Libri .18: Foliage: Vagabondare in autunno, Duccio Demetrio

Il mondo esiste… Uno stupore arresta il cuore.
[Eugenio Montale]

Ho letto un solo libro, in passato, di Duccio Demetrio, e me ne è rimasto un ricordo piacevole sì, ma con una punta di pesantezza. Con quest’altro ho compreso meglio il perché: ha uno stile di scrittura corretto, ma personale e particolare, fa un uso dellle pause e della punteggiatura frequente ed imprevisto. Ad ogni modo, l’ho trovato più scorrevole di quanto ricordassi, o quantomeno questo suo continuo sostare su piccole parti di frase mi pare si addica al tema del saggio.

In queste pagine, il rapporto con questa stagione [l’autunno] verrà narrato e descritto piuttosto come una conquista della ragion sensibile, del pensiero riflessivo, narrativo e di quello “poetante”. […]
In quanto matrice di nuovi inizi: proprio quando tutto parrebbe appassire ed entrare in letargo prima della stasi invernale. […]
I cui indizi possiamo rintracciare quando un incontro nuovo, una possibilità di cambiamento anche senza eccessive pretese, che rimetta in moto istintualità, intuizioni, desideri sopiti, abbia il potere di risvegliare sensi, aneliti, domande.

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Un po’ l’intero testo è percorso da questo concetto e fil rouge, dell’autunno come stagione tutt’altro che mortifera e grigia, non solo in forza dei colori del foliage che gli dà il titolo ma soprattutto per la sua naturale vocazione a risvegliare e rinvigorire le energie sfibrate dall’estate. A generare cambiamento o dar voce a quello già in sotterranea preparazione da tempo.
Senza tuttavia fingere che l’essenza dionisiaca di questa stagione non implichi, anche, il caos, la dispersione, l’abbandono di alcune sicurezze:

La filosofia autunnale, da applicare in ogni stagione, ci può insegnare quanto l’interruzione, il limite, lo scacco, la rinuncia siano componenti prodromiche dell’imparare a pensare e ad esistere.
[…]
Scrivere dell’acqua è scrivere della sete: di quella che ti prende, anche se non la avverti ardente, raggiunta una fontana, che con una facile metafora rinviamo al desiderio “di sapere, di conoscenza di sguardo e di pensiero”. E’ la “sete inestinguibile” del vagabondare.
Non possiamo che ringraziare, ancora una volta, la scrittura; avvertiamo che ci tiene a galla, perché l’acqua che desideriamo può rivelarsi pericolosa quando sentiamo che la sete equivale a “perdere i propri margini”, diventando la ricerca della propria “dissoluzione”, quando l’autunno vuole nuovamente metterci alla prova con le sue pulsioni di morte. Scrivere di queste tentazioni – finché ne scriviamo – ci aiuta a ritrovare, nuovamente, quelle di vita.
[…]
Autunno come feconda pausa autoanalitica […] per scoprire qualcosa di sé che le altre stagioni non ci consentivano di capire e di raggiungere […]
non nel tetro e buio inverno, non nelle frenesie e nelle eccitazioni della primavera o nelle pigrizie e immobilità agostane.

Fornasetti II

Una riflessività, un accesso sulla profondità, che è quanto mai favorevole al lavoro di scrittura – in particolare autobiografica, attività della quale Demetrio si occupa da anni attraverso un istituto dedicato ad Anghiari. Un lavoro meno scontato di quanto siamo abituati a pensare e, sicuramente, più da arrampicata libera che da rilassato trekking.

Non siamo un libro i cui capitoli si succedono con ritmi consecutivi. Né siamo soltanto un’antologia di scene salienti, cruciali, memorabili. Siamo piuttosto un agglomerato più o meno dinamico di elementi […] risalire non alle cause (come il lavoro [autobiografico] cronologico sembrerebbe suggerirci), bensì ai temi e ai vissuti – agli archetipi – che ci hanno condotto e aiutato a riconoscerci in alcune pagine della nostra storia.

streetart in Montmartre, Paris - photo by Barbara Picci

Ogni autore ha un insieme limitato di temi archetipici, a volte uno soltanto.
Più che sceglierli, li ereditiamo dalla configurazione della nostra vita.
Anche se cerchiamo di espellerli dal libro a cui stiamo lavorando, spesso riescono a trovare il modo per intrufolarsi di nuovo.
[David Mitchell]

Personalmente, non ho dubbi sul fatto che l’autunno sia la mia stagione preferita, e lo è  tra le altre ragioni perché mi rispecchia, mi si confà alla perfezione. Del resto, mi chiamo Denise, il francese femminile di Dioniso! Solitaria ma entusiasta, selettiva ma curiosa.

