Libri .18: Foliage: Vagabondare in autunno, Duccio Demetrio

Il mondo esiste… Uno stupore arresta il cuore.
[Eugenio Montale]

Ho letto un solo libro, in passato, di Duccio Demetrio, e me ne è rimasto un ricordo piacevole sì, ma con una punta di pesantezza. Con quest’altro ho compreso meglio il perché: ha uno stile di scrittura corretto, ma personale e particolare, fa un uso dellle pause e della punteggiatura frequente ed imprevisto. Ad ogni modo, l’ho trovato più scorrevole di quanto ricordassi, o quantomeno questo suo continuo sostare su piccole parti di frase mi pare si addica al tema del saggio.

In queste pagine, il rapporto con questa stagione [l’autunno] verrà narrato e descritto piuttosto come una conquista della ragion sensibile, del pensiero riflessivo, narrativo e di quello “poetante”. […]
In quanto matrice di nuovi inizi: proprio quando tutto parrebbe appassire ed entrare in letargo prima della stasi invernale. […]
I cui indizi possiamo rintracciare quando un incontro nuovo, una possibilità di cambiamento anche senza eccessive pretese, che rimetta in moto istintualità, intuizioni, desideri sopiti, abbia il potere di risvegliare sensi, aneliti, domande.

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Un po’ l’intero testo è percorso da questo concetto e fil rouge, dell’autunno come stagione tutt’altro che mortifera e grigia, non solo in forza dei colori del foliage che gli dà il titolo ma soprattutto per la sua naturale vocazione a risvegliare e rinvigorire le energie sfibrate dall’estate. A generare cambiamento o dar voce a quello già in sotterranea preparazione da tempo.
Senza tuttavia fingere che l’essenza dionisiaca di questa stagione non implichi, anche, il caos, la dispersione, l’abbandono di alcune sicurezze:

La filosofia autunnale, da applicare in ogni stagione, ci può insegnare quanto l’interruzione, il limite, lo scacco, la rinuncia siano componenti prodromiche dell’imparare a pensare e ad esistere.
[…]
Scrivere dell’acqua è scrivere della sete: di quella che ti prende, anche se non la avverti ardente, raggiunta una fontana, che con una facile metafora rinviamo al desiderio “di sapere, di conoscenza di sguardo e di pensiero”. E’ la “sete inestinguibile” del vagabondare.
Non possiamo che ringraziare, ancora una volta, la scrittura; avvertiamo che ci tiene a galla, perché l’acqua che desideriamo può rivelarsi pericolosa quando sentiamo che la sete equivale a “perdere i propri margini”, diventando la ricerca della propria “dissoluzione”, quando l’autunno vuole nuovamente metterci alla prova con le sue pulsioni di morte. Scrivere di queste tentazioni – finché ne scriviamo – ci aiuta a ritrovare, nuovamente, quelle di vita.
[…]
Autunno come feconda pausa autoanalitica […] per scoprire qualcosa di sé che le altre stagioni non ci consentivano di capire e di raggiungere […]
non nel tetro e buio inverno, non nelle frenesie e nelle eccitazioni della primavera o nelle pigrizie e immobilità agostane.

Fornasetti II

Una riflessività, un accesso sulla profondità, che è quanto mai favorevole al lavoro di scrittura – in particolare autobiografica, attività della quale Demetrio si occupa da anni attraverso un istituto dedicato ad Anghiari. Un lavoro meno scontato di quanto siamo abituati a pensare e, sicuramente, più da arrampicata libera che da rilassato trekking.

Non siamo un libro i cui capitoli si succedono con ritmi consecutivi. Né siamo soltanto un’antologia di scene salienti, cruciali, memorabili. Siamo piuttosto un agglomerato più o meno dinamico di elementi […] risalire non alle cause (come il lavoro [autobiografico] cronologico sembrerebbe suggerirci), bensì ai temi e ai vissuti – agli archetipi – che ci hanno condotto e aiutato a riconoscerci in alcune pagine della nostra storia.

streetart in Montmartre, Paris - photo by Barbara Picci

Ogni autore ha un insieme limitato di temi archetipici, a volte uno soltanto.
Più che sceglierli, li ereditiamo dalla configurazione della nostra vita.
Anche se cerchiamo di espellerli dal libro a cui stiamo lavorando, spesso riescono a trovare il modo per intrufolarsi di nuovo.
[David Mitchell]

Personalmente, non ho dubbi sul fatto che l’autunno sia la mia stagione preferita, e lo è  tra le altre ragioni perché mi rispecchia, mi si confà alla perfezione. Del resto, mi chiamo Denise, il francese femminile di Dioniso! Solitaria ma entusiasta, selettiva ma curiosa.

Cobre @ New York, USA

L’autunno ci offre solitudini eccitate, che non hanno l’uguale in altre stagioni.

L’autunno, già nel suo annunciarsi settembrino, per molti – e non a torto – costituisce sul piano simbolico il più autentico “capodanno”: un inizio, anziché una conclusione.

E se gridano gli alberi, se i monti
ci parlano questo vorrei imparare:
ad ascoltare senza interpretare.
Altra pietà non c’è.
[Aldo Nove]

Lavoro .2: Lavorare gratis, lavorare tutti

Cosa succede se, in una società fondata sul lavoro, il lavoro viene a mancare?
Hannah Arendt

Cercherete di vendervi come schiavi ai vostri nemici, ma nessuno vorrà comprarvi.
Deuteronomio, 28,68

lavorare gratis lavorare tutti de masi

Nel 1831 il filantropo inglese Charles Knight aveva consigliato ai disoccupati di inventarsi una professione e mettersi in proprio, esattamente come fanno oggi i nostri ministri del Lavoro“.
Nonostante il titolo del saggio di De Masi suoni terribilmente commerciale, la proposta che avanza fin dalla copertina non può certo essere peggiore di quella di Knight: deprezzare il lavoro dipendente e spingere chiunque a combinare la qualunque – implicando, con questo, che chi non ha la vocazione imprenditoriale o libero professionale non è un uomo, ma una pianta d’appartamento.
Non trovate?
Io trovo. Anzi, vi assicuro che quel titolo motivazional-utopistico non rende ragione della serietà di pagine che, seppur divulgative, non rinunciano a nulla: dalla ricostruzione storica e ideologica (in economia), anche piuttosto estesa, ad un basilare inquadramento del come e perché lavorare meno (e persino gratis, in una prima fase) ci porterebbe a lavorare tutti, quanto basta. Insomma a risolvere il problema della disoccupazione, e non tamponandolo, ma promuovendo una nuova identità dell’idea stessa di lavoro.

