ddd: diario del digiuno / 4

Nonostante il piccolo stress di inizio settimana, alla fine dalla mia socia per terminare il Ramadan ci vado. Sono persino psicologicamente pronta per riempirmi di pelo e bava canina, la quale per altro è un ottimo disinfettante.
Voglio chiudere questo brevissimo ciclo di post con un paio di considerazioni.

La prima, banale ma necessaria, è che sono contenta di averlo fatto.
Al prossimo giro, potrei persino fare le cose “per benino”, e seguire altre regole oltre ad approfondirne lo spirito – per esempio una cosa inimmaginabile per me: cioè alzarmi per la colazione ogni giorno alle 4.00.
(Non fate quella faccia: è comunque una festa ed una scelta, non un supplizio!).

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La seconda è che, purtroppo, ciò di cui il digiuno non mi ha privato, ossia il benessere, sta già dando qualche (piccolo) segno di cedimento causa caldo. E siamo solo a fine maggio! Non demordo, ma che noia.

Infine.
Con l’arrivo dell’estate, ho messo in lavatrice / nell’armadio gli ultimi indumenti più coprenti e controllato quelli leggeri, dei quali già avevo fatto una prima grossa cernita, ma che in molti casi non avevo provato.
Ho così eliminato (per la vendita o per donarli) ulteriori: 6 paia di pantaloni, 7 gonne (più una tenuta ma messa da parte perché è un ricordo di mia mamma), 4 abiti, 2 magliette ed 1 camicia a maniche corte.
Ho anche tirato fuori le scarpe adatte, e su questo fronte sono messa un po’ peggio; ma nulla di irreparabile. Sogno di ritrovare delle babbucce arabe come quelle che avevo comprato nell’ormai lontano 2007, leggerissime e comodissime oltre che belle, oppure di adattare quelle che già ho (ma che sono aperte dietro e sciabattano, una cosa odiosa).

Trafficare coi vestiti implica spogliarsi e guardare il proprio corpo, e qui ahi, una lacrimuccia me la dovete lasciar versare. Seppure schifo non mi faccia, e quando sono in buona (quasi sempre negli ultimi anni) veda più i miei pregi dei miei difetti, comunque piacersi è un’altra cosa.
E tra il desiderio di essere meno formosa (ma giusto un po’!), meno abbondante, e quello di trasformare il mio guardaroba, decisamente il secondo è più realizzabile.
Alla fine, ognuno ha il corpo che si ritrova, e se guardo alle mie “antenate” so che devo rassegnarmi: prima dea madre africana e poi reduce da un campo di concentramento, la via di mezzo è solo una chimera.

Poveri noi .2: Cibo – pt. II

Altri piccoli ragionamenti sul cibo.

Come me la sfango

Molti i suggerimenti possibili per risparmiare su spesa e consumo alimentare – ai quali potremmo aggiungere, in corner, questo: che le date di scadenza hanno delle distinzioni, e non sempre è il caso di buttare qualcosa che ci sembra “andato”, perché in realtà molti prodotti sono commestibili ben oltre la stampigliatura impressa sulla confezione.
Ciò a cui invece solitamente non si pensa, o per lo meno non si inquadra in un progetto chiaro su come mantenersi, sono le opportunità di ottenere cibo in modo del tutto gratuito.

