Abilismo: l’-ismo dimenticato

Fonte: Frammenti, qui.

disabile

Estate, finalmente!
Le sere calde e ventilate, i tramonti alle nove di sera.
Il caldo, le zanzare, le ascelle pezzate.
Gli sguardi, i giudizi, i commenti stronzi.

Estate, finalmente!
La corsa alla spiaggia, i falò con gli amici, cercare con ansia uno stralcio d’ombra.
Sapete chi altro rimane in quell’ombra, al contempo inesistente e ipervisibile?
Il corpo disabile.

Un corpo che spesso per la società non esiste (parliamo di barriere architettoniche, strutture non attrezzate, servizi non erogati…) o diventa estremamente visibile solo nel momento in cui ti passa davanti, è davanti ai tuoi occhi. Allora sì, si accende lo sguardo: ma morboso.

Usiamo l’estate come pretesto per parlare di visibilità e di libertà dei corpi, che abbiamo definito come il diritto delle persone di muoversi nel mondo senza incorrere in alcun tipo di giudizio, discriminazione, violenza o imposizione dovute alla loro percepita impossibilità di rispecchiare la norma.
Per cui sì, parliamo di ideali impossibili e commercializzazione della bellezza, della rivoluzionarietà dei corpi non conformi di reclamare la propria bellezza e al contempo del rifiuto della bellezza come categoria (dove? Ma qui!).
Ma parliamo anche e soprattutto, a prescindere dal mero giudizio estetico, di tutti i corpi: non esiste femminismo intersezionale se ci si astiene dal parlare di disabilità. Non esiste femminismo intersezionale se non si parla di abilismo.

Cos’è l’abilismo?

L’abilismo è l’atteggiamento discriminatorio nei confronti delle persone con disabilità.  Il termine deriva dall’inglese ableism, che fa riferimento all’abilità – fisica o mentale – come norma e unica condizione accettata.
L’abilismo, al pari di altre discriminazioni più conosciute quali razzismo, sessismo o omobitransfobia, si manifesta in una serie di veri e propri atteggiamenti oppressivi che la società attua a livello strutturale nei confronti delle persone disabili, andando a sottovalutarne o limitarne il potenziale.
Per saperne di più sulla storia e le implicazioni dell’abilismo vi consigliamo di leggere questo bellissimo articolo su The Vision scritto da Elena Paolini, attivista per i diritti disabili.

Il presupporre che tutte le persone abbiano un corpo abile porta ad una serie di discriminazioni: dall’inaccessibilità di alcuni luoghi, all’erogazione di servizi scadenti perché un corpo non abile viene considerato meno meritevole di ricevere cure o servizi, all’affermare che la persona disabile debba ritenersi “grata” se riesce a ottenere quelli che dovrebbero già essere suoi diritti.

È fondamentale rendersi conto che i nostri corpi e le nostre menti fanno esperienza del mondo in modi molto diversi tra loro, ed è ora di diffondere il concetto che l’abilità fisica o mentale nella nostra società sono condizioni di privilegio sociale così come l’essere bianchi, eterosessuali, cis, benestanti, eccetera: la disabilità equivale quasi ovunque a minori diritti e spesso a impoverimento.
Maria Chiara Paolini, Non c’è femminismo senza lotta all’abilismo

Tra pietismo ed eroismo.
Due facce della stessa medaglia (di m*rda)

C’è sempre stato qualcosa che a istinto non mi è mai tornato nel modo in cui vengono mediamente raccontate e commentate le vicende riguardanti persone disabili. Leggevo sì  parole… positive, incoraggianti. Ma c’era un sottotesto di sbagliato che non riuscivo a decifrare e mi rimaneva addosso. Già, in realtà non era così difficile da capire: informandomi un filo più attivamente ho trovato le parole per descrivere questa sensazione.

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Il corpo, la persona disabile -quando non apertamente discriminata e allontanata- rischia di ricevere due tipi di reazioni, solo apparentemente opposte: pietismo ed eroismo.
Due facce della stessa, inutile medaglia: da una parte la retorica del “poverin*”, che scivola pericolosamente dalla pietà al disgusto, dall’altra il ritenere eroico un qualunque gesto una persona disabile compia. Hai scalato l’Everest o fatto la spesa? Non importa, in ogni caso che coraggio, che ispirazione, che forza che hai!
Basta aprire un post a caso su Facebook che parli di una qualche persona disabile per ritrovarsi sommersi da una serie di commenti che vorrebbero essere positivi ma mostrano i lati più viscidi della retorica abilista. Dal “dovremmo tutti prendere ispirazione da…” “dopo aver visto X sto rivalutando la mia vita e i miei problemi”, fino ai terrificanti “i [inserire disabilità] sono migliori di noi, sempre così felici e buoni!”.
Come se la disabilità fosse l’unica caratteristica riconoscitiva di una persona, o l’essere disabile automaticamente ti ponga in uno stato di eterno bambino gioioso e incapace di intendere e volere.
Da qui l’incapacità di vedere il corpo disabile come desiderabile o attivo sessualmente. Per non parlare di tutta una serie di immagini che stereotipicamente vengono associate alla disabilità: dagli spot pregni di commiserazione per raccogliere fondi per la tale associazione alle immagini motivazionali con i bambini che corrono felici con le protesi. Il sottotesto è sempre lo stesso: poverini, che bravi a mostrarsi a noi abili.