Tra i tanti, De Masi (che ho conosciuto attraverso le ospitate a L’aria che tira su La7) cita Owen, socialista fondatore di una cooperativa tessile a New Lanark, Scozia (che ho visitato nel 2002 in viaggio-studio), notissima starlette dei libri di testo.
L’estrazione del sociologo appare chiara: nomina molti economisti e politici, ma sta dalla parte di Keynes, di Olivetti e, naturalmente, di Marx ed Engels – del quale per esempio riporta queste parole:
[A causa delle concorrenza liberale] “[…] l’operaio è di diritto e di fatto uno schiavo della classe abbiente, della borghesia; suo schiavo al punto che viene venduto come una merce, sale e scende di prezzo… rispetto alla schiavitù dell’antichità sembra libero perché  non viene venduto in una sola volta ma pezzo a pezzo, a giorni, a settimane, ad anni e perché non viene venduto da un proprietario all’altro, ma è egli stesso che deve vendersi a questo modo in quanto non è lo schiavo di un singolo ma dell’intera classe abbiente“.
Inutile specificare che, per me, dove c’è una critica al capitalismo c’è casa 😁
Compreso il neo-capitalismo targato Pd – sorry, Sandro, te tocca -: quel mostriciattolo che è solo l’ultimo dei truffatori travestiti da “gente di sinistra”, da Craxi in avanti. E voi tutti sapete bene chi è stato allevato da Craxi…
… ma torniamo a bomba nel passato e sentiamo un po’, stavolta, quel barbone di Marx.

Una terza categoria di disoccupazione è quella che Marx chiama stagnante, ossia quella massa che svolge lavori irregolari con orari impossibili e minime retribuzioni, come i lavoratori a domicilio e quelli impiegati in nero.
L’ultima categoria è quella del pauperismo inteso come “il ricovero degli invalidi dell’esercito operaio attivo e il peso morto dell’esercito industriale di riserva”. Nel pauperismo Marx include, oltre al sottoproletariato vero e proprio (vagabondi, delinquenti e prostitute), anche persone che sarebbero in grado di lavorare ma non hanno trovato un impiego e non hanno altre fonti di sostentamento, anche orfani e figli di poveri, anche gente finita male, incanaglita e ormai incapace di lavorare, come i mutilati, i malati e le vedove.
A parte le risate che m’ha strappato quel gente finita male, incanaglita – umorismo involontario, ich denke -, nulla potrebbe interessarmi più della sorte di questa quarta categoria di disoccupati, della quale faccio ahimè parte. Non so quanto incanaglita, non poi molto, ma incapace di lavorare (in maniera “normale” e come richiesto dal mercato odierno), e persino in difficoltà con i lavori di ripiego, lo sono eccome.
Del resto, a breve farò richiesta di aggravamento, con la quale mi auguro di colmare quel divario di pochi punti che mi separa dalla pensione di invalidità standard – chi mi vuol bene, cominci pure ad accendere un cero o a bruciare incensi a Marte.
Impossibile non sogghignare pensando che la prima certificazione, oltre ad una grande conquista e soddisfazione, ha significato anche essere esclusa da praticamente ogni selezione al Collocamento Mirato – che dovrebbe aiutare ad inserire chi non regge un ambiente di lavoro tradizionale – perché… non sono in grado di reggere un ambiente di lavoro tradizionale. Embé.
(Dei caregivers non parliamo nemmeno: stanno un gradino più in basso dei procarioti).
Recupererò il mio sogno di bambina, e da “grande” (se mai un miracolo mi alzerà, su ali d’aquila, oltre il metro e 60) farò l’umarella davanti ai cantieri.


>> Nella puntata precedente:
Ufficio di scollocamento, Perotti – Ermani

Insomma, il libro prende piede lentamente, sulla scorta dei secoli, ma il suo fulcro sta, di fatto, nell’interpretare il probabile futuro delle nostre società ipersviluppate, anche e soprattutto sotto il profilo tecnologico.
E qui si passa da un terreno solido ad uno, quantomeno, soffice – ma non per questo, a mio avviso, inconsistente. Riporto qualche passaggio chiave:
Oggi le nuove tecnologie tendono a sostituire tutto ciò che non esige affettività, ideologia e creatività, per cui un ingegnere è più sostituibile con un computer di quanto lo siano un parroco o una badante.
[…]
Ma, a differenza di quanto avvenne ieri con le ferrovie che resero obsoleti i cavalli e i cocchieri ma impiegarono molti più lavoratori per costruire e gestire le strade ferrate, le stazioni, le locomotive, i vagoni e i viaggiatori, oggi i computer e i robot distruggono molto più lavoro di quanto ne creano.
E proprio qui sta il salto di civiltà che essi beneficamente ci consentirebbero liberandoci dal lavoro, se solo avessimo l’intelligenza di rimodulare la nostra vita centrandola sulla distribuzione [degli impieghi lavorativi disponibili] più che sulla produzione [di nuovi posti di lavoro], sul tempo libero più che sul tempo di lavoro.
[…]
Mentre nell’economia tradizionale, che si serviva di strumenti meccanici o elettromeccanici, ogni membro della popolazione attiva era allo stesso tempo produttore e consumatore e quando si doveva produrre di più si assumevano più lavoratori, ora buona parte dei produttori, cioè i computer, non consumano perché non sono umani e buona parte dei consumatori non produce perché è disoccupata.
[…]
Anche quando il lavoro evapora, resta comunque misura di tutte le cose. A chi lo perde, perdendo con il tempo anche la speranza di ritrovarlo, viene imputato di estraniarsi, di non integrarsi, di non reagire attivamente, di non inventarsi un lavoretto”.