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✺ Se siete povery abbastanza, non disperate: come si suol dire, c’è la Caritas.
Che ha diversi “servizi”, ma è conosciuta soprattutto per i pacchi alimentari, dei quali tra parentesi io mi avvantaggio da un anno circa. Salvo che in questo periodo, durante il quale i pacchi sono intesi in senso letterale, due volte al mese mi reco all’emporio Caritas del paese e ci “spendo” i punti che, in base all’ISEE ed al nucleo familiare, mi sono stati assegnati.
Posso scegliere come distribuirli tra i prodotti base sempre presenti ed altri, di solito donazioni di privati, un po’ più voluttuari (sotto le feste, per esempio, compaiono colombe e panettoni in discreta quantità). Spesso, poi, alcuni prodotti sono disponibili “senza punti”, se la scadenza è prossima – molti dei prodotti non marchiati FEAD, cioè il programma di aiuti europeo, hanno difetti di confezionamento o scadenze ravvicinate ma non stringenti per le quali sono stati scartati dai rivenditori, ma quando la quantità di prodotto aumenta e la scadenza è pressante ci si organizza così.
Da tempo, grazie a questo aiuto, non acquisto più pasta secca, farina, olio, zucchero e polpa di pomodoro; innanzitutto.
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✺ Esistono poi diversi sussidi statali / regionali / comunali per chi vive in ristrettezze economiche, alcuni dei quali li conosciamo tutti: il reddito di cittadinanza, ex-ReI, ne è il principe. Tuttavia questi sussidi pongono come requisito non solo un ISEE inferiore ad una certa soglia, diversa secondo i casi, ma anche un limite patrimoniale generalmente attorno ai 5-6.000 euro.
La qual cosa significa che, se avete risparmi da parte che sforano questa cifra – a mio avviso davvero molto, decisamente troppo contenuta – non ne avrete diritto. Come pure è difficile che si possano cumulare due sussidi differenti: per percepirne uno, spesso e volentieri la precondizione è di non riceverne già altri, quale che sia il loro scopo ed ammontare.
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✺ A proposito di sussidi e contributi statali, inutile ricordare – ma facciamolo lo stesso – che è possibile richiedere – laddove non siano stati esauriti i fondi – il buono spesa per chi sia in difficoltà causa Covid19 (in realtà, di nuovo non fa testo l’aver perso o sospeso il lavoro, avere problematiche di salute connesse ecc., ma soltanto reddito, patrimonio e nucleo familiare).
Io do per scontato che i requisiti siano identici per tutti, eppure – non è da escludersi – avevo sentito che qualcosa può variare in base a come i singoli comuni predispongono l’assegnazione. Non indago oltre, chi ne abbia necessità l’avrà certo già richiesto.

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✺ Per quanto mi riguarda, non ho diritto ai sussidi succitati – ovviamente non divulgherò in quanto consista il mio “patrimonio”, ma è chiaro che basta un solo euro d’avanzo sopra la soglia per esserne esclusi. E a meno che non siate usi tenere mazzettone di banconote sotto il materasso (perché ormai tasseranno persino le cassette di sicurezza, i fetenti), non c’è verso di cassarli dai vostri conti, per cui non provateci nemmeno.
Una cosa a cui fortunatamente ho diritto, però, c’è: sono i buoni per le nuove povertà.
Non scendo nel dettaglio, perché ignoro quale provvedimento renda possibile questa erogazione; può darsi però che sia stabilita a livello regionale (nel mio caso la Lombardia) e non statale, e non sia accessibile ovunque.
Consiglio perciò di informarsi, nel dubbio, presso i Servizi Sociali (se da voi fanno un buon lavoro) o tramite i canali web istituzionali.
Per darvi un’idea, io ho ricevuto due versamenti a distanza di cinque-sei mesi, che posso utilizzare per ogni spesa anche non alimentare senza vincoli, e che (facendo una media) ammontano a circa 200 € al mese. Una volta esauriti, devo solo consegnare in ufficio le pezze giustificative (scontrini, ricevute, ecc.) – io poi ci aggiungo di mio una tabellina Excel semplice semplice di riepilogo, per avere il colpo d’occhio e poter controllare quanto mi resta, ma anche perché così il resoconto che porto è più ordinato e chiaro.
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✺ Un’ultima opportunità, in questo anno, mi è stata data da un’associazione di volontariato privata. Attraverso l’assistente sociale – che tuttavia si è limitata a segnalare il mio caso e non ha potere decisionale – ho preso contatto con l’associazione, la quale gestendo un mercato dell’usato con prezzi davvero stracciati tira su qualche soldo, e con quel soldo ci compra delle tessere prepagate di un supermercato locale, tessere che poi gira a noi povery per farci la spesa di prodotti freschi (ortofrutta, carne e pesce, formaggi…). In cambio si presta opera “volontaria” nel mercato dell’usato stesso, una volta a settimana.
Avendo avuto conferma dall’INPS che mi spetta la pensione d’invalidità, e avendo altri supporti, il mese scorso ho rinunciato a questo aiuto; mi auguro che gli arretrati si decidano ad arrivare però…!

Meno è meglio

E’ il motto universale indiscusso dei minimalisti, e naturalmente vale anche per il cibo.
Sì, noi stiamo parlando di risparmio – che non è uno degli scopi del minimalismo, appunto – epperò, nello sforzo di risparmiare, potremmo scoprire che alcune pratiche ci portano anche un beneficio di salute (e di benessere mentale).

Banalmente, possiamo mangiare meno.
Meno per quantità, e/o meno di frequente.
Ricordate che parlavamo di pane ed olio, con un pizzico di sale certo, come di una raffinatezza preferibile, da sola, ad un intero banchetto di alimenti qualunque, se non addirittura di scarso valore?
Si può fare.

