Lavoro .3: La chiave a stella, Primo Levi

Il lavoro e la sua qualità, le ragioni dell’austerità, il conflitto politico e morale tra società dei garantiti e società degli emarginati, i motivi del lavoro e i motivi del rifiuto e dell’assenteismo in un mondo capitalistico sono temi centrali della discussione sulla crisi.
Leggo queste prime righe di una delle due postfazioni al romanzo di Levi, rimango interdetta e vado a controllare quando sia stata scritta, pensando si tratti di un’aggiunta recente ad una riedizione: macché. Tali attualissime parole – quante volte capita! – le scrisse Stajano in questo suo articolo per Il Messaggero dell’11 dicembre… 1978.
Perché stupirsene… dal boom economico in avanti non c’è stata che un’unica, continua deriva. Non che prima il lavoro fosse una cosa priva di imperfezioni e di brutture. Ma, per cominciare, era lavoro e non aria fritta, concretissimo e non un’astrazione, pure quando intellettuale. La chiave a stella sta appunto ad esemplificare e fare da emblema del raccordo stretto e diretto tra lavoro e prodotto, tra lavoro e lavoratore, tra mezzi di produzione e oggetti / concetti finiti. Levi stesso spiega, e racconta al co-protagonista (Liber)Tino Faussone – che già mi sta simpatico perché il padre ha dovuto giocare coi nomi per poterlo far battezzare, sennò nisba – come da chimico abbia deciso di fare il salto e dedicarsi unicamente alla letturatura, ma senza “spezzare i legami” tra le due (spero che l’autore sia fiero di me, che nella mia pochezza cerco metafore ad hoc in suo onore…).
Uso spesso affermare che, (non solo) lavorativamente parlando, sono nata nel secolo sbagliato. Nell’800 avrei avuto un sacco di grane e sarei stata considerata una buona a nulla, ma con buona pace del Collocamento Mirato avrei facilmente trovato un posticino, con mansioni a prova d’imbecille, in qualche bottega o emporio cittadino. Avrebbero avuto pietà di me, mi avrebbero messo a pelar patate con tutta la lentezza che mi pareva, e ivi sarei rimasta a pelare sino a che non mi fossero cascate le braccia, e non avessi raggranellato onestamente quei due tolini atti a costituire ciò che oggi chiameremmo “pensione di anzianità”.

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Perché, ragazzi, una cosa bisogna dirla: sono lenta, sono inganfita, sono un po’ Danka (Nata Stanca) però, a me, il lavoro piace – infatti sto leggendo, adesso, il libro di De Botton proprio così tradotto: Lavorare piace.
A me, il lavoro, interessa.
Ma il lavoro dov’è? Non parlo di percentuali di occupazione, di impieghi vacanti. Parlo di rendersi utili, purché in modo personalmente sostenibile. Io sarei ben felice di passare le mie 3-4 ore quotidiane a rispondere a telefoni e citofoni, a pesare ed imbustare lettere, a fare caffé e fotocopie (sì, sì). Ma il lavoro dov’è?
Io senza lavoro, onestamente, mi sento realizzata lo stesso. Senza, voglio dire, un lavoro comunemente inteso: ufficiale, contrattualizzato, retribuito. Il lavoro viene prima di questo ed è primariamente altro: è impegno, dedizione, ragionevole fatica, sforzo, soddisfazione, creazione, reciprocità… non m’importa del lavoro retribuito, se non perché costituisce ancora la prima alternativa, anche per me, per sopravvivere.
M’importa di dare un senso a me stessa e alle cose, invece.
Lavorare “per vivere” dovrebbe poter essere una naturale, e funzionale, conseguenza di questo, un’estensione del piacere di mettere a frutto le proprie capacità e cognizioni, con lo scambio commerciale nel ruolo di necessario, ma marginale, tramite.
Il lavoro nobilita? Direi di sì, per non dire che “rende liberi”: che è diverso. Non so se avete notato come Levi ci gira intorno e fa ricorrere la tremenda frase-simbolo nella sua introduzione, adattandola alla modernità, al ribaltamento di valori, a nuove forme di sfruttamento in un senso e nell’altro:
Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di più; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio o altrui, si potesse fare a meno, non solo in Utopia ma oggi e qui: come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero.
Che subiate la retorica e lo sfruttamento, o all’inverso l’abbandono e l’incuria, la domanda la pongo anche a voi:

ma il lavoro, dov’è?

Autosufficienza: qualche nota.