Siamo così tornati al ragionamento iniziale (di questo post), a quell’accusa intollerabile che, molto più dello stato di disoccupazione in sé, è in grado di scatenare rivolte.
Non a caso sempre Keynes (che tra parentesi ha avuto una vita assai interessante), parlando dell’instabilità ciclica prodotta da un sistema lavorativo irrealistico quale il nostro, riferisce della disoccupazione come del maggior pericolo per una democrazia.
Ma qual è, grossomodo, la soluzione prospettata da De Masi (che, intendiamoci, non è certo un visionario solitario)?
Ve ne do innanzitutto una versione letteraria ed incisiva. La meta del futuro” dice Arthur C. Clarke “è la disoccupazione generalizzata, così potremo giocare“.
E così prosegue l’autore del saggio: “Perché lasciare al caso il passaggio dal lavoro all’ozio creativo, perché trasformare un itinerario verso la libertà in pedaggio paludoso […]?
Perché, in questo frattempo, pretendere dai disoccupati un comportamento e un’etica ritagliati sul lavoro quando questo gli viene negato?
Perché non trasformarli in un’avanguardia di quel mondo libero dal lavoro per sperimentare le occasioni preziose offerte da quella libertà?
[…]
Ma come è possibile dedicarsi all’ozio creativo senza morire di fame?
Per Aristotele e per i classici la risposta è semplice: ridurre al minimo il desiderio del superfluo e abituarsi a considerare come unici veri lussi la saggezza, la convivialità, la disponibilità di tempo, la bellezza e la cultura”.

E ancora:
Ma chi ha deciso che nel XXI° secolo il lavoro debba essere così snaturato, stuprato, frantumato fino a perdere ogni legame empatico e duraturo con il lavoratore?
[…]
Mentre la società greca e romana aveva appreso ad arricchire di significati gli scarsi oggetti a sua disposizione, la società industriale ha preferito arricchirsi di tecnologia per costruire sempre più oggetti sempre più svalutati nei loro significati qualitativi man mano che il consumismo ne pretendeva la moltiplicazione quantitativa.
[…]
Rispetto alla liberazione dalla schiavitù, che caratterizzò il Medioevo, e alla liberazione dalla fatica, che ha caratterizzato la società industriale, la liberazione dal lavoro caratterizzerà la società postindustriale.
[…]
La garanzia per tutti i cittadini di un reddito di sussistenza “sufficiente” assicurerebbe il passaggio da una società del pieno impiego a una società di piena attività” […]

La differenza la può fare la scuola, ma per gli scettici come me che campa cavallo è decisamente più sensato e proficuo immaginare di partire dall’altro polo del problema, cioè dai (non) lavoratori stessi:
In coerenza con le teorie della crescita infinita corteggiate dai neoliberisti e con il credo espiatorio del luteranesimo e del calvinismo, l’educazione familiare e quella scolastica restano indirizzate quasi esclusivamente alla preparazione del giovane al lavoro, alla carriera, alla competitività. Ovunque si invoca un rapporto esclusivo e onnivoro tra scuola e lavoro in cui il secondo fagocita la prima.
[…]
Poiché i disoccupati non hanno nulla da perdere tranne la disoccupazione, non resta loro altra scelta che scompaginare la situazione gettando sul mercato del lavoro tutta la propria massa lavorativa.
Se, per esempio, in Europa i 26 milioni di disoccupati, invece di starsene fermi, offrissero gratuitamente la loro opera a chiunque ne abbia bisogno, in poco tempo tutta la legge della domanda e dell’offerta andrebbe a gambe all’aria“.

2019-10-24 20.02.02
Chiedo scusa per il focus orrendo.

Novecento .1: Il fascismo, macchina imperfetta

Voto: 5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐

Così si intitola l’ottimo studio di Guido Melis, insegnante di Storia delle Istituzioni politiche e della Pubblica Amministrazione alla Sapienza di Roma, edito dal MulinoLa macchina imperfetta, immagine e realtà dello Stato fascista.
Innanzitutto, è un saggio di valore tecnico, per quanto lontanissimo dalla terminologia burocratese e dalla pesantezza tipica dell’apparato di cui pure discute; non è un testo politico. Vi si ritrovano, fra le altre cose, molta statistica e molte tabelle, non ultime quelle dei numerosissimi enti pubblici e parastatali che furono generati dal ventre sempre gravido del regime.
E’ questo uno dei punti nevralgici del libro, che si assicura di evidenziarlo e ben spiegarlo nell’arco di tutti i capitoli: la compenetrazione tra Stato e Partito, l’osmosi tra pubblico e privato, l’assunzione all’interno della dottrina fascista pura di strutture e forme di pensieri liberali antecedenti – quali le divisioni in classi e ceti – e di strutture sociali imperiture, in parte combattute ma poi soprattutto cavalcate per incapacità di sottometterle – quale la mafia.
Valga per rappresentare questo incontro-scontro tra civiltà questa citazione, tratta da un articolo non firmato pubblicato sul Giornale di Roma il 12 luglio 1923:

Il Fascismo non eccelleva in capacità o competenza; per avere dell’una o dell’altra ha dovuto affidarsi… alla burocrazia: donde è derivato l’assunto grottesco che, per debellare un organismo nefasto, si è ricorsi all’aiuto o all’appoggio di elementi che di quell’organismo erano parte.

Mi ricorda molto le vicende di una certa scatoletta di tonno nazionale.
Così invece il prefetto Oliviero Savino Nicci, in una lettera a Nitti:

(…) E’ impressione generale che molta acqua sarà messa nel vino fascista. E’ naturale. 
C’è da temere qualche sciabolata data all’impensata, per incompetenza, falsa cognizione o fervore partigiano. E’ tutto un insieme di valori mediocri, di buon volere, ma ignari degli ingranaggi delle rispettive amministrazioni.
Non c’è che da attendere la naturale evoluzione. L’avvenire è di V.E.

“L’auspicio finale non si sarebbe realizzato, ma l’analisi era informata e ricca di dettagli”, commenta Melis.

melis macchina imperfetta immagine realtà stato fascista
In copertina la Maschera di Mussolini, scultura di Adolfo Wildt

Vi fu un’inesausta proliferazione di nuovi enti, nati soprattutto – così racconta l’autore del saggio – come risposta ad una richiesta dal basso più che per un’imposizione dall’alto come si tende invece a credere; che andarono a coprire istanze già presenti di gruppi privati, e non solo commerciali, realizzando una sorta di “patronato” che dava spazio e ufficialità alle più disparate istanze di riconoscimento. (E ancora una volta, come non rilevare il parallelismo di questo “stato nello stato” con quello mafioso?).

Non c’era praticamente campo della società degli anni Venti e Trenta che il regime non avesse “occupato”, dando forma in ogni genere di attività, in ogni settore professionale, a nuovi soggetti dotati di personalità giuridica autonoma – quei soggetti erano i veri terminali del consenso.

