film (maggio 2020) – pt. II

I bambini di Cold Rock – Pascal Laugier

Più thriller che horror, e con un plot-twist che trasporta la storia nel sociale (al di là dell’impressione che fa, c’è di che riflettere). Impossibile raccontare in che consista la svolta senza svelare tutto, ma comincia così: c’era una volta una cittadina dalla quale, regolarmente, scomparivano i bambini… e molti credevano fosse opera di una sorta di babau: l’uomo alto (il titolo originale è infatti The tall man).
Merita. Anche per dare uno sguardo a Jessica Biel.

Solo Dio perdona – Nicolas Winding Refn

Se l’ultimo film da me visto di Winding Refn – Fear X – mi era stato ostico da digerire, da comprendere, questo mi appare limpido (e bellissimo, non meno di The neon demon).
Non è una pellicola di arti marziali, anche se naturalmente qualcosa compare, essendo ambientata ad Hong Kong prevalentemente in una palestra.
Non è una pellicola che parli di qualcosa: non parla di nulla, non ha un tema – sì, l’intreccio poliziottesco-mafioso, ma è secondario seppur non marginale. Parla degli uomini (e di un paio di donne non da poco, precisiamolo onde evitare fraintendimenti). Di come sono fatti dentro, e di come funzionano, gli esseri umani.
Gosling eccelso. Che ve lo dico a ffa’.

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Noah – Darren Aronofsky

Ho aperto la Bibbia su Genesi 6, perché di fatto non posso dire di conoscere la faccenda dell’Arca in tutti i suoi contorni. Ma soprattutto mi incuriosisce scoprire se davvero c’era una donna, se era una soltanto, da dove proveniva: perché la Ila interpretata da Emma Watson mi sa di innesto apocrifo, o magari persino autorale.
Un Aronofsky molto regolare, fatte salve le suggestioni mitiche e quasi fiabesche nei toni (visioni, angeli caduti trasformati in mostri di pietra, discendenze cainite come se non ci fosse un domani, Matusalemme che miracoleggia la fertilità).
Recitazione lodevole di tutti, colombe comprese.

Bombshell – Jay Roach

Proprietario del network televisivo:
– Ditemi voi se quella non è una bocca che ha succhiato un cazzo.
Forse perché pensa che, se riferita ad un maschio, una “battuta” simile non debba offendere anche lei, una dipendente seduta a fianco del proprietario ridacchia. Ma si vede che fa fatica.

Cos’è, una roba femminista?
La gente non vuole vedere la tua faccia con le rughe e sudata perché hai la menopausa.
Lo stesso proprietario alla conduttrice tv che si è presentata in video struccata.
Menopausa e sindrome premestruale sono la ragione per ogni cosa che, nelle donne, non gli piace (vale anche per Trump). Sempre lui:

Fammi vedere [inquadra la conduttrice] quelle cavolo di gambe!
Perché cazzo l’ho assunta se no!

La questione è chiara e ben recitata.
Ci sono la giornalista di punta che viene mobbizzata, la giornalista di punta che anni ed anni prima dello scandalo aveva subito un’avance ed ora deve decidere se scendere in campo o tenersi ai margini, la giovane giornalista a disagio ma che purtuttavia si chiede se non sia l’occasione della vita farsi il capo per andare dritta alla meta del programma più seguito. C’è la giornalista lesbica nascosta che osserva l’andazzo impaurita.
Ci sono insomma donne di ogni genere, dai grandi nomi alle piccole pescioline.
Ciò che invece non c’è, è una donna che si sia rifiutata e quelle avances le abbia respinte.
Manca completamente un contrappeso, un ruolo contrastivo.
E’ chiaro che è l’intero sistema a sospingerti in quella direzione pena l’esclusione – non è una novità né in questo campo né del nostro secolo. La mia domanda è:

e allora? 

Un condizionamento non è comunque, mai, una costrizione tout-court. E dunque, dove diavolo sono in questo pur ottimo film le donne che dicono di no?

Il gioco di Gerald – Mike Flanagan

Catarsi, rinascita… nessuna parola è adeguata per dire la storia di Jessie.
Come sempre in King, dietro alla vicenda sospesa tra horror e thriller di una donna che, abituata a sottomettersi agli uomini della sua vita, si ritrova ammanettata al letto col cadavere del marito steso ai piedi dello stesso e non un’anima viva nel raggio di chilometri per soccorrerla, c’è un vissuto lacerante, un’infanzia che sembra essere dimenticata ma non fa che scivolare silenziosa sotto la superficie, qualcosa che è andato storto e condiziona il presente.
Così come spesso compare nei suoi romanzi un abuso di qualsivoglia tipo (qui non vedrete sesso esplicito, ma di sesso ne circola tanto, e pesa, e morde), e poi, bisogna anche dire, una eclissi.
King è il mio autore, il primo filo letterario saldo tra me e mio padre, uno che ti fa sentire forte le cose, e se di tuo già le cose le senti forte, è come entrare in risonanza con un diapason ogni volta. La musica che accompagna il film è funzionale e discreta, ma è stata sufficiente per raccogliere ed incanalare la mia emotività e farmi piangere sui titoli di coda – non lacrimare, proprio piangere. Da tanto non capitava.
Compartecipazione profonda, insomma, e una discreta dose di angoscia, sono i chiari meriti ascrivibili a Flanagan e, nondimeno, a Netflix, azienda discussa della quale questo è il primo prodotto, mi pare, che vedo. Non potevo chiedere miglior esordio!