Chiamatela autosufficienza pratico-economica, autosussistenza, autoproduzione (che ne è un aspetto): la sostanza è far da sé, dalla polpa di pomodoro allo scaffale alla crema viso; evitare il più possibile l’utilizzo del denaro come merce di scambio a favore del baratto; riparare e conservare piuttosto che comprare. Il tutto ottenendo, fra le altre cose, un notevole risparmio.
Il manuale di Massimo Acanfora ed Ilaria Sesana dedicato a questi temi – qui la scheda sul sito dell’OPAC, con l’indice –  è molto ben pensato (gli accenni ai massimi sistemi sono pochi e di grande buonsenso, va decisamente al sodo senza tuttavia dar per scontato che chiunque nasca agricoltore oppure falegname) ed utile. Fra quelli da me letti che affrontano la questione, l’ho trovato senz’altro il più equilibrato e ricco.
Non fa però alcun tentativo di mascherare i principi condivisi dai due autori per riuscire più gradito al grande pubblico: l’autosufficienza, seppure non per tutti – è detto chiaro – resta e viene dichiarata un valore positivo.
L’autosufficienza è un valore.
[…] E’ una forma di disciplina, ma è una nostra scelta, che possiamo modulare cum grano salis, e che nessuno ci impone di seguire pedissequamente o di spingere oltre le nostre possibilità.
All’inverso, proponendo un avvicinamento alla condizione di autosufficienza economica si suggerisce, qui, anche la concomitante adozione di uno stile di vita più consono ai ritmi naturali.
Alex Langer è una figura fondamentale nella storia dell’ecologismo.
Uno dei suoi motti era il contrario della visione della modernità olimpica, citius, altius, fortius (più veloce, più in alto, più forte). A questo Langer contrapponeva il suo lentius, profundius, suavius (più lento, più profondo, più dolce).
[…] possiamo scoprire con l’indipendenza la liberazione del tempo. E’ il tempo infatti la risorsa più scarsa della nostra epoca. Fermarsi – forse – è già un atto di indipendenza.
Ma attenzione, ecologia e downshifting lavorativo – meno tempo dedicato al lavoro, più tempo dedicato a sé ed agli affetti – non sono parole “buoniste”, idealiste, retoriche. Su questo Acanfora è assai diretto: 
Essere contadino è una cosa seria. Non è cosa per i cittadini che hanno nostalgia – spesso solo letterariamente – di un mondo idilliaco e bucolico.
Il resto, tutto il resto, è un carnet di consigli dritti al punto; come detto.

Posso solo concludere consigliando il testo a chi sia interessato all’argomento, e con un paragone del tutto personale che m’è sorto leggendo: trovo che, fra le altre presentate, l’attività di raccolta (di frutti, fiori, bacche ecc.) mi sia congeniale più di ogni altra, perché semplice non faticosa e moderatamente stimolante – e che possa essere l’equivalente “in movimento” di un’altra, differente attività, cioè lo shiatsu (del quale mi pregio d’aver imparato le basi).
Dico questo perché, in entrambi i casi, si tratta non di esercitare una forza attiva (che per altro stanca ed esaurisce chi la applica), ma di “attendere ciò che, da sè, cade e (r)accoglierlo” nel primo, di “lasciarsi cadere” e dunque esercitare una pressione passiva, delegando per così dire alla gravità il compito di imprimere forza sul corpo di chi ci si affida, nel secondo.

Te Deum (Ottobre 2019)

Al termine di questo mese voglio ringraziare il Signore per:

  • le castagne raccolte nel bosco che la mia vicina mi ha regalato (le prime caldarroste della stagione!), i melograni aggràtise che ho prelevato dal nostro giardino, ma anche la lumachina sulla tomba al cimitero e la cavalletta tanto carina che s’è posata sul mio cactus, e ha avuto la pazienza di lasciarsi fotografare:

 

  • il foulard sui toni del beige e del marrone trovato all’associazione, che sarebbe piaciuto alla Mater e che s’abbina bene con la matita occhi che uso di solito;
    .
  • a proposito dell’associazione, grazie per la rumena-volontaria nuova, che sembra una a posto, e per la rumena-badante, che mi fa ridere un casino, e in quel posto grigio et noioso ci vuole;
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  • M., l’infermiera del Cps, con cui si parla di parrucchieri e di soluzioni organizzative per evitare di saltare i pasti – ed è una personcina interessante;
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  • i sorrisi delle persone che incontro per strada, che palesemente mi conoscono e mi salutano, o addirittura mi fermano per chiacchierare (la metà delle quali non ricordo mai chi cazzo sia. Ma come dicevo qui, ho imparato a mentire… white lies, white lies! Prima o poi risponderò al saluto sbagliato, di qualche maniaco che lo prenderà per consenso alla carneficina);

 

  • la serata in biblioteca a tema marinaresco, caruccia; lo spettacolo de Il magico baule che spacca sempre; il ritorno al cinema – cercherò di non lasciar passare altri tre anni alla prossima volta;
    .
  • Tea, la gatta di L., che ho battezzato io in onore della regina  longobarda Teodolinda. Sfranfugnarle la moquette sulla pancia è un sogno proibito:

 

  • le giornate di caldo extra, che non sono un bel segnale per il nostro clima ma che personalmente mi sono goduta assai, riscaldando le mie stanche ossa al sole sul terrazzo;
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  • la pizza di Birbes, goduriosa, e soprattutto Pino lo strano che ce l’ha comprata e consegnata – prima di defilarsi. Il sogno di tutte le (ex) mogli (cioè della mia amica), ma, comunque, strano 🙃 C’è in programma anche un caffé da lui per un disbrigo di pratiche, Dio solo sa cosa ci farà trovare davanti 😙;
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  • il calore di casa propria quando si rientra dalla pioggia esterna e si indossa il pigiama prelevato bollente dal calorifero;
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  • i due giorni da zia M., tra coccole, buon cibo, e tane tranquille in cui rifugiarsi;
    .
  • il contributo economico del Comune (fondamentale) e quello dell’amico S. (provvidenziale).

