La saga del Mascheraio .6: Ah, l’amore

La malattia del romanticismo

Ah, l’amore… eh, l’amore ‘sto cazzo. Cos’è l’amore? Ognuno di noi potrebbe dare una diversa risposta, ma è indubbio che la nostra società, moderna e liberale, ne ha un’idea collettiva abbastanza precisa. L’amore per noi è un sentimento prima che una scelta, un afflato romantico anziché un’intenzione benevola nei confronti dell’altro, che è più oggetto che soggetto del nostro interesse.
E’ la malattia del romanticismo, che non colpisce soltanto l’idea di coppia e di amore ma anche il concetto di libertà, di valore, di eroismo… la malattia di chi aspetta il principe azzurro, ma anche quella dei nazisti – non ci credete? Leggete Militia di Leon Degrelle. Lo scarto tra questo testo commovente e trascinante, e la piattezza, brutalità, mediocrità dello scritto La nuova Europa, tradisce efficacemente la natura superficiale ed illusoria dell’idea romantica di mondo.

[18 giugno 1957]
[…] siamo venuti a parlare della credulità di Hitler, in così palmare contrasto con il suo generico atteggiamento di diffidenza. Ho chiesto a Schirach: “Non pensa che l’orgoglio e la presunzione gli impedissero di rendersi conto che veniva di continuo ingannato?”.
“Non credo” ha risposto Schirach che ha la tendenza a montare in cattedra. “Penso che la credulità di Hitler fosse piuttosto di natura romantica, come l’abbiamo sistematicamente favorita nella Hitler-Jugend. Il nostro ideale era quello della confraternita, credevamo nella fedeltà e nella sincerità, e ci credeva soprattutto Hitler. Penso che fosse portato a poetizzare la realtà”.
Sono rimasto per un istante a bocca aperta: non avevo mai visto le cose da questo punto di vista. Poi, però, mi è venuto alla mente Goering con la sua mania degli abiti fastosi, e Himmler con la sua fissazione per il folclore, e mi sono rammentato dell’amore che io stesso nutrivo e nutro per le rovine e i paesaggi idillici […].

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Spesso mi è stato chiesto, anche da persone che mi conoscono bene, se non fossi innamorata di Andrea. Anzi, una persona in particolare non me lo chiedeva affatto, lo affermava bensì con convinzione.
No. Se per amore intendiamo l’innamoramento, il desiderio di condividere vita, attenzione e corpo con un altro, la risposta è sempre stata no. Se per amore intendiamo l’attaccamento romantico, idealizzato, ad una persona ed a ciò che rappresenta invece sì: l’averlo creduto migliore di com’era, aver creduto al suo tentativo di dipingersi come persona sensibile e raffinata, l’aver ceduto alle sue malìe ed aver assecondato la sua mania di protagonismo: se questo è “amore”, sì, ho permesso ad Andrea di mettermelo al collo ed incaternarmici.
Non ha fatto tutto da solo, beninteso: lungi da me flagellarmi pubblicamente, ma così come il nazismo rispondeva perfettamente alle aspirazioni tedesche di allora, così anni fa il fascino di Andrea non ha fatto altro che solleticare la malapianta del mio orgoglio, promettermi di legittimare la mia superbia, illudermi che potevo essere la persona buona che ero stata allevata per essere ed al contempo una creatura superiore, altéra, eletta.

La grande tentazione

Andrea, nel suo narcisismo, ha compiuto né più né meno il lavoro del “grande tentatore”: che consideriate Satana una creatura reale, oppure un simbolo, una rappresentazione concettuale del male; la pretesa di rifare il mondo a propria immagine e somiglianza, dilaniando ciò che si oppone alla nostra “irresistibile forza”, al nostro delirio di potere, significa essere satanisti.

[22 novembre 1949]
Ancora una volta Dorian Gray, ossia l’esistenza in prestito. Indubbiamente, l’incontro con Hitler ha introdotto nella mia vita alcunché di estraneo, qualcosa che fino a quel momento mi era remotissimo: io, l’assistente di architettura, sostanzialmente anonimo, privo ancora di fisionomia, all’improvviso ho cominciato a concepire idee sorprendenti. Sognavo l’architettura di Hitler. Sogni, sogni.
Ragionavo secondo categorie nazionali, in dimensioni da grande Reich – e niente di questo era il mio mondo. Comunque, è da Norimberga che me lo dico convinto: Hitler, il grande tentatore. Ma lo era davvero? Mi ha distolto da me stesso? O proprio quel complesso sentimento di comunanza, che tuttavia, qualsiasi cosa io possa dire o scrivere, continua a sussistere, non sta a indicare che anzi Hitler mi ha svelato a me stesso?

[30 gennaio 1964]
[…] Di lì a pochi mesi, il caso mi aveva fatto conoscere Hitler, e da quel momento tutto era mutato, la mia esistenza ha cominciato a svolgersi in uno stato di perenne, altissima tensione. E’ singolare con quanta rapidità io mi sia scrollato di dosso ciò che fino a quel momento mi era sembrato così importante: la vita privata con la mia famiglia, le mie aspirazioni, i principi architettonici. Senza mai però avere la sensazione di una frattura o, peggio, di un tradimento, ma anzi di liberazione e ascesa, quasi che soltanto allora avessi avuto quello che era davvero mio. Nel periodo successivo, Hitler mi ha concesso molti trionfi, esperienze di potenza e gloria – ma mi ha anche distrutto tutto: non soltanto tutta la mia opera di architetto, non soltanto il mio buon nome, ma soprattutto l’integrità morale. Condannato come criminale di guerra, privato della libertà per metà della mia vita, gravato di un’ineliminabile sentimento di colpa, mi trovo per giunta alle prese con la consapevolezza di aver fondato la mia intera esistenza su un errore; condivido con molti tutte le altre esperienze: questa, invece, è soltanto mia.
Ma posso davvero affermare che Hitler è stato, nella mia vita, la grande forza distruttrice? A volte ho l’impressione di dovergli in pari tempo tutte quelle spinte in fatto di vitalità, dinamismo e fantasia, che mi davano la sensazione di potermi affrancare dalle limitazioni terrene. E che cosa importa il fatto che ha infangato il mio nome? Senza di lui, ne avrei uno? Paradossalmente si potrebbe addirittura affermare che è proprio questa l’unica cosa che Hitler mi ha dato, e che non potrà più essermi tolta. Si può gettare un uomo nella storia, ma è impossibile togliernelo. Sono stato costretto a queste riflessioni leggendo lo Hannibal di Grabbe, e precisamente il passo in cui il generale cartaginese, giunto alla fine di ogni sua speranza, si sente chiedere dal suo schiavo negro, prima di bere la coppa col veleno, che cosa ne sarà, dopo, di loro, e la sua risposta è: “Dal mondo non usciremo, vi siamo confitti”.
E potrei io, mi chiedo adesso, uscire dalla storia? Che significato ha per me il posto che vi occupo, per piccolo che sia? Se trentun anni fa mi avessero posto di fronte alla scelta tra diventare architetto capo di Augusta e di Gottinga, con la vita tranquilla e ordinata che questo comporta, una bella casa nei sobborghi, due o tre commissioni all’anno, le ferie con la famiglia a Hahnenklee o a Norderney, oppure la gloria e la colpa, il compito di trasformare Berlino nella capitale del mondo, e infine Spandau e la sensazione di aver fallito la mia intera esistenza, per quale delle due possibilità avrei optato? Sarei disposto a pagare ancora una volta questo prezzo? E’ una domanda che mi dà le vertigini, che a stento oso pormi, e certamente non so trovare la risposta.

