film (marzo 2020) – pt. I

L’uomo sul treno (The commuter) – Jaume Collet-Serra

Con Liam Neeson.
Un intreccio improbabile, di genere indefinito perché ne vuole coprire troppi, con protagonista l’ex poliziotto più stupido dell’universo creato.
Pessimo Polpettone Palloso. Imbarazzante.
Per fortuna non m’è riuscito di vederlo al cinema quando uscì.

Dogman – Matteo Garrone

Pezzo da novanta. Ritmo lento, come piace a me. Impietoso sull’umanità che descrive ma senza strappi bruschi, l’ho sopportato più che bene (ho sempre questo timore di patire troppo vedendo un film bello ma pesante).

Gold, La grande truffa – Stephen Gaghan

Compagnie minerarie e finanziarie, la ricerca dell’oro fuori tempo massimo, una truffa curata ma non troppo sofisticata e sbruffona; tutta da capire strada facendo.
Carino. Onesto, senza tanti fuochi d’artificio.
Bravo McConaughey, Bryce Dallas Howard quasi non la riconoscevo.

Babycall – Pal Sletaune

Ben impostato, ma deludente. Più thriller che horror psicologico (è così che lo vendono), ha personaggi intriganti ma che alla lunga, con le loro idiosincrasie, fanno girar le balle. Da Anna, madre che scappa – o crede di scappare – dal marito violento col figlioletto Anders, già di suo mezzo sociopatico, al commesso di negozio Helge che stringe amicizia con Anna come aggrappandosi ad un salvagente (entrambi un po’ profughi nella vita, sconfitti ed alienati).
Il finale è forse la parte migliore di un lungometraggio che, forse, con meno passaggi logici e svolte narrative avrebbe funzionato di più.

Il presagio – Richard Donner

Ne avevo visto il remake al cinema, ma tanto per cambiare l’originale del 1973, con un Gregory Peck splendidamente invecchiato, è migliore, più godibile e mai noioso, seppure ormai manchi a noi la freschezza e l’impatto che deve aver suscitato negli spettatori dell’epoca.
La storia è presto detta: un ambasciatore americano di stanza in Inghilterra si ritrova ad allevare il figlio del diavolo, dopo aver accettato di sostituire il proprio neonato, morto ad insaputa della moglie, con un bimbo la cui madre è morta durante il parto.
Che Damien, così si chiama il pargolo, abbia ascendenti “illustri” lo scoprirà, naturalmente, vita vivendo. Lascio a voi il piacere di scoprire se riuscirà a fermarlo – comunque non prima che abbia seminato decessi in giro.

Aria di famiglia – Cédric Klapisch

Alla maniera francese, molto dialogato. Un po’ datato (lo si coglie anche nel ritmo e nella fotografia) ma ficcante. Più “famiglia parapiglia” che “fratelli coltelli”, direi.
La matriarca fa effetto, per alcuni versi è molto simile alla mia zia Volgarona. Brrr.

All’origine c’era un’apprezzata commedia del 1994, imbastita dagli autori-attori Agnès Jaoui e Jean-Pierre Bacri, un po’ ispirandosi al celebre motto gidiano «Famiglie vi odio» e un po’ giocando fra la tenerezza e il sorriso.
Ha pensato a trasferirla sullo schermo i cineasta Cédric Klapisch di
Ognuno cerca il suo gatto, cui lo spettacolo era risultato molto congeniale.
E anche gli spettatori italiani dovrebbero rispecchiarsi con facilità nel piccolo universo parentale di Aria di famiglia: insomma, ecco un buon film francese da raccomandare a chi cerca un’alternativa europea al solito titolo americano.

[fonte: Alessandra Levantesi, La Stampa]

Per un riassunto dell’intreccio, pedante ma utile a farsi un’idea, vi rimando alla pagina su Wikipedia. Di mio, ho apprezzato soprattutto la coppia di Betty (ribelle solo per necessità e difesa, come me) e Denis, l’aiutante del bar di proprietà di uno dei figli, nel quale la famiglia-che-toglie-aria si ritrova per festeggiare un compleanno.
Che, poi, da festeggiare c’è poco. E l’unico a capirlo senza ombra di dubbio è il cane paralitico, Caruso. Grazie a Lucius per la segnalazione.

∞ Tempo di digiuno

Copio qui un bel commento di Bariom su un post di Costanza Miriano, che mi sembra abbia la dote della concisione e della puntualità, e dunque esprime meglio di quanto potrei fare io l’unico pensiero decisivo a proposito del periodo che stiamo vivendo.

Tante possono essere le chiavi di lettura di questo Tempo partendo dal fatto che Dio conduce la Storia e nulla accade che Dio “non voglia” e non permetta.
Certamente è un Tempo in cui gli avvenimenti divengono Parola di Dio per l’Uomo…
e per tutti gli uomini.
Certamente il delirio di onnipotenza dell’Uomo, le sue sicurezze, la sua prosopopea,
viene messa alla prova e ancor più alla dura prova se (Dio non voglia)
questa epidemia arrivasse a soglie veramente tragiche.

Allora certamente, Vescovi o non Vescovi (alle cui direttive sia ben chiaro obbedisco),
la “gente”, il popolo, oltre a sciacallaggi e saccheggi, terminati questi,
quando nulla rimane a cui aggrapparsi,
certamente cercherebbe rifugio in chiese non più “chiudibili” e in processioni,
dove terrore, Fede e anche semplice “religiosità naturale”,
si troverebbero condensate in un unico implorante grido a Dio,
nostra vera e sempre unica speranza di Salvezza.

