Sono un mito .3: Dep 2 Death

Poteva essere il mio alias da rapper – ah, ah, ah -, potevo incidere un singolo con Mos Def, per fare assonanza, e invece non m’è toccato in sorte. Invece, ho scelto questo titolo per raccontare, mettendoci subito una punta di ironia dissacrante, della mia depressione e dell’esile scarto che, in quegli anni lontani, era rimasto fra me e il baratro (in senso figurato e letterale).

Mito

Può sembrare un argomento troppo collaterale rispetto alla malattia neurologica, eppure nel tempo ho compreso come i legami tra le due siano più stretti di quanto pensassi.
Ho sofferto di depressione infantile dall’età di (almeno) tre anni. Posso circostanziare temporalmente un punto d’origine, ancorché convenzionale, tanto preciso perché di quell’età conservo un certo ricordo, molto ben definito.
Ho passato diverse fasi e, finalmente, circa una decina d’anni fa (tantissimo!) sono andata in remissione. (Brevemente: per la depressione clinica, di qualsivoglia genere, non si parla di “guarigione”, tecnicamente quasi una chimera, ma di “remissione dei sintomi”, una guarigione di fatto che però non cancella mai definitivamente l’eventualità che il male si ripresenti).
Ora, qui, più che addentrami nei dettagli minuti di un’esperienza – chiamiamola così – orrenda, la peggiore da me mai provata, e che per altro ha coperto un quarto di vita tondo tondo, vorrei riportare un paio di riflessioni e lasciarle decantare.

La depressione infantile è una piaga insospettata e, di conseguenza, io temo alquanto sottostimata. E quando dico “infantile” non mi riferisco alla fascia d’età legale, che arriva alla soglia dei 14 anni, ma a quella biologica e dello sviluppo, dagli 0 (idealmente) ai 10, il periodo dunque dell’asilo e della scolarità elementare.
Anche di questo, se e quando possibile (cioè molto, molto raramente), ho sempre parlato in maniera del tutto franca e, come posso dire, neutrale: cioè come osservando le cose da di fuori, parimenti ad una materia di studio. Si potrebbe dire in maniera “distaccata”, ma è un termine che non mi piace e che dopotutto non corrisponde al vero.
Ma, per l’appunto, le situazioni e le persone che rendono possibile non dico discutere, ma anche solo accennare ad una cosa simile senza scatenare una ridda di proteste (che rendono il ricordo ancora più doloroso!), di incredulità e di rifiuto; si contano sulle dita di una mano. E allora perché ne parlo? Perché sì, perché così è stato, che alla gente piaccia o meno – e perché qui, anche se non ci troviamo certo in un luogo privato, nonostante l’impressione che possiamo ricavarne, ho la facoltà e una maggiore facilità a ramazzare via dal mio spazio chiunque non sia in grado, o non voglia, approcciarsi adeguatamente. Fosse solo per lo spazio di un post.
Potrei aggiungere anche: ne parlo, qui, perché non si sa mai chi un semplice post scaraventato nella rete può raggiungere, a chi potrebbe essere utile o di conforto.
Mi resta una spina nel cuore, che una volta nel ruolo di assistente ad personam presso una scuola elementare mi ha anche messo sotto scacco: nella mia posizione, non potevo davvero – ufficialmente, regolarmente – permettermi di far nulla per una bambina, A., che sapevo stare attraversando difficoltà simili. In altre parole, che sapevo depressa (e poco importa perché, in che modo, da quanto o quanto profondamente: fosse pure “solo” per esito di problemi completamente diversi, lo era). Nessuno avrebbe capito, e non avrei fatto che crearle altri guai. Ho potuto, comunque – e non voglio dire sia poco, affatto – parlare con lei. Parlare chiaramente (anche se con cautela e con un linguaggio adatto alla sua età) di quello che stava passando. Di quello che sentiva. Dio mi perdoni se non ho fatto di più e meglio.

