Sogni / 6

Il sipario si apre su un viaggio di famiglia in auto, attraverso l’America (che è la nostra terra); siamo io, un fratello di poco minore ed i nostri genitori. Ha tutta l’aria d’essere un viaggio speciale, epocale, per una sorta di anniversario o rito di passaggio.
Ad un certo punto, presto durante il sogno, facciamo una sosta e ci fermiamo su di un terrapieno al lato di una trafficata autostrada, la prima di una nutrita serie che si estende davanti a noi e che sappiamo di dover attraversare.
Ma prima che ciò avvenga il programma cambia, ed a me e mio fratello è improvvisamente chiaro che lo scopo di tutto questo sta nel raggiungere un’abitazione privata a commemorazione del presidente George W. Bush jr. Mio fratello non è particolarmente entusiasta della cosa, non perché sia un Democratico ma perché il suggerimento di nostro padre lo coglie alla sprovvista: pensava che ci saremmo fatti tutte le Route più rilevanti, per il gusto della strada in sé.
Intervengo allora io, per qualche ragione consapevole che quella meta ha un’importanza cruciale per il nostro futuro. Con un semplice, breve e sincero discorso motivazionale lo convinco, e così ci mettiamo in cammino insieme. (I genitori non si vedono più).

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Raggiunta la casa, saliamo una rampa di scale in silenzio e con grande solennità.
Ma una volta alla porta, scopriamo che ci vive una famiglia che con Bush non ha nulla a che vedere. L’appartamento è dignitoso ma decisamente popolare, le due donne che ci accolgono hanno dei vistosi tic facciali e tra una smorfia e l’altra riusciamo a chiarire con loro che in proposito esiste un annoso fraintendimento sull’indirizzo, mai risolto, e che regolarmente molte persone in visita alla casa natale del presidente cadono in errore, arrivando lì.

2015 Father Of The Year Luncheon Awards

Ormai che ci siamo, comunque, le due ci invitano a pranzo (a base di caviale ed insalata russa con mirtilli), pranzo durante il quale accadono cose.
Io e mio fratello impieghiamo diverso tempo a capire come mettere le lenti a contatto e scambiarcene alcune paia.
Una terza donna, prima non presente, si affaccia alla finestra, sbeffeggia le nostre ospiti per i loro tic ed io, irritata, replico in lingua dei segni dicendole “cogliona”.
Una teoria di marinai dai lunghi capelli e l’aria sfatta compaiono in mezzo al salotto facendo una sorta di girotondo attorno ad un enorme timone rovesciato orizzontalmente: ne spingono un braccio ciascuno come muli attorno ad una macina, ed uno di loro che ha la faccia di Viggo Mortensen esclama, passandomi accanto: Stanco di lavorare per altri!, come fosse una dichiarazione pubblica.

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Anche i marinai scompaiono e torniamo infine a girarci verso la tavola, dove il pranzo è terminato ed ha lasciato il posto ad una pila di libri, una candela spenta e poco altro. La donna più anziana apre uno dei volumi e si mette a declamare i versi di un poema erotico, composto da uno dei personaggi rappresentati dall’opera per un suo amante, in cui sospira al ricordo del proprio membro appoggiato al petto dell’altro… si tratta di una specie di Divina Commedia, e commentando l’episodio l’anfitriona ci svela che l’autore del poemetto d’amore fu il realmente esistito pontefice Mastino il Mansueto [giuro che il nome non l’ho inventato, l’ho sognato così].
La storia ci commuove e restiamo per un po’ in silenzio.

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E fu sera e fu mattina, le 10:45, al che una telefonata mi fece la grazia di svegliarmi.


🧙🏻

Probabili fonti alle quali ho attinto durante la veglia
per costruire i dettagli del sogno:

Dante;
Il Cantante Mascherato su RaiUno;
Delitto perfetto con Douglas, Mortensen e la Paltrow andato in onda un paio di sere fa;
Pierre et Gilles;
L’episodio “Al posto tuo” della serie fiction Purché finisca bene su RaiUno,
con Aurora Ruffino che interpreta una sorda;
Il mio stesso post in cui cito la sindrome di Tourette;
Recenti riferimenti a fratelli e sorelle.

Childfree .4: I motivi per NON avere figli

Non tutte le donne sono adatte ad essere madri. E non tutte imparano ad esserlo strada facendo, sviluppando delle abilità che già erano presenti in loro in nuce. A prescindere dall’istinto materno, dunque dalla biologia, perché se è vero che non tutto ciò che le persone desiderano è cosa buona o adatta a loro, questo vale anche per la maternità. Che è una cosa intimamente buona, ma non è per tutti.
Per fare dei figli bisogna avere dei buoni motivi. Non una situazione (familiare, economica, sociale) perfetta, ma, comunque, un buon genitore non può mancare a mio avviso di intenzionalità e progettualità. Non può bastare essere aperti a questa possibilità e disposti ad assecondare il destino, lasciandolo libero di esprimersi (che pure è una disposizione molto bella).
In un caso e nell’altro, bisogna avere senso di responsabilità.
Fare il punto su ciò che essere genitori, o rifiutare di / rinunciare ad esserlo, comporta (in linea di massima e con un certo slancio immaginativo, anche feroce); per potervi aderire consapevolmente.

