Complimenti, eroi della tolleranza

indro-montanelli-statua-milano-razzista-3

....................[Dal blog di Giuliano Guzzo: qui] - [Pagina Facebook].....................

Per quanto appaia strano, sono sollevato che i sedicenti antirazzisti de noantri, ieri, abbiano insozzato il monumento a Indro Montanelli posto nel luogo di Milano là dove i brigatisti lo gambizzarono.
Sono sollevato perché ora tutti possono vedere, senza immagini dall’estero, la barbara stupidità che aleggia a sinistra.
Un gesto così, insomma, ci voleva. Perché per quanto certo deprecabile fu l’esperienza dell’allora ventiseienne giornalista con una dodicenne eritrea – con un matrimonio di cui l’interessato mai nascoste i dettagli, e che all’epoca era addirittura un contratto pubblico sollecitato dal responsabile del battaglione eritreo guidato da Montanelli -, mi piacerebbe capire dove stia la coerenza di chi compie o tollera gesti così, e poi magari ammira Pier Paolo Pasolini, uno che comprava a ore incontri sessuali con dei ragazzini suppergiù proprio dell’età della sposa montanelliana.

Con questo, naturalmente, non intendo certo augurarmi che l’immenso PPP finisca in alcun modo tra i bersagli del neopuritanesimo graffitaro, ci mancherebbe.
Semplicemente, evidenzio l’incoerenza e soprattutto la violenza di una parte di quella sinistra che ora simpatizza con il nuovo vandalismo ideologico, la cui manovalanza, da giorni, si è messa in testa di riscrivere la storia a colpi di sentenze di vernice e picconate.
E qui, va da sé, George Floyd c’entra zero. qui non c’entra neppure il razzismo, in realtà. qui c’entrano solo, devo ripetermi, l’ignoranza e la violenza. Perché solo un ignorante e un violento può oggi prendersela, attribuendo loro chissà quali colpe per le ingiustizie attuali, con Indro Montanelli, Winston Churchill, Mahatma Gandhi e Robert Baden-Powell, tutti personaggi i cui monumenti sono ora a rischio. Tutti giganti, accanto a chi ha più bombolette che neuroni.

Black floyd

E’ forse l’unico post, questo, che scrivo controvoglia.
E’ anche l’unico che sarebbe più adatto alla pubblicazione in orario notturno: perché la notte è nera, sia di colore che spesso di umore, e perché così si fa con le cose di cui ci vergogniamo: le si nasconde nel buio.

La cosa che mi dà la nausea persino nominare non è – come ben spiega Lapinsù – un evento occasionale, una “fase”, né tantomeno (in questa evenienza proprio allo 0%) un caso fortuito, o peggio: un errore.
George Floyd non è stato vittima di un incidente, ma neppure (sarebbe un male, ma un male spurio, umano e non diabolico) di un abuso di potere. L’abuso di potere si ha quando si spinge troppo oltre le facoltà che ci sono date, a qualsiasi titolo, esagerando o forzando la mano, ma senza avere come fine alcun tornaconto personale, sia esso economico o morale. Una sorta di “violazione / violenza priva di scopo preciso”, messa in atto semplicemente perché è possibile, praticabile.
Almeno, così l’ho interiorizzata io fingendo di studiare per i concorsi in enti pubblici.
Ma se pure mi sbagliassi, il concetto è il medesimo: non si è trattato di un abuso che si poteva evitare ed ha portato a conseguenze impreviste e indesiderate. Si è trattato di un atto cosciente, libero e deliberato; non impulsivo, prolungato nel tempo.
Certo, è stato un omicidio. Un omicidio volontario con l’aggravante della crudeltà.
Ma, anche se questo lo riconosciamo subito – e non è scontato -, l’omicidio rappresenta comunque qualcosa di orrendo con cui tuttavia abbiamo familiarità. Sappiamo cos’è, sappiamo che è sbagliato e lo dichiariamo tale, ma difficilmente ci fermiamo a pensare per esteso: quell’uomo ha ucciso un altro uomo volontariamente, deliberatamente, senza una ragione e mostrando compiacimento. Ed altri hanno concorso all’esito, la morte – non un generico danno: la morte – tacendo, giustificando ed assolvendo preventivamente quel primo uomo, rimandandone l’incriminazione, non arrestandolo neppure.

Come è stato per Breonna Taylor.
Come dite, non sapete chi sia?
Eh già. Non lo sapevo nemmeno io.
Non perché la pandemia copre ogni altra notizia, e nemmeno perché ciò che le hanno fatto – badate: non ciò che le è accaduto, ciò che le hanno fatto – sia meno orrendo.
No, non è per questo. È che certe vite contano meno di altre.
Non ve l’ha spiegato vostra madre?

film (aprile 2020) – pt. I

Obbligo o verità – Jeff Wadlow

Horrorino senza infamia né lode, che mostra la volontà di rimaneggiare un soggetto fuori dai canoni classici e riesce, se non altro, a fare di quei canoni un melting-pot caruccio.
Concetto e sviluppo sono adolescenziali, ma di un adolescenziale ben pensato, non dipingono insomma di quell’età soltanto gli sviamenti e l’ingenuità pecoresca.
E’ un titolo che avevo a suo tempo pescato in un elencone online di genere, e la recensione con giudizio da medio a buono è stata più che sufficiente per convincermi, dato che questo gioco (un gioco in realtà molto serio, per adulti con le palle ed il pelo sullo stomaco…) l’ho sempre adorato.
Cercando altre info, ho persino scoperto una versione online che consente di indicare il numero ed il nome delle persone coinvolte e di scegliere ad ogni turno se effettuare l’obbligo o rivelare una verità, appunto; ma non ve lo linko perché l’ho testato ed è abbastanza noioso, ripetitivo.
Ad ogni modo, se ve lo state chiedendo, io ho sempre scelto verità.