Una commistione, una confusione anche, che volontariamente o meno (la seconda, credo) ha contribuito non poco a ciò che abbiamo di fronte oggi, in materia di degenerazione del contratto stato-cittadini, con quella sussidiarietà che potrebbe ben essere nipote, se non figlia, dell’attivo e tuttavia blando controllo centrale sulle iniziative private:

Un’anagrafe dei nomi di vertice avrebbe facilmente rivelato quali fossero i bacini di provenienza e i quali i meccanismi di cooptazione [negli enti pubblici]. Di certo emergeva una classe dirigente composita, i cui poteri erano spesso più incisivi di quanto non avvenisse nello Stato e i controllo meno stringenti.
Dunque cresceva la sua discrezionalità e la libertà di manovra. Si sviluppava, e si imponeva, specie nell’economia e nella finanza, il ruolo di soggetti economici dotati di forte liquidità finanziaria.
Il loro intreccio, e i legami che mantenevano con i ministeri di riferimento, ne facevano un tassello essenziale del sistema di potere (…). Una componente fondamentale del regime fascista. E forse un dato concreto del suo essere “moderno”, cioè adatto a interpretare la domanda di un’economia capitalistica evoluta.

Per riprendere il discorso di Pasolini.

Dietro l’esaltazione del lavoro si intravedeva la mistica tayloristica della nuova società industriale; dietro l’alfabetizzazione delle classi escluse dall’istruzione i bisogni di quadri mediamente formati tipici della società di massa del capitalismo moderno.

Parte di tale quadro fu indubbiamente giocato dalle politiche urbanistiche (scopro senza sorpresa che fu durante il Ventennio che venne ideato lo strumento del piano regolatore). Per una come me – sempre in bilico tra l’amore per l’architettura essenziale e squadrata di quell’epoca, e la rabbia ferina per gli “sventramenti” e le ritinteggiature di antichi affreschi (vedi piazza Vittoria a Brescia) di cui si fece forte – è tutta manna.

Altrettanto rilevanti, e direi anche di più oggettivamente per capire cosa siamo stati e perché, mi paiono essere le pagine su Calamandrei “legislatore occulto”, il quale senza abdicare al proprio noto antifascismo si risolse per collaborare alla stesura del nuovo Codice di Procedura Civile, preoccupandosi e non da solo di ottenere che quel lavoro, tanto utile e necessario a contenere certe sgradite derive, vedesse la luce e non avesse a patire della sua firma.
Una posizione ed un operato molto simili nella forma mentis e negli intenti, se non esteriormente, sono attribuibili anche al prefetto Leopoldo Zurlo, proveniente dall’amministrazione liberale (fu anche nella segreteria della Presidenza del Consiglio giolittiana), che assunse il ruolo di “censore teatrale intelligente e duttile”.

“Un inventario di problemi: un’opera minima, forse preliminare ad altre sistemazioni più distese che magari verranno”.
Così l’autore sul proprio libro, e proprio per questo l’ho maggiormente apprezzato e lo consiglio, a chi non abbia timore di addentrarsi in argomenti minuziosi e voglia osservare con una lente e da una distanza differenti quel nostro brano di storia patria.
Trovate qui un’intervista ben fatta a Melis.

Carnet (Giugno 2019)

Siccome il sistema usato sin qui per indicare i libri ed i film migliori del mese non mi convince più tanto, provo stavolta a differenziare:
con la stelletta 🌟 ho contrassegnato quelli (a mio parere, s’intende) di particolare qualità e di un certo livello, che ho apprezzato per i più svariati motivi;
col cuore ❤ ho contrassegnato invece quelli che mi hanno personalmente conquistato o che, comunque, mi han lasciato qualcosa a livello intimo. Insomma, quelli che mi fanno battere il cuore, per l’appunto – in 99 casi su 100 vantano anche evidenti pregi, certo,  ma occasionalmente possono pure non vantarne nessuno: ai propri “figli” si vuole bene anche quando son brutti come la fame.

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[libri letti]
60. In fondo al laboratorio a sinistra, Curiosità e bizzarrie della scienza
– Edouard Launet

61. Parli sempre di soldi!Hans Magnus Enzensberger
🌟 62. L’avversario – Emmanuel Carrère
* La vita istruzioni per l’uso – Georges Perec [interrotto]
Dopo Le cose, che mi aveva convinta, questo secondo approccio con l’autore è risultato indigesto. Non voglio dire deludente: sarei ingiusta, dal momento che ho sopportato solo poche pagine prima di chiudere. Ma lo stile descrittivo – letteralmente – di Perec, se ha una sua ragion d’essere e snellisce un romanzo già snello, richiede invece uno sforzo epico quando trasuda da centinaia di pagine, fatte per altro di storie fittamente dettagliate e tra loro intersecate.
Non ho più tempo da “perdere” dietro a testi meno che importanti e al contempo accessibili, sicuramente non ho più nemmeno l’età delle sperimentazioni “a perdere”. Peccato, però, che l’idea che me n’ero fatta si discosti così tanto dalla realtà: inseguo questo libro in effetti dal 2016, anno in cui lo stava leggendo la figlia di un buon amico al mare, dove li avevo raggiunti. Non mi riesce di capire, e forse distinguere non è neppure la miglior cosa, se sia il racconto delle vicende degli inquilini di un palazzo, o le vicende stesse, a pesarmi.
Lo spiega certamente meglio Ferdinando Amigoni, nelle note ad un altro suo libro (elencato sotto): […] come Percival Bartlebooth, il protagonista de La vita istruzioni per l’uso, scoprirà a sue spese, l’illimitata manipolazione di tessere di puzzle (o di parole, per l’oulipiano Perec) comporta il rischio di perdersi in labirinti tanto vasti e tortuosi quanto futili, e a lungo andare addirittura mortali.
63. La scala di ferro – Georges Simenon
64. I miei flop preferiti, E altre idee a disposizione delle generazioni future
– Hans Magnus Enzensberger
Anche Enzensberger è un autore che ci tenevo ad esplorare, ispirata da non ricordo quale considerazione su di lui e, in seguito, dalle quarte di copertina riportate sul sito interbibliotecario. Se il primo colpo è stato piacevole, ma non felice, questo secondo ne ricalca le orme: qualche spunto interessante, sì (in questo caso soprattutto nella seconda parte: quella dedicata a ipotetici progetti di scrittura, regia, teatro…, il che mi rammenta un bel taccuino, una raccolta di spunti narrativi per futuri racconti di Hawthorne che un tempo avevo), c’è qualche spunto interessante, dicevo, ma nulla più.
Un terzo libro è in arrivo, ma sarà l’ultimo tentativo di trovare una consonanza con del materiale così tiepido, timido.