Lavoro .1: Ufficio di scollocamento, Perotti / Ermani

Ottimo come pamphlet, perché secco e gnecco, cioè senza fronzoli diretto e impietoso e terra terra, il libro di Simone Perotti (quello di Adesso basta!, quello che va in barca) e di Paolo Ermani (che invece va in montagna) come saggio non reggerebbe.
Non sto dicendo che un saggio sia più serio e rispettabile di un pamphlet, dico però che in quanto tale l’esortazione dei due autori a riconsiderare (senza forzature o idealismi, questo il suo maggior pregio) la struttura socio-economica in cui siamo tutti infilati volenti o nolenti, e che sta crollando, può funzionare e aver qualcosa da dire quasi soltanto a chi già sia della partita.

Parlando di persone che vogliono uscire dal “sistema”, si scrive: Chi ne ha davvero abbastanza non è solo arrabbiato, è anche arrabbiato, perché sono proprie dell’agire determinato la calma e la concentrazione, l’assiduità e la focalizzazione, e l’onestà verso se stessi. Tutte qualità che lasciano poco spazio all’urlo.
Chi ci sta provando lo sa bene, con buona pace degli Scettici e degli Odiatori Uniti.
Chi ci sta provando è una persona come tutte le altre, potenzialmente antipatica e con le proprie fissazioni, che tuttavia in genere non fa pesare sugli altri – com’è invece abitudine di chi sputa veleno per professione. Potete non seguire i nostri blog, sbuffare incrociandoli, ma se ci inseguite pur di commentare acidamente ogni nostra piccola scelta, forse così indifferenti e sereni nelle vostre vite prestampate non siete.

[…] il disagio e il bisogno di spezzare la catena, di fermarsi, di disoccuparsi dalla posizione esistenziale, sociale, economica e lavorativa nella quale siamo collocati in modo coatto e alienato, e che ora mostra anche i suoi esiti fallimentari.
Nonostante quanto detto sopra e nonostante io stessa aderisca all’imperativo di decostruire le modalità di sopravvivenza, in primis lavorative, di cui ci avvaliamo (senza tuttavia destrutturare, che è altra cosa: una struttura, magari differente ma solida, ci vuole per campare), nonostante questo l’idea di “scollocarmi”, di operare un downshifting in campo professionale, di disertare i colloqui con i selezionatori, inutili quanto malsani, e dedicarmi piuttosto a procurarmi direttamente del cibo saltando il maggior numero possibile di intermediari, mi ha sempre toccata in modo laterale.
Nel senso che quando ho compiuto determinate scelte non è stato in un’ottica consapevole di ripensamento dell’intero sistema-lavoro: mi sono sfilata, ad esempio, da un destino che prevedeva università + impiego come infermiera vita natural durante per sfinimento e terrore, ma ancora auspicando di trovare un altro lavoro simile, con una qualifica inferiore che già avevo, alle medesime condizioni (contratto, ferie, contributi, anzianità, trascinarsi avanti così e ancora e ancora…).
Oggi so che non mi sarà possibile perseguire la vecchia strada, ancorché con fatica – ne sono proprio esclusa. Scelgo perciò di scollocarmi, ma a posteriori, avendoci messo anni a comprenderlo.

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Se lo scollocato non ha soldi si astiene dal consumare e non ne fa un dramma né si rivolge alle banche, agli strozzini o alle mafie. Riduce movimenti e bisogni, ma non è triste per questo. Semmai se ne compiace, esaltando la propria libertà.
Lo scollocato pensa che si possa fare molto di più con molto meno, che ci siano mille cose da autoprodurre, e che è molto divertente imparare a farlo.

Lo scollocato non si annoia. Cammina molto, riprende a stancarsi fisicamente, e così facendo forse si scolloca anche dalle malattie di quest’epoca insana, evita il diabete e l’obesità, combatte con l’azione i trigliceridi e il colesterolo.
[…] Lo scollocato spera, ma lo fa perché ha fondati motivi di successo, perché pensa, progetta e agisce, perché sa di avere molte doti e le usa.
Lo scollocato un giorno si è detto: “Ma tutta questa fatica, tutta quest’ansia, non varrebbero una vita migliore?”. E allora si è alzato dalla sala d’aspetto dell’ennesimo colloquio di lavoro, ha oltrepassato la porta senza una parola, è uscito all’aperto. E ha ricominciato a vivere.