Ancora, senza arrivare a scenari apocalittici,
questa situazione crea in noi una inquietudine e anche una stretta al cuore,
perché vediamo traballare sane (e sante) abitudini…
Scopriamo di quanta Grazia eravamo “abitudinari”, tanto da vederla talvolta come un inevitabile “balzello”, l’ottemperare appunto ad un precetto, il pagare un “obolo”, quasi portassimo un giogo non sempre così “soave”, ancorché un nostro “diritto”.
Si fa l’esperienza che fu di tanti Cristiani in tempo di nascondimento e persecuzione,
un tempo di “carestia liturgica” più che spirituale,
Tempo ancora oggi da tanti Fratelli vissuto e sofferto.

Nel nostro cuore si instilla una “santa nostalgia”, una “fame spirituale” per
il nostro Sommo Bene, per il Pane Eucaristico, che tutti alimenta e sostiene.

Si riscopre la differenza tra l’avere o meno un vita comunitaria,
anche questa spesso inquinata da umanissimi e tristi giudizi, simpatie o antipatie.

Si riscopre la dimensione famigliare della Fede,
giacché pare altro luogo per ora non rimanga;
la preghiera con i propri consanguinei più stretti, magari tutti credenti,
ma per uno strano e distorto pudore, spesso non “assieme oranti”.

Ci si dà un preciso tempo per la preghiera,
per la lettura della Scrittura,
per una riflessione assieme.

Un Tempo Nuovo, più intimo e non di meno fruttuoso,
un Tempo di maggior desiderio di Dio, proprio perché i concreti “gesti liturgici”,
impediti o rarefatti, sembrano renderci Lui e noi a Lui più distanti.

È (potrebbe essere) il Tempo dell’Esilio o meglio quello del Deserto,
pure tanto fondamentale per il Popolo di Israele e il suo cammino di conversione.
Nondimeno come nel Deserto, come per Nostro signore Gesù Cristo proprio nel Tempo che apre la quaresima, è il Tempo in cui Satana si presenta, in cui gioca i suoi sofismi.
In cui mente e tenta di dividere…
“Ma se voi siete Figli di Dio,
dite a queste pietre che si trasformino in pane!”

Farà leva sul nostro digiuno, sulla nostra stanchezza, sulla nostra paura…

Ma non di solo pane vive l’Uomo! Ma di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio!
Impariamo da Cristo a vivere ogni avvenimento come pane-parola
che esce dalla bocca di Dio, sempre benedicendo il Padre, cercando la Sua Volontà,
e questo Tempo, sciagura per l’Uomo, stoltezza per i potenti e gli intelligenti,
porterà frutti e Tempi nuovi!

Che non sono i virus da temere…
“temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna.”

qui, dopo

Ho rivisto Hereafter di Eastwood. Lo vidi al cinema nel 2010, quando uscì – allora era morto da due anni mio fratello, ma non ancora mio padre – e ricordo distintamente il grande impatto che ebbe su di me. Forse fu la prima volta, o una delle prime volte, in cui mi ritrovai a piangere in sala. Lo tsunami, immagini subacquee di una certa dura bellezza, l’investimento col furgone, la bomba: tutti elementi traumatici che agirono su di me risvegliandomi dal torpore protettivo di cui mi rivestivo allora.
Nel film si parla di (pre)morte, di scelte, di vita, di fantasmi. Protagonisti sono un veggente americano, che mette in contatto in modo atipico defunti e viventi, ed una giornalista francese sopravvissuta allo tsunami, durante il quale ha avuto una NDE che ora vuole divulgare in un libro.
Sicuramente una delle pellicole più atipiche di Clint, e meno note, con qualche difettuccio ma non per questo disprezzabile; temevo di detestarlo alla seconda visione invece mi ha dato di nuovo tanto.

Intermezzo pubblicitario.
Non ho voglia di schiodarmi dal divano a fare una delle mie “tappe”, così resto a guardare assorta gli oggetti sul tavolino di fronte a me. Ho la foto di mia madre appoggiata alla sveglietta, fermata dal termometro perché non scivoli, dal 22. Il portacandela di ottone e dentro, avvolto alla base da un pezzo di stagnola protettiva e riflettente, il moccolo rosarancio. Il rosario sfoderato, in vista, così da non trascurarlo come tutto ciò che non richiama immediatamente la mia attenzione. Bicchiere d’acqua e crema per le mani.
I morti non bevono, non hanno bisogno di lumi e non ardono di febbre.

orchidea-fantasma-falena

«Però non capisco, concretamente, come la gente riesca a vivere. La mia impressione è che tutti dovrebbero essere infelici. […] Se Maupassant è diventato pazzo, è stato perché aveva una coscienza acuta della materia, del nulla e della morte – e perché non aveva coscienza di nient’altro. Simile in questo ai nostri contemporanei, egli stabiliva una separazione assoluta fra la sua esistenza individuale e il resto del mondo. È l’unico modo in cui al giorno d’oggi si può pensare il mondo. […] Più in generale, siamo tutti soggetti all’invecchiamento e alla morte. E per l’individuo umano il concetto di invecchiamento e di morte è insopportabile; […] Nessuna civiltà, nessuna epoca è stata capace di sviluppare nei propri appartenenti una tale quantità di amarezza.» – Zola

