Film .23: Loving, Jeff Nichols

Andato in onda iersera su Rai3, Loving di Jeff Nichols, il racconto di come la coppia interrazziale fosse fino in tempi recenti più che osteggiata, repulsa come una fioritura di muffa su un buon formaggio, è effettivamente il gioiellino di cui ha parlato Wwayne.
Credo che a proposito del razzismo e della segregazione razziale ci sia poco da spiegare o da far notare, o se mi sbaglio altri lo faranno al posto mio: da quel che ho visto, Loving  non vuole tessere un discorso su questo argomento, per quanto paradossale possa sembrarvi quest’affermazione, semplicemente perché è la storia di un amore e non la storia della Storia, che è più come un’ospite non invitata, una suocera di cui liberarsi – e Richard e Mildred Loving ci impiegheranno anni a farlo, laddove per altro tante altre coppie non saranno riuscite ad arrivarvi.
Lui e lei, sempre insieme, dentro e fuori dal carcere di una contea della Virginia per almeno tre volte per il fatto stesso d’essersi sposati (e non essersi “accontentati” di frequentarsi, restando così liberi di scaricarsi quando si fosse rivelato conveniente, secondo l’acuto consiglio di molti amici e funzionari…). Andata e ritorno verso e da Washington, tra nostalgia di famiglia, tristezza del vivere in una città grigia e vuota di campi di grano, paura d’essere incarcerati nuovamente e, soprattutto, separati.

Richard e Mildred, seppure con caratteri differenti, appaiono entrambi persone dimesse; mai “in disarmo” ma piene di quell’umiltà che non è accettazione passiva, è gioia di trovare nel mondo nulla di più e nulla di meno di quanto a loro occorra.
Sicuramente per le grandi battaglie sociali i personaggi più efficaci da presentare e portare come vessillo sono quelli che, come loro, mostrano senza dover dimostrare quanto è giusto ciò che tutti avversano. Ma è altrettanto chiaro che, a Richard e Mildred, non importa di essere erti a simbolo.
E non ne parlano affatto, così come parlano poco in generale. Fanno discorsi muti e di sguardo, come si fa in campagna, e noi davanti allo schermo anziché rimanerne perplessi li capiamo alla perfezione – io, almeno, nel loro campo ci vedevo il mio e nel loro silenzio riascoltavo quello attorno.
E’ appunto questo che ho amato di più.