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Ho sempre sostenuto, fino a pochissimi anni fa, che la mia depressione fosse endogena (ossia che avesse la sua origine e spiegazione principale in fattori bio-psicologici interni, tutti miei) anziché reattiva (ossia scatenata da un evento esterno).
Pur senza abbandonare del tutto questa prospettiva, che nessuno era mai riuscito a farmi minimamente rimettere in discussione, l’ho quantomeno riconsiderata dopo aver parlato un paio di volte con la mia neuropsicologa di fiducia.
Non sarò certo io a negare che il clima familiare della mia infanzia, affettuoso e sicuro ma non propriamente sereno, abbia inciso. L’avrò sempre minimizzato? E’ vero che mio fratello aveva i suoi problemi da prima di avere l’esordio nel 1992 (quando io avevo 8 anni, e tutto è iniziato), ma continuo a credere che non bastasse, non “solo” quello, a devastarmi come di fatto devastata ero già.
Il mio disagio era così profondo, totalizzante, implacabile e costante, universale, omnicomprensivo che duro onestamente fatica a vederlo come la risposta a stimoli negativi tanto precisi, in un rapporto di causa > effetto univoco.
E – di nuovo – le sensazioni ed i pensieri negativi che mi hanno portata, più di una volta, a meditare il suicidio (nell’unico modo plausibile ed immaginabile per la mia scarsa esperienza del mondo), sono nati molto prima che la MELAS bussasse alla porta.

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Ma per restare su quest’ultima:
indubbiamente, il danno maggiore non mi è stato arrecato dalla situazione drammatica in sé, ma piuttosto dall’impossibilità di comprendere, elaborare e gestire adeguatamente tutto ciò che m’è franato addosso.
Per quanto mostruosamente – mi sia consentito dirlo – consapevole ed “intelligente”, nel senso di intuitiva e sensibile, io fossi rispetto a me stessa e al mio vissuto interiore, rimanevo una bambina: potevo individuare e persino indicare il mio male, descriverlo come molti adulti non sanno fare – ma non nominarlo. E senza un nome appropriato (non parlo dei termini clinici, che per altro ho acquisito presto, ma dell’essenza delle cose) nulla è agibile.
Non dico che, crescendo, una tortura simile svanisca come d’incanto e di necessità. Dico però che nel mio caso, possedendo ottimi strumenti, sono riuscita a scamparla, a tenermi a galla finché non ho avuto modo – ma sempre mettendoci tempo fatica e lacrime – di affinarli ed infine imparare dove, esattamente, affondarli.
Paradossalmente, la MELAS – che ci ha sconvolti in molti modi diversi – è forse stata un vantaggio per me: perché finalmente avevo un motivo, reale o fittizio che fosse, per giustificare il mio malessere. Non speravo di guarirne, nemmeno ci contavo, ma potendo attribuire i miei casini a qualcosa di concreto, di reale, mi ci sono quantomeno focalizzata imparando a manipolare la mia tristezza: inserendola in una storia, dandole un senso, dimenticando a tratti la realtà del fatto che sembrava non avere alcuna origine né alcun perché (uno degli aspetti più terribili del caderci dentro).
Essere stata costretta ad affrontare la malattia di mio fratello, anche se si è trattato di un viaggio compiuto per lo più in solitaria, mi ha tenuta vigile e dunque viva.
E così ora sono qui a raccontarlo, in ottima forma mentale.
E’ già qualcosa di cui essere felici.

Nelle puntate precedenti:
Sono un mito .0: La medicina narrativa
Sono un mito .1: Please meet mitochondria
> Sono un mito .2: t-RNA-leu-A3243G

“I had a bad day”.

Sì, sto continuando a leggere roba su Joker, qualche commento cinematografico ma soprattutto, e sempre più diffuse, analisi più e meno approfondite a livello psicologico, psichiatrico, psicoanalitico.
Io stessa – che sono interessata per piacere intellettuale a questi ambiti, e coinvolta personalmente in diverse delle questioni trattate dal film e dai blogger – mi sono allegramente consegnata ad un’orgia di autoanalisi “andante con brio”.
Se un tempo, pur essendomi assolutamente necessaria, l’autoanalisi mi scaricava addosso angoscia, oggi (da parecchi anni) non è più così: è uno strumento di sollievo, di ordine e di consolazione; dato che raramente riesco ad avere un confronto costruttivo sul funzionamento e sulle problematiche della mia psiche con qualcuno – chiunque sia.
Come sa chi mi segue dall’inizio, cioè dal gennaio di quest’anno, mi è capitato di sfogarmi, o raccontare un po’ di fatti miei, qui sul blog, ma in misura contenuta, e talvolta “poetizzandoli”. Ci sta, lo faccio scientemente – non è un impulso irresistibile.
Ma il blog non è nato per questo, né come diario né come autoterapia.
Non si spaventi nessuno perciò se occasionalmente, e in questo periodo di più, tiro fuori argomenti pesanti. Al limite, skippateli. Ma adesso lasciatemi dire ancora due cosette su ‘sto benedetto pagliaccio…