E’ così. Contrariamente a quanto si crede, il bersaglio preferito del narcisista non è una persona debole (pur con le normali fragilità che a nessuno mancano), ma al contrario una persona – soprattutto donna – di carattere.
Anche per questo è così difficile staccarsi da lui, uscire dall’incantesimo ed osservare con onestà, con chiarezza i meccanismi in atto: i suoi, ed i propri… perché ci sentiamo diverse, non ci sentiamo “vittime” potenziali, ma individui che tutt’al più potrebbero a loro volta dominare su altri.
E finiamo per farlo, quando ormai l’abitudine alla cattiveria e all’indifferenza – anche se non ci ha cambiati fino in fondo – ci ha plasmato: tanto che ne siamo attratti, compiaciuti.

[…] Speer non fu sicuramente un “eroe” […]. Si comportò invece in modo di gran lunga più inquietante, da quel caparbio idealista che era sempre stato, disposto ad asservirsi a qualsiasi forza superiore. Speer si sentì cioè in debito fino alla fine d’una almeno personale lealtà verso colui che aveva pur già ravvisato come il criminale distruttore del proprio paese.

In serata, con Siedler, discutiamo di quel tipo di tedesco “idealista” che lo Speer degli anni Trenta impersonò in una misura palesemente elevata. Abbiamo convenuto nel giudicarne accattivanti gli aspetti nei rapporti personali. Però il quadro muta repentinamente nel momento in cui Speer emerge a livello pubblico, acquisendo influenza e potere: allora vengono a galla le sue pretese di riformare il mondo nonché il suo carattere “assolutista”, per non dire spietato. Speer era stato uno dei seguaci più radicali di Hitler.

Rispondendo a una domanda, Speer ha dichiarato che sull’Obersalzberg, specialmente agli inizi, aveva spesso avuto la sensazione di essere capitato in un mondo assolutamente estraneo. Hitler e la gente che aveva attorno parlavano di argomenti e di problemi molto distanti dai suoi. quel modo di parlare di politica, di questioni di principio, sulla situazione del momento o su ipotetici scenari gli sarebbe risultato insolito non meno del modo di Hitler di giudicare le persone: con grande freddezza e distacco. Però, avrebbe pensato allora, evidentemente è così che un uomo politico deve guardare alle cose.
In primo piano, in tutte le considerazioni, ha aggiunto Speer, erano sempre il vantaggio tattico e, quanto alle persone, la loro utilizzabilità per determinati scopi. Fino ad allora “le cose che non avevano a che fare con i miei interessi mi avevano rapidamente stancato o annoiato”. Al Berghof invece le cose si sarebbero prospettate diversamente. Ne sarebbe stato affascinato, e proprio il fatto che certi punti di vista gli risultassero alquanto inquietanti avrebbe accentuato il fascino che ne promanava. Dopotutto Hitler era niente di meno che il centro della politica internazionale, ovvero, come lo avrebbero qualche volta chiamato, “il motore del mondo”. Il che avrebbe conferito anche a loro, come avevano constatato non senza orgoglio, una certa importanza.

Abbiamo parlato di quel Karl Otto Saur che, nell’aprile del 1945, succedette a Speer nella carica di ministro. Giudizio seccamente dispregiativo, e quasi un accenno di eccitazione nella voce altrimenti pacata.
E’ un qualcosa di inatteso. Siedler e io ne siamo un po’ stupiti. Perché dopotutto Speer gli rinfaccia di essersi comportato esattamente come lui, solo due anni dopo: altrettanto succube di Hitler, altrettanto devoto. Si accorge evidentemente dell’impressione ambigua che suscita in noi, e relativizza non senza imbarazzo il giudizio. Che rimane però sprezzante.

Speer su Goebbels: era astuto, abietto, freddo e prepotente. Tutti tratti ripugnanti. Però si sarebbero fusi in una personalità che non lo aveva lasciato indifferente, per quanto ne disprezzasse in sé ogni singolo aspetto. Dopo una breve pausa ha chiesto, ingenuamente: “E’ possibile?”.

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Una storia d’amore. E di dipendenza.

La mia storia, la storia di moltissime donne, persino quella fra Hitler e Speer che qui ho voluto intercalare alle mie considerazioni perché molto calzante sotto svariati profili… tutte sono storie d’amore. Amore romantico, come l’ho brevemente descritto, un innamoramento costante che non si traduce mai in conoscenza reale del partner, in evoluzione positiva, in crescita umana, e che prevede soltanto – portato alle sue estreme conseguenze – dipendenza affettiva e sopraffazione vicendevole.
Fest ed il suo collaboratore Siedler, raccogliendo le testimonianze di Speer in merito al suo rapporto col Führer, non hanno dubbi sulla natura dello stesso: amore. Non passionale, non carnale, eppure a suo modo erotico e totalizzante.
Comprendo che non sia banale cogliere queste differenze: tuttavia esse sono la chiave. Perché ci si convinca che non solo una persona debole, o sprovveduta, o infatuata e insomma “innamorata” nel senso comune del termine possa cadere preda di soggetti tanto alienati; ma tutti noi.
Tutti possiamo rischiare di buttar via la nostra vita – figurativamente, e letteralmente – per adempiere ad un richiamo che smette di essere una libera scelta, un sentimento controllato, e diventa la vocazione di un burattino.

Marzo 1967, Heidelberg. […] Su Hitler. Non riesce quasi a liberarsi di lui. Continua a essere una specie di astro-pilota della sua esistenza. Colgo anche un tono sentimentale, sia pure appena avvertibile, in molte affermazioni che riguardano la sua persona, oppure – meglio – l’amico committente di progetti edilizi e architettonici. […] qualcosa ancora arde sotto il grande mucchio di cenere.

Poi, durante i lavori alla Cancelleria del Reich, subito dopo la presa del potere, conobbe Hitler personalmente, e non ci sarebbe voluto molto perché ne fosse sempre più affascinato: dalle sue piccole attenzioni, dallo charme, dalle occhiate nelle quali si poteva sempre cogliere stupore e scoperto apprezzamento. Ovviamente ne sarebbe stato lusingato, ma non di più. A volte si sarebbe perfino permesso di scherzare su questi gesti di favore che le persone attorno a lui, come accadrebbe sempre, avrebbero preteso di cogliere con maggiore chiarezza di lui.

Maggio 1967. quando, nel 1935, acquistò il “capanno-laboratorio” nelle Alpi, ha detto Speer, lo avrebbe fatto, per quanto ricordava, non tanto per trovarsi sempre a portata di mano di Hitler, quanto per sottrarsi agli imprevedibili impicci cui era costantemente esposto a Berlino. Si sarebbe voluto provvedere di un luogo accogliente, per lavorare con tranquillità, ma poi “l’esagitato Hitler” non glielo avrebbe permesso.
Probabilmente, ha aggiunto poco dopo, volle però anche soggiornare non troppo lontano dalla residenza di Hitler: chi poteva ricordarsi, dopo tanto tempo, di certi moventi così lontani? In ogni caso non avrebbe esistato un attimo quando il dittatore, circa due anni dopo, gli offrì una casa sull’Obersalzberg. E naturalmente si sarebbe sentito lusingato da quel gesto.