Anime nere – Francesco Munzi

Bellissima pellicola che racconta la ‘ndrangheta in toni insolitamente dimessi, ma certo non per questo meno cruenti.
L’ho scelta per via di Peppino Mazzotta, che sa destreggiarsi bene nei panni di un calabrese ripulito e trapiantato a Milano ma pur sempre legato alla sua terra (parafrasando un noto modo di dire: puoi togliere un calabrese dalla ‘ndrangheta, ma non puoi togliere la ‘ndrangheta da un calabrese), quanto in quelli dell’onesto e affidabile collega di Montalbano.
L’ho poi amata per tutto il resto, in particolare per la fotografia perfetta e la vitalità ed espressività dei volti degli attori, principali e non.
E sì, anche perché mi sono riconosciuta in quella frase lapidaria e piena di verità non esprimibili in modo più dettagliato pena svilirle della moglie di Rocco (Mazzotta), milanese di nascita: Noi non siamo come voi. Io sono diversa. C’è un abisso che ci divide, nord e sud, e non ha nulla a che fare con la politica.

anime-nere-film

L’ultima casa a sinistra – Wes Craven

Non finisce bene per nessuno, ma l’atmosfera (e pure la fotografia, oserei dire) innegabilmente anni ’70 vanno a creare, involontariamente, un contrasto tra violenza e commedia a mio parere riuscitissimo.
Leggo che è il primo film girato da Craven, dopo aver lavorato qualche anno nel porno. Leggo anche che questo titolo sarebbe un remake de La fontana della vergine di Bergman, che non conosco.
Pur essendo stato tagliato e pur mostrando una violenza fisica della quale oggi rideremmo, mi è parso un film piuttosto spaventoso. In parte perché, limitatamente alla mia immaginazione, l’ho visto con gli occhi di chi l’ha visto in sala allora, con un impatto ben diverso; in parte perché la violenza inscenata ha poco a che fare con stupri e coltelli. E’ la violenza morale a colpire e restare, non quella carnale.
Wikipedia riporta anche che il Krug della pellicola è stato un prototipo del ben più noto Freddy Krueger, come testimonia il nome.

Hereditary – Ari Aster

Un titolo bestiale. Non solo per la raffinatezza della tortura e dell’angoscia che infligge, ma anche perché, in crescendo con il coinvolgimento dell’intera famiglia protagonista nel delirio, tutti noi abbiamo di certo sentito un sordo battere di tamburi in lontananza.
Potrebbe essere l’eredità di una pratica tribale umanissima e sferzante, con i suoi sacrifici cruenti e le adorazioni blasfeme, l’esito allucinatorio di una tara genetica, ma potrebbe essere anche il suono del cuore pulsante di un dio cieco e idiota che urla oscenità al centro dell’universo.
La chiarificazione finale, che pure c’è ma non geometrica e puntuale come siamo usi aspettarci, lascia aperta la porta ad entrambe le nature dello scatenarsi del male.
Ed il profondo coinvolgimento che suscita tutto quanto, oltre ad un paio di scene pesanti, ne consiglia la visione in un momento adatto: forse non si può arrivarci davvero preparati, ma almeno non prendetelo alla leggera.
Letture di accompagnamento:
le parole di Lucia – senza spoiler – e quelle di Ornella – con spoiler.

hereditary-ari-aster-toni-collette
Toni Collette nel film Cecilia quando s’incazza

Borg vs. Mc Enroe – Janus Metz

Sì, di storie di campioni sportivi l’America ne ha sfornate milioni, e per uno spettatore non particolarmente appassionato ognuna di esse rappresenta il rischio di una morte per sopraggiunti limiti alla noia sopportabile.
Il film di Metz può costituire un’eccezione (per me lo è stata), in minima parte grazie alla specialità di cui si interessa – il tennis mi pare poco o punto “praticato” al cinema, voglio dire nei biopic -, in massima parte perché descrive, un colpo dopo l’altro, i due uomini dietro alla loro immagine pubblica (molto simili fra loro tanto da diventare poi, oltre il confine della pellicola, grandi amici; e per una volta si percepisce questa tesa vicinanza e questa svolta futura come un’onesta realtà anziché un espediente narrativo che la semplifica troppo).
Bravi LaBeouf e soprattutto Skarsgard.
La recensione su MyMovies.

Candyman – Bernard Rose

Parte del recuperone di vecchi horror, Candyman è un titolo che ancora mi mancava ma che è sempre suonato familiare al mio orecchio, ricordo persino le innumeri volte in cui da piccola passavo davanti alla VHS disponibile per il noleggio nella nostra videoteca di fiducia – e che non ho mai avuto il coraggio di portarmi a casa -, insieme ad Hellraiser e ad un sacco d’altri assassini più e meno seriali e molto soprannaturali.
Ciò che invece non ricordavo (o non ho mai saputo) è che il protagonista (al pari della bionda ricercatrice etnografica, Virginia Madsen) è un negrone a me noto ed affascinantissimo, di un’eleganza che non sfigurerebbe ancor oggi se solo gli levassimo il colletto di pelliccia: Tony Todd.

candyman-tony-todd-2

Tra la leggenda dell’assassinio di un nero che aveva sfidato le convenzioni sociali, l’ambientazione divisa tra un upper side ed un caseggiato di cellette popolari, ed il contrasto marcato bianchi-neri / maschi-femmine, di materiale politico (pur senza avere chissà quale approfondimento) ce n’è.
Nella sua relativa semplicità, con quel tocco poetico e la splendida musica di Glass, vale la pena vederselo.

Il permesso: 48 ore fuori – Claudio Amendola

Non ricordo quale sia stato il primo film girato da Amendola, ma so che era una commedia. In quest’opera seconda invece va sul drammatico e, oltre a dirigere, interpreta uno dei quattro detenuti in permesso, Luigi, che vanno a fare i conti con la vita lasciata in qualsiasi posto si possa chiamare casa.
Nessuno di loro troverà ciò che sperava – per qualcuno, però, potrebbe esserci persino di meglio ad attenderlo.
Una pellicola più che discreta, con un Luca Argentero che spicca, come mai immaginavo potesse.

