ddd: diario del digiuno / 2

Ho intitolato questa rubrichetta “diario del digiuno” perché chiaramente quello è il nucleo di tutta la faccenda – ed anche per una ragione personale -, ma il Ramadan, come qualsiasi digiuno di matrice religiosa, non è soltanto questo.

E’ innanzitutto un’educazione all’assenza.
Non per creare un’abitudine nuova e malsana, ma per insegnare la differenza tra avere e non avere – la gratitudine, la consapevolezza che nulla dipende da noi soli, tutto ci è stato dato.
Si tratta di tornare ad avere sete di qualcosa, e qualcuno, in un mondo che pretende di non farci mancare nulla ma fallisce già nei fondamentali.

digiuno

E rallentare.
Ascoltare il corpo disimpegnato dal cibo, garantendogli molti più liquidi del solito, quando corriamo tra un impegno e l’altro e ce ne scordiamo.
Reimparare a respirare.
Il resto – per esempio, ormai accendo la tv solo alla sera, e non sempre, e sto davvero scrivendo meno freneticamente sul blog – è conseguente. Non serve perseguirlo, viene da sé.

Ma, di nuovo, mai perdere di vista che il digiuno non è fatto per avvizzirci, per la morte; è fatto per riappropriarci della vita.
[…] mi sono ricordato di quella volta in cui, assalito dalla nostalgia del cuscus, sono andato in ristorante arabo e dopo qualche cucchiaio ho vomitato tutto. Solo dopo mi è venuto in mente che il cuscus è come il latte della madre, e ha un odore particolare che si può sentire solo accompagnato da baci e abbracci.
[…] E’ triste fare Ramadan lontano […]! A cosa serve rinunciare a mangiare e a bere, per poi mangiare solo? Dov’è la voce del muezzin? Dov’è il buraq? Dove il cuscus che preparava mamma con le sue mani?
– Amara Lakhous

La morte, oggi

[Fonte: Berlicche, qui]

L’allungarsi della vita, la mancanza di guerre e di epidemie, hanno voluto dire, per molti, il dimenticare che sia la morte.
Oggi non ce ne rendiamo conto, com’era.
Duecento anni fa ogni bambino aveva un fratello, una sorella, un parente della sua stessa età, un compagno di giochi che non ce la faceva. Si ammalava, moriva. Figli di poveri e figli di re. quanti orfani. quante vedove. quanti pochi anziani.
Un secolo dopo. Probabilmente conosciamo, abbiamo conosciuto persone che c’erano, cent’anni fa. Era appena terminata una guerra che aveva falcidiato la gioventù, e un’epidemia mortale come l’odierna, ma che trovava l’umanità molto più indifesa. Anche allora si sapeva cosa voleva dire morire.

I nostri vecchi conoscevano la morte; la rispettavano;  ci si poteva anche scherzare, ma erano quegli scherzi che si fanno a mezza bocca. Non si ironizza troppo su ciò che ti può venire a prendere domani. C’è poco da ridere.

Il domani in cui arriverà quel momento, in questa nostra era di sicurezze lievi e svago, è invece troppo remoto perché sia considerato seriamente. I lutti sono brevi e distanziati; attorno a noi ci sono mille cinture di sicurezza, mille maniglioni antipanico, mille airbag. Se qualcosa di imprevisto accade, non ti preoccupare: saranno loro a mantenerti al sicuro. quando non funzionano ci si indigna, si cerca il responsabile; la sicurezza innanzi tutto. Sono dispositivi obbligatori per regolamento: ci sono leggi che garantiscono che si possano uccidere i bambini prima che possano disturbare con la loro presenza, e leggi che ti autorizzano a darti la morte; ma non a rischiare, rischiare è proibito. Lasciare la vita è accettabile se lo desideri, ma non per caso.
quei dispositivi di protezione sono il guscio corazzato che abbiamo fabbricato per allontanare la morte; e qualcuno sussurra bisbigli di immortalità, che dicono che un giorno avremo corpi bionici e meccanici e non vedremo mai la tomba.

questa è la nostra società. Un eterno presente, in cui il nostro domani mortale è sfocato come un oggetto distante in una fotografia, in un primo piano.

