Sul mare .7: Le acque del Nord, Ian McGuire

1859. Un uomo in fuga dai suoi fantasmi s’imbarca su una baleniera diretta verso il grande Nord. Non immagina che l’inferno può essere bianco come il ghiaccio artico.
Un romanzo di avventura e sopravvivenza, scatenato e nerissimo, inarrestabile come il destino, implacabile come la vendetta.

Acque del Nord è un libro, breve ed intenso, che può accontentare molti gusti diversi: lo si potrebbe descrivere come una notazione filosofica mascherata da romanzo d’avventura, a sua volta inserito in una cornice ed una struttura thriller – con omicidi regolamentari e subitanea tensione generata dal non poter dire per certo se i colpevoli verranno sottoposti all’umana giustizia.

[…] esplosivo, inquietante.
– Michiko Kakutani, The New York Times

E sì, l’inquietudine permea i pensieri di Patrick Sumner, ex militare nelle colonie indiane ed ora medico di bordo della Volunteer (mai nome di nave fu più sarcasticamente sincero), come pervade l’aria artica attraverso la quale, anche a stagione di caccia inoltrata, il capitano Brownlee – il quale a sua volta, come ciascuno dei personaggi principali, nasconde un segreto – la conduce.

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Da questo libro la BBC sta producendo una serie televisiva diretta da Andrew Haigh.

Le riprese sono iniziate nel 2018, potrebbe anche essere già disponibile.
Di Haigh ancora non ho visto, credo, nulla; so comunque che è un regista noto, a cui è cara la rappresentazione dell’omosessualità.

Così come Moby Dickanche questo romanzo di… “cappa & fiocina” vanta un incipit memorabile e, a mio giudizio, brillantissimo:

“Guardate quell’uomo”.

Tutto qui: ma guardate quell’uomo, che ancora non vi ho descritto e già ha conquistato il vostro interesse di lettori. Non è magia, questa?
Seguitemi per qualche pagina attraverso la cittadina costiera di Hull, osservate sfilare Leerwick e Peterhead, dalle quali il padre di quello Sherlock Holmes che vi piace leggere la sera in cabina ha fatto vela da neo-laureato bisognoso di soldi, superate con me Van Mayen e poi saremo nel biancore crudele.

Super-consigliato a:
chi apprezza la proprietà di linguaggio, chi gradisce un po’ di sano cinismo.

Nelle puntate precedenti:
Sul mare .1: Avventura nell’artico, Arthur Conan Doyle
Sul mare .2: L’isola del tesoro, Robert Louis Stevenson
Sul mare .3: Il mare d’autunno
Sul mare .4: Il mare d’autunno (bis)
> Sul mare .5: Long John Silver secondo Björn Larsson
> Sul mare .6: Giona, Ismaele, Geppetto.

Serie Tv .3: Dexter (2a stagione)

Più complessità, e più forza per sostenerla: nella seconda stagione è questo che acquista Dexter. C’è una tensione costante, che tuttavia non si piega mai al disvelamento; una tensione presente forse non a dispetto della romance, ma anche grazie ad essa.
Harry finalmente perde il suo carattere mitologico e diventa una persona con un background, e nemmeno tanto limpido e mirabile. Lila è la psicopatica pura in un mondo di psicopatici pieni di sfumature e sfaccettature, qualcosa che in tv è noioso e, invece, nella tv dentro la tv diventa irritante in modo salutare.
Bello e degno di approfondimento il riferimento a Dexter quale “Batman personale“.

E lasciatemi dire una parola sulle voci – che anche nel doppiaggio italiano mi piacciono parecchio, e nel caso di Debra pure di più -, e sul fatto che nell’episodio 6 mi son trovata (come con Fear X durante la sequenza di immagini rosse su sfondo nero, che ho fatto scorrere interamente fotogramma per fotogramma) a bloccare una scena, quella di Dex che per la prima volta alza la voce con Lila a casa sua, e farla passare attimo per attimo per vedere davvero, e non intuire nello sfocato, le espressioni di lui. Che porco cane, meritavano un minuto solo per sé, anziché una frazione di secondo. La pratica sta diventandomi familiare, la attuo sempre più spesso, e con essa scopro tesori.