La giornalista e attivista Stella Young chiama Inspiration Porn (pornografia motivazionale) la rappresentazione delle persone con disabilità come fonte d’ispirazione (per le persone non disabili, ovviamente) unicamente per il fatto di avere una disabilità.
Il termine pornografia è usato deliberatamente, perché si riduce ad oggetto una categoria di persone a beneficio di un’altra. Le persone disabili diventano un qualcosa cui guardare e pensare “dai, la mia vita non fa così schifo! Potrei essere loro”.

Per molti di noi le persone disabili non sono insegnanti, dottori o estetisti. Non siamo gente reale: noi esistiamo per fornire ispirazione. […]
Ci hanno insegnato che la disabilità è una Cosa Negativa, con la C e la N maiuscole. E’ una cosa negativa, e quindi vivere con una disabilità ti rende eccezionale. Non è una cosa negativa e non rende eccezionali.

Stella Young nel suo Ted Talk

O ancora, la retorica del Super Crippledi cui parla qui Sofia Righetti, attivista e atleta paralimpica.

Il super cripple, letteralmente il “super storpio”, è uno stereotipo che la società ha creato sulle persone con disabilità, per poterle includere ed accettare. Si ritiene che le persone con disabilità siano sempre straordinarie, che qualsiasi cosa facciano debba essere eroico, fuori dal comune, letteralmente delle imprese eccezionali.
[…] questo crea una grossa ansia nelle persone con disabilità, perché fin da subito si sentono in dovere di eccellere, di dimostrare di poter fare cose eccezionali, di dover lavorare e impegnarsi il doppio rispetto ai normoabili per essere considerate, altrimenti passano nella zona grigia dell’invisibilità.
Eppure non tutti hanno lo sbatti di vincere le medaglie di Zanardi o della Vio, non tutti hanno le possibilità socio-economiche di pagarsi gli allenamenti o di viaggiare in giro per il mondo.
Lo stereotipo del super cripple crea ansia, inadeguatezza e aspettative troppo alte, che non sono richieste alle persone non disabili. […] Ma le prestazioni eccezionali sono appunto, un’eccezione. Rivendico il mio diritto di essere disabile e mediocre, e di non dover dimostrare una beata minc*** a nessuno per avere valore.

Microaggressioni

Le microaggressioni che una persona disabile subisce toccano ogni ambito, e non è difficile capire come a lungo andare possano comprometterne la salute mentale.
Si parte dal linguaggio, che sotto un velo di innocenza spesso nasconde un’estrema violenza; dai fenomeni che usano certi termini come insulti “hai la 104!” “handicappato!” a termini e frasi solo apparentemente neutre come “invalido”, “costretto in carrozzina”, “nonostante tutto vive la sua vita”.
Un pietismo talmente sistematico, talmente abituato a considerare la vita di una persona disabile come un peso per se stesso e per gli altri, che quando i media riportano l’uccisione di un disabile da parte del caregiver si parla di “raptus”, “troppo amore”, “liberazione”. Non vi pare una retorica già sentita da qualche parte?

Come dice qui Sofia Righetti, “Sentirsi dire «complimenti per il coraggio, perché io nelle tue condizioni non riuscirei ad uscire di casa» è umiliante, ve lo posso assicurare. Non è un complimento, ma una microaggressione che offende, fa sentire diversi, sfigati. Il pietismo è talmente palese da diventare soffocante.”

ableism

Sono questioni totalmente invisibili se non le vivi sulla tua pelle. O se non ascolti chi le vive; perché sì, in realtà basterebbe ascoltare e informarsi. Un paio di esempi veloci, su questioni “normali” che hanno come minimo comun denominatore la libertà di movimento?

Bisogna smetterla di giustificare tutto con un “ma le sue intenzioni erano buone, apprezza lo sforzo”. Le buone intenzioni non valgono niente se come unico risultato arrecano danno alla persona: bisognerebbe invece aprire una riflessione sul perché riteniamo “buoni” o “giusti” certi atteggiamenti, perché invece sortiscono l’effetto opposto, e come cambiare questa retorica.
Bisogna creare spazi di riflessione sul tema dell’abilismo come già si sta facendo su altri temi altrettanto importanti, parlando con i diretti interessati e non costruendo castelli su quello che noi abili riteniamo giusto.
Non dovrebbe essere difficile, ma purtroppo è ancora così: dal dare per scontato quali siano i veri bisogni di una persona disabile senza neanche, come dire… chiederglielo, fino alle conferenze in cui speaker e relatori sono principalmente medici e caregiver. Raramente le persone disabili vengono messe in primo piano persino quando si tratta di discutere cosa sia meglio per loro.
Si tratta di ablesplaining, l’atteggiamento paternalistico e condiscendente con cui una persona abile spiega ad una disabile “quali siano i suoi diritti e quali no, quando puoi arrabbiarti e quando no, quando sentirti discriminat* e quando no, cosa puoi pretendere e cosa no.”

Il carico mentale dell’invisibilità

Se poi da una parte l’avere una disabilità fisica porta ad una ipervisibilità del proprio corpo – e della propria disabilità-, dall’altra esiste tutta una serie di “disabilità invisibili” che peggiora la situazione.
Dal dover continuamente affermare di essere effettivamente disabili (“non è possibile, non ci credo”) ai paladini della giustizia che questionano la tua disabilità  (“Te ne stai approfittando, lascia il posto ai veri disabili”), si viene a creare un carico mentale estenuante per la persona disabile.
Essere costretti a giustificare la propria esistenza è meschino e dannoso per la persona stessa.
Consiglio, nel caso parlaste inglese, il canale Youtube di Jessica Kellgren-Fozard, la meravigliosa donna dalle mille diagnosi invisibili: “Adding vintage fabulousness to a life with disabilities and chronic illnesses, aided by my beautiful wife Claudia and our adorable pups.” In particolare vi consiglio questo video, Sono un impostore?