47 metri – Johannes Roberts

Anche di horror subacquei con squali l’universo sovrabbonda, ma di questo avevo letto buone recensioni e posso aggiungerci la mia.
La storia: due sorelle, una più spigliata ed una più squadrata, per altro appena lasciata dal fidanzato, sono in vacanza in Messico. Una sera conoscono un paio di ragazzi a malapena carini. La spigliata, per dare una svolta all’umore della squadrata, la trascina riluttante a fare un’immersione non autorizzata chiusa in una gabbia, per vedere gli squali a pochi centimetri. La squadrata non avrà abbastanza carattere per opporsi, e tutto andrà malamente in vacca – ma lasciandovi credere, a ogni passaggio, che forse le cose riusciranno ancora a risolversi.
Chi vive, chi muore e chi scantona non ve lo rivelo, ovviamente; basti dire che la semplicità del soggetto non affossa, ma anzi lascia libero spazio (un oceano di spazio) alla suspence ed amplifica le note emotive. Bello, credibile (per quanto ne posso capire) e toccante.

Green room – Jeremy Saulnier

Cacchio!
Sam Simon (se non erro) l’ha definito un cazzotto nello stomaco (ed io ho chiosato: se è un cazzotto nello stomaco, allora ha qualcosa da dire). Così è stato.
A differenza di Cassidy (qui la sua recensione sulla Bara) non ho mai ascoltato né apprezzato il punk, per cui può darsi che mi sia sfuggito qualche riferimento (poco male) e che sia strano solo per me che – così comincia la storia – una band punk accetti, seppure al verde come la stanza del titolo (è così chiamata la stanza-camerino di preparazione e decompressione pre- e post-concerto), di suonare in un locale di naziskin. Non è che siccome gli skinhead son tanto di sinistra quanto di destra mescolarli ed agitarli produce un cocktail da sballo… magari la gente lo fa, ma io avrei evitato.
Comunque, sta di fatto che la band ci va. Fa un po’ di casino all’inizio, ma poi raddrizza il tiro e sembra che la serata debba filare tutto sommato liscia. Almeno finché, rientrando nella green room, non si trova davanti uno spettacolo inatteso e per nulla musicale: il cadavere di una ragazza accoltellata per terra.
Se in un contesto qualsiasi la cosa sarebbe di per sé problematica, in un contesto fondamentalmente chiuso e semi-sommerso come quello della destra estrema diventa la molla che fa scattare un ben oliato meccanismo, un protocollo non scritto di rimozione del pericolo ed insabbiamento. Tra cani, coltelli, pistole e fucili, blandizie e minacce, uscirne fuori non sarà banale.
La tensione non manca, la violenza c’è anche se moderata, ed anche per questo mi trovo piuttosto d’accordo con Cinema Estremo (qui) e col giudizio complessivo che dà sul film; tuttavia è bene ricordare che non è la quantità di sangue a determinare lo spavento (possiamo ben collocarlo anche nell’horror) o la repulsione – il famoso cazzotto nello stomaco.
A me Green room è arrivato forte e chiaro, e per la prima volta da mesi mi son trovata a ripensare a quando ho allertato diversi amici condividendo un paio di confronti avuti con gente di CasaPound, passi falsi che sentivo potevano mettermi a rischio se non proprio in pericolo. Non che mi aspettassi nulla di davvero grave, ma di abbastanza serio da guardarmi le spalle per un po’ sì. Tanto che sono arrivata a giocare di diplomazia, per non dire a scacchi, tra Cp, Fn e un libero battitore ben inserito in Cp e rispettato dai capi ma anche utilmente anticonformista, perché mi prendesse indirettamente sotto la propria ala. Uno sbattimento. Che sarebbe stato una sciocchezza per un’anima politica abituata ai maneggi tra pubbliche e private relazioni, ma io un’anima politica e machiavellica non ce l’ho mai avuta e tanto m’è bastato, già con un piede fuori dalla porta.
Insomma, mi è salito il brividino e dunque il film il suo cazzo di lavoro l’ha fatto.
E’ bello e terribile vedersi sullo schermo, e fate conto che sono abbastanza eclettica da impersonare contemporaneamente la mora ammazzata e la bionda ribelle.

green-room-poster

Pet Sematary (1989) – Mary Lambert
Pet Sematary (2019) – Kevin Kölsch, Dennis Widmyer

Un’accoppiata vincente che non potevo farmi mancare, dopo aver finalmente letto il romanzo lo scorso anno. E, incredibile a dirsi, il confronto libro-film non è stato sofferto come al solito, ma soltanto uno strumento in più per ragionarci su.
Parrà strano a qualcuno, ma per me vedermi la combo di questa storia macabra e che finisce malerrimo (con King non è certo scontato) a Pasqua è stata una scelta azzeccata. Parliamo, dopotutto, di morti che tornano in vita, anche se non si tratta proprio di una risurrezione evangelica in un corpo glorioso, bensì di ritorno zombesco col corpo a brandelli, puzzoso e incrostato di terriccio… al ritmo dei Ramones.
(Chi non alza il volume a palla e non balla, va a letto senza cena nella stalla).