Ho amato Zola, Nanà in particolare, ma non aderisco al piacere del nichilismo che descrive, al vizio moderno. Credo nell’aldilà ed ho grande cura dei miei fantasmi.
Sulla scorta di Georges Perec e della sua lista di Mi ricordo, ecco i miei in tema di soprannaturale:

mi ricordo

che una volta mio padre si svegliò di soprassalto – stavamo ancora nella prima abitazione in via Brescia – e, percependo nettissima la presenza di suo padre in casa, s’alzò e si mise a cercarlo in ogni stanza e corridoio

che mia cugina fece un sogno: sognò mio padre, morto da poco, che le raccontava com’era andata. Aveva sentito un dolore fortissimo qui, le disse stringendo il pugno sul cuore. Ma aveva un sorriso bellissimo, era sereno più che mai ed emanava una luce interiore

che una sera, appena coricatami con mia madre al fianco nel letto matrimoniale, mi girai sul fianco verso l’interno e ad un certo punto sentii sul braccio nudo l’impronta di una mano, la mano di mio padre che si posava a farmi una carezza lasciandomi segnata con il tocco della sua fede nuziale

che mia cugina una volta si risvegliò da un sogno vedendo accanto a sé il fratello morto anni prima, che le parlò e la rassicurò

che poche settimane prima di andarsene mio padre, mentre guidava verso Casalpusterlengo, chiese a mia madre se avrebbe saputo arrivarci da sola, se ricordava la strada. Mia madre disse sì – erano quarant’anni che faceva quella strada con lui; e poi più tardi mi raccontò di quell’episodio e di come l’avesse visto in una luce differente dopo l’accaduto

che il giorno in cui lui morì mi sentii girare la testa, più o meno a quell’ora, ed ebbi il dubbio, la sensazione che qualcosa di non buono stesse succedendo in quel momento

La saga del Mascheraio .3: Anorexia

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Mi accosto a questo tema con un certo timore, perché è delicatissimo e perché in questi giorni si sta parlando della morte di Lorenzo Seminatore, ventenne torinese, a seguito di una ricaduta; una vicenda dolorosissima per più di un motivo.
Metto subito in chiaro che io ho avuto solo un assaggio, molto amaro, di ciò che può portare a rifiutare il cibo. Non pretendo che sia indicativo o esaustivo, ma mi impongo di parlarne perché può significare molto.
I primi due post di questa serie erano introduttivi, il terzo difficile – rendere l’idea di quanto una persona possa essere tossica, a chi non sperimenta quel tipo di legame, lo è -, ma questo quarto è ancora diverso: è spaventoso. Non consente ironia, non concede sorrisi. Può solo, spero, fare il suo lavoro e toccare il cuore di qualcuno.


L’interruttore è scattato una sera d’estate.
Ero a cena dai “ragazzi”, cioè da Andrea e dal suo compagno – lo chiamerò Stefano -: pasta con panna e broccoletti. Dico “ero a cena” poiché ero stata invitata a restare dopo un pomeriggio in città… tre coperti, tre porzioni, e poi quella che doveva essere una comune serata in compagnia ha preso una piega brutta e surreale.
Poco prima che ci mettessimo a tavola, è passato da casa uno dei loro amici più stretti, naturalmente parte anche del gruppo di gioco. Non ricordo di cosa si trattasse, ma doveva recuperare un oggetto prestato.
L’ho vista accadere sotto i miei occhi in una frazione di secondo, una banalità che però ha influito pesantemente sulle mie settimane successive: come nulla fosse, Andrea ha invitato a cena “anche” quest’amico, spostandogli la sedia perché si accomodasse mentre io ero lì sul divano ad attendere. Ma non c’è mai stato un piatto in più, nessun “aggiungi un posto a tavola”; le porzioni fatte sono state portate in sala ed io, prima di defilarmi, sono rimasta qualche minuto ad osservarli mangiare con noncuranza.
Ero stata ignorata. Ero stata sostituita.
L’episodio in sé, per quanto mi avesse ferita, non è stato che il fattore scatenante. Da solo non avrebbe potuto sprofondarmi nel circolo vizioso che è seguito, ma è evidente che ha rappresentato solo la punta di un immenso iceberg fatto di mancanze di riguardi, villanìe, piccole e grandi prepotenze, umiliazioni.

Di nuovo – perché era già accaduto e non sarebbe stata l’ultima volta – dopo quella sera ho interrotto i contatti con Andrea. Unilateralmente, ma del resto in nessuna di queste occasioni lui ha mai fatto neppure il più elementare tentativo di recuperarli, o anche soltanto di chiedersi dove fossi, come stessi, perché non mi facessi più sentire.
Di fatto, gli ero indifferente.
E di punto in bianco ho smesso di mangiare, quasi del tutto.
Sulla mia psiche è calata una mannaia e per due, tre settimane, pur non frequentandolo più, ho saltato pasti, o mi sono nutrita di poco, spesso levandomi quel poco dallo stomaco subito dopo.
Dentro di me qualcosa urlava che non meritavo di esserci, di esistere, di essere nutrita: una persona troppo importante per me mi aveva letteralmente negato il nutrimento, sia fisico che affettivo, ed io me lo sono negata a mia volta: per punirmi, per per lasciarmi scomparire, per annullarmi.
Sono scivolata su un masochistico piano inclinato mossa dal senso di colpa per non essere abbastanza, per non essere giusta; ho inseguito l’autodistruzione ed ero anche consapevole di cosa stava succedendo, eppure da sola non riuscivo a fermarlo. Come Lorenzo, avevo una famiglia bella, non disfunzionale: non era da lì che nasceva il problema, ma dalla relazione “tossica” con Andrea che insistevo a tenere in vita. A scapito della mia.
C’è sempre una carenza relazionale, un bisogno insoddisfatto di essere visti, considerati, accettati ed amati, dietro all’anoressia. Come giustamente è stato detto, l’anoressia non è la patologia in sé, ma un sintomo della patologia psichica che va a mascherare: non è il corpo, non è la bellezza, non è il cibo il problema; il problema è il sentimento di inadeguatezza, la convinzione intima e non razionale di non meritare la vita, perché privi di valore. Il dilemma coinvolge alla radice il desiderio e la pulsione alla vita.
Chi smette di mangiare non vuole dimagrire, vuole morire.
Non vuole essere bello, vuole essere amato.
Rifiuta la vita perché su una sua fragilità di fondo si è innestato il messaggio, di solito indiretto, di terze persone che quella vita la dichiarano priva di valore. Insufficiente. Non all’altezza.