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In un caso e nell’altro, chi decide presto in merito cambia idea di rado, è più serena e convinta della propria scelta. Ma non si tratta, naturalmente, di mettersi a tavolino elencando pro e contro, tirando poi le somme. Parlo esclusivamente di una decisione, per essere madre o al contrario per non esserlo, presente in alcune donne “da sempre” (fin da ragazze, o da bambine), che anticipa ogni riflessione a convalida.
Non è una prerogativa di tutte, ma rappresenta senz’altro un bel vantaggio.
Ma c’è anche chi decide in età più avanzata, perché fino ad allora non era ancora convinta di volerlo davvero o a causa delle circostanze (lasciatemi annotare, en passant, che anche se il corpo è in grado di procreare, ad una certa età, senza voler fissare arbitrari e dittatoriali limiti di legge, si dovrebbe evitare di fare figli per “realizzare se stesse”. Pensare ad un/a ragazzo/a che alle soglie della maturità si ritrova genitori anziani mi dà la nausea e l’incazzo. E se questo vi fa venire in mente certi italiani famosi, non è un caso).
C’è chi decide (non troppo) tardi, insomma, e va benissimo così, anche perché non sono poche coloro che nell’incertezza hanno detto un sì frettoloso per il timore che il proprio orologio biologico battesse il tempo, e poi se ne sono pentite. Sì, pentite: se pensate che sia terribile, sappiate che lo penso anch’io. Non perché le donne che si pentono d’essere divenute madri siano cattive, ma perché una vita ha preso il corso sbagliato. I figli sono sempre un dono, anche quando non erano la vera vocazione di una donna – ma possiamo almeno dire che è più auspicabile regalare ad una cuoca provetta degli accessori da cucina, anziché una chiave inglese? Diciamolo.

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L’autodeterminazione è per me molto importante,
ora ce l’ho e vorrei conservarla.
Stefanie, 39 anni, Monaco di Baviera

Non sai quanto concordo, Stephanie. Ho già fatto la madre, nella mia vita, la “madre di mia madre”. Ho avuto altre responsabilità indirette ma gravose. Sono poi stata, pur se per breve tempo, amministratrice di sostegno per una zia, e stavo per assumere lo stesso incarico per un’altra. Adesso voglio essere libera.
Ho avuto, dopo tante fatiche, la fortuna non di vivere in panciolle ma comunque di svuotare il mio zaino di tanti sassi che lo appesantivano. Ho insomma compiuto il percorso inverso rispetto alla norma di chi non incontra intoppi grossi: infanzia tutelata, maturità sostanzialmente libera di svilupparsi, infine mezza età responsabile dei genitori ormai anziani, e dei figli.
Posso dedicarmi a

disegnare la mia esistenza


Ma venendo al punto indicato dal titolo (spero nel frattempo di non avervi ammorbato troppo), i vantaggi di maggior peso che i numerosi elenchi sparsi per l’internet enumerano sono condensabili così:

  • libertà e flessibilità nelle scelte di vita, quotidiane e non (orari, viaggi…)
  • maggior tempo libero, impiegabile senza vincoli
  • sonno decente per durata e qualità
  • carriera, per chi la persegue / indipendenza economica
  • assenza di un costo importante, prolungato e non interrompibile
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Illustrazione di Stephan Schmitz

I miei motivi personali invece sono più in campo di dettaglio.
Posto che, di base, mi manca l’afflato materno e non faccio che riconfermare con queste considerazioni un’inclinazione emersa precocemente, non voglio figli:

  • per interrompere uno schema intergenerazionale vizioso (temo di riprodurre caratteristiche negative dei componenti del ramo materno della mia famiglia di origine);
  • perché dubito della mia capacità di educare. Non è insicurezza, è che proprio non ritengo di saperlo fare in modo continuativo e non superficiale.
    Mi annoia a morte insegnare qualcosa a qualcuno. E ai bambini c’è sempre qualcosa da spiegare. Fanno centomila domande a cui devi rispondere. E questo dover rispondere lo trovo noioso. – Barbara, 41 anni, Monaco
  • per non trasmettere la malattia;
  • perché se pure volessi non ho (più, ancora) una famiglia entro cui allevarli;
  • perché ho assoluto bisogno di pace, silenzio, tranquillità, ordine e soprattutto tanta, tanta, tanta leggerezza;
  • perché, per l’appunto, non ne sopporterei il carico;
  • perché voglio mantenere, anche in coppia, una mia casa e quotidianità autonome.

Che bello. Che sollievo non averne avuti e guardare felicemente al futuro.

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Nelle puntate precedenti:
> Childfree .1: Sul non volere figli
> Childfree .2: Una questione terminologica
> Childfree .3: Cosa NON dire a una donna senza figli

film / serie tv (gennaio 2020)

[∞ Serie Tv]

What we do in the shadows

Controllo i programmi della (seconda) serata, vedo che comincia una nuova serie a soggetto vampiresco che non sembra nemmeno essere troppo leccata e pretenziosa (forse quest’idea me la dà il fatto che è incentrata su un nucleo “familiare” e non sui destini dell’universo mondo), così decido di assaggiarla.
Non ho particolari aspettative, solo una moderata curiosità, ma ne vengo conquistata subito: scopro che è una commedia, una commedia divertente, che prende in giro la seriosità con cui noi umani fissati coi non-morti ci accostiamo al tema; e per giunta è composta da episodi molto brevi – li trovate qui su RaiPlay, e vi consiglio di precipitarvi prima che li levino. Ma li stanno trasmettendo anche su Fox.
Per dire, nella prima puntata un paio di giocatori di ruolo dal vivo vengono invitati a casa dei vampiri dal loro famiglio, allo scopo di essere succhiati a loro insaputa (un po’ come con JustEat, ma col fattorino privato).
Nella seconda, il gruppo si presenta al consiglio comunale di Staten Island per ben due volte per promuovere la mozione “arrendetevi al nostro potere e consegnatevi al dominio vampirico”.
A mezzanotte passata ero piegata sul divano a grugnire come un maiale, che è ciò che mi succede quando rido forte forte.