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Posso aggiungere il mio dispiacere per Doakes, che comunque è andato incontro ad una concatenazione di eventi memorabile; nonché il desiderio stratosferico di una scena Dex – Debra in cui i due si dicano tutto quel che c’è da dire (ci vuole tempo, lo so. E so anche in quale stagione la scoperta avviene, troppo in là stando a quanto mi consigliano le mie guide spirituali blogger ed a quanto ho visto in una puntata random dell’8a stagione sabato notte su La5. Una cosa bolsa ed accomodante che mi ha fatto sbarrare gli occhi).
[In proposito, ho scovato questo bel post su Parole Pelate: consigliato. Ho anche riso come una matta, tra divertimento e sdegno, per certe rivelazioni – ce ne son parecchie – sulle ultime stagioni].
Ma noi qui si va avanti, dopo aver superato lo scoglio del dvd con le ultime tre puntate rovinato, ed averle recuperate, la mia devozione è provata.

Musica .1: Dexter, Original Soundtrack

Well, well. Non è facile scoprire una colonna sonora che, oltre a fare bene il suo lavoro precipuo (ovvero, più che tessere lo sfondo sonoro ad un film o serie tv, diventare un personaggio extra, quello senza volto e senza nome ma tanto, tanto importante; assumendo ad un certo punto persino una funzione intradiegetica, come direbbe il dotto e mirabilmente poco savio Matavitatau, entrando cioè a gamba tesa nella narrazione, come quando Rudy prepara per Dex l’ascolto di Born free) sia ascoltabile e dotata di senso anche di per sé, svincolata dal prodotto in cui è inserita e per cui è nata.
Ecco: la soundtrack di Dexter fa questo e pure altro – cioè, non ha un singolo momento di stanca, una caduta di stile: la stronza è perfetta!
Me la sono ascoltata in una deliziosamente silenziosa e fresca domenica mattina, durante la mia consueta camminata. Dura un’ora e cinque minuti circa, e se l’idea vi stuzzica, vi consiglio di sentirvela per intero e senza interruzioni, magari alla guida – trovate il file qui, e qui potete trasformare il video (anche se lungo, anche se coperto da diritti, e in pochi secondi).

Poca gente in giro, e meno male (o anche no, chissenefrega): me ne andavo in giro sorridendo come un’ebete – o come una psicopatica in cerca di vittime da spezzettare con la motosega, se preferite -, ciondolando la testa e persino facendo giravolte su me stessa sui pezzi da balera à la Xavier Cugat. Olè olè.
Perché dentro ci trovate, tra le altre cose, parecchia roba dai toni e dai ritmi latini, sia pezzi famosi (Perfidia) che musiche originali – semplici ma serie eh, niente scopiazzature tipo compilation dei povery a 1€ nel cestone del supermercato (cinese).
E poi: ambient, soft jazz, musiche d’atmosfera e strumenti emarginati che spaccano (un metallofono!… credo), momenti che mi fanno venire in mente, non per melodia ma per spirito, Nannou degli Aphex Twin; ma pure la chitarra classica che mi diventa simpatica, mentre di norma m’annoia. E come se non bastasse, in una brevissima coda ad uno dei brani spagnoleggianti, una “svirgolata” arabo-andalusa. Avevo voglia di urlare dalla gioia…!

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E questo è quanto.
Io e La Colonna Sonora Perfetta ci siamo date appuntamento per il weekend, in viaggio verso il parentado lodigiano (the best ever).
Torte, fuochi d’artificio, gatti, coccole e violini stridenti che annunciano un delitto.
Who can ask for anything more?