Si può anche fare due pasti principali al giorno ed abdicare al terzo (mettiamo, che so, colazione e cena leggermente anticipata, cassando il pranzo).

Si possono ridurre, in molti casi dimezzare, le porzioni che siamo abituati ad assegnarci tal quali come fossero prestabilite dalla creazione dell’universo.
Dominique Loreau, scrittrice francese minimalista da decenni residente in Giappone, suggerisce – tra le altre cose – ne Il piacere della frugalità di individuare un contenitore, nella fattispecie una ciotola, che sia delle giuste dimensioni: cioè delle dimensioni esattamente adeguate al nostro stomaco, una volta che questo sia depurato e ricondotto allo stato “normale” con un breve digiuno.
Ciò che una ciotola da riso di media misura può contenere, sostiene, è sufficiente per il nostro corpo in normali condizioni di salute – e mi pare corretto.

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Ah! Ecco dove voleva arrivare – dirà qualcuno.
Sì, fanculo, volevo arrivarci, ma tutto quanto ho scritto sin qui non conta mica meno.
Sì, mi interessa il digiuno, e lo consiglio pure, sfacciata che sono. Lo consiglio perché, le nostre nonne e le nostre mamme lo sapevano bene (non avevano ragione per forza, ma su questo eccome)

la fame è il miglior condimento.

Digiuno. E lo rivendico con orgoglio

Citazione occulta per dire che il digiuno non è una pratica assurda, masochistica o antistorica. Se ne potrebbero trarre grossi saggi, ed è stato fatto. Io passo la mano: non conta quello che ne penso io, e ne penso molto e bene, ma quello che – eventualmente, se credete – potete fare anche voi.
Nel pieno rispetto del buonsenso e della vostra salute.

Non esiste solo il digiuno totale.
Può essere parziale – da un pasto preciso, da un certo orario, da determinati alimenti.
Può essere periodico: in un certo periodo dell’anno, una volta la settimana.
Meglio, comunque, che sia regolare; a prescindere dalla frequenza.

Fatelo per depurarvi fisicamente o per purificarvi spiritualmente: va bene comunque.
Io quest’anno ho saltato, di nuovo, la quaresima: se adesso ho deciso (proprio adesso, un paio d’ore fa, al telefono con un’amica che da qualche anno lo pratica) di accodarmi a lei in un mezzo Ramadan, non è perché abbia idea di convertirmi, proprio no – lei sì, in certi termini, ma questa è un’altra storia.
E’ che questo bisogno ce l’ho da tempo, ma sono fottutamente pigra e ho sempre rimandato. Ma poi mi son detta: sai che c’è? Non aspetto il prossimo treno per fare le cose perfettine, balzo su adesso e almeno vedo come funziona, se funziona, così com’è impostato questo specifico digiuno, per me.
Perciò da domani, 4 maggio, farò un tentativo di Ramadan: colazione seria, poi più nulla salvo liquidi abbondanti fino a sera.
La motivazione preminente non è quella religiosa, anche se va detto che questa resta comunque inscindibile per me; quindi emergerà più chiaramente più avanti.
Ci aspettano meraviglie.

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E di Educazione

Sprechiamo pensieri, denaro e tempo nell’organizzazione di una presunta educazione sessuale nelle scuole, assolutamente inopportuna, ma in tutti questi anni di cosiddette battaglie civili chi ha mai sentito parlare di progetti che – liberamente e fuori dai circuiti statali di istruzione dell’obbligo – avessero come scopo offrire ai cittadini una formazione minima sui temi sanitari, economico-finanziari, legali?

P di Primavera

Primavera non bussa, lei entra sicura, eccetera eccetera.
Molti blogger giustamente ricordano, in questi giorni, che la natura non si ferma.
Ecco, non so voi, ma io la sento tantissimo: quarantena o no, il risveglio lo vedo fuori ma lo percepisco anche dentro, nei limiti della mia orsosità e bradipicità ho un che di frizzante che mi fa alzare col sorriso ed il piacere di essere al mondo.
Mica pizza e fichi! 🙂