Da notare che, persino per uno stomaco piuttosto forte come il mio, c’è stata una scena (senza spoiler, quella del bicchiere frantumato che fa… accapponare la pelle), da nausea. Letteralmente, perché ho dovuto mettere in pausa e andare in bagno a quasi-vomitare. Ci sono certi dolori, fisici e non, che hanno bisogno di essere evacuati – non sarà del tutto un caso, credo, se “rimettere” è un verbo utile sia per l’espulsione di materiale indigesto dallo stomaco che per la liberazione da materiale indigesto nell’anima.

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Muori papà, muori! (Why don’t you just die!) – Kirill Sokolov

Uno spettacolo. Ne hanno parlato Cassidy e Lucia.
Consiglio per la visione: abbinate il “sangue” sullo schermo ad un buon thé nero carico.
Il titolo italiano è più aderente all’originale, ma la versione inglese dice qualcosa di fondamentale: che la gente, in questo film, è dura a morire. Ma dura dura, davvero tanto tanto, eh.
Saremmo portati a pensare che, quando un ragazzo col martello incontra un uomo col fucile, il primo debba soccombere. E può darsi che accada anche questo, ma, come dire, le cose si rivelano più difficili (e complicate) di così.
Certo non imprevedibili, ma nemmeno banali – e del resto anche in questo esordio con passaggi tarantiniani ciò che conta non è né la vicenda né il pulp o come si chiama in sé, ma la dolenzìa dell’anima russa.
Comunque la cosa più inquietante, e che ormai infesta i miei incubi, è che Andrei somiglia tanterrimo ad un mio conoscente O.o

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Shaun, vita da pecora: il film – Mark Burton, Richard Starzak
Shaun, vita da pecora: Farmageddon – Will Becher, Richard Phelan

Ho conosciuto Shaun (dello stesso autore di Wallace & Gromit, Nick Park) attraverso gli episodi brevi mandati in onda in tv su uno dei canali dedicati ai cartoni.
Il primo film è carino, ma non paragonabile alla serie animata, mentre il secondo, oltre ad avere un tema (fantascientifico) ed una storia meglio sviluppati, ha anche un ritmo più accattivante ed una sceneggiatura più ricca – che include omaggi almeno a quattro colossi del genere: Incontri ravvicinati del terzo tipo, Arrival, E.T., 2001 Odissea nello spazio. L’alienino è teneroso ♡

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A lonely place to die – Julian Gilbey

Presentato come un horror, in realtà è un (buon) thriller che sa giocare sul filo dei generi. Melissa George e le Highlands scozzesi sono la ciliegina sulla torta di un’ottima sceneggiatura (scritta a quattro mani dal regista col fratello William).
Proprio per non sciuparne la scoperta spoilerandovela, vi dico soltanto che l’incipit vede cinque escursionisti accingersi ad una scalata importante, quando uno di loro sente una voce nel fitto del bosco. E seguendo quella voce finiranno trascinati in una caccia all’uomo: l’azione è ben congegnata e mai sopra le righe.

🎬

I film non commentati:
Jumanji, The next level – Jake Kasdan
Tutti i soldi del mondo – Ridley Scott
The accountant – Gavin O’ Connor

film (aprile 2020) – pt. II

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Ma che film horrendo mi hai fatto vedere?!

ESP, Fenomeni paranormali
– Colin Minahan e Stuart Ortiz (The Vicious Brothers);
62. ESP, Fenomeni paranormali II – John Poliquin

Il primo film l’avevo visto, il seguito per molto tempo non ho saputo esistesse. Di fatto, nulla di particolarmente nuovo o eccitante – a parte l’impressione lasciata dai “fantasmi dalla bocca larga” (espressione rispondente al vero ma che mi fa ridere, perché ripenso alla mia insegnante di tedesco delle superiori, rinominata “rana dalla bocca larga”. Povera). Le deformazioni fisiche, i gigantismi in particolare, fanno sempre il loro porco effetto…
… quanto al seguito, che certo non è un capolavoro, offre comunque un salto di qualità nella resa generale. Ha saputo dir tutto la recensione di MyMovies. Magari non originale, ma almeno con un impianto ed un senso – una versione povera di metacinema.

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La terra dell’abbastanza – Fratelli d’Innocenzo

Due amici, ancora studenti, girovagando con l’auto una notte investono un uomo comparso loro davanti all’improvviso, senza che potessero evitarlo.
Il fatto, inizialmente motivo di grande agitazione, rappresenterà per uno dei due l’occasione di entrare in contatto con una famiglia mafiosa della capitale, nella speranza di trarne un vantaggio economico che li porti a “svoltare”.
Ovviamente, le cose non andranno secondo i loro piani…
… bel film dai modi modesti e a tratti rarefatti. Calibrato ma tutt’altro che in tono minore.
Ci trovate Max Tortora e Luca Zingaretti in un cammeo, ma non guardate loro, guardate i ragazzi.

Le colline hanno gli occhi – Wes Craven

Ho visto per primo il remake di Alexander Aja, che imprevedibilmente m’era piaciuto: anche più di questo, che è sanguigno eppure meno impressionante – forse perché gli americani beneducati hanno questa vena di bestialità sotterranea, ma al giorno d’oggi la nascondono volutamente di più e meglio, creando un contrasto con i “selvaggi” più evidente?
In Aja c’è anche l’inserzione di un tema mancante in Craven, che ci cattura sempre ed è il mettere in mostra le falle e le brutture, o comunque gli scontri frontali, delle moderne famiglie. Forse non facendo scorrere il sangue letterale, ma scarnificandosi idealmente per bene.
I legami tra benzinaio e selvaggi sono espressi, anche se con riserbo, mentre noi oggi tendiamo ad essere molto più didascalici: questo è un punto in più per la versione del 1976.