Serie Tv .2: Dexter (1a stagione)

Il binomio poliziotto (o, in questo caso, un analogo quale è il tecnico ematologo della Scientifica interpretato da Michael C. Hall) / criminale (in questo caso, addirittura, serial killer: uno dei personaggi ormai archetipici della serialità moderna) sulla carta odora di flop lontano un miglio.
Eppure, la Showtime è riuscita a farlo funzionare alla perfezione, confezionando un prodotto (mi riferisco alla prima stagione) esaustivo in sé, seppure chiaramente aperto alla prosecuzione con una seconda stagione; intenso quanto lo è il suo protagonista ma, per il resto, privo di qualsiasi orpello narrativo o eccesso scenografico; tant’è vero che le “esecuzioni” di Dexter vengono mostrate in modo breve e più allusivo che diretto, lasciando la scena piuttosto alla sua rilettura ed interpretazione di ciò che è e ciò che fa.
La sua personalità è spaccata ma non scissa in sezioni stagne, il gusto per l’uccisione è analizzato asetticamente ma razionalmente: non si scade mai in un’esaltazione della violenza o in una sua giustificazione totale, nemmeno quando si arriva a comprendere di più della storia di Dexter e di come sia arrivato a provare l’impulso che prova.
Per tutto questo, mi sentirei di definirlo un gioiellino di bellezza ottenuta per sottrazione.

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Davvero pensi questo? Bene. Ma attenta a come prosegui.

 

E fin qui, la recensione che ho lasciato su MyMovies.
A latere, alcune considerazioni.
Per ottenere un risultato tanto denso (sì, come sangue rappreso: questo è uno dei miei aggettivi preferiti, come ben sa chi mi conosce da un po’) e al contempo non sovraccarico di idee, immagini, sottotrame, personaggi, citazionismo a pioggia – come capita oggigiorno praticamente sempre, soprattutto in televisione – sono necessarie due qualità forse non immediatamente identificabili, ma ben precise e più riconoscibili nel momento in cui il cerchio si chiude: leggerezza e soprattutto lentezza.
Cosa significhi che Dexter è leggero è presto detto: quando hai per le mani materiale così incandescente (questa qualcuno l’avrà già sentita…) ogni dettaglio messo lì per riempire, per dare una sensazione di sazietà nello spettatore, non solo non ottiene l’effetto sperato ma svilisce il contenuto e svia l’attenzione. D. non lo fa.
Possiamo confrontarci su quanto e quanto effettivamente bene sia stato sviluppato il main character, ma non abbiamo dubbi su chi sia – e alle volte non basta mica che uno dia il titolo alla serie per farsi notare fra la calca. Il mondo di D. è arredato a sufficienza per metterci a nostro agio, ma non è lo showroom di un designer pieno di sé.
Secondopoi, la lentezza.
L’arco narrativo orizzontale si sviluppa in 12 puntate da 50 minuti circa l’una.
E la cosa migliore è che ha la netta preponderanza rispetto agli archi verticali che nascono e muoiono in ciascun episodio, tanto che a me son rimasti impressi vagamente.
Se restiamo nella stessa tematica dei serial killer e osserviamo Criminal Minds, vediamo subito che gli archi narrativi davvero significativi sono quelli interni agli episodi, molto calcati, tanto da venire a noia nella loro similarità ripetitiva (potete sbizzarrirvi quanto volete nelle variabili e nelle devianze, ma la sostanza, cioè l’uccidere, quella è).
Ci sono, certo, storie che attraversano le stagioni longitudinalmente – mi perdonerete se non ricordo i dettagli, ma so che Reed ha avuto un S.I. nonché stalker tutto suo, aficionado, che gli ha dato il tormento per un bel po’; c’è stata la rottura con Gideon cui è seguito Hotch ecc. – ma queste storie letteralmente affogano dentro il marasma di un mondo caotico nel quale forse solo l’1% della popolazione non ammazza qualcuno con regolarità prima di colazione (il pilates è roba superata).
E dunque, soprattutto se visto ben tredici anni dopo la messa in onda; il dipanarsi autocentrico e degno del più sano aplomb inglese del senso di una vita, che per vocazione ne recide altre (e questo, lo ribadisco è argomento bastante e sufficientemente pregnante per se stesso) prende il ritmo di una birra sorseggiata con calma sulla veranda di una casa di campagna, anziché quello forsennato di un McBurger ingollato di fretta a bordo di un taxi che spinge invano il traffico newyorchese.