(Ancora) Supernatural XIII

Ollà, e finalmente Lucifero s’è tolto dai coglioni! Peccato che adesso c’è in giro l’arcangelo Michele in versione cattiva, ma “vestito” col corpo di Dean, che vuole distruggere everything (lo sapevamo fin dai titoli che andava a finire così: perché il mondo può anche essere annichilito, e senza che Chuck-Dio muova un fottuto dito, ma se Sammy è in pericolo stai sicuro che Dean abbandona tutti al loro misero destino e corre a salvarlo, anche se non serve perché lui sta lì a giocare alla morra cinese con Jack, figlio di Lucifero, per stabilire chi ha più diritto di sacrificarsi per l’altro).
Se non ci avete capito nulla, tranquilli, è perfettamente (super)naturale.
Però, vi state perdendo qualcosa di hey-hey!

Sto anche dando un’occhiata, ma già annoiata, a Babylon Berlin, e rivedendo su La7 ogni giorno Perception –  di sole tre stagioni, ma che mi piaceva.


[∞ Film]

Ore 15:17 Attacco al treno – Clint Eastwood

Bello. La scelta di far recitare i tre ragazzi stessi, protagonisti dello sventato attacco terroristico sulla linea Amsterdam > Parigi del 2015, ha pagato. Ne esce un ritratto pulito, elogiativo ma non appesantito da retorica – avrei giusto evitato di concludere la storia con premiazioni e discorsi, magari aggiungendo una scena o due al termine, e di aggiungere il filmato della parata nella città d’origine. Non hanno nulla che non vada in sé, ma finiscono per ingessare l’insieme.
L’intervento sul treno è marginale, in termini di minutaggio, rispetto alla narrazione della vita e dell’amicizia fra Alek, Spencer ed Anthony, ma questo non guasta poiché il focus è palesemente proprio sul rapporto creatosi fra i tre, senza il quale l’intenzione di fare qualcosa e l’esito dell’azione stessa non sarebbe, secondo me, mai stato lo stesso.

Land of mine – Martin Zandvliet

E’ la storia di un gruppo di soldati-ragazzini tedeschi, che al termine della seconda guerra mondiale, trovandosi in Danimarca, vengono costretti dall’esercito locale a sminare chilometri di spiagge sulle quali i loro compatrioti hanno disseminato – appunto – gli ordigni esplosivi.
Da non perdere (io l’ho visto su Rai4, quindi forse su RaiPlay è disponibile). La durezza di un paese incancrenito contro la Germania, che non fa distinguo nel suo odio, e la tenerezza, la preoccupazione verso quelli che in fin dei conti sono propri simili, esseri umani, per di più meri strumenti sacrificabili di guerra, si dividono lo schermo e le scene con fluidità e chiarezza perfette. Non c’è analisi psicologica spinta, ma piuttosto l’esposizione nuda dell’animo.

Batman – Tim Burton

Finalmente ho il quadro completo dei Joker cinematografici “moderni”. Semplicemente, Nicholson è un grande. Detta questa ovvia cosa, tuttavia, scopro di ammirarlo per l’eleganza ma di preferire, nel complesso, il clown di Ledger.
A proposito del film, ho visto questo primo capitolo burtoniano solo successivamente al secondo, ma non ha rappresentato un problema: anche in questo caso, me lo sono goduto ma sorprendentemente ho trovato ancora più ben fatto proprio quello con Pinguino e Catwoman.

L’uomo di neve – Tomas Alfredson

Ho còlto l’occasione del passaggio su Rete4 e me lo sono visto, finalmente: il libro l’ho letto ormai anni fa e nemmeno ricordavo del tutto la trama, ma l’accoppiata Nesbo / Fassbender era imperdibile. E devo dire che mi ha convinta, ce l’ho visto proprio bene nel ruolo – anche se io, per qualche meccanismo strano, tendo a identificare abbastanza spesso i protagonisti di certi libri gialli con la fisionomia dei loro creatori: per me, Harry Bosch ha la faccia di Michael Connelly (ed ecco perché non sono mai riuscita a fare pace con quel pur bell’uomo che lo interpreta nella serie tv omonima), mentre Harry Hole ha la faccia di Nesbo, appunto, il quale per altro gli ha attribuito alcuni suoi tratti, in primis l’amore per il punk-rock. La Gainsbourg, invece, non mi torna per niente nel ruolo di Rakel, che per me è la sintesi dell’eleganza appena appena algida (quanto basta per evitare approcci inopinati) ma luminosa. La Rakel del film è sempre “troppo”: troppo piccolo-borghese, troppo banale anche nelle espressioni di forza.
Tutto questo pistolotto è realmente comprensibile solo a chi conosca, per aver letto più di un singolo libro fosse pure quello da cui Alfredson ha tratto il film, quell’ubriacone di Harry Hole. Ma, in fondo, non è un male: perché di fatto anche il film può essere agevolmente seguito solo da chi conosca i romanzi a lui dedicati: trame, personaggi, abitudini e riferimenti… va preso così (astenersi principianti), ma così com’è, appunto, funziona bene. Temevo un pasticcio caricaturale, invece è un buon prodotto, che ricrea le atmosfere originarie.

