film (marzo 2020) – pt. I

L’uomo sul treno (The commuter) – Jaume Collet-Serra

Con Liam Neeson.
Un intreccio improbabile, di genere indefinito perché ne vuole coprire troppi, con protagonista l’ex poliziotto più stupido dell’universo creato.
Pessimo Polpettone Palloso. Imbarazzante.
Per fortuna non m’è riuscito di vederlo al cinema quando uscì.

Dogman – Matteo Garrone

Pezzo da novanta. Ritmo lento, come piace a me. Impietoso sull’umanità che descrive ma senza strappi bruschi, l’ho sopportato più che bene (ho sempre questo timore di patire troppo vedendo un film bello ma pesante).

Gold, La grande truffa – Stephen Gaghan

Compagnie minerarie e finanziarie, la ricerca dell’oro fuori tempo massimo, una truffa curata ma non troppo sofisticata e sbruffona; tutta da capire strada facendo.
Carino. Onesto, senza tanti fuochi d’artificio.
Bravo McConaughey, Bryce Dallas Howard quasi non la riconoscevo.

Babycall – Pal Sletaune

Ben impostato, ma deludente. Più thriller che horror psicologico (è così che lo vendono), ha personaggi intriganti ma che alla lunga, con le loro idiosincrasie, fanno girar le balle. Da Anna, madre che scappa – o crede di scappare – dal marito violento col figlioletto Anders, già di suo mezzo sociopatico, al commesso di negozio Helge che stringe amicizia con Anna come aggrappandosi ad un salvagente (entrambi un po’ profughi nella vita, sconfitti ed alienati).
Il finale è forse la parte migliore di un lungometraggio che, forse, con meno passaggi logici e svolte narrative avrebbe funzionato di più.

Il presagio – Richard Donner

Ne avevo visto il remake al cinema, ma tanto per cambiare l’originale del 1973, con un Gregory Peck splendidamente invecchiato, è migliore, più godibile e mai noioso, seppure ormai manchi a noi la freschezza e l’impatto che deve aver suscitato negli spettatori dell’epoca.
La storia è presto detta: un ambasciatore americano di stanza in Inghilterra si ritrova ad allevare il figlio del diavolo, dopo aver accettato di sostituire il proprio neonato, morto ad insaputa della moglie, con un bimbo la cui madre è morta durante il parto.
Che Damien, così si chiama il pargolo, abbia ascendenti “illustri” lo scoprirà, naturalmente, vita vivendo. Lascio a voi il piacere di scoprire se riuscirà a fermarlo – comunque non prima che abbia seminato decessi in giro.

Aria di famiglia – Cédric Klapisch

Alla maniera francese, molto dialogato. Un po’ datato (lo si coglie anche nel ritmo e nella fotografia) ma ficcante. Più “famiglia parapiglia” che “fratelli coltelli”, direi.
La matriarca fa effetto, per alcuni versi è molto simile alla mia zia Volgarona. Brrr.

All’origine c’era un’apprezzata commedia del 1994, imbastita dagli autori-attori Agnès Jaoui e Jean-Pierre Bacri, un po’ ispirandosi al celebre motto gidiano «Famiglie vi odio» e un po’ giocando fra la tenerezza e il sorriso.
Ha pensato a trasferirla sullo schermo i cineasta Cédric Klapisch di
Ognuno cerca il suo gatto, cui lo spettacolo era risultato molto congeniale.
E anche gli spettatori italiani dovrebbero rispecchiarsi con facilità nel piccolo universo parentale di Aria di famiglia: insomma, ecco un buon film francese da raccomandare a chi cerca un’alternativa europea al solito titolo americano.

[fonte: Alessandra Levantesi, La Stampa]

Per un riassunto dell’intreccio, pedante ma utile a farsi un’idea, vi rimando alla pagina su Wikipedia. Di mio, ho apprezzato soprattutto la coppia di Betty (ribelle solo per necessità e difesa, come me) e Denis, l’aiutante del bar di proprietà di uno dei figli, nel quale la famiglia-che-toglie-aria si ritrova per festeggiare un compleanno.
Che, poi, da festeggiare c’è poco. E l’unico a capirlo senza ombra di dubbio è il cane paralitico, Caruso. Grazie a Lucius per la segnalazione.

film (febbraio 2020)

Inserzione pericolosa (Single white female) – Barbet Schroeder

Con Bridget Fonda e Jennifer Jason Leigh.
Potrebbe sembrare una storia lesbica, invece è solo la solita storia di una psicolabile che si intrufola nella vita di una donna qualunque (in cerca di coinquilina dopo aver rotto col fidanzato), e se ne appropria.
Ad ogni modo, è ben fatto. Molto classico. Di sicuro dà un bello stacco ai thriller televisivi contemporanei prodotti in serie, a base di babysitter intriganti e vicine inquietanti.