Un giorno è arrivato l’imprevisto. Una città cinese chiusa, e noi ne ridevamo. Troppo lontano. L’avvicinarsi silenzioso, di soppiatto, della sterminatrice; e ancora ne ridevamo.
Poi ha cominciato a bussare; e le file di bare hanno improvvisamente risvegliato qualcosa, un ricordo sopito.
La morte esiste. Ed esiste ora.

Tanto eravamo arrivati a sottovalutarla, riuscire a dimenticarci di lei, che ne siamo stati tutti colti di sorpresa. Adesso ci devi fare i conti. Devi fare i conti con lei tutta intera. Vuol dire che non vedrai più una certa persona; e ti domandi, dov’è finita? Dove sono finiti tutti i suoi ricordi, i momenti che ha vissuto? Che fine ha fatto quell’intelligenza viva, quell’amore che aveva, ogni singolo istante?

Tu sai cos’è ora. Cellule che si decompongono in un contenitore zincato, liquidi che si asciugano a poco a poco, e creature che si cibano di quelle carni che avevi accarezzate; fino a diventare cenere, fino a diventare terra.
Di quante ossa non conosciamo più il nome. Di quanti soprammobili impolverati più non sappiamo dire chi li comprò e li mise sullo scaffale. quante fotografie stinte di sconosciuti. Cominciamo ad accorgercene.

Ti sembra impossibile. Com’è possibile che quell’energia vitale sia svanita dal mondo? Che quella persona sia ormai  nient’altro che ricordo che sbiadisce, fino a cancellarsi, fino a quando più nessuno si ricorderà di quelle fattezze amate?

E’ sembrato impossibile ad ogni uomo, in ogni tempo. E’ una domanda, è LA domanda.
Che io sia felice. Per sempre. Che non finisca qui. Che ci sia un oltre, un posto che non vediamo che ma che sentiamo ci debba essere, in cui la morte dell’oggi cessi, dove non esistano più quelle guerre, quelle malattie, quelle ingiustizie che sperimentiamo quotidianamente. Un’altra vita, una vita nuova, sotto un cielo differente e non più indifferente.

Un luogo dove ritrovare chi mi è stato caro, e dove loro ritrovino me. Un eterno ritorno. Una resurrezione. La resurrezione.

Dimenticare la morte ci ha fatto anche dimenticare la resurrezione. Ci ha fatto scordare anche le condizioni di quella resurrezione. Perché se sogniamo cieli nuovi,  una terra di giustizia, allora in essa non c’è posto per il male. Compreso il nostro. Compreso quello che abbiamo fatto, facciamo, faremo.
Fosse solo per noi, per raggiungere quella terra non sapremmo dove andare. Ci arriveremo solo andando dietro a un bene. Non sarà un nostro sforzo a farci abbandonare il male, ma seguendo quello che si può chiamare amore ci guarderemo alle spalle e ci accorgeremo che quel male  è rimasto indietro. Come qualcosa che non serve più, che non è mai servito.

Certo, può essere tutta un’illusione. Può darsi che ci attendano solo i vermi ed il silenzio.
Ma davvero non lo crediamo. Davvero non possiamo crederlo.
Se ci attende solo il nulla, cosa serve davvero abitare la scena di questo mondo?
La morte sarebbe davvero la sola regina. Ma lo sappiamo, lo sappiamo: non siamo fatti per la morte, ma per quell’amore, per la vita. Lo diciamo con ogni nostro istante, ogni nostro respiro.
Lo diciamo vivendo.

qui, dopo

Ho rivisto Hereafter di Eastwood. Lo vidi al cinema nel 2010, quando uscì – allora era morto da due anni mio fratello, ma non ancora mio padre – e ricordo distintamente il grande impatto che ebbe su di me. Forse fu la prima volta, o una delle prime volte, in cui mi ritrovai a piangere in sala. Lo tsunami, immagini subacquee di una certa dura bellezza, l’investimento col furgone, la bomba: tutti elementi traumatici che agirono su di me risvegliandomi dal torpore protettivo di cui mi rivestivo allora.
Nel film si parla di (pre)morte, di scelte, di vita, di fantasmi. Protagonisti sono un veggente americano, che mette in contatto in modo atipico defunti e viventi, ed una giornalista francese sopravvissuta allo tsunami, durante il quale ha avuto una NDE che ora vuole divulgare in un libro.
Sicuramente una delle pellicole più atipiche di Clint, e meno note, con qualche difettuccio ma non per questo disprezzabile; temevo di detestarlo alla seconda visione invece mi ha dato di nuovo tanto.

