libri (marzo 2020) – pt. II

Seconda metà del mese, tutti e-book.

l'animale più pericoloso - luca d'andrea

L’animale più pericoloso – Luca d’Andrea [*kindle]

Ne avevo letto su uno dei molti blog del poliedrico Lucius (sì, ancora lui!), e mi ispirava.
Veloce e leggero, cresce d’intensità nella seconda parte; non particolarmente originale ma, almeno, non pretenzioso come certi gialloni americani serissimi, o come svariata narrativa italiana di genere cui pure s’ispira.
Ci sono infatti inganni nel web, protagonisti con a carico esperienze che ti sporcano l’anima, attrazioni sessuali così come ferite sessuali, tecnici forensi pm funzionari di alto grado interessi segreti e turbamenti – ma anche un fondo d’ingenuità, irruenza e semplicità che non potremmo trovare né a Los Angeles né nella Napoli letteraria.
E poi ci sono i Carabinieri (carrrramba!) al posto dei poliziotti, che si permettono pure di fare il verso a Terence Hill col suo (suo nelle prime due stagioni, in verità) A un passo dal cielo – infatti la storia si svolge in Trentino, a Sesto Pusterìa, la stessa zona di San Candido e del lago di Braies che pure vengono nominati.
Non posso che chiudere questo commento con la fanfara dei Carrrramba!, fanfara che ho come suoneria del cellulare da qualcosa come diec’anni e più.

Una cosa che volevo dirti da un po’ – Alice Munro [*kindle]

Il perdono in famiglia per me è un mistero; come sopraggiunge, come possa durare.

Mi capita insistentemente di immaginarti morto.
Mi dicesti che mi amavi, anni fa. Tanti anni fa.
E lo dissi anch’io, ero innamorata di te al tempo. Un’esagerazione.

Di questa raccolta ho letto, per ora, cinque racconti. La Munro sa quel che fa. I suoi sono ritratti di vita emotiva-familiare accurati e nascostamente caustici, nei quali le stoccate ai protagonisti, ciechi alle proprie nevrosi e deficienze, giungono usualmente al termine della narrazione decapitando platealmente un cavallo che abbiamo visto agonizzare lento e testardo per tutte le pagine.
Il mio preferito, finora, è Dimmi se sì o no.
Ne leggerò altri più avanti, adesso la minuzia di particolari con cui descrive il pensiero su se stessi dei personaggi mi pesa un po’, e soprattutto ho estratto dallo scaffale un Signor Libro: L’ombra dello scorpione di Stephen King! Dunque, lo slot “narrativa” da oggi è occupato sino a nuovo ordine ♡

Capital Punishment

Riflessioni sulla pena di morte – Albert Camus [*kindle]

In cerca di saggi e saggetti, avendo appena letto La peste, ho pinzato dello stesso Camus questo pamphlet (leggibile in una giornata). A parte rinnovare il mio disprezzo per la pena capitale – dall’autore definita supplizio coronato dai fiori della retorica –, mi ha fatto scoprire – horribile dictu – che all’alba del 1957, in Francia, ancora si eseguivano esecuzioni (pardonnez moi la repetition) alla ghigliottina. Mi cascò la mandibola, mi cascò.
Bello – se così ci si può esprimere al riguardo – il paragone che porta tra pena di morte e campo di concentramento, che differisce dal carcere semplice perché presenta una morte non solo “aritmeticamente” restituita al criminale, ma anche pubblicamente decisa, programmata con criteri d’efficacia industriale, comunicata infine in anticipo come un assassino potrebbe fare solo mantenendo la propria vittima in condizione sospesa per mesi / anni prima di eseguire la sentenza (e a proposito delle tempistiche di attesa: Camus si stupiva, per quanto lo trovasse necessario per una eventuale revisione della pena, che quest’attesa potesse durare la smisurata quantità di pochi mesi…).
Parla anche, in modo altrettanto agghiacciante poiché beneficamente diretto, di come un detenuto in attesa di esecuzione sia tal quale ad un animale destinato al macello: nel senso che egli gode di un regime alimentare speciale, privilegiato, e si vigila perché si alimenti. Lo si forza, se occorre. L’animale che si sta per uccidere deve essere in piena forma. Le cose e le bestie hanno diritto unicamente a quelle libertà degradate chiamate capricci.
Colpisce poi, tra le ragioni per le quali la pena di morte non costituisce un valido deterrente (fatto, questo, acclarato), una che non ho mai letto o sentito nessuno esporre (magari è stato fatto, in tal caso non ne sono al corrente). Ed è questa, che amo particolarmente per il suo mettere in evidenza un caposaldo psicanalitico comprensibile a chiunque sia dotato non di cultura, ma di autocoscienza:

L’istinto di vita, che è fondamentale, non lo è più di un altro istinto, di cui non parlano gli psicologi accademici: l’istinto di morte, che esige in certe ore particolari la distruzione di se stessi e degli altri.
E’ probabile che il desiderio di uccidere spesso coincida con il desiderio di morire o di annientarsi.
[…] L’uomo desidera vivere, ma è vano sperare che un tale desiderio regni sulla totalità delle sue azioni. Desidera anche non essere, vuole l’irreparabile, e la morte per la morte. Accade così che il criminale non desideri soltanto il delitto, ma anche la sventura che l’accompagna, persino e soprattutto se è una sventura smisurata.

Psicologia del giocatore di scacchi – Reuben Fine [*kindle]

Psicanalista e scacchista a sua volta, Reuben Fine propone una panoramica svelta ma – per me che sono una totale profana – piuttosto curiosa. Al netto della personale simpatia e fiducia o meno nella psicanalisi, è un testo leggero che può interessare appassionati del gioco ed appassionati di psicologia (in senso lato) in egual misura, fornendo per altro una piccola galleria di nevrosi e psicosi dalle quali Hollywood avrebbe ben ragione di attingere – fino all’estremo di Bobby Fischer, individuo ripugnante.
Citando cinema e scacchi, come non approfittarne per segnalare ai miei fidi lettori il blog di Lucius (sì, un altro) dedicato alle comparsate del “gioco dei re / re dei giochi” nei film: il Citascacchi! 😉 Se invece preferite degli input musicali, ecco qua: Chicco ha dedicato una due post (1 & 2) alle cover degli album musicali a tema scacchistico, ed ai rapporti tra musicisti e scacchi in generale.

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Reuben Fine

Confesso che ho vissuto – Pablo Neruda [*kindle]

Poche cose mi fanno stare bene come immergermi nella natura. E Neruda, non solo nelle sue poesie ma anche in prosa, sa far emergere tutto il suo beneficio così viscerale, primordiale, disintermediato, antiretorico e profondo. Chiarisco: non sono mai stata sportiva, né capace di approcciarmi alla natura in modo diverso da quello della cittadina che coglie scampoli di bellezza e salute, ma non sopporterebbe di viverci dentro. Immergermici equivale a rigenerarmi in situazioni circoscritte eppure non artefatte, come facevo da piccola nel giardino di casa (nostalgia), come faccio ora sul balcone quando godo del sole come una lucertola, del sole e del vento che ti asciugano da ogni grano di pensiero, sentimento e sensazione superflua. A maggior ragione per questo la familiarità dell’autore cileno con questi e molti altri elementi mi arriva diretta come un massaggio al cuore.
L’autobiografia è suddivisa in “quaderni”: se il primo è dedicato all’infanzia ed alla scoperta delle meraviglie della sua terra, e per meglio dire della “provincia”, delle estese propaggini extra-megalopoli con la loro vita contadina ed il retaggio ancestrale degli indigeni araucani ma anche quello della dominazione spagnola (che, afferma l’autore, ha tolto al Cile l’oro delle risorse e della libertà ma gli ha al contempo donato l’oro di una lingua amata), i successivi si spostano e si concentrano su altri focus d’interesse: le abitudini di città – Santiago in primis -, i viaggi per il mondo nel ruolo di console (più di nome che di fatto), la poesia, un pizzico di politica (ciò che ne dice è grossolano, vago, e non compare prima del quaderno numero 6, e c’è poi una parte più consistente nel 12),…
… il testo è scorrevole, e come direbbero i critici quelli seri “acchiappa”: un caleidoscopio sensoriale, un carosello esperienziale, una galleria animata di ritratti. Più una raccolta di memorie che una vera e propria autobiografia, forma probabilmente meno consona a Neruda.

L’uomo che diventò donna – Sherwood Anderson [*kindle]

Per una panoramica su cosa aspettarvi da questa raccolta di racconti, vi rimando al post di Benny. Di mio posso solo aggiungere che è effettivamente molto diretta, ripulita dagli eccessi, e molto ritmata. Il primo racconto, per dire, parla di un ragazzo che per guadagnare qualcosa fa lo stalliere di cavalli da competizione, e la lettura stessa procede un po’ al trotto, come una bibita che ti scivola in gola senza trovare attrito ma anzi sfruttando la pendenza. Ed è una cosa buona, quando succede.
Ho potuto leggere Anderson grazie ad una delle iniziative di Solidarietà digitale riportate qui, ed all’editrice Cliquot.