Carnet (Giugno 2019)

Siccome il sistema usato sin qui per indicare i libri ed i film migliori del mese non mi convince più tanto, provo stavolta a differenziare:
con la stelletta 🌟 ho contrassegnato quelli (a mio parere, s’intende) di particolare qualità e di un certo livello, che ho apprezzato per i più svariati motivi;
col cuore ❤ ho contrassegnato invece quelli che mi hanno personalmente conquistato o che, comunque, mi han lasciato qualcosa a livello intimo. Insomma, quelli che mi fanno battere il cuore, per l’appunto – in 99 casi su 100 vantano anche evidenti pregi, certo,  ma occasionalmente possono pure non vantarne nessuno: ai propri “figli” si vuole bene anche quando son brutti come la fame.

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[libri letti]
60. In fondo al laboratorio a sinistra, Curiosità e bizzarrie della scienza
– Edouard Launet

61. Parli sempre di soldi!Hans Magnus Enzensberger
🌟 62. L’avversario – Emmanuel Carrère
* La vita istruzioni per l’uso – Georges Perec [interrotto]
Dopo Le cose, che mi aveva convinta, questo secondo approccio con l’autore è risultato indigesto. Non voglio dire deludente: sarei ingiusta, dal momento che ho sopportato solo poche pagine prima di chiudere. Ma lo stile descrittivo – letteralmente – di Perec, se ha una sua ragion d’essere e snellisce un romanzo già snello, richiede invece uno sforzo epico quando trasuda da centinaia di pagine, fatte per altro di storie fittamente dettagliate e tra loro intersecate.
Non ho più tempo da “perdere” dietro a testi meno che importanti e al contempo accessibili, sicuramente non ho più nemmeno l’età delle sperimentazioni “a perdere”. Peccato, però, che l’idea che me n’ero fatta si discosti così tanto dalla realtà: inseguo questo libro in effetti dal 2016, anno in cui lo stava leggendo la figlia di un buon amico al mare, dove li avevo raggiunti. Non mi riesce di capire, e forse distinguere non è neppure la miglior cosa, se sia il racconto delle vicende degli inquilini di un palazzo, o le vicende stesse, a pesarmi.
Lo spiega certamente meglio Ferdinando Amigoni, nelle note ad un altro suo libro (elencato sotto): […] come Percival Bartlebooth, il protagonista de La vita istruzioni per l’uso, scoprirà a sue spese, l’illimitata manipolazione di tessere di puzzle (o di parole, per l’oulipiano Perec) comporta il rischio di perdersi in labirinti tanto vasti e tortuosi quanto futili, e a lungo andare addirittura mortali.
63. La scala di ferro – Georges Simenon
64. I miei flop preferiti, E altre idee a disposizione delle generazioni future
– Hans Magnus Enzensberger
Anche Enzensberger è un autore che ci tenevo ad esplorare, ispirata da non ricordo quale considerazione su di lui e, in seguito, dalle quarte di copertina riportate sul sito interbibliotecario. Se il primo colpo è stato piacevole, ma non felice, questo secondo ne ricalca le orme: qualche spunto interessante, sì (in questo caso soprattutto nella seconda parte: quella dedicata a ipotetici progetti di scrittura, regia, teatro…, il che mi rammenta un bel taccuino, una raccolta di spunti narrativi per futuri racconti di Hawthorne che un tempo avevo), c’è qualche spunto interessante, dicevo, ma nulla più.
Un terzo libro è in arrivo, ma sarà l’ultimo tentativo di trovare una consonanza con del materiale così tiepido, timido.

65. 96 lezioni di felicità – Marie Kondo
D’accordo, il titolo è mieloso. La Kondo stessa, seppure marziale nel suo condurre gli allievi lungo il percorso di quel che lei chiama riordino, è apparentemente una cosetta dolcissima. Eppure, al netto di tutte le (tante) critiche ricevute – vuoi perché la sua gratitudine verso gli oggetti trascende in un panteismo che non ci è familiare, vuoi perché insiste sul verbo buttare (meno della Tatsumi, ma pur sempre troppo per la nostra sensibilità), e via dicendo – trovo che l’apprezzamento ricevuto around the world non si riduca alla sola moda, al fenomeno di costume ed all’esagerazione dei nostri entusiasmi post-moderni.
Non tutto ciò che è minimalismo è cosa buona, per quanto io senta che la mia parte nel gioco è di difenderlo da fraintendimenti e banalizzazioni – potendo, idealmente, di depotenziarlo come prodotto di massa sino a farlo ri-scomparire in una nicchia per coloro, pochi o tanti, che l’hanno seriamente adottato.
Resta comunque un must; un volumetto in equilibrio tra racconto appassionante (com’è più nello stile del primo libro, L’arte del riordino), e manuale d’uso pratico, guida ai perplessi desiderosi di svuotare, liberare, cambiare. E respirare.
66. La settimana bianca – Emmanuel Carrère
67. Si salvi chi vuole – Costanza Miriano
A proposito di monastero wi-fi, di monaci metropolitani e di salvezza che non conosce procedure d’infrazione. Lo stile della (fu?) giornalista lo si riconosce immediatamente, ed è come al solito frizzante, leggero ma molto chiaro e puntuale.
Personalmente poi càpita a fagiolo in un periodo in cui sto pensando a come poter concretizzare una vita ispirata al monachesimo, idea che inseguo da tempo; e dunque è un supporto in più.