V di Vergogna

Mi è capitato una sola volta, una mattina ch’ero ancora a letto.
Soffermandomi nel modo disordinato e associativo del pensiero libero sulle scelte dell’esecutivo in materia di contenimento del Covid19, sulle misure previste (e per lo più non ancora poste in essere) per cittadini, imprese, sanitari, sulla (non) capacità di interrogare e programmare il futuro; ho avvertito una botta di disgusto.
Non quel disgusto diciamo razionale che si può averne discutendo di cosa si sta facendo e non facendo, di ciò che poteva essere gestito meglio e ciò che (poco, ma pur sempre importante) è stato invece provvidenziale, no, si trattava di un disgusto emotivo, di cuore, la summa delle esperienze di una vita intera (o di mezza vita, dacché avendo ieri compiuto 36 anni mi ritengo suppergiù a questo punto) di disagi, diritti disattesi, irresponsabilità e negligenze.
Un sentimento profondo non solo di sfiducia, che è il minimo, ma di rifiuto.
In qualche modo e qualunque cosa significhi io mi sono sempre sentita “italiana”.
Ma in quel momento, per un attimo, l’esserlo mi è parsa una disgrazia.
Per la prima volta nella vita.

Childfree .3: Cosa NON dire a una donna senza figli

Anche a questo giro prendo spunto da uno dei primi articoli che mi sono comparsi come risultati della mia ricerchina estemporanea su Google.
E per farlo comincio da un principio, che sta a monte di tutto il -fottuto- discorso, e che riporto così com’è enunciato, perché lo sottoscrivo senza note a margine (grammatica a parte):


Se una coppia non vuole avere figli
è una decisione molto personale
che non dovrebbe necessariamente prevedere una spiegazione

Noi siamo fermamente convinte che
le donne non dovrebbero giustificare le loro decisioni riproduttive a nessuno,
e che tutti gli altri dovrebbero semplicemente
smettere di commentare in modo indesiderato questa scelta di vita.


Ciò precisato, e beninteso che qui – su questo blog, in questi post, in questo momento – delle scelte riproduttive ne possiamo discutere eccome e lo faremo, ma perché siamo noi a volerlo fare – su questo blog, in questi post, in questo momento -; ecco, veniamo ad un non esaustivo elenco di quelle che sono le più frequenti “osservazioni” mosse alle donne che dichiarano di non volere, anzi di non desiderare neppure, dei figli.
Sempre in un contesto normale (magari chiacchierando del più e del meno) e nel modo più semplice (cioè non perché si sta dando battaglia per qualche motivo, ma di solito perché si risponde ad una domanda esplicita, talvolta inopportuna e/o mal posta, e dunque per dire qualcosa di sé).

  • Che brutta decisione
  • Ora che ho dei figli la mia vita ha un senso
  • Pensi di essere stanca? Tu non sai che cosa significhi essere stanca, se non hai figli
  • Sei egoista
  • Cambierai idea quando incontrerai l’uomo giusto
  • Che stai aspettando?
  • Tua/mia madre ha avuto te/me e poi altri (numero imprecisato) figli entro i 25
  • Stai perdendo una delle esperienze più belle che possa darti la vita
  • L’orologio biologico fa tic tac, non te ne sei accorta?
  • È una cosa da mamme, non puoi capire!
  • Cosa c’è di sbagliato in te?
  • Una casa così grande solo per voi due? È uno spreco di spazio
  • Ma saresti una mamma fantastica!
  • Basta trovare un donatore e avere dei figli. Io sarò la babysitter
  • Tu pensi di non volere figli, ma una volta avuti cambierai idea
  • Faresti meglio a sbrigarti e a dare a tuo marito un bambino prima che trovi qualcun’altra che lo faccia
  • Non sei preoccupata del fatto che non ci sarà nessuno a prendersi cura di te quando sarai vecchia?

La maggior parte di queste “osservazioni” non richieste mi pare sottenda un modo di approcciarsi alle cose purtroppo non raro, e che investe in certe persone un po’ tutto il paniere di possibili argomenti di conversazione. Ossia:

Credi di sapere cosa vuoi,
ma lascia che te lo spieghi una che ne sa di più.

Naturalmente, l’unica risposta adeguata ad un simile atteggiamento non può che essere un sonoro e cristallino

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ma dal momento che i grillini c’hanno tolto pure il copyright di questa gioia, una valida alternativa senza tempo resta la combo sguardo di ghiaccio / silenzio tombale:

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Un altro punto dell’articolo che mi ha fatto pensare, perché (in un certo senso) troverei più logico il contrario, è questo:

E’ curioso ma generalmente le coppie che hanno figli tendono ad essere piuttosto indiscrete nei confronti di chi non ne ha, ponendo domande che possono mettere fortemente in imbarazzo o, ancora peggio, far soffrire. Per evitare di incorrere in qualche pesante gaffe, ecco 10 cose che non dovreste mai dire a chi non ha figli!