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Come un gatto in tangenziale – Riccardo Milani

Il genere commedia usa proporre situazioni standard, se non drammatiche, e ribaltarle leggendole in tono farsesco. Invece questo film mi pare voglia apparecchiare un set completo di ironie facili sulle mancanze umane lasciando però trasparire, in modo più netto del solito, un tono serio. E’ un’operazione che mi convince molto più della commedia pura, ed a cui la Cortellesi non è nuova – sto pensando a Gli ultimi saranno ultimi, che pur con qualche sbavatura avevo trovato un film solido e dolceamaro al punto giusto.
In questo caso il motivo di fondo è lo “scontro di civiltà” tra burocrati di stanza nelle commissioni europee, altolocati, ricchi e idealisti, e d’altro canto burini rissosi, poveracci  che si dicono tali per colpa dei suddetti burocrati, più incattiviti che realisti: la “periferia”.
Bravi la Cortellesi, appunto, ed Albanese; ma anche il resto del cast funziona (che spasso le gemelle-shopping, Pamela e Sue Ellen). Sonia Bergamasco la adoro sempre. Finale di maniera ma senza esagerazioni, che ci sta tutto. Diamogli un 8 e ½.

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Un tipo (poco) rassicurante…

Game night (Indovina chi muore stasera?)
– John Francis Daley, Jonathan Goldstein

Fa-vo-lo-so. Senza mezzi termini, uno dei migliori film visti quest’anno finora.
Senza volerlo, subito dopo il precedente, ho visto questo che è un altro film dal tono ibrido: commedia certamente, ma definirlo tale è troppo poco – non perché la categoria commedia valga meno della drammatica, ma perché limitante.
Per una volta, non essermi rinfrescata la memoria delle recensioni che posso aver letto in anticipo è stato meglio, perché l’ignoranza totale di cosa avverrà è un fattore di godimento importante.
Si può dire che tutto ruota attorno ad una coppia di appassionati di giochi di società ed ai loro amici – più un vicino psicopatico tanto inquietante quanto sorprendente -, che organizzano regolari serate-gioco (da qui il titolo) a casa propria, finché una sera compare il fratello di lui a scombinare le carte e mettere sul tavolo una specie di “cena con delitto”; ma da questo punto in avanti tutto è sorpresa: che sia o meno una parodia, come si ipotizza ma anche subito si dubita qui, non è rilevante perché la vicenda, per altro serratissima, si regge benissimo da sé.
Commedia sì, dicevamo, ma anche altrettanto thriller, con punteggiatura romantica e momenti d’azione, colpi di scena a catena (e non scordate, dopo gli interi titoli di coda, un ultimo passaggio ulteriormente rivelatore).

Inside job – Charles Ferguson

Documentario sulla crisi del 2008 montato con brevi interviste ai protagonisti – per lo più negativi – dell’economia mondiale. Domande elementari e non aggirabili, insistite, sono lo strumento sufficiente a scardinare le menzogne e le giustificazioni dei figli di puttana, con nome e cognome, che dopo aver immiserito milioni di persone (quando non le hanno portate al suicidio) in maggioranza non solo non hanno perso il posto, ma spesso sono stati promossi a cariche ancora più prestigiose – da presidenti democratici non meno che dai conservatori.
Non stupisce, ma atterrisce, la serenità con cui riescono a negare di aver fatto danno scientemente, o di pentirsi. Nemmeno tentano di scusarsi per errori minori e meno gravi, reali o no, come il non aver fatto bene i conti o essere stati presuntuosi: no, non c’è nulla che non vada, per loro.
Sicuramente il migliore lungometraggio non-fiction visto in proposito; privo di banalità.

White noise (Non ascoltate) – Geoffrey Sax

Micheal Keaton in versione allocco cerca un contatto con la moglie defunta attraverso l’elettronica. Stanotte ci provo anch’io – al massimo registrerò me stessa se parlo nel sonno, il che è altrettanto affascinante -, ma intanto lasciatemi dire che il bello di questa fissazione fantasmatica sta nelle meraviglie del nostro passato tecnologico: videoregistratori ed audiocassette, telefonini GSM, e persino televisori col tubo catodico! ❤
Il film è del 2005 e l’avevo già visto, ma non ne ricordavo davvero nulla (il che, onestamente, non è strano vista la banalità: in pratica non offre altro che jump scare sonori). Il “fenomeno” però è intrigante, e poi mi mancava il seguito, perciò è scattato il rewatch.