❤ 68. Senza amare andare sul mare – Christian Pastore
660 pagine di puro godimento. Narrativa che conquista, ma senza pretese auliche. Un autore italiano, per altro, anche se il nome mi suggeriva un italo-americano – e questo lo si avverte nei dettagli, soprattutto lessicali -, ma di respiro internazionale (per altro al suo primo romanzo). Un autore nascosto, anche, di cui le poche righe sul risvolto non svelano nulla se non che già scriveva per la carta stampata. Un autore che si cala in tutti i suoi personaggi e si cela dietro decine di maschere diverse – e credibili: ogni volta in prima persona.
Un portfolio di personaggi in crociera – che però, sulla nave, ci sono arrivati non di propria volontà e senza serbare ricordo alcuno dell’avvenimento. Un diario da compilare ogni sera, ed un album contenente una sola fotografia, a vario titolo scomoda, per ciascuno dei malcapitati, più prigionieri che turisti su un mare e sotto un cielo immutabili e privi di guizzi di vita.
Un singolo capitolo per ciascun personaggio (in tutto 40), storie che si intersecano ma, per lo più, all’insaputa di chi ne è protagonista. Un mistero, quello della nave, di chi la governa e li ha voluti lì, tutti insieme; che sovrasta pagina per pagina quelli individuali (a volte piccoli, mai miserabili) che tormentano i convenuti.
Penserete ad un mattone ansiogeno, forse, invece no: è divertente. Molto. E scanzonato, per quanto possa esserlo un purgatorio privo di orizzonte temporale
Edit 1.07.19: l’ho appena notato: Pastore ha tradotto anche Storie della tua vita, di Ted Chiang. Da uno dei racconti di questa raccolta è stato tratto Arrival, che ho appena visto. Ne scriverò, se il cuore mi regge.
69. La bottega oscura – Georges Perec
Una raccolta di sogni (due parole qui) corredata da bellissime note esplicative “che identificano persone, avvenimenti e cose della vita diurna”, ma anche che danno una lettura psicanalitica di tratti caratteristici dello scrittore – di Ferdinando Amigoni.
🌟 70. Costruire, Le storie nascoste dietro le architetture – Roma Agrawal
Il racconto sintetico, interessante e condotto da un’ingegnera strutturale, di come siano nate le odierne architetture civili – con esempi che si rifanno alle sue proprie opere e svariati aneddoti, purtroppo per forza di cose spesso tragici: come quello delle Twin Towers che specifica un problema banale ma dalle conseguenze gravi, e che ignoravo.
I contenuti sono seri, ma l’esposizione morbida: ho immaginato più volte, anziché di stare leggendo un testo, di trovarmi in una saletta da thé con il liquido ambrato che più amo e delle meringhe davanti, conversando con l’autrice; in compagnia.
Peccato però per i numerosi, e grossolani, errori trovati qua e là: fin dalle prime pagine mi son chiesta se i correttori di bozze della Bollati Boringhieri siano usualmente ubriachi, o se magari li abbiano licenziati; perché certi paragrafi sembrano essere appena stati battuti al pc e non dico non essere stati rivisti, ma nemmeno riletti.
71. Il silenzio – Erling Kagge
72. Camminare – Erling Kagge
73. Per non morire di televisione – Hans Magnus Enzensberger

Attualissimo. Finalmente dei testi suoi (si tratta di una raccolta di articoli) che non mi lasciano insoddisfatta. Interessante anche la piccola polemica, nella quale entra verso le ultime pagine, con McLuhan.
74. Mi ricordo – Georges Perec
🌟 75. Tumulto – Hans Magnus Enzensberger
Un altro centro, questa volta con materiale autobiografico: se vi interessano la Russia, il Novecento, e ficcare il naso negli apparati delle dittature (ma anche nella vita spicciola di chi vi è sottoposto); è un libro che fa per voi. E’ il resoconto dei viaggi nell’Unione Sovietica, ma anche, e in porzione maggiore, del suo coinvolgimento nel ’68 – attraverso un’auto-intervista assai accattivante.
A proposito di Est, ne approfitto per consigliare 
Nostalgistan, un libro di Tino Mantarro (intervistato qui dalla blogger Claudia), conquistato dall’estetica dello sfascio.
76. Orizzonti selvaggi – Carlo Calenda