Se la versione dell’89 – con cammeo di King nel ruolo del predicatore al funerale – ha una sua atmosfera suggestiva impareggiabile, ho trovato che la versione del 2019 fosse meno disastrosa di com’è stata dipinta. Certo, c’è da precisare bene che, se il primo terzo della pellicola è molto buono, il secondo terzo è ancora buono ma già più standard, ed infine il restante terzo tracolla.
Tutto sommato, le idee sono buone e la storia ben attualizzata, con qualche modifica interessante (il figlio perduto è, in questo caso, una figlia), ma quelle stesse modifiche sembrano essere state sollevate e poi abbandonate a metà, non portate davvero fino in fondo.
E se i dialoghi sono più approfonditi e le situazioni nutrite di dettagli utili – mentre nell’originale tutta la sceneggiatura è più grossolana -, viceversa l’afflato emotivo, la mia partecipazione da spettatrice al lutto, alla brama per un potere pericoloso ma attraente, alla nostalgia ed al rimpianto sono venuti affievolendosi mentre il minutaggio cresceva. L’attacco era proprio buono, mi sono sfregata le mani, ma poi dell’abisso di dolore per la scomparsa di un figlio, della lucida follia di chi non riesce a tollerarla, ma pure della  potentissima vicenda collaterale di Rachel e Zelda e del senso di come tutto sia connesso e preordinato, poco rimane. Alla fine si sconfina in un brodo di coltura di stilemi horror mal connessi tra loro.
Non c’è quasi evoluzione nel personaggio di Louis Creed, ed avrei voluto fosse data una certa importanza – come nell’89 – a Victor Pascow.
In generale, comunque, è un film godibile persino per una purista come me. Non è poco.

La casa nera (The people under the stairs) – Wes Craven

Titolazione italiana insensata per un horror d’annata movimentato, grottesco e divertente; e se una vena di denuncia sociale c’è, mi pare assai più funzionale al gusto di far casino – Alice, hai mai visto un fratello prima d’ora? – che non un segno di pretenziosità e messaggi alti.
Non ci sono del resto messaggi morali nascosti, si allude alla differenza sociale e razziale, al rifiuto di una progenie “difettosa” o semplicemente imperfetta, alla promiscuità sessuale e all’incesto in maniera diretta e brutale, perché brutali sono i proprietari immobiliari dell’edificio in cui Matto vive, e nella cui abitazione fatta di salvifiche intercapedini dovrà sopravvivere.
Se accettiamo Blatta come Bianconiglio alternativo, l’accostamento ad Alice nel paese delle meraviglie non è ingiustificato.

film (marzo 2020) – pt. II

Assassinio sull’Orient-Express – Kenneth Branagh

Mah! Ho continuato a ripetermelo, mille volte, lungo tutto l’arco del film… che a modo suo è bello, per carità: musiche, fotografia, sceneggiatura, tutto wow. Intrattenimento pefetto per un grande schermo. Sì, ma il resto? La resa della storia, la recitazione? Per non parlare di come è stato tratteggiato Poirot, identico ad un qualsiasi altro monotono detective contemporaneo prodotto in serie. No, non ci siamo. Se vi piacciono robe tipo i rifacimenti di Sherlock Holmes con Robert Downey Jr. e Jude Law, accomodatevi.
Moi non.

Indovina chi viene a cena? – Stanley Kramer

Credo di essere arrivata alla terza visione di questo film. Lo ricordavo brillante e lo è, vanta un’ottima sceneggiatura e dialoghi di classe; non ricordavo invece quanto fosse spassoso. Ho riso di gusto.
La mia sensibilità moderna aggiungerebbe solo un bello sganassone al tizio che nel parcheggio della gelateria scassa i cabbasisi per un piccolo urto all’automobile; ma comprendo che invece non averlo assestato è stata la scelta giusta per l’economia della storia.
Intelligente e piacevole, come lo è ogni film, classico o meno, che non annoia e non spinge a volersi distrarre con altro anche quando è ben fatto, come purtroppo càpita con troppe produzioni contemporanee.
Più delle problematiche connesse ad un matrimonio interraziale, o se preferite misto, a sollecitarmi è stata la diffidenza per una scelta così repentina. Per me è inconcepibile, in condizioni normali, decidersi per il matrimonio con una così scarsa conoscenza reciproca; senza con ciò volermi abbandonare a posizioni ultrarigide e pretendere dimostrazioni di affidabilità inarrivabili da un ipotetico compagno. O almeno così mi piace credere…

The life of David Gale – Alan Parker

Kevin Spacey, Kate Winslet. E già basterebbe. Poi, la regia di Parker. E ancora, il tema, anzi i temi: la costruzione della verità, la pena di morte, ma anche: la pena della vita.
Film bello ma furbo più di quanto auspicabile, almeno secondo me. Furbo nel senso che abbina bene il cardiopalma del thriller puro con la facciata da cronaca vera, quasi documentaristica, sbilanciandosi però più sul primo che sulla seconda, ed alleggerendo in tal modo quella che poteva essere una pellicola potente e definitiva, un mattone in faccia – i mattoni in faccia talvolta sono quel che ci vuole. La mia non vuole essere una critica, solo una dichiarazione di preferenza.
Non posso chiaramente svelare nulla della trama e soprattutto del finale, incerto sino all’ultimo ancorché intuibile, perché in questa incertezza sta la sua bellezza; si tratta comunque di una delle tante vicende di ricostruzione di un omicidio per il quale un uomo, il David Gale del titolo, viene condannato alla pena capitale, e del quale si professa innocente. Il compito di intervenire per rimettere le cose a posto (svelando come sono andati davvero i fatti, bloccando l’esecuzione o almeno lasciando un messaggio da parte del detenuto) spetta a Bitsey Bloom, giornalista in gamba ma, soprattutto, in grado di parlare con decisione quando è giusto parlare e di tacere quando tacere è un imperativo morale.
Il momento doloroso, per me, non è stato quello della scoperta e visione di una certa risolutiva videocassetta, ma le veloci riprese – queste sì di taglio prettamente documentaristico – delle manifestazioni fuori dall’edificio adibito alle esecuzioni, che mostrano da ambo i lati il carattere più bestiale, irrazionale, bovino – per dirla à la Simenon – dell’essere umano, e delle interviste ai passanti: impossibile considerare fittizie affermazioni quali “Ha stuprato ed ucciso una donna, merita di morire” oppure “Un’iniezione non è abbastanza, ci vorrebbe una picconata”. Se non siamo Aurora, la bella addormentata nel bosco, questa è precisamente la nostra realtà.