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I libri non commentati:
Le parole – Jean-Paul Sartre [*kindle]

libri (marzo 2020) – pt. I

cesso elegance

La peste – Albert Camus

La drammatica sera in cui non avevo ancora ripristinato il Kindle, che faceva le bizze, ed avevo esaurito i prestiti della biblioteca, mi sono ritrovata a vagare nel panico tra gli scaffali di casa; in preda all’astinenza. Poi mi è venuto in mente che avevo preso in mano più volte questo libro, senza mai decidermi, libro che proprio ora viene citato da diversi blogger che vengono in soccorso dei quarantenati per coronavirus.
Così c’ho provato. Non avessi tentennato tanto!
Immaginavo un libro magari valido, sì, ma pesantino e un po’ farraginoso, invece è scorrevole, piacevole, profondo ma con naturalezza. Una fiction dalla verosimiglianza a maglie larghe. Io ci trovo persino una vena non dico ironica, ma di osservazione distaccata e scafata, e se non indulgente almeno affettuosa, rispetto alla natura umana descritta nelle sue reazioni alla diffusione del contagio, alle misure di contenimento ed isolamento, allo stravolgimento in un verso o nell’altro della propria esistenza.
Vi ricorda qualcosa?
Insomma, ne sono entusiasta.

Massa e potere – Elias Canetti [*kindle]

Per il mio giretto nel Novecento, avevo in programma anche questo titolo di Canetti, del quale ho letto soltanto La lingua salvata. Grazie a Lucius, me lo sto leggendo sul Kindle, che ho rispolverato, e cara grazia che non ne avverto il peso e la… massa, appunto: ha tutta l’aria d’essere lungherrimo. Non un mattone, questo no: anzi, ha uno stile inaspettato, che mi fa pensare alla narrazione di fiabe e miti anziché alla saggistica; però è abbastanza impegnativo, perché esplora concetti importanti senza darne definizioni, ma passando direttamente alla descrizione.
Lo proseguo alternandolo alle altre letture, ma non so ancora se lo leggerò per intero.

Preghiera per Chernobyl – Svetlana Aleksievic [*kindle]

Così come per Tempo di seconda mano (meraviglioso) e tutti i suoi libri di ricostruzione storica “dal basso”, anche questo è costituito dai racconti e da interviste ai protagonisti degli eventi, i protagonisti privi di cariche istituzionali e di potere: abitanti sfollati, mogli dei tecnici e dei pompieri morti in seguito all’esplosione del reattore 4, militari, malati cui è stato tolto tutto, anche il conforto della propria terra.
E questo è il dato di fatto. Il dato personale, invece, è che tanto per cominciare durante la lettura della prima testimonianza, quella di Ludmjla, moglie del pompiere Vasilj, ho pianto come una fontana e pensato che volevo interrompere, e basta. Mi ha fatto un male cane, cazzo. Per cui non l’ho più aperto per diversi giorni, finché non m’è sembrato di aver assorbito il colpo. Poco alla volta e con prudenza, ho proceduto; è molto bello e molto forte, non c’è pagina priva di spine.

Tutte le poesie – Wisława Szymborska [*kindle]

In poesia sono un disastro, come quei bambini dallo stomaco delicato che all’asilo possono mangiare solo riso in bianco e verdurine bollite, altrimenti si ritrovano in subbuglio dopo ogni pasto.
Credo di poter dire sinceramente di amare la poesia (e questo non ha niente a che vedere col fatto che ne scrivo anche), ma molto di rado incontro qualcosa che mi soddisfa appieno, che non mi pone problemi di resistenza – annoiandomi, sconfortandomi, oppure mostrandosi illeggibile senza parafrasi a fianco.
Ci vuole anche un po’ di questo, lo so, ma non fa per me. La vita è breve e la poesia dovrebbe rischiararla, non incasinarla, e farlo attraverso una moderata e fruttuosa fatica spirituale, non attraverso un gravoso sforzo intellettuale.

Tutto ciò per dire che la Szymborska, che finora avevo solo piluccato, mi aveva pur suggerito subito che poteva essermi amica; e infatti ho scoperto che lo è davvero.

La mente prigioniera – Czesław Miłosz [*kindle]

Subito dopo la Szymborska ho aggiunto al lettore un altro autore polacco da tempo nel mio mirino, con un saggio però (ancora in lettura) e non con le sue poesie. Casualmente, il tema s’incrocia benissimo con la Aleksievic: nel testo infatti, secondo le parole di Wikipedia, Miłosz

“affronta il complesso rapporto tra letteratura e società nell’ambito delle democrazie popolari satelliti del mondo sovietico. Demistificando esplicitamente ogni idealizzazione del socialismo reale, evoca e analizza tanto l’adesione quanto la dissociazione degli intellettuali al sistema (il Murti-Bing) consolidatosi in Polonia nel dopoguerra”.

Ciononostante si differenzia da altri dissidenti del periodo per la sua ammissione che, anche sotto la dittatura, un’espressione artistica – ancorché non del tutto libera – si rende possibile; e che anzi la norma fu costituita da intellettuali abituati a ben gestire e giostrarsi con le limitazioni imposte dal Partito, capaci di altrettanta furbizia e sottigliezza, allenati al compromesso.

Brevi interviste a uomini schifosi – David Foster Wallace

Le interviste (fittizie) rappresentano in realtà soltanto una piccola parte di questa raccolta di racconti, particolari come lo sono tutti i frammenti narrativi dell’autore, e come viene ripetuto più volte nelle introduzioni, d’avanguardia. Non adatti insomma a chi stia cercando storie “pulite”, dalla forma convenzionale, subito inquadrabili e dal forte potere di immedesimazione.
Spesso, invece, l’effetto è quello di rifiutare ed allontanare una equivalenza anche solo ipotetica fra lettore e personaggio. L’ironia di dfw qui, piuttosto che amichevolmente dissacrante, è acida, corrosiva.
Tema portante, il sesso.

Devil, Diavolo Custode – Kevin Smith, Joe quesada
Devil, Father – Joe quesada

E alla buon’ora ho recuperato anche qualcosa di Daredevil. E’ ancora presto per decidere cosa ne pensi, ma di certo mi piace più di molti altri Tizi in Tutina (o in pigiama, come direbbe Karen Page).
I cenni al cattolicesimo mi son parsi discreti e sensati, non troppo calcati ed anche ironici: dato il rapporto controverso con le proprie origini, il fatto che Murdock casualmente capti suoni che indicano un reato in corso proprio mentre sta per confessarsi non passa inosservato 😄
Detto questo: la storia del primo, Diavolo Custode, mi sembra più densa e romanzesca, ma quella di Father è decisamente più ritmata, incisiva e cinematografica. E i disegni le vanno dietro: puliti, ampi e più impattanti. Per un certo verso preferisco le sottigliezze della prima, ma nel complesso, considerato anche il tema (ben trattato) della relazione col padre, delle proprie radici e della redenzione; volendo consigliare una lettura sporadica andrei sulla seconda.

I fantasmi di Rowan Oak – William Faulkner [*kindle]

Per essere esatti, le storie di fantasmi riportate in questa raccolta sono state scritte da una delle sue nipoti, ma pur sempre sul calco di quelle narrate da “Pappy” durante la notte di Halloween o nel corso delle lunghe serate estive, al gruppo di bambini che si trovava, in anni lontani, appunto a Rowan Oak – la dimora di famiglia nel Sud.
E’ proprio nel Sud ed in particolare a R.O. stessa che è ambientata la prima storia, quella di Judith, una ragazza figlia d’un soldato confederato che si innamora di uno yankee durante la guerra civile. Si sta tra folklore sudista e creepy britannico, come nella seconda breve storia ambientata in una stazione inglese.
Purtroppo questo è tutto: due storie carine, più una terza – presentata in due versioni, la seconda scombinata – passabile; l’ultima, che non è di fantasmi ma una bislacca fantasia ideata per il compleanno di una ragazzina, anche no grazie. La noia, proprio.
Ho amato invece l’introduzione della curatrice, la nipote dello scrittore Dean Faulkner Wells, nella quale rievoca brevemente ma efficacemente l’atmosfera magica della vita di campagna, qualcosa che ho ereditato da nonni e genitori e in piccola parte sperimentato, qualcosa di impagabile. Ma nessun aggettivo, in ogni caso, è adatto a descriverla.
Per questo sprazzo di gioia dico grazie a Lucius, che me l’ha, ehm, segnalato.

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I libri non commentati:
Sette maghi – Halldór Laxness [interrotto]
Fedeli a oltranza, Un viaggio tra i popoli convertiti all’Islam [interrotto]

libri (febbraio 2020)

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Vertigine della lista – Umberto Eco

Non solo le numerose liste (letterarie o figurative) citate e riportate ed analizzate, ma anche questo stesso libro-contenitore dà realmente le vertigini: al di là delle vaste cognizioni dell’autore, che in origine ha pensato al tema organizzando una serie di eventi per un museo londinese, la ricchezza dell’universo di liste ed elenchi di varia natura, conclusi o aperti tendenti all’infinito, sommuove le viscere.
Che sia l’eterna umana curiosità, o l’insopprimibile desiderio di abbracciare il mondo nella sua interezza; fatto sta che avere per le mani tutto questo ben di Dio di estratti – da Shakespeare ad Ariosto, da Huysmans a Calvino, da Mann ai Carmina Burana; solo per citare quelli che mi son piaciuti di più – mi ha mandato in solluchero.
E’ stata un’esperienza più sensoriale che intellettuale, quasi, non solo con riferimento alla confezione del prodotto che pure merita un elogio, ma proprio per la fantasmagoria immaginativa che scatena (un po’ come le caramelle frizzanti al limone sulla lingua).