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[film visti]
* La felicità è un sistema complesso – Gianni Zanasi [bloccato a metà]
Ebbasta. Avevo visto un suo film, poco convincente, ci ho riprovato e – almeno finché il disco non s’è impallato – l’ho trovato nuovamente strano, irrisolto, lento. Grazie lo stesso signor Zanasi, noi però abbiamo chiuso.
59. Haunting (Presenze) – Jan de Bont
60. Piano 17 – Manetti Bros. [vedi anche da qui in giù]
61. I segreti di Osage County – John Wells
Incasellato nel genere commedia, è in realtà un drammone da far tremare i polsi, e permette alla Streep ed alla Roberts (quanto mi piace la Roberts in ruoli drammatici da stronza) di rifulgere: per una volta si può dire che il film sia costruito attorno a, e funzionale agli, attori – non dimentichiamo che nasce come rappresentazione teatrale -, anziché essere gli attori a sostenere con la loro più o meno spiccata bravura le sorti di una trama. No happy ending, let’s party!
🌟 62. Il ministro, L’esercizio dello stato – Pierre Schoeller
Cinico, ma qui il cinismo assume il sentore polveroso della burocrazia e del potere stantìo.
Una condanna della politica, con i suoi inganni e le sue strategie, vuota di cuore, che grazie al cielo s’allontana dalla verve sfavillante di certe pellicole nostrane dell’ultimo decennio e lascia che la forma resti torbida quanto il contenuto. O per lo meno, senza paillettes.
Dal Morandini:
“Lo Stato divora coloro che lo servono” è la tesi centrale del 2° LM di Schoeller che l’ha anche scritto. 3 premi César 2012 per sceneggiatura, attore non protagonista e suono (Olivier Hespel) e Fipresci della Critica Internazionale a Cannes. La tesi è annunciata nella sequenza onirica e metaforica iniziale: una bella donna nuda entra nelle fauci di un coccodrillo immobile. Il potere dello Stato divora, logora, fa soffrire chi ce l’ha, come il ministro dei Trasporti e il suo capo di gabinetto.
Bertrand Saint-Jean è un personaggio complesso la cui umanità si mescola al cinismo: il suo dolore commosso per i 13 bambini precipitati in un burrone non gli impedisce di mettersi una cravatta più consona alla situazione o, ubriaco, di litigare con la vedova di Kuypers, disoccupato assunto come autista. Con poche eccezioni, il cast degli attori, sconosciuti in Italia, è diretto in modo impeccabile.

63. Smetto quando voglio, Masterclass – Sydney Sibilia
🌟 64. Lo straniero – Orson Welles
65. Paranormal activity – Tod Williams
La scelta di mettere al centro un’intera famiglia anziché una coppia mi era parsa promettere bene, e per un po’ ha funzionato, ma più trascorrevano i minuti più l’intreccio si rivelava frammentario. “No buono” (cit.).
66. Le mele di Adamo – Anders Thomas Jensen [qui il film su RaiPlay]
Memorabile, tra i miei preferiti in assoluto. Commedia nera e grottesco, cinismo e vitalità si tengono per mano senza fare una piega. E se Mikkelsen è un mostro, l’interprete di Adam non lo trovo da meno. La violenza non viene edulcorata, ma neppure un lieto fine classico ed un’esaltazione ottimista e positiva della fede sono contemplati: ogni cosa è un pugno nello stomaco, persino i momenti più confortanti. La verità vi renderà liberi – ma non è mai stato detto che tale processo sarebbe stato incruento.
67. Viaggio in Italia (Una favola vera) – Paolo Genovese, Luca Miniero
68. La bella gente – Ivano de Matteo
Un autore che amo sempre di più (sono pronta a perdonargli I nostri figli, remake fastidiosamente di maniera, per avermi offerto questo). Se pensate che la protagonista sia la giovane prostituta Nadja, ripensateci: lo sguardo vi cadrà ineluttabilmente su chi le sta intorno, “la bella gente“, mentre lei assumerà il ruolo di perno della storia, di oggetto idolatrico-sacrificale e, soltanto in ultimo, di persona.
69. Smetto quando voglio, Ad honorem – Sydney Sibilia
Boom! Mi mancherai, Banda.
70. Mr. Brooks – Bruce A. Evans
Okay, il protagonista (assoluto) è un serial killer. Rappresentato però, bene o male, senza il canonico stampino: impossibile far indossare a Costner una maschera seriamente brutale, si opta dunque per un’alternanza tra abito elegante e tenuta chiccosa da “lavoro”, rigorosamente in nero.
Insolito, dal punto di vista (e dalle preoccupazioni) abbastanza originali; non fa certo gridare al capolavoro ma merita almeno un “bravo per averci provato”. Se proprio di mente criminale dobbiamo ogni giorno sciropparci una dose, che sia almeno parlata, interrogata, e persino esteriorizzata nella persona fantasmatica di William Hurt.
71. Chef, La ricetta perfetta – Jon Favreau
72. La Casa – Fede Alvarez
Posto che non sono competente a giudicare in modo corretto la relazione tra questo remake-reboot-quellochepreferite e l’antico (…) classico di Raimi, il quale l’ha per altro sostenuto, né sono in grado di sconfessare quella che, per una che ama le parole (anche quando seducono per veicolare stronzate), rimane una recensione apprezzabile; posto questo ecco: io penso che ‘sto film sia ‘na Clamorosa Cazzata.
A prescindere, dal regista di Man in the dark mi aspettavo ben di più, possibilmente ancora di più: quello non doveva essere che l’inizio. 1 su 5 è troppo cattivo come voto?
73. Powder, Un incontro straordinario con un altro essere – Victor Salva
Un figlio nato mentre la madre moriva colpita da un fulmine, portatore di imprecisate anormalità e deformità, che ritroviamo anni dopo, segregato (o forse no? Non è chiaro) nella cantina dei nonni: e lì scopriamo che, semplicemente, è un albino. Cosa che di per sé sembra suscitare uno sgomento sproporzionato. Finché non scopriamo che, per farla breve e soprattutto chiara, Jeremy ha assorbito delle potenzialità fisiche dall’energia elettrica che ha attraversato il corpo della madre al momento del trapasso.
Non è malvagio da vedere, poveri noi, c’è di ben peggio. Tuttavia sposo in pieno quanto dice la scheda di MyMovies, che è la mia principale fonte di approvvigionamento per farmi un’idea veloce:
Sostenuto dall’intenzione di denunciare gli effetti dell’ignoranza e dalla intolleranza nella vita quotidiana, il film si risolve una parabola buonista a sfondo fantascientifico cadendo, talora, nella trappola di un pesante sentimentalismo”.
🌟 74. Lo stato contro Fritz Bauer – Lars Kraume
🌟 75. L’onda – Dennis Gansel
Vidi questo film la prima volta in università, durante una lezione di Sociologia (che Dio ci aiuti: dell’intero corso, probabilmente la cosa più utile). Basato su una storia vera, sulla quale però ancora non sono riuscita a reperire altro materiale; è perfettibile ma efficace nel trasmettere la plausibilità di un evento che raramente convince fino in fondo, ossia che oggi in Europa una nuova dittatura possa emergere.
76. The believer – Henry Bean
Come dalla storia di un tizio sballato come Burros possa aver preso forma, alla fine, una raffinatezza simile è mistero della fede: il legame ispirativo si limita, esilissimo, all’ossimoro chiave di ebreo-nazista ed al suo portato di ambivalenza, ma viene sviluppato da Bean (regista, sceneggiatore e cammeo nei panni di Ilio Manzetti) in maniera insuperabile – e lo intendo letteralmente.
In Gosling, a Canadian actor who started at twelve as a TV Mouseketeer alongside Britney Spears (…), Bean has found the perfect actor. Gosling gives a great, dare-anything performance that will be talked of for ages.
(Peter Travers su Rolling Stone, 19 Maggio 2001)
77. District 9 – Neill Blomkamp
🌟 78Dark night – Tim Sutton