Cobre @ New York, USA

L’autunno ci offre solitudini eccitate, che non hanno l’uguale in altre stagioni.

L’autunno, già nel suo annunciarsi settembrino, per molti – e non a torto – costituisce sul piano simbolico il più autentico “capodanno”: un inizio, anziché una conclusione.

E se gridano gli alberi, se i monti
ci parlano questo vorrei imparare:
ad ascoltare senza interpretare.
Altra pietà non c’è.
[Aldo Nove]

Film .29: Sinister, Scott Derrickson

Ellison Oswalt sta sempre davanti ad uno schermo: a guardare filmini in super8, VHS, il pc, (abbastanza) moderne videocamere… ed è uno scrittore, non tanto in cerca di ispirazione quando alle prese con l’ennesimo libro-reportage sull’ennesimo crimine efferato, che gli sta offrendo persino più materiale di quanto sperasse… insomma, Ellison è un po’ come Lucius Etruscus, gli manca solo il cappello, ed infatti il buon Lucius ha avuto una parola per Ellison – ma io dico che ne merita parecchie di più.

E perché, se è uno scrittore, sta sempre davanti ad uno schermo anziché a carta e penna?
Perché qualcuno ha voluto fargli trovare, nella soffitta della nuova casa (che poi è quella nella quale è avvenuto, fresco fresco, il delitto su cui intende scrivere) uno scatolone pieno di super8, appunto, e su ognuno di essi è inciso il filmato di un ulteriore crimine, che solo più tardi si scoprirà legato agli altri.

Ma Ellison non vive solo con dieci gatti: ha famiglia, moglie e due figli in età da primarie, e nelle sue peregrinazioni investigativo-letterarie se li trascina dietro ogni volta, almeno da quando, dieci anni prima, ebbe un grande successo pubblicando Kentucky Blood. Successo che sta cercando di replicare, nell’ansioso desiderio di sistemarsi una volta per tutte, come diremmo noi. E’, secondo me, uno scrittore “con giudizio”: nel senso che ha avuto successo ma non sempre, è ammirato ma anche detestato per questo suo vizio di rimestare le acque torbide delle comunità in cui di volta in volta si inserisce, e lavora davvero – cioè, oltre a scrivere e vagare a mente libera guardando fuori dalla finestra, cosa che per altro lui non fa, soprattutto si documenta. Cerca di allacciare relazioni utili, non in senso commerciale ma per la storia. Si fa domande. Crea una struttura e uno schema dei fatti che è già tre quarti del testo.
Un urrah per Ellison!

La vicenda è sensata, particolare non insignificante per il genere (che è sì l’horror, ma con buone dosi di thriller ben amalgamate); considerando poi il rischio che presenta sempre un prodotto BlumHouse. Ma forse si è salvato perché è un primo capitolo: leggo che sono stati girati anche il 2 ed il 3, nemmeno lo immaginavo ma, a ripensarci, è del tutto naturale e prevedibile. Mi rifiuto, ovviamente, di vedermeli.
Tornando al punto: la vicenda è sensata, gli attori sono capaci (e non parlo solo di Hawke), la famiglia di Ellison, Dio sia lodato, è composta da persone normali, con attriti e paure perfettamente credibili ed integrati con un contesto chiaro. Compresi i pavor nocturnis del piccolo Trevor, impressionanti però mai forieri di quell’atmosfera rarefatta e gratuitamente vaga tipica di tanti horror.
Gli elementi soprannaturali sono ben presenti, discretamente spaventosi, ma non vanno a produrre jumpscares a muzzo. Faccio anzi fatica ad arrivare a contarne due, di jumpscares.

Altri fattori mi hanno indotto ad attribuire quasi il massimo dei voti (4.5/5) ad un film che sulla carta potrebbe sembrare identico a mille altri: intanto, la vicenda è filtrata attraverso un’ottica, quella del protagonista, caratterizzata da una razionalità sicura ma non insistita. Non si assiste a nessun duello fede (nel paranormale) vs. ragione; me ne congratulo e gioisco.
I personaggi secondari (dallo sceriffo tendenzialmente ostile, ma anche qui “con giudizio”, al suo vice che si presenta come lo scemo del villaggio ma poi smentisce, con le parole e con gli atteggiamenti, di esserlo) sono marginali ma ben costruiti e contribuiscono in modo a mio avviso decisivo alla riuscita complessiva.
Dialoghi e fotografia sono curati come si deve, c’è attenzione al dettaglio, e mi vien da dire che, se non fosse per l’evidente elemento di genere, siamo davanti ad un film adatto ad un qualsiasi generico pubblico amante della suspence.
Si coglie che chi l’ha messo insieme si è divertito ed appassionato: dalle battute salaci alla citazione kinghiana nulla manca.
Solo le musiche sono forse meno “esatte” e più standard: intendiamoci, intervengono nei momenti giusti non solo per inquietare ma anche per sottolineare, fanno un buon lavoro, ma niente di memorabile.