•••••

Non ho mai avuto, né prima né dopo quell’estate, disturbi alimentari.
Anzi, ho sempre goduto con grande piacere del cibo.
Eppure ne ho sofferto allora, in modo atroce, contro la mia volontà e con sommo stupore, contro l’evidenza del profondo affetto che la mia famiglia ed i miei amici (quella e quelli veri: non la pseudo-famiglia, i falsi amici che di questi titoli avevo impropriamente fregiato) mi garantivano.
Ma per fortuna quell’affetto, quell’amore esistevano ed erano più forti.
Lo sono stati per me, che mi ero soltanto sbilanciata ma avevo ottimi contrappesi a riportarmi indietro; mentre per altri, come Lorenzo, non sono bastati perché si sono scontrati contro un mostro di fine livello troppo grosso e feroce.
Ce l’ho fatta, infine, non perché io ero forte, non perché oggettivamente forte era l’amore dei miei per me (ed io lo sentivo), ma perché semplicemente l’equilibrio della bilancia tra le spinte interiori (il desiderio di umiliarmi perché non fossero altri a farlo, di espiare una presunta colpa) ed i loro svantaggi (il dolore che provavo facendo soffrire i miei genitori, ed in particolare mio padre), si è nettamente spostato verso quest’ultimo.
Di fatto, e voglio che sia un chiaro monito, non però un invito al fatalismo, né io né altri abbiamo avuto alcun reale controllo su ciò che stava succedendo.

Un’altra sera, un’altra cena: al lago, con la mia famiglia, nel “nostro” ristorante. Ordino uno dei miei piatti preferiti, gnocchi al gorgonzola. Ne mangio uno, due. Poco convinta. Poi più nulla. Mi alzo, vado in bagno, cerco di vomitarli e non ci riesco neppure. Torno al tavolo, ma il piatto resterà lì, pieno, accusatore.
Ricordo mia madre che mi chiede se non mangio. Con la sua ingenuità, la sua innocenza, neppure lontanamente immaginando.
Ricordo mio padre che non mi chiese nulla, ma con lo sguardo diceva tutto. Sapeva che qualcosa non andava, è sempre stato il mio gemello simbiotico, avrebbe avvertito che ero infelice, che mi ero sbucciata un ginocchio, che avevo il raffreddore anche a centinaia di chilometri di distanza.
Ed io non stavo facendo del male solo a me stessa, ma a lui.
Un dolore straziante, impossibile da tollerare.
Mi ha dilaniato, questa piccola orrenda immagine, tanto che la notte ho pianto l’anima ed il giorno dopo ho ripreso a mangiare. Lenta. Un boccone, due bocconi. Ho detto a me stessa è finita, è finita, era solo un’indisposizione. Ho ripreso a vivere, senza fatica, immediatamente, perché io sono amata.
Ma ripensarci mi dà ancora i brividi. Scrivendo piango, e molto.
Non per me. Io sono salva. Per quel pezzetto di cuore che ho tagliato a mio padre in quelle settimane, quella sera, per quello che, piccolo o grande, è stato ucciso in noi.
Io mi sono perdonata, ma non posso non chiedere ancora una volta scusa alla carne della mia carne, al sangue del mio sangue, per il terrore che hanno dovuto provare vedendo una figlia spegnersi senza un perché.
Perdonatemi. Troppo vi ho trascurato in quei frangenti, arrivando persino a definire famiglia una schifosa impostura che mi ha tolto immensamente più di quanto mi abbia mai dato. Noi ci amiamo e non abbiamo bisogno di dircelo, perché l’affetto che ci lega non è ancora perfetto ma ha raggiunto un grado superiore. Non ne abbiamo bisogno, ma ce lo diciamo ugualmente, ogni giorno, perché ci piace. Perché ci va.

Sogni / 6

Il sipario si apre su un viaggio di famiglia in auto, attraverso l’America (che è la nostra terra); siamo io, un fratello di poco minore ed i nostri genitori. Ha tutta l’aria d’essere un viaggio speciale, epocale, per una sorta di anniversario o rito di passaggio.
Ad un certo punto, presto durante il sogno, facciamo una sosta e ci fermiamo su di un terrapieno al lato di una trafficata autostrada, la prima di una nutrita serie che si estende davanti a noi e che sappiamo di dover attraversare.
Ma prima che ciò avvenga il programma cambia, ed a me e mio fratello è improvvisamente chiaro che lo scopo di tutto questo sta nel raggiungere un’abitazione privata a commemorazione del presidente George W. Bush jr. Mio fratello non è particolarmente entusiasta della cosa, non perché sia un Democratico ma perché il suggerimento di nostro padre lo coglie alla sprovvista: pensava che ci saremmo fatti tutte le Route più rilevanti, per il gusto della strada in sé.
Intervengo allora io, per qualche ragione consapevole che quella meta ha un’importanza cruciale per il nostro futuro. Con un semplice, breve e sincero discorso motivazionale lo convinco, e così ci mettiamo in cammino insieme. (I genitori non si vedono più).

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Raggiunta la casa, saliamo una rampa di scale in silenzio e con grande solennità.
Ma una volta alla porta, scopriamo che ci vive una famiglia che con Bush non ha nulla a che vedere. L’appartamento è dignitoso ma decisamente popolare, le due donne che ci accolgono hanno dei vistosi tic facciali e tra una smorfia e l’altra riusciamo a chiarire con loro che in proposito esiste un annoso fraintendimento sull’indirizzo, mai risolto, e che regolarmente molte persone in visita alla casa natale del presidente cadono in errore, arrivando lì.