White noise 2 (The light) – Patrick Lussier

Dagli EVP alle NDE, con premonizioni e possessioni demoniache: ha davvero senso?
E’ comunque un piacere (ri)vedere un Nathan Fillion ante-Castle, anche se più tontolone.
Bocciati i tentativi di accattivare lo spettatore con citazioni “alte”: dire ad uno scampato alla morte, attualmente in terapia intensiva, che il tuo film preferito è Frankenstein, non è carino. E questo dopo avergli annunciato che verrà seguito dal dottor Karras…!
Bizzarro, meno palloso del primo ma con musiche da latte alle ginocchia e una resa del tunnel verso l’aldilà da fumetto: nulla da aggiungere ad un disco con le meraviglie terrestri da inviare nello spazio ad incrociare ipotetiche forme di vita, ma almeno, proprio come il protagonista Abe, ho aggiunto una discutibile tacca alla mia collezione di vite salvate film da recuperare!

libri (aprile 2020) – pt. I

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Opera di Elia Colombo

Abisso – Dean Koontz [kindle]

Un thriller che innesca il proprio meccanismo in modo assai graduale (il che mi aggrada), partendo dalla descrizione della vita di Tina Evans, produttrice di spettacoli per casinò a Las Vegas – che non sfigurerebbe in un romanzo drammatico, o rosa -, passando per il soprannaturale, ed atterrando in un blando spionaggio con tanto di… arma biologica virale creata in laboratorio sulla base del ceppo cinese Wuhan-400.
Sì, avete letto bene, nell’ormai lontano 1981 Koontz scrisse un storia che, da qualche parte – non rivelo il punto tangente tra virus e vicenda – incrocia la strada che noi stiamo percorrendo oggi… in un certo senso… ed in modo più collettivo che personale. Il libro per altro è stato edito in italiano soltanto ora, come riporta Lucius nei suoi Archivi di Uruk. Poco maliziosi, eh?
Nel complesso, mi ha regalato alcune ore di ottimo intrattenimento: leggero, non poi così impegnato come il tema lascerebbe credere, una piacevole lettura da spiaggia. In parte lo rende così soft il fatto che il mondo, purtroppo o per fortuna, è andato avanti… e le slavate preoccupazioni etiche avanzate nel finale non fanno neppure il solletico.
Bando ai facili complottismi, sappiate che in origine il ceppo virale si chiamava Gorki-400 e proveniva dall’Unione Sovietica, ma è stato poi modificato per gli assetti geopolitici in… mutazione 😉
Se come me e Lucius siete dei grammar-nazi, fate un respiro profondo prima dell’immersione: nella versione Kindle l’editor ha fatto un lavoro sufficiente, ma il traduttore ha lasciato (o inserito di proposito?) una marea di congiuntivi doppi ed insensati; errore comunissimo oggi come oggi ma insopportabile.

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In cerca di guai – Mark Twain [kindle]

Una sorta di lungo e ricco diario, romanzato e innervato di solida ironia, delle avventure del giovane autore (prima ancora di diventar cronista) nel West, e precisamente soprattutto in Nevada (questo mese ho fatto l’abbonamento…).
Tra burocrati in erba, mormoni feroci, cercatori d’oro e soprattutto argento, letali laghi salati e pazzeschi viaggi in diligenza (che occupano molte, divertenti pagine), c’è di che stare allegri e compiacersi, nel frattempo, di non trovarsi lì dove Twain sta cercando la ricchezza – o, in alternativa, un lavoro che non lo scocci troppo presto.

Il saccheggio (e altri racconti) – Nadine Gordimer [kindle]

Un’autrice che ho estratto dal cappello un po’ così, a sentimento, e che mi sta dando la soddisfazione di una lettura inattesa e dura, forte.
Il tema più frequentato è senz’altro quello dell’apartheid sudafricano con tutto ciò che da esso consegue, visto tanto con occhi neri che bianchi, di burocrate o di cooperatrice internazionale con le sottigliezze che “cooperare” richiede, di adulta innamorata o bambino non ancora intaccato dalle differenze.
Particolare e molto bello il mosaico di vite costruito per l’ultimo, lungo racconto, intitolato Karma e che del concetto induista si serve per connettere esperienze e persone in apparenza distanti ed aliene le une alle altre.

Gli immortali – Alberto Giuliani [kindle]

Scaricato grazie alle iniziative di solidarietà digitale.
Una non-fiction sospesa tra il reportage ed il viaggio di scoperta di sé, suddivisa in capitoli tematici, che esplora in modo non pedante le magnifiche sorti e progressive della nostra umanità prossima al collasso, ambientale e morale, muovendosi agilmente tra clonazione, colonie su Marte, bunker per patiti della sopravvivenza estrema e crioconservazione, e ancora il monitoraggio climatico con il suo tentativo di sopravanzare i mutamenti in atto conservando e trasmutando la vegetazione e l’alimentazione ora disponibile.
Tutto nasce da una profezia sul proprio futuro (e la propria morte) che l’autore raccolse controvoglia decenni prima, durante un viaggio in India per lavoro (tra le altre cose, è un fotografo).
Ne trovate un estratto sulla pagina del Saggiatore.

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Il quaderno; Ultimo quaderno – José Saramago [kindle]

Ho caricato sul Kindle una bella bordata di libri del portoghese che non mi ha mai attirato, ma che molti amano, decisa a verificare di prima mano e più approfonditamente se davvero, e fino a che punto, sia una persona da evitare.
Ho però cominciato mordicchiando questa raccolta di post dal blog che tenne negli ultimi anni (ormai ne son passati parecchi, si fa per esempio riferimento a Berlusconi ed al bunga bunga…), per poi stringere il cerchio.
Prima impressione: gli scritti di per sé, con qualche eccezione qua e là, non mi han lasciato nulla. Emerge a macchia di leopardo anche il suo noto anticlericalismo, e se tanto mi dà tanto il fumo puzzolente non nasconde alcun arrosto. Vedremo, comunque, quanto inciderà sul corpus letterario e se sarà tale da impedirmene la prosecuzione, oppure se qualcosa di buono ed inaspettato emergerà da premesse tanto poco promettenti.

