Eurovision 2019

Alla fine ho capito: eureka, m’illumino d’immenso!
Dopo aver citato, con altre, la canzone di Mahmood (non occorre che vi ricordi il titolo, vero ragazzi?) fra quelle che mi son piaciute di Sanremo 2019 – ed aver cancellato il post in un eccesso di zelo perché l’avevo tirato via di fretta: sì, sono una perfezionista – mi sono ritrovata a chiedermi cosa non mi quadrasse, in quella canzone.
L’avevo considerata la migliore ma, poco dopo, riascoltando Daniele Silvestri in radio ho pensato che quanto a ritmo Argento vivo vincesse inesorabilmente. Eppure, a mente fredda, continuavo a preferire Soldi.
Ora, per l’appunto, ho capito: non è il ritmo della canzone in sé che mi lascia incerta, ma la velocità. Ossia: il ritmo è perfetto (come il resto, del resto), ma spesso mi lascia la sensazione di ascoltare una registrazione rallentata, come accadeva (begli anni, quelli) quando s’ascoltavano le musicassette dal walkman e si stava esaurendo la batteria.
Ecco, quella roba lì. Strana e molto lisergica.
Mi sto chiedendo se casomai la versione radiofonica e quella live abbiano una qualche, sottile differenza di bpm: se qualcuno sa qualcosa, parli! *colpo di martelletto*

Ad ogni modo, mi auguro che il ragazzo sappia quello che fa (più come sul palco di The Voice che su certi palchi di città),  e il 18 maggio strappi una posizione decente in classifica per l’Italia.
Noi intanto, sullo scuolabus, ci facciamo la nostra dose quotidiana ogni giorno alle 16.00.

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Democrazya

Nessun refuso, e nessuna pretesa di imitare la grafia della lingua russa; solo un gioco di parole molto semplice. Demo-crazy(a), ossia: democrazia impazzita.
Il precedente post sulle canzoni e canzonette sanremesi l’ho cestinato perché non mi soddisfaceva sotto troppo aspetti – e qualcuno di voi, che mi conosce da tempo, sa bene quanto io sia pesantemente perfezionista.
Forse anche per questo, tuttavia, mi sta tanto a cuore la questione della forma della democrazia: pur con qualche spinta, in genere istintuale e poco organizzata, filo-aristocratica, io sono senza dubbio favorevole alla democrazia rappresentativa che ancora ci struttura e ferocemente contro la democrazia diretta (tanto cara, per lo più nominalmente, al M5S).

Ciò vale per le faccende popolari, nel miglior senso del termine, come Sanremo e la consueta polemica in merito ai meccanismi di voto: scrivevo infatti rispondendo al commento di Lucia, giustamente critico verso la composizione dell’oggi così chiamata “giuria d’onore”:

la mia idea è che la giuria non solo non deve scomparire, ma al contrario andrebbe rafforzata e dovrebbe sempre mantenere la preminenza sul voto del pubblico.
Siamo in una democrazia rappresentativa, e persino le giurie di spettacolo ne rispecchiano i meccanismi: […] una giuria costituita da “la qualunque” purché sian famosi, discredita per forza di cose il principio stesso di giuria selezionata.

Ma vale anche per faccende più rilevanti per la nostra vita quotidiana, a cominciare dalla gestione di uno dei due partiti ora al potere come si trattasse, piuttosto, di un’azienda privata, “orizzontale” all’esterno e verticistica all’interno, fondata sulla moderna aria fritta dell’applicazione di un esperimento sociale di massa anziché sul buon vecchio profitto (! – Preoccupatevi pure, un’anticapitalista che fa un paragone, pur scherzoso, simile ha del prezioso disgusto da spandere in giro).
Eh già, non sono soltanto le multinazionali hi-tech a far casino con le coscienze delle persone.

Ma, quale che sia la vostra posizione in merito; voglio suggerire che i tifosi delle chiare gerarchie, dei titoli accademici (purché non siano vuoti e regalati a chiunque per poter riempire posti di lavoro vacanti), del “governo dei migliori” e di ogni suo affine, più spesso che arroccarsi a difendere un ingiusto privilegio stanno sottoponendo il popolo su cui si ergono alla medesima, impietosa richiesta di eccellenza (o, almeno, qualità) alla quale sottopongono per primi se stessi.
E’ pur sempre un dato da non disconoscere nel giudicarli.