(I love you Phillip Morris) – John Ficarra & Glenn Requa

Ne ho scritto in questo post. Merita.

Una doppia verità – Courtney Hunt

Un filmetto nella media, con alla base un’idea buona ma non eccellente né nuovissima.
Da un prodotto che mi era stato magnificato tanto, mi aspettavo decisamente di più.
Buona soprattutto la prova della Zellwegger.

Reinas, Il matrimonio che mancava – Manuel Gomez Pereira

Ho realizzato solo guardando la custodia e l’immagine di copertina che il titolo si legge “reìnas”, ossia “regine”. Dettagli, epifanie.
La cerimonia per i primi matrimoni gay in Spagna ed i relativi festeggiamenti sono il filo conduttore della pellicola, che li prende un po’ come pretesto per raccontare, molto ispanicamente, delle vie traverse (che a volte vanno di traverso, ma poi esplodono sempre in caramelle e cioccolatini come una pignatta) dell’amore.
Stravolgimenti e sconvolgimenti familiari, e tanto più godibili proprio per questo, sono al servizio di una buona, ironicamente raffinata sceneggiatura.
I miei preferiti? Nuria e Jacinto! La scheda di MyMovies.

You’re next – Adam Wingard

Sono d’accordo con la recensione su MyMovies, ma in realtà per quanto mi riguarda ‘sto film è ancora peggio di così: è proprio una stronzata. Un “home invasion” infantile e vuoto come un palloncino sgonfio.
L’idea della riunione di famiglia che comincia bene e poi scoperchia dissidi e conflitti, che si riversano dalla conversazione all’azione violenta, non è nuova ma è sempre ben accetta: è uno degli schemi narrativi che preferisco. Ma per funzionare deve avere della ciccia addosso, non risolvere tutto in cinque minuti attraverso litigi senza senso né reali motivazioni, per poi giocare oziosamente con lo svelamento del colpevole che ha pianificato la strage.
La conclusione, infine, è tanto obbligata quanto inutile.
Evitare, evitare, evitare. A meno che non abbiate bisogno di un sottofondo televisivo di urletti mentre lavate i piatti.

Danko – Walter Hill

Filmone della mia infanzia ❤
Con questo entra anche nel mio blogghettino quel Walter Hill che gentaccia come Lucius e Cassidy conoscono assai bene.
Non c’è molto da dire, se non: (ri)vedetevelo. Ambientato durante la guerra fredda, secondo me non risente per nulla degli anni che porta; Schwarzy (il negro nero) e Belushi compiono il loro (s)porco lavoro senza strafare, e la sceneggiatura, zeppa di godibile ironia, spacca.

Caffè – Cristiano Bortone

Tipico cinema da “incrocio di destini”, con famiglie, coppie e individui più o meno allo sbando (lavorativo ed esistenziale) che determinano e subiscono a vicenda un intervento dannoso: chi viene derubato, chi perde il lavoro, chi un lavoro di livello ce l’ha ed è combattuto tra compierlo onestamente mettendo a rischio tutto oppure mettere piuttosto a rischio gli altri, e chi è… beh, semplicemente un cazzone, ma comunque con le sue grane anche lui: padre stronzo, (ex) fidanzata incarognita che gli smolla il bambino, incapacità di darsi un obiettivo.
Sviluppi di trama piuttosto prevedibili, ma che non vanno a banalizzare l’insieme.
La storia si divide tra Italia, Belgio e Cina.
Da segnalare tra gli interpreti Dario Aita, Miriam Dalmazio e soprattutto Hichem Yacoubi nel ruolo di Hamed.
A proposito di caffé, mi corre l’obbligo di consigliarlo a giomag, che di Kopi Luwak se n’intende (ma anche di birra). 😉 Io resto fedele al mio orzo in tazza piccola…
E’ un onesto, buon film, la cui esistenza ignoravo finché non ho trovato il dvd in regalo alla mia associazione di “volontariato coatto”. Se al mondo ci fosse giustizia, rappresenterebbe un esempio della media dei prodotti cinematografici italiani; ma così non è, e ci arrangiamo a commedie insulse e fatue pellicole d’autore, con un cinepattone nel mezzo (scusate la causticità, sono appena rientrata e il freddo mi incattivisce).
La scheda di MyMovies.