The Place – Paolo Genovese

Dopo aver amato Perfetti sconosciuti, aspettavo con ansia di vedermelo.
E, accidenti, il regista (e sceneggiatore) ha fatto un altro centro.
Ne ho parlato qui.

Poltergeist – Gil Kenan

Mi è parso una buona attualizzazione dell’originale.
Ha quello che per me è un “bel” difetto, ossia tira via un po’ troppo rapidamente sull’intreccio narrativo favorendo la paura qui e ora rispetto al racconto del come quella paura s’è generata, come agisce, cosa vuole significare. E con circostanze che hanno portato la famiglia vittima a interpellare proprio una sensitiva, non troppo sfruttata. Lo fa persino con gli elementi nuovi introdotti apposta: cioè con Carrigan, il “liberatore di case” infestate televisivo.
Detto questo, però, non è carente nel mettere sul tavolo le dinamiche interne al nucleo familiare, dal malessere pochissimo ascoltato di Griffin all’invisibilità lavorativa della madre, argomenti che potremmo ben discutere al termine della visione davanti ad una birra. E’ un’ottima cosa.
E last ma ovviamente non least, nonostante ne conosciamo le vicende fa davvero paura, ancora, e in particolare in alcune scene davvero ben costruite, nel mio modesto parere: quella del trapano, quelle dei globi di luce, quella di Piggy Corn che va verso l’armadio, ma anche quella di Kendra nella lavanderia… meno convincenti, invece, l’albero e la fossa di cadaveri, che pure erano elementi centrali e inquietantissimi nel film di Hooper.

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Lo sguardo di Satana: Carrie – Kimberly Peirce (2013)

Bello, bello, bello. Julianne Moore è sempre Julianne Moore, ma in questo caso Chloë Grace Moretz la sovrasta dall’inizio alla fine. Innocente, intuitiva, distruttiva, sofferente, amorevole.
Non ho, mea culpa, ancora visto per intero l’originale del 1976 di De Palma (né letto il romanzo di King!), ma conosco come un po’ tutti la storia, ed ho sentito parlare in toni adeguatamente entusiastici della scena conclusiva del ballo di fine anno.
Ebbene, ho la fortuna di non poter fare paragoni, e posso dire che presa così a secco quella scena, così come resa – ma anche quella nelle docce, attualizzata con l’uso degli smartphone e la diffusione di video in rete – dà tantissimo.
Salvagnini scrive su MyMovies che, forse, abbiamo una protagonista persino troppo carina per essere un’emarginata credibile, e in parte ha ragione perché la bellezza dell’interprete non è stata camuffata se non il minimo necessario. Ma la bellezza da sola non basta, nulla basta mai quando il mondo ti isola. Anche un faccino bello ma trascurato può caderci dentro. Ciò che invece pare meno a fuoco e meno realistico è la rapidità e naturalezza del cambiamento della protagonista: entrambe hanno senso e funzionano, chiariamoci, ma – anche solo per necessità – vengono ulteriormente compresse dal mezzo cinematografico.
Nel complesso, merita attenzione e si guadagna il suo posticino nel mio cuore.

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Madre! – Darren Aronofsky

Per come è stato presentato, mi aspettavo tutt’altro: una home invasion subdola anziché feroce, un dito puntato contro i rapporti familiari convenzionali, uno sghiribizzo astratto ed allucinato, nel quale l’irruzione di estranei in casa che la devastano come non farebbero nemmeno con la propria è quasi un pretesto per raccontare un semplice, ingarbugliato ed affascinante straniamento mentale. Che poi è la materia principe di Aronofsky.
Ricordo anche che molti commentatori non ne erano soddisfatti, non erano convinti del film nel suo insieme – e mi chiedo adesso se si aspettassero anche loro, appunto, tutt’altro: qualcosa di più prettamente horror, per es., voglio dire intrinsecamente tale.
Anche se il legame tra un artista e la sua ispirazione, le sue creazioni è estremamente delicato, profondamente fragile ed a rischio di continue e pesanti interferenze, sofferenze; non è di per sé un fatto considerato materia da incubo. E di questo parla Madre!, del rapporto tra un poeta e sua moglie (a un livello superficiale), la sua musa, l’ispirazione per la propria opera, rapporto che viene sconvolto e devastato dall’irruzione di un gruppo di estranei ostili prima, che potrebbe rappresentare la ristretta cerchia parentale ed editoriale attorno all’artista, e da un’orda di seguaci adoranti poi, senza dubbio il pubblico.
Non mi aspettavo che il ruolo di madre fosse metaforico anziché letterale, né tantomeno che l’intero film fosse una perfetta allegoria, e per di più della creazione artistica e della scelta di offrirla al mondo piuttosto che di tenerla per sé. Ma come ho scritto, si tratta di un’allegoria perfetta: mi ha stupita ma per nulla delusa, anzi. M’ero fatta l’idea che potesse non piacermi, mettermi a disagio per l’ambiguità dell’intreccio, che pure è un tratto caratteristico di Aronofsky che apprezzo; invece dopo il primo terzo di pellicola (che non lascia capire cosa sta davvero accadendo, e mantiene in tensione lo spettatore), la vicenda ed il suo significato si fanno limpidi, ma non meno tesi.
E’ stato amore a prima visione.