… punto primo: sì, d’accordo, ha avuto una brutta giornata. Anzi, ha avuto una serie di brutte giornate, quelle che vediamo nel film. Ma prima di dire che anche un intero mese di brutte giornate non basta a giustificare l’omicidio, prima di sostenere con gli opinionisti televisivi – scovati dai direttori di rete in omaggio nei pacchetti di patatine – che il raptus non esiste, raccogliete un po’ di mastice e tappatevi la bocca.
Lo sappiamo tutti che il concetto di raptus è abusato, ed utilizzato di frequente come scorciatoia giuridica per arrivare a chiedere l’infermità mentale, quando invece l’imputato è un misero stronzo ed il suo avvocato uno squalo.
Ma decidere che non esiste, che è un fake scientifico, è come dire che la pubblica amministrazione è un’organizzazione mafiosa. Tout court: non che la corruzione ne è una forma deviata, ma che la natura stessa della PA è mafiosa. Entiendes?
La famosa “brutta giornata” al termine della quale arrivi ad ammazzare qualcuno – per rabbia, per insofferenza, per disperazione – è solo la ciliegina sulla panna montata di molte brutte giornate, a loro volta adagiate su una torta che è un’esistenza intera di brutte giornate, di dolore, di fatica, di traumi.
E’ talmente elementare che, quando sento i suddetti opinionisti negare la possibilità di un raptus esplosivo (ma da tempo non li frequento più, quei deficienti) mi vien quasi da ridere a crepapelle, anziché incazzarmi.

Ve ne racconto solo un paio.
L’ultimo periodo di convivenza con mia madre (sì, anch’io convivevo con mia madre malata e per me il momento più difficile da sopportare del film è stato quello in cui si vede Penny all’ospedale), l’ultimo periodo è stato sereno, anzi: felice. E ce ne sono stati molti altri, certo.
Ma c’è stato anche un litigio al termine del quale, seppure involontariamente, le ho rotto un femore: ero stata spinta all’angolo, mi era stata tolta l’aria e la possibilità di replica, al punto che potevo o implodere e soccombere – potenzialmente, avere un crollo psichico – o ribellarmi. La mia fortuna è stata, fra le altre, aver sempre avuto la tendenza a ribellarmi e buttar fuori la rabbia anziché subire e reprimermi.
C’è stato un periodo in cui, nei sogni notturni, più volte mia madre l’ho strangolata; provando un sollievo e un senso di riscatto enormi.
C’è stata una notte in cui ero arrivata al limite, e una volta spentosi l’ennesimo conflitto, mentre lei era già a letto, mi sono seduta sul terrazzo e ho valutato con molta concretezza l’opportunità di rientrare, aprire le valvole del gas sul piano cottura e mettermi a dormire – metterci a dormire, definitivamente.

E sto parlando soltanto degli ultimi 8 anni.
Prima, è venuto altro, non meno pesante e difficile.
Potrei parlare per ore, in alcune occasioni con le persone giuste l’ho fatto, di come mi sia stato possibile sopravvivere e non perdermi – perché, di fatto, sono una sopravvissuta; e in più di un senso: psicologicamente al mio passato, fisicamente ad una famiglia intera, persa per malattia ed incidenti.
Tralascio il come, vi lascio con un ribadito dato di fatto: ho avuto un’esistenza che avrebbe potuto disintegrarmi del tutto, ma sono sopravvissuta. E’ possibile, dunque. Ma non è un regalo che tocca a chiunque, c’è in questo molta casualità. E chi ce la fa a superarla, chi riesce in qualche modo a limitare i danni, di danni comunque ne fa: ma a noi strambi esseri umani piace ululare alla luna perché Joker troviamo sia un film diseducativo, e poche ore appresso ci sediamo comodi davanti a La vita in diretta a speculare sull’ennesimo omicidio-suicidio, sull’ennesima famiglia distrutta, sulla tragedia del giorno con contorno di vicini di casa che in coro affermano: ‘era una persona buona, sempre allegra’.

Vita, morte e libertà.