Ho detto “parlaste inglese”, ma in realtà potrei dire anche solo leggeste; perché il canale di Jessica è totalmente accessibile, ogni video è dotato sia di audio che di sottotitoli in inglese. E da qui un ultimo spunto.

Rivendichiamo la libertà dei corpi anche nello spazio digitale.

Perché al giorno d’oggi lo spazio online è diventato fondamentale, non è più qualcosa di extra. E’ passato dall’essere un privilegio a un vero e proprio diritto.
Per cui ecco una serie di consigli per essere davvero inclusivi, partendo dalle piccole cose che per noi creatori di contenuti richiedono sforzi davvero minimi (ma anche se richiedessero sforzi un filo più impegnativi, se questo significa migliorare l’esperienza di una persona disabile online, non vedo perché non farlo).
Disability justice is a practiceovvero la giustizia per la disabilità è una continua pratica.

  • Mettere i sottotitoli ai video e alle storie, ci sono tantissime app che servono a questo scopo. Nel caso delle storie basta anche solo descrivere il contenuto della storia con le opzioni di testo.
    .
  • Aggiungere in [alt text] le descrizioni delle immagini contenute nei post.
    .
  • Aggiungere ID nella descrizione, in modo tale che le persone che ripostano l’immagine possano facilmente ripostare anche gli ID (visto che su Instagram i commenti non si possono copiare).
  • Mia Mingus fa un elenco completo qui.

quindi… dicevamo? Ah, giusto!

Estate, finalmente!
Il mostrarsi in spiaggia, l’uscire la sera col proprio corpo non conforme, lo stracciare ideali imposti di bellezza e il mandare a fanc*lo la norma imposta. E magari, tra un “siamo tutt* bellissim*” e l’altro, il dare un giusto riconoscimento alla presenza delle persone disabili.

qui non si tratta di dire “siamo tutti uguali”, che mi suona pericolosamente simile a un “non vedo colori”. Non si tratta di far finta che abbiamo tutti le stesse abilità fisiche e mentali, gli stessi bisogni, perché non è così: ma bisogna smetterla di ignorare le persone che non rientrano in una norma stabilita a livello numerico.
Smetterla di pensare che una persona disabile non possa essere autonoma e avere una qualità della vita normale. Smettiamola di progettare un mondo e una società che non è a misura di tutt*.

“Essere disabile è un po’ difficile, dobbiamo effettivamente superare certi ostacoli. Ma gli ostacoli che superiamo non sono quelli che pensate voi. Non sono cose da fare con i nostri corpi.
Uso il termine “persone disabili” deliberatamente perché aderisco a quello che viene chiamato “modello sociale di disabilità”, che ci dice che veniamo resi disabili più dalla società in cui viviamo che non dai nostri corpi e dalle nostre diagnosi.
Voglio vivere in un mondo in cui non ci siano aspettative così basse nei confronti delle persone disabili in cui la gente si congratuli con noi perché riusciamo ad alzarci dal letto la mattina e a ricordarci il nostro nome.”
– Stella Young

Progetti, persone.

Concludo con una serie di articoli, progetti e persone da seguire per informarsi e sensibilizzarsi su questi argomenti.

Articoli & Video

Mettersi a nudo

Non puoi dire di conoscere una persona
finché non ti capita di dover dividere un’eredità con lei.

Johann Kaspar Lavater

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Amo le storie. Le vite degli altri, per citare un noto e bellissimo film.
Non è solo mera curiosità, che del resto se non risulta troppo pruriginosa e rispetta il proprio soggetto di interesse è cosa lecita. E’ che la vita, il mondo, le persone mi appassionano. Non sempre, ma per lo più mi piacciono, ed anche quando così non è raramente non hanno nulla che mi intrighi, e/o mi insegni qualcosa.
E’ il motivo principale per cui in anni recenti la non-fiction (che usa i mezzi della narrativa applicati alla biografia, al reportage, al saggio) è diventata tanto importante per me.

Amo anche test (attitudinali e d’altro genere), meme, questionari, confessioni-condivisioni di gruppo e qualsiasi gioco (gioco puro, formativo, o altrimenti finalizzato che sia) che implichi un entrare, se non nell’intimità, nella personalità degli altri e nondimeno – alle volte principalmente – nella propria.
Non a caso una delle mie materie preferite di sempre è la Psicologia (e affini).
Il mio gioco preferito dall’adolescenza in avanti? Obbligo o Verità, ovviamente.
Anche se io, senza appello, ho sempre scelto verità.

Ma ogni occasione è valida per esercitare una passione, e così negli ultimi mesi – specie quando sento il bisogno di un sottofondo, di compagnia, e tengo accesa a lungo la tv – molto spesso seguo Forum su Rete4.
Io da sempre schifo quasi tutto di Mediaset (questa deriva nazional-popolar-trucida è dunque da imputarsi alla pessima influenza di S. su di me), eppure il potere di attrazione di questo baraccone (recitato, come tutti sappiamo, ma pur sempre basato su casi e sentenze reali) supera confini finora mai immaginati.
Sarà che, più ancora che i politici e gli opinionisti d’ogni sorta, scatena la polemista ho dentro (infatti per un’ora e mezza non la smetto di commentare tutto).
Sarà che fornisce, involontariamente, una mappa piuttosto ricca ed aggiornata su molti aspetti della società, e permette di riflettere – anche solo mossi dal disgusto, talvolta – su questioni fondamentali. Forse persino più chiaramente di programmi seri.
Fatto sta che, secondo me, anche Forum sarebbe un valido “test” per mettersi alla prova reciprocamente (un buon stress-test per fidanzati, roba da consigliare nei corsi pre-matrimoniali, ma perché no: anche per potenziali amici. Dio solo sa se sono una che non mette veti preventivi, ma se in certi casi alcune attitudini di chi avevo di fronte fossero emerse prima, mi sarei regolata di conseguenza e risparmiata investimenti eccessivi).