Sogni / 3

Sono adulta, ma devo sostenere l’esame di terza media – la qual cosa non mi appare affatto strana. Faccio una serie di viaggi in autobus, e durante uno di questi incrociamo il minibus bianco che fa servizio alle elementari.
Attraverso il paese con un cd di forma piuttosto anomala in mano, diretta verso il mio ottico per fare un esame della vista, necessario per sostenere l’esame. Mentre cammino, su un’isola pedonale, vedo disposti un sacco di manici d’ombrello, tutti in legno, lavorati in colori e fogge esotici (uno rappresenta un ariete, il mio segno zodiacale, con il manico ritorto bianco e azzurro). Li passo in rassegna per prendermene alcuni, ma poi qualcosa mi distrae (un serpente?) e proseguo.
All’interno di una sorta di centro commerciale incontro un vuoto tra il mio piano ed i tre scalini sottostanti, che portano dove voglio arrivare: stimo che con un saltello modesto posso arrivarci, mi metto il cd tra i denti per prendere la misura, ma poi dubito desisto e rinuncio. Mi avvio ad un ascensore lì vicino, che ovviamente prima non c’era.
Uscita dalla scuola media (come sarà andato l’esame?), trovo per terra, nell’ordine: due monetine entrambe di rame, cinque centesimi di euro e cento vecchie lire, che faccio per restituire ad un ragazzo ma che quello mi regala, ed un sasso bianco che attira la mia attenzione. Penso per un momento a quando raccoglievo sassi carini con mio padre, faccio per passare oltre ma poi mi dico che forse me l’ha mandato proprio lui: torno indietro, lo raccolgo: è più grande di quanto sembrasse e colorato, a cerchi concentrici come un diaspro orbicolare grezzo.

diaspro-orbicolare-gemmologia-olistica
Più avanti due ragazzini tentano di strapparmi una busta che mi porto appresso (cosa conterrà?), lotto un po’ per trattenerla e cerco nel contempo di prendere lei a sberle – sì, ieri ho avuto un pomeriggio movimentato e incazzoso e sì, c’è una “lei” cui avrei voluto suonarle di santa ragione. Riesco non so come a ridurli alla ragione (per modo di dire) e proseguo.
In una stanza dominata dalla penombra sto parlando con alcune persone che conosco, e in una stanza attigua, dietro un vetro a tutta parete, vedo una salma con quattro estremità che spuntano dal lenzuolo che la ricopre. Passo mezz’ora a stabilire se la coppia di estremità al centro sia di piedi o di scarpe, o viceversa, e lo stesso per la coppia ai lati esterni. Mi volto verso la persona alla mia destra, e quando riporto lo sguardo sulla salma vedo mia madre. Tempo un attimo e si sta alzando dal lettino, faccio per accorrere ma in battito di ciglia mi accorgo che devo aver avuto un’allucinazione. Il suo corpo è di nuovo disteso, immobile e con gli occhi chiusi.
Finisco in mezzo ad una guerra tra bande dentro un’aula di scuola (ancora!), ma la scena è breve: la donna affascinante e imponente che pare avere la maggiore autorità e le maggiori chance di cavarsela, per un banale acaro velenos(issim)o, finisce stramazzando a terra. Mi affretto, anche se non l’ho toccato, a lavarmi le mani e ripulire Dio sa quanti barattoli di purè i quali, per qualche oscuro motivo, mi convinco siano stati contaminati.
FINE.