No kid – Corinne Maier

Le considerazioni della Maier – le sue 40 ragioni per non avere figli – sono senza dubbio estremamente sbilanciate verso un’ottica sulla vita cinica ed intransigente. All’inizio, infatti, avevo immaginato di attribuirle due stelle. Poi, però, sono diventate addirittura quattro, e per una ragione precisa: condivisibili o meno, non le espone con quello che oggi chiameremmo cattivismo, e nel farlo riesce ad esprimere in modo mirabile una causticità molto concreta e diretta; che personalmente mi ha strappato svariati sogghigni di approvazione.
(Ad es.: sullo stato francese democratico-totalitario ed il suo paternalismo laico.
Sull’abdicazione all’autorità e l’imposizione dell’aconflittualità.
Sul terrorismo delle istituzioni educative e del principio di altruismo.
Tutti questi paroloni altisonanti sono esclusivamente colpa mia).
Le anime belle dovrebbero dunque astenersene. Ma per tutte le altre, via libera: questa donna sa coniugare concisione e chiarezza di idee in una serie di martellate che assesta a destra e a manca, senza nessunissimo riguardo ma con classe. Chapeu.
Il fatto che abbia citato Nanni Moretti (una scena di Caro Diario) per esemplificare la disgrazia della genitorialità, e paragonato Vissani al McDonald’s, è puro valore aggiunto.
Ora dell’ultima pagina, l’ho inserita tra le letture migliori di questo nuovo anno, nello “scaffale” apposito sul sito bibliotecario. Tanta roba. Da leggere e rileggere.

Cinzia – Leo Ortolani

Cinzia Otherside, la transessuale che è “una macchia sul vestito pulito della realtà”, è una delle creature più riuscite del padre di Rat-Man, saga sui cui albi ha fatto il suo debutto in anni ormai lontani.
Doveva essere una comparsa occasionale, come racconta Licia Troisi nella sua introduzione, ma si sa: le macchie di leopardo non si lavano facilmente, e anzi tendono a diffondersi. Così, Cinzia è ancora con noi e lotta.
Lotta contro assurdità di ogni… genere: dalla stronzaggine di chi deve “esaminarla” per consentire la modifica dei documenti d’identità, alla pericolosità della setta di lesbiche vegan che infesta l’associazione lgbtiq-sw (sw sta per “amanti di Star Wars”, una minoranza appena integrata nel gruppo per il cui riconoscimento si sta lavorando…).
Lotta, e non potrebbe farlo con più candore e maggior stile: è una che nella possibilità di una vita normale, non punteggiata di sguardi critici o spaventati, ci crede; ma che al tempo stesso è pronta anche a render pan per focaccia alla stupidità (memorabili le risposte che dà al bambinetto mentre fa animazione ad una festicciola, istigato dal padre a far presente che Cinzia non è una donna, ma un uomo. Se volete scoprirle, però, dovete leggere! 😉 )
Impossibile recensire una storia così. Si può solo indossare il vestito più bello che avete nel guardaroba e uscire per farci amicizia ❤

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Non me lo chiedete più – Michela Andreozzi

Sottotitolo: La libertà di non volere figli e non sentirsi in colpa. Il che dice tutto, ma paradossalmente per noi italiani suona più seriosetto di quanto non sia in realtà, come un entusiastico e grintoso manuale di self-help che finisce per prosciugarti le energie pagina per pagina, anziché restituirtele. Invece la Andreozzi, che non recita soltanto in commedie ma di certo in quelle eccelle, è riuscita a toccare diversi punti nevralgici con ironia e levità.
Non mancando, comunque, di dire – anzi scrivere, che obbiettivamente è meno arduo – fatterelli fondamentali:
1. non abbiamo bisogno di partorire per essere donne;
2. non abbiamo bisogno di figli per amare;
3. dobbiamo imparare a non giustificarci per le nostre scelte [come i gatti, N.d.Celia];
4. non è necessario compensare l’assenza di figli facendo qualcosa di speciale.
Ogni vita è speciale.
Saggia la conversazione immaginata su un autobus, tra una madre-con-passeggino ed una childfree; spassoso (ancorché truce) il resoconto del tipico pranzo domenicale in famiglia. L’aneddottica, rielaborata per trarne casi emblematici, spacca.
Valido per fare una bella conversazione con se stesse, ma anche per per difendersi dagli attacchi dei petulanti con originalità e spirito positivo.

Balletti verdi – Stefano Bolognini

Una buona ricostruzione storica di uno scandalo che, dal bresciano, si estese un po’ a tutta Italia nei favolosi (?) anni Sessanta. Ne ho parlato qui.

Lamentation – Joe Clifford

Un titolo che farebbe presagire disgrazia e trishtessa. E invece.
Non che manchino le vicende da emarginati: il protagonista, Jay Porter, ha un lavoro buono ma a rischio, un fratello drogato – Chris, il quale ha pensato bene di mettersi nuovamente nei casini – ed un figlio che sta per traslocare lontano da Ashton, la (poco) ridente cittadina in cui vive, al seguito della sua ex ed il nuovo compagno.
Sarà Chris, implicato in un commercio poco chiaro, e scomparso dopo che il suo socio è stato ritrovato morto, a dare il la all’intreccio giallo: che però non è il motivo per cui amerete questo romanzo.
L’atmosfera, subito ben delineata, è decisamente grigia. Grigio il clima invernale, grigia la distesa di nulla spazzata dal vento, grigie le prospettive dei residenti. Eppure, io ho avuto la bella sensazione di stare osservando, al riparo della finestra, una tempesta all’esterno. Non solo: l’abilità di Clifford nel descrivere le persone, ed il vivere semplice “di una volta” in provincia (è molto retorico e da vecchi, lo so, ma passatemela: sono una ragazza degli anni ’80, una nostalgica), mi ha fatto godere fin dalla prima pagina di una scrittura avvolgente, ma senza vezzi.
Chiamatelo pure page-turner (voltapagina), ossia uno di quei libri che ti accalappiano e non ti mollano finché non crolli dal sonno, altrimenti li leggeresti senza interruzioni: per me lo è stato. Ed è il primo della serie (di tre) che vede Jay protagonista.

Ulteriore dettaglio che ho apprezzato: la “confezione” del libro, dal formato piccolo e maneggevole ma al contempo bello solido e corposo. Sto operando una piccola selezione di case editrici che pubblicano standard simili, da esplorare come fossi al banco gastronomia / pasticceria della Conad ❤
In questo caso, si tratta di CasaSirio, collana “Riottosi”.

Perché non abbiamo avuto figli: donne “speciali” si raccontano
– Paola Leonardi, Ferdinanda Vigliani

Premesso che il (sotto)titolo è tremendo perché accomuna le non madri ai disabili in un moto di pietà pelosa, e l’autrice P.L. che l’ha scelto ne è pure consapevole avendo aggiunto le virgolette; il contenuto del libro è molto superiore alla sua apparenza.
E’ composto di interviste a donne note nel mondo dello spettacolo o della ricerca psicologica / sociologica, del giornalismo, ecc., tutte con una partecipazione al movimento femminista che spesso risale agli anni Settanta. Molto mi interessavano quella a Piera degli Esposti (che però non mi ha detto granché, ed è piuttosto breve), e quella a Rossana Rossanda (che però non c’è stata: viene infatti riportata una sua lettera nella quale declina la proposta.
Ciononostante, ho scoperto altri nomi dell’epoca ed una bella ricchezza di temi, di declinazioni del non-esser-madre, di posizioni intellettuali e politiche; inoltre le pagine del libro sono pervase non dico da modestia, ma dalla semplicità di persone che hanno deposto le armi retoriche, e sanno porsi domande. Non è poco!
Ho copiato alcuni estratti, che se mi riesce utilizzerò per discutere ancora l’argomento.

Il cuore nero della città: Viaggio nel neofascismo bresciano
– Federico Gervasoni

Francamente trascurabile. Era un nuovo acquisto appena arrivato in biblioteca (datato 2019), così ne ho approfittato: poco male, perché si legge in meno di due ore; ma salvo un paio di nomi che non conoscevo non ho trovato un resoconto di peso. Non dico che tutte le pubblicazioni di questo tipo debbano essere all’altezza del reportage di Rosati su CasaPound, per esempio, ma che senso ha – se non fare presenza e raccattare qualche soldo in più – trasferire poche informazioni già presenti negli articoli dell’autore (firma de La Stampa) in un libriccino? Per fare un libro non basta amalgamare gli ingredienti e renderli organici, occorre approfondirli.

Atlante dei luoghi inaspettati – Travis Elborough, Martin Brown

Scoperte inattese, città misteriose e leggendarie, mete improbabili: questo il sottotitolo dell’atlante compilato da Elborough ed illustrato con le mappe di Brown (ma anche corredato di foto in bianco e nero), un elenco non esaustivo ma curioso e ben raccontato di luoghi particolari, alcuni noti altri meno.
Tra i miei preferiti figurano: la Città degli Scacchi, sorta (e morta) nella Russia calmucca (nella sezione Origini inconsuete); Just Room Enough Island, una micro-isola privata sul fiume San Lorenzo (nella sezione Destinazioni eccentriche); Slope Point in Nuova Zelanda con i suoi alberi inclinati e modellati dal vento e la spiaggia di vetro di Fort Bragg, ma anche il Lago Verde in Stiria (nella sezione Posti incredibili)… e poi quasi l’intera sezione Siti sotterranei: soprattutto la Grotta di Conchiglie nell’inglese Margate, di natura mai del tutto chiarita, e l’agglomerato di caverne sotterranee abitate – con tanto di negozi – di Coober Pedy, nell’Australia meridionale.
Nel catalogo non troverete solo natura, ma soprattutto aneddoti storici e culturali (sintentici e dal tono leggero), e non soltanto meraviglie da ammirare ma anche situazioni che possono lasciare sospesi tra il ribrezzo e la stima per l’inventiva umana: la cairota Città della Spazzatura contende il titolo all’idea di utilizzare il petrolio come prodotto per l’igiene personale…
… segnalo infine un capitoletto dedicato al villaggio di Matmata, in Tunisia, dove l’hotel locale è stato parte del set di Star Wars, trasformato nella casa di Luke Skywalker.