Fuga da Bisanzio; Il canto del pendolo – Josif Brodskij [kindle]

Dulcis in fundo, ecco un autore che stacca tutti quanti di due spanne e che dopo aver piantato il primo paletto nel mio cuore ora ne sta conficcando altri.
Non un romanzo né una biografia, Fuga da Bisanzio, ma un paesaggio dell’anima: Brodskij, con la sua prosa fluente e discreta – ma pronta ad erompere quando si abbassa la guardia, come la Neva -, osserva la propria vita come in cartolina e ne trae un amalgama storico, letterario, estetico e politico uniforme.
E preciso subito che, se la sua critica al totalitarismo rosso (una delle più composte e meno reattivamente radicalizzate) mi trova concorde, si tratta di un bonus che non pesa sulla bilancia del mio apprezzamento: sia perché tale critica si estende in ampiezza su certi tratti della mentalità russa tout-court, sia perché al di là dei contenuti, pochi o molti, che posso trovare interessanti condivisibili o poetici, quest’uomo ha una mente della quale sento di potermi fidare. E con la quale mi sento a mio agio.
Ne Il canto del pendolo la sua abilità a spaziare senza disperdere la compattezza del proprio pensiero, applicati in particolare alla letteratura e alla poesia, confeziona invece una serie di ritratti e di commenti a Montale, Dostojevskij, alla Achmatova, e poi ragiona di versetti evangelici e canoni estetici – cose che, se non le stessi leggendo come lui le ha scritte, scanserei prevedendo un sicuro fastidio.

Brodskij Isof und Maria - 2004 - Baryshnikov Dance Foundation
Brodskij Iosif und Maria – 2004 – Baryshnikov Dance Foundation

film (marzo 2020) – pt. I

L’uomo sul treno (The commuter) – Jaume Collet-Serra

Con Liam Neeson.
Un intreccio improbabile, di genere indefinito perché ne vuole coprire troppi, con protagonista l’ex poliziotto più stupido dell’universo creato.
Pessimo Polpettone Palloso. Imbarazzante.
Per fortuna non m’è riuscito di vederlo al cinema quando uscì.

Dogman – Matteo Garrone

Pezzo da novanta. Ritmo lento, come piace a me. Impietoso sull’umanità che descrive ma senza strappi bruschi, l’ho sopportato più che bene (ho sempre questo timore di patire troppo vedendo un film bello ma pesante).

Gold, La grande truffa – Stephen Gaghan

Compagnie minerarie e finanziarie, la ricerca dell’oro fuori tempo massimo, una truffa curata ma non troppo sofisticata e sbruffona; tutta da capire strada facendo.
Carino. Onesto, senza tanti fuochi d’artificio.
Bravo McConaughey, Bryce Dallas Howard quasi non la riconoscevo.

Babycall – Pal Sletaune

Ben impostato, ma deludente. Più thriller che horror psicologico (è così che lo vendono), ha personaggi intriganti ma che alla lunga, con le loro idiosincrasie, fanno girar le balle. Da Anna, madre che scappa – o crede di scappare – dal marito violento col figlioletto Anders, già di suo mezzo sociopatico, al commesso di negozio Helge che stringe amicizia con Anna come aggrappandosi ad un salvagente (entrambi un po’ profughi nella vita, sconfitti ed alienati).
Il finale è forse la parte migliore di un lungometraggio che, forse, con meno passaggi logici e svolte narrative avrebbe funzionato di più.

Il presagio – Richard Donner

Ne avevo visto il remake al cinema, ma tanto per cambiare l’originale del 1973, con un Gregory Peck splendidamente invecchiato, è migliore, più godibile e mai noioso, seppure ormai manchi a noi la freschezza e l’impatto che deve aver suscitato negli spettatori dell’epoca.
La storia è presto detta: un ambasciatore americano di stanza in Inghilterra si ritrova ad allevare il figlio del diavolo, dopo aver accettato di sostituire il proprio neonato, morto ad insaputa della moglie, con un bimbo la cui madre è morta durante il parto.
Che Damien, così si chiama il pargolo, abbia ascendenti “illustri” lo scoprirà, naturalmente, vita vivendo. Lascio a voi il piacere di scoprire se riuscirà a fermarlo – comunque non prima che abbia seminato decessi in giro.

Aria di famiglia – Cédric Klapisch

Alla maniera francese, molto dialogato. Un po’ datato (lo si coglie anche nel ritmo e nella fotografia) ma ficcante. Più “famiglia parapiglia” che “fratelli coltelli”, direi.
La matriarca fa effetto, per alcuni versi è molto simile alla mia zia Volgarona. Brrr.

All’origine c’era un’apprezzata commedia del 1994, imbastita dagli autori-attori Agnès Jaoui e Jean-Pierre Bacri, un po’ ispirandosi al celebre motto gidiano «Famiglie vi odio» e un po’ giocando fra la tenerezza e il sorriso.
Ha pensato a trasferirla sullo schermo i cineasta Cédric Klapisch di
Ognuno cerca il suo gatto, cui lo spettacolo era risultato molto congeniale.
E anche gli spettatori italiani dovrebbero rispecchiarsi con facilità nel piccolo universo parentale di Aria di famiglia: insomma, ecco un buon film francese da raccomandare a chi cerca un’alternativa europea al solito titolo americano.