Parole, parole, parole – Alain Resnais

Da brava commedia francese smaschera con un sorrisetto acido le ipocrisie nelle relazioni di coppia e (anche, un po’) in famiglia, ma lo fa con un una certa leggerezza e prendendo in giro al contempo anche un certo sentimentalismo d’oltralpe, ben illustrato dai brevi stacchi cantati a turno dai vari personaggi, le cui storie tutte s’intersecano fra loro.
Non temete, non si tratta assolutamente di un musical o affini, i cantati sono inseriti in maniera perfetta e fluida nei dialoghi e funzionano come didascalie a questi, nonché ai pensieri più evidenti e leggibili anche se sottaciuti.
L’attrito fra cinismo ed, appunto, sentimentalismo da palcoscenico produce un effetto gradevole, divertente – ed ha pure un pochetto il sapore, per chi lo osserva, dell’incidente che ci si ferma a sbirciare per la strada… ideale per una serata rilassata.

Veloce come il vento – Matteo Rovere

Storia (vera) di disfatte e di risurrezioni all’italiana, ma con il piglio dei film di formazione che vanno per la maggiore in ambito internazionale. Protagonisti due fratelli, lui vecchia gloria dell’automobilismo e lei giovane promessa dello stesso, che puntano a vincere il campionato in corso per riscattare la casa di proprietà e nondimeno l’onore.
L’ho visto al secondo passaggio televisivo soprattutto perché mi interessava Matilda de Angelis, che ho conosciuto attraverso Tutto può succedere. Ma è Stefano Accorsi ad avere il tocco magico.
Bella la colonna sonora, e gli accenti emiliano-romagnoli.

Il sesto senso – M. Night Shyamalan

Film cult della mia giovinezza, non lo rivedevo da moltissimi anni. E forse, al di là dei meriti tecnici e di sceneggiatura, ho capito solo ora, con l’esperienza accumulata, cosa lo rende tanto pregevole: semplicemente, parla di una delle maggiori vitù umane, la capacità di ascolto. La madre di Cole, il bambino che vede “la gente morta”, nonostante il suo timore e la sua stanchezza cerca di guardare suo figlio per davvero. Lo psichiatra infantile, nonostante l’iniziale cantonata in cui cade per il suo abbruttimento, si e lo allontana da ciò che aveva prospettato per lui, farmaci e ghettizzazione ospedaliera. Cole stesso, e questo si rivela essere il segreto per dare ai morti ed a se stesso una seconda possibilità, dovrà far uso di tutta la sua propensione ad ascoltare l’altro per uscire dal suo dramma.
E’ anche un film consolatorio nella migliore accezione del termine, rispetto al nostro bisogno di essere capiti ed amati, vivi o morti che siamo.

Suburbicon – George Clooney

Sì, lo stesso che ha girato quella ciofeca di Monuments Men ha girato anche Suburbicon, e che bel colpo, ragazzi! (E non è stato l’unico). Ho scoperto che ha scritto la sceneggiatura con i Coen solo ai titoli di coda, ma a quel punto era piuttosto evidente… per fortuna ho resistito alla repulsione iniziale per la messa in scena del razzismo, una linea narrativa che in seguito si rivela essere utile all’intreccio ma secondaria – e che riesce a disgustare senza arrivare a versar sangue. Anche perché di sangue se ne versa in abbondanza altrove che nella contestata residenza dei Mayers, ai quali viene addossata la colpa del degrado “improvviso” del quartiere quasi per un sottotesto pro-forma (ma non estraneo all’economia del film, non superfluo insomma).
Il sottotitolo italiano, Tutto è come sembra, ancorché inutile (stavolta davvero) è calzante, nel senso che dopo la prima vera svolta (e ce ne sono diverse) i personaggi ed i loro moventi sono del tutto esposti, almeno allo spettatore e all’interno delle mura domestiche. Anche la definizione che ne dà Marianna Cappi su MyMovies mi pare corretta: “una dark comedy in cui il primo termine pesa più del secondo”. E questa è decisamente una cosa che amo.

✪✪✪

Film non commentati:
The Post – Steven Spielberg
The walk – Robert Zemeckis
I pinguini di Mr. Popper – Mark Waters
L’ombra del sospetto – Richard Eyre

Poca cosa

In questi giorni i telegiornali dicono (e si ripetono addosso) tante cose, alcune utilissime altre per niente. Lo sappiamo, ce lo stiamo dicendo anche noi a vicenda. Ciò che non viene mai abbastanza sottolineato, e non dico dai Tg ma – magari, per gradire – da Francesco che invece si diletta coi populismi, è che noi esseri umani siamo poca cosa.
Lo sanno bene Benedetta Bianchi Porro e Flannery O’ Connor, entrambe gravate da una seria malattia cronica e, ciononostante (o per meglio dire: attraverso di essa) capaci di illuminare la vita propria ed altrui. Ma senza arrivare a cotanta prova, possiamo intuirlo anche noi, sia che temiamo di più il coronavirus oppure il crollo dei mercati, sia che paventiamo il contagio della malattia o quello del razzismo – altro discorso collaterale, molto spinoso, più del virus stesso con tutte le sue protuberanze.

Il fatto è che abbiamo più o meno tutti dimenticato, come ha fulmineamente precisato la O’ Connor durante una lezione alla Georgetown, che

[…] il male non è semplicemente un problema da risolvere,
ma un mistero da sopportare.