2015 Father Of The Year Luncheon Awards

Ormai che ci siamo, comunque, le due ci invitano a pranzo (a base di caviale ed insalata russa con mirtilli), pranzo durante il quale accadono cose.
Io e mio fratello impieghiamo diverso tempo a capire come mettere le lenti a contatto e scambiarcene alcune paia.
Una terza donna, prima non presente, si affaccia alla finestra, sbeffeggia le nostre ospiti per i loro tic ed io, irritata, replico in lingua dei segni dicendole “cogliona”.
Una teoria di marinai dai lunghi capelli e l’aria sfatta compaiono in mezzo al salotto facendo una sorta di girotondo attorno ad un enorme timone rovesciato orizzontalmente: ne spingono un braccio ciascuno come muli attorno ad una macina, ed uno di loro che ha la faccia di Viggo Mortensen esclama, passandomi accanto: Stanco di lavorare per altri!, come fosse una dichiarazione pubblica.

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Anche i marinai scompaiono e torniamo infine a girarci verso la tavola, dove il pranzo è terminato ed ha lasciato il posto ad una pila di libri, una candela spenta e poco altro. La donna più anziana apre uno dei volumi e si mette a declamare i versi di un poema erotico, composto da uno dei personaggi rappresentati dall’opera per un suo amante, in cui sospira al ricordo del proprio membro appoggiato al petto dell’altro… si tratta di una specie di Divina Commedia, e commentando l’episodio l’anfitriona ci svela che l’autore del poemetto d’amore fu il realmente esistito pontefice Mastino il Mansueto [giuro che il nome non l’ho inventato, l’ho sognato così].
La storia ci commuove e restiamo per un po’ in silenzio.

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E fu sera e fu mattina, le 10:45, al che una telefonata mi fece la grazia di svegliarmi.


🧙🏻

Probabili fonti alle quali ho attinto durante la veglia
per costruire i dettagli del sogno:

Dante;
Il Cantante Mascherato su RaiUno;
Delitto perfetto con Douglas, Mortensen e la Paltrow andato in onda un paio di sere fa;
Pierre et Gilles;
L’episodio “Al posto tuo” della serie fiction Purché finisca bene su RaiUno,
con Aurora Ruffino che interpreta una sorda;
Il mio stesso post in cui cito la sindrome di Tourette;
Recenti riferimenti a fratelli e sorelle.

Childfree .4: I motivi per NON avere figli

Non tutte le donne sono adatte ad essere madri. E non tutte imparano ad esserlo strada facendo, sviluppando delle abilità che già erano presenti in loro in nuce. A prescindere dall’istinto materno, dunque dalla biologia, perché se è vero che non tutto ciò che le persone desiderano è cosa buona o adatta a loro, questo vale anche per la maternità. Che è una cosa intimamente buona, ma non è per tutti.
Per fare dei figli bisogna avere dei buoni motivi. Non una situazione (familiare, economica, sociale) perfetta, ma, comunque, un buon genitore non può mancare a mio avviso di intenzionalità e progettualità. Non può bastare essere aperti a questa possibilità e disposti ad assecondare il destino, lasciandolo libero di esprimersi (che pure è una disposizione molto bella).
In un caso e nell’altro, bisogna avere senso di responsabilità.
Fare il punto su ciò che essere genitori, o rifiutare di / rinunciare ad esserlo, comporta (in linea di massima e con un certo slancio immaginativo, anche feroce); per potervi aderire consapevolmente.

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In un caso e nell’altro, chi decide presto in merito cambia idea di rado, è più serena e convinta della propria scelta. Ma non si tratta, naturalmente, di mettersi a tavolino elencando pro e contro, tirando poi le somme. Parlo esclusivamente di una decisione, per essere madre o al contrario per non esserlo, presente in alcune donne “da sempre” (fin da ragazze, o da bambine), che anticipa ogni riflessione a convalida.
Non è una prerogativa di tutte, ma rappresenta senz’altro un bel vantaggio.
Ma c’è anche chi decide in età più avanzata, perché fino ad allora non era ancora convinta di volerlo davvero o a causa delle circostanze (lasciatemi annotare, en passant, che anche se il corpo è in grado di procreare, ad una certa età, senza voler fissare arbitrari e dittatoriali limiti di legge, si dovrebbe evitare di fare figli per “realizzare se stesse”. Pensare ad un/a ragazzo/a che alle soglie della maturità si ritrova genitori anziani mi dà la nausea e l’incazzo. E se questo vi fa venire in mente certi italiani famosi, non è un caso).
C’è chi decide (non troppo) tardi, insomma, e va benissimo così, anche perché non sono poche coloro che nell’incertezza hanno detto un sì frettoloso per il timore che il proprio orologio biologico battesse il tempo, e poi se ne sono pentite. Sì, pentite: se pensate che sia terribile, sappiate che lo penso anch’io. Non perché le donne che si pentono d’essere divenute madri siano cattive, ma perché una vita ha preso il corso sbagliato. I figli sono sempre un dono, anche quando non erano la vera vocazione di una donna – ma possiamo almeno dire che è più auspicabile regalare ad una cuoca provetta degli accessori da cucina, anziché una chiave inglese? Diciamolo.

wow


L’autodeterminazione è per me molto importante,
ora ce l’ho e vorrei conservarla.
Stefanie, 39 anni, Monaco di Baviera