[fonte: Alessandra Levantesi, La Stampa]

Per un riassunto dell’intreccio, pedante ma utile a farsi un’idea, vi rimando alla pagina su Wikipedia. Di mio, ho apprezzato soprattutto la coppia di Betty (ribelle solo per necessità e difesa, come me) e Denis, l’aiutante del bar di proprietà di uno dei figli, nel quale la famiglia-che-toglie-aria si ritrova per festeggiare un compleanno.
Che, poi, da festeggiare c’è poco. E l’unico a capirlo senza ombra di dubbio è il cane paralitico, Caruso. Grazie a Lucius per la segnalazione.

film (febbraio 2020)

Inserzione pericolosa (Single white female) – Barbet Schroeder

Con Bridget Fonda e Jennifer Jason Leigh.
Potrebbe sembrare una storia lesbica, invece è solo la solita storia di una psicolabile che si intrufola nella vita di una donna qualunque (in cerca di coinquilina dopo aver rotto col fidanzato), e se ne appropria.
Ad ogni modo, è ben fatto. Molto classico. Di sicuro dà un bello stacco ai thriller televisivi contemporanei prodotti in serie, a base di babysitter intriganti e vicine inquietanti.

The Place – Paolo Genovese

Dopo aver amato Perfetti sconosciuti, aspettavo con ansia di vedermelo.
E, accidenti, il regista (e sceneggiatore) ha fatto un altro centro.
Ne ho parlato qui.

Poltergeist – Gil Kenan

Mi è parso una buona attualizzazione dell’originale.
Ha quello che per me è un “bel” difetto, ossia tira via un po’ troppo rapidamente sull’intreccio narrativo favorendo la paura qui e ora rispetto al racconto del come quella paura s’è generata, come agisce, cosa vuole significare. E con circostanze che hanno portato la famiglia vittima a interpellare proprio una sensitiva, non troppo sfruttata. Lo fa persino con gli elementi nuovi introdotti apposta: cioè con Carrigan, il “liberatore di case” infestate televisivo.
Detto questo, però, non è carente nel mettere sul tavolo le dinamiche interne al nucleo familiare, dal malessere pochissimo ascoltato di Griffin all’invisibilità lavorativa della madre, argomenti che potremmo ben discutere al termine della visione davanti ad una birra. E’ un’ottima cosa.
E last ma ovviamente non least, nonostante ne conosciamo le vicende fa davvero paura, ancora, e in particolare in alcune scene davvero ben costruite, nel mio modesto parere: quella del trapano, quelle dei globi di luce, quella di Piggy Corn che va verso l’armadio, ma anche quella di Kendra nella lavanderia… meno convincenti, invece, l’albero e la fossa di cadaveri, che pure erano elementi centrali e inquietantissimi nel film di Hooper.

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Lo sguardo di Satana: Carrie – Kimberly Peirce (2013)

Bello, bello, bello. Julianne Moore è sempre Julianne Moore, ma in questo caso Chloë Grace Moretz la sovrasta dall’inizio alla fine. Innocente, intuitiva, distruttiva, sofferente, amorevole.
Non ho, mea culpa, ancora visto per intero l’originale del 1976 di De Palma (né letto il romanzo di King!), ma conosco come un po’ tutti la storia, ed ho sentito parlare in toni adeguatamente entusiastici della scena conclusiva del ballo di fine anno.
Ebbene, ho la fortuna di non poter fare paragoni, e posso dire che presa così a secco quella scena, così come resa – ma anche quella nelle docce, attualizzata con l’uso degli smartphone e la diffusione di video in rete – dà tantissimo.
Salvagnini scrive su MyMovies che, forse, abbiamo una protagonista persino troppo carina per essere un’emarginata credibile, e in parte ha ragione perché la bellezza dell’interprete non è stata camuffata se non il minimo necessario. Ma la bellezza da sola non basta, nulla basta mai quando il mondo ti isola. Anche un faccino bello ma trascurato può caderci dentro. Ciò che invece pare meno a fuoco e meno realistico è la rapidità e naturalezza del cambiamento della protagonista: entrambe hanno senso e funzionano, chiariamoci, ma – anche solo per necessità – vengono ulteriormente compresse dal mezzo cinematografico.
Nel complesso, merita attenzione e si guadagna il suo posticino nel mio cuore.

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Madre! – Darren Aronofsky

Per come è stato presentato, mi aspettavo tutt’altro: una home invasion subdola anziché feroce, un dito puntato contro i rapporti familiari convenzionali, uno sghiribizzo astratto ed allucinato, nel quale l’irruzione di estranei in casa che la devastano come non farebbero nemmeno con la propria è quasi un pretesto per raccontare un semplice, ingarbugliato ed affascinante straniamento mentale. Che poi è la materia principe di Aronofsky.
Ricordo anche che molti commentatori non ne erano soddisfatti, non erano convinti del film nel suo insieme – e mi chiedo adesso se si aspettassero anche loro, appunto, tutt’altro: qualcosa di più prettamente horror, per es., voglio dire intrinsecamente tale.
Anche se il legame tra un artista e la sua ispirazione, le sue creazioni è estremamente delicato, profondamente fragile ed a rischio di continue e pesanti interferenze, sofferenze; non è di per sé un fatto considerato materia da incubo. E di questo parla Madre!, del rapporto tra un poeta e sua moglie (a un livello superficiale), la sua musa, l’ispirazione per la propria opera, rapporto che viene sconvolto e devastato dall’irruzione di un gruppo di estranei ostili prima, che potrebbe rappresentare la ristretta cerchia parentale ed editoriale attorno all’artista, e da un’orda di seguaci adoranti poi, senza dubbio il pubblico.
Non mi aspettavo che il ruolo di madre fosse metaforico anziché letterale, né tantomeno che l’intero film fosse una perfetta allegoria, e per di più della creazione artistica e della scelta di offrirla al mondo piuttosto che di tenerla per sé. Ma come ho scritto, si tratta di un’allegoria perfetta: mi ha stupita ma per nulla delusa, anzi. M’ero fatta l’idea che potesse non piacermi, mettermi a disagio per l’ambiguità dell’intreccio, che pure è un tratto caratteristico di Aronofsky che apprezzo; invece dopo il primo terzo di pellicola (che non lascia capire cosa sta davvero accadendo, e mantiene in tensione lo spettatore), la vicenda ed il suo significato si fanno limpidi, ma non meno tesi.
E’ stato amore a prima visione.