[I commenti in corsivo sono i miei, quelli senza formattazione dell’articolo originale].

  1. quando cominciate a provarci? – E’ meglio evitare questo tipo di domande, non si sa mai dove si rischia di finire. Potrebbero aver già cominciato a provarci senza successo o potrebbero aver deciso di non averne, in ogni caso non sono fatti vostri.
  2. capirete quando sarete genitori anche voi – La maternità può renderci più attente ad alcuni aspetti della vita, ma le donne senza figli non arrivano da un universo parallelo e possono benissimo capire tutto ciò che viene loro spiegato.
  3. se ti rilassi di sicuro resterai incinta – Purtroppo non è così. Se ci sono delle condizioni mediche che lo impediscono rilassarsi non servirà assolutamente a nulla se non a vivere meglio la situazione.
  4. deve essere bello avere tanto tempo liberoE’ un po’ come quando sei disoccupato da anni, ti arrabatti dietro alle scartoffie e la tua vita è limitata dalla malattia, ma non hai alcun risarcimento – così, tanto per fare un esempio a caso. Certo, hai un mucchio di tempo libero. Proprio invidiabile!
  5. non vi ho invitati perché ci sarebbero stati tanti bambini – E quindi? Il fatto che non abbia figli miei significa in automatico che sono un’odiatrice di bambini?
  6. avete provato proprio tutto? – Definire questo “tutto” è già difficile, oltre a rappresentare un campo minato di intromissioni e considerazioni indebite. Dare una risposta comporterebbe, in aggiunta, dover spiegare antefatti, convinzioni, preoccupazioni, prospettive: troppe cose e troppo delicate per confezionarle in una battuta che non crei problemi.
  7. a lui sta bene che tu non voglia figli? – E’ una domanda indiscreta, soprattutto perchè presuppone che sia sempre la donna a distruggere il desiderio di paternità del marito e che non possa essere una scelta congiunta. Posta davanti al lui in questione è il peggio del peggio.
    Aggiungo che, personalmente, trovo assurdo discutere di “figli sì / figli no, come li educhiamo”, ecc. dopo aver consolidato una relazione e non all’inizio. Non dico che al primo appuntamento uno debba mettere tutte le carte in tavola e scartare subito, freddamente, chi non collima con i propri progetti. Ma avere o non avere figli non è un dettaglio: se le rispettive posizioni sono in divenire, se il partner è possibilista, è un conto; se invece anche solo uno dei due ha una posizione precisa e irremovibile è bene, se non altro, chiarire presto che l’altro si dovrà adattare. O non durerà.
  8. il tuo cane è come se fosse un figlio – No, non è per niente uguale e dirlo è abbastanza azzardato…  sono fra coloro che non reputano necessariamente assurdo considerare il proprio animale come uno di famiglia, o addirittura “un figlio”. Anzi. Ma questo vuol dire che l’animale è importante, non che un cane compensa in modo adeguato l’assenza di un figlio – sempre che lo si voglia. Amore grandissimo per entrambi, ma son cose decisamente diverse.
  9. vedrai che cambierai idea sui bambini – Suona come un insulto, vi pare? Su una questione così delicata onguno ha il diritto di tenersi l’opinione che ha.
    Suona come un insulto, sì; nel senso che evidentemente non vengo considerata abbastanza affidabile, razionale e lucida, e di sufficiente esperienza, per sapere davvero cosa desidero e avere per questo desiderio motivazioni solide. E’ una delle cose che mi fanno più imbestialire al mondo.
  10. visto che non hai figli allora puoi permetterti tante coseO magari no. Magari tra i motivi per cui ho scelto di non averne c’è anche questo: che ho difficoltà economiche già così, e crescere un bambino / ragazzo finché non acquisisce l’autosufficienza mi, anzi ci, porterebbe dritti al tracollo.
    Non avere figli significa soltanto avere a disposizione più soldi di quanti ne avrei se invece dei figli li avessi. Non significa che tutti i genitori sono poveri e tutti i non genitori sono ricchi. Non ci vuole una laurea in economia per capirlo.

Nelle puntate precedenti:
> Childfree .1: Sul non volere figli
> Childfree .2: Una questione terminologica

Carne no, pesce sì.