Intermezzo pubblicitario.
Non ho voglia di schiodarmi dal divano a fare una delle mie “tappe”, così resto a guardare assorta gli oggetti sul tavolino di fronte a me. Ho la foto di mia madre appoggiata alla sveglietta, fermata dal termometro perché non scivoli, dal 22. Il portacandela di ottone e dentro, avvolto alla base da un pezzo di stagnola protettiva e riflettente, il moccolo rosarancio. Il rosario sfoderato, in vista, così da non trascurarlo come tutto ciò che non richiama immediatamente la mia attenzione. Bicchiere d’acqua e crema per le mani.
I morti non bevono, non hanno bisogno di lumi e non ardono di febbre.

orchidea-fantasma-falena

«Però non capisco, concretamente, come la gente riesca a vivere. La mia impressione è che tutti dovrebbero essere infelici. […] Se Maupassant è diventato pazzo, è stato perché aveva una coscienza acuta della materia, del nulla e della morte – e perché non aveva coscienza di nient’altro. Simile in questo ai nostri contemporanei, egli stabiliva una separazione assoluta fra la sua esistenza individuale e il resto del mondo. È l’unico modo in cui al giorno d’oggi si può pensare il mondo. […] Più in generale, siamo tutti soggetti all’invecchiamento e alla morte. E per l’individuo umano il concetto di invecchiamento e di morte è insopportabile; […] Nessuna civiltà, nessuna epoca è stata capace di sviluppare nei propri appartenenti una tale quantità di amarezza.» – Zola

Ho amato Zola, Nanà in particolare, ma non aderisco al piacere del nichilismo che descrive, al vizio moderno. Credo nell’aldilà ed ho grande cura dei miei fantasmi.
Sulla scorta di Georges Perec e della sua lista di Mi ricordo, ecco i miei in tema di soprannaturale:

mi ricordo

che una volta mio padre si svegliò di soprassalto – stavamo ancora nella prima abitazione in via Brescia – e, percependo nettissima la presenza di suo padre in casa, s’alzò e si mise a cercarlo in ogni stanza e corridoio

che mia cugina fece un sogno: sognò mio padre, morto da poco, che le raccontava com’era andata. Aveva sentito un dolore fortissimo qui, le disse stringendo il pugno sul cuore. Ma aveva un sorriso bellissimo, era sereno più che mai ed emanava una luce interiore

che una sera, appena coricatami con mia madre al fianco nel letto matrimoniale, mi girai sul fianco verso l’interno e ad un certo punto sentii sul braccio nudo l’impronta di una mano, la mano di mio padre che si posava a farmi una carezza lasciandomi segnata con il tocco della sua fede nuziale

che mia cugina una volta si risvegliò da un sogno vedendo accanto a sé il fratello morto anni prima, che le parlò e la rassicurò

che poche settimane prima di andarsene mio padre, mentre guidava verso Casalpusterlengo, chiese a mia madre se avrebbe saputo arrivarci da sola, se ricordava la strada. Mia madre disse sì – erano quarant’anni che faceva quella strada con lui; e poi più tardi mi raccontò di quell’episodio e di come l’avesse visto in una luce differente dopo l’accaduto

che il giorno in cui lui morì mi sentii girare la testa, più o meno a quell’ora, ed ebbi il dubbio, la sensazione che qualcosa di non buono stesse succedendo in quel momento