madre2madre

1921: Il mistero di Rookford – Nick Murphy

Le storie di fantasmi non mi stancano mai.
In questa, prevedibilmente, non ho trovato nulla di davvero nuovo o entusiasmante, per cui se non è il vostro genere di elezione non ve lo consiglio, però va detto che include alcune svolte di trama non scontate. Comincia in modo molto classico e stereotipato, poi prende una piega più “alternativa”.
L’intreccio va un minimo seguito, quindi niente multitasking con lettura contemporanea, però potete agilmente farvi la manicure mentre lo vedete.
Mi ha divertita perché ci hanno recitato diversi attori-feticcio, di quelli magari non galattici ma che per chi segue le serie tv (e non solo) sono diventati iconici: per dire, c’era la governante del collegio dove si aggira un bambino fantasma che di cognome fa Hill, ma in realtà è… la Umbridge! Non ho bisogno di spiegarvi chi è, vero? Poi c’era il preside aka l’agente Fornell di NCIS. E via così.

C’est la vie (Prendila come viene) – Olivier Nakache, Eric Toledano

Com’è nello stile della coppia registica di quasi amici, anche questo film è un felice inno al politicamente (s)corretto, condito di cinismo mai davvero cattivo ma sempre efficace nel far sorridere, ed alleggerire senza per questo abbellirle le umane spigolosità.
Stavolta il pretesto (gentilmente offerto dal cameriere pakistano: lo conoscerete se vedrete il film) è quello di un’agenzia che si occupa di organizzare matrimoni “chiavi in mano”, ossia un servizio comprensivo di catering / addobbi floreali / ricevimento / spettacoli ecc.
Un film corale, dunque, in cui nessun personaggio sovrasta gli altri e persino quelli di dettaglio si fanno ricordare, in contrappunto alle trovate più clamorose. Adorabile il professore di letteratura grammar-nazi, riconvertito in cameriere.

Hereafter – Clint Eastwood

Mi ha ispirato questo post.



I film non commentati:
Auguri per la tua morte – Christopher Landon
Passioni e desideri – Fernando Meirelles
Sucker Punch – Zack Snyder
Se permetti non parlarmi di bambini – Ariel Winograd

Sul mare .7: Le acque del Nord, Ian McGuire

1859. Un uomo in fuga dai suoi fantasmi s’imbarca su una baleniera diretta verso il grande Nord. Non immagina che l’inferno può essere bianco come il ghiaccio artico.
Un romanzo di avventura e sopravvivenza, scatenato e nerissimo, inarrestabile come il destino, implacabile come la vendetta.

Acque del Nord è un libro, breve ed intenso, che può accontentare molti gusti diversi: lo si potrebbe descrivere come una notazione filosofica mascherata da romanzo d’avventura, a sua volta inserito in una cornice ed una struttura thriller – con omicidi regolamentari e subitanea tensione generata dal non poter dire per certo se i colpevoli verranno sottoposti all’umana giustizia.

[…] esplosivo, inquietante.
– Michiko Kakutani, The New York Times

E sì, l’inquietudine permea i pensieri di Patrick Sumner, ex militare nelle colonie indiane ed ora medico di bordo della Volunteer (mai nome di nave fu più sarcasticamente sincero), come pervade l’aria artica attraverso la quale, anche a stagione di caccia inoltrata, il capitano Brownlee – il quale a sua volta, come ciascuno dei personaggi principali, nasconde un segreto – la conduce.

acque-del-nord-mcguire

Da questo libro la BBC sta producendo una serie televisiva diretta da Andrew Haigh.

Le riprese sono iniziate nel 2018, potrebbe anche essere già disponibile.
Di Haigh ancora non ho visto, credo, nulla; so comunque che è un regista noto, a cui è cara la rappresentazione dell’omosessualità.

Così come Moby Dickanche questo romanzo di… “cappa & fiocina” vanta un incipit memorabile e, a mio giudizio, brillantissimo:

“Guardate quell’uomo”.

Tutto qui: ma guardate quell’uomo, che ancora non vi ho descritto e già ha conquistato il vostro interesse di lettori. Non è magia, questa?
Seguitemi per qualche pagina attraverso la cittadina costiera di Hull, osservate sfilare Leerwick e Peterhead, dalle quali il padre di quello Sherlock Holmes che vi piace leggere la sera in cabina ha fatto vela da neo-laureato bisognoso di soldi, superate con me Van Mayen e poi saremo nel biancore crudele.

Super-consigliato a:
chi apprezza la proprietà di linguaggio, chi gradisce un po’ di sano cinismo.

Nelle puntate precedenti:
Sul mare .1: Avventura nell’artico, Arthur Conan Doyle
Sul mare .2: L’isola del tesoro, Robert Louis Stevenson
Sul mare .3: Il mare d’autunno
Sul mare .4: Il mare d’autunno (bis)
> Sul mare .5: Long John Silver secondo Björn Larsson
> Sul mare .6: Giona, Ismaele, Geppetto.