65. 96 lezioni di felicità – Marie Kondo
D’accordo, il titolo è mieloso. La Kondo stessa, seppure marziale nel suo condurre gli allievi lungo il percorso di quel che lei chiama riordino, è apparentemente una cosetta dolcissima. Eppure, al netto di tutte le (tante) critiche ricevute – vuoi perché la sua gratitudine verso gli oggetti trascende in un panteismo che non ci è familiare, vuoi perché insiste sul verbo buttare (meno della Tatsumi, ma pur sempre troppo per la nostra sensibilità), e via dicendo – trovo che l’apprezzamento ricevuto around the world non si riduca alla sola moda, al fenomeno di costume ed all’esagerazione dei nostri entusiasmi post-moderni.
Non tutto ciò che è minimalismo è cosa buona, per quanto io senta che la mia parte nel gioco è di difenderlo da fraintendimenti e banalizzazioni – potendo, idealmente, di depotenziarlo come prodotto di massa sino a farlo ri-scomparire in una nicchia per coloro, pochi o tanti, che l’hanno seriamente adottato.
Resta comunque un must; un volumetto in equilibrio tra racconto appassionante (com’è più nello stile del primo libro, L’arte del riordino), e manuale d’uso pratico, guida ai perplessi desiderosi di svuotare, liberare, cambiare. E respirare.
66. La settimana bianca – Emmanuel Carrère
67. Si salvi chi vuole – Costanza Miriano
A proposito di monastero wi-fi, di monaci metropolitani e di salvezza che non conosce procedure d’infrazione. Lo stile della (fu?) giornalista lo si riconosce immediatamente, ed è come al solito frizzante, leggero ma molto chiaro e puntuale.
Personalmente poi càpita a fagiolo in un periodo in cui sto pensando a come poter concretizzare una vita ispirata al monachesimo, idea che inseguo da tempo; e dunque è un supporto in più.

❤ 68. Senza amare andare sul mare – Christian Pastore
660 pagine di puro godimento. Narrativa che conquista, ma senza pretese auliche. Un autore italiano, per altro, anche se il nome mi suggeriva un italo-americano – e questo lo si avverte nei dettagli, soprattutto lessicali -, ma di respiro internazionale (per altro al suo primo romanzo). Un autore nascosto, anche, di cui le poche righe sul risvolto non svelano nulla se non che già scriveva per la carta stampata. Un autore che si cala in tutti i suoi personaggi e si cela dietro decine di maschere diverse – e credibili: ogni volta in prima persona.
Un portfolio di personaggi in crociera – che però, sulla nave, ci sono arrivati non di propria volontà e senza serbare ricordo alcuno dell’avvenimento. Un diario da compilare ogni sera, ed un album contenente una sola fotografia, a vario titolo scomoda, per ciascuno dei malcapitati, più prigionieri che turisti su un mare e sotto un cielo immutabili e privi di guizzi di vita.
Un singolo capitolo per ciascun personaggio (in tutto 40), storie che si intersecano ma, per lo più, all’insaputa di chi ne è protagonista. Un mistero, quello della nave, di chi la governa e li ha voluti lì, tutti insieme; che sovrasta pagina per pagina quelli individuali (a volte piccoli, mai miserabili) che tormentano i convenuti.
Penserete ad un mattone ansiogeno, forse, invece no: è divertente. Molto. E scanzonato, per quanto possa esserlo un purgatorio privo di orizzonte temporale
Edit 1.07.19: l’ho appena notato: Pastore ha tradotto anche Storie della tua vita, di Ted Chiang. Da uno dei racconti di questa raccolta è stato tratto Arrival, che ho appena visto. Ne scriverò, se il cuore mi regge.
69. La bottega oscura – Georges Perec
Una raccolta di sogni (due parole qui) corredata da bellissime note esplicative “che identificano persone, avvenimenti e cose della vita diurna”, ma anche che danno una lettura psicanalitica di tratti caratteristici dello scrittore – di Ferdinando Amigoni.
🌟 70. Costruire, Le storie nascoste dietro le architetture – Roma Agrawal
Il racconto sintetico, interessante e condotto da un’ingegnera strutturale, di come siano nate le odierne architetture civili – con esempi che si rifanno alle sue proprie opere e svariati aneddoti, purtroppo per forza di cose spesso tragici: come quello delle Twin Towers che specifica un problema banale ma dalle conseguenze gravi, e che ignoravo.
I contenuti sono seri, ma l’esposizione morbida: ho immaginato più volte, anziché di stare leggendo un testo, di trovarmi in una saletta da thé con il liquido ambrato che più amo e delle meringhe davanti, conversando con l’autrice; in compagnia.
Peccato però per i numerosi, e grossolani, errori trovati qua e là: fin dalle prime pagine mi son chiesta se i correttori di bozze della Bollati Boringhieri siano usualmente ubriachi, o se magari li abbiano licenziati; perché certi paragrafi sembrano essere appena stati battuti al pc e non dico non essere stati rivisti, ma nemmeno riletti.
71. Il silenzio – Erling Kagge
72. Camminare – Erling Kagge
73. Per non morire di televisione – Hans Magnus Enzensberger

Attualissimo. Finalmente dei testi suoi (si tratta di una raccolta di articoli) che non mi lasciano insoddisfatta. Interessante anche la piccola polemica, nella quale entra verso le ultime pagine, con McLuhan.
74. Mi ricordo – Georges Perec
🌟 75. Tumulto – Hans Magnus Enzensberger
Un altro centro, questa volta con materiale autobiografico: se vi interessano la Russia, il Novecento, e ficcare il naso negli apparati delle dittature (ma anche nella vita spicciola di chi vi è sottoposto); è un libro che fa per voi. E’ il resoconto dei viaggi nell’Unione Sovietica, ma anche, e in porzione maggiore, del suo coinvolgimento nel ’68 – attraverso un’auto-intervista assai accattivante.
A proposito di Est, ne approfitto per consigliare 
Nostalgistan, un libro di Tino Mantarro (intervistato qui dalla blogger Claudia), conquistato dall’estetica dello sfascio.
76. Orizzonti selvaggi – Carlo Calenda