Non costa niente – Saulne (Sylvain Limousi)

Secondo la quarta di copertina la storia di Pierre, ragazzo francese che alloggia diversi mesi in Cina, parla della “ricerca di una personale decrescita”. Vivere a Shanghai con 60 centesimi al giorno è infatti la sfida che impone a se stesso quando, nella prolungata attesa di un’eredità che tarda ad essere incassata, si trova a corto di denaro e di fronte ad un bivio: tornare in patria prima di terminarlo del tutto e programmare un rientro una volta sistemati i conti con la burocrazia, oppure restare – e campare facendo economia.
Laddove “fare economia” significa fare proprio i conti della serva, confrontando il prezzo (molto minore rispetto a quello rincarato europeo) dei prodotti acquistati al supermercato sotto casa con lo scialo per ristoranti, locali e altre incessanti amenità offerte dalla città ai turisti e agli stranieri residenti, i quali ne fanno un consumo abbondante.
In realtà, più che un percorso premeditato di decrescita, la vicenda racconta l’imprevista, imprevedibile e rigenerante intuizione di quel mondo oltre la cortina fumogena del centro città sfavillante, dove ci sono la normalità e spesso la povertà. Povertà che non è necessariamente sinonimo di vita più semplice e vera, a volte è sinonimo di sconforto, noia e vuoto: e tuttavia permette di sperimentare su di sé uno stile di esistenza non inquadrato, fuori dal vincolo asfissiante del privilegio degli occidentali impiantatisi in Asia conservando intatto il proprio senso di superiorità ed il proprio inscalfibile disprezzo.

Non amo questo stile di disegno (si tratta di una graphic novel), che non dipende dal fatto che l’autore è un autodidatta e rappresenta invece una scelta precisa, ma questo è un gusto mio.
Ho apprezzato invece che le tavole a colori iniziali vengano via via sostituite da un mix col bianco e nero, fino a lasciare dotati di una tinta accesa soltanto i cibi –  quando Pierre arriva a provare i morsi fisici e mentali della fame -, tornando alla regolarità cromatica solo nell’ultimo istante chiarificatore.

 

Lieto evento – Eliette Abécassis

Titolo cinico per Barbara, parigina che l’evento della maternità lo vive, e lo racconta, in modo nient’affatto lieto.
Lo stile dell’autrice, a me nuova ma gradita, è senza fronzoli: anche perché i fronzoli stanno tutti nell’idea romantica che la protagonista s’è fatta della propria relazione con Nicolas, goduta con passione e spensieratezza finché lui non le ha chiesto un figlio… e lei ingenuamente, con leggerezza, ha detto sì – pur non avendo alcun motivo per farlo, come appunto spiega -; naufragata poi rapidamente di fronte ad un uomo che si dimostra più figlio che padre, più ancora che sotto i colpi del rimpianto e dell’angoscia per una scelta rivelatasi distruttiva per tutto ciò che aveva amato.
“Violento, sincero, impudico” è questo romanzo per il risvolto, “feroce e spassosa” l’idea della maternità che esso veicola per il Nouvel Observateur. Lo confermo: per una volta le recensioni non mentono. Sebbene in seguito la condizione di madre diventi per Barbara – anche – un’ossessione avidamente appresa, un portato animale cui si adegua respingendo lontano illusioni e libertà perdute, non c’è in questo passaggio alcuna forzatura. La scrittura è corposa e fluente, felice.

Scopro che la Abécassis ha sceneggiato Kadosh di Gitai, film che a suo tempo ho apprezzato, e che varrà la pena rivedere.

Nel territorio del diavolo – Flannery O’ Connor

Se le lettere ed ancor di più il diario di preghiera di questa nota, citata ed ammirata autrice cattolica li ho sentiti indigesti (tanto che le lettere le ho appena piluccate), al contrario questo titolo, una raccolta di interventi ed articoli sulla scrittura, ha lo stesso effetto di un potente raggio di sole che fende una spessa nuvolaglia.
Ha un pensiero limpido come, suppongo, devono essere anche i suoi racconti e romanzi, ed uno stile asciutto ma non secco che a quel pensiero si addice. Acuta ma non sofisticata, divertita e mai dozzinale; una persona così può restituirti di botto il senso della letteratura e del perché credi di amarla, dopo mesi di encefalogramma piatto.

Considera l’aragosta – David Foster Wallace

Manco a farlo aposta, nel terzo saggio di questa raccolta viene citata anche la suddetta O’ Connor: L’umorismo di Kafka […] è in definitiva un umorismo religioso, ma religioso alla maniera di Kierkegaard e Rilke e dei Salmi, una spiritualità lacerante di fronte alla quale persino la grazia sanguinaria della sig.a O’ Connor appare un po’ scontata, le anime in gioco precotte. Certo preso così quet’inciso può sembrare critico nei confronti dell’autrice, ma no, è invece un complimento il cui scopo è di biomagnificare le caratteristiche della scrittura di Kafka.
Se fossi Foster Wallace, su questo libro scriverei un articolo dedicato, ed il paragrafo precedente sarebbe contenuto in un’apposita nota a pie’ di pagina, anzi sarebbe diviso in due: nota con la citazione, sottonota con la mia considerazione sulla citazione. Purtroppo o per fortuna non sono lui, e dunque mi limito ad una recensione elementare.
Come sempre nella sua produzione saggistica le note, appunto, sono non solo parte integrante e non marginale del testo, ma vere e proprie esperienze a sé, un po’ allucinogene per l’effetto scatole cinesi ma tanto più interessanti per questo, come se avessimo prenotato un weekend in una spa e da lì scoprissimo che i massaggi si fanno in una stanza subacquea che permette di vedere delfini e squali nuotarci attorno.
Poi c’è l’altro grande caposaldo: la varietà dei temi trattati, mai scontati, che si tratti di interventi in pubblico, articoli o reportage più lunghi. Come quello sugli Oscar del porno che apre la raccolta, impietoso e dall’umorismo leggero (perché tanto ci pensano già i protagonisti a sbugiardarsi, o forse dovrei dire sputtanarsi).
Tra i più piacevoli (intriganti) c’è il resoconto dell’ultima settimana di campagna elettorale (al seguito) di McCain nel 2000. Micidiale.

Il traghettatore – William Peter Blatty

Dalla penna dell’autore de L’esorcista (che non consiglierò mai abbastanza) sono uscite storie molto diverse, fra le quali questa ghost story. Le storie di fantasmi sono tra le mie letture preferite, dunque non potevo farmela mancare; anche se ho letto diverse recensioni non del tutto soddisfatte. Forse dipende dal tono generale, leggero e scanzonato, più che immediatamente misterioso ed inquietante; ma ciò che rimane è l’occhio brillante dell’autore sulle situazioni descritte, siano tragiche o divertenti.
Nel primo capitolo conosciamo Joan Freeboard, agente immobiliare in carriera, incrocio tra un treno in corsa ed uno scaricatore di porto: colei che radunerà ad Elsewhere, una villa disabitata su un’isoletta del fiume Hudson, l’amico scrittore Terence Dare, la sensitiva Anna Trawley, il professor Gabriel Case noto per i suoi studi sul paranormale, e naturalmente se stessa. Inutile specificare che Elsewhere ha una fama sinistra, è considerata infestata da spiriti maligni… come potete intuire, la speranza di Joan è di far pubblicare un articolo “scettico” su una rivista che contribuisca alla vendita della proprietà.
Ma dopo aver convinto un riluttante Terence (nel secondo, spassoso capitolo) ed aver raggiunto la dimora e fatto le dovute presentazioni (nel terzo capitolo, già un po’ più debole) le cose andranno semplicemente per il verso sbagliato…
… credo che le critiche a questo romanzo siano state un po’ ingenerose: non è un capolavoro, la vicenda avrebbe meritato più tensione e compattezza, e la soluzione dell’enigma si intuisce presto; eppure ciò che questo enigma ha da dire supera il piacere dell’elemento misterioso. E’ il modo in cui noi, come esseri umani, reagiamo ad esso che interessa a Blatty. Che ha costruito un mistery soft, ma pienamente commovente.

“Il mondo non è mai stato pensato per essere la nostra casa”, aggiunse Case.
“Il mondo è un posto per una notte. Solo un passaggio”.

“Un neutrino non ha massa né carica elettrica. Può attraversare tutto il pianeta in un batter d’occhio. E’ un fantasma. Eppure è reale, sappiamo che è lì, che esiste. I fantasmi sono dappertutto, secondo me. […]”


I libri non commentati:
Diario di preghiera – Flannery O’ Connor
Atlante delle isole del Mediterraneo – Simone Perotti

Libri .18: Foliage: Vagabondare in autunno, Duccio Demetrio

Il mondo esiste… Uno stupore arresta il cuore.
[Eugenio Montale]

Ho letto un solo libro, in passato, di Duccio Demetrio, e me ne è rimasto un ricordo piacevole sì, ma con una punta di pesantezza. Con quest’altro ho compreso meglio il perché: ha uno stile di scrittura corretto, ma personale e particolare, fa un uso dellle pause e della punteggiatura frequente ed imprevisto. Ad ogni modo, l’ho trovato più scorrevole di quanto ricordassi, o quantomeno questo suo continuo sostare su piccole parti di frase mi pare si addica al tema del saggio.