Premessa: cosa è carne.
Se parliamo di cibo, il termine “carne” ricomprende ogni animale commestibile, in qualunque habitat viva, in qualunque forma si presenti.
Il pesce è carne, gli affettati sono carne; nonostante torme di sacerdoti dell’interpretazione letterale, e legioni di madri cresciute a maiali scannati in cortile, non riconoscano i molluschi o le cotolette panate industriali come tali.
Tutta la carne è carne, insomma, non ci si scappa; ma dal punto di vista prettamente culturale quella di bovini, suini, ovini, equini, la cacciagione selvatica di ogni tipo – e d’altro canto i pesci, i molluschi, le conchiglie, i cefalopodi ecc. – hanno una valenza, e dunque una categorizzazione, a sé stante.
In conseguenza di questo, al di là delle preferenze di ciascuno, viene naturale a molti aspiranti vegetariani – oppure come nel mio caso a chi decide di diventare semi-vegetariano – scegliere di rinunciare alla carne di animali terrestri e/o esotici, ma mantenere nella propria dieta quelli acquatici e/o vicini alle corde e alle tradizioni locali.

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Dici a me? Eh, dici a me?! Guarda che ti esplodo nel piatto!

Delle ragioni semplici, e del tutto mie personali, per abbandonare o comunque limitare fortemente il consumo di carni di animali terrestri (d’ora in poi solo “carne”), a favore di quelli acquatici (d’ora in poi solo “pesce”), ve le lascio qui.
(E non vado oltre: la mia è una divagazione elementare, aperta ad un universo di considerazioni ma nient’affatto pensata per criticare chi non è vegetariano e tacciarlo di disumanità, o al contrario chi è semi-vegetariano e bollarlo come iprocrita. Per dire).

  • In entrambi i casi si uccide un essere vivente.
    Ma per qualche imperscrutabile motivo, forse banalmente biologico, la carne sa di morte anche quando è adeguatamente trattata, il pesce mai.
    Con questo non faccio alcun discorso etico: parlo invece del fatto che innumerevoli volte consumando carne ho avvertito con i sensi l’odore e il sapore, e più in generale la sensazione, del cadavere – e non solo. Mai mi è accaduto con del pesce.
    E’ spiacevole e stomachevole.
    .
  • La carne è spesso un alimento di difficile assimilazione per l’organismo, da consumare in quantità limitate per motivi di ordine sia nutrizionale che sanitario, il pesce lo è raramente.
    Nozionismi a parte, la carne è pesante. Lo è a livello macro perché lo è a livello molecolare, s’intende, a prescindere dall’abitudine consolidata a gravarla ulteriormente con salse ed intingoli (e cotture) sconsigliabili.
    In altri diversi termini, la carne stufa. Se i carboidrati tendono a gonfiare provocando senso di sazietà (ma non disgusto), la carne, nella mia esperienza, è stata spesso sinonimo di fatica: pur non sentendomi ancora appagata, semplicemente, non ne potevo più.
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  • Sempre nella mia esperienza concreta, la carne ha rappresentato – in generale – la costrizione, l’imposizione di una scelta da parte di altri (da bambina, chiaro, gli altri erano mia madre).
    Il pesce, consumato di rado nelle abitudini alimentari della famiglia d’origine di mia madre (che per ragioni pratiche hanno sovrastato quelle del ramo paterno), l’ho visto poco in tavola anch’io.
    Un po’ per il gusto un po’ per la rarità con la quale ne potevo godere, dunque, era destinato a rappresentare, per contro, la possibilità di nutrirmi in modo libero, e piacevole.

Vita, morte e libertà.

Non mi piace e dunque non uso ribloggare o copiare interi articoli altrui, ma stavolta lo faccio: Lucia Scozzoli su Breviarium ha saputo ben legare tra loro diversi temi che mi sono cari, e l’ha fatto con una misura e precisione ammirabili.
In via eccezionale chiuderò i commenti: che ciascuno faccia di queste parole ciò che crede, senza tuttavia alimentare un dibattito pubblico che ha la pesantezza d’un carrarmato. Facciamocelo tutto nel foro interno, il dibattito.

Vita, morte e libertà.
Ma se poi arriva la Testimone di Geova…

Una donna di 70 anni Testimone di Geova è morta all’ospedale di Piedimonte Matese dopo aver rifiutato con fermezza una trasfusione di sangue che avrebbe potuto salvarle la vita. La signora aveva un’emorragia dovuta a gastrite, era disposta a farsi curare con ogni mezzo, tranne che con trasfusioni, secondo le prescrizioni della sua religione. Anche i familiari al suo capezzale, di fronte allo sgomento dei medici, hanno confermato la sua volontà.

La donna, maggiorenne e pienamente capace di intendere e di volere, ha coscientemente rifiutato una terapia, cosa che è nel suo pieno diritto, ed ha accettato le conseguenze del suo gesto, col sostegno della famiglia, che ne ha elogiato la fermezza morale, pur nel dolore della perdita.