Sogni / 7

In un vialetto perso in mezzo ai condomìni, sto discutendo con mia madre che vuole spingermi a contattare una vecchia amica dei tempi delle superiori. Continua ad assillarmi, ma nonostante le numerose ripetizioni non capisco cosa mi sta dicendo, cosa vuole ottenere: tanto che a un certo punto mi sento sfinita e penso, letteralmente: Era meglio se restava morta.
Dopo non so quali contorcimenti ed arrangiamenti riusciamo ad intenderci e programmare ciò che desiderava: una specie di gita. Passano pochi secondi, e ci ritroviamo a sera, vicine a due energumeni in moto che ci caricano sul sedile posteriore e con i quali partiamo, in mezzo alla prima neve; cosa che mi fa preoccupare alquanto costringendomi a controllare spesso mia mamma, che si tenga ben stretta. In seguito, senza aver mai interrotto la corsa tra le montagne – lungo discese pericolose senza difese – finiamo per aggrapparci allo stesso motociclista sulla stessa moto, lei in mezzo a mo’ di prosciutto nel sandwich ed io dietro a chiudere il terzetto, coprendola con le mie braccia affinché non scivoli via.
All’arrivo in una casa privata piuttosto scombinata ci vengono assegnate delle camere, con un bagno “personale” che lei provvede subito a sanificare con dell’Amuchina spray prima di farsi una doccia.
Il sogno termina con noi due accoccolate l’una contro l’altra a letto, e mi pare che la notte le abbia restituito una vitalità che alla partenza era fragile come un lumicino di candela.

La saga del Mascheraio .3: Anorexia

anorexia

Mi accosto a questo tema con un certo timore, perché è delicatissimo e perché in questi giorni si sta parlando della morte di Lorenzo Seminatore, ventenne torinese, a seguito di una ricaduta; una vicenda dolorosissima per più di un motivo.
Metto subito in chiaro che io ho avuto solo un assaggio, molto amaro, di ciò che può portare a rifiutare il cibo. Non pretendo che sia indicativo o esaustivo, ma mi impongo di parlarne perché può significare molto.
I primi due post di questa serie erano introduttivi, il terzo difficile – rendere l’idea di quanto una persona possa essere tossica, a chi non sperimenta quel tipo di legame, lo è -, ma questo quarto è ancora diverso: è spaventoso. Non consente ironia, non concede sorrisi. Può solo, spero, fare il suo lavoro e toccare il cuore di qualcuno.


L’interruttore è scattato una sera d’estate.
Ero a cena dai “ragazzi”, cioè da Andrea e dal suo compagno – lo chiamerò Stefano -: pasta con panna e broccoletti. Dico “ero a cena” poiché ero stata invitata a restare dopo un pomeriggio in città… tre coperti, tre porzioni, e poi quella che doveva essere una comune serata in compagnia ha preso una piega brutta e surreale.
Poco prima che ci mettessimo a tavola, è passato da casa uno dei loro amici più stretti, naturalmente parte anche del gruppo di gioco. Non ricordo di cosa si trattasse, ma doveva recuperare un oggetto prestato.
L’ho vista accadere sotto i miei occhi in una frazione di secondo, una banalità che però ha influito pesantemente sulle mie settimane successive: come nulla fosse, Andrea ha invitato a cena “anche” quest’amico, spostandogli la sedia perché si accomodasse mentre io ero lì sul divano ad attendere. Ma non c’è mai stato un piatto in più, nessun “aggiungi un posto a tavola”; le porzioni fatte sono state portate in sala ed io, prima di defilarmi, sono rimasta qualche minuto ad osservarli mangiare con noncuranza.
Ero stata ignorata. Ero stata sostituita.
L’episodio in sé, per quanto mi avesse ferita, non è stato che il fattore scatenante. Da solo non avrebbe potuto sprofondarmi nel circolo vizioso che è seguito, ma è evidente che ha rappresentato solo la punta di un immenso iceberg fatto di mancanze di riguardi, villanìe, piccole e grandi prepotenze, umiliazioni.