In definitiva, “mettersi a nudo” per me ha più spesso che no una valenza positiva.
(Sono addirittura favorevole, fatti salvi determinati criteri, ai matrimoni combinati: che non sono privi di sentimento, ma non lo assolutizzano; e prevedendo la reciproca radiografia dei partner tendono ad essere più onesti dei nostri colpi di fulmine).
E in genere provo imbarazzo per cose assai diverse da quelle più comunemente  sentite come problematiche.
Col tempo mi sono fatta meno “sbadatamente” aperta, ma per difesa, non per natura.
Come direbbe mio padre, e proprio com’è stato per lui, sono un libro aperto.

La morte, oggi

[Fonte: Berlicche, qui]

L’allungarsi della vita, la mancanza di guerre e di epidemie, hanno voluto dire, per molti, il dimenticare che sia la morte.
Oggi non ce ne rendiamo conto, com’era.
Duecento anni fa ogni bambino aveva un fratello, una sorella, un parente della sua stessa età, un compagno di giochi che non ce la faceva. Si ammalava, moriva. Figli di poveri e figli di re. quanti orfani. quante vedove. quanti pochi anziani.
Un secolo dopo. Probabilmente conosciamo, abbiamo conosciuto persone che c’erano, cent’anni fa. Era appena terminata una guerra che aveva falcidiato la gioventù, e un’epidemia mortale come l’odierna, ma che trovava l’umanità molto più indifesa. Anche allora si sapeva cosa voleva dire morire.

I nostri vecchi conoscevano la morte; la rispettavano;  ci si poteva anche scherzare, ma erano quegli scherzi che si fanno a mezza bocca. Non si ironizza troppo su ciò che ti può venire a prendere domani. C’è poco da ridere.

Il domani in cui arriverà quel momento, in questa nostra era di sicurezze lievi e svago, è invece troppo remoto perché sia considerato seriamente. I lutti sono brevi e distanziati; attorno a noi ci sono mille cinture di sicurezza, mille maniglioni antipanico, mille airbag. Se qualcosa di imprevisto accade, non ti preoccupare: saranno loro a mantenerti al sicuro. quando non funzionano ci si indigna, si cerca il responsabile; la sicurezza innanzi tutto. Sono dispositivi obbligatori per regolamento: ci sono leggi che garantiscono che si possano uccidere i bambini prima che possano disturbare con la loro presenza, e leggi che ti autorizzano a darti la morte; ma non a rischiare, rischiare è proibito. Lasciare la vita è accettabile se lo desideri, ma non per caso.
quei dispositivi di protezione sono il guscio corazzato che abbiamo fabbricato per allontanare la morte; e qualcuno sussurra bisbigli di immortalità, che dicono che un giorno avremo corpi bionici e meccanici e non vedremo mai la tomba.

questa è la nostra società. Un eterno presente, in cui il nostro domani mortale è sfocato come un oggetto distante in una fotografia, in un primo piano.

Un giorno è arrivato l’imprevisto. Una città cinese chiusa, e noi ne ridevamo. Troppo lontano. L’avvicinarsi silenzioso, di soppiatto, della sterminatrice; e ancora ne ridevamo.
Poi ha cominciato a bussare; e le file di bare hanno improvvisamente risvegliato qualcosa, un ricordo sopito.
La morte esiste. Ed esiste ora.

Tanto eravamo arrivati a sottovalutarla, riuscire a dimenticarci di lei, che ne siamo stati tutti colti di sorpresa. Adesso ci devi fare i conti. Devi fare i conti con lei tutta intera. Vuol dire che non vedrai più una certa persona; e ti domandi, dov’è finita? Dove sono finiti tutti i suoi ricordi, i momenti che ha vissuto? Che fine ha fatto quell’intelligenza viva, quell’amore che aveva, ogni singolo istante?

Tu sai cos’è ora. Cellule che si decompongono in un contenitore zincato, liquidi che si asciugano a poco a poco, e creature che si cibano di quelle carni che avevi accarezzate; fino a diventare cenere, fino a diventare terra.
Di quante ossa non conosciamo più il nome. Di quanti soprammobili impolverati più non sappiamo dire chi li comprò e li mise sullo scaffale. quante fotografie stinte di sconosciuti. Cominciamo ad accorgercene.

Ti sembra impossibile. Com’è possibile che quell’energia vitale sia svanita dal mondo? Che quella persona sia ormai  nient’altro che ricordo che sbiadisce, fino a cancellarsi, fino a quando più nessuno si ricorderà di quelle fattezze amate?

E’ sembrato impossibile ad ogni uomo, in ogni tempo. E’ una domanda, è LA domanda.
Che io sia felice. Per sempre. Che non finisca qui. Che ci sia un oltre, un posto che non vediamo che ma che sentiamo ci debba essere, in cui la morte dell’oggi cessi, dove non esistano più quelle guerre, quelle malattie, quelle ingiustizie che sperimentiamo quotidianamente. Un’altra vita, una vita nuova, sotto un cielo differente e non più indifferente.