In queste pagine, il rapporto con questa stagione [l’autunno] verrà narrato e descritto piuttosto come una conquista della ragion sensibile, del pensiero riflessivo, narrativo e di quello “poetante”. […]
In quanto matrice di nuovi inizi: proprio quando tutto parrebbe appassire ed entrare in letargo prima della stasi invernale. […]
I cui indizi possiamo rintracciare quando un incontro nuovo, una possibilità di cambiamento anche senza eccessive pretese, che rimetta in moto istintualità, intuizioni, desideri sopiti, abbia il potere di risvegliare sensi, aneliti, domande.

mano-foglia-gingko

Un po’ l’intero testo è percorso da questo concetto e fil rouge, dell’autunno come stagione tutt’altro che mortifera e grigia, non solo in forza dei colori del foliage che gli dà il titolo ma soprattutto per la sua naturale vocazione a risvegliare e rinvigorire le energie sfibrate dall’estate. A generare cambiamento o dar voce a quello già in sotterranea preparazione da tempo.
Senza tuttavia fingere che l’essenza dionisiaca di questa stagione non implichi, anche, il caos, la dispersione, l’abbandono di alcune sicurezze:

La filosofia autunnale, da applicare in ogni stagione, ci può insegnare quanto l’interruzione, il limite, lo scacco, la rinuncia siano componenti prodromiche dell’imparare a pensare e ad esistere.
[…]
Scrivere dell’acqua è scrivere della sete: di quella che ti prende, anche se non la avverti ardente, raggiunta una fontana, che con una facile metafora rinviamo al desiderio “di sapere, di conoscenza di sguardo e di pensiero”. E’ la “sete inestinguibile” del vagabondare.
Non possiamo che ringraziare, ancora una volta, la scrittura; avvertiamo che ci tiene a galla, perché l’acqua che desideriamo può rivelarsi pericolosa quando sentiamo che la sete equivale a “perdere i propri margini”, diventando la ricerca della propria “dissoluzione”, quando l’autunno vuole nuovamente metterci alla prova con le sue pulsioni di morte. Scrivere di queste tentazioni – finché ne scriviamo – ci aiuta a ritrovare, nuovamente, quelle di vita.
[…]
Autunno come feconda pausa autoanalitica […] per scoprire qualcosa di sé che le altre stagioni non ci consentivano di capire e di raggiungere […]
non nel tetro e buio inverno, non nelle frenesie e nelle eccitazioni della primavera o nelle pigrizie e immobilità agostane.

Fornasetti II

Una riflessività, un accesso sulla profondità, che è quanto mai favorevole al lavoro di scrittura – in particolare autobiografica, attività della quale Demetrio si occupa da anni attraverso un istituto dedicato ad Anghiari. Un lavoro meno scontato di quanto siamo abituati a pensare e, sicuramente, più da arrampicata libera che da rilassato trekking.

Non siamo un libro i cui capitoli si succedono con ritmi consecutivi. Né siamo soltanto un’antologia di scene salienti, cruciali, memorabili. Siamo piuttosto un agglomerato più o meno dinamico di elementi […] risalire non alle cause (come il lavoro [autobiografico] cronologico sembrerebbe suggerirci), bensì ai temi e ai vissuti – agli archetipi – che ci hanno condotto e aiutato a riconoscerci in alcune pagine della nostra storia.

streetart in Montmartre, Paris - photo by Barbara Picci

Ogni autore ha un insieme limitato di temi archetipici, a volte uno soltanto.
Più che sceglierli, li ereditiamo dalla configurazione della nostra vita.
Anche se cerchiamo di espellerli dal libro a cui stiamo lavorando, spesso riescono a trovare il modo per intrufolarsi di nuovo.
[David Mitchell]

Personalmente, non ho dubbi sul fatto che l’autunno sia la mia stagione preferita, e lo è  tra le altre ragioni perché mi rispecchia, mi si confà alla perfezione. Del resto, mi chiamo Denise, il francese femminile di Dioniso! Solitaria ma entusiasta, selettiva ma curiosa.

Cobre @ New York, USA

L’autunno ci offre solitudini eccitate, che non hanno l’uguale in altre stagioni.

L’autunno, già nel suo annunciarsi settembrino, per molti – e non a torto – costituisce sul piano simbolico il più autentico “capodanno”: un inizio, anziché una conclusione.

E se gridano gli alberi, se i monti
ci parlano questo vorrei imparare:
ad ascoltare senza interpretare.
Altra pietà non c’è.
[Aldo Nove]

Lavoro .2: Lavorare gratis, lavorare tutti

Cosa succede se, in una società fondata sul lavoro, il lavoro viene a mancare?
Hannah Arendt

Cercherete di vendervi come schiavi ai vostri nemici, ma nessuno vorrà comprarvi.
Deuteronomio, 28,68

lavorare gratis lavorare tutti de masi

Nel 1831 il filantropo inglese Charles Knight aveva consigliato ai disoccupati di inventarsi una professione e mettersi in proprio, esattamente come fanno oggi i nostri ministri del Lavoro“.
Nonostante il titolo del saggio di De Masi suoni terribilmente commerciale, la proposta che avanza fin dalla copertina non può certo essere peggiore di quella di Knight: deprezzare il lavoro dipendente e spingere chiunque a combinare la qualunque – implicando, con questo, che chi non ha la vocazione imprenditoriale o libero professionale non è un uomo, ma una pianta d’appartamento.
Non trovate?
Io trovo. Anzi, vi assicuro che quel titolo motivazional-utopistico non rende ragione della serietà di pagine che, seppur divulgative, non rinunciano a nulla: dalla ricostruzione storica e ideologica (in economia), anche piuttosto estesa, ad un basilare inquadramento del come e perché lavorare meno (e persino gratis, in una prima fase) ci porterebbe a lavorare tutti, quanto basta. Insomma a risolvere il problema della disoccupazione, e non tamponandolo, ma promuovendo una nuova identità dell’idea stessa di lavoro.

Tra i tanti, De Masi (che ho conosciuto attraverso le ospitate a L’aria che tira su La7) cita Owen, socialista fondatore di una cooperativa tessile a New Lanark, Scozia (che ho visitato nel 2002 in viaggio-studio), notissima starlette dei libri di testo.
L’estrazione del sociologo appare chiara: nomina molti economisti e politici, ma sta dalla parte di Keynes, di Olivetti e, naturalmente, di Marx ed Engels – del quale per esempio riporta queste parole:
[A causa delle concorrenza liberale] “[…] l’operaio è di diritto e di fatto uno schiavo della classe abbiente, della borghesia; suo schiavo al punto che viene venduto come una merce, sale e scende di prezzo… rispetto alla schiavitù dell’antichità sembra libero perché  non viene venduto in una sola volta ma pezzo a pezzo, a giorni, a settimane, ad anni e perché non viene venduto da un proprietario all’altro, ma è egli stesso che deve vendersi a questo modo in quanto non è lo schiavo di un singolo ma dell’intera classe abbiente“.
Inutile specificare che, per me, dove c’è una critica al capitalismo c’è casa 😁
Compreso il neo-capitalismo targato Pd – sorry, Sandro, te tocca -: quel mostriciattolo che è solo l’ultimo dei truffatori travestiti da “gente di sinistra”, da Craxi in avanti. E voi tutti sapete bene chi è stato allevato da Craxi…
… ma torniamo a bomba nel passato e sentiamo un po’, stavolta, quel barbone di Marx.

Una terza categoria di disoccupazione è quella che Marx chiama stagnante, ossia quella massa che svolge lavori irregolari con orari impossibili e minime retribuzioni, come i lavoratori a domicilio e quelli impiegati in nero.
L’ultima categoria è quella del pauperismo inteso come “il ricovero degli invalidi dell’esercito operaio attivo e il peso morto dell’esercito industriale di riserva”. Nel pauperismo Marx include, oltre al sottoproletariato vero e proprio (vagabondi, delinquenti e prostitute), anche persone che sarebbero in grado di lavorare ma non hanno trovato un impiego e non hanno altre fonti di sostentamento, anche orfani e figli di poveri, anche gente finita male, incanaglita e ormai incapace di lavorare, come i mutilati, i malati e le vedove.
A parte le risate che m’ha strappato quel gente finita male, incanaglita – umorismo involontario, ich denke -, nulla potrebbe interessarmi più della sorte di questa quarta categoria di disoccupati, della quale faccio ahimè parte. Non so quanto incanaglita, non poi molto, ma incapace di lavorare (in maniera “normale” e come richiesto dal mercato odierno), e persino in difficoltà con i lavori di ripiego, lo sono eccome.
Del resto, a breve farò richiesta di aggravamento, con la quale mi auguro di colmare quel divario di pochi punti che mi separa dalla pensione di invalidità standard – chi mi vuol bene, cominci pure ad accendere un cero o a bruciare incensi a Marte.
Impossibile non sogghignare pensando che la prima certificazione, oltre ad una grande conquista e soddisfazione, ha significato anche essere esclusa da praticamente ogni selezione al Collocamento Mirato – che dovrebbe aiutare ad inserire chi non regge un ambiente di lavoro tradizionale – perché… non sono in grado di reggere un ambiente di lavoro tradizionale. Embé.
(Dei caregivers non parliamo nemmeno: stanno un gradino più in basso dei procarioti).
Recupererò il mio sogno di bambina, e da “grande” (se mai un miracolo mi alzerà, su ali d’aquila, oltre il metro e 60) farò l’umarella davanti ai cantieri.