A non accettare la dipartita è stato il primario dell’ospedale, che ha scritto sui social un post pieno di amarezza:

Oggi sono triste e contemporaneamente incazzato nero. Una paziente è venuta meno nel mio reparto perché ha rifiutato una trasfusione di sangue. Era Testimone di Geova. L’avrei salvata al 100% ma ha rifiutato ed è morta. I figli ed i parenti solidali con lei. Ho fatto di tutto. Mi sono scontrato con tutti i familiari ma… nulla. Alla fine i figli si sono esaltati dicendo: «Mamma sei stata grande, hai dato una lezione a tutti i medici ed a tutto il reparto». Mi chiedo:

1) come può una religione ancora oggi permettere un suicidio;

2) come è possibile che io deputato per giuramento a salvare vite umane, sia stato costretto a presenziare e garantire un suicidio assistito?

I figli della donna, di fronte all’eco mediatica ottenuta da questo post, hanno mandato ai giornali una replica piccata:

Gentile redazione, siamo i tre figli della signora che sarebbe deceduta per aver rifiutato una trasfusione. Amavamo molto nostra madre e l’abbiamo sempre ammirata per la sua fede e il suo coraggio, oltre che per l’amore che aveva per la vita. Anche per rispetto nei suoi confronti ci sentiamo obbligati a fare le seguenti precisazioni.

Come Testimoni di Geova amiamo moltissimo la vita. Quando nostra madre si è sentita male l’abbiamo portata subito in ospedale perché venisse curata nel modo migliore possibile. Abbiamo anche rispettato la sua decisione di non ricevere trasfusioni di sangue, consapevoli che esistono strategie mediche alternative che funzionano molto bene, anche in casi delicati. Non abbiamo “sfidato la scienza”.

Purtroppo quando nostra madre ha chiesto ai medici di curarla con ogni terapia possibile tranne che col sangue i medici non le hanno somministrato prontamente farmaci che innalzassero i valori dell’emoglobina. Lo hanno fatto solo due giorni dopo dietro nostra insistenza. Non hanno nemmeno fatto indagini strumentali (tranne una gastroscopia a distanza di 12 ore dal ricovero) che permettessero di trovare il luogo esatto dell’emorragia così da fermarla il prima possibile. Si sono limitati a chiedere insistentemente di praticare l’emotrasfusione. Ma a cosa sarebbe servita se il problema di fondo era la perdita di sangue? Intanto le condizioni di nostra madre peggioravano inesorabilmente. Dal momento che non era in grado di sostenere un trasferimento in un altro ospedale, abbiamo fatto in modo che i medici locali ricevessero materiale scientifico su efficaci strategie alternative alle emotrasfusioni. Tali indicazioni però sono state recepite solo parzialmente e quando ormai era troppo tardi.

Capiamo la frustrazione del primario, tuttavia non accettiamo le sue affermazioni. Dire che noi figli ci saremmo “esaltati” e che avremmo accolto la morte di nostra madre “quasi con gioia” è una grave diffamazione. Non si può paragonare la morte di nostra madre ad un “suicidio assistito”.

Ci auguriamo che questa triste vicenda faccia riflettere la direzione ospedaliera così che nessun paziente in futuro debba subire un trattamento simile a quello riservato a nostra madre. Quanto a noi, ci riserviamo ogni valutazione su possibili future azioni legali.

Io non sono un medico e non mi addentro minimamente nella materia delle emotrasfusioni e della validità effettiva o solo presunta delle terapie alternative, come anche intendo sorvolare sulla mia poca simpatia per i Testimoni di Geova, soprattutto in relazione alla loro strutturata organizzazione e capacità di difendersi in sede legale (la velata minaccia finale sottintende una potenza di fuoco non indifferente).

quello che mi interessa di questa vicenda, dai contorni non così ben determinati come vorremmo, è il punto di vista istintivo del medico, il quale ha riportato nel suo sfogo due punti cruciali: l’anacronismo della religione in relazione all’affermazione di dogmi e l’inconciliabilità della vocazione del medico con l’assistenza alla morte, procurata o sopportata in modo inerte.

Il medico si cruccia per un motivo chiarissimo: egli poteva salvarla, ne aveva la capacità, gli strumenti, i mezzi. Non si trattava di compiere l’impossibile, né di rischiare chissà che: bastava l’applicazione di una procedura nota, già messa in atto mille volte, efficace.