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[…] Non meno spazientito reagì ai ripetuti tentativi miei e di Siedler per convincerlo a fornire una spiegazione esauriente del suo temerario, per non dire “folle” ritorno nel bunker della Cancelleria del Reich, a Berlino, nella notte fra il 23 e il 24 aprile 1945.
Cercò di giustificare questa decisione affermando di aver sentito la necessità di congedarsi sul piano privato e personale da Hitler. Ma un congedo c’era già stato, tre giorni prima, dopo il festeggiamento del compleanno di Hitler.
Possibile – ci domandammo – che i sentimenti che provava per quell’Hitler che egli stesso, e da parecchio tempo ormai, aveva riconosciuto come un “criminale” e che come tale lo aveva definito nel suo entourage, fossero ancora talmente forti, persino in quella fase, che si sarebbe “disprezzato per tutta la vita” senza quel gesto avventuroso? Più forti anche dell’istinto di sopravvivenza, sollecitato dalla doppia paura di cadere sotto i colpi di un plotone d’esecuzione improvvisamente convocato da Hitler o per mano sovietica?

[…] Speer si chiese, come già prima durante il tragitto dalla Porta di Brandeburgo alla Cancelleria, se Hitler lo avrebbe accolto con indifferenza, o forse invece commosso fino alle lacrime, oppure se non avrebbe deciso di convocare il plotone di esecuzione. Hitler era sempre stato imprevedibile e lunatico nelle sue decisioni, e verso la fine della guerra più che mai.
[…] In un certo senso per ricondurre il discorso alle questioni “di servizio” e quindi alla realtà, Speer espose in una pausa del colloquio la questione dei direttori dell’industria Skoda i quali volevano “andare in Occidente”, cosa che Hitler sorprendentemente autorizzò subito. Inconsapevolmente a quel punto anche lui, Speer, piombò nuovamente nel suo “stato d’animo malinconico”, perché avrebbe ovviamente ripensato ai sogni comuni ormai così lontani da quel deserto di rovine attraverso il quale era venuto e, nonostante tutti i recenti contrasti tra di loro, sarebbe stato preso da una “grande commozione”.

Già sulla via del ritorno, lungo la spiaggia, Speer dice che, tutto sommato, gli sembra di non aver affermato con sufficiente forza quanto continui a ritenere giusto e opportuno quel suo essere tornato a Berlino per congedarsi da Hitler.
E forse non avrebbe neppure sufficientemente rilevato che la causa determinante che lo indusse a tornare in città era proprio Hitler: non voleva dileguarsi alla cheticella. Poi ha assicurato, quasi testualmente ma fra molte esitazioni: “Dopo anni di progetti comuni e anche di una certa amicizia non potevo agire per mesi contro i suoi ordini e poi tagliare semplicemente la corda. Per di più con una menzogna! Mi sarei disprezzato per tutta la vita!”.

Siedler ha osservato che si trattò dopotutto della fine di un amore […]

In serata abbiamo discusso con Siedler della “folle” ovvero (ed è il meno che se ne possa dire) “terribilmente adolescenziale” decisione di Speer di tornare, tre giorni dopo il congedo ufficiale in occasione del compleanno di Hitler, ancora una volta nella Cancelleria per un commiato “del tutto personale”. Tutti gli argomenti che aveva esposto per spiegare il bisogno di confessare a Hitler il suo “tradimento” erano suonati alle mie orecchie, in una maniera del tutto “tedesca”, insopportabilmente kitsch. Una profonda amicizia non poteva finire con la menzogna, l’infedeltà o con qualche altra volgarità, mi aveva dichiarato Speer socchiudendo gli occhi, tutto commosso da se stesso.
Ho spiegato a Siedler le ragioni per cui, durante tutto il periodo che avevamo trascorso insieme, non mi ero mai sentito così lontano da Speer come in occasione di quella confessione tanto franca quanto orribile: aveva non solo rischiato la vita per amore di un criminale irresponsabile, ma anche rimosso ogni pensiero della famiglia, mentre sullo sfondo si agitava spettralmente un concetto di fedeltà da tempo svuotato e innumerevoli volte tradito da Hitler. Ma che mondo era mai quello in cui Speer era vissuto?!, ho chiesto a Siedler, e gli ho raccontato d’aver formulato, alla fine, la stessa domanda anche a Speer. Al che Speer aveva fatto mostra ancora una volta di quel suo sgradevole sorrisino da “iniziato” e quindi aveva risposto: “Lei non lo può capire!”. E in ciò aveva sicuramente ragione.

Speer, la mattina dopo, sul suo rapporto con Hitler: non bisognerebbe dimenticare che la loro non fu una relazione solo politica. Molti vi scorgerebbero componenti soltanto egoistiche: cioè il suo interesse agli incarichi importanti, alla straordinaria carriera. Però sarebbe uno sbaglio. Ci sarebbero stati anche sentimenti. Ma chi, ha aggiunto più o meno, può descrivere le cause delle proprie emozioni, il loro inizio, la loro intensità e il loro svanire come se si trattasse di un compito di aritmetica?

L’ultima sera Speer si è improvvisamente domandato come mai Hitler non avesse mai consegnato anche a lui una di quelle capsule di cianuro che avrebbe distribuito tanto generosamente a dritta e a manca. Se ne conoscesse la ragione, avrebbe anche la risposta alla domanda dei “veri sentimenti” che Hitler “provava per me”.
In ogni caso è convinto che Hitler non si fosse semplicemente dimenticato di dargli una di quelle fiale; cose del genere non gli sarebbero sfuggite: quale potrebbe essere stata dunque la ragione?
Più tardi, con Siedler, ci siamo trovati d’accordo nel rilevare che la domanda implicita nella questione è: come mai per Speer è ancora tanto importante adesso, un tempo di vita umana dopo, riuscire a spiegarsi certe cose? Infine, un po’ ignobilmente, ci siamo detti che erano “gli aspetti inspiegabili di un grande amore”.

Sì, l’amore.
Dall’amore guardatevi bene.

trasferimento (5)

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> 0.: 16/12/16
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> 5.: Oggetti Volanti Identificati

La saga del Mascheraio .4: Il re dei castelli di carte

Bryan Berg è un pluripremiato costruttore di castelli di carte, o meglio: di edifici di carte, perché con le carte da gioco crea anche palazzi, parchi, case. Pare abbia iniziato ad 8 anni, e per garantire la stabilità delle sue imponenti creazioni – che arrivano a pesare moltissimo – ne ha testato la base in un laboratorio di ingegneria strutturale.

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Louisville, opera di Bryan Berg

Non so a che età Andrea abbia cominciato a mentire.
Presto, io credo, se è vero che giocava di ruolo da ragazzino-ino e che a poco più di vent’anni la menzogna già costituiva per lui una doppia natura.
Come recita la canzone portante del musical Springtime for Hitler, nell’omonimo film:
Oh it ain’t no mistery, if it’s politics or history.
The thing you gotta know is, everything is show-biz!
Semplicemente, ogni argomento, ogni frammento di realtà costituisce per lui materiale per i suoi inganni, per le sue elaborate finzioni alle quali crede tenacemente. Ci deve credere, perché se lasciasse la sua pur presente consapevolezza di sé e dei propri meccanismi emergere con chiarezza e senza sconti, non potrebbe sopportarne il peso senza crollare. E’ già profondamente fragile così.
Non so come sia esattamente cominciata né a che bisogni precisi risponda questa inveterata abitudine a mentire, posso solo testimoniarne l’esistenza e fornire qualche esempio (imparagonabili ad altri, personali; ma pur sempre capaci di dare un’idea della grandiosità, del livello di dettaglio e di alcuni ambiti nei quali più spesso la mitomania va a pescare le fonti delle storie da raccontare a se stessi, e propinare agli altri).
Come Speer afferma nei suoi diari di prigionia, “Hitler falsificava se stesso”.
Andrea idem.