>> Nella puntata precedente:
Ufficio di scollocamento, Perotti – Ermani

Insomma, il libro prende piede lentamente, sulla scorta dei secoli, ma il suo fulcro sta, di fatto, nell’interpretare il probabile futuro delle nostre società ipersviluppate, anche e soprattutto sotto il profilo tecnologico.
E qui si passa da un terreno solido ad uno, quantomeno, soffice – ma non per questo, a mio avviso, inconsistente. Riporto qualche passaggio chiave:
Oggi le nuove tecnologie tendono a sostituire tutto ciò che non esige affettività, ideologia e creatività, per cui un ingegnere è più sostituibile con un computer di quanto lo siano un parroco o una badante.
[…]
Ma, a differenza di quanto avvenne ieri con le ferrovie che resero obsoleti i cavalli e i cocchieri ma impiegarono molti più lavoratori per costruire e gestire le strade ferrate, le stazioni, le locomotive, i vagoni e i viaggiatori, oggi i computer e i robot distruggono molto più lavoro di quanto ne creano.
E proprio qui sta il salto di civiltà che essi beneficamente ci consentirebbero liberandoci dal lavoro, se solo avessimo l’intelligenza di rimodulare la nostra vita centrandola sulla distribuzione [degli impieghi lavorativi disponibili] più che sulla produzione [di nuovi posti di lavoro], sul tempo libero più che sul tempo di lavoro.
[…]
Mentre nell’economia tradizionale, che si serviva di strumenti meccanici o elettromeccanici, ogni membro della popolazione attiva era allo stesso tempo produttore e consumatore e quando si doveva produrre di più si assumevano più lavoratori, ora buona parte dei produttori, cioè i computer, non consumano perché non sono umani e buona parte dei consumatori non produce perché è disoccupata.
[…]
Anche quando il lavoro evapora, resta comunque misura di tutte le cose. A chi lo perde, perdendo con il tempo anche la speranza di ritrovarlo, viene imputato di estraniarsi, di non integrarsi, di non reagire attivamente, di non inventarsi un lavoretto”.

Siamo così tornati al ragionamento iniziale (di questo post), a quell’accusa intollerabile che, molto più dello stato di disoccupazione in sé, è in grado di scatenare rivolte.
Non a caso sempre Keynes (che tra parentesi ha avuto una vita assai interessante), parlando dell’instabilità ciclica prodotta da un sistema lavorativo irrealistico quale il nostro, riferisce della disoccupazione come del maggior pericolo per una democrazia.
Ma qual è, grossomodo, la soluzione prospettata da De Masi (che, intendiamoci, non è certo un visionario solitario)?
Ve ne do innanzitutto una versione letteraria ed incisiva. La meta del futuro” dice Arthur C. Clarke “è la disoccupazione generalizzata, così potremo giocare“.
E così prosegue l’autore del saggio: “Perché lasciare al caso il passaggio dal lavoro all’ozio creativo, perché trasformare un itinerario verso la libertà in pedaggio paludoso […]?
Perché, in questo frattempo, pretendere dai disoccupati un comportamento e un’etica ritagliati sul lavoro quando questo gli viene negato?
Perché non trasformarli in un’avanguardia di quel mondo libero dal lavoro per sperimentare le occasioni preziose offerte da quella libertà?
[…]
Ma come è possibile dedicarsi all’ozio creativo senza morire di fame?
Per Aristotele e per i classici la risposta è semplice: ridurre al minimo il desiderio del superfluo e abituarsi a considerare come unici veri lussi la saggezza, la convivialità, la disponibilità di tempo, la bellezza e la cultura”.

E ancora:
Ma chi ha deciso che nel XXI° secolo il lavoro debba essere così snaturato, stuprato, frantumato fino a perdere ogni legame empatico e duraturo con il lavoratore?
[…]
Mentre la società greca e romana aveva appreso ad arricchire di significati gli scarsi oggetti a sua disposizione, la società industriale ha preferito arricchirsi di tecnologia per costruire sempre più oggetti sempre più svalutati nei loro significati qualitativi man mano che il consumismo ne pretendeva la moltiplicazione quantitativa.
[…]
Rispetto alla liberazione dalla schiavitù, che caratterizzò il Medioevo, e alla liberazione dalla fatica, che ha caratterizzato la società industriale, la liberazione dal lavoro caratterizzerà la società postindustriale.
[…]
La garanzia per tutti i cittadini di un reddito di sussistenza “sufficiente” assicurerebbe il passaggio da una società del pieno impiego a una società di piena attività” […]

La differenza la può fare la scuola, ma per gli scettici come me che campa cavallo è decisamente più sensato e proficuo immaginare di partire dall’altro polo del problema, cioè dai (non) lavoratori stessi:
In coerenza con le teorie della crescita infinita corteggiate dai neoliberisti e con il credo espiatorio del luteranesimo e del calvinismo, l’educazione familiare e quella scolastica restano indirizzate quasi esclusivamente alla preparazione del giovane al lavoro, alla carriera, alla competitività. Ovunque si invoca un rapporto esclusivo e onnivoro tra scuola e lavoro in cui il secondo fagocita la prima.
[…]
Poiché i disoccupati non hanno nulla da perdere tranne la disoccupazione, non resta loro altra scelta che scompaginare la situazione gettando sul mercato del lavoro tutta la propria massa lavorativa.
Se, per esempio, in Europa i 26 milioni di disoccupati, invece di starsene fermi, offrissero gratuitamente la loro opera a chiunque ne abbia bisogno, in poco tempo tutta la legge della domanda e dell’offerta andrebbe a gambe all’aria“.

2019-10-24 20.02.02
Chiedo scusa per il focus orrendo.

Novecento .1: Il fascismo, macchina imperfetta

Voto: 5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐

Così si intitola l’ottimo studio di Guido Melis, insegnante di Storia delle Istituzioni politiche e della Pubblica Amministrazione alla Sapienza di Roma, edito dal MulinoLa macchina imperfetta, immagine e realtà dello Stato fascista.
Innanzitutto, è un saggio di valore tecnico, per quanto lontanissimo dalla terminologia burocratese e dalla pesantezza tipica dell’apparato di cui pure discute; non è un testo politico. Vi si ritrovano, fra le altre cose, molta statistica e molte tabelle, non ultime quelle dei numerosissimi enti pubblici e parastatali che furono generati dal ventre sempre gravido del regime.
E’ questo uno dei punti nevralgici del libro, che si assicura di evidenziarlo e ben spiegarlo nell’arco di tutti i capitoli: la compenetrazione tra Stato e Partito, l’osmosi tra pubblico e privato, l’assunzione all’interno della dottrina fascista pura di strutture e forme di pensieri liberali antecedenti – quali le divisioni in classi e ceti – e di strutture sociali imperiture, in parte combattute ma poi soprattutto cavalcate per incapacità di sottometterle – quale la mafia.
Valga per rappresentare questo incontro-scontro tra civiltà questa citazione, tratta da un articolo non firmato pubblicato sul Giornale di Roma il 12 luglio 1923:

Il Fascismo non eccelleva in capacità o competenza; per avere dell’una o dell’altra ha dovuto affidarsi… alla burocrazia: donde è derivato l’assunto grottesco che, per debellare un organismo nefasto, si è ricorsi all’aiuto o all’appoggio di elementi che di quell’organismo erano parte.

Mi ricorda molto le vicende di una certa scatoletta di tonno nazionale.
Così invece il prefetto Oliviero Savino Nicci, in una lettera a Nitti:

(…) E’ impressione generale che molta acqua sarà messa nel vino fascista. E’ naturale. 
C’è da temere qualche sciabolata data all’impensata, per incompetenza, falsa cognizione o fervore partigiano. E’ tutto un insieme di valori mediocri, di buon volere, ma ignari degli ingranaggi delle rispettive amministrazioni.
Non c’è che da attendere la naturale evoluzione. L’avvenire è di V.E.

“L’auspicio finale non si sarebbe realizzato, ma l’analisi era informata e ricca di dettagli”, commenta Melis.

melis macchina imperfetta immagine realtà stato fascista
In copertina la Maschera di Mussolini, scultura di Adolfo Wildt

Vi fu un’inesausta proliferazione di nuovi enti, nati soprattutto – così racconta l’autore del saggio – come risposta ad una richiesta dal basso più che per un’imposizione dall’alto come si tende invece a credere; che andarono a coprire istanze già presenti di gruppi privati, e non solo commerciali, realizzando una sorta di “patronato” che dava spazio e ufficialità alle più disparate istanze di riconoscimento. (E ancora una volta, come non rilevare il parallelismo di questo “stato nello stato” con quello mafioso?).

Non c’era praticamente campo della società degli anni Venti e Trenta che il regime non avesse “occupato”, dando forma in ogni genere di attività, in ogni settore professionale, a nuovi soggetti dotati di personalità giuridica autonoma – quei soggetti erano i veri terminali del consenso.

Una commistione, una confusione anche, che volontariamente o meno (la seconda, credo) ha contribuito non poco a ciò che abbiamo di fronte oggi, in materia di degenerazione del contratto stato-cittadini, con quella sussidiarietà che potrebbe ben essere nipote, se non figlia, dell’attivo e tuttavia blando controllo centrale sulle iniziative private:

Un’anagrafe dei nomi di vertice avrebbe facilmente rivelato quali fossero i bacini di provenienza e i quali i meccanismi di cooptazione [negli enti pubblici]. Di certo emergeva una classe dirigente composita, i cui poteri erano spesso più incisivi di quanto non avvenisse nello Stato e i controllo meno stringenti.
Dunque cresceva la sua discrezionalità e la libertà di manovra. Si sviluppava, e si imponeva, specie nell’economia e nella finanza, il ruolo di soggetti economici dotati di forte liquidità finanziaria.
Il loro intreccio, e i legami che mantenevano con i ministeri di riferimento, ne facevano un tassello essenziale del sistema di potere (…). Una componente fondamentale del regime fascista. E forse un dato concreto del suo essere “moderno”, cioè adatto a interpretare la domanda di un’economia capitalistica evoluta.

Per riprendere il discorso di Pasolini.