Non sai quanto concordo, Stephanie. Ho già fatto la madre, nella mia vita, la “madre di mia madre”. Ho avuto altre responsabilità indirette ma gravose. Sono poi stata, pur se per breve tempo, amministratrice di sostegno per una zia, e stavo per assumere lo stesso incarico per un’altra. Adesso voglio essere libera.
Ho avuto, dopo tante fatiche, la fortuna non di vivere in panciolle ma comunque di svuotare il mio zaino di tanti sassi che lo appesantivano. Ho insomma compiuto il percorso inverso rispetto alla norma di chi non incontra intoppi grossi: infanzia tutelata, maturità sostanzialmente libera di svilupparsi, infine mezza età responsabile dei genitori ormai anziani, e dei figli.
Posso dedicarmi a

disegnare la mia esistenza


Ma venendo al punto indicato dal titolo (spero nel frattempo di non avervi ammorbato troppo), i vantaggi di maggior peso che i numerosi elenchi sparsi per l’internet enumerano sono condensabili così:

  • libertà e flessibilità nelle scelte di vita, quotidiane e non (orari, viaggi…)
  • maggior tempo libero, impiegabile senza vincoli
  • sonno decente per durata e qualità
  • carriera, per chi la persegue / indipendenza economica
  • assenza di un costo importante, prolungato e non interrompibile
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Illustrazione di Stephan Schmitz

I miei motivi personali invece sono più in campo di dettaglio.
Posto che, di base, mi manca l’afflato materno e non faccio che riconfermare con queste considerazioni un’inclinazione emersa precocemente, non voglio figli:

  • per interrompere uno schema intergenerazionale vizioso (temo di riprodurre caratteristiche negative dei componenti del ramo materno della mia famiglia di origine);
  • perché dubito della mia capacità di educare. Non è insicurezza, è che proprio non ritengo di saperlo fare in modo continuativo e non superficiale.
    Mi annoia a morte insegnare qualcosa a qualcuno. E ai bambini c’è sempre qualcosa da spiegare. Fanno centomila domande a cui devi rispondere. E questo dover rispondere lo trovo noioso. – Barbara, 41 anni, Monaco
  • per non trasmettere la malattia;
  • perché se pure volessi non ho (più, ancora) una famiglia entro cui allevarli;
  • perché ho assoluto bisogno di pace, silenzio, tranquillità, ordine e soprattutto tanta, tanta, tanta leggerezza;
  • perché, per l’appunto, non ne sopporterei il carico;
  • perché voglio mantenere, anche in coppia, una mia casa e quotidianità autonome.

Che bello. Che sollievo non averne avuti e guardare felicemente al futuro.

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Nelle puntate precedenti:
> Childfree .1: Sul non volere figli
> Childfree .2: Una questione terminologica
> Childfree .3: Cosa NON dire a una donna senza figli

film / serie tv (gennaio 2020)

[∞ Serie Tv]

What we do in the shadows

Controllo i programmi della (seconda) serata, vedo che comincia una nuova serie a soggetto vampiresco che non sembra nemmeno essere troppo leccata e pretenziosa (forse quest’idea me la dà il fatto che è incentrata su un nucleo “familiare” e non sui destini dell’universo mondo), così decido di assaggiarla.
Non ho particolari aspettative, solo una moderata curiosità, ma ne vengo conquistata subito: scopro che è una commedia, una commedia divertente, che prende in giro la seriosità con cui noi umani fissati coi non-morti ci accostiamo al tema; e per giunta è composta da episodi molto brevi – li trovate qui su RaiPlay, e vi consiglio di precipitarvi prima che li levino. Ma li stanno trasmettendo anche su Fox.
Per dire, nella prima puntata un paio di giocatori di ruolo dal vivo vengono invitati a casa dei vampiri dal loro famiglio, allo scopo di essere succhiati a loro insaputa (un po’ come con JustEat, ma col fattorino privato).
Nella seconda, il gruppo si presenta al consiglio comunale di Staten Island per ben due volte per promuovere la mozione “arrendetevi al nostro potere e consegnatevi al dominio vampirico”.
A mezzanotte passata ero piegata sul divano a grugnire come un maiale, che è ciò che mi succede quando rido forte forte.

(Ancora) Supernatural XIII

Ollà, e finalmente Lucifero s’è tolto dai coglioni! Peccato che adesso c’è in giro l’arcangelo Michele in versione cattiva, ma “vestito” col corpo di Dean, che vuole distruggere everything (lo sapevamo fin dai titoli che andava a finire così: perché il mondo può anche essere annichilito, e senza che Chuck-Dio muova un fottuto dito, ma se Sammy è in pericolo stai sicuro che Dean abbandona tutti al loro misero destino e corre a salvarlo, anche se non serve perché lui sta lì a giocare alla morra cinese con Jack, figlio di Lucifero, per stabilire chi ha più diritto di sacrificarsi per l’altro).
Se non ci avete capito nulla, tranquilli, è perfettamente (super)naturale.
Però, vi state perdendo qualcosa di hey-hey!

Sto anche dando un’occhiata, ma già annoiata, a Babylon Berlin, e rivedendo su La7 ogni giorno Perception –  di sole tre stagioni, ma che mi piaceva.


[∞ Film]

Ore 15:17 Attacco al treno – Clint Eastwood

Bello. La scelta di far recitare i tre ragazzi stessi, protagonisti dello sventato attacco terroristico sulla linea Amsterdam > Parigi del 2015, ha pagato. Ne esce un ritratto pulito, elogiativo ma non appesantito da retorica – avrei giusto evitato di concludere la storia con premiazioni e discorsi, magari aggiungendo una scena o due al termine, e di aggiungere il filmato della parata nella città d’origine. Non hanno nulla che non vada in sé, ma finiscono per ingessare l’insieme.
L’intervento sul treno è marginale, in termini di minutaggio, rispetto alla narrazione della vita e dell’amicizia fra Alek, Spencer ed Anthony, ma questo non guasta poiché il focus è palesemente proprio sul rapporto creatosi fra i tre, senza il quale l’intenzione di fare qualcosa e l’esito dell’azione stessa non sarebbe, secondo me, mai stato lo stesso.