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[film visti]
* La felicità è un sistema complesso – Gianni Zanasi [bloccato a metà]
Ebbasta. Avevo visto un suo film, poco convincente, ci ho riprovato e – almeno finché il disco non s’è impallato – l’ho trovato nuovamente strano, irrisolto, lento. Grazie lo stesso signor Zanasi, noi però abbiamo chiuso.
59. Haunting (Presenze) – Jan de Bont
60. Piano 17 – Manetti Bros. [vedi anche da qui in giù]
61. I segreti di Osage County – John Wells
Incasellato nel genere commedia, è in realtà un drammone da far tremare i polsi, e permette alla Streep ed alla Roberts (quanto mi piace la Roberts in ruoli drammatici da stronza) di rifulgere: per una volta si può dire che il film sia costruito attorno a, e funzionale agli, attori – non dimentichiamo che nasce come rappresentazione teatrale -, anziché essere gli attori a sostenere con la loro più o meno spiccata bravura le sorti di una trama. No happy ending, let’s party!
🌟 62. Il ministro, L’esercizio dello stato – Pierre Schoeller
Cinico, ma qui il cinismo assume il sentore polveroso della burocrazia e del potere stantìo.
Una condanna della politica, con i suoi inganni e le sue strategie, vuota di cuore, che grazie al cielo s’allontana dalla verve sfavillante di certe pellicole nostrane dell’ultimo decennio e lascia che la forma resti torbida quanto il contenuto. O per lo meno, senza paillettes.
Dal Morandini:
“Lo Stato divora coloro che lo servono” è la tesi centrale del 2° LM di Schoeller che l’ha anche scritto. 3 premi César 2012 per sceneggiatura, attore non protagonista e suono (Olivier Hespel) e Fipresci della Critica Internazionale a Cannes. La tesi è annunciata nella sequenza onirica e metaforica iniziale: una bella donna nuda entra nelle fauci di un coccodrillo immobile. Il potere dello Stato divora, logora, fa soffrire chi ce l’ha, come il ministro dei Trasporti e il suo capo di gabinetto.
Bertrand Saint-Jean è un personaggio complesso la cui umanità si mescola al cinismo: il suo dolore commosso per i 13 bambini precipitati in un burrone non gli impedisce di mettersi una cravatta più consona alla situazione o, ubriaco, di litigare con la vedova di Kuypers, disoccupato assunto come autista. Con poche eccezioni, il cast degli attori, sconosciuti in Italia, è diretto in modo impeccabile.

63. Smetto quando voglio, Masterclass – Sydney Sibilia
🌟 64. Lo straniero – Orson Welles
65. Paranormal activity – Tod Williams
La scelta di mettere al centro un’intera famiglia anziché una coppia mi era parsa promettere bene, e per un po’ ha funzionato, ma più trascorrevano i minuti più l’intreccio si rivelava frammentario. “No buono” (cit.).
66. Le mele di Adamo – Anders Thomas Jensen [qui il film su RaiPlay]
Memorabile, tra i miei preferiti in assoluto. Commedia nera e grottesco, cinismo e vitalità si tengono per mano senza fare una piega. E se Mikkelsen è un mostro, l’interprete di Adam non lo trovo da meno. La violenza non viene edulcorata, ma neppure un lieto fine classico ed un’esaltazione ottimista e positiva della fede sono contemplati: ogni cosa è un pugno nello stomaco, persino i momenti più confortanti. La verità vi renderà liberi – ma non è mai stato detto che tale processo sarebbe stato incruento.
67. Viaggio in Italia (Una favola vera) – Paolo Genovese, Luca Miniero
68. La bella gente – Ivano de Matteo
Un autore che amo sempre di più (sono pronta a perdonargli I nostri figli, remake fastidiosamente di maniera, per avermi offerto questo). Se pensate che la protagonista sia la giovane prostituta Nadja, ripensateci: lo sguardo vi cadrà ineluttabilmente su chi le sta intorno, “la bella gente“, mentre lei assumerà il ruolo di perno della storia, di oggetto idolatrico-sacrificale e, soltanto in ultimo, di persona.
69. Smetto quando voglio, Ad honorem – Sydney Sibilia
Boom! Mi mancherai, Banda.
70. Mr. Brooks – Bruce A. Evans
Okay, il protagonista (assoluto) è un serial killer. Rappresentato però, bene o male, senza il canonico stampino: impossibile far indossare a Costner una maschera seriamente brutale, si opta dunque per un’alternanza tra abito elegante e tenuta chiccosa da “lavoro”, rigorosamente in nero.
Insolito, dal punto di vista (e dalle preoccupazioni) abbastanza originali; non fa certo gridare al capolavoro ma merita almeno un “bravo per averci provato”. Se proprio di mente criminale dobbiamo ogni giorno sciropparci una dose, che sia almeno parlata, interrogata, e persino esteriorizzata nella persona fantasmatica di William Hurt.
71. Chef, La ricetta perfetta – Jon Favreau
72. La Casa – Fede Alvarez
Posto che non sono competente a giudicare in modo corretto la relazione tra questo remake-reboot-quellochepreferite e l’antico (…) classico di Raimi, il quale l’ha per altro sostenuto, né sono in grado di sconfessare quella che, per una che ama le parole (anche quando seducono per veicolare stronzate), rimane una recensione apprezzabile; posto questo ecco: io penso che ‘sto film sia ‘na Clamorosa Cazzata.
A prescindere, dal regista di Man in the dark mi aspettavo ben di più, possibilmente ancora di più: quello non doveva essere che l’inizio. 1 su 5 è troppo cattivo come voto?
73. Powder, Un incontro straordinario con un altro essere – Victor Salva
Un figlio nato mentre la madre moriva colpita da un fulmine, portatore di imprecisate anormalità e deformità, che ritroviamo anni dopo, segregato (o forse no? Non è chiaro) nella cantina dei nonni: e lì scopriamo che, semplicemente, è un albino. Cosa che di per sé sembra suscitare uno sgomento sproporzionato. Finché non scopriamo che, per farla breve e soprattutto chiara, Jeremy ha assorbito delle potenzialità fisiche dall’energia elettrica che ha attraversato il corpo della madre al momento del trapasso.
Non è malvagio da vedere, poveri noi, c’è di ben peggio. Tuttavia sposo in pieno quanto dice la scheda di MyMovies, che è la mia principale fonte di approvvigionamento per farmi un’idea veloce:
Sostenuto dall’intenzione di denunciare gli effetti dell’ignoranza e dalla intolleranza nella vita quotidiana, il film si risolve una parabola buonista a sfondo fantascientifico cadendo, talora, nella trappola di un pesante sentimentalismo”.
🌟 74. Lo stato contro Fritz Bauer – Lars Kraume
🌟 75. L’onda – Dennis Gansel
Vidi questo film la prima volta in università, durante una lezione di Sociologia (che Dio ci aiuti: dell’intero corso, probabilmente la cosa più utile). Basato su una storia vera, sulla quale però ancora non sono riuscita a reperire altro materiale; è perfettibile ma efficace nel trasmettere la plausibilità di un evento che raramente convince fino in fondo, ossia che oggi in Europa una nuova dittatura possa emergere.
76. The believer – Henry Bean
Come dalla storia di un tizio sballato come Burros possa aver preso forma, alla fine, una raffinatezza simile è mistero della fede: il legame ispirativo si limita, esilissimo, all’ossimoro chiave di ebreo-nazista ed al suo portato di ambivalenza, ma viene sviluppato da Bean (regista, sceneggiatore e cammeo nei panni di Ilio Manzetti) in maniera insuperabile – e lo intendo letteralmente.
In Gosling, a Canadian actor who started at twelve as a TV Mouseketeer alongside Britney Spears (…), Bean has found the perfect actor. Gosling gives a great, dare-anything performance that will be talked of for ages.
(Peter Travers su Rolling Stone, 19 Maggio 2001)
77. District 9 – Neill Blomkamp
🌟 78Dark night – Tim Sutton