Di nuovo – perché era già accaduto e non sarebbe stata l’ultima volta – dopo quella sera ho interrotto i contatti con Andrea. Unilateralmente, ma del resto in nessuna di queste occasioni lui ha mai fatto neppure il più elementare tentativo di recuperarli, o anche soltanto di chiedersi dove fossi, come stessi, perché non mi facessi più sentire.
Di fatto, gli ero indifferente.
E di punto in bianco ho smesso di mangiare, quasi del tutto.
Sulla mia psiche è calata una mannaia e per due, tre settimane, pur non frequentandolo più, ho saltato pasti, o mi sono nutrita di poco, spesso levandomi quel poco dallo stomaco subito dopo.
Dentro di me qualcosa urlava che non meritavo di esserci, di esistere, di essere nutrita: una persona troppo importante per me mi aveva letteralmente negato il nutrimento, sia fisico che affettivo, ed io me lo sono negata a mia volta: per punirmi, per per lasciarmi scomparire, per annullarmi.
Sono scivolata su un masochistico piano inclinato mossa dal senso di colpa per non essere abbastanza, per non essere giusta; ho inseguito l’autodistruzione ed ero anche consapevole di cosa stava succedendo, eppure da sola non riuscivo a fermarlo. Come Lorenzo, avevo una famiglia bella, non disfunzionale: non era da lì che nasceva il problema, ma dalla relazione “tossica” con Andrea che insistevo a tenere in vita. A scapito della mia.
C’è sempre una carenza relazionale, un bisogno insoddisfatto di essere visti, considerati, accettati ed amati, dietro all’anoressia. Come giustamente è stato detto, l’anoressia non è la patologia in sé, ma un sintomo della patologia psichica che va a mascherare: non è il corpo, non è la bellezza, non è il cibo il problema; il problema è il sentimento di inadeguatezza, la convinzione intima e non razionale di non meritare la vita, perché privi di valore. Il dilemma coinvolge alla radice il desiderio e la pulsione alla vita.
Chi smette di mangiare non vuole dimagrire, vuole morire.
Non vuole essere bello, vuole essere amato.
Rifiuta la vita perché su una sua fragilità di fondo si è innestato il messaggio, di solito indiretto, di terze persone che quella vita la dichiarano priva di valore. Insufficiente. Non all’altezza.

•••••

Non ho mai avuto, né prima né dopo quell’estate, disturbi alimentari.
Anzi, ho sempre goduto con grande piacere del cibo.
Eppure ne ho sofferto allora, in modo atroce, contro la mia volontà e con sommo stupore, contro l’evidenza del profondo affetto che la mia famiglia ed i miei amici (quella e quelli veri: non la pseudo-famiglia, i falsi amici che di questi titoli avevo impropriamente fregiato) mi garantivano.
Ma per fortuna quell’affetto, quell’amore esistevano ed erano più forti.
Lo sono stati per me, che mi ero soltanto sbilanciata ma avevo ottimi contrappesi a riportarmi indietro; mentre per altri, come Lorenzo, non sono bastati perché si sono scontrati contro un mostro di fine livello troppo grosso e feroce.
Ce l’ho fatta, infine, non perché io ero forte, non perché oggettivamente forte era l’amore dei miei per me (ed io lo sentivo), ma perché semplicemente l’equilibrio della bilancia tra le spinte interiori (il desiderio di umiliarmi perché non fossero altri a farlo, di espiare una presunta colpa) ed i loro svantaggi (il dolore che provavo facendo soffrire i miei genitori, ed in particolare mio padre), si è nettamente spostato verso quest’ultimo.
Di fatto, e voglio che sia un chiaro monito, non però un invito al fatalismo, né io né altri abbiamo avuto alcun reale controllo su ciò che stava succedendo.

Un’altra sera, un’altra cena: al lago, con la mia famiglia, nel “nostro” ristorante. Ordino uno dei miei piatti preferiti, gnocchi al gorgonzola. Ne mangio uno, due. Poco convinta. Poi più nulla. Mi alzo, vado in bagno, cerco di vomitarli e non ci riesco neppure. Torno al tavolo, ma il piatto resterà lì, pieno, accusatore.
Ricordo mia madre che mi chiede se non mangio. Con la sua ingenuità, la sua innocenza, neppure lontanamente immaginando.
Ricordo mio padre che non mi chiese nulla, ma con lo sguardo diceva tutto. Sapeva che qualcosa non andava, è sempre stato il mio gemello simbiotico, avrebbe avvertito che ero infelice, che mi ero sbucciata un ginocchio, che avevo il raffreddore anche a centinaia di chilometri di distanza.
Ed io non stavo facendo del male solo a me stessa, ma a lui.
Un dolore straziante, impossibile da tollerare.
Mi ha dilaniato, questa piccola orrenda immagine, tanto che la notte ho pianto l’anima ed il giorno dopo ho ripreso a mangiare. Lenta. Un boccone, due bocconi. Ho detto a me stessa è finita, è finita, era solo un’indisposizione. Ho ripreso a vivere, senza fatica, immediatamente, perché io sono amata.
Ma ripensarci mi dà ancora i brividi. Scrivendo piango, e molto.
Non per me. Io sono salva. Per quel pezzetto di cuore che ho tagliato a mio padre in quelle settimane, quella sera, per quello che, piccolo o grande, è stato ucciso in noi.
Io mi sono perdonata, ma non posso non chiedere ancora una volta scusa alla carne della mia carne, al sangue del mio sangue, per il terrore che hanno dovuto provare vedendo una figlia spegnersi senza un perché.
Perdonatemi. Troppo vi ho trascurato in quei frangenti, arrivando persino a definire famiglia una schifosa impostura che mi ha tolto immensamente più di quanto mi abbia mai dato. Noi ci amiamo e non abbiamo bisogno di dircelo, perché l’affetto che ci lega non è ancora perfetto ma ha raggiunto un grado superiore. Non ne abbiamo bisogno, ma ce lo diciamo ugualmente, ogni giorno, perché ci piace. Perché ci va.