E’ tutto.
Vado a prenotare la seconda stagione.
Che la fuck-forza di Debra sia con me.

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Presenza manifesta

Ricalcando in qualche modo un titolo di Ozpetek per citare quello d’una nuova serie tv che ho deciso di seguire (e qui si ferma l’apporto creativo a questo post), vorrei dire giusto due parole su Manifest – andata in onda ieri sera su Canale 5 coi primi tre episodi.
Di voli aerei che stravolgono la vita di un gruppo di persone già ne abbiamo visti (Lost su tutti), così come di gente che doveva essere morta ma non lo è, e dopo anni ripiomba in un mondo che non riconosce più come suo.
Il riassunto del plot, dunque, è d’impatto ma assai semplice: alcuni passeggeri accettano, dietro promessa di rimborso, di imbarcarsi su un volo successivo a quello che avevano prenotato, dalla Giamaica agli Stati Uniti. Al loro arrivo, circa tre ore dopo, scopriranno che i loro familiari ed amici li avevano dati per morti, poiché da cinque anni attendevano un improbabile ritorno di un aereo del quale s’erano perse le tracce… e, naturalmente, quei familiari e quegli amici in quei cinque anni di iato sono invecchiati, cosa che ai protagonisti invece non è accaduta. Si sono rifatti una vita, eccetera.
Strane coincidenze, strani fenomeni, a volte strane capacità del tutto nuove e ben poco usuali si affacciano sulla scena e nella mente dei sopravvissuti degli sbarcati, e tutto concorre al bene di coloro che amano Dio al mistero lievemente soprannaturale, subito “attenzionato”, come si direbbe oggi, dai più discreti e pericolosi organi di governo.

Ora.
Lasciatemi esprimere una critica elementare, che tuttavia non vuole deprezzare un prodotto interessante – tanto da farmi scegliere Mediaset per una serata: le principali svolte narrative legate alla vicenda dell’aereo sono tutte ultra-telefonate. E questo in un mistery non è esattamente un punto a favore.
Eppure il dato di fatto non mi ha infastidita. Non so se sia voluto, ma stante che di per sé il tema è a forte rischio di deja-vu, forse la gran velocità con cui le prime puntate si sono dipanate e immediatamente rivelate mira ad evitare proprio questa sensazione – e del resto gioca a favore della seconda, e per me più importante, linea narrativa: che ruota attorno ad un gruppo di persone impegnato a rimettere insieme i cocci di un’esistenza che sino a un minuto prima dava per scontata, o comunque per acquisita.

Nonostante la (presunta) pecca e la non assoluta novità, Manifest mi è piaciuto.
[Dategli una possibilità: qui trovate lo streaming].
Inoltre mi ha condotta inesorabilmente ad esplorare di nuovo, in sogno (per la cinquantesima volta…) l’idea che un proprio caro defunto possa “fare ritorno”: insomma ho immaginato di nuovo che mia madre rientrasse a casa come niente fosse, e si trovasse di fronte ad un appartamento diverso, modificato secondo criteri non suoi – e a volte persino semivuoto, in via di ristrutturazione -, ad una figlia che non la attende più, per lo meno nella consueta forma fisica, ad abitudini e vissuti mai “implementati” nei propri.
E’ una questione affascinante, e senza volermici addentrare, per ora, ben vengano i sogni che mi permettono di esplorarla senza rischi reali.