Uno dei migliori film dell’anno, insomma, che unisce efficacemente:

  • un demone antico,
  • riflessioni intratestuali sulla civiltà dello sguardo (con il gioco di schermi, il concetto di “immagine come varco tra mondi” o i rimandi ad altri titoli più noti) e sull’interdipendenza tra scrittura e vita,

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  • ma pure il senso dei legami e della trasmissione di un “bagaglio” (anche maledetto) da uomo a uomo e da famiglia a famiglia, le debolezze e forze della famiglia stessa,
  • per chiudere – nota personalissima – con un accenno, neutro ma presente, alle abitudini americane in fatto di iniziativa e di rischio: solo in una pellicola statunitense si può osservare qualcuno accendere un mutuo sulla casa prima ancora di aver estinto un altro mutuo sulla casa, avendo in mano giusto una speranza di guadagno e nient’altro – e, per di più, trovare tutto questo normale.

Sono un mito .0: La medicina narrativa

E’ giunto il momento, e bando alle false modestie, di fare coming out: ebbene sì, sono un mito – o meglio, una mito – e sto per inaugurare l’ennesima serie di post tematici per la gioia di voi tutti 🧐 😄
E di che parlerà questa serie di post? Eh beh, è ovvio no…? Del fatto che sono un mito, modestamente. Di come ci sono nata, di come l’ho scoperto e dei riconoscimenti – oggi diremmo award – ottenuti. Insomma, del come m’è toccata in sorte una malattia mitocondriale, di cosa questo comporti, di com’è stato viverci insieme – ma anche dei programmi che abbiamo, come “coppia inseparabile”, per il futuro.

Mito

Scrivere di malattia qui, su questo blog, non era fra i miei progetti quando l’ho aperto – e del resto mai ho discusso di questioni sanitarie, come ho fatto invece in passato.
Ma le cose cambiano, giusto? Come detto di recente, il mio blog non è un diario intimo (niente contro i diari, per carità, ma no grazie) né un’autoterapia. Non lo diventerà attraverso questi nuovi post, anche se tutti sappiamo, certo, che scrivere cura, lenisce, schiarisce e rimargina anche quando la sua azione non è appositamente ricercata.
Lo scorso inverno avevo iniziato a scrivere un libro, nel quale la mia, la nostra malattia era il fulcro. Non-fictional. Ancora non l’avevo maturato al punto giusto, ma ci stavo finalmente lavorando. Poi, è morta mia mamma, e tutto è rimasto in sospeso.
Sospeso, non abbandonato; tuttavia esistono anche diversi modi e mezzi per parlare d’altro (salute, società, valori, scelte) parlando di sé (paure, speranze, disillusioni e affetti). E questi modi – una scrittura “a puntate”, relativamente breve -, questi mezzi – il web, il blog – ben si prestano, la qual cosa non mi dispiace affatto, a creare contatti, reti, comunità.

La morte non è nel non poter comunicare, ma nel non poter più essere compresi.
Pasolini

Necessariamente un percorso di scrittura di sé, che si fa lettura collettiva, non potrà incontrare la piena comprensione di chiunque vi partecipi: che sia per limiti esperienziali oppure emotivi, parte del testo e dei suoi intenti sfuggirà tra le maglie della rete da pesca degli interlocutori, autrice compresa, e trasformerà, trasmuterà l’oggetto del discutere in qualcosa d’altro.
Ma è proprio un simile processo che riesce a salvare, nel confronto, anche il materiale in cui l’autore ripone la maggiore speranza che venga compreso; speranza molto spesso disattesa dai professionisti che se ne occupano per mestiere.
E’ questa la vocazione della medicina narrativa, cioè della narrazione (in forma letteraria, cinematografica, musicale e via discorrendo) che si fa, da persone coinvolte a vario titolo nella malattia (pazienti, familiari ed amici, caregiver, sanitari) della malattia stessa: essere la dinamo che dalla sofferenza, dalla fatica, dalla solitudine e dalla perdita trae l’energia per illuminare la vita di chi le subisce.