madre2madre

1921: Il mistero di Rookford – Nick Murphy

Le storie di fantasmi non mi stancano mai.
In questa, prevedibilmente, non ho trovato nulla di davvero nuovo o entusiasmante, per cui se non è il vostro genere di elezione non ve lo consiglio, però va detto che include alcune svolte di trama non scontate. Comincia in modo molto classico e stereotipato, poi prende una piega più “alternativa”.
L’intreccio va un minimo seguito, quindi niente multitasking con lettura contemporanea, però potete agilmente farvi la manicure mentre lo vedete.
Mi ha divertita perché ci hanno recitato diversi attori-feticcio, di quelli magari non galattici ma che per chi segue le serie tv (e non solo) sono diventati iconici: per dire, c’era la governante del collegio dove si aggira un bambino fantasma che di cognome fa Hill, ma in realtà è… la Umbridge! Non ho bisogno di spiegarvi chi è, vero? Poi c’era il preside aka l’agente Fornell di NCIS. E via così.

C’est la vie (Prendila come viene) – Olivier Nakache, Eric Toledano

Com’è nello stile della coppia registica di quasi amici, anche questo film è un felice inno al politicamente (s)corretto, condito di cinismo mai davvero cattivo ma sempre efficace nel far sorridere, ed alleggerire senza per questo abbellirle le umane spigolosità.
Stavolta il pretesto (gentilmente offerto dal cameriere pakistano: lo conoscerete se vedrete il film) è quello di un’agenzia che si occupa di organizzare matrimoni “chiavi in mano”, ossia un servizio comprensivo di catering / addobbi floreali / ricevimento / spettacoli ecc.
Un film corale, dunque, in cui nessun personaggio sovrasta gli altri e persino quelli di dettaglio si fanno ricordare, in contrappunto alle trovate più clamorose. Adorabile il professore di letteratura grammar-nazi, riconvertito in cameriere.

Hereafter – Clint Eastwood

Mi ha ispirato questo post.



I film non commentati:
Auguri per la tua morte – Christopher Landon
Passioni e desideri – Fernando Meirelles
Sucker Punch – Zack Snyder
Se permetti non parlarmi di bambini – Ariel Winograd

Sul mare .7: Le acque del Nord, Ian McGuire

1859. Un uomo in fuga dai suoi fantasmi s’imbarca su una baleniera diretta verso il grande Nord. Non immagina che l’inferno può essere bianco come il ghiaccio artico.
Un romanzo di avventura e sopravvivenza, scatenato e nerissimo, inarrestabile come il destino, implacabile come la vendetta.

Acque del Nord è un libro, breve ed intenso, che può accontentare molti gusti diversi: lo si potrebbe descrivere come una notazione filosofica mascherata da romanzo d’avventura, a sua volta inserito in una cornice ed una struttura thriller – con omicidi regolamentari e subitanea tensione generata dal non poter dire per certo se i colpevoli verranno sottoposti all’umana giustizia.

[…] esplosivo, inquietante.
– Michiko Kakutani, The New York Times

E sì, l’inquietudine permea i pensieri di Patrick Sumner, ex militare nelle colonie indiane ed ora medico di bordo della Volunteer (mai nome di nave fu più sarcasticamente sincero), come pervade l’aria artica attraverso la quale, anche a stagione di caccia inoltrata, il capitano Brownlee – il quale a sua volta, come ciascuno dei personaggi principali, nasconde un segreto – la conduce.

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Da questo libro la BBC sta producendo una serie televisiva diretta da Andrew Haigh.

Le riprese sono iniziate nel 2018, potrebbe anche essere già disponibile.
Di Haigh ancora non ho visto, credo, nulla; so comunque che è un regista noto, a cui è cara la rappresentazione dell’omosessualità.

Così come Moby Dickanche questo romanzo di… “cappa & fiocina” vanta un incipit memorabile e, a mio giudizio, brillantissimo:

“Guardate quell’uomo”.