Serie Tv .1: Twin Peaks

Tralascio di creare una sottocategoria apposita per le serie tv, dato che non ne seguo moltissime e, soprattutto, è raro che ne veda una per intero a posteriori (in questo caso 28 anni dopo!) bevendomi un episodio dietro l’altro.
Twin Peaks, un po’ per l’aura leggendaria ed un po’ per il genere, o meglio il mix di generi, interessante, mi stuzzicava da tempo; ma il fattore decisivo che mi ha spinto a noleggiare il cofanetto è stata la lettura dell’articolo di David Foster Wallace dedicato a Lynch (sia detto a suo merito di aver centrato in pieno una considerazione che lì per lì mi aveva lasciato scettica: Tarantino è in debito pressoché totale con il regista più disturbato di tutti i tempi).
Speravo senz’altro di trovar conferma del tanto lodato fascino dell’intreccio e delle caratterizzazioni, ma non mi aspettavo, obbiettivamente, così tanta roba.
E’ proprio vero che Tp ha rappresentato una pietra miliare, di quelle che spartiscono il tempo in due: dopo il passaggio in tv, l’universo-fiction non può più essere il medesimo – e tante tante cose nate dopo l’evento, fanno riferimento ad esso per strutturarsi e definire il mondo che raccontano: da X-files (Duchovny per altro compare in Tp), a Criminal minds, passando per altri centomila (non escluso Desperate housewives, che di certo non ha pescato ispirazione soltanto da Peyton Place).
Se vi pare strano accostare un thriller paranormale ad una fiera campionaria di soggetti anormali, può essere solo perché – com’era vero per me fino a pochi giorni fa – ignorate cosa sia Tp: in breve, una miscela estremamente coerente e fluida di generi e stili differenti, sospesa o forse immersa in un magma dove thriller (a dosaggio alterno di paranormale) e pulp convivono, nella stessa stanza in cui potete trovare anche la (ormai) classica indagine poliziesca-efbiaiesca che spazia da un brutale ma tradizionale omicidio alla tragica vicenda personale del (super)detective legato a doppio filo all’immancabile serial killer.
Nella mescola il momento ansiogeno e talora persino noir si fonde e si accavalla, più che avvicendarsi, alla comicità metacinematografica ed al grottesco; non c’è soluzione di continuità, e del resto perché dovrebbe essercene? La vita non ha cesure nette.

Vero è che la seconda stagione, al di là del calo di audience che registrò alla prima messa in onda, tende un po’ troppo a forzare la mano al soggetto: se con il chiarimento del perché, del come e del chi abbia ucciso Laura Palmer non si esaurisce il materiale narrativo, è altrettanto innegabile che tanto l’aspetto più mistery quanto quello di più sottile critica sociale – chiamiamola così per intenderci – hanno già dato il loro meglio proprio con quel primo asse portante.
La comparsa, prima collaterale poi spostata al centro della scena, di Windom Earle; la confessione di Cooper su come sia nata la loro rivalità (con l’ideazione, di nuovo gratuita, di un personaggio femminile che a mio parere sarebbe stato perfetto corrispondesse alla fantomatica donna “ascoltante” di Dale, Diane); funzionano quanto basta ma non scorrono, non hanno nemmeno lontanamente lo stesso naturale appeal della storia di Laura.
Eppure, nel frattempo, mi sono fortemente affezionata a quella manica di matti dei personaggi, alla località – comprensiva delle presenze nel bosco e dei gufi che “non sono quello che sembrano” -, tanto da accarezzare l’idea di trasferirmici anch’io, e persino alla maledetta segheria. Per tacere del ceppo…
… dunque, pur riconoscendo la validità delle critiche alla seconda altalenante stagione, queste non rappresentano un ostacolo al godimento puro che l’infilata di episodi mi ha garantito; sino al finale rimasto ahinoi una promessa sospesa e incompiuta di nuove vicende (ma, fortunosamente, perfetto anche come cupo lascito di Bob: niente si conclude mai veramente, niente si salva se non temporaneamente). Davvero un bel colpo.