[13 gennaio 1951]
[…] E benché Hitler illustrasse i suoi progetti con espressione compresa, quasi solenne, non riuscivo a convincermi davvero che a parlare fosse un adulto. Per un breve istante, ebbi l’impressione che si trattasse semplicemente di un enorme gioco con i dadi da costruzione. Ma mi affrettai a respingere il pensiero […]

Hitler, ha sostenuto Speer, avrebbe offerto un’immagine veramente miserevole. Però di tanto in tanto avrebbe anche sospettato che egli recitasse il suo stato di salute come una parte. Il dittatore sarebbe stato un attore talmente abile da saper usare per quello scopo perfino la sua precaria condizione di salute.
[Joachim Fest nei suoi appunti per la biografia di Speer]

E quest’appunto di Fest mi porta direttamente ad uno degli esempi salienti delle elaborate fantasie di Andrea.

house of cards

Una vita (decisamente) esagerata

  • Un numero imprecisato di anni prima che me lo raccontasse, Andrea ha avuto un tumore alla gola. A suo dire, dopo un certo periodo (non ricordo i dettagli, ma ne era prodigo) avrebbe rifiutato di proseguire le cure, e sarebbe guarito con la forza di volontà: qualità che gli riconosco e che in taluni casi produce effetti fisici considerevoli, grazie all’effetto placebo, ma che non basta a curare un tumore.
    .
  • A diverse persone raccontò anche di aver tentato il suicidio da giovanissimo, tagliandosi le vene nella vasca da bagno, e di essere stato rinvenuto da sua madre. La quale, naturalmente, non ne parlerebbe mai e se interpellata negherebbe. In un’altra occasione, tuttavia, raccontò anche di essere stato sotto shock e non aver ricordato per anni interi l’accaduto, rimanendo incredulo quando fu sua madre a rammentarglielo. Non è un’incongruenza, ma mostra la complessità crescente dell’apparato narrativo messo in campo.
    .
  • In anni recenti (2016) mi disse, di fronte al suo ragazzo (non quello storico, Stefano, ma Yari – è un alias anche questo), che aveva visitato varie abitazioni sul lago di Garda e ne avevano adocchiata una tra la provincia di Brescia e quella di Bergamo che gli piaceva; che avrebbe voluto acquistarla ed andare a viverci insieme a lui. Raccontò com’era e tutta una serie di intenzioni per arredare e disporre gli interni, le sale che vi avrebbe creato, ecc.
    Yari non fece alcun commento, mai. Non negava, non dava alcun segno di perplessità, ma neppure gli andava dietro.
    Lo stesso con la casa in cui si era trasferito in quel periodo, in una delle valli bresciane, che sosteneva essere di proprietà della famiglia – effettivamente benestante, ma quanto?
    Per altro, non mi è mai stato chiaro di cosa vivesse, di cosa abbia vissuto in tutti questi anni Andrea: sovvenzionato dalla famiglia, appunto, o come sosteneva:
    .
  • ha tenuto lezioni private a ragazzi del liceo (lui, che non ha pazienza e non ha attitudine all’insegnamento, perché impositivo e incapace di mettersi nei panni degli altri) – e poi? Boh!;
    ha collaborato con Vittorio Sgarbi, con Alfonso Signorini, il colloquio con il quale mi raccontò vibrante di entusiasmo, con il Centro Studi Camuno sulla Preistoria, ad un libro con il docente che ha seguito la sua tesi (mai visto né più sentito nominare, il libro), e via discorrendo e altisonando…
    .
  • … del resto, è stato anche il responsabile culturale di Orlando, la sezione ArciGay bresciana. Ovvio. Mica poteva essere un semplice iscritto. Non c’è traccia del suo nome o di alcun documento da lui firmato, di alcun evento da lui organizzato e promosso; ma che posso pretendere? Anche molti ministri non si presentano mai in Parlamento oltre il minimo necessario per ottenere la loro rendita, eppure la carica prestigiosa è loro pienamente riconosciuta.
    Non bastasse, ha avuta la sua brava esperienza come drag-queen, nome d’arte (che modifico, come sempre), Veronika, nella discoteca gay più nota della provincia. Naturalmente aveva delle foto che non vedeva l’ora di mostrarmi, naturalmente s’è ben guardato dal farlo.
    .
  • Ma tornando nel magico mondo etero, la favoletta nella quale ogni tanto si immergeva lasciando credere di provare un affetto particolare per la donzella di turno (sempre amica carissima, un’anima nobile, ma forte e di intelligenza brillante, ecc. ecc.: in pratica una sua controfigura al femminile perché altro non è in grado di apprezzare autenticamente)… ci fu un tempo – c’era una volta – una certa Eleonora, giovanissima ragazza morta in un incidente, figlia di Clara, con la quale Andrea faceva coppia… (se Eleonora era giovanissima quand’è morta, anni prima che lui me lo raccontasse, e quando me lo raccontava era pur sempre giovane anche lui, anche considerando Clara più matura, quanti anni poteva davvero avere?).
    Insomma, calcolo delle improbabili età a parte: Eleonora muore in un incidente. Clara, con la quale condivideva un amore immenso ed eterno, oh yeah, s’ammala. Tumore, questo prezzemolino (ma non era alla gola, stavolta). Lui naturalmente sta a sempre al suo capezzale, quando può: dopotutto studia e qualcosa nella vita, oltre ad incantare la gente, forse la deve pur fare, forse. Ciononostante, un giorno che stava fuori città, Clara sta male e prima che lui potesse raggiungerla in ospedale lei muore. Sola. (E quel giorno, secondo me, per le valli camune risuonava il tema del dottor Zivago).
    A seguito della tragedia, i genitori di Clara (che viveva nientemeno che in Villa Gheza, pezzo storico da novanta della Valle), stabilirono di lasciare intatta com’era la sua stanza di un tempo, e di murarla: per il dolore non sopportavano che ci si potesse entrare ancora. E sticazzi.
    Di questo grande amore, di questa storia drammatica, dei rapporti che dovevano necessariamente essere intercorsi con la famiglia di lei nessuna traccia. Solo vecchie storie, condivise da Stefano che le aveva conosciute (chissà!), ma indimostrate.
    Per qualche ragione, la tomba di Clara risultava essere nel cimitero di Padova, tanto che quando mi sorsero i primi dubbi – le storie che si affastellavano erano ormai tante, e grosse – meditai di recarmici per verificare se realmente esistesse una persona lì sepolta che corrispondesse alle sue caratteristiche.

narcisista

 

Che dite, mi fermo qui?
D’accordo, ma lasciatemi puntualizzare un paio di cose, evidenti quando uno fa 2+2 ma spesso difficili da raccogliere, organizzare unitariamente ed osservare con distacco e lucidità:
1. come ho annotato qua e là, i riferimenti spaziali e temporali talvolta hanno dei buchi, delle stranezze, risultano forzati;
2. spesso le storie raccontate subiscono modifiche o aggiunte relativamente piccole col passare del tempo ed al crescere del numero di volte in cui vengono riportate dal narcisista mitomane, piccole ma sufficienti ad instillare nell’ascoltatore un dubbio, una perplessità;
3. talvolta nessun altro può confermare la storia come testimone diretto, e non capita mai che terze persone ne parlino spontaneamente, negli stessi termini; non ci sono fotografie, lettere, oggetti appartenuti alle persone protagoniste, il tutto risulta inverificabile;
4. se messo alla prova rispetto a stranezze ed incongruenze, il mitomane si difende ribaltando anche tutto quanto raccontato fino ad allora, stravolgendolo senza timore d’essere còlto in fallo, addirittura negando d’aver mai detto alcunché di simile ed accusando voi che non vi ci raccapezzate di aver travisato / inventato / perso la brocca.