Tutto qui: ma guardate quell’uomo, che ancora non vi ho descritto e già ha conquistato il vostro interesse di lettori. Non è magia, questa?
Seguitemi per qualche pagina attraverso la cittadina costiera di Hull, osservate sfilare Leerwick e Peterhead, dalle quali il padre di quello Sherlock Holmes che vi piace leggere la sera in cabina ha fatto vela da neo-laureato bisognoso di soldi, superate con me Van Mayen e poi saremo nel biancore crudele.

Super-consigliato a:
chi apprezza la proprietà di linguaggio, chi gradisce un po’ di sano cinismo.

Nelle puntate precedenti:
Sul mare .1: Avventura nell’artico, Arthur Conan Doyle
Sul mare .2: L’isola del tesoro, Robert Louis Stevenson
Sul mare .3: Il mare d’autunno
Sul mare .4: Il mare d’autunno (bis)
> Sul mare .5: Long John Silver secondo Björn Larsson
> Sul mare .6: Giona, Ismaele, Geppetto.

Film .29: Sinister, Scott Derrickson

Ellison Oswalt sta sempre davanti ad uno schermo: a guardare filmini in super8, VHS, il pc, (abbastanza) moderne videocamere… ed è uno scrittore, non tanto in cerca di ispirazione quando alle prese con l’ennesimo libro-reportage sull’ennesimo crimine efferato, che gli sta offrendo persino più materiale di quanto sperasse… insomma, Ellison è un po’ come Lucius Etruscus, gli manca solo il cappello, ed infatti il buon Lucius ha avuto una parola per Ellison – ma io dico che ne merita parecchie di più.

E perché, se è uno scrittore, sta sempre davanti ad uno schermo anziché a carta e penna?
Perché qualcuno ha voluto fargli trovare, nella soffitta della nuova casa (che poi è quella nella quale è avvenuto, fresco fresco, il delitto su cui intende scrivere) uno scatolone pieno di super8, appunto, e su ognuno di essi è inciso il filmato di un ulteriore crimine, che solo più tardi si scoprirà legato agli altri.

Ma Ellison non vive solo con dieci gatti: ha famiglia, moglie e due figli in età da primarie, e nelle sue peregrinazioni investigativo-letterarie se li trascina dietro ogni volta, almeno da quando, dieci anni prima, ebbe un grande successo pubblicando Kentucky Blood. Successo che sta cercando di replicare, nell’ansioso desiderio di sistemarsi una volta per tutte, come diremmo noi. E’, secondo me, uno scrittore “con giudizio”: nel senso che ha avuto successo ma non sempre, è ammirato ma anche detestato per questo suo vizio di rimestare le acque torbide delle comunità in cui di volta in volta si inserisce, e lavora davvero – cioè, oltre a scrivere e vagare a mente libera guardando fuori dalla finestra, cosa che per altro lui non fa, soprattutto si documenta. Cerca di allacciare relazioni utili, non in senso commerciale ma per la storia. Si fa domande. Crea una struttura e uno schema dei fatti che è già tre quarti del testo.
Un urrah per Ellison!

La vicenda è sensata, particolare non insignificante per il genere (che è sì l’horror, ma con buone dosi di thriller ben amalgamate); considerando poi il rischio che presenta sempre un prodotto BlumHouse. Ma forse si è salvato perché è un primo capitolo: leggo che sono stati girati anche il 2 ed il 3, nemmeno lo immaginavo ma, a ripensarci, è del tutto naturale e prevedibile. Mi rifiuto, ovviamente, di vedermeli.
Tornando al punto: la vicenda è sensata, gli attori sono capaci (e non parlo solo di Hawke), la famiglia di Ellison, Dio sia lodato, è composta da persone normali, con attriti e paure perfettamente credibili ed integrati con un contesto chiaro. Compresi i pavor nocturnis del piccolo Trevor, impressionanti però mai forieri di quell’atmosfera rarefatta e gratuitamente vaga tipica di tanti horror.
Gli elementi soprannaturali sono ben presenti, discretamente spaventosi, ma non vanno a produrre jumpscares a muzzo. Faccio anzi fatica ad arrivare a contarne due, di jumpscares.