Un luogo dove ritrovare chi mi è stato caro, e dove loro ritrovino me. Un eterno ritorno. Una resurrezione. La resurrezione.

Dimenticare la morte ci ha fatto anche dimenticare la resurrezione. Ci ha fatto scordare anche le condizioni di quella resurrezione. Perché se sogniamo cieli nuovi,  una terra di giustizia, allora in essa non c’è posto per il male. Compreso il nostro. Compreso quello che abbiamo fatto, facciamo, faremo.
Fosse solo per noi, per raggiungere quella terra non sapremmo dove andare. Ci arriveremo solo andando dietro a un bene. Non sarà un nostro sforzo a farci abbandonare il male, ma seguendo quello che si può chiamare amore ci guarderemo alle spalle e ci accorgeremo che quel male  è rimasto indietro. Come qualcosa che non serve più, che non è mai servito.

Certo, può essere tutta un’illusione. Può darsi che ci attendano solo i vermi ed il silenzio.
Ma davvero non lo crediamo. Davvero non possiamo crederlo.
Se ci attende solo il nulla, cosa serve davvero abitare la scena di questo mondo?
La morte sarebbe davvero la sola regina. Ma lo sappiamo, lo sappiamo: non siamo fatti per la morte, ma per quell’amore, per la vita. Lo diciamo con ogni nostro istante, ogni nostro respiro.
Lo diciamo vivendo.

Contro natura

Uomini e donne sono stati creati con un preciso progetto biologico.
La modernità, con l’esaltazione della possibilità tecnica fine a se stessa, ci ha indotto a credere di poter liberamente aggirare i limiti di natura e modellare l’esistenza a nostro comodo, ma questa illusione di onnipotenza ormai mostra il suo vero volto disumano, di sopraffazione del più usignolo sul più gufo.
E’ in atto una vera e propria dittatura, la dittatura del mattutinismo.
Ma le persone non sono più disposte a sopportare oltre, perché sbagliato è sbagliato, anche se lo fanno tutti!
Le coscienze si stanno risvegliando, è ora di ristabilire la verità delle cose.
E’ ora di affermare con forza che

alzarsi la mattina prima delle 11:00
è contro natura!

E allora vi invito ad alzare la testa e scendere con me in piazza, ogni giorno alle 16:30 quando gli schiavi del sorgere dell’alba escono derelitti dai loro lager uffici ed officine, per protestare sino a che non otterremo giustizia!

Facciamo sentire il nostro sbadiglio, ribelliamoci!

libri (gennaio 2020)

Albert Speer, Una biografia – Joachim Fest

Il degno completamento d’un primo trittico di letture sulla figura di Speer (i suoi diari tenuti nel carcere di Spandau, e le annotazioni che Fest fece durante le sue conversazioni con lui, allo scopo di aiutarlo ad organizzare e rendere pubblicabili le sue memorie).
Fest, oltre all’occhio vigile dello storico, ha davvero la grande capacità di rendere omogenei e leggibili con piacere i fatti, i dati, i racconti; e, inoltre, le sue analisi degli stessi – pur cristalline – non suonano mai come prese di posizione politiche, ma come indagini tenaci sul proprio oggetto di interesse.
Conta un buon numero di pagine, quasi 400, ma scorre egregiamente.
Non sarebbe stato male se avesse ricostruito anche l’infanzia dell’architetto del Reich (del quale dovrò bene recuperare qualche disegno e progetto…), che liquida come “normale” e priva di alcunché che facesse presagire le inclinazioni di Speer adulto (e io dissento su questa conclusione tratta un po’ troppo rapidamente); ma stante la focalizzazione sulle vicende totalitarie, capisco.

Ventotto domande per affrontare il futuro – Theodore Zeldin

Ho letto con curiosità un primo gruppo di capitoli di questo testo di ricerca filosofica, che ormai anni fa avevo adocchiato sugli scaffali di una Feltrinelli locale e m’era rimasto impresso – innanzitutto per la varietà di argomenti toccati, dalla religione alla politica, dalla ricchezza e la povertà ai gap generazionali, passando per il lavoro.
Purtroppo non è stato all’altezza delle aspettative. E questo mi insegna che non tutti i libri a cui guardo con passione, pregustandoli, meritano tanto investimento anticipatorio.
Se fare filosofia significa impostare una proposta di “pensiero differente”, Zeldin effettivamente la offre. Ma se significa seguitare a ripetere lo stesso concetto senza mai svilupparlo davvero, affidandolo a riflessioni vaghe – e talvolta francamente irritanti, come quelle sull’ecumenismo -, ecco, ne faccio anche a meno. Infatti dopo un terzo di libro il resto l’ho letto solo in parte, a brani.

L’incredibile viaggio delle piante – Stefano Mancuso

Volevo leggere Mancuso da un pezzo, ma ancora non m’ero decisa: scoprendo un suo libro che neppure conoscevo attraverso questo post di Luigi Scalise, che ne fornisce delle anticipazioni, ho deciso di buttarmi e l’ho prenotato in biblioteca (per altro, l’ho avuto subito, perché ne abbiamo una copia proprio qui).
Tra una tavola d’atlante e l’altra, dipinte ad acquarello e con foglie in vece di continenti, nomi erboristici e floreali in luogo dei nomi di stati ed oceani a noi noti; il neurobiologo del mondo vegetale raccoglie una serie di brevi, ma affascinanti storie di piante sopravvissute (per esempio all’atomica), fantasiose (per esempio certe palme esplosive), tenaci (i cui semi sono stati capaci di germinare dopo migliaia di anni) e indomite (quelle nate sulle macerie di Chernobyl).
Mancuso utilizza uno stile semplice, alla mano, e si percepisce che non è un espediente divulgativo: emergono tanto le sue competenze quanto la varietà dei suoi interessi, ma anche un’umiltà di fondo non frequente.
Ideale per una lettura leggera, che apra una prima porta su un mondo ancora poco noto.