Custodes Bestiae – Lorenzo Bianchini

Cinema indipendente italiano. E horror. Basterebbe questo per volergli gettare uno sguardo. Ma, per essere esatti, non sarei nemmeno arrivata a conoscerlo se non bazzicassi con devozione quell’antro oscuro e meraviglioso che è il blog di Lucia: nella fattispecie, Custodes Bestiae compare nella sua decina degli horror più significativi del 2004.
Ha la grana grossa tipica dei budget bassi, ma è proprio grazie ad essa che emerge meglio il valore della regia (e della sceneggiatura, sempre di Bianchini). Se pure la resa visiva e – soprattutto – audio è frenata da limiti oggettivi, è evidente quanto ogni elemento sia curato: e già questo cancella il rischio della mediocrità.
La storia si dipana abbastanza lenta (chi mi conosce sa che questo per me è un pregio) e per suggestioni, spaventosa sicuramente a livello razionale ma, per quanto mi riguarda, non troppo a livello intimo. Al di là del ritmo che può scoraggiare chi ami o sia abituato alla rapidità dell’action o anche di molto horror contemporaneo, merita la visione per due motivi:
– senza apparire meschino, trasmette un forte senso di familiarità, rappresentando non una realtà emblematica ma la nostra realtà, così come potremmo coglierla aprendo la porta di casa (oppure rintanandoci in camera o nel nostro studio);
– in particolare, raffigura scorci di realtà non filtrata del Friuli: quello di Bianchini è un cinema regionale, non quello dai tratti asfittici ma un condensato di identità locale, della quale il dialetto (sottotitolato) non è che l’aspetto più prevedibile, eppure non il più immediato.
Dopo i krampus della Val di Fassa de In fondo al bosco di Lodovichi, ho assaggiato una diversa ed altrettanto inquietante “diavoleria” locale, tra Comeglians, Osoppo, Aquileia… per un approfondimento, visitate la pagina dedicata su quinlan. Sullo stesso sito trovate anche un’intervista al regista.

Across the river (Oltre il guado) – Lorenzo Bianchini

Dieci anni dopo, Bianchini ha avuto a disposizione più mezzi, ed il risultato si vede: la fotografia è buona, ed il suono è curato ed armonizzato (cioè: non ti tocca alzare ed abbassare il volume ad ogni scena).
C’è chi pensa che la trama sia addirittura assente: in apparenza è così (non facciamo altro che seguire le non eclatanti mosse di un etologo che studia sul campo i movimenti degli animali di un bosco), ma esser più precisi, io trovo che sia non del tutto assente, ma piuttosto minima e centellinata. Ben centellinata.
Non bastasse, abbiamo sulla scena un unico personaggio – al quale giusto due o tre volte, per pochi minuti, si alternano una coppia di anziani del luogo – e prevalgono nettamente i toni grigio-blu rispetto al colore pieno, la pioggia ed il buio notturno rispetto alla luce.
Pochissime le battute pronunciate. Il silenzio (della parola) è quasi totale, ma per tutta la durata della “pellicola” regna quel silenzio da luogo naturale profondo, e da luogo abbandonato, carico di micro-suoni (e di presagi).
Un aspetto che può non essere gradito a tutti, e non da tutti sopportabile; eppure, nonostante la “lentezza” dello sviluppo, la tensione è palpabilissima.
Insomma: un ottimo lavoro, da cinque stelle.


I film non commentati:
Maciste nella valle dei Re – Carlo Campogalliani
Assassinio sul palcoscenico – George Pollock
Assassinio al galoppatoio – George Pollock
L’amore è eterno finché dura – Carlo Verdone
Chi m’ha visto – Alessandro Pondi
My son, my son, what have ye done – Werner Herzog
Il caso Freddie Heineken – Tomas Alfredson
Smokin’ Aces – Joe Carnahan

Childfree .1: Sul non volere figli

Tento di buttar giù due pensierini per introdurre una nuova (ennesima!) serie di letture a tema: sulle donne senza figli, e per essere più precisa sulle donne che non vogliono averne. Come me – ed ecco perché mi interessa.

Childless & childfree

Innanzitutto una distinzione fondamentale. Chiedo scusa ai lettori poco amanti degli anglicismi, ma questo – secondo me – è proprio uno di quei casi in cui l’inglese, oltre che più comodo e rapido (un pochino) è anche più efficace (un bel po’).
Una donna childless (che sia sposata, impegnata, o single: in questo contesto non fa differenza) è una donna senza figli per le motivazioni e le circostanze più disparate, e che tuttavia li desidera (o, quantomeno, non rifiuta l’idea).
Una donna childfree, invece, sceglie consapevolmente di non avere figli (né ora, quando la infastidite con la centesima replica in un mese delLa Domanda, né in seguito), per  altrettante differenti ragioni.
Io, ovviamente, voglio occuparmi delle childfree.

Cosa è famiglia? Che significato hanno i figli?

Le due domande sono in gran parte interconnesse.
Non mi addentrerò troppo in questioni che meriterebbero un’attenzione ed un approfondimento che io non posso offrire, mi limito ad accennare a spot qualche considerazione.