Se capite che una persona a voi vicina vi sta raccontando una montagna di balle su di sé, e su cose serie, non minimizzate: anche se non ha ucciso nessuno fisicamente, chi non sa essere autentico vi uccide dentro, vi inaridisce, vi svuota di senso.

Se una persona vi mente, allontanatela dalla vostra vita.

trasferimento (1)

Nelle puntate precedenti:
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Sono un mito .8: Lo stato dell’arte

Diverse settimane orsono avevo anticipato che avrei precisato meglio, di tutto il “menù” di segni e sintomi tipici della sindrome MELAS, quali effettivamente mi hanno colpito.
Ora che la visita di aggravamento è andata, mentre attendo il responso, mi pare un buon momento per farlo.
Vedrò di essere abbastanza concisa, ma prima di tutto voglio ribadire ancora una volta che, se per la commissione (per ragioni anche pratiche di inquadramento nelle tabelle ministeriali) le problematiche psichiatriche hanno maggior rilevanza, personalmente le ritengo importanti ma comunque secondarie.

Mito

Ho un lungo passato di depressione.
Sono, più o meno da sempre ed ancora oggi, ossessivo-compulsiva (ossessione per la simmetria, rituali di ripetizione, fobia di contaminazione).
Ho una familiarità per la schizofrenia, ma non ho mai manifestato altro che brevi crisi psicotiche in situazioni di forte stress – questo è l’aspetto che mi fa più paura, ma che concretamente mi tange meno.
Tutti questi fattori hanno il loro peso, tuttavia non hanno una correlazione diretta con la sindrome.

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Che provoca, invece, un progressivo decadimento cognitivo.
Se il decadimento in sé ancora non mi ha toccato (e spero lo faccia il più tardi ed il più lentamente possibile), d’altra parte un problema esiste: perché la mia effervescenza intellettuale si accompagna ad una certa lentezza, l’essere in certo senso brillante non mi evita la confusione che mi prende davanti a compiti, istruzioni, attività mediamente complesse ed articolate (dal cucinare al predisporre un itinerario), non mi aiuta ad essere flessibile (lo sono poco, per me cambiare in corsa è molto difficile e stressante), non mi toglie la necessità di seguire ritmi e percorsi spesso differenti da quelli di chi mi sta intorno – ho bisogno di strutturare il lavoro, e non parlo solo di quello retribuito, in maniera da seguire un binario sicuro e non sentirmi affogare in un mare di stimoli che non riesco a gestire tutti insieme, ed a far combaciare.
Capisco quindi chi, abituato a sentirmi disquisire sui massimi sistemi e su faccende più prosaiche con un certo piglio, non si capacita che io ritenga di avere difficoltà nelle funzioni esecutive. Nemmeno i test specifici che a suo tempo la neuropsicologa mi ha somministrato su mia richiesta hanno dimostrato nulla, anche se ricordo con affetto e sollievo che lei stessa ha condiviso una certa perplessità sulla finezza di tali strumenti.
Capisco, ma intanto il “troppo” per me continua ad avere una bassa soglia, e ci vuol poco perché le richieste di un datore di lavoro, ma anche della stessa vita quotidiana – che pure porto avanti – si rivelino eccessive.
Citando la mamma di Ariel (che lo scrive da un’ottica diversa, che comunque pure conosco, cioè quella di una caregiver familiare), non riesco a prendere decisioni: se fossi ricca, assumerei qualcuno che mi sgravi dal peso di decidere cosa indossare o preparare per cena. [grassetto mio]

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Il relativo fenotipo non prevede caratteristiche evidenti: la bassa statura, certo, ma è un tratto indistinguibile poiché diffuso entro la popolazione normale.
Dal punto di vista organico, finora mi è andata piuttosto bene: niente diabete (ancora).
Niente epilessia (ce n’è traccia nel lobo temporale dall’EEG, ma a parte i frequenti deja-vu e un singolo episodio di iper-riconoscimento dei volti, che son vicende affascinanti e tutt’altro che problematiche, null’altro, né penso che mai mi capiterà).
L’ipoacusia, ossia il sentirci poco o non capire a tratti – che inevitabilmente diventeranno un non sentirci per niente – è presente da quasi dieci anni, da otto un acufene fisso ma non fastidioso all’orecchio sinistro, solo saltuariamente e per pochi secondi al destro.
Il mio ultimo fraintendimento? Su Real Time davano Primo appuntamento, ed un tizio che alle elementari era stato bullizzato perché aveva una forma, seppur lieve, di Tourette chiede alla ragazza che sta incontrando:
_ Conosci la sindrome di Tourette?
Io, avendo ascoltato tutta la conversazione, ho poi ricostruito la frase, ma inizialmente avevo capito questo:
_ Conosci Dominic Toretto?
E’ la parte divertente della sordità. La mente riempie i vuoti, come sappiamo, con quello che già ci è familiare… ehm!

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Ma proseguiamo… ipoacusia, dunque, poi mialgie (dolori muscolari), mioclonie (spasmi muscolari, anche fascicolari), crampi, rigidità muscolare in alcuni distretti, parestesie (formicolii, intorpidimenti, bruciori) – tutto ciò riguarda gambe e braccia.
Sono tanti? Sono pochi? Non lo so, non conosco molta altra gente con queste menate.
Mi impediscono di camminare o usare le braccia? No, decisamente no, ma sfibrano (metaforicamente e letteralmente, portando all’ipotonia ed all’atrofia).
Poi ci sono le difficoltà di coordinazione tra parti diverse del corpo mosse in contemporanea (per esempio se giro la testa mentre cammino), non gravi ma che rappresentano un’ulteriore complicazione, l’andatura incerta, a tratti traballante, a tratti irrigidita (combinazione fatale: spesso sbando, e mentre accade me ne rendo conto ma invece di accompagnare il corpo e cercare di bilanciare divento una scopa di legno e aggravo la situazione). Tutti gli spigoli sono miei. Inciampo nei miei stessi piedi. A volte picchio dentro gli scalini, altre alzo troppo il piede e do una pestata come se prendessi la rincorsa (ma senza volerlo).
Sono caduta poche volte, ma è capitato.
La più clamorosa è stata a gambe e busto fermi, dritti, mentre muovevo (non così ampiamente) le braccia per rilanciare una pallina di carta ad un’amica con la quale stavo giochicchiando a pallavolo. Sono andata giù di lato come un sacco di patate – piano, per fortuna. E per fortuna, soprattutto, non ero sull’orlo del marciapiede, come quell’altra volta che in centro città ho voltato la testa e appena un poco il busto per guardare un cane, e stavo volando in terra dall’altro lato. Ho urlato per lo spavento, ma è stata una frazione di secondo ed S. non ci ha fatto caso: infatti mi ha chiesto se avevo paura del cane…!
Che altro? Ah, sì: la parte più importante, e più scomoda.

stanchezza

Io faccio fatica.
Io mi stanco.
Lasciate che ve lo ripeta:
Mi stanco molto, spesso, subito.
Faccio fatica a far tutto, a sollevare una scatola, a camminare a lungo, a divertirmi.