021019

Cammino sotto la striscia d’ombra proiettata dai pini svettanti, e la vedo allungata su una panchina: una lucertola dalla coda importante e dalla pelle slavata, probabile abbia una certa veneranda età.
Restiamo immmobili a respirare per un certo tempo, poi lei guizza via; sposto il peso sul piede avanti aspettandomi di ritrovarla oltre la fessura del poggiabraccia, ma no: non riesco a rintracciarla.
Un lampo ed è scomparsa, come di ciascuno la vita.

Altri passi avanti, dunque, verso il cimitero – oggi è programmata la visione dei resti di un certo numero di defunti, esumati da poco, e tra loro c’è mio fratello.
Non ho dubbi di voler aprire la cassettina e scoprire cosa ne è stato, fisicamente, di lui: mi han parlato di “mineralizzazione”, ho immaginato polvere fine d’ossa, invece sono ossa intere; segnate e scurite dagli anni.
Pochi istanti, meno di un minuto, non ho nemmeno voluto chiedere di lasciarci per conto nostro. Ci sarà forse occasione al momento di traslarlo, ma ora non importa.
Ci siamo rivisti, ho depositato un bacio sul palmo della mano per poggiartelo sul cranio, e poi hai sentito?, l’operaio-capo serviva Messa con te, e se ne ricordava. Anche se di scarse parole, sei rimasto nella memoria di molti.

Vita, morte e libertà.

Non mi piace e dunque non uso ribloggare o copiare interi articoli altrui, ma stavolta lo faccio: Lucia Scozzoli su Breviarium ha saputo ben legare tra loro diversi temi che mi sono cari, e l’ha fatto con una misura e precisione ammirabili.
In via eccezionale chiuderò i commenti: che ciascuno faccia di queste parole ciò che crede, senza tuttavia alimentare un dibattito pubblico che ha la pesantezza d’un carrarmato. Facciamocelo tutto nel foro interno, il dibattito.

Vita, morte e libertà.
Ma se poi arriva la Testimone di Geova…

Una donna di 70 anni Testimone di Geova è morta all’ospedale di Piedimonte Matese dopo aver rifiutato con fermezza una trasfusione di sangue che avrebbe potuto salvarle la vita. La signora aveva un’emorragia dovuta a gastrite, era disposta a farsi curare con ogni mezzo, tranne che con trasfusioni, secondo le prescrizioni della sua religione. Anche i familiari al suo capezzale, di fronte allo sgomento dei medici, hanno confermato la sua volontà.

La donna, maggiorenne e pienamente capace di intendere e di volere, ha coscientemente rifiutato una terapia, cosa che è nel suo pieno diritto, ed ha accettato le conseguenze del suo gesto, col sostegno della famiglia, che ne ha elogiato la fermezza morale, pur nel dolore della perdita.

A non accettare la dipartita è stato il primario dell’ospedale, che ha scritto sui social un post pieno di amarezza:

Oggi sono triste e contemporaneamente incazzato nero. Una paziente è venuta meno nel mio reparto perché ha rifiutato una trasfusione di sangue. Era Testimone di Geova. L’avrei salvata al 100% ma ha rifiutato ed è morta. I figli ed i parenti solidali con lei. Ho fatto di tutto. Mi sono scontrato con tutti i familiari ma… nulla. Alla fine i figli si sono esaltati dicendo: «Mamma sei stata grande, hai dato una lezione a tutti i medici ed a tutto il reparto». Mi chiedo:

1) come può una religione ancora oggi permettere un suicidio;

2) come è possibile che io deputato per giuramento a salvare vite umane, sia stato costretto a presenziare e garantire un suicidio assistito?