Innanzitutto, per qualcuno “una coppia senza figli non è famiglia” (a quanto pare non c’entra la morale cattolica, ma già che ci sono lo dico: la cosiddetta apertura alla vita è centrale, ma vi sono eccezioni e, soprattutto, l’indisponibilità ad accogliere il disegno divino pone in posizione di peccato, ma non fa diventare una coppia “meno famiglia” di una che invece vi si presta).
Resta senz’altro vero che l’essere madri (e padri!, che non sono un accessorio) è per la dottrina cattolica il naturale “destino” di chi ha una vocazione matrimoniale. Sempre salvo particolari eccezioni. Purtroppo, anche fra credenti, spesso si confonde l’adesione parziale, o la non adesione, ad un progetto divino – comunque generale -, che è peccato ma va visto alla luce della storia personale di ciascuno, con un’arbitraria e diabolica opposizione, da “degenerati moderni”, a un diktat intransigente.
Una degenerazione tutta moderna che non si limita a rifiutare per sé, ma aborrisce collettivamente l’avere figli, il dedicarsi esclusivamente alla famiglia, le scelte di non-indipendenza e libertà totale esiste.
Un disegno divino per la famiglia esiste.
Ma è ingiusto, perché errato, attribuire la prima a chiunque, pur senza egoismo, stabilisce che per la propria vita avere figli è un fattore non auspicabile (se non dannoso: sì, può capitare e no, non dev’essere per forza egoismo).
Com’è ingiusto prendere quello che è un progetto di Dio su di noi, per una “gioia perfetta” – in un mondo che però perfetto non è -, sostanzialmente un progetto d’amore perché possiamo avere tutto il meglio; trasmutandolo in un dovere, in quanto tale spesso arido, che non parla di legami d’amore (di carità), di comunione intima a modello della Trinità, di dono di sé, ma piuttosto di perdita e dolore, che conduce alla ribellione incolpevole contro il Cielo.

Famiglia è ovunque due (o più) persone si amino.
Dando per scontato per non allungare ulteriormente la zuppa che “amare” non significa piacersi, provare affetto, né avere affinità col partner o chicchessia, né tantomeno provare attrazione ricambiata ecc. ecc.
Amare è essere al servizio dell’altro avendo per obbiettivo il suo bene. Punto.
(Grazie a Dio, i cristiani son chiamati ad amare il prossimo, non a farselo piacere).

I figli sono per me il completamento ideale della famiglia.
Ciò in un’ottica “naturale”, che è pure alla base di molta parte dell’ottica cattolica, ma è condivisibile e condivisa, su questo e altri temi, al di là della fede (non credenti compresi).
Possiamo intendere “ideale” in molti modi (non però romanticamente): riferendoci ad una situazione di perfezione originaria, antecedente il peccato originale – ma allora, ci tengo a ricordarlo, Eva non doveva partorire con dolore, il “senso materno” non era aleatorio, e Caino ed Abele, se i loro genitori fossero stati più intelligenti, avrebbero avuto per sé l’intero Eden senza neppure pagare la rata mensile.
Oppure possiamo pensare che sia la realizzazione più completa, integrale per una donna – che è pur sempre costitutivamente diversa dall’uomo -, senza però ritenerla la migliore, o peggio l’unica via.
Non è sbagliato immaginare la maternità come la quadratura del cerchio femminile: è, appunto, l’ideale alla cui immagine tendono tutte le donne. E’ sbagliato invece cercare di trasporre l’ideale, così com’è, nella realtà concreta (o meglio, nelle realtà concrete di ogni singola donna).
Non solo perché l’istinto materno, o più ampiamente la propensione alle relazioni e alla generatività tipicamente femminile può manifestarsi e realizzarsi in molti modi; ma anche e soprattutto perché la realtà è piena di sfumature e vive delle evoluzioni: non significa relativizzare – lungi da me – ma capire che l’ideale (la “verità”) si declina in più realtà diverse. Alcune non saranno valide, saranno abbagli, ma altre, più d’una, rappresentano una alternativa ma valida proiezione dell’unica verità nel mondo concreto.
Tipo così:

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Direi che vi ho spaccato le balle a sufficienza.
Dalla prossima volta, si passa alla sostanza 😉

Sono un mito .6: Libera

A volte bisogna fare qualcosa di imperdonabile,
per poter continuare a vivere.

Ventitrè dicembre duemiladiciannove: ho chiuso i rubinetti centrali di acqua e gas, spento tutte le luci, abbassato il termostato, raccolto tutte le mie cose cesto regalo compreso.
Parto, e dopo cinque minuti di auto già percepisco nettamente le spalle ed il collo non dico sciogliersi, ‘ché ci vorrebbe ben altro (tipo un lungo massaggio sapiente), ma lasciar andare la tensione massiccia.
Passo i successivi quattro giorni a mente vuota, senza mai soffermarmi sulle faccende in sospeso o sui crucci lasciati a casa. Mi dedico alla lettura: sulla testata del divano entro il quale mi sono scavata il mio nido, nella stanza più intima in fondo all’abitazione di mia zia, stanno appollaiati cinque libri che alterno incessantemente.
Dormo parecchio, appisolandomi senza il pensiero che domattina, di nuovo, mi toccherà alzarmi e vivere.
Mi godo i manicaretti del cugino-orso, cuoco ufficiale, e nelle due notti in cui tiro tardi a leggere entro di soppiatto in cucina a rubacchiare: la prima volta un pane, la seconda una ciotola di patate al forno. La mattina, mia zia mi dirà che siccome eran dure (mica vero), aveva pensato di tagliarle e farci nonsocosa. Troppo tardi…! 😉
Nel mezzo si fa Natale. Momento anomalo. Mia mamma non c’è più, questo è molto chiaro, e improvvisamente mancano troppe persone a tavola. Non sembra quasi neppure Natale. Mi sento vuota e disconnessa da tutto – capirò più tardi che la mia psiche, sempre accorta, mi sta tenendo lontana da qualsiasi stimolo troppo intenso e doloroso.