Land of mine – Martin Zandvliet

E’ la storia di un gruppo di soldati-ragazzini tedeschi, che al termine della seconda guerra mondiale, trovandosi in Danimarca, vengono costretti dall’esercito locale a sminare chilometri di spiagge sulle quali i loro compatrioti hanno disseminato – appunto – gli ordigni esplosivi.
Da non perdere (io l’ho visto su Rai4, quindi forse su RaiPlay è disponibile). La durezza di un paese incancrenito contro la Germania, che non fa distinguo nel suo odio, e la tenerezza, la preoccupazione verso quelli che in fin dei conti sono propri simili, esseri umani, per di più meri strumenti sacrificabili di guerra, si dividono lo schermo e le scene con fluidità e chiarezza perfette. Non c’è analisi psicologica spinta, ma piuttosto l’esposizione nuda dell’animo.

Batman – Tim Burton

Finalmente ho il quadro completo dei Joker cinematografici “moderni”. Semplicemente, Nicholson è un grande. Detta questa ovvia cosa, tuttavia, scopro di ammirarlo per l’eleganza ma di preferire, nel complesso, il clown di Ledger.
A proposito del film, ho visto questo primo capitolo burtoniano solo successivamente al secondo, ma non ha rappresentato un problema: anche in questo caso, me lo sono goduto ma sorprendentemente ho trovato ancora più ben fatto proprio quello con Pinguino e Catwoman.

L’uomo di neve – Tomas Alfredson

Ho còlto l’occasione del passaggio su Rete4 e me lo sono visto, finalmente: il libro l’ho letto ormai anni fa e nemmeno ricordavo del tutto la trama, ma l’accoppiata Nesbo / Fassbender era imperdibile. E devo dire che mi ha convinta, ce l’ho visto proprio bene nel ruolo – anche se io, per qualche meccanismo strano, tendo a identificare abbastanza spesso i protagonisti di certi libri gialli con la fisionomia dei loro creatori: per me, Harry Bosch ha la faccia di Michael Connelly (ed ecco perché non sono mai riuscita a fare pace con quel pur bell’uomo che lo interpreta nella serie tv omonima), mentre Harry Hole ha la faccia di Nesbo, appunto, il quale per altro gli ha attribuito alcuni suoi tratti, in primis l’amore per il punk-rock. La Gainsbourg, invece, non mi torna per niente nel ruolo di Rakel, che per me è la sintesi dell’eleganza appena appena algida (quanto basta per evitare approcci inopinati) ma luminosa. La Rakel del film è sempre “troppo”: troppo piccolo-borghese, troppo banale anche nelle espressioni di forza.
Tutto questo pistolotto è realmente comprensibile solo a chi conosca, per aver letto più di un singolo libro fosse pure quello da cui Alfredson ha tratto il film, quell’ubriacone di Harry Hole. Ma, in fondo, non è un male: perché di fatto anche il film può essere agevolmente seguito solo da chi conosca i romanzi a lui dedicati: trame, personaggi, abitudini e riferimenti… va preso così (astenersi principianti), ma così com’è, appunto, funziona bene. Temevo un pasticcio caricaturale, invece è un buon prodotto, che ricrea le atmosfere originarie.

(I love you Phillip Morris) – John Ficarra & Glenn Requa

Ne ho scritto in questo post. Merita.

Una doppia verità – Courtney Hunt

Un filmetto nella media, con alla base un’idea buona ma non eccellente né nuovissima.
Da un prodotto che mi era stato magnificato tanto, mi aspettavo decisamente di più.
Buona soprattutto la prova della Zellwegger.

Reinas, Il matrimonio che mancava – Manuel Gomez Pereira

Ho realizzato solo guardando la custodia e l’immagine di copertina che il titolo si legge “reìnas”, ossia “regine”. Dettagli, epifanie.
La cerimonia per i primi matrimoni gay in Spagna ed i relativi festeggiamenti sono il filo conduttore della pellicola, che li prende un po’ come pretesto per raccontare, molto ispanicamente, delle vie traverse (che a volte vanno di traverso, ma poi esplodono sempre in caramelle e cioccolatini come una pignatta) dell’amore.
Stravolgimenti e sconvolgimenti familiari, e tanto più godibili proprio per questo, sono al servizio di una buona, ironicamente raffinata sceneggiatura.
I miei preferiti? Nuria e Jacinto! La scheda di MyMovies.

You’re next – Adam Wingard

Sono d’accordo con la recensione su MyMovies, ma in realtà per quanto mi riguarda ‘sto film è ancora peggio di così: è proprio una stronzata. Un “home invasion” infantile e vuoto come un palloncino sgonfio.
L’idea della riunione di famiglia che comincia bene e poi scoperchia dissidi e conflitti, che si riversano dalla conversazione all’azione violenta, non è nuova ma è sempre ben accetta: è uno degli schemi narrativi che preferisco. Ma per funzionare deve avere della ciccia addosso, non risolvere tutto in cinque minuti attraverso litigi senza senso né reali motivazioni, per poi giocare oziosamente con lo svelamento del colpevole che ha pianificato la strage.
La conclusione, infine, è tanto obbligata quanto inutile.
Evitare, evitare, evitare. A meno che non abbiate bisogno di un sottofondo televisivo di urletti mentre lavate i piatti.