Non è fatalismo, ma quieta consapevolezza. Tant’è vero che le Messe non sono state sospese – e del resto, si tratterebbe di puro buonsenso (prudenza: prima virtù cardinale), come racconta e spiega Lucyette. E come altresì specifica Sircliges nel suo commento: se la cosa è fatta come deve essere fatta, NON si smette di dire Messa, si smette di celebrarla in pubblico: i sacerdoti in canonica continuano a celebrare il Sacrificio e lo offrono per la Chiesa; la Messa è atto del popolo di Dio A PRESCINDERE dalla quantità di persone che vi assistono; una Messa col prete e 1 accolito è sempre Messa di tutta la Chiesa.

Detto questo, con buona pace degli scandalizzati di professione, certamente possiamo e anzi dobbiamo pregare. Per il contenimento del contagio, per chi già ha contratto il virus e soprattutto per coloro al momento in terapia intensiva o già deceduti; che i defunti penitenti non possono più chiedere aiuto per se stessi. Poi, per i governanti (sì, anche quelli dell’opposizione) perché pur in tutti i loro limiti siano ben guidati nelle scelte. Eccetera.
Per chi già recita abitualmente il rosario, sarà semplice dedicare una decina a ciascun gruppo di persone coinvolto nel problema.

“All’alba, a mezzogiorno, a sera, una campana del duomo dava il segno di recitar certe preci assegnate dall’arcivescovo: a quel tocco rispondevan le campane dell’altre chiese; e allora avreste veduto persone affacciarsi alle finestre, a pregare in comune; avreste sentito un bisbiglio di voci e di gemiti, che spirava una tristezza mista pure di qualche conforto” .
( I Promessi Sposi, capitolo 34)

Novecento .3: CasaPound Italia, Elia Rosati

Scherzi e giochi dialettici a parte, vorrei invitare i miei lettori a non lasciarsi ingannare o infastidire dall’oggetto del post, e a proseguire: non è un’apologia di Cp, e può essere tanto più interessante per chi non l’approva. Se tenete duro, in fondo c’è una sorpresina per voi 🙂

Il libro

Un altro buon libro d’inchiesta, dal taglio ben diverso da quello di Dentro e fuori Casapound – ricco di storie, di storia e di informazioni – ottimamente strutturato, adeguatamente approfondito (cosa davvero rara) e ben scritto, è quello di Elia Rosati con prefazione di Marco Cuzzi, dal titolo Casapound Italia – Fascisti del terzo millennio.
Pubblicato da Mimesis nella collana Passato Prossimo lo scorso anno, con una seconda edizione all’attivo già nel 2018, è il più aggiornato e meticoloso ritratto della formazione di destra radicale – così preferisco chiamarla, anziché “estrema” -, definizione che tuttavia sarebbe problematico condividere con il movimento stesso: dacché non solo esso è refrattario a darsi una connotazione sull’asse classico destra-sinistra, ma ha incorporato tra i propri “numi tutelari” figure tradizionalmente allineate altrimenti (Guevara, Gramsci, De André), ha sostenuto un lungo programma di confronto (quanto sincero oppure mediatico è cosa che ognuno deve stabilire da sé) con esponenti pubblici di partiti, associazioni ed idee distanti se non avverse (dalla Concia a Mentana), aderisce ad una visione trasversale di ribellismo.
Tant’è vero che, fra le aggettivazioni più frequenti e caratterizzanti del fenomeno – e delle sue azioni più note, come l’occupazione abusiva a scopo abitativo – vi è la locuzione “non conforme“.

Cp Flag

Sono questa ed altre modalità di auto-rappresentazione pubblica ed interna (non sempre le due cose coincidono, e se questo è vero in qualche misura per ogni organizzazione umana, nel caso di Cpi lo è particolarmente e scientemente) che Rosati sviscera per esporre al lettore – a vario titolo interessato o soltanto curioso – la natura e gli scopi del movimento-partito (impossibile scindere i due livelli di azione).
Incluse, e non sono poche, le diramazioni dello stesso in ambito socio-culturale, attraverso apposite associazioni collaterali (vi siete mai imbattuti, camminando per la strada, in adesivi accattivanti ma che non sapete dire a chi facciano capo? Se avete visto un adesivo de La foresta che avanza, sappiate che si tratta dell’associazione ambientalista di Cpi. Fuori da Eurospin un gruppo di ragazzi, sotto l’insegna de La salamandra, vi ha chiesto se vi va di donare qualcosa per i pacchi alimentari destinati a famiglie povere? Erano di Cpi. O magari, gli stessi, li avete incrociati nei reparti pediatrici degli ospedali – più raro, certo, perché è dura che l’iniziativa sia ben accetta – a regalare uova pasquali. Oppure potreste avere figli in un liceo, nel quale è stato eletto come rappresentante degli studenti qualcuno del Blocco Studentesco: è di Cpi. Fateci caso).
Voglio qui citare almeno un’altra caratteristica indagata nel testo, cioè la partecipazione (e l’arruolamento) giovanili a CasaPound; entrambi forti. Non solo si vuole creare una nutrita base, e crescere i militanti anziché limitarsi ad acquisirli, ma si vuole anche incarnare in tal modo uno dei princìpi-guida nella dottrina di Cpi, ossia il vitalismo. E’ stato, questo, uno dei fattori più dirimenti che mi hanno indotta a lasciare: vitalismo e giovanilismo non sono davvero nelle mie corde, grazie.