I figli della donna, di fronte all’eco mediatica ottenuta da questo post, hanno mandato ai giornali una replica piccata:

Gentile redazione, siamo i tre figli della signora che sarebbe deceduta per aver rifiutato una trasfusione. Amavamo molto nostra madre e l’abbiamo sempre ammirata per la sua fede e il suo coraggio, oltre che per l’amore che aveva per la vita. Anche per rispetto nei suoi confronti ci sentiamo obbligati a fare le seguenti precisazioni.

Come Testimoni di Geova amiamo moltissimo la vita. Quando nostra madre si è sentita male l’abbiamo portata subito in ospedale perché venisse curata nel modo migliore possibile. Abbiamo anche rispettato la sua decisione di non ricevere trasfusioni di sangue, consapevoli che esistono strategie mediche alternative che funzionano molto bene, anche in casi delicati. Non abbiamo “sfidato la scienza”.

Purtroppo quando nostra madre ha chiesto ai medici di curarla con ogni terapia possibile tranne che col sangue i medici non le hanno somministrato prontamente farmaci che innalzassero i valori dell’emoglobina. Lo hanno fatto solo due giorni dopo dietro nostra insistenza. Non hanno nemmeno fatto indagini strumentali (tranne una gastroscopia a distanza di 12 ore dal ricovero) che permettessero di trovare il luogo esatto dell’emorragia così da fermarla il prima possibile. Si sono limitati a chiedere insistentemente di praticare l’emotrasfusione. Ma a cosa sarebbe servita se il problema di fondo era la perdita di sangue? Intanto le condizioni di nostra madre peggioravano inesorabilmente. Dal momento che non era in grado di sostenere un trasferimento in un altro ospedale, abbiamo fatto in modo che i medici locali ricevessero materiale scientifico su efficaci strategie alternative alle emotrasfusioni. Tali indicazioni però sono state recepite solo parzialmente e quando ormai era troppo tardi.

Capiamo la frustrazione del primario, tuttavia non accettiamo le sue affermazioni. Dire che noi figli ci saremmo “esaltati” e che avremmo accolto la morte di nostra madre “quasi con gioia” è una grave diffamazione. Non si può paragonare la morte di nostra madre ad un “suicidio assistito”.

Ci auguriamo che questa triste vicenda faccia riflettere la direzione ospedaliera così che nessun paziente in futuro debba subire un trattamento simile a quello riservato a nostra madre. Quanto a noi, ci riserviamo ogni valutazione su possibili future azioni legali.

Io non sono un medico e non mi addentro minimamente nella materia delle emotrasfusioni e della validità effettiva o solo presunta delle terapie alternative, come anche intendo sorvolare sulla mia poca simpatia per i Testimoni di Geova, soprattutto in relazione alla loro strutturata organizzazione e capacità di difendersi in sede legale (la velata minaccia finale sottintende una potenza di fuoco non indifferente).

quello che mi interessa di questa vicenda, dai contorni non così ben determinati come vorremmo, è il punto di vista istintivo del medico, il quale ha riportato nel suo sfogo due punti cruciali: l’anacronismo della religione in relazione all’affermazione di dogmi e l’inconciliabilità della vocazione del medico con l’assistenza alla morte, procurata o sopportata in modo inerte.

Il medico si cruccia per un motivo chiarissimo: egli poteva salvarla, ne aveva la capacità, gli strumenti, i mezzi. Non si trattava di compiere l’impossibile, né di rischiare chissà che: bastava l’applicazione di una procedura nota, già messa in atto mille volte, efficace.

Eppure la volontà del paziente si è messa di traverso tra le sue mani e la flebo. E per quale motivo poi! Un precetto religioso!