Vuota; perché per tutta una vita ho vissuto, anche nei miei periodi di maggior apertura al mondo, in funzione di altro e altri – negli ultimi otto anni, mia mamma e la sua versione della malattia. Non c’era imposizione, in questo – l’ho scelto più di quanto l’abbia subìto -, ma neppure spazio per la mia autonomia da sempre accantonata. I quattro giorni staccata dalla mia quotidianità hanno funzionato come catalizzatore di un processo già in atto da febbraio, realizzando una netta cesura tra la prima fase di lutto – disordinata, fiacca, demotivata – e la seconda, al cui esordio ho fatto il punto su una serie di problematiche fra loro interconnesse che tornerò ad affrontare, ma con più criterio e più strumenti, in questo 2020.
Disconnessa; perché come detto ricevere senza filtri le impressioni di questo Natale senza famiglia, senza neve e con una temperatura esterna assurdamente alta, senza famiglia, arrivato troppo in fretta e troppo in fretta ripartito, senza famiglia, senza cena della Vigilia e sc(qu)artamento pacchetti come tradizione vuole, e l’ho già detto senza famiglia?, beh, sarebbe stato un terribile passo falso. Ho pensato a mia mamma solo due volte, per pochi istanti prima di obliare tutto di nuovo, una delle quali quando a Santo Stefano ho lavato i piatti come faceva sempre lei, battendo sul tempo mia zia con un sorrisetto di malcelata soddisfazione.
Poi, al ritorno, ho spostato le foto dei miei: dal salotto, che è il cuore della casa, alla camera, che ne è l’anima; così da un lato li ho ancora più vicini, dall’altro però mi son scrollata di dosso il continuo confronto tra il prima e il dopo, tra il con e il senza, tra chi ero e (non so ancora) chi potrei essere.

Ricomincio dunque da qui, ripagando un po’ alla volta le ipoteche che l’esistenza ha acceso sulla mia persona.
Sapendo che questa ferita non si cancellerà mai, né voglio che accada, ma che può rimarginarsi e permettermi di mettere me stessa al centro.
Non c’è contrasto tra la sofferenza della perdita e la mia gioia di sapermi libera, legata ai miei cari ma non più vincolata. Libera dalla preoccupazione per la loro sorte e la loro serenità. Libera dalle aspettative, per poterne coltivare persino di più alte. Libera da condizionamenti di vecchia data che neppure chi ha contribuito a suscitarli conosce, o riconosce più.
Libera e solitaria, eppure non sola.

Film .29: Sinister, Scott Derrickson

Ellison Oswalt sta sempre davanti ad uno schermo: a guardare filmini in super8, VHS, il pc, (abbastanza) moderne videocamere… ed è uno scrittore, non tanto in cerca di ispirazione quando alle prese con l’ennesimo libro-reportage sull’ennesimo crimine efferato, che gli sta offrendo persino più materiale di quanto sperasse… insomma, Ellison è un po’ come Lucius Etruscus, gli manca solo il cappello, ed infatti il buon Lucius ha avuto una parola per Ellison – ma io dico che ne merita parecchie di più.

E perché, se è uno scrittore, sta sempre davanti ad uno schermo anziché a carta e penna?
Perché qualcuno ha voluto fargli trovare, nella soffitta della nuova casa (che poi è quella nella quale è avvenuto, fresco fresco, il delitto su cui intende scrivere) uno scatolone pieno di super8, appunto, e su ognuno di essi è inciso il filmato di un ulteriore crimine, che solo più tardi si scoprirà legato agli altri.

Ma Ellison non vive solo con dieci gatti: ha famiglia, moglie e due figli in età da primarie, e nelle sue peregrinazioni investigativo-letterarie se li trascina dietro ogni volta, almeno da quando, dieci anni prima, ebbe un grande successo pubblicando Kentucky Blood. Successo che sta cercando di replicare, nell’ansioso desiderio di sistemarsi una volta per tutte, come diremmo noi. E’, secondo me, uno scrittore “con giudizio”: nel senso che ha avuto successo ma non sempre, è ammirato ma anche detestato per questo suo vizio di rimestare le acque torbide delle comunità in cui di volta in volta si inserisce, e lavora davvero – cioè, oltre a scrivere e vagare a mente libera guardando fuori dalla finestra, cosa che per altro lui non fa, soprattutto si documenta. Cerca di allacciare relazioni utili, non in senso commerciale ma per la storia. Si fa domande. Crea una struttura e uno schema dei fatti che è già tre quarti del testo.
Un urrah per Ellison!

La vicenda è sensata, particolare non insignificante per il genere (che è sì l’horror, ma con buone dosi di thriller ben amalgamate); considerando poi il rischio che presenta sempre un prodotto BlumHouse. Ma forse si è salvato perché è un primo capitolo: leggo che sono stati girati anche il 2 ed il 3, nemmeno lo immaginavo ma, a ripensarci, è del tutto naturale e prevedibile. Mi rifiuto, ovviamente, di vedermeli.
Tornando al punto: la vicenda è sensata, gli attori sono capaci (e non parlo solo di Hawke), la famiglia di Ellison, Dio sia lodato, è composta da persone normali, con attriti e paure perfettamente credibili ed integrati con un contesto chiaro. Compresi i pavor nocturnis del piccolo Trevor, impressionanti però mai forieri di quell’atmosfera rarefatta e gratuitamente vaga tipica di tanti horror.
Gli elementi soprannaturali sono ben presenti, discretamente spaventosi, ma non vanno a produrre jumpscares a muzzo. Faccio anzi fatica ad arrivare a contarne due, di jumpscares.