La straniera – Claudia Durastanti

L’avevo messo in lista perché avevo inteso parlasse di sordità, ma leggendo il relativo post di Nick ho capito che in realtà parla di svariate faccende, e soprattutto che “la straniera” non è la madre in quanto sorda, ma l’autrice stessa – italiana “di ritorno”, accidental American poiché nata colà, e rientrata poi in lucania.
Si tratta del suo quarto libro, diviso in sezioni tematiche come fossero quelle di un oroscopo (l’ultima, infatti, si intitola Di che segno sei?).
Me la sbrigo presto: non mi è piaciuto, e infatti dopo i primi capitoli – sezione Famiglia – l’ho interrotto e mi sono limitata a sfogliarlo, piluccando qua e là per scoprire se più avanti cambiasse. Non cambia. Manca un vero racconto, e l’esito è quasi una fredda elencazione di eventi, di vissuti disposti in un modo che spesso fa perdere il filo, e non arriva a rendere fatti e persone un minimo familiari: dove non c’è immedesimazione, ci dev’essere però almeno un senso di comunanza umana, di compresione che avvicini. In questo libro, tutto è estraneo e poco rilevante, persino quando si dice di disabilità, ribellione alle norme sociali e suicidio.
Effetto difficile da ottenere, e per questo tanto più deludente.

Donne senza figli – Susie Reinhardt

Volevo iniziare la nuova serie tematica e sono partita da quello che mi è sembrato il libro più “generalista” e leggero della mia mini-lista. Ve lo dico subito: se la materia vi interessa, saltatelo direttamente e dirigetevi su altro. Nulla di terribile, e del resto occupa una sera o due al massimo, ma è piuttosto rozzo e si perde in considerazioni a mio avviso assai limitate da parzialità e pregiudizio nei confronti della maternità (oltre a non essere recente: è stato pubblicato nel 2004).
In compenso, avida di testimonianze come sono, ho letto volentieri le brevi analisi che svariate donne tedesche intervistate hanno fatto di sé e delle proprie prospettive e preferenze. L’argomento non è nuovo né sconosciuto, eppure ancor oggi non si può affatto dire assimilato: vale la pena parlarne.

Per una sinistra reazionaria – Bruno Arpaia

Per ammissione dello stesso autore, è più un collage di citazioni commentate che un saggio. E tuttavia fare un collage coerente di pensatori per supportare la tesi che, legandosi al liberalismo ed alla sua sete di progresso e modernità, la sinistra si sia perduta e sia stata vinta, non è un’operazione banale: è come attaccare insetti a una bacheca con le pinzette.
E’ stato curioso – e ben poco divertente – trovare un riscontro alla (non solo) mia convinzione che il Pd abbia sancito definitivamente la deriva, portando un sacco di gente ad affermare che “destra e sinistra non esistono più” (entrambe liquefatte nel mercato assurto a dogma). E’ anche piuttosto evidente, a dire il vero, ma avendo amici che persistono nel votarlo, e più in generale riconoscercisi, nonostante siano di sinistra – e persino cattolici: trovo proprio oggi un post di Berlicche che fa perfettamente pendant -, anche il mio stupore e la ruminazione persistono. La notazione, ancora in nuce, sul Pd Arpaia la faceva qui nel 2007.
Particolarmente riuscito, ed attuale fra gli altri, il capitolo che discute l’abbattimento del concetto di limite, dell’autorità, ecc.; tutti esitati nel contemporaneo imperativo al diritto individuale assoluto, alla negazione della preminenza del bene sociale (in realtà, scrive distinguendolo, comunitario) rispetto al personale, all’intolleranza per il divieto. Cose note, ma piacevoli da sentire giungendo da un (fu) schieramento che ci siamo abituati a considerare perfettamente intercambiabile con il suo antipodo: la sinistra, per l’appunto.

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La cucina della filibusta – Melani Le Bris

Ne ho parlato qui.


I libri non commentati:
Gratis, Fare tutto (o quasi) senza denaro – Massimo Acanfora

Welcome home (Sanitarium)

Per Slavoj Žižek – che riprende le parole della rivista Time Out – Joker è un “horror sociale”, qualcosa d’inimmaginabile fino a poco tempo fa. Siamo al secondo paragrafo, esattamente a metà della prima colonna d’un articolo lungo 5 pagine e mezza – e mi sto mettendo ad urlare.
Un mugolìo strozzato si fa strada al paragrafo successivo, in cui il filosofo / studioso della psicanalisi (così lo definisce Internazionale) sloveno afferma che Arthur-Joker rimane un estraneo fino alla fine.
La cosa si fa interessante: quanto sangue dagli occhi riuscirà costui a farmi scorrere? Sino a dove l’orrore di un ammasso di fesserie può spingersi? Parafrasando la Vodafone, ecco: l’orrore è tutto intorno a me.