Io – faccio – fatica – anche a fare cose normali.
Sono sempre stanca: mi alzo stanca, vivo stanca, quando faccio cose, anche senza sforzo fisico, ovviamente poi sono ancora più stanca. Molto stanca. Sfiancata. Distrutta. Spossata. Stremata.

Si chiama miastenia (a livello muscolare), più globalmente astenia, ossia mancanza di energia. Patologica, costante, cronica.
E’ come essere un’auto col motore a posto, gli pneumatici gonfi e l’olio rabboccato, ma senza benzina. Per ora, non ho trovato una metafora migliore di questa.
Ed è il problema più grave, più reale, più decisivo; l’astenia, ossia fatica e stanchezza.
Due cose poco o per nulla visibili, comprensibili, additate come fantasie o segnali di ipocondria, o peggio e più spesso considerate scuse patetiche per fannulloni e scansafatiche.
Su questo ci torniamo, perché è il centro di tutto e perché ho tradito l’intenzione iniziale d’esser concisa. Ma va bene così.


Nelle puntate precedenti:
Sono un mito .0: La medicina narrativa
Sono un mito .1: Please meet mitochondria
Sono un mito .2: t-RNA-leu-A3243G
> Sono un mito .3: Dep 2 Death
> Sono un mito .4: Un epistolario
> Sono un mito .5: Come bambini
> Sono un mito .6: Libera
> Sono un mito .7: Attrice in erba

La Saga del Mascheraio .1: Come riconoscerli

Vi sarete sicuramente fatti delle domande.
Per esempio perché mai uso quest’appellativo, il mascheraio, per riferirmi ad Andrea.
E’ presto detto: l’obbiettivo di questo mio esperimento biografico è di descrivere un certo tipo umano, e se mi riesce di metterne in guardia chi legge. Ora mi divertirò un po’ a descriverlo.

La mia fonte

Ho detto che avrei parlato di dittatura? Ecco, il “mascheraio”, termine che adoro, non è altro che il nostro dittatore nazionale. Colui che sorregge la torre di Pisa:

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Spero che molti fra voi lettori siano stati a visitare il Vittoriale, la famosa residenza di un’altra piaga nazionale, Gabriele D’Annunzio per gli amici il Vate. E’ veramente bella: magari non l’ideale per chi detesta i barocchismi, ma anyway assai curiosa e ricca di percorsi artistici diversi.
Ebbene, D’Annunzio ebbe una bella pensata: ad uno degli ingressi alla villa vera e propria (no, perché attorno ci sta un parco bello grande, e nel parco ci trovate pure una nave – la nave Puglia), quello di norma utilizzato da Mussolini quando lo raggiungeva a Gardone Riviera, fece apporre un pannello sul soffitto, in fondo alle scale, che costringeva l’illustre visitatore a piegare il capo per poter entrare (!).
E su questo ingombro architettonico mise un’iscrizione destinata al duce:

Adatta le tue maschere al tuo viso, mascheraio,
ma ricorda che sei vetro contro acciaio.

In altre parole: non sei che un pessimo attore di teatro, credi di comandare sul mondo, ma neppure lo conosci. Il tuo potere è fragile come vetro.

Le caratteristiche

Posto che Andrea è Andrea, e (grazie a Dio) non ne esistono cloni identici, trovo che senz’altro rappresenti la summa della personalità narcisistica. (Per altro, colgo l’occasione per ribadire che col DSM aggiornato mi ci pulisco… i pavimenti: il narcisismo si configura anche come un disturbo, non solo come un tratto della personalità. Se avete contribuito a declassarlo, andate a zappare la terra).
Naturalmente non tutto ciò che c’è di problematico in lui afferisce a questa categoria psichica. Ma essa ne è indubbiamente il fulcro. Bando alle ciance, dunque: se riconoscete (come da manuali…) cinque o più delle caratteristiche sottoelencate in una persona a voi vicina, non vi dico scaricatela e scappate, ma fatevi qualche domanda e rispondetevi sinceramente. Ne va della vostra serenità.
Vado ad elencare, dalla sintomatologia, “solo” ciò che ho riscontrato in modo continuativo in lui.

Disturbo narcisistico della personalità:

  • si sente esageratamente importante, e pensa che tutto (e tutti) ruotino attorno a lui;
  • si sente speciale, e ritiene di poter essere compreso solo da persone speciali a loro volta, particolarmente intelligenti – brillanti – profonde;
  • ricerca la vicinanza di persone note, con incarichi importanti, per poter essere loro associato e godere di riflesso del loro status in un certo ambito o contesto sociale;
  • pretende ammirazione e consenso: ogni critica pur piccola è percepita come un affronto, le opinioni diverse dalle proprie le approva in apparenza, magari complimentandosi con l’interlocutore per la sua “mente aperta”, ma poi cerca di ricondurle comunque entro le proprie cornici cognitive;
  • ha scarsa empatia e scarso senso della realtà, si aspetta che persone, istituzioni e interi ambienti si adattino alle sue necessità e vi rispondano prontamente; senza tuttavia esser disposto a ricambiare l’attenzione che considera gli sia dovuta;
  • ha modalità affettive di tipo predatorio: i rapporti di forza sono sbilanciati a suo favore, l’impegno di mantenere una relazione (amicale o sentimentale, ma anche familiare) è prevalentemente se non integralmente scaricata sull’altra persona, della quale approfitta per raggiungere i propri scopi (pratici o di soddisfazione emotiva).

Il disturbo narcisistico può anche essere associato al disturbo istrionico (e, senza voler porre diagnosi, Andrea presenta un paio di tratti comuni anche a questo: del resto, alcuni lo considerano un sottotipo del primo).

Disturbo istrionico di personalità:

  • sfruttamento di malattie fisiche (vere o presunte) per attirare l’attenzione;
  • scarsa tolleranza per la frustrazione o la gratificazione non immediata;
  • rapide successioni di stati emotivi diversi, mutevoli, che possono apparire incomprensibili o esagerati agli altri;
  • autodrammatizzazione, teatralità, espressione esagerata delle emozioni; eloquio ricercato;
  • tendenza ad assumere la posizione di leader, alla manipolazione, alla menzogna (per ottenere apprezzamento, compassione o costruirsi un’immagine di persona importante).

Poca roba, insomma.
Mi preme sottolineare ancora una volta che tutte le voci che ho riportato figurano nell’elenco diagnostico dei due disturbi (in pratica l’ho riportato quasi integralmente…), e tutte appartengono ad A.
Onestamente, io ci sono sì abituata, ma scrivere per condividere con terze persone (che non siano le “solite” due o tre che l’hanno conosciuto, o che conoscono molto bene me), un po’ le carte in tavola le cambia: e così, anch’io posso dire che effettivamente il quadro globale fa impressione. Detto alla romanesca: ammazzate oh.

Welcome home (Sanitarium)

Per Slavoj Žižek – che riprende le parole della rivista Time Out – Joker è un “horror sociale”, qualcosa d’inimmaginabile fino a poco tempo fa. Siamo al secondo paragrafo, esattamente a metà della prima colonna d’un articolo lungo 5 pagine e mezza – e mi sto mettendo ad urlare.
Un mugolìo strozzato si fa strada al paragrafo successivo, in cui il filosofo / studioso della psicanalisi (così lo definisce Internazionale) sloveno afferma che Arthur-Joker rimane un estraneo fino alla fine.
La cosa si fa interessante: quanto sangue dagli occhi riuscirà costui a farmi scorrere? Sino a dove l’orrore di un ammasso di fesserie può spingersi? Parafrasando la Vodafone, ecco: l’orrore è tutto intorno a me.