Dietro l’esaltazione del lavoro si intravedeva la mistica tayloristica della nuova società industriale; dietro l’alfabetizzazione delle classi escluse dall’istruzione i bisogni di quadri mediamente formati tipici della società di massa del capitalismo moderno.

Parte di tale quadro fu indubbiamente giocato dalle politiche urbanistiche (scopro senza sorpresa che fu durante il Ventennio che venne ideato lo strumento del piano regolatore). Per una come me – sempre in bilico tra l’amore per l’architettura essenziale e squadrata di quell’epoca, e la rabbia ferina per gli “sventramenti” e le ritinteggiature di antichi affreschi (vedi piazza Vittoria a Brescia) di cui si fece forte – è tutta manna.

Altrettanto rilevanti, e direi anche di più oggettivamente per capire cosa siamo stati e perché, mi paiono essere le pagine su Calamandrei “legislatore occulto”, il quale senza abdicare al proprio noto antifascismo si risolse per collaborare alla stesura del nuovo Codice di Procedura Civile, preoccupandosi e non da solo di ottenere che quel lavoro, tanto utile e necessario a contenere certe sgradite derive, vedesse la luce e non avesse a patire della sua firma.
Una posizione ed un operato molto simili nella forma mentis e negli intenti, se non esteriormente, sono attribuibili anche al prefetto Leopoldo Zurlo, proveniente dall’amministrazione liberale (fu anche nella segreteria della Presidenza del Consiglio giolittiana), che assunse il ruolo di “censore teatrale intelligente e duttile”.

“Un inventario di problemi: un’opera minima, forse preliminare ad altre sistemazioni più distese che magari verranno”.
Così l’autore sul proprio libro, e proprio per questo l’ho maggiormente apprezzato e lo consiglio, a chi non abbia timore di addentrarsi in argomenti minuziosi e voglia osservare con una lente e da una distanza differenti quel nostro brano di storia patria.
Trovate qui un’intervista ben fatta a Melis.

Carnet (Giugno 2019)

Siccome il sistema usato sin qui per indicare i libri ed i film migliori del mese non mi convince più tanto, provo stavolta a differenziare:
con la stelletta 🌟 ho contrassegnato quelli (a mio parere, s’intende) di particolare qualità e di un certo livello, che ho apprezzato per i più svariati motivi;
col cuore ❤ ho contrassegnato invece quelli che mi hanno personalmente conquistato o che, comunque, mi han lasciato qualcosa a livello intimo. Insomma, quelli che mi fanno battere il cuore, per l’appunto – in 99 casi su 100 vantano anche evidenti pregi, certo,  ma occasionalmente possono pure non vantarne nessuno: ai propri “figli” si vuole bene anche quando son brutti come la fame.

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[libri letti]
60. In fondo al laboratorio a sinistra, Curiosità e bizzarrie della scienza
– Edouard Launet

61. Parli sempre di soldi!Hans Magnus Enzensberger
🌟 62. L’avversario – Emmanuel Carrère
* La vita istruzioni per l’uso – Georges Perec [interrotto]
Dopo Le cose, che mi aveva convinta, questo secondo approccio con l’autore è risultato indigesto. Non voglio dire deludente: sarei ingiusta, dal momento che ho sopportato solo poche pagine prima di chiudere. Ma lo stile descrittivo – letteralmente – di Perec, se ha una sua ragion d’essere e snellisce un romanzo già snello, richiede invece uno sforzo epico quando trasuda da centinaia di pagine, fatte per altro di storie fittamente dettagliate e tra loro intersecate.
Non ho più tempo da “perdere” dietro a testi meno che importanti e al contempo accessibili, sicuramente non ho più nemmeno l’età delle sperimentazioni “a perdere”. Peccato, però, che l’idea che me n’ero fatta si discosti così tanto dalla realtà: inseguo questo libro in effetti dal 2016, anno in cui lo stava leggendo la figlia di un buon amico al mare, dove li avevo raggiunti. Non mi riesce di capire, e forse distinguere non è neppure la miglior cosa, se sia il racconto delle vicende degli inquilini di un palazzo, o le vicende stesse, a pesarmi.
Lo spiega certamente meglio Ferdinando Amigoni, nelle note ad un altro suo libro (elencato sotto): […] come Percival Bartlebooth, il protagonista de La vita istruzioni per l’uso, scoprirà a sue spese, l’illimitata manipolazione di tessere di puzzle (o di parole, per l’oulipiano Perec) comporta il rischio di perdersi in labirinti tanto vasti e tortuosi quanto futili, e a lungo andare addirittura mortali.
63. La scala di ferro – Georges Simenon
64. I miei flop preferiti, E altre idee a disposizione delle generazioni future
– Hans Magnus Enzensberger
Anche Enzensberger è un autore che ci tenevo ad esplorare, ispirata da non ricordo quale considerazione su di lui e, in seguito, dalle quarte di copertina riportate sul sito interbibliotecario. Se il primo colpo è stato piacevole, ma non felice, questo secondo ne ricalca le orme: qualche spunto interessante, sì (in questo caso soprattutto nella seconda parte: quella dedicata a ipotetici progetti di scrittura, regia, teatro…, il che mi rammenta un bel taccuino, una raccolta di spunti narrativi per futuri racconti di Hawthorne che un tempo avevo), c’è qualche spunto interessante, dicevo, ma nulla più.
Un terzo libro è in arrivo, ma sarà l’ultimo tentativo di trovare una consonanza con del materiale così tiepido, timido.

65. 96 lezioni di felicità – Marie Kondo
D’accordo, il titolo è mieloso. La Kondo stessa, seppure marziale nel suo condurre gli allievi lungo il percorso di quel che lei chiama riordino, è apparentemente una cosetta dolcissima. Eppure, al netto di tutte le (tante) critiche ricevute – vuoi perché la sua gratitudine verso gli oggetti trascende in un panteismo che non ci è familiare, vuoi perché insiste sul verbo buttare (meno della Tatsumi, ma pur sempre troppo per la nostra sensibilità), e via dicendo – trovo che l’apprezzamento ricevuto around the world non si riduca alla sola moda, al fenomeno di costume ed all’esagerazione dei nostri entusiasmi post-moderni.
Non tutto ciò che è minimalismo è cosa buona, per quanto io senta che la mia parte nel gioco è di difenderlo da fraintendimenti e banalizzazioni – potendo, idealmente, di depotenziarlo come prodotto di massa sino a farlo ri-scomparire in una nicchia per coloro, pochi o tanti, che l’hanno seriamente adottato.
Resta comunque un must; un volumetto in equilibrio tra racconto appassionante (com’è più nello stile del primo libro, L’arte del riordino), e manuale d’uso pratico, guida ai perplessi desiderosi di svuotare, liberare, cambiare. E respirare.
66. La settimana bianca – Emmanuel Carrère
67. Si salvi chi vuole – Costanza Miriano
A proposito di monastero wi-fi, di monaci metropolitani e di salvezza che non conosce procedure d’infrazione. Lo stile della (fu?) giornalista lo si riconosce immediatamente, ed è come al solito frizzante, leggero ma molto chiaro e puntuale.
Personalmente poi càpita a fagiolo in un periodo in cui sto pensando a come poter concretizzare una vita ispirata al monachesimo, idea che inseguo da tempo; e dunque è un supporto in più.

❤ 68. Senza amare andare sul mare – Christian Pastore
660 pagine di puro godimento. Narrativa che conquista, ma senza pretese auliche. Un autore italiano, per altro, anche se il nome mi suggeriva un italo-americano – e questo lo si avverte nei dettagli, soprattutto lessicali -, ma di respiro internazionale (per altro al suo primo romanzo). Un autore nascosto, anche, di cui le poche righe sul risvolto non svelano nulla se non che già scriveva per la carta stampata. Un autore che si cala in tutti i suoi personaggi e si cela dietro decine di maschere diverse – e credibili: ogni volta in prima persona.
Un portfolio di personaggi in crociera – che però, sulla nave, ci sono arrivati non di propria volontà e senza serbare ricordo alcuno dell’avvenimento. Un diario da compilare ogni sera, ed un album contenente una sola fotografia, a vario titolo scomoda, per ciascuno dei malcapitati, più prigionieri che turisti su un mare e sotto un cielo immutabili e privi di guizzi di vita.
Un singolo capitolo per ciascun personaggio (in tutto 40), storie che si intersecano ma, per lo più, all’insaputa di chi ne è protagonista. Un mistero, quello della nave, di chi la governa e li ha voluti lì, tutti insieme; che sovrasta pagina per pagina quelli individuali (a volte piccoli, mai miserabili) che tormentano i convenuti.
Penserete ad un mattone ansiogeno, forse, invece no: è divertente. Molto. E scanzonato, per quanto possa esserlo un purgatorio privo di orizzonte temporale
Edit 1.07.19: l’ho appena notato: Pastore ha tradotto anche Storie della tua vita, di Ted Chiang. Da uno dei racconti di questa raccolta è stato tratto Arrival, che ho appena visto. Ne scriverò, se il cuore mi regge.
69. La bottega oscura – Georges Perec
Una raccolta di sogni (due parole qui) corredata da bellissime note esplicative “che identificano persone, avvenimenti e cose della vita diurna”, ma anche che danno una lettura psicanalitica di tratti caratteristici dello scrittore – di Ferdinando Amigoni.
🌟 70. Costruire, Le storie nascoste dietro le architetture – Roma Agrawal
Il racconto sintetico, interessante e condotto da un’ingegnera strutturale, di come siano nate le odierne architetture civili – con esempi che si rifanno alle sue proprie opere e svariati aneddoti, purtroppo per forza di cose spesso tragici: come quello delle Twin Towers che specifica un problema banale ma dalle conseguenze gravi, e che ignoravo.
I contenuti sono seri, ma l’esposizione morbida: ho immaginato più volte, anziché di stare leggendo un testo, di trovarmi in una saletta da thé con il liquido ambrato che più amo e delle meringhe davanti, conversando con l’autrice; in compagnia.
Peccato però per i numerosi, e grossolani, errori trovati qua e là: fin dalle prime pagine mi son chiesta se i correttori di bozze della Bollati Boringhieri siano usualmente ubriachi, o se magari li abbiano licenziati; perché certi paragrafi sembrano essere appena stati battuti al pc e non dico non essere stati rivisti, ma nemmeno riletti.
71. Il silenzio – Erling Kagge
72. Camminare – Erling Kagge
73. Per non morire di televisione – Hans Magnus Enzensberger