Altri fattori mi hanno indotto ad attribuire quasi il massimo dei voti (4.5/5) ad un film che sulla carta potrebbe sembrare identico a mille altri: intanto, la vicenda è filtrata attraverso un’ottica, quella del protagonista, caratterizzata da una razionalità sicura ma non insistita. Non si assiste a nessun duello fede (nel paranormale) vs. ragione; me ne congratulo e gioisco.
I personaggi secondari (dallo sceriffo tendenzialmente ostile, ma anche qui “con giudizio”, al suo vice che si presenta come lo scemo del villaggio ma poi smentisce, con le parole e con gli atteggiamenti, di esserlo) sono marginali ma ben costruiti e contribuiscono in modo a mio avviso decisivo alla riuscita complessiva.
Dialoghi e fotografia sono curati come si deve, c’è attenzione al dettaglio, e mi vien da dire che, se non fosse per l’evidente elemento di genere, siamo davanti ad un film adatto ad un qualsiasi generico pubblico amante della suspence.
Si coglie che chi l’ha messo insieme si è divertito ed appassionato: dalle battute salaci alla citazione kinghiana nulla manca.
Solo le musiche sono forse meno “esatte” e più standard: intendiamoci, intervengono nei momenti giusti non solo per inquietare ma anche per sottolineare, fanno un buon lavoro, ma niente di memorabile.

Uno dei migliori film dell’anno, insomma, che unisce efficacemente:

  • un demone antico,
  • riflessioni intratestuali sulla civiltà dello sguardo (con il gioco di schermi, il concetto di “immagine come varco tra mondi” o i rimandi ad altri titoli più noti) e sull’interdipendenza tra scrittura e vita,

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  • ma pure il senso dei legami e della trasmissione di un “bagaglio” (anche maledetto) da uomo a uomo e da famiglia a famiglia, le debolezze e forze della famiglia stessa,
  • per chiudere – nota personalissima – con un accenno, neutro ma presente, alle abitudini americane in fatto di iniziativa e di rischio: solo in una pellicola statunitense si può osservare qualcuno accendere un mutuo sulla casa prima ancora di aver estinto un altro mutuo sulla casa, avendo in mano giusto una speranza di guadagno e nient’altro – e, per di più, trovare tutto questo normale.

Cani mastini

Ho di fianco al pc uno di quei bei libretti agili e dalle pagine crocchianti, tendenti al seppia, con tanto di linguetta gialla a segnare il passo: parlo de Il mastino dei Baskerville di Conan Doyle, edizione Fabbri 2002 (nemmeno troppo addietro). Traduzione di Maria Buitoni Duca – l’ho scelta perché è la più utilizzata tra quelle disponibili – e, in aggiunta: una conversazione introduttiva tra Fruttero e Lucentini, breve e sapiente, ed i disegni di Sidney Paget – molto, molto belli.
Nonostante debba deludere, parzialmente, le speranze di Lapinsù (non ho sviluppato un’improvvisa passione per l’autore, né per Sherlock Holmes), in verità è stato un bel colpo: una narrazione pura, priva di risvolti sociali o dio sa cos’altro, lontana nel tempo e nello spazio (spazio, ambiente che per altro, per essere una brulla brughiera, è descritto con raffinatezza), e nondimeno una narrazione fluida, da full-immersion di un giorno.
C’è il giallo classico investigativo, c’è il thriller con pennellate leggere di gotico, c’è dell’umorismo / satira (britannicamente compassati, s’intende) e l’atmosfera salottiera da convegno di gentiluomini con pipa.
(In questo non è per nulla diverso dal sedere in compagnia di Miss Marple e di un’intera tavolata di sospetti assassini mentre si sorseggia il thé delle cinque: sai già che il caso verrà chiuso prima ancora di subito, nella loro mente affilata, e sai che tutto poi apparirà lineare ed inevitabile; non sai, però, che tortuoso percorso dovrà fare la tua mente per arrivarci).
Fa il suo porco effetto anche senza un camino acceso presso cui scaldare i piedi ed una tazza di cioccolata di fianco – ma se vi càpita, leggetelo in autunno inoltrato: è l’ideale.
Lo voglio ribadire, perché non costituisce un appunto collaterale ma una forte motivazione, per me: la carta di cui è fatta l’edizione che ho scovato è magnifica. Non nel senso che è di ottima qualità, ma che la adoro. Lettura a parte, ho sfogliato e risfogliato, annusato, avvicinato le pagine all’orecchio per poi farle frusciare… una goduria. Con un altro formato ed altre caratteristiche… organolettiche, l’avrei apprezzato sicuramente meno. Chiamatemi pure una maledetta esteta, non mi offendo.

A proposito di mastini – di tutt’altra natura, cioè di quelli che fiutano e poi addentano le castronerie letterarie, i wannabe da classifica, i passi falsi di nomi noti che aspirerebbero ad essere considerati capolavori – ho scovato e dissotterrato questo interessante post su Il regno di Emmanuel Carrére.
Contiene molti link di analisi e di critica, tra i quali ho trovato particolarmente riuscito questo su Minima & Moralia; per farla breve, ne ho concluso che fra tutti i libri di quest’autore che pure mi attira e voglio approfondire, non  prenderò in considerazione la rimasticatura egoriferita degli albori del cristianesimo.
Leggerò altro, piuttosto. Non è tanto il tema, che anzi per ovvie ragioni mi chiamava, ma l’apparente quantità industriale di scantonamenti, sconfinamenti e insomma paraculate di quello che già, per la critica, è un idolo: tutta benzina sul fuoco, dunque.