Carnet (Aprile 2019)

Libri letti:

!35. Manifesto dei conservatori – Roger Scruton
Di formazione Scruton è filosofo, ed è in questa ottica che presenta gli argomenti a favore del conservatorismo, previa definizione dello stesso. Il perno attorno al quale si sostengono tutti gli altri, comunque, mi pare sia individuabile nel concetto di fedeltà ai valori locali.
E’ stato un piacere, dopo tanta politica da salotto se non da bar, leggere un testo ideologico nel miglior senso del termine, un “manifesto” ideale e non meramente programmatico.
36. 333 euro in più al mese – Andrea Benedet
!37. 1001 consigli per risparmiare – Antonio Scuglia, Pino Staffa
Preciso ed esauriente, non promette miracoli ma veicola buonsenso. Casomai vi facesse comodo, tra i mille(euno) titoli disponibili.
Addio, Columbus – Philip Roth [interrotto]
38. Quaderno d’esercizi per liberarsi delle cose inutili – Alice Le Guiffant, Laurence Paré
39. Sappiamo cosa vuoi: Chi, come e perché ci manipola la mente – Martin Howard
!40. L’uomo dei dadi – Luke Rheinhart [interrotto e finito a pezzi]
41. Notti magiche: atlante sentimentale degli anni Novanta
– Errico Buonanno, Luca Mastrantonio
Caruccio, ben pensati i testi; ma nulla di strepitoso. Nostalgia canaglia, comunque.
42. Neuroshopping. Come e perché acquistiamo – Gianpiero Lugli
!43. Neuroeconomia. Come il cervello fa i nostri interessi – Sacha Gironde
Elegante, rigoroso e accessibile al largo pubblico. 
Non condivido le – rare, rispettose – conclusioni sulla questione etica sollevata dall’esercizio della disciplina in questione; tuttavia esse non vanno a scalfire la qualità del lavoro.
44. Psicologia del consumatore – Nicolas Guéguen
Metodologicamente corretto, ma privo di un minimo d’approfondimento delle criticità degli studi scientifici del settore. Utile e chiaro, tuttavia, per avere una buona panoramica del campo d’indagine.
45. E le stelle stanno a guardare – Archibald Joseph Cronin [in corso]
46. Il corpo segreto – Vittorino Andreoli [interrotto e finito a pezzi]
Du’ cojoni. Un sacco pieno di nulla, ancorché scritto in un bel carattere. Ci son rimasta un tantino male, perché Andreoli l’avevo inquadrato come autore molto interessante, denso e approfondito, mentre qui naaaah. Uno dei pochi libri che ho comprato, da anni a questa parte, per lo meno ultra-scontato (in un outlet librario: che cosa triste).
47. La libertà di andare dove voglio – Rheinhold Messner [in corso]
!48. Dentro e fuori Casapound – Emanuele Toscano, Daniele di Nunzio
!49. Il tennis come esperienza religiosa – David Foster Wallace
!50. Tennis, tv, trigonometria e tornado – David Foster Wallace
51. Lettere sul dolore – Emmanuel Mounier
A tratti, solo a tratti, significative; anche se prive di un apporto originale alla questione del dolore. Un’edizione (Rizzoli 1995, a cura di Rondoni) che m’è parsa disarticolata, monca. 
!52. Le cose – Georges Perec
La ricerca infruttuosa del benessere di due anime incoscienti di sè. 
Moderno ancora oggi nello stile con cui tratteggia la coppia protagonista ed il suo ambiente, interiore ed esteriore; utile per farsi domande nuove su un tema molto noto e talvolta abusato (l’abbondanza consumistica).

Film visti:

!49. Puerto Escondido – Gabriele Salvatores
Pensavo peggio (forse perché io e Salvatores non abbiamo proprio un feeling stratosferico). Invece è meglio.
!50. Il grande silenzio – Philip Gröning [documentario]
!51. Ammore e malavita – Manetti bros.
Un po’ lenta la partenza, e pazienza per la forma-musical (a volte anche riuscita, ma per lo più fuori posto). Detto questo, un film godibile, con un Giampaolo Morelli al suo meglio (chi lo conosce come Coliandro sappia che sa recitare anche la parte del reietto dal cuore di ghiaccio).
52. Non pensarci – Gianni Zanasi
!53. La cura dal benessere – Gore Verbinski
Spettacolare mix tra horror tradizionale, horror futuristico e favola morale – più un pretesto narrativo che una vera morale, effettivamente, ma nell’insieme ci sta.
!54. The nightcrawler (Lo sciacallo) – Dan Gilroy
Visivamente e concettualmente strepitoso.
Ho evitato a suo tempo di vedermelo insieme a mia madre – mai scelta fu più saggia -, ma ora che me lo sono concesso devo dire che è un pugno nello stomaco davvero squisito.
Umanamente orripilante e privo tuttavia di autocompiacimento: una risposta definitiva all’annosa diatriba sulla liceità di rappresentare personaggi e storie criminali, amorali e più o meno violente sullo schermo.