Non mi piace e dunque non uso ribloggare o copiare interi articoli altrui, ma stavolta lo faccio: Lucia Scozzoli su Breviarium ha saputo ben legare tra loro diversi temi che mi sono cari, e l’ha fatto con una misura e precisione ammirabili.
In via eccezionale chiuderò i commenti: che ciascuno faccia di queste parole ciò che crede, senza tuttavia alimentare un dibattito pubblico che ha la pesantezza d’un carrarmato. Facciamocelo tutto nel foro interno, il dibattito.

Vita, morte e libertà.
Ma se poi arriva la Testimone di Geova…

Una donna di 70 anni Testimone di Geova è morta all’ospedale di Piedimonte Matese dopo aver rifiutato con fermezza una trasfusione di sangue che avrebbe potuto salvarle la vita. La signora aveva un’emorragia dovuta a gastrite, era disposta a farsi curare con ogni mezzo, tranne che con trasfusioni, secondo le prescrizioni della sua religione. Anche i familiari al suo capezzale, di fronte allo sgomento dei medici, hanno confermato la sua volontà.

La donna, maggiorenne e pienamente capace di intendere e di volere, ha coscientemente rifiutato una terapia, cosa che è nel suo pieno diritto, ed ha accettato le conseguenze del suo gesto, col sostegno della famiglia, che ne ha elogiato la fermezza morale, pur nel dolore della perdita.

A non accettare la dipartita è stato il primario dell’ospedale, che ha scritto sui social un post pieno di amarezza:

Oggi sono triste e contemporaneamente incazzato nero. Una paziente è venuta meno nel mio reparto perché ha rifiutato una trasfusione di sangue. Era Testimone di Geova. L’avrei salvata al 100% ma ha rifiutato ed è morta. I figli ed i parenti solidali con lei. Ho fatto di tutto. Mi sono scontrato con tutti i familiari ma… nulla. Alla fine i figli si sono esaltati dicendo: «Mamma sei stata grande, hai dato una lezione a tutti i medici ed a tutto il reparto». Mi chiedo:

1) come può una religione ancora oggi permettere un suicidio;

2) come è possibile che io deputato per giuramento a salvare vite umane, sia stato costretto a presenziare e garantire un suicidio assistito?

I figli della donna, di fronte all’eco mediatica ottenuta da questo post, hanno mandato ai giornali una replica piccata:

Gentile redazione, siamo i tre figli della signora che sarebbe deceduta per aver rifiutato una trasfusione. Amavamo molto nostra madre e l’abbiamo sempre ammirata per la sua fede e il suo coraggio, oltre che per l’amore che aveva per la vita. Anche per rispetto nei suoi confronti ci sentiamo obbligati a fare le seguenti precisazioni.

Come Testimoni di Geova amiamo moltissimo la vita. Quando nostra madre si è sentita male l’abbiamo portata subito in ospedale perché venisse curata nel modo migliore possibile. Abbiamo anche rispettato la sua decisione di non ricevere trasfusioni di sangue, consapevoli che esistono strategie mediche alternative che funzionano molto bene, anche in casi delicati. Non abbiamo “sfidato la scienza”.

Purtroppo quando nostra madre ha chiesto ai medici di curarla con ogni terapia possibile tranne che col sangue i medici non le hanno somministrato prontamente farmaci che innalzassero i valori dell’emoglobina. Lo hanno fatto solo due giorni dopo dietro nostra insistenza. Non hanno nemmeno fatto indagini strumentali (tranne una gastroscopia a distanza di 12 ore dal ricovero) che permettessero di trovare il luogo esatto dell’emorragia così da fermarla il prima possibile. Si sono limitati a chiedere insistentemente di praticare l’emotrasfusione. Ma a cosa sarebbe servita se il problema di fondo era la perdita di sangue? Intanto le condizioni di nostra madre peggioravano inesorabilmente. Dal momento che non era in grado di sostenere un trasferimento in un altro ospedale, abbiamo fatto in modo che i medici locali ricevessero materiale scientifico su efficaci strategie alternative alle emotrasfusioni. Tali indicazioni però sono state recepite solo parzialmente e quando ormai era troppo tardi.

Capiamo la frustrazione del primario, tuttavia non accettiamo le sue affermazioni. Dire che noi figli ci saremmo “esaltati” e che avremmo accolto la morte di nostra madre “quasi con gioia” è una grave diffamazione. Non si può paragonare la morte di nostra madre ad un “suicidio assistito”.