Altri fattori mi hanno indotto ad attribuire quasi il massimo dei voti (4.5/5) ad un film che sulla carta potrebbe sembrare identico a mille altri: intanto, la vicenda è filtrata attraverso un’ottica, quella del protagonista, caratterizzata da una razionalità sicura ma non insistita. Non si assiste a nessun duello fede (nel paranormale) vs. ragione; me ne congratulo e gioisco.
I personaggi secondari (dallo sceriffo tendenzialmente ostile, ma anche qui “con giudizio”, al suo vice che si presenta come lo scemo del villaggio ma poi smentisce, con le parole e con gli atteggiamenti, di esserlo) sono marginali ma ben costruiti e contribuiscono in modo a mio avviso decisivo alla riuscita complessiva.
Dialoghi e fotografia sono curati come si deve, c’è attenzione al dettaglio, e mi vien da dire che, se non fosse per l’evidente elemento di genere, siamo davanti ad un film adatto ad un qualsiasi generico pubblico amante della suspence.
Si coglie che chi l’ha messo insieme si è divertito ed appassionato: dalle battute salaci alla citazione kinghiana nulla manca.
Solo le musiche sono forse meno “esatte” e più standard: intendiamoci, intervengono nei momenti giusti non solo per inquietare ma anche per sottolineare, fanno un buon lavoro, ma niente di memorabile.

Uno dei migliori film dell’anno, insomma, che unisce efficacemente:

  • un demone antico,
  • riflessioni intratestuali sulla civiltà dello sguardo (con il gioco di schermi, il concetto di “immagine come varco tra mondi” o i rimandi ad altri titoli più noti) e sull’interdipendenza tra scrittura e vita,

sinister-hawke

  • ma pure il senso dei legami e della trasmissione di un “bagaglio” (anche maledetto) da uomo a uomo e da famiglia a famiglia, le debolezze e forze della famiglia stessa,
  • per chiudere – nota personalissima – con un accenno, neutro ma presente, alle abitudini americane in fatto di iniziativa e di rischio: solo in una pellicola statunitense si può osservare qualcuno accendere un mutuo sulla casa prima ancora di aver estinto un altro mutuo sulla casa, avendo in mano giusto una speranza di guadagno e nient’altro – e, per di più, trovare tutto questo normale.

Te Deum (Ottobre 2019)

Al termine di questo mese voglio ringraziare il Signore per:

  • le castagne raccolte nel bosco che la mia vicina mi ha regalato (le prime caldarroste della stagione!), i melograni aggràtise che ho prelevato dal nostro giardino, ma anche la lumachina sulla tomba al cimitero e la cavalletta tanto carina che s’è posata sul mio cactus, e ha avuto la pazienza di lasciarsi fotografare:

 

  • il foulard sui toni del beige e del marrone trovato all’associazione, che sarebbe piaciuto alla Mater e che s’abbina bene con la matita occhi che uso di solito;
    .
  • a proposito dell’associazione, grazie per la rumena-volontaria nuova, che sembra una a posto, e per la rumena-badante, che mi fa ridere un casino, e in quel posto grigio et noioso ci vuole;
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  • M., l’infermiera del Cps, con cui si parla di parrucchieri e di soluzioni organizzative per evitare di saltare i pasti – ed è una personcina interessante;
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  • i sorrisi delle persone che incontro per strada, che palesemente mi conoscono e mi salutano, o addirittura mi fermano per chiacchierare (la metà delle quali non ricordo mai chi cazzo sia. Ma come dicevo qui, ho imparato a mentire… white lies, white lies! Prima o poi risponderò al saluto sbagliato, di qualche maniaco che lo prenderà per consenso alla carneficina);

 

  • la serata in biblioteca a tema marinaresco, caruccia; lo spettacolo de Il magico baule che spacca sempre; il ritorno al cinema – cercherò di non lasciar passare altri tre anni alla prossima volta;
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  • Tea, la gatta di L., che ho battezzato io in onore della regina  longobarda Teodolinda. Sfranfugnarle la moquette sulla pancia è un sogno proibito:

 

  • le giornate di caldo extra, che non sono un bel segnale per il nostro clima ma che personalmente mi sono goduta assai, riscaldando le mie stanche ossa al sole sul terrazzo;
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  • la pizza di Birbes, goduriosa, e soprattutto Pino lo strano che ce l’ha comprata e consegnata – prima di defilarsi. Il sogno di tutte le (ex) mogli (cioè della mia amica), ma, comunque, strano 🙃 C’è in programma anche un caffé da lui per un disbrigo di pratiche, Dio solo sa cosa ci farà trovare davanti 😙;
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  • il calore di casa propria quando si rientra dalla pioggia esterna e si indossa il pigiama prelevato bollente dal calorifero;
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  • i due giorni da zia M., tra coccole, buon cibo, e tane tranquille in cui rifugiarsi;
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  • il contributo economico del Comune (fondamentale) e quello dell’amico S. (provvidenziale).