Ho saputo da subito, e vi ho contribuito io stessa, che questo film avrebbe scatenato interpretazioni e sovrainterpretazioni. E non lamento certo che ne siano piovute: specialmente da parte di chi fa dell’analisi un mestiere.
Ma J, qui, parimenti che nel fumetto Arkham Asylum: Una folle dimora in un folle mondo, non è più protagonista di quanto lo sia Batman, che pure si trova a suo modo al centro della vicenda – eh sì, Lucius. J non ha altra funzione se non quella di anfitrione: lui ci convoca ad Arkham (o a dare un’occhiata dietro il sipario del Murray Franklin Show), ci apre la porta all’arrivo e la riapre al momento di “liberarci” nuovamente nel consesso umano. Punto. Nel mezzo ci sta un gioco: nelle viscere di Arkham, scarsamente illuminate, Batman si ritrova dentro un terrificante utero costretto a giocare a nascondino più con se stesso che con i suoi avversari. E nelle viscere di un cinema siamo pur sempre anche noi dentro un utero più o meno confortante o confrontante – come che Fleck si collochi nei nostri schemi interpretativi, appunto, è prima di tutto un gioco che giochiamo insieme, regista attori e spettatori.
Ma che can can!
Cos’è il cinema se non un passion play, inteso tanto come gioco quanto come recita?

The passion play… as it is played today.

Così recita una delle pagine introduttive al fumetto.
today è l’avverbio giusto, stante che se pur son cambiati (alcun)i metodi e strutture, la natura della relazione con la malattia (mentale, ma anche sociale) non lo è.

“Io non voglio stare tra i matti!”, esclamò Alice.
“Oh, non puoi farci niente”, disse il Gatto
– “qui siamo tutti matti. Io sono matto. Tu sei matta”.

“Come fai a sapere che sono matta?”, disse Alice.
“Devi esserlo”, disse il Gatto. “Altrimenti non saresti qui”.

Lo riconoscete? E’ il principio paradosso del Comma 22 di Heller: «Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo.»
E per converso, chi è sano può chiedere che il proprio fascicolo in carico ai Servizi Territoriali di Psichiatria venga chiuso (che è più di archiviato), ma chi è in carico ai Servizi di Psichiatria è per definizione pazzo, senza possibilità di ritorno.

E’ per me che ho paura. Ho paura che il Joker possa avere ragione. A volte metto in dubbio la razionalità delle mie azioni – [ma chi lo fa, non è la più sana delle persone?] – e ho paura che quando varcherò le porte di quel manicomio… quando sarò dentro quel manicomio, e il portone si chiuderà alle mie spalle… sarà come essere di nuovo a casa.
– Batman

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Tempo fa un’amica, conosciuta in un gruppo di auto-mutuo aiuto per depressi, a seguito di una crisi maniacale (era bipolare) è stata ricoverata in Psichiatria. Non voglio nemmeno cercare di recuperare i dettagli del ricordo del giorno in cui andammo, io ed L., a visitarla – e ci ritrovammo a doverla difendere dai medici. Non rammento (questo non lo rammento davvero) a che proposito, ma stava spiegando un suo pensiero, che aveva anche una certa valenza nella terapia, e non veniva nemmeno ascoltata. Non dico creduta, ma nemmeno ascoltata: poiché la sua patologia la induceva in certi frangenti ad esagerare e inventare le situazioni, non una sua parola era degna di fiducia.
Senza alcuna remora né tatto siamo state messe a parte dell’inesistente valore che i professionisti attribuivano all’esperienza della paziente, come fossimo loro complici, amiche o meno: del resto, noi e loro eravamo pur sempre  fuori di lì, libere di andarcene.

L’incipit:
Dal diario di Amadeus Arkham –  Negli anni seguenti alla morte di mio padre, la casa divenne tutto il mio mondo. Durante la lunga malattia di mia madre, spesso mi sembrava così vasta, così REALE, che in suo confronto mi sentivo poco più di uno SPETTRO che infestava i corridoi.
Anche se mia madre non ha mai avuto alcuna patologia psichiatrica, nondimeno la malattia mi ha vincolata a lei in modo tale da annullare ogni altra istanza, ogni frammento di realtà che mi potesse star aspettando fuori dalla gabbia.
La malattia è stata la protagonista della mia vita così come Casa Arkham, in seguito divenuta Asylum, è la vera protagonista di quella che per sentirvi meno a disagio potete anche chiamare graphic novel.
E quale più forte consonanza potrei trovare tra l’obliterazione identitaria operata, ieri e oggi, sui pazienti psichiatrici – a dispetto delle cazzate spacciate nei libri di testo – e l’annullamento di sé che il non poter comunicare, il disperarsi a tentare di comunicare senza esito ad una sorda priva di altri mezzi oltre alla parola ormai inutile?
Persino il delirio privato – che tutt’al più diveniva delirio a due come in un pax au deux, mai un dialogo vero – del mio affezionato Uomo dei Numeri funzionava meglio. L’Uomo dei Numeri, il cui nome m’è andato significativamente perso, l’avevo conosciuto nella struttura più decente, almeno dal punto di vista estetico e pratico, in cui mia zia ha soggiornato (per la cronaca: a San Bassano, provincia di Lodi).
Lui lanciava per aria un numero, io replicavo con un altro numero. A sensazione, a piacere, senza un termine temporale definito. Appena a uno dei due veniva voglia, ci si spostava su altri elenchi tematici, che avremmo potuto rimpallarci per ore: su tutti, nomi di musicisti (prevalentemente di classica) e campi di sterminio nazisti.

Batsy- Arkham

Nello stesso modo in cui, nei suoi dipinti minimalisti come quadrato nero, Malevič riduce la pittura alla sua opposizione minima tra disegno e sfondo, Joker riduce la protesta alla sua forma minima autodistruttiva e senza contenuto.
Ma suvvia, Gesù Cristo. Protesta, autodistruzione? Ma questo non è J, questo è Batman, e ce lo dimostra con le sue associazioni di parole su stimolo della dottoressa Adams:

Madre? : Perla
Manico? : Revolver
Pistola? : Padre
Padre? : Morte

Pistola = Padre. Žižek! Meno dottori, più fumetti! E poi comprati un paio di pesci pagliaccio, e mettiti un po’ a giocare con i vetri, e le carte, e come McKean con le perle le foglie i meccanismi degli orologi i pizzi e le pelli. Intrattieniti!

To think of all the years he’d wasted trying to entertain others,
when he could merely have sat back and entertained himself 
with the absurd delusion of civilization that called itself society.

Come suggerisce il Cappellaio, caro Slavoj, forse è [nel]la tua testa. Arkham [Joker] è uno specchio. E noi [le tue congetture] siamo te. Hai trovato il tuo specchio, e l’hai scambiato per una lente d’ingrandimento. Non ti sembra un po’ da pazzi?

Jung, Abraxas, spaghetti e mandolino.