Ho saputo da subito, e vi ho contribuito io stessa, che questo film avrebbe scatenato interpretazioni e sovrainterpretazioni. E non lamento certo che ne siano piovute: specialmente da parte di chi fa dell’analisi un mestiere.
Ma J, qui, parimenti che nel fumetto Arkham Asylum: Una folle dimora in un folle mondo, non è più protagonista di quanto lo sia Batman, che pure si trova a suo modo al centro della vicenda – eh sì, Lucius. J non ha altra funzione se non quella di anfitrione: lui ci convoca ad Arkham (o a dare un’occhiata dietro il sipario del Murray Franklin Show), ci apre la porta all’arrivo e la riapre al momento di “liberarci” nuovamente nel consesso umano. Punto. Nel mezzo ci sta un gioco: nelle viscere di Arkham, scarsamente illuminate, Batman si ritrova dentro un terrificante utero costretto a giocare a nascondino più con se stesso che con i suoi avversari. E nelle viscere di un cinema siamo pur sempre anche noi dentro un utero più o meno confortante o confrontante – come che Fleck si collochi nei nostri schemi interpretativi, appunto, è prima di tutto un gioco che giochiamo insieme, regista attori e spettatori.
Ma che can can!
Cos’è il cinema se non un passion play, inteso tanto come gioco quanto come recita?

The passion play… as it is played today.

Così recita una delle pagine introduttive al fumetto.
today è l’avverbio giusto, stante che se pur son cambiati (alcun)i metodi e strutture, la natura della relazione con la malattia (mentale, ma anche sociale) non lo è.

“Io non voglio stare tra i matti!”, esclamò Alice.
“Oh, non puoi farci niente”, disse il Gatto
– “qui siamo tutti matti. Io sono matto. Tu sei matta”.

“Come fai a sapere che sono matta?”, disse Alice.
“Devi esserlo”, disse il Gatto. “Altrimenti non saresti qui”.

Lo riconoscete? E’ il principio paradosso del Comma 22 di Heller: «Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo.»
E per converso, chi è sano può chiedere che il proprio fascicolo in carico ai Servizi Territoriali di Psichiatria venga chiuso (che è più di archiviato), ma chi è in carico ai Servizi di Psichiatria è per definizione pazzo, senza possibilità di ritorno.

E’ per me che ho paura. Ho paura che il Joker possa avere ragione. A volte metto in dubbio la razionalità delle mie azioni – [ma chi lo fa, non è la più sana delle persone?] – e ho paura che quando varcherò le porte di quel manicomio… quando sarò dentro quel manicomio, e il portone si chiuderà alle mie spalle… sarà come essere di nuovo a casa.
– Batman

Arkham-Jolly-Glass

Tempo fa un’amica, conosciuta in un gruppo di auto-mutuo aiuto per depressi, a seguito di una crisi maniacale (era bipolare) è stata ricoverata in Psichiatria. Non voglio nemmeno cercare di recuperare i dettagli del ricordo del giorno in cui andammo, io ed L., a visitarla – e ci ritrovammo a doverla difendere dai medici. Non rammento (questo non lo rammento davvero) a che proposito, ma stava spiegando un suo pensiero, che aveva anche una certa valenza nella terapia, e non veniva nemmeno ascoltata. Non dico creduta, ma nemmeno ascoltata: poiché la sua patologia la induceva in certi frangenti ad esagerare e inventare le situazioni, non una sua parola era degna di fiducia.
Senza alcuna remora né tatto siamo state messe a parte dell’inesistente valore che i professionisti attribuivano all’esperienza della paziente, come fossimo loro complici, amiche o meno: del resto, noi e loro eravamo pur sempre  fuori di lì, libere di andarcene.

L’incipit:
Dal diario di Amadeus Arkham –  Negli anni seguenti alla morte di mio padre, la casa divenne tutto il mio mondo. Durante la lunga malattia di mia madre, spesso mi sembrava così vasta, così REALE, che in suo confronto mi sentivo poco più di uno SPETTRO che infestava i corridoi.
Anche se mia madre non ha mai avuto alcuna patologia psichiatrica, nondimeno la malattia mi ha vincolata a lei in modo tale da annullare ogni altra istanza, ogni frammento di realtà che mi potesse star aspettando fuori dalla gabbia.
La malattia è stata la protagonista della mia vita così come Casa Arkham, in seguito divenuta Asylum, è la vera protagonista di quella che per sentirvi meno a disagio potete anche chiamare graphic novel.
E quale più forte consonanza potrei trovare tra l’obliterazione identitaria operata, ieri e oggi, sui pazienti psichiatrici – a dispetto delle cazzate spacciate nei libri di testo – e l’annullamento di sé che il non poter comunicare, il disperarsi a tentare di comunicare senza esito ad una sorda priva di altri mezzi oltre alla parola ormai inutile?
Persino il delirio privato – che tutt’al più diveniva delirio a due come in un pax au deux, mai un dialogo vero – del mio affezionato Uomo dei Numeri funzionava meglio. L’Uomo dei Numeri, il cui nome m’è andato significativamente perso, l’avevo conosciuto nella struttura più decente, almeno dal punto di vista estetico e pratico, in cui mia zia ha soggiornato (per la cronaca: a San Bassano, provincia di Lodi).
Lui lanciava per aria un numero, io replicavo con un altro numero. A sensazione, a piacere, senza un termine temporale definito. Appena a uno dei due veniva voglia, ci si spostava su altri elenchi tematici, che avremmo potuto rimpallarci per ore: su tutti, nomi di musicisti (prevalentemente di classica) e campi di sterminio nazisti.