Eppure la volontà del paziente si è messa di traverso tra le sue mani e la flebo. E per quale motivo poi! Un precetto religioso!

Sui social si leggono commenti indignati contro i Testimoni di Geova e questa loro presa di posizione, ritenuta del tutto assurda. qualcuno dice “povera donna plagiata”, qualcuno più crudamente “le sta bene, ha avuto quello che si meritava”. Nessuno, mi pare, ha voluto notare che il medico non ha inveito contro Geova in particolare, ma contro tutte le religioni che permettono un suicidio. Io, invece, l’ho notato. Ed ho notato anche che il martirio, ritenuto dal cristianesimo causa immediata di salvezza dell’anima, spesso somiglia tanto ad un suicidio: quando i cristiani di certe zone tormentate del mondo vengono messi di fronte alla scelta di abiurare la propria fede o morire, e scelgono di morire, non si stanno forse “suicidando” come questa donna? Essi non vorrebbero morire, ma ciò che viene chiesto loro in cambio della vita non lo possono concedere. Ogni fede chiede questo tipo di “suicidio” in fondo: mettere i principi cardine della propria religione al di sopra di ogni altra cosa, costi quel che costi.

Avere una fede nel cuore è come uscire di casa avendo un posto specifico da raggiungere, secondo tempi certi. Si può condividere la strada con gente che non ha nessuna meta e passeggia a casaccio e allora si ferma al primo bar, si infila in un cinema, prova le esperienze che gli capitano. Chi ha una meta, però, non sempre può indugiare e fila via diritto, declina tanti inviti, perdendosi un sacco di occasioni, buone o cattive che siano. Il contrario del carpe diem, insomma. Chi non sa dove andare non può comprendere questa premura della fede, questo restare in cammino, questo puntare ad altro, e concepisce la vita solo come un buffet da cui piluccare qua e là in libertà.

La vita per chi non ha fede è un bene grande, non sacrificabile per dogmi astratti e dichiarazioni di fede, ma non è comunque un bene supremo, come lo è invece per chi è disposto a rinunciarci: resta tutto una questione di rapporto costi/benefici. Se costa poco vivere, è un vero peccato non farlo. Se costa molto, insomma, ne riparliamo: quegli stessi utenti che ora inveiscono contro la signora Testimone di Geova forse hanno esultato l’altro ieri per la sentenza della consulta sul suicidio assistito, inneggiando alla libertà di autodeterminazione (che esiste già, come il caso odierno ci dimostra).

La morale dell’analisi di tutte queste reazioni web è che l’autodeterminazione pura non è ritenuta un valore da nessuno: la gente non deve poter fare di sé ciò che vuole, bensì ciò che il sentire comune ritiene opportuno. questo sentire comune, poi, si sta spostando compatto verso una divisione delle vite degne da quelle indegne, secondo fumosi criteri di autosufficienza, possibilità di realizzazione nella società, sofferenza fisica e psicologica.

Al di fuori di questi minacciosi binari, si deve vivere con entusiasmo e sfrenata libertà, ogni altra manifestazione di libero arbitrio, che si esprima tramite dei no e dei rifiuti alle offerte mondane, è ritenuta impropria, anacronistica, da vietare addirittura.

Insomma, va bene l’autodeterminazione se si tratta di “suicidare” un malato grave ma non va assolutamente bene se si parla di sacrificarsi per un ideale trascendente.

Il medico del post si dichiara obiettore, sebbene, visto il contenuto critico verso le religioni, con ogni probabilità non cattolico: questo mette in luce un’evidenza che i radicali e loro sostenitori si rifiutano di riconoscere e cioè che la vocazione medica, di per sé stessa, costitutivamente è per la vita e mai per la morte e che l’obiezione di coscienza è tanto diffusa perché è la scelta più naturale, ovvia, consequenziale alla professione medica.

Il suicidio assistito, sancendo un indefinito diritto ad essere aiutati a morire, sottintende la nascita del dovere in capo a qualcuno di mettere in pratica questo aiuto: i medici non possono essere questo soggetto, come ribadisce il primario di Piedimonte Matese. E non per motivi ideologici, né per scelte fideistiche, ma per salute mentale: se puoi salvare qualcuno, tutto nel tuo essere ti dice che devi salvarlo. Si tratta di istinto primario, di natura base, di necessità inconscia. La vita difende sé stessa urlando nel nostro cervello: “salva!”.

E anche chi preferisce il martirio alla vita lo fa perché sceglie una vita più piena e grande, non perché sceglie la morte.

Il diritto a morire resta un concetto contro natura.