Ci auguriamo che questa triste vicenda faccia riflettere la direzione ospedaliera così che nessun paziente in futuro debba subire un trattamento simile a quello riservato a nostra madre. Quanto a noi, ci riserviamo ogni valutazione su possibili future azioni legali.

Io non sono un medico e non mi addentro minimamente nella materia delle emotrasfusioni e della validità effettiva o solo presunta delle terapie alternative, come anche intendo sorvolare sulla mia poca simpatia per i Testimoni di Geova, soprattutto in relazione alla loro strutturata organizzazione e capacità di difendersi in sede legale (la velata minaccia finale sottintende una potenza di fuoco non indifferente).

quello che mi interessa di questa vicenda, dai contorni non così ben determinati come vorremmo, è il punto di vista istintivo del medico, il quale ha riportato nel suo sfogo due punti cruciali: l’anacronismo della religione in relazione all’affermazione di dogmi e l’inconciliabilità della vocazione del medico con l’assistenza alla morte, procurata o sopportata in modo inerte.

Il medico si cruccia per un motivo chiarissimo: egli poteva salvarla, ne aveva la capacità, gli strumenti, i mezzi. Non si trattava di compiere l’impossibile, né di rischiare chissà che: bastava l’applicazione di una procedura nota, già messa in atto mille volte, efficace.

Eppure la volontà del paziente si è messa di traverso tra le sue mani e la flebo. E per quale motivo poi! Un precetto religioso!

Sui social si leggono commenti indignati contro i Testimoni di Geova e questa loro presa di posizione, ritenuta del tutto assurda. qualcuno dice “povera donna plagiata”, qualcuno più crudamente “le sta bene, ha avuto quello che si meritava”. Nessuno, mi pare, ha voluto notare che il medico non ha inveito contro Geova in particolare, ma contro tutte le religioni che permettono un suicidio. Io, invece, l’ho notato. Ed ho notato anche che il martirio, ritenuto dal cristianesimo causa immediata di salvezza dell’anima, spesso somiglia tanto ad un suicidio: quando i cristiani di certe zone tormentate del mondo vengono messi di fronte alla scelta di abiurare la propria fede o morire, e scelgono di morire, non si stanno forse “suicidando” come questa donna? Essi non vorrebbero morire, ma ciò che viene chiesto loro in cambio della vita non lo possono concedere. Ogni fede chiede questo tipo di “suicidio” in fondo: mettere i principi cardine della propria religione al di sopra di ogni altra cosa, costi quel che costi.

Avere una fede nel cuore è come uscire di casa avendo un posto specifico da raggiungere, secondo tempi certi. Si può condividere la strada con gente che non ha nessuna meta e passeggia a casaccio e allora si ferma al primo bar, si infila in un cinema, prova le esperienze che gli capitano. Chi ha una meta, però, non sempre può indugiare e fila via diritto, declina tanti inviti, perdendosi un sacco di occasioni, buone o cattive che siano. Il contrario del carpe diem, insomma. Chi non sa dove andare non può comprendere questa premura della fede, questo restare in cammino, questo puntare ad altro, e concepisce la vita solo come un buffet da cui piluccare qua e là in libertà.

La vita per chi non ha fede è un bene grande, non sacrificabile per dogmi astratti e dichiarazioni di fede, ma non è comunque un bene supremo, come lo è invece per chi è disposto a rinunciarci: resta tutto una questione di rapporto costi/benefici. Se costa poco vivere, è un vero peccato non farlo. Se costa molto, insomma, ne riparliamo: quegli stessi utenti che ora inveiscono contro la signora Testimone di Geova forse hanno esultato l’altro ieri per la sentenza della consulta sul suicidio assistito, inneggiando alla libertà di autodeterminazione (che esiste già, come il caso odierno ci dimostra).

La morale dell’analisi di tutte queste reazioni web è che l’autodeterminazione pura non è ritenuta un valore da nessuno: la gente non deve poter fare di sé ciò che vuole, bensì ciò che il sentire comune ritiene opportuno. questo sentire comune, poi, si sta spostando compatto verso una divisione delle vite degne da quelle indegne, secondo fumosi criteri di autosufficienza, possibilità di realizzazione nella società, sofferenza fisica e psicologica.