Osservazioni personali

Prendo spunto dalle Faq disponibili sul sito e in cartaceo per offrire qualche spunto su ciò che ho incontrato frequentando Cp per alcuni mesi, nel 2018.
CPI è un movimento xenofobo?
Sì. Si tratti di odio (che io non ho mai visto, onestamente) o di avversione (propendo decisamente per quest’ultima), in ogni caso affermare che non vi sia pregiudizio verso lo straniero ed il diverso in Cp è inesatto.
Personalmente non sono mai incappata in atti di violenza (fisica o verbale), né li ho subodorati, nemmeno ho riscontrato razzismo inteso come convinzione della superiorità di una razza su altre (e non è poco), ma neppure c’è obbiettività sul tema: molti non si limitano a sposare politiche che distinguano e diversifichino i diritti di italiani e stranieri, sulla base di idee opinabili ma legittime (e che io stessa in gran parte condivido), riaffermando l’amore per le proprie appartenenze nel rispetto di quelle altrui; perché il loro identitarismo sfocia nel rifiuto di ciò che è estraneo al gruppo in quanto estraneo, non in quanto singolarmente (e concretamente) deleterio o dannoso.
CPI è un movimento di estrazione confessionale o religiosa?
Confermo: no. Purtroppo questo non significa che la fede sia ben vista e ben accetta, in un’ottica di laica inclusione: Cp non è atea per statuto, ma neppure è equidistante dalla religione, è connotata spiritualmente in modo lasco, non si aggrega né professa nulla, e tuttavia ha un orientamento forte. Un orientamento implicitamente anticristiano.
Non crediate però che Forza Nuova, ufficialmente “crociata”, sia diversa: lo è nelle forme e nelle convinzioni, lo è perché si crede in tutta onestà una forza di ispirazione (tra le altre cose) cristiana, ma di fatto non lo è. Non vi è ombra di carità cristiana nelle sue affermazioni ed azioni, vi è solidarismo, che è diverso. Allo stesso modo, è antisemita, ma guardandosi allo specchio trova, in buona fede, di non esserlo affatto: ossia è caotica, ma anche riconoscibile e gestibile, nella sua inconsapevolezza di sé. Ma tornando a Cp:
CPI è un movimento antisemita? (domanda presente qui)
No, per come l’ho conosciuto io. Ma potrebbe facilmente appoggiare idee e partiti diversi, antisemiti, all’occorrenza; dal momento che è incline al revisionismo storico ed al giustificazionismo in merito alla seconda guerra mondiale.

Toh, guarda… mi sono usciti tre sassolini dalla scarpa…
… per chiudere questo ameno capitolo, mi piace farvi fare conoscenza con due nuovi amici che mi sono fatta a maggio 2018, mentre con i camerata (rigorosamente invariabile al plurale!) bonificavamo le paludi italiche ripulivamo i rospi di un laghetto dove dei criminali avevano sversato scarti industriali 😡 Ora nessuno potrà più negare che il fascismo ha fatto anche cose buone… (scusate, non ho resistito! 🤣)
Loro sono Umberto (sx) e Martino (dx), da me battezzati:

.
Vedi anche:
Esplorando la galassia nera, a cura di Patria Indipendente; reportage sulla diffusione delle pagine e dei profili neofascisti su Facebook;
&
questo commento ad un articolo della rivista Il Mulino, sul “fascismo mediagenico” – che mi trova d’accordo solo a metà, ma è rivelatore di molte cose.
.
Nelle puntate precedenti:
Novecento .1: Il fascismo, macchina imperfetta
> Novecento .2: L’Ur-Fascismo di Eco

Film .23: Loving, Jeff Nichols

Andato in onda iersera su Rai3, Loving di Jeff Nichols, il racconto di come la coppia interrazziale fosse fino in tempi recenti più che osteggiata, repulsa come una fioritura di muffa su un buon formaggio, è effettivamente il gioiellino di cui ha parlato Wwayne.
Credo che a proposito del razzismo e della segregazione razziale ci sia poco da spiegare o da far notare, o se mi sbaglio altri lo faranno al posto mio: da quel che ho visto, Loving  non vuole tessere un discorso su questo argomento, per quanto paradossale possa sembrarvi quest’affermazione, semplicemente perché è la storia di un amore e non la storia della Storia, che è più come un’ospite non invitata, una suocera di cui liberarsi – e Richard e Mildred Loving ci impiegheranno anni a farlo, laddove per altro tante altre coppie non saranno riuscite ad arrivarvi.
Lui e lei, sempre insieme, dentro e fuori dal carcere di una contea della Virginia per almeno tre volte per il fatto stesso d’essersi sposati (e non essersi “accontentati” di frequentarsi, restando così liberi di scaricarsi quando si fosse rivelato conveniente, secondo l’acuto consiglio di molti amici e funzionari…). Andata e ritorno verso e da Washington, tra nostalgia di famiglia, tristezza del vivere in una città grigia e vuota di campi di grano, paura d’essere incarcerati nuovamente e, soprattutto, separati.

Richard e Mildred, seppure con caratteri differenti, appaiono entrambi persone dimesse; mai “in disarmo” ma piene di quell’umiltà che non è accettazione passiva, è gioia di trovare nel mondo nulla di più e nulla di meno di quanto a loro occorra.
Sicuramente per le grandi battaglie sociali i personaggi più efficaci da presentare e portare come vessillo sono quelli che, come loro, mostrano senza dover dimostrare quanto è giusto ciò che tutti avversano. Ma è altrettanto chiaro che, a Richard e Mildred, non importa di essere erti a simbolo.
E non ne parlano affatto, così come parlano poco in generale. Fanno discorsi muti e di sguardo, come si fa in campagna, e noi davanti allo schermo anziché rimanerne perplessi li capiamo alla perfezione – io, almeno, nel loro campo ci vedevo il mio e nel loro silenzio riascoltavo quello attorno.
E’ appunto questo che ho amato di più.

Un negro di successo

Stamane (8.8.19), ospite a L’aria che tira su La7, c’era un certo Stephen Ogongo: un uomo di origine kenyota, giornalista, arrivato in Italia venticinque anni fa per studiare.
E’ stato interpellato a proposito delle aggressioni razziste che ha subìto su Facebook (e non solo), sotto a non so bene quale post – aggressioni triviali, patenti e prive di qualsiasi traccia di giustificabilità o interpretabilità; vengono mostrate nel video.
E’ fondatore, per altro, del movimento politico Cara Italia, e membro caporedattore di un gruppo di colleghi, Stranieri in Italia, che ha lo scopo di contrastare per l’appunto il razzismo.