Danko – Walter Hill

Filmone della mia infanzia ❤
Con questo entra anche nel mio blogghettino quel Walter Hill che gentaccia come Lucius e Cassidy conoscono assai bene.
Non c’è molto da dire, se non: (ri)vedetevelo. Ambientato durante la guerra fredda, secondo me non risente per nulla degli anni che porta; Schwarzy (il negro nero) e Belushi compiono il loro (s)porco lavoro senza strafare, e la sceneggiatura, zeppa di godibile ironia, spacca.

Caffè – Cristiano Bortone

Tipico cinema da “incrocio di destini”, con famiglie, coppie e individui più o meno allo sbando (lavorativo ed esistenziale) che determinano e subiscono a vicenda un intervento dannoso: chi viene derubato, chi perde il lavoro, chi un lavoro di livello ce l’ha ed è combattuto tra compierlo onestamente mettendo a rischio tutto oppure mettere piuttosto a rischio gli altri, e chi è… beh, semplicemente un cazzone, ma comunque con le sue grane anche lui: padre stronzo, (ex) fidanzata incarognita che gli smolla il bambino, incapacità di darsi un obiettivo.
Sviluppi di trama piuttosto prevedibili, ma che non vanno a banalizzare l’insieme.
La storia si divide tra Italia, Belgio e Cina.
Da segnalare tra gli interpreti Dario Aita, Miriam Dalmazio e soprattutto Hichem Yacoubi nel ruolo di Hamed.
A proposito di caffé, mi corre l’obbligo di consigliarlo a giomag, che di Kopi Luwak se n’intende (ma anche di birra). 😉 Io resto fedele al mio orzo in tazza piccola…
E’ un onesto, buon film, la cui esistenza ignoravo finché non ho trovato il dvd in regalo alla mia associazione di “volontariato coatto”. Se al mondo ci fosse giustizia, rappresenterebbe un esempio della media dei prodotti cinematografici italiani; ma così non è, e ci arrangiamo a commedie insulse e fatue pellicole d’autore, con un cinepattone nel mezzo (scusate la causticità, sono appena rientrata e il freddo mi incattivisce).
La scheda di MyMovies.

Custodes Bestiae – Lorenzo Bianchini

Cinema indipendente italiano. E horror. Basterebbe questo per volergli gettare uno sguardo. Ma, per essere esatti, non sarei nemmeno arrivata a conoscerlo se non bazzicassi con devozione quell’antro oscuro e meraviglioso che è il blog di Lucia: nella fattispecie, Custodes Bestiae compare nella sua decina degli horror più significativi del 2004.
Ha la grana grossa tipica dei budget bassi, ma è proprio grazie ad essa che emerge meglio il valore della regia (e della sceneggiatura, sempre di Bianchini). Se pure la resa visiva e – soprattutto – audio è frenata da limiti oggettivi, è evidente quanto ogni elemento sia curato: e già questo cancella il rischio della mediocrità.
La storia si dipana abbastanza lenta (chi mi conosce sa che questo per me è un pregio) e per suggestioni, spaventosa sicuramente a livello razionale ma, per quanto mi riguarda, non troppo a livello intimo. Al di là del ritmo che può scoraggiare chi ami o sia abituato alla rapidità dell’action o anche di molto horror contemporaneo, merita la visione per due motivi:
– senza apparire meschino, trasmette un forte senso di familiarità, rappresentando non una realtà emblematica ma la nostra realtà, così come potremmo coglierla aprendo la porta di casa (oppure rintanandoci in camera o nel nostro studio);
– in particolare, raffigura scorci di realtà non filtrata del Friuli: quello di Bianchini è un cinema regionale, non quello dai tratti asfittici ma un condensato di identità locale, della quale il dialetto (sottotitolato) non è che l’aspetto più prevedibile, eppure non il più immediato.
Dopo i krampus della Val di Fassa de In fondo al bosco di Lodovichi, ho assaggiato una diversa ed altrettanto inquietante “diavoleria” locale, tra Comeglians, Osoppo, Aquileia… per un approfondimento, visitate la pagina dedicata su quinlan. Sullo stesso sito trovate anche un’intervista al regista.

Across the river (Oltre il guado) – Lorenzo Bianchini

Dieci anni dopo, Bianchini ha avuto a disposizione più mezzi, ed il risultato si vede: la fotografia è buona, ed il suono è curato ed armonizzato (cioè: non ti tocca alzare ed abbassare il volume ad ogni scena).
C’è chi pensa che la trama sia addirittura assente: in apparenza è così (non facciamo altro che seguire le non eclatanti mosse di un etologo che studia sul campo i movimenti degli animali di un bosco), ma esser più precisi, io trovo che sia non del tutto assente, ma piuttosto minima e centellinata. Ben centellinata.
Non bastasse, abbiamo sulla scena un unico personaggio – al quale giusto due o tre volte, per pochi minuti, si alternano una coppia di anziani del luogo – e prevalgono nettamente i toni grigio-blu rispetto al colore pieno, la pioggia ed il buio notturno rispetto alla luce.
Pochissime le battute pronunciate. Il silenzio (della parola) è quasi totale, ma per tutta la durata della “pellicola” regna quel silenzio da luogo naturale profondo, e da luogo abbandonato, carico di micro-suoni (e di presagi).
Un aspetto che può non essere gradito a tutti, e non da tutti sopportabile; eppure, nonostante la “lentezza” dello sviluppo, la tensione è palpabilissima.
Insomma: un ottimo lavoro, da cinque stelle.


I film non commentati:
Maciste nella valle dei Re – Carlo Campogalliani
Assassinio sul palcoscenico – George Pollock
Assassinio al galoppatoio – George Pollock
L’amore è eterno finché dura – Carlo Verdone
Chi m’ha visto – Alessandro Pondi
My son, my son, what have ye done – Werner Herzog
Il caso Freddie Heineken – Tomas Alfredson
Smokin’ Aces – Joe Carnahan