamo un Fernet Branca ghiacciato senza rimpianti autolesionisti (e senza marmocchi intorno, noto con piacere).

Cons 😐

Al di là della confusione e di certi fili lasciati penzolanti nella trama (o almeno, io li ho percepiti così), come già scrivevo, di fatto di “contro” me ne viene in mente uno solo:

  1. Anarchia, Denaro: non so se sia davvero un demerito. Indubbiamente il livello terra terra di accusa dell’idolo denaro come anche del tentativo di restituire la società a se stessa (e, indirettamente, distruggerla) ben si confanno al personaggio di Bane.
    Che non è stupido, ma è senz’altro elementare.
    Eppure questi due elementi, sensati, mi pare abbiano un che di ipertrofico e generico. Tra i brevissimi momenti in cui vengono additati broker e miliardari come causa del degrado, e i meno brevi momenti in cui un personaggio preciso (verrebbe da dire: reale) si confronta con un altro personaggio ben costruito – Selina e Wayne -, è nei secondi che si intuisce tutto il potenziale dell’argomento.
    Che, del resto, seppure non sviluppato a mille, fa il suo discorso e risulta addirittura cruciale per l’evolversi finale della storia: grazie al Cielo e agli sceneggiatori, Catwoman non scrocca il famoso bacio a Batman perché è una micetta sensuale e maliziosa o perché s’è presa una cotta, ma perché – perdonate la semplificazione – ha scoperto che un miliardario può anche non essere un uomo immoraleChe il mondo è sì marcio, ma non è ancora del tutto perduto. E nemmeno lei lo è.
    Insomma, questo del “tana libera tutti” – abbattiamo i ricchi e le strutture di potere – cazzate democratico-dirette eccetera, è per me un difetto, ma solo a metà.
    Dio benedica Christopher Nolan.

Coetanei (best movies 1984)

Sull’onda di questo meme lanciato da Gramon Hill, siccome quando lavoro a qualcosa ho bisogno di far pausa ogni 10 minuti sennò sovraccarico, eccomi qui a cazzeggiare (tanto per cambiare).
Il titolo spiega tutto: si tratta di elencare – in ordine crescente di piacimento – dieci titoli usciti nel proprio anno di nascita. “Migliori” è sempre un aggettivo (o un avverbio? Aiuto) scivoloso, diciamo che ne ho scelti dieci semplicemente fichi. Yeah. L’impronta avventuriera mi pare chiara…!

10: La storia infinita (Wolfgang Petersen)
Un film che aveva già un che di nostalgico mentre lo vedevo da piccola, figurati oggi. Tanto che probabilmente non lo reggerei, nemmeno con un container di Kleenex di fianco.

9: All’inseguimento della pietra verde (Robert Zemeckis)
Micheal Douglas aveva il suo perché anche per una fagottina di pochi mesi.
E non c’è niente da aggiungere.

8: Yentl (Barbra Streisand)
Rarissimo esempio di musical che non mi schifa.
Ma è tutto merito della Streisand, e dell’argomento (certo, non stiamo parlando de Il violinista sul tetto…).

7: Ghostbusters (Ivan Reitman)
Che vve lo dico a ffa’. Io e i fantasmi siamo sempre andati a braccetto.

6: Gremlins (Joe Dante)
Piccoli adorabili batuffol… argh! Mi ha morsoooo!

5: Nightmare (Wes Craven)
Cazzo, se mi faceva paura. Mica nel film, dopoNel mio letto.

4: C’era una volta in America (Sergio Leone)
Titolone che ho potuto capire, ovviamente, molto tempo dopo.
Del genere che, visto allora, mi avrebbe lasciato un mattone sullo stomaco per la malinconia.

3: Amadeus (Miloš Forman)
‘Sticazzi. (Scusa, dicevi?).

2: Terminator (James Cameron)
Ho sempre provato una sconfinata tenerezza per il giuggiolone dalla corazza metallica ed il cuore d’oro. Lui sdraiato a tanto così dalla vasca piena di acido (credo, anche se io lo rivedo in forma di lava) rimane, per me, uno dei frame topici della storia del cinema tutta. “Certi amori non finiscono” (cit.).

1: Indiana Jones e il tempio maledetto (Steven Spielberg)
plus bonus track a pari merito: Il canto di Natale di Topolino
Ta-tatattaaa-ta-tataaa… eccetera. Interi passaggi di questo film mi hanno ispirato addirittura in sogno (mixati con le attrazioni di Gardaland). Vita beata!

Mi son resa conto che di quel lontano anno avrei svariate cose da recuperare, nonostante quelli successivi abbiano visto un rilancio dei titoli più famosi. Molti mi dicono qualcosa, ma si parla di impressioni, ricordi flash stampati nel cranio.
Non subito, però. Il viale dei ricordi dovrà aspettare un carico formato caserma di serotonina per combattere i lacrimoni.