Narratives of illness provide a framework for approaching a patient’s problems holistically, and may uncover diagnostic and therapeutic options.

Ogni storia esprime una prospettiva.
La narrazione è infatti il modo in cui diamo un senso ai fatti, mettendoli in ordine, in una tramaLa narrazione esprime un significato.

La narrazione del medico, generalmente, si concentra sulle informazioni biomediche. La malattia raccontata dal medico è fatta di organi, di cellule, di atomi e molecole. La narrazione del paziente include anche altri aspetti oltre a quelli biologici, aspetti psicologici, sociali, culturali, esistenziali (talvolta è fatta principalmente di questi), biografici.
La malattia raccontata dal paziente è illness e sickness, non solo disease.

Così anche sul sito della Società Italiana di Medicina Narrativa viene riproposta, anche se con intenti differenti, la dannosa dicotomia corpo-mente, corpo-società, o peggio: scienza-fantasticherìa.
Ma non fa nulla: noi andiamo avanti, facciamola ‘sta narrazione, agiamola a prescindere mescolando tutto e tirando fuori fiori e conigli dal cappello a cilindro. Non c’è trucco e non c’è inganno, ma se i medici questo vogliono credere, lasciamoli al loro destino e che lo credano.

La medicina è la mia legittima sposa, mentre la letteratura è la mia amante:
quando mi stanco di una, passo la notte con l’altra.

Anton Pavlovic Čechov

Per il contributo alla decisione di esprimermi sulla malattia, ringrazio:

Sul mare .4: Il mare d’autunno (bis)

Non solo la brulla campagna, ma anche i maestosi mosaici ravennati guadagnano splendore in un clima esterno tendente al cupo. 
Il Mausoleo di Galla Placidia, la Basilica di San Vitale e Sant’Apollinare non hanno bisogno di presentazioni, solo di ammirazione e silenzio (la guida del gruppo cui abbiamo carpito informazioni, cosa impossibile da evitare a Galla Placidia considerata la sua scarsa estensione, a parer mio non s’è guadagnata il compenso che comunque le daranno).

Il volto, se non ancora le temperature, dell’inverno è inscritto ovunque: sul porto con i suoi casotti da pesca vuoti, perfetti per uno scrittore che si voglia isolare nella stagione più suggestiva ed avara di stimoli sociali; sulle spiagge dai colori grigi e terrosi, dove camminano ognun per sé singole figure nascoste dagli impermeabili; persino sulle facciate dei villini signorili (tra i quali, quello comprato e poi rivenduto di Nicoletta Braschi) sul lungomare di Cesenatico:

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Tutti gli esseri marini disegnati a spray su un muro tra un’edera ed un caseggiato assumono allora un aspetto smorto, abbandonato, un occhio opalescente da pescheria, anche se circondati da sfondi vivaci:

Lo stesso le bandiere della zona (una bianca, appesa obliqua; la doppia rossa sul litorale che indica il divieto di balneazione e l’assenza dei bagnini; quella europea cascante da un davanzale che, se la natura m’avesse dotata di pochi centimetri in più, avrei subito strappato e nascosto).

E se un gatto da hotel fa mostra di sé sul camminamento del porto, altri cento se ne stanno acquattati negli angoli di alberghi chiusi e dentro le finestre cieche delle colonie estive abbandonate (di queste parlerò ancora a parte, perché mi appassionano particolarmente):

Arriva poi la sera e nell’ombra i suoni si mescolano: quello del mugghìo del mare, e quello attutito di un videogioco online, del quale riconosco le tipiche cadenze da nenia di combattimenti, avvertimenti e grida di dolore / esultanza.

Nelle puntate precedenti:
> Sul mare .1: Avventura nell’artico, Arthur Conan Doyle
> Sul mare .2: L’isola del tesoro, Robert Louis Stevenson
> Sul mare .3: Il mare d’autunno

Per vivere

Lo dicevo ieri ad un amico.
Io mi considero una scrittrice non perché scriva, o peggio faccia letteratura.
E’ una cosa che mi capita, spesso che cerco, ma è la foce e non la fonte.
Penso di essere “scrittrice” perché scrivere è il mio modus vivendi, nel piccolo e nel grande; un elemento del mio esistere al mondo come lo è il modo in cui stringo la mano alle persone o preparo una valigia.
E’ prima e insieme oltre la questione di cosa sia scrittura, di cosa sia poesia, e quale abbia un certo rango e quale no.

Lo faccio per vivere, non per campare.