Batsy- Arkham

Nello stesso modo in cui, nei suoi dipinti minimalisti come quadrato nero, Malevič riduce la pittura alla sua opposizione minima tra disegno e sfondo, Joker riduce la protesta alla sua forma minima autodistruttiva e senza contenuto.
Ma suvvia, Gesù Cristo. Protesta, autodistruzione? Ma questo non è J, questo è Batman, e ce lo dimostra con le sue associazioni di parole su stimolo della dottoressa Adams:

Madre? : Perla
Manico? : Revolver
Pistola? : Padre
Padre? : Morte

Pistola = Padre. Žižek! Meno dottori, più fumetti! E poi comprati un paio di pesci pagliaccio, e mettiti un po’ a giocare con i vetri, e le carte, e come McKean con le perle le foglie i meccanismi degli orologi i pizzi e le pelli. Intrattieniti!

To think of all the years he’d wasted trying to entertain others,
when he could merely have sat back and entertained himself 
with the absurd delusion of civilization that called itself society.

Come suggerisce il Cappellaio, caro Slavoj, forse è [nel]la tua testa. Arkham [Joker] è uno specchio. E noi [le tue congetture] siamo te. Hai trovato il tuo specchio, e l’hai scambiato per una lente d’ingrandimento. Non ti sembra un po’ da pazzi?

Libri .5: L’uomo dei dadi, Rheinhart

L’uomo dei dadi – Luke Rheinhart

E’ un romanzo problematico, questo, poiché occorre inoltrarsi per un discreto tratto nel testo prima di capire se, pesandone i vari elementi, la nostra personale bilancia lo decreti un libro di valore oppure un libro da evitare. Sì: perché non è uno di quelli che si possano giudicare lungo una scala lineare di piacevolezza, o lo si apprezza tanto da oltrepassare un certo limite e dunque senza sconti, o lo si gode sino a quell’estremo limite, dal quale poi lo si prende in antipatia, in sospetto e infine lo si disprezza.
Un libro inutile? Un libro dannoso, piuttosto; anche se l’intelletto e la libertà umana, generalmente parlando, non mancano delle risorse adeguate ad approcciarlo con criterio.

Luke non è Luke – ma questo non ci stupirà. Luke è solo uno pseudonimo, ma il fatto è che l’uomo celato dietro ad esso di pseudonimi ne ha molti, uno diverso per ciascuna delle, pare, numerose finte autobiografie prodotte nel tempo.
L’uomo dei dadi, protagonista di questa in particolare, non esiste – nemmeno questo può stupire più di tanto, dopo Matrix, Vanilla Sky, Eternal Sunshine ecc., e nipotini elencando. L’uomo dei dadi non esiste perché ha scelto, più o meno deliberatamente, di cancellare se stesso – la sua personalità, le sue abitudini, le sue scelte predeterminate dal vissuto – e generare ad ogni nuovo lancio di dadi un nuovo sé, nuove azioni avulse da un contesto psico-attitudinale stabile, un nuovo futuro privo di una prospettiva a lungo termine.
Già così fa paura, ma c’è di più: il dottor Luke Rheinart, psicoanalista vagamente frustrato, giunge ascoltando la voce di Dio (ossia, del Dado), a smontare la propria intera esistenza e contagiare, contaminare sistematicamente, interi gruppi di persone con una fissazione deleteria e distruttiva. Lasciar decidere al Dado, appunto.

trasferimento

Non entro in dettaglio: la storia è lì, reperibile in qualsiasi biblioteca, e pure scorrevole nonché divertente (sempre che il turpiloquio e l’abbondanza di sesso che discende dalla triade psicanalisi-newyork-secolarizzazione non vi turbino. Vi assicuro che ce n’è).
Considerando che a suo tempo un romanzo con intenti, mi verrebbe da dire, psicotropi come questo ebbe un vasto successo, e che io ne sono venuta a conoscenza attraverso una pubblicazione recente (citato in Propizio è avere ove recarsi di Carrére), non è poi così peregrino domandarsi quale impatto possa determinare su una persona – non parliamo di società – oltre che da quale humus culturale nasca.
A proposito di quest’ultimo, quale sia è presto detto: la prima edizione, se non erro, risale al ’67. Anno più anno meno, siamo nell’orbita di quella detonazione culturale della quale stiamo ancora subendo le radiazioni.
Sviluppo armonioso del bambino, ben distinto dai ruoli adulti? Spazzatura.
Identificazione stabile con un sesso, prosecuzione stabile di una famiglia, atteggiamenti coerenti col proprio passato ed orientati ad un futuro quantomeno delineato? Spazzatura.
La società? L’autorità? La normalità, e di conseguenza lo scompenso o la devianza da curare? Via. Via tutto, perché dove si scorge un neo sulla pelle della realtà, magari un po’ grandicello, è buona cosa amputare per intero l’arto.
La religione? I valori? La continenza e il pudore? Ancora spazzatura.
E dove sarebbe il problema? Di queste cose è pieno il mondo, e non da ieri. Però, quando qualcuno riesce a trasmetterle sotto una sembianza che non è di critica pura cioè di saggio e d’invettiva, né di parodia edificante, né di storia bislacca ma consapevole degli intrinseci limiti di ogni storia, che veicola un mondo ed un pensiero parziali, contestabili; ecco: il mix inattaccabile di veleno spacciato per confetto – senza alcun avviso ai consumatori – è pronto.

Mi piacerebbe che a commento di una prodezza tale – e lo è, il guaio è appunto questo: che il libro è davvero ben scritto, ben pensato, ben diretto, insomma fico, diabolicamente affascinante – intervenisse Claudio alias Sir Cliges. Ma con un post dei suoi.
L’hai letto? Lo conosci?