Una sintetica analisi (molto personale e poco freudiana):
mia madre risorgerà dai morti, mio padre è sempre con me anche se non fisicamente, supererò gli ostacoli che mi si presenteranno e riuscirò a non farmi avvelenare dalle circostanze. 
Avrò fortuna sul piano economico.
Forse mi comprerò un ombrello nuovo, bello bello.
Sarà comunque preferibile, per me, stare alla larga dagli esseri umani.

Libri .10: Enzensberger, Launet

Parli sempre di soldi! – Hans Magnus Enzensberger

Ogni volta che zia Fé arriva in visita a Monaco, la tranquilla quotidianità dei Federmann finisce bruscamente. È molto anziana, anche se nessuno sa con precisione quanti anni abbia; vive ufficialmente in una grande villa sul lago di Ginevra, ma in realtà è sempre in giro per il mondo; e infine, considerando la vita che conduce, deve anche essere molto ricca. A Monaco ad esempio alloggia al Vier Jahreszeiten, l’albergo piú elegante e costoso della città. Ed è qui che i suoi tre nipoti – Felicitas, Fabian e Fanny – vanno a trovarla, affascinati, a seconda dell’età, ora dal suo stile di vita e dai misteri che la circondano, ora dalle meravigliose coppe di gelato e da altre leccornie che come per prodigio appaiono nella camera.
Il che naturalmente fa riflettere i tre ragazzi, visto che i Federmann – i genitori peraltro non sono mai invitati – non navigano proprio nell’oro. E cosí iniziano a fare domande: da dove vengono i soldi, i soldi in generale, non quelli della zia? Perché non bastano mai, anche se in giro ci sono fantastiliardi di banconote? Chi li ha inventati e chi li stampa? E perché esistono l’inflazione, i fallimenti, il mercato nero, il lavoro nero, i pagamenti in nero, la divisione del lavoro, la svalutazione, i cartelli, la congiuntura (tutte cose, sostiene la stravagante zia, piú importanti di quelle che vengono insegnate a scuola)? E cosa significano quelle strane parole che usa sempre il mondo della finanza: private equity, hedge fund, global player e chi piú ne ha piú ne metta? E per quale motivo, infine, il denaro, l’essenza del materialismo, è qualcosa in cui in ultima analisi bisogna credere? Tutti interrogativi ai quali zia Fé, pescando dal vasto repertorio della sua lunga e avventurosa esistenza, fornisce le adeguate e il piú delle volte non scontate risposte.

Carino, certamente.
Cosa vuole insegnare però, in fondo?
La storia è volutamente semplice a questo scopo, trasmettere qualcosa.
E a chi: adulti? Non approfondisce nulla. Giovani e giovanissimi? Non risulta abbastanza chiaro, ed il linguaggio tecnico viene utilizzato ma non spiegato.
Non vi sarebbe stato bisogno di strutturarlo in tal modo (con tanto di glossario) se il messaggio non volesse essere specificatamente economico.
Romanzino senza infamia né lode.

In fondo al laboratorio a sinistra – Edouard Launet

Può un piccione distinguere un Picasso da un Monet? Le mucche producono più latte ascoltando La sinfonia pastorale di Beethoven o una canzone dei Beatles? E qual è il modo migliore di suicidarsi con i fuochi d’artificio? Spulciando la stampa scientifica a caccia di quella che chiama la scienza champagne, l’autore passa in rassegna 55 studi scientifici, uno più strampalato dell’altro.

Curioso, adatto per passare un paio d’ore divertenti – ma un approccio meno superficiale sarebbe stato apprezzabile.
Dopotutto se alcune ricerche scientifiche, con tanto di appositi finanziamenti, somigliano più a barzellette, in molti altri casi la bizzarrìa apparente nasconde un fine sensato ed utile: anche la burocrazia e la necessaria sistematicità del metodo scientifico ci mettono del loro nel farne, talvolta, oggetto di ridicolo.
Non è conveniente, poi, se si scrive per il grande pubblico, mescolare ricerche di scienza pura, di medicina e di scienze sociali: gli scopi e le interpretazioni dei tre rami divergono troppo per poterne fare una lettura univoca e giustificare ogni sarcasmo.
Lodevole come passatempo, mi aspetterei tuttavia da un giornalista scientifico una certa accortezza e cognizione di causa nella valutazione del lavoro dei ricercatori. Ma, del resto, Launet è prima di tutto ingegnere 🙂