Al di fuori di questi minacciosi binari, si deve vivere con entusiasmo e sfrenata libertà, ogni altra manifestazione di libero arbitrio, che si esprima tramite dei no e dei rifiuti alle offerte mondane, è ritenuta impropria, anacronistica, da vietare addirittura.

Insomma, va bene l’autodeterminazione se si tratta di “suicidare” un malato grave ma non va assolutamente bene se si parla di sacrificarsi per un ideale trascendente.

Il medico del post si dichiara obiettore, sebbene, visto il contenuto critico verso le religioni, con ogni probabilità non cattolico: questo mette in luce un’evidenza che i radicali e loro sostenitori si rifiutano di riconoscere e cioè che la vocazione medica, di per sé stessa, costitutivamente è per la vita e mai per la morte e che l’obiezione di coscienza è tanto diffusa perché è la scelta più naturale, ovvia, consequenziale alla professione medica.

Il suicidio assistito, sancendo un indefinito diritto ad essere aiutati a morire, sottintende la nascita del dovere in capo a qualcuno di mettere in pratica questo aiuto: i medici non possono essere questo soggetto, come ribadisce il primario di Piedimonte Matese. E non per motivi ideologici, né per scelte fideistiche, ma per salute mentale: se puoi salvare qualcuno, tutto nel tuo essere ti dice che devi salvarlo. Si tratta di istinto primario, di natura base, di necessità inconscia. La vita difende sé stessa urlando nel nostro cervello: “salva!”.

E anche chi preferisce il martirio alla vita lo fa perché sceglie una vita più piena e grande, non perché sceglie la morte.

Il diritto a morire resta un concetto contro natura.

Film .27: Insidious 3, L’inizio

Voto: 4/5 ⭐ ⭐ ⭐ ⭐

Che senso ha vedersi il terzo capitolo di una saga senza aver prima visto gli altri?, direte voi. Semplice: Rai4 (sempre sia benedetta) lo passava in seconda serata – prima, ovviamente, Montalbano -, e dato che si tratta di un prequel cioè di un antefatto, era l’occasione perfetta per decidere se valesse la pena dare un occhio ai film usciti prima nelle sale, ma successivi cronologicamente.
Leggo che James Wan, detto “il giocattolaio“, ha diretto appunto gli altri due, mentre quest’ultimo l’ha preso in mano un certo Leigh Whannell – che tutti voi conoscerete, ma io no. Prima regia, per altro, quindi maggior merito.
Non perché sia un film imperdibile, a meno che uno non sia un critico e nello specifico un critico di horror, ancorché magari puramente blogger non pagato da nessuno, ma insoddisfatto se non può esprimersi sull’universo ed ogni sua sfumatura.

E’ però interessante per alcuni motivi:
primo, nonostante vi compaia un demone chiamato l’uomo che non respira, la storia è di ampio respiro (ahem). Non dispersiva, ma nemmeno, grazie al cielo, tutta giocata in rincorsa. In parte, forse in massima parte, dipende dal fatto che parla non tanto del demone (forse perché chi ha seguito la saga in ordine di uscita ne sa di più?), quanto di questa ragazza, quinn – scusate, il solito problema con le q maiuscole. Del suo lutto (non è affatto un film deprimente, ma sì, se ne parla poco, bene ed apertamente. La depressione è per altro citata dal personaggio umanissimo e schiacciato dal giusto peso, mai melodrammatico, che un medium si porta addosso).

INSIDIOUS 3
Secondo, come appena detto: malattia, perdita, depressione, disperazione e suicidio; tutta roba toccata lateralmente per non spaventare il pubblico, mascherata da qualche jumpscare da maledizione lanciata ad alta voce, ma del tutto random e palesemente di copertura.

Ognuno dei personaggi è toccato dalla tragedia, dalla malattia o dal suicidio.
Il modo in cui affronta tali tragedie determina se diventerà vittima dell’oscurità.