Libri .7: Foster Wallace (Tennis)

Il tennis come esperienza religiosa – David Foster Wallace
(articoli: Democrazia e commercio agli US Open, Federer come esperienza religiosa)

Il Foster Wallace saggista è, in una parola, luminoso.
Che vi piaccia il tennis o meno, sulla sua scorta si arriva a penetrarlo con facilità, come un coltello nel burro caldo. E se la metafora suona un po’ erotica sta bene, perché erotismo e trascendenza qui si coniugano nel migliore dei modi.
A differenza che in Infinite jest, poi, la vastità e profondità del mondo mentale dell’autore non risulta appesantita dall’apparato romanzesco; e persino le note a fondo pagina (e le note alle note…) finiscono per ispirare simpatia, anziché smarrimento. Per altro, non sono inutili e spesso, anzi, proprio lì si trovano delle vere chicche.

Tennis, tv, trigonometria, tornado – sempre David Foster Wallace

Contiene quattro articoli, ed avendo appena letto quegli altri di cui sopra dedicati al tennis ho voluto naturalmente partire da lì: cioè dal racconto di cosa sia, e cosa potrebbe diventare, e perché ha la possibilità di diventarlo, tale Michael Joyce (che magari ad oggi è finito in vetta alle classifiche, ed è colpa della mia profanità in materia se non ne avevo mai sentito parlare). Magari, o magari no, ma non ha importanza: numeri ordinali a parte, dove c’è talento (e dove c’è una storia interessante) c’è godimento e, di nuovo, dfw sa come restituirlo pienamente.
Ma, perché no?, anche il quasi talento, il talento limitato e ben confinato (geometricamente), il non-talento qualcosa significano. Specialmente se un talento più o meno “a tutto campo”, in nuce, si trova a fronteggiare l’impossibilità di gestire un campo da tennis… normale, senza avvallamenti né pendenze né erbacce che crescono da sotto il rivestimento e, soprattutto, senza vento. Meglio un tornado che ti precipita addosso, meglio il fischio continuo e regolare che ti consente di tarare un tiro come non sapresti fare nemmeno da fermo. In Tennis, trigonometria e tornado c’è questo.

Seguono fiere agricole, David Lynch e riflessioni letteratur-televisive.

Carnet (Marzo 2019)

Idem come prima: un punto esclamativo precede il “best of” dell’elenco.

Libri letti:
27. Entro 48 ore, Un’esperienza di downshifting tecnologico – Giovanni Ziccardi
28. Internet, controllo e libertà: trasparenza, sorveglianza e segreto nell’era tecnologica – Giovanni Ziccardi
29. Il libro digitale dei morti: memoria, lutto, eternità e oblio nell’era dei social network – Giovanni Ziccardi
!30. Altre menti – Peter Godfrey-Smith
Adoro i cefalopodi. Adoro la neurobiologia. Occorre aggiungere altro?
(Se insistete, ecco: questo Godfrey-Smith sa il fatto suo. Si prende il suo tempo, un po’ come un sub che si lasci galleggiare in acqua, ma senza allentare la tensione e l’interesse per le conclusioni che ipotizza, senza tuttavia mai mettere un punto di troppo alle proprie affermazioni. Come un polpo, insomma, che allunga il tentacolo per tastare il curioso estraneo che lo sta osservando – ma poi lo ritrae, dignitoso e tutt’altro che impaurito.

!31. Cromorama – Riccardo Falcinelli
Tanta roba.
32. Lettore, vieni a casa – Maryanne Wolf
Palle, palle, palle; noia, noia. Un riassunto di Proust e il calamaro senza valide aggiunte, se non qualche considerazione pseudo-sociale di troppo. Se ne poteva fare a meno.
33. Penelope alla guerra – Oriana Fallaci
34. L’incubo di Hill House – Shirley Jackson
La Jackson ha stile. E questo me lo sono goduto. Ma mi aspettavo uno sviluppo ed una resa diversi: mi pare manchi solidità, non tanto nel testo quanto nell’idea di fondo. Il finale arriva, chiarificatore ma fino ad un certo punto, quasi fosse disallineato con lo spirito del racconto.

Film visti:
34. Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni – Woody Allen
35. La vita di Adèle – Abdellatif Kerchiche
Nauseante; sia nell’insistenza sul sesso (che del resto è tristemente realistica), sia nella svagata e sfilacciata infelicità priva di una méta e di un indirizzo delle protagoniste.
!36. Il cielo sopra Berlino – Wim Wenders
Dio, ma chi me l’ha fatto fare di rivederlo? Forse un impulso masochista. Bello ma pesantissimo, come un castello antico che ti si sbriciola sulla testa.
37. Happy family – Gabriele Salvatores
Sconclusionato.
38. Ouija – Stiles White
Le peggio cose.
!39. The neon demon – Nicholas Winding Refn
WOAH!
!40. The conjuring – James Wan
Doppio WOAH!
@ Supersize me – Morgan Spurlock [documentario]
!41. Suspiria – Dario Argento
Non ho mai amato Argento, ma questo spacca. Mi è venuta voglia di vedermi il remake di Guadagnino, ma quando, oh quando mi riuscirà?
42. The conjuring 2, Il caso Enfield – James Wan
Ben fatto, ma non all’altezza del primo. Per una storia “globale” come questa, in cui tutto è detto al primo atto, la serialità sarebbe da evitare.
43. Sliding doors – Peter Howitt
44. River wild, Il fiume della paura – Curtis Hanson
45. Oscure presenze – Kevin Greutert
!46. Il diritto di uccidere – Gavin Hood
Sgancio il missile o non lo sgancio? Uccido una bambina o rischio che vengano uccisi bambini a centinaia? La solfa è sempre quella, ma la variazione sul tema a mio parere è riuscita ottimamente. E non lascia feriti sul terreno.
Detto questo, che gioia rivedere Rickman ogni volta che posso

!47. Arrietty e il mondo sotto il pavimento – Hayao Miyazaki
48. Il mio vicino Totoro – Hayao Miyazaki