Carnet (Luglio 2019)

Una notarella prima di andare ad elencare.
Non è la prima volta che qualcuno lo nota e ne rimane stupito (o persino perplesso), perciò lo preciso: sì, i numeretti a fianco dei titoli sono il totale in ordine progressivo di quest’anno.
No, leggere (o vedere film) non è una gara.
Lo so, macino tanta roba; ma per strano che possa sembrare, e con le fisiologiche oscillazioni, questo è il mio ritmo normale – per intenderci, non è che leggo le pagine a raffica senza capirci niente, pur di collezionare un libro in più da vantare (anche perché di alcuni c’è poco di cui vantarsi, ma questa è un’altra storia).
A me piace tenere traccia di ciò che leggo e vedo, semplicemente, e ritornarci su 🙂
Ricostruire, ricordare, connettere e tirare somme, o tornare su qualcosa che chiede ulteriore spazio. Il fatto che abbia la memoria corta è solo una ragione di più per farlo, ehm 🤣

[libri letti]:
77. L’arte di buttare – Nagisa Tatsumi
Altro titolo della serie Vallardi dedicata al minimalismo, già letto a suo tempo ma che sto riprendendo in mano e sottolineando per prepararmi a ribaltare casa.
Va detto che la Tatsumi, a differenza della Kondo (a proposito, beccatevi questo bell’articolo su Rivista Studio), ha un atteggiamento di fondo un pochetto da stronza, alle volte persino offensivo. Intendo recuperare l’utile e poi disfarmene.
Detto ciò, ribadisco la mia grave dipendenza dall’odore di stampa delle edizioni cartonate.

❤ 78. Lettera a un giovane cattolico – Heinrich Böll
Un autore controverso, secondo alcuni eretico rispetto al cattolicesimo professato; in ogni caso una voce limpida – che, qui, dimostra come una scelta morale chiara sia possibile anche quando si è profondamente coinvolti e contemporanei ad essa, come fu il caso dei credenti in relazione al nazismo.
79. Il mestiere di vivere – Cesare Pavese
Mi aspettavo tutt’altro tono e stile, e pure più “ciccia”: mea culpa, ho creduto troppo all’immagine che m’ero fatta di Pavese.
Né per la poetica né per la vita intima ha molto da offrire: qualcosa, forse, di consolante a chi abbia abbandonato le spoglie autocommiserative di cui lui, invece, è stato lungamente geloso.
Poco virile, vorrei dire, e non certo poiché impotente.

❤ 80. Sunset Limited – Cormac McCarthy
Prendo a prestito la quarta di copertina, che racconta tutto e meglio:

La cucina di una casa popolare, un tavolo, due uomini seduti intorno. Uno dei due è bianco, l’altro è nero. Sul tavolo c’è una Bibbia. I due uomini parlano.
Non si conoscevano prima di questa mattina, quando il nero ha strappato il bianco alle rotaie del Sunset Limited sotto cui stava per lanciarsi. Ma quello era solo l’inizio. Ora i due devono andare oltre. E così parlano.
Dai due lati del tavolo, da prospettive, lingue e colori antitetici, fra picchi di comicità e abissi di disperazione senza contatto possibile oltre all’ingegno folgorante della penna che li ha partoriti.
Un romanzo in forma drammatica che raggiunge il nucleo pulsante dell’indagine esistenziale di McCarthy. Non ci sono approdi, prese di posizione, risposte. C’è solo una domanda: che cosa ti divide dal tuo Sunset Limited?

❤ 81. Una cosa divertente che non farò mai più – David Foster Wallace
🌟 82. Pet Sematary – Stephen King
83. Il magico potere del riordino – Marie Kondo
🌟 84. L’uomo che cammina – Jiro Taniguchi
🌟 85. Una paga da fame, Come (non) si arriva a fine mese nel paese più ricco del mondo – Barbara Ehrenreich
❤ 86. Donna delle pulizie – Stephanie Land