Molto semplice, ma semplicemente reale.
Chi vorrà vederci solo dei demoni ne vedrà, è un prodotto più che vendibile.
Chi è stato toccato da una delle disgrazie di cui sopra, e se l’è macinata, costretto per altro a rimanere inchiodato e non poter far null’altro che macinarsela, come quinn che a seguito di un incidente provocato dal demone si divide tra letto e carrozzina (e sul gesso ha solo una firma, povera); chi deve capire capirà.
Metaforone? Non saprei, ma propendo per il no.
Se seguite il link e leggete l’articolo da cui ho preso la citazione (è in inglese), scoprirete che si potrebbe anche discutere della materia della colpa, della partecipazione al proprio stesso male (c’è differenza, etica e non sociale, tra chi muore di un cancro imprevedibile e chi ha partecipato attivamente al suo nascere – leggasi ad. es.: un fumatore? Che differente destino attende chi ha ceduto al dolore e alla paura, uccidendosi prima che lo facesse la malattia, e chi invece è rimasto al proprio posto?).

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Terzo, il film si prende in giro, e nella sua risata c’è una leggera nota acidula: impossibile non desiderare di prendere a pedate nel didietro quei mattacchioni di finti ghostbusters televisivi, che del tutto seriamente approcciano una situazione grave e dolorosa con la spensierata seriosità di chi ha un successo mediatico.
Eppure la medium quella vera, Elise, al termine se li rivolterà come un calzino e si farà prendere sottobraccio da entrambi. Stilosa.

quarto ed ultimo, un banale dettaglio che magari, dico davvero, racconta qualcosa solo a me. La scala che conduce al piano interrato in casa di Elise, con quei motivi geometrici molto anni ’70 – e le sfumature di rosso – mi hanno fatto venire in mente le sequenze finali delle prime due stagioni di Twin Peaks, la Loggia Nera insomma.
E poi, c’è simmetria, e come scrivevo per Suicide Squad la simmetria è oro per il mio senso estetico.

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Film .20: La legge del mercato, Stéphane Brizé

Comincio a sviluppare una certa dipendenza dal cinema francese… realista.
Per cominciare, non so se realista sia un aggettivo adatto, e se magari sto sfruttando un termine già codificato per altro (un po’ come se, da francese digiuna di cinema italiano, coniassi il termine “neorealismo” e lo usassi per quel che pare a me).
Non so se sia corretto, insomma, ma come definire altrimenti quel genere di narrazione didascalica che si prende il suo tempo, sino a rappresentare (quasi) sempre le vicende in un rapporto temporale di 1:1, ossia girando tre minuti interi di ripresa se una scena si svolge, nel concreto e nel reale, in tre minuti?
E allora toh, io lo chiamo realismo – ma se avete appunti da fare o informazioni migliori, vi prego, non risparmiatevi.

Un simile modo di procedere, che trovo alquanto rilassante oltreché interessante, mi sembra l’antitesi perfetta di quel sintagma a graffa di cui il cinema americano, specie in decenni passati, ha evidentemente abusato.
(Non spaventatevi. Il sintagma a graffa l’ho beccato in giro sul blog di Nick Shadow, prima mica lo conoscevo, e se volete capire cosa sia lo trovate qui.
Comunque, per intenderci, è quel momento in cui si riassume una parte della storia, magari del passato del protagonista, in una serie di frammenti superveloci e accompagnati da sola musica senza dialoghi, incollati insieme tipo “sto morendo e vedo passarmi davanti il film della mia vita”.
Tra un racconto normale e l’ellissi vera e propria, c’è questo, pare.
(Ogni errore di comprensione del concetto è imputabile solo a me, e durante la stesura di questo post nessun sintagma a graffa né a quadra né a tonda è stato maltrattato).

Ma veniamo a Brizé.
E’ il primo suo film che vedo, ma nell’approccio alla tematica del lavoro, e nella durezza della rappresentazione, è contiguo a Cantet (qui & qui).
Realista, dicevo, fino all’imbarazzo, quando la camera coglie momenti che non esitiamo ad associare ai nostri trascorsi più penosi (la canzoncina in coro, davvero terribile, per salutare la collega che va in pensione, il comizietto aziendale in cui uno scimunito pretende di farti sentire “in famiglia”, ecc.).
Dall’inizio (Thierry Tagordout, operaio in cassa integrazione, tenta inutilmente di cavare del buono dal Centro per l’Impiego, che lo spedisce persino a seguire un corso di formazione di quattro mesi rivelatosi poi inutile – quanto ci sarebbe da dire sul business della formazione senza sbocco, in Italia!), dall’inizio, insomma, fino alla nuova assunzione come vigilante in un supermercato; dal volto di Thierry non cade mai – salvo nelle serate trascorse coi familiari – l’espressione tirata del lavoratore che, anche quando ha in mano un contratto e nessuno recrimina, si sente fuori posto.
Perché Thierry, anche quando le cose sembrano per lui migliorare (compresa la concessione di un mutuo la cui analisi da parte dell’impiegata di banca è cruda e meschina, come forse lo sarà stata per lo spettatore), non si entusiasma mai di ciò che fa. Sa di averne bisogno, rilascia un sospiro di sollievo quando lo ottiene, ma non ha nulla della persona così spesso descritta nelle retoriche politiche che trova nella propria occupazione se stesso, o comunque una piena realizzazione.
Peggio: Thierry è a tutti gli effetti, e sotto tutti i punti di vista (particolarmente incisivi quelli dei suoi compagni di formazione, che analizzano e criticano piuttosto iperbolicamente, e con la soddisfazione del tecnico arido e tranchant, un suo colloquio di lavoro registrato), un perdente.