Film .14: Arrival, Denis Villenueve

Tra le tante piccole considerazioni che vorrei fare su Arrival a chi ne fosse incuriosito – o l’avesse già visto ed apprezzato – ce n’è una che, per ora, ho ritrovato espressa solo da Paolo Marino Cattorini (autore di molti imperdibili articoli sull’incrocio tra bioetica e cinema): ovverosia l’equivalenza tra il vetro che separa umani ed alieni eptapodi al termine del tunnel che conduce i primi all’interno dell’astronave, e lo schermo di un cinema.
Dài, è palese. E lì che ci guarda: un rettangolo stondato, d’un bianco abbacinante, sul quale si fa cine-grafia, scrittura in movimento: i segni tondeggianti del linguaggio  che diventerà universale, dipinti più che tracciati, in inchiostro nerissimo ma a suo modo luminoso.
Non siamo del resto noi spettatori a “scrivere di cinema”, quanto piuttosto, innanzitutto e soprattutto, è il cinema a “scrivere noi”.

Il film, tratto da un racconto di Ted Chiang, Storie della tua vita, fa esplicito riferimento all’arte del cinema, allestendo uno schermo vitreo luminoso e protettivo, attraverso cui avvengono gli scambi sonori, grafici e tattili tra due mondi.
Così come avviene in sala di proiezione, ombre gracili come d’inchiostro marino dialogano con gli occhi commossi di chi crede alle storie, le incarna nella propria vita e così facendo le completa, le moltiplica, le dissemina.

trasferimento (1)

Altra caratteristica rimarchevole è la bellezza di costumi, ambienti e via dicendo.
L’astronave, nella sua raffinata essenzialità, è un vero spettacolo a sé: nera, raffinata nella forma appunto, sì, ma anche dominata da superfici interne ruvide e scabrose, ben lontane dalle classiche e meno classiche padelle aliene di lucidissimo metallo.
L’accampamento militare preposto all’indagine ed al contatto con gli eptapodi, dove anche Louise ed Ian si trovano a collaborare, non è che un insieme affatto seducente di tensostrutture bianco latte, prive di alcun effetto suggestivo che parli di potere.
E infine, le tute anti-radiazioni indossate dai due scienziati (chi prova a dirmi che la linguistica non è una scienza muore, tra parentesi) è uno sgorbio arancione fatto su alla meglio: funzionale, ma brutto. Non è un caso: la costumista stessa, di cui non ho segnato il nome che comunque si troverà ovunque, spiega nel documentario Xenolinguistica che fa parte dei materiali extra come abbia voluto evitare di costruire un quadretto bellino e pulito, ma perciostesso meno credibile ed autentico.
Morale della favola: la semplicità paga. Eccome se paga.

La bottega oscura

Così il titolo della raccolta di sogni, oltre un centinaio, che Georges Perec ha messo insieme nell’arco di quattro anni (1968 > 1972): il sonno, fattore di sogni, come bottega lasciata in penombra di cose perturbanti.
L’autore stesso, nessuno s’aspetta alcunché di diverso, chiarisce a sé prima che ai lettori la diversa natura che inderogabilmente il sogno assume una volta tradotto in parole e trascritto su carta – vi è anche un suo saggio in proposito, Il sogno e il testo, contenuto in Sono nato.
E’ proprio questa: l’estrema difficoltà – forse impossibilità? – di rendere adeguatamente l’atmosfera, la struttura, la temporalità fluida e diciamo l’incanto sensoriale di un sogno, una delle caratteristiche più affascinanti dell’esperienza.
Insieme, aggiungo a titolo personale, alla ricorrenza-ripetitività (che collateralmente mi porta a ragionare del deja-vu e di epilessia) ed al sogno lucido; tratti frequenti dei miei sogni.

L’idea di ricordare, quando e per quanto possibile, e poi raccontare i sogni per iscritto non mi è nuova come non lo sarà a molti di voi. Ma sollecitata da Perec ho notato una cosa, banale forse eppure significativa, nella sua portata, per me: se ho azzardato un breve resoconto di tre (finora) sogni su questo blog, racconto destrutturato come il suo oggetto e anche di più per quanto dicevamo sopra, è anche e soprattutto perché la scrittura digitale mi ha reso l’operazione molto più rapida e soprattutto agile rispetto alla sua omologa analogica (manuale), che in generale per molti altri versi, se non tutti, prediligo.
Non mi spingerò ora a decretare che questo vantaggio mi porterà a prendere l’abitudine stabile ad un diario di sogni, mi conosco e so la mia volubilità. Voglio tuttavia registrare il fatto come di buon auspicio per una pratica che meriterebbe maggior partecipazione.