[film visti]:
🌟 79. Silence – Martin Scorsese
80. Arrival – Denis Villenueve
🌟 81. 120 battiti al minuto – Robin Campillo
82. A tempo pieno – Laurent Cantet
83. Pay the ghost – Uli Edel
Superfluo, fiacco, sciocco. Per giunta con una recitazione deprimente di quasi ogni attore del cast, ed una fotografia oscena. Senza infamia né lode, come riassunto qui.
Peccato, perché l’idea di base nella sua semplicità avrebbe potuto essere un buono spunto da sviluppare.
84. Nella valle della violenza – Ti West
Niente stellina perché non è di livello eccezionale, è però molto divertente e ben costruito sfruttando pochi personaggi ed elementi.
L’originalità non sta nella trama, che si regge soltanto sull’utilizzo di abbondanti topòi western, ma nella lettura ironica – mai comica – ed affezionata che ne fa.
Pathos discreto e collaudato, buono per attraversare un pomeriggio afoso e polveroso.
🌟 85. Personal shopper – Olivier Assayas
Molto più thriller che horror, un film in cui i medium sembrano pullulare molto più degli spettri stessi, ma senza per ciò rompere le scatole, assorti come sono dalla propria – inaspettata, scabrosa, preoccupante, desolata – interiorità.
86. Moonlight – Barry Jenkins
❤ 87. Risorse umane – Laurent Cantet
❤ 88,89,90. The dark knight trilogy (Christopher Nolan):
Batman begins, Il cavaliere oscuro, Il cavaliere oscuro: Il ritorno
Le mie impressioni immediate le trovate nei post linkati. Ma per un’opinione più ponderata  e meno “Evviva! Fico! Pipistreeelliii!” dovranno trascorrere almeno cinque anni. Nel frattempo, potete sollazzarvi con le recensioni de La bara volante, solide e spassose 🙂 Fiondatevici, soprattutto se per voi il capitolo due: Il cavaliere oscuro è il più bel film della storia del cinemadella trilogiadi quel pomeriggio in cui l’avete visto 😁 
91. The circle – James Ponsoldt
❤ 92. Batman, Il ritorno – Tim Burton
Meraviglia. Il bello di non “intendersene” è che puoi esaltare il bello ed ignorare il difetto, sempre che davvero questo film ne abbia. Per me, no.
Non sono una grande fan di Burton, ma mi sorge il dubbio che ciò dipenda molto dalle sue pellicole “recenti”. Perché questo secondo capitolo (recupererò il primo, promesso) mi ha catturato subito e sempre; e mi ha ricordato nel giro di un minuto secco (più quelli dei titoli di testa, certo, con la discesa nelle fogne del pargolo pinnuto) come mi sentivo ognuna delle ventordicimila volte in cui, da nanerottola – non che ora sia cresciuta tanto – mi sono vista 
Beetlejuice. Ovverosia: divinamente.
❤ 93. Nave fantasma – Steve Beck
94. The descent – Neil Marshall
Alcune vecchie amiche si ritrovano per la periodica escursione (stavolta, in un complesso di grotte sotterranee). Dentro le cavità terrestri scopriranno di non essere sole, ecc. ecc.
Noioso e parecchio patetico.
L’unico sollievo arriva quando il maledetto gruppo delle gitanti perennemente urlanti comincia a perdere pezzi di carne a suon di morsi.
🌟 95. La meccanica delle ombre – Thomas Kruithof
Francois Cluzet è sempre al suo meglio. Spionaggio classico, fotografia fredda.
🌟 96. La legge del mercato – Stéphane Brizé
97. Open water – Chris Kentis
❤ 98. I racconti della luna pallida di agosto – Kenji Mizoguchi
Meraviglia. Bianco e nero, Giappone, l’apologia del buonsenso e della rinuncia alle ambizioni. Insolitamente, la pagina relativa su Wikipedia riassume storia del film e trama (di per sé non intricata) in modo chiaro, e fornisce pochi ma buoni link.
99. Dracula Untold – Gary Shore
Idea buona, realizzazione frettolosa.
Alcuni momenti spettacolari, meno però di quanti erano attesi, e soprattutto ottenuti con una smaccata computer grafica che toglie loro molto impatto.
Il pathos è un orpello didascalico che poi dovrà arrangiarsi lo spettatore a suscitare: e va bene che non è un film intimista, ma aspira pur sempre ad essere una pietra angolare della storia di Dracula – mica pizza e fichi.
🌟 100. Lego Batman – Chris McKay
Al cinema mi aveva fatto ribaltare – aveva fatto ribaltare l’intera sala, per la precisione.
Rivisto a casa, mi ha fatto ribaltare uguale, solo sul divano anziché sulla poltroncina 😁
101. Suicide Squad – David Ayer
102. Friend request – Simon Verhoeven
Temevo fosse mediocre, invece è un filmetto discreto. Chiaro, nulla di stupefacente. Di originale c’è ben poco – persino la scelta del mezzo computer / Facebook come veicolo di morte, mescolato a ingredienti nient’affatto moderni come la stregoneria e lo scrying, è già vista. Verso The ring ha molti debiti, o forse piuttosto sono omaggi voluti…
Tuttavia non è da buttare: mantiene un buon ritmo fino alla fine, non impone scene superflue e utilizza, per un certo tempo, la grafica non per creare effetti speciali ma in modo complementare alle normali riprese (i disegni animati pubblicati sul proprio profilo da Ma Rina si espandono a tutto schermo, dando però l’idea che sia Laura – e noi – a caderci dentro).
Mi chiedo se sia stato mandato in onda in prima serata perché ha un target giovane (anche se resta vietato ai minori di 14 anni… mah!), mentre quel mostro sacro di 
Babadook è stato programmato in seconda. Rai4 dovrebbe pur avere un margine di manovra più ampio… ma forse sto delirando, parlo pur sempre della Rai.
103. Le belve – Oliver Stone
❤ 104. The final girls – Todd Strauss Schulson
Mi soffermo come al solito a spiare cosa danno in seconda serata, e su Rai4 – che ultimamente si dà all’horror – sgamo questo che pare un filmetto da nulla. Tempo dieci minuti, e ho deciso che valeva la pena aspettare un attimo. Tempo venti minuti, e ho deciso di vederlo tutto. Tempo mezz’ora, e i miei due neuroni facevano le capriole dentro il cranio urlando WOW!
Ho visto per la prima volta Taissa Farmiga, sorella di Vera, e rivisto diversi volti già noti.
Ho visto un ibrido tra slasher, commedia e fantastico con virate decise sul sentimentale; e non ci crederete, ma stava in piedi.
Ho visto un flashback dentro ad un film dentro al film, e gente che passava dall’uno all’altro – e una di queste ad un certo punto 
capiva di non essere  reale, ho visto loop temporali ripetuti, ho visto cinema che parla di se stesso e si prende per i fondelli scena per scena, e nonostante questo anzi proprio per questo, perché è fatto bene, in quelle stesse scene sa di epico.
Per un miracolo del cielo, 
esiste una copia nel mio circuito bibliotecario – doh!