Sui social si leggono commenti indignati contro i Testimoni di Geova e questa loro presa di posizione, ritenuta del tutto assurda. qualcuno dice “povera donna plagiata”, qualcuno più crudamente “le sta bene, ha avuto quello che si meritava”. Nessuno, mi pare, ha voluto notare che il medico non ha inveito contro Geova in particolare, ma contro tutte le religioni che permettono un suicidio. Io, invece, l’ho notato. Ed ho notato anche che il martirio, ritenuto dal cristianesimo causa immediata di salvezza dell’anima, spesso somiglia tanto ad un suicidio: quando i cristiani di certe zone tormentate del mondo vengono messi di fronte alla scelta di abiurare la propria fede o morire, e scelgono di morire, non si stanno forse “suicidando” come questa donna? Essi non vorrebbero morire, ma ciò che viene chiesto loro in cambio della vita non lo possono concedere. Ogni fede chiede questo tipo di “suicidio” in fondo: mettere i principi cardine della propria religione al di sopra di ogni altra cosa, costi quel che costi.

Avere una fede nel cuore è come uscire di casa avendo un posto specifico da raggiungere, secondo tempi certi. Si può condividere la strada con gente che non ha nessuna meta e passeggia a casaccio e allora si ferma al primo bar, si infila in un cinema, prova le esperienze che gli capitano. Chi ha una meta, però, non sempre può indugiare e fila via diritto, declina tanti inviti, perdendosi un sacco di occasioni, buone o cattive che siano. Il contrario del carpe diem, insomma. Chi non sa dove andare non può comprendere questa premura della fede, questo restare in cammino, questo puntare ad altro, e concepisce la vita solo come un buffet da cui piluccare qua e là in libertà.

La vita per chi non ha fede è un bene grande, non sacrificabile per dogmi astratti e dichiarazioni di fede, ma non è comunque un bene supremo, come lo è invece per chi è disposto a rinunciarci: resta tutto una questione di rapporto costi/benefici. Se costa poco vivere, è un vero peccato non farlo. Se costa molto, insomma, ne riparliamo: quegli stessi utenti che ora inveiscono contro la signora Testimone di Geova forse hanno esultato l’altro ieri per la sentenza della consulta sul suicidio assistito, inneggiando alla libertà di autodeterminazione (che esiste già, come il caso odierno ci dimostra).

La morale dell’analisi di tutte queste reazioni web è che l’autodeterminazione pura non è ritenuta un valore da nessuno: la gente non deve poter fare di sé ciò che vuole, bensì ciò che il sentire comune ritiene opportuno. questo sentire comune, poi, si sta spostando compatto verso una divisione delle vite degne da quelle indegne, secondo fumosi criteri di autosufficienza, possibilità di realizzazione nella società, sofferenza fisica e psicologica.

Al di fuori di questi minacciosi binari, si deve vivere con entusiasmo e sfrenata libertà, ogni altra manifestazione di libero arbitrio, che si esprima tramite dei no e dei rifiuti alle offerte mondane, è ritenuta impropria, anacronistica, da vietare addirittura.

Insomma, va bene l’autodeterminazione se si tratta di “suicidare” un malato grave ma non va assolutamente bene se si parla di sacrificarsi per un ideale trascendente.

Il medico del post si dichiara obiettore, sebbene, visto il contenuto critico verso le religioni, con ogni probabilità non cattolico: questo mette in luce un’evidenza che i radicali e loro sostenitori si rifiutano di riconoscere e cioè che la vocazione medica, di per sé stessa, costitutivamente è per la vita e mai per la morte e che l’obiezione di coscienza è tanto diffusa perché è la scelta più naturale, ovvia, consequenziale alla professione medica.

Il suicidio assistito, sancendo un indefinito diritto ad essere aiutati a morire, sottintende la nascita del dovere in capo a qualcuno di mettere in pratica questo aiuto: i medici non possono essere questo soggetto, come ribadisce il primario di Piedimonte Matese. E non per motivi ideologici, né per scelte fideistiche, ma per salute mentale: se puoi salvare qualcuno, tutto nel tuo essere ti dice che devi salvarlo. Si tratta di istinto primario, di natura base, di necessità inconscia. La vita difende sé stessa urlando nel nostro cervello: “salva!”.

E anche chi preferisce il martirio alla vita lo fa perché sceglie una vita più piena e grande, non perché sceglie la morte.

Il diritto a morire resta un concetto contro natura.