Film .29: Sinister, Scott Derrickson

Ellison Oswalt sta sempre davanti ad uno schermo: a guardare filmini in super8, VHS, il pc, (abbastanza) moderne videocamere… ed è uno scrittore, non tanto in cerca di ispirazione quando alle prese con l’ennesimo libro-reportage sull’ennesimo crimine efferato, che gli sta offrendo persino più materiale di quanto sperasse… insomma, Ellison è un po’ come Lucius Etruscus, gli manca solo il cappello, ed infatti il buon Lucius ha avuto una parola per Ellison – ma io dico che ne merita parecchie di più.

E perché, se è uno scrittore, sta sempre davanti ad uno schermo anziché a carta e penna?
Perché qualcuno ha voluto fargli trovare, nella soffitta della nuova casa (che poi è quella nella quale è avvenuto, fresco fresco, il delitto su cui intende scrivere) uno scatolone pieno di super8, appunto, e su ognuno di essi è inciso il filmato di un ulteriore crimine, che solo più tardi si scoprirà legato agli altri.

Ma Ellison non vive solo con dieci gatti: ha famiglia, moglie e due figli in età da primarie, e nelle sue peregrinazioni investigativo-letterarie se li trascina dietro ogni volta, almeno da quando, dieci anni prima, ebbe un grande successo pubblicando Kentucky Blood. Successo che sta cercando di replicare, nell’ansioso desiderio di sistemarsi una volta per tutte, come diremmo noi. E’, secondo me, uno scrittore “con giudizio”: nel senso che ha avuto successo ma non sempre, è ammirato ma anche detestato per questo suo vizio di rimestare le acque torbide delle comunità in cui di volta in volta si inserisce, e lavora davvero – cioè, oltre a scrivere e vagare a mente libera guardando fuori dalla finestra, cosa che per altro lui non fa, soprattutto si documenta. Cerca di allacciare relazioni utili, non in senso commerciale ma per la storia. Si fa domande. Crea una struttura e uno schema dei fatti che è già tre quarti del testo.
Un urrah per Ellison!

La vicenda è sensata, particolare non insignificante per il genere (che è sì l’horror, ma con buone dosi di thriller ben amalgamate); considerando poi il rischio che presenta sempre un prodotto BlumHouse. Ma forse si è salvato perché è un primo capitolo: leggo che sono stati girati anche il 2 ed il 3, nemmeno lo immaginavo ma, a ripensarci, è del tutto naturale e prevedibile. Mi rifiuto, ovviamente, di vedermeli.
Tornando al punto: la vicenda è sensata, gli attori sono capaci (e non parlo solo di Hawke), la famiglia di Ellison, Dio sia lodato, è composta da persone normali, con attriti e paure perfettamente credibili ed integrati con un contesto chiaro. Compresi i pavor nocturnis del piccolo Trevor, impressionanti però mai forieri di quell’atmosfera rarefatta e gratuitamente vaga tipica di tanti horror.
Gli elementi soprannaturali sono ben presenti, discretamente spaventosi, ma non vanno a produrre jumpscares a muzzo. Faccio anzi fatica ad arrivare a contarne due, di jumpscares.

Altri fattori mi hanno indotto ad attribuire quasi il massimo dei voti (4.5/5) ad un film che sulla carta potrebbe sembrare identico a mille altri: intanto, la vicenda è filtrata attraverso un’ottica, quella del protagonista, caratterizzata da una razionalità sicura ma non insistita. Non si assiste a nessun duello fede (nel paranormale) vs. ragione; me ne congratulo e gioisco.
I personaggi secondari (dallo sceriffo tendenzialmente ostile, ma anche qui “con giudizio”, al suo vice che si presenta come lo scemo del villaggio ma poi smentisce, con le parole e con gli atteggiamenti, di esserlo) sono marginali ma ben costruiti e contribuiscono in modo a mio avviso decisivo alla riuscita complessiva.
Dialoghi e fotografia sono curati come si deve, c’è attenzione al dettaglio, e mi vien da dire che, se non fosse per l’evidente elemento di genere, siamo davanti ad un film adatto ad un qualsiasi generico pubblico amante della suspence.
Si coglie che chi l’ha messo insieme si è divertito ed appassionato: dalle battute salaci alla citazione kinghiana nulla manca.
Solo le musiche sono forse meno “esatte” e più standard: intendiamoci, intervengono nei momenti giusti non solo per inquietare ma anche per sottolineare, fanno un buon lavoro, ma niente di memorabile.

Uno dei migliori film dell’anno, insomma, che unisce efficacemente:

  • un demone antico,
  • riflessioni intratestuali sulla civiltà dello sguardo (con il gioco di schermi, il concetto di “immagine come varco tra mondi” o i rimandi ad altri titoli più noti) e sull’interdipendenza tra scrittura e vita,

sinister-hawke

  • ma pure il senso dei legami e della trasmissione di un “bagaglio” (anche maledetto) da uomo a uomo e da famiglia a famiglia, le debolezze e forze della famiglia stessa,
  • per chiudere – nota personalissima – con un accenno, neutro ma presente, alle abitudini americane in fatto di iniziativa e di rischio: solo in una pellicola statunitense si può osservare qualcuno accendere un mutuo sulla casa prima ancora di aver estinto un altro mutuo sulla casa, avendo in mano giusto una speranza di guadagno e nient’altro – e, per di più, trovare tutto questo normale.