Perché ne scrivo?
Perché ho visto succedere una cosa bislacca e poco piacevole, in trasmissione. Anche preoccupante, a ben vedere, ma da questo punto di vista non c’è davvero nulla di nuovo sul fronte occidentale.
Ho visto il conduttore e gli altri ospiti sdegnarsi perché c’è gente che bercia schifezze ad un negro nero uomo di colore italoafricano (notate la sottigliezza politicocorretta) il quale, poveri ignoranti, parla bene italiano, è qui da venticinque anni, ha studiato ed oggi è un professionista di successo.
Ah, beh, allora…! Santo subito!
Seguitemi un momento: di immigrazione preferisco non parlare, praticamente mai, e soprattutto qui. Non sono leghista (lo sa bene la mia migliore amica, contro lo scudo di Alberto da Giussano della quale mi sono puntualmente, e non una sola volta, rotta la testa), e tuttavia no, l’immigrazione così come oggi la conosciamo non mi piace.
Detto questo, non comprendo onestamente – o meglio lo comprendo, e lo considero sintomo di pochezza – in cosa quest’uomo sia superiore ad un piccolo sfigato, arrivato in Italia da soli cinque anni, che ancora zoppica sull’italiano ma se la cava a sufficienza, sta faticando per beccarsi un diploma con una scuoletta serale perché di giorno spazza le strade dal nostro luridume, non ha e non avrà mai successo.
Mi seguite ancora?
Il punto non è l’essere o meno regolari, avere diritto; lasciamo stare.
Fingerò per un momento d’essere come gli inclusivisti che “qui nessuno è irregolare”; “i confini non esistono” ecc., e stabilirò che entrambi i nostri soggetti sono okay dal punto di vista legale.
Perché il professionista vale di più dello spazzino, allora? O peggio, di uno che ha fatto tutto quel che doveva in modo corretto, ma non ha visto girare la ruota della fortuna?
Dal punto di vista mediatico è facilissimo rispondere.
Ma dal punto di vista umano?
La rete secondo me non l’ha neppure studiata, questa cosa; se ipocrisia c’è, è del tutto inconscia. Neppure se ne è accorta, è talmente normale: per dimostrare che gli stranieri non solo ce la possono fare, ma meritano d’esser considerati pari agli italiani, portiamo ad esempio non una brava persona, ma una persona di successo.
Contesto e tematica trattata potevano anche essere radicalmente diversi.
Ma ne sarebbe uscito lo stesso show mirabolante di tono protestante: non se sei onesto, se ti impegni per far parte di una società, se la rispetti; ma se sei abile, se il tuo impegno viene visibilmente premiato, se ti fai rispettare da quella società – allora sì, sei un integrato. Un role model. La persona giusta nell’arena giusta. Il negro giusto, il fratello di successo. Uno di noi.

Film .11: District 9, Blomkamp

District 9 – Neill Blomkamp

Alla fine ho aperto il vaso di Pandora, mi sono inoltrata nell’ignoto, eccetera eccetera.
Non fa mica così schifo come sostiene l’eretico Lapinsù!
Certo, ha millemila difetti, per esempio: non sa decidersi, fino alla fine, tra il tono da commedia squinternata e l’apologia morale della solidarietà col diverso (in questo caso, l’alieno). I due aspetti si saldano malamente, ed il risultato non si avvicina né a Men in Black  né a L’ospite inatteso. Di fantascienza non parliamo neppure, è evidente che al genere appartiene solo nominalmente e ne trae elementi puramente scenografici o, all’opposto, del tutto metaforici.
Anche il discorso sulla solidarietà e l’empatia con quelli che, con intenti denigratori ed irridenti, vengono apostrofati “gamberoni” o “crostacei” è patente ed ovvio, ma privo di un vero sviluppo: Wickus passa dall’essere il perfetto imbecille razzista ad entrare nell’ottica aliena in modo persino troppo istintivo, come se fosse il DNA a fargliela ottenere e non invece, come lui sostiene, l’aver preso coscienza che gli umani li stanno utilizzando come cavie da esperimento – cosa, per altro, che suggerisce un paio di critiche acide piuttosto che comprensione ed immedesimazione: punto primo, è fin troppo facile capire l’ingiustizia riservata all’altro quando i tuoi simili la rivoltano contro di te. Punto secondo, se sei una persona decente non ti fanno schifo solo le uccisioni (comprese quelle di feti in crescita…) e gli esperimenti in vivo, ma anche la pretesa di superiorità, le cattiverie gratuite, i soprusi dei burocrati, infine alla radice di tutto il disprezzo stesso.

Eppure, assurdamente – o forse proprio per questo: perché è assurdo – non mi ha fatto cadere le braccia. In parte ero troppo impegnata a smontarmi dalle risate per via dell’aliena con reggiseno rosa, in parte perché come la più banale ed influenzabile delle spettatrici stavo facendo rewind-pausa-avantilento in tutte le scene in cui compare il frugoletto alieno con gli occhi grandigrandi e cucciolosi (ebbene sì) ❤
Chiaramente questo significa che lo si può vedere in una serata leggera, disimpegnata. Non aspettatevi rivelazioni sui rapporti umani (e nemmeno interspecie!) o di coltivare pensieri profondi ed originali. E, però, per un’oretta e mezza di svago non è peggio District 9 delle solite commediole romantiche o su qualche gruppo di adolescenti cerebrolesi.
Una notarella: io uso guardare ogni film che posso con i sottotitoli (in italiano). Se non li avessi avuti a disposizione, in questo caso, delle poche frasi dette dagli alieni non avrei còlto una mazzafionda. Ho provato apposta anche a levarli, per vedere se magari li avessero messi comunque almeno in quelle scene, ma no: e ciò mi fa presumere che non vi fossero nemmeno al cinema. Se non fossi così sfondata dal sonno, azzannerei.