La retro-copertina del dvd prometteva un dilemma morale da sciogliere, una scelta che si sarebbe imposta a Thierry, nuovamente fornito di regolare lavoro, proprio sul più bello, col rischio di mettere tale posizione a rischio.
Ma nella conclusione non vi è alcun dilemma, per come ho letto le cose io.

SPOILER ALERT ON

Seppure portandone il carico, di fronte alla possibilità di ingraziarsi i datori di lavoro denunciando un (piccolo, innocuo) furto seguito attraverso le telecamere, non si sottrarrà.
Può avere un bel dire il suo capo, nella successiva riunione, che il suicidio dell’impiegata incriminata e poi licenziata potrebbe avere origine in un qualsiasi elemento della sua vita che loro neppure conoscono (lo sentite, il ribrezzo, quando propone come causa probabile la tossicodipendenza del figlio, lo sentite l’imbarazzo di un’esistenza strappata, poi squadernata senza rispetto e calpestata per garantirsi le mani pulite?).
Nessuno qui deve sentirsi in imbarazzo in alcun modo, dice; ma io mi ci sono sentita eccome – ed ero davanti ad uno schermo, sola nella stanza.

SPOILER ALERT OFF

Nella conclusione, c’è solo quel che c’è stato sempre anche prima: un uomo che deve far quadrare i conti e se ne occupa, in qualche modo riuscendoci; ma consapevole che ciò per cui lotta e ciò per cui tutti gli chiedono di prodigarsi non può più essere chiamato, in nessun caso, lavoro.

 

Sogni / 2

Sotto il portico di mia zia, la quale per altro abita al mio stesso indirizzo in altra località. Temporaneamente, pare, risiedo lì anch’io. Discutiamo sommessamente della morte di suo figlio, mio cugino, suicida in carcere a seguito di un’ingiusta condanna. Un colpo di pistola, nessun biglietto – ma noi sappiamo che non ne poteva più, e disperava di resistere sino al termine.
Un vicino, mai visto prima, emerge dalla guardiola del caseggiato di fronte e viene verso di noi, o meglio verso di me, portandosi appresso un wallaby australiano adulto, maschio, bellissimo e vivace. Il wallaby si passa la zampa sulla testa come un damerino anni Cinquanta che si lisci la brillantina sul ciuffo a banana, ammiccando. Io lo trovo divertente, commento la cosa col vicino e poi mi metto a dispensare carezze e grattini all’animale.

trasferimento

Scopro troppo tardi che il vicino amichevole è un agente segreto di non-so-che-servizio e che per imperscrutabili ragioni, concepibili solo nei sogni, sono in pericolo. Non è chiaro – le due cose sono entrambe vere a fasi alterne – se sia lui a costituire un pericolo per me, o se sia lì per proteggermi; fatto sta che mi ritrovo coinvolta in una vicenda dalle tinte noir, passeggiando in notturna per il mio paese in quel di Chinatown (quartiere che esiste realmente) sfuggendo a minacce gravissime e non meglio precisate.
Coi delinquenti di professione schierati contro chi mi sta addosso si finisce poi a far festa in un appartamentino arredato niente male, fino a poco prima dell’alba, alba che vedrà un enorme gancio metallico (del tipo di quelli nelle macchinette da gioco che consentono di recuperare dei pelouche) raccogliermi dal piazzale e trasportarmi su. Dove, chissà.