Attualissimo. Finalmente dei testi suoi (si tratta di una raccolta di articoli) che non mi lasciano insoddisfatta. Interessante anche la piccola polemica, nella quale entra verso le ultime pagine, con McLuhan.
74. Mi ricordo – Georges Perec
🌟 75. Tumulto – Hans Magnus Enzensberger
Un altro centro, questa volta con materiale autobiografico: se vi interessano la Russia, il Novecento, e ficcare il naso negli apparati delle dittature (ma anche nella vita spicciola di chi vi è sottoposto); è un libro che fa per voi. E’ il resoconto dei viaggi nell’Unione Sovietica, ma anche, e in porzione maggiore, del suo coinvolgimento nel ’68 – attraverso un’auto-intervista assai accattivante.
A proposito di Est, ne approfitto per consigliare 
Nostalgistan, un libro di Tino Mantarro (intervistato qui dalla blogger Claudia), conquistato dall’estetica dello sfascio.
76. Orizzonti selvaggi – Carlo Calenda

pops

[film visti]
* La felicità è un sistema complesso – Gianni Zanasi [bloccato a metà]
Ebbasta. Avevo visto un suo film, poco convincente, ci ho riprovato e – almeno finché il disco non s’è impallato – l’ho trovato nuovamente strano, irrisolto, lento. Grazie lo stesso signor Zanasi, noi però abbiamo chiuso.
59. Haunting (Presenze) – Jan de Bont
60. Piano 17 – Manetti Bros. [vedi anche da qui in giù]
61. I segreti di Osage County – John Wells
Incasellato nel genere commedia, è in realtà un drammone da far tremare i polsi, e permette alla Streep ed alla Roberts (quanto mi piace la Roberts in ruoli drammatici da stronza) di rifulgere: per una volta si può dire che il film sia costruito attorno a, e funzionale agli, attori – non dimentichiamo che nasce come rappresentazione teatrale -, anziché essere gli attori a sostenere con la loro più o meno spiccata bravura le sorti di una trama. No happy ending, let’s party!
🌟 62. Il ministro, L’esercizio dello stato – Pierre Schoeller
Cinico, ma qui il cinismo assume il sentore polveroso della burocrazia e del potere stantìo.
Una condanna della politica, con i suoi inganni e le sue strategie, vuota di cuore, che grazie al cielo s’allontana dalla verve sfavillante di certe pellicole nostrane dell’ultimo decennio e lascia che la forma resti torbida quanto il contenuto. O per lo meno, senza paillettes.
Dal Morandini:
“Lo Stato divora coloro che lo servono” è la tesi centrale del 2° LM di Schoeller che l’ha anche scritto. 3 premi César 2012 per sceneggiatura, attore non protagonista e suono (Olivier Hespel) e Fipresci della Critica Internazionale a Cannes. La tesi è annunciata nella sequenza onirica e metaforica iniziale: una bella donna nuda entra nelle fauci di un coccodrillo immobile. Il potere dello Stato divora, logora, fa soffrire chi ce l’ha, come il ministro dei Trasporti e il suo capo di gabinetto.
Bertrand Saint-Jean è un personaggio complesso la cui umanità si mescola al cinismo: il suo dolore commosso per i 13 bambini precipitati in un burrone non gli impedisce di mettersi una cravatta più consona alla situazione o, ubriaco, di litigare con la vedova di Kuypers, disoccupato assunto come autista. Con poche eccezioni, il cast degli attori, sconosciuti in Italia, è diretto in modo impeccabile.

63. Smetto quando voglio, Masterclass – Sydney Sibilia
🌟 64. Lo straniero – Orson Welles
65. Paranormal activity – Tod Williams
La scelta di mettere al centro un’intera famiglia anziché una coppia mi era parsa promettere bene, e per un po’ ha funzionato, ma più trascorrevano i minuti più l’intreccio si rivelava frammentario. “No buono” (cit.).
66. Le mele di Adamo – Anders Thomas Jensen [qui il film su RaiPlay]
Memorabile, tra i miei preferiti in assoluto. Commedia nera e grottesco, cinismo e vitalità si tengono per mano senza fare una piega. E se Mikkelsen è un mostro, l’interprete di Adam non lo trovo da meno. La violenza non viene edulcorata, ma neppure un lieto fine classico ed un’esaltazione ottimista e positiva della fede sono contemplati: ogni cosa è un pugno nello stomaco, persino i momenti più confortanti. La verità vi renderà liberi – ma non è mai stato detto che tale processo sarebbe stato incruento.
67. Viaggio in Italia (Una favola vera) – Paolo Genovese, Luca Miniero
68. La bella gente – Ivano de Matteo
Un autore che amo sempre di più (sono pronta a perdonargli I nostri figli, remake fastidiosamente di maniera, per avermi offerto questo). Se pensate che la protagonista sia la giovane prostituta Nadja, ripensateci: lo sguardo vi cadrà ineluttabilmente su chi le sta intorno, “la bella gente“, mentre lei assumerà il ruolo di perno della storia, di oggetto idolatrico-sacrificale e, soltanto in ultimo, di persona.
69. Smetto quando voglio, Ad honorem – Sydney Sibilia
Boom! Mi mancherai, Banda.
70. Mr. Brooks – Bruce A. Evans
Okay, il protagonista (assoluto) è un serial killer. Rappresentato però, bene o male, senza il canonico stampino: impossibile far indossare a Costner una maschera seriamente brutale, si opta dunque per un’alternanza tra abito elegante e tenuta chiccosa da “lavoro”, rigorosamente in nero.
Insolito, dal punto di vista (e dalle preoccupazioni) abbastanza originali; non fa certo gridare al capolavoro ma merita almeno un “bravo per averci provato”. Se proprio di mente criminale dobbiamo ogni giorno sciropparci una dose, che sia almeno parlata, interrogata, e persino esteriorizzata nella persona fantasmatica di William Hurt.
71. Chef, La ricetta perfetta – Jon Favreau
72. La Casa – Fede Alvarez
Posto che non sono competente a giudicare in modo corretto la relazione tra questo remake-reboot-quellochepreferite e l’antico (…) classico di Raimi, il quale l’ha per altro sostenuto, né sono in grado di sconfessare quella che, per una che ama le parole (anche quando seducono per veicolare stronzate), rimane una recensione apprezzabile; posto questo ecco: io penso che ‘sto film sia ‘na Clamorosa Cazzata.
A prescindere, dal regista di Man in the dark mi aspettavo ben di più, possibilmente ancora di più: quello non doveva essere che l’inizio. 1 su 5 è troppo cattivo come voto?
73. Powder, Un incontro straordinario con un altro essere – Victor Salva
Un figlio nato mentre la madre moriva colpita da un fulmine, portatore di imprecisate anormalità e deformità, che ritroviamo anni dopo, segregato (o forse no? Non è chiaro) nella cantina dei nonni: e lì scopriamo che, semplicemente, è un albino. Cosa che di per sé sembra suscitare uno sgomento sproporzionato. Finché non scopriamo che, per farla breve e soprattutto chiara, Jeremy ha assorbito delle potenzialità fisiche dall’energia elettrica che ha attraversato il corpo della madre al momento del trapasso.
Non è malvagio da vedere, poveri noi, c’è di ben peggio. Tuttavia sposo in pieno quanto dice la scheda di MyMovies, che è la mia principale fonte di approvvigionamento per farmi un’idea veloce:
Sostenuto dall’intenzione di denunciare gli effetti dell’ignoranza e dalla intolleranza nella vita quotidiana, il film si risolve una parabola buonista a sfondo fantascientifico cadendo, talora, nella trappola di un pesante sentimentalismo”.
🌟 74. Lo stato contro Fritz Bauer – Lars Kraume
🌟 75. L’onda – Dennis Gansel
Vidi questo film la prima volta in università, durante una lezione di Sociologia (che Dio ci aiuti: dell’intero corso, probabilmente la cosa più utile). Basato su una storia vera, sulla quale però ancora non sono riuscita a reperire altro materiale; è perfettibile ma efficace nel trasmettere la plausibilità di un evento che raramente convince fino in fondo, ossia che oggi in Europa una nuova dittatura possa emergere.
76. The believer – Henry Bean
Come dalla storia di un tizio sballato come Burros possa aver preso forma, alla fine, una raffinatezza simile è mistero della fede: il legame ispirativo si limita, esilissimo, all’ossimoro chiave di ebreo-nazista ed al suo portato di ambivalenza, ma viene sviluppato da Bean (regista, sceneggiatore e cammeo nei panni di Ilio Manzetti) in maniera insuperabile – e lo intendo letteralmente.
In Gosling, a Canadian actor who started at twelve as a TV Mouseketeer alongside Britney Spears (…), Bean has found the perfect actor. Gosling gives a great, dare-anything performance that will be talked of for ages.
(Peter Travers su Rolling Stone, 19 Maggio 2001)
77. District 9 – Neill Blomkamp
🌟 78Dark night – Tim Sutton