Max Cartwright è una ragazza che frequenta l’ultimo anno della scuola superiore. Con gli amici si reca ad una proiezione pubblica di Camp Bloodbath, un film horror che ha visto protagonista la madre Amanda, ora deceduta.
Durante la proiezione rimangono vittime di uno strano incidente che li catapulta all’interno del film, Max ritrova quindi la madre e insieme ai suoi amici, affrontando i pericoli previsti dalla trama del film, tra cui un serial killer che brandisce un machete, dovrà trovare un modo per ritornare sana e salva nel mondo reale.

Film .19: Nave fantasma, Steve Beck

Basterebbe il soggetto – navi fantasma, a chi non piacciono? – per superare qualsiasi ritrosia che recensioni negative possono aver suscitato.
Se poi a bordo ci sale la Margulies, che io adoro, tentare la sorte è ancor più facile.
Saltiamo pure il momento del breve riassunto della trama, non ha così importanza ed è perfettamente intuibile nelle grandi linee (persone su barca-nave-rimorchiatore hanno incidente e restano bloccate su nave-fantasma, o peggio ci salgono volutamente. Molti muoiono, altri son sotto shock o feriti). Dirò soltanto che mi aspettavo qualcosa di diverso – più serioso e lugubre – e farmi prendere in contropiede mi piace, non guasta quasi mai.
Come mi è piaciuto il resto: dalla fotografia carica e vagamente fumettosa, a quei due tre momenti di light gore.
Pazienza per i dettagli poco curati – dalla “cabina di capitano” (per altre chicche, leggete Fantasma di nave su Doppiaggi Italioti), al sangue secco vecchio di quarant’anni ma ancora rosso acceso, all’inclinazione del rimorchiatore rispetto alla Antonia Graza che lo fa apparire fermo anziché in rapida discesa.
Il finale è classicissimo, ma l’idea del “recuperatore” meno, insomma è godibile. Puro divertimento, puro relax, un film senza pretese ma ben fatto. Una vita di solo caviale annoia, proprio come ha annoiato… a morte Kathy – Oh, I’m so bored! Ogni tanto ci vuole del sano, popolare pop-corn.

La musica giusta per una cosa del genere è il crossover.
Felice intuizione aver accompagnato la rivelazione-flashback con Mudvayne, Not falling.

Su YouTube si trova anche quello che pare essere il film originale del 1980.
Se invece preferite qualcosa di più strong ed emotivamente sfidante, ma pur sempre ambientato su una nave… problematica, beccatevi il bellissimo Triangle di Christopher Smith (2009), con Melissa George. Per una recensione ben fatta che non spoilera tutto dalla A alla Z, servitevi qui. E prego, non c’è di che ❤