Mi è chiaro mo’ che l’ho letto, seppure a volo d’uccello, perché si dica di Jung che ha ispirato tanta parte della New Age – volente o nolente. L’unico modo per non mettersi le mani nei capelli scorrendo questo resoconto – che l’autore stesso temeva venisse preso per la dimostrazione ch’era pazzo quanto e più dei suoi pazienti – dei suoi sogni notturni e delle “fantasie spontanee” dettate dalla pratica dell’immaginazione attiva, consiste nel godersi la bellissima introduzione al testo ad opera del curatore Sonu Shamdasani.
E’ un libro denso di conversazioni, questo: tra Jung e la sua Anima (intesa, come da disciplina, quale principio femminile presente nell’uomo così come l’Animus è principio maschile presente nella donna), tra Jung ed Abraxas, suo alter ego à la Zarathustra, tra Jung e la sua “personalità 2”, quella da lui considerata superiore e legata all’incoscio collettivo, agli archetipi, insomma a tutti i concetti precipui del suo lavoro; che Shamdasani si premura per altro di distinguere spezzando l’annosa associazione, fortissima ma impropria, con la psicanalisi freudiana.

Scopo di tali dibattiti interiori è, secondo Jung, quello di oggettivare gli effetti dell’Anima e diventare consapevoli dei contenuti che vi sono sottesi, integrandoli nella coscienza.
Una volta acquisita familiarità con i processi inconsci che si riflettono nell’Anima, quest’ultima “perde il suo potere demonico di complesso autonomo” e diventa una funzione di relazione fra la coscienza e l’inconscio. 

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Come detto ho scorso rapidamente il testo e mi sono soffermata solo per poco, e solo su alcuni, dei sogni riportati dall’autore, saltando a piè pari tutta la (più corposa) parte dedicata all’immaginazione attiva – che, per intenderci anche se in modo piuttosto sintetico, potremmo definire “sogno ad occhi aperti con estrazione di contenuti psichici dal profondo”.
Il materiale è molto, elaborato ed assai interessante – oltre che necessario – per affrontare la sua vasta produzione: è da questo percorso di autostimolazione e successiva autoanalisi, a partire dai materiali inconsci prodotti e dalle rappresentazioni grafiche  che Jung ne fa (spesso sotto forma di mandala, di cui la versione più importante e pesante del testo è corredata, mentre non lo è la “versione studio” da me presa in prestito) che egli parte per aprire la strada a ciascuno dei succitati elementi-cardine della sua riflessione.
Io, tuttavia, sono attualmente parecchio interessata, piuttosto, ai sogni notturni, al loro contenuto e ad una trascrizione degli stessi, miei o di altri – tant’è che ho creato su questo blog un’apposita categoria. Perciò di fatto, dopo l’introduzione, ho subito stabilito di interrompere una vera e propria lettura e mi sono limitata a sfogliare e sbirciare il resto.
Non ho dunque altro da dire su Jung, se non: in culo a Sigmund Freud.

Sono un mito 1.: Please meet Mithocondria

Da piccolo, ai tempi delle elementari, mio fratello A. è probabilmente sembrato, a molti, un tantino ritardato. Troppo mite, poco loquace, lento nella comprensione dei compiti e nelle reazioni in generale. Come potete intuire, questa sua natura l’ha esposto al bullismo – che allora, negli anni ’70-’80, nessuno chiamava così, ma ci capiamo – tanto che più di una volta mio padre dovette intervenire per mettere addosso un po’ di strizza ai bastardi che se ne approfittavano.
E’ stato forse (anche) per la sua apparenza non troppo “a bolla” che, quando ha avuto l’esordio di malattia (1992), prima di arrivare al dunque mio fratello ha ricevuto dai medici diagnosi errate (e per lo più formulate per tentativi ed errori) tra le più diverse:

  • in prima battuta, è stato ricoverato al padiglione Infettivi – senza alcun reale criterio clinico;
  • da lì è stato spostato in Psichiatria, dove incredibilmente l’hanno “rigettato”: una volta tanto, la stranezza è parsa anomala persino a chi appiopperebbe un’etichetta con scritto “matto” a chiunque, o più prosaicamente abbiamo avuto la fortuna di incontrare medici lucidi ed orientati;
  • considerata la tumefazione presente all’interno del cranio ed evidenziata dai successivi esami strumentali, non so quale reparto ha stabilito che si trattasse di un probabile tumore, per accertare il quale è stata eseguita una biopsia cerebrale;
  • ovviamente, non era un tumore: fine della corsa in Neurologia. Per molti anni, una seconda casa per tutta la nostra famiglia.

In uno psichiatra presuntuoso e per di più pivello A. ci si sarebbe comunque imbattuto ancora, anni più tardi, anche se per un breve momento: nonostante a quel punto avesse collezionato fior di ricoveri e di cartelle cliniche – tutti relativi alla Neuro – il cretino, sulla base di un semplice riferito raccolto al volo in PS e senza approfondimento alcuno, ha deciso che se il paziente delirava allora aveva bisogno di uno psicofarmaco. E subito. Poi uno si chiede come mai la gente sviluppa un’avversione ed un timore tanto radicati per la Psichiatria. E per i medici in generale.
Ad ogni modo, l’ambito psichiatrico che tanta pena ha sempre dato a me e mio padre, nella storia della nostra malattia rara ha avuto un mero ruolo tangente, rappresentando un portato estremo delle nostre condizioni di vita e solo in alcune occasioni un problema specifico. Per paradosso, ho già accennato più di una volta a simili questioni sul blog, mentre la Neurologia, che più ci riguarda, è rimasta nascosta.
La nostra non è una malattia orfana di diagnosi o di farmaci, è tuttavia a suo modo una malattia poco visibile – di questo però, dirò più avanti.

Mito

La Neurologia, dunque, il “posto giusto” dove indirizzare un ragazzo diciannovenne che improvvisamente afferma di vedere macchie scure al lato della visuale, di non poter leggere perché impedito da una nebbia, e di sentire un forte mal di testa in zona nucale e frontale.
La tumefazione rilevata con TAC / (PET?) era, fondamentalmente, l’esito infiammatorio di una lesione focale. La nostra sindrome procede su due differenti binari: la norma è una progressione degenerativa lenta e costante, che si sviluppa sull’arco di anni e decenni, si verificano però periodicamente (con una frequenza più o meno ampia a seconda della gravità del caso) anche episodi più intensi e localizzati, tecnicamente dei micro-ictus, con tendenza al riassorbimento parziale – cioè al recupero, che però non è mai integrale, delle facoltà e delle funzioni intaccate dall’evento.

Sono state, queste, tra le prime informazioni acquisite dagli incontri col dott. Vincenzo Di Monda, che all’epoca lavorava nella 2a Neurologia agli Spedali Civili di Brescia.
Citarlo e ringraziarlo mi è d’obbligo, perché se è vero che in Italia la sindrome era sconosciuta, è altrettanto vero che non pochi altri avrebbero preferito andare a tastoni oppure interessarsi al caso formalmente, ma gettando di fatto la spugna – per non dover ammettere di non sapere e potere tutto, gravissimo oltraggio di lesa maestà, quanti medici lo fanno!
Per porre la giusta diagnosi, invece, Di Monda consultò senza colpo ferire i colleghi americani, e ci salvò dal frustrante ed infruttuoso calvario che molti, troppi malati rari – con i loro familiari – attraversano per poter non dico ricevere un adeguato supporto, ma anche soltanto per dare un nome a ciò che in loro non va.
Con la diagnosi di malattia rara, neuromuscolare, mitocondriale la patologia, presente da sempre, divenne ufficiale. Era degenerativa ed inguaribile, sì: però qualcuno, con intuito e precocità, l’aveva vista, riconosciuta, nominata ed accertata! Nella disgrazia, un’importante e decisiva fortuna.

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