Sul mare .7: Le acque del Nord, Ian McGuire

1859. Un uomo in fuga dai suoi fantasmi s’imbarca su una baleniera diretta verso il grande Nord. Non immagina che l’inferno può essere bianco come il ghiaccio artico.
Un romanzo di avventura e sopravvivenza, scatenato e nerissimo, inarrestabile come il destino, implacabile come la vendetta.

Acque del Nord è un libro, breve ed intenso, che può accontentare molti gusti diversi: lo si potrebbe descrivere come una notazione filosofica mascherata da romanzo d’avventura, a sua volta inserito in una cornice ed una struttura thriller – con omicidi regolamentari e subitanea tensione generata dal non poter dire per certo se i colpevoli verranno sottoposti all’umana giustizia.

[…] esplosivo, inquietante.
– Michiko Kakutani, The New York Times

E sì, l’inquietudine permea i pensieri di Patrick Sumner, ex militare nelle colonie indiane ed ora medico di bordo della Volunteer (mai nome di nave fu più sarcasticamente sincero), come pervade l’aria artica attraverso la quale, anche a stagione di caccia inoltrata, il capitano Brownlee – il quale a sua volta, come ciascuno dei personaggi principali, nasconde un segreto – la conduce.

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Da questo libro la BBC sta producendo una serie televisiva diretta da Andrew Haigh.

Le riprese sono iniziate nel 2018, potrebbe anche essere già disponibile.
Di Haigh ancora non ho visto, credo, nulla; so comunque che è un regista noto, a cui è cara la rappresentazione dell’omosessualità.

Così come Moby Dickanche questo romanzo di… “cappa & fiocina” vanta un incipit memorabile e, a mio giudizio, brillantissimo:

“Guardate quell’uomo”.

Tutto qui: ma guardate quell’uomo, che ancora non vi ho descritto e già ha conquistato il vostro interesse di lettori. Non è magia, questa?
Seguitemi per qualche pagina attraverso la cittadina costiera di Hull, osservate sfilare Leerwick e Peterhead, dalle quali il padre di quello Sherlock Holmes che vi piace leggere la sera in cabina ha fatto vela da neo-laureato bisognoso di soldi, superate con me Van Mayen e poi saremo nel biancore crudele.

Super-consigliato a:
chi apprezza la proprietà di linguaggio, chi gradisce un po’ di sano cinismo.

Nelle puntate precedenti:
Sul mare .1: Avventura nell’artico, Arthur Conan Doyle
Sul mare .2: L’isola del tesoro, Robert Louis Stevenson
Sul mare .3: Il mare d’autunno
Sul mare .4: Il mare d’autunno (bis)
> Sul mare .5: Long John Silver secondo Björn Larsson
> Sul mare .6: Giona, Ismaele, Geppetto.

Sul mare .5: Long John Silver secondo Björn Larsson

Mani lisce, che non facciano capire che sei un marinaio, e spalle libere: mai accettare di diventare capitano, perché un capitano può sempre essere destituito, un semplice marinaio no.
Ecco il primo e più importante articolo del regolamento personale di Long John Silver il pirata, il quale è al tempo stesso emblema e carne reale dell’uomo fedele solo a se stesso – ed a pochissimi altri, nella misura in cui gli sono simili e li può considerare “fratelli”, come il salakava Jack lo spinge a fare, o anime affini, come la fiera negra Dolores. Con il resto del mondo c’è un solo tipo di legame, ed è un legame di tipo contrattuale. A bordo di una nave come quartiermastro agli ordini di un altro – spesso uno dei grandi nomi della pirateria – oppure semplicemente stringendo alleanze e conducendo affari sulla terraferma, non c’è vicinanza umana gratuita.
Eppure, oltre alle mani lisce ed alle spalle libere:

questa è la cosa più importante, Jim, un’altra da tenerti bene a mente: parlare alla gente, per non essere così dannatamente soli a questo mondo, a conti fatti.
[…] la solitudine è l’unico vero peccato in questo mondo.

E’ infatti la riflessività, ed il bisogno di comunicarla, una delle chiavi di volta di questo pseudobiblos, come lo chiamerebbe Lucius; insieme al vitalismo di Silver, sopravvissuto più volte dopo esser stato prossimo a morti praticamente certe; alla messa in mostra della meschinità e mediocrità umana, alle quali lui non è un antidoto ma una semplice eccezione.
Larsson ci porta sulla scia di Silver che scrive, scrive, scrive in un’impellenza comunicativa eterna – tant’è vero che ad un certo punto affermerà: se avessi perso la lingua anziché la gamba, allora forse sì, avrei ceduto -, racconta la propria storia, la propria lunga vita sempre apparentemente sul bordo del baratro eppure ancora tenace, parla alternando gli interlocutori, che sono persone precise e mai un pubblico generico ed anonimo (come qui sul blog, insomma): il braccio destro Jack, la compagna Dolores, Daniel Defoe – le parti a lui dedicate, in particolare quelle sui loro incontri all’Angel Pub, sono ottime – ed infine Jim. Proprio lui, sì, il Jim Hawkins protagonista (e in questo caso autore) de L’isola del tesoro.
Scorrendo l’autobiografia del pirata, costruita su numerosi flashback eppure intimamente proiettata in avanti, tesa al futuro, lo osserviamo invecchiare senza mai morire davvero: ma come lui stesso ammette, alla fine, “non basta la [minaccia della] forca”, per garantirsi di vivere pienamente.
A chi appartiene la mia vita? In quale direzione naviga, se ne ha una? – queste ed altre simili domande albergano nel cuore del testo, spesso esplicitate senza difficoltà, poiché Silver è carico di furbizia ed accortezza ma non ha peli sulla lingua, ha imparato il latino ed è istruito, come più volte ricorda. Anche su questo è basato il suo rapporto con Defoe, al quale offre per la sua Storia della pirateria notizie di prima mano in cambio di opinioni e discussioni, sulla realtà attorno a loro e sulla realtà contenuta in altri libri: è, il romanzo di Larsson, anche un libro che parla di libri, la “storia vera” di una storia inventata che, stando alla cronaca, è invece effettivamente accaduta, ma fu adeguatamente manipolata da Silver perché lui stesso fosse creduto, piuttosto, una leggenda.

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La sua autobiografia di una “navigazione stimata”, narrazione dell’esistenza di un uomo dalle idee chiare ma dalla destinazione incerta o inesistente, è anche la narrazione di un senza dio (sempre minuscolo nel testo) privo di vera rabbia o vera riconoscenza nei confronti di un supposto creatore – uno che insomma riconosce nell’uomo la fine e l’inizio, non in quanto essere superiore, appellativo che trova l’umanità non meriti, ma in quanto piccolo cosmo isolato e alla deriva, che pochi sanno realmente governare.
Accade così che Long John Silver sia prototipo e compimento dell’uomo con una moralità al di là del bene e del male, tutt’altro che compiaciuta per quanto fiera di sé; e accade che sia la coscienza – che non vuol dire bontà ma autoconsapevolezzadell’intera categoria: pirati, corsari, bucanieri, filibustieri… se la categoria, di coscienza, ne avesse appunto una.

Farsi degli amici (nel senso della parabola dell’amministratore disonesto, vangelo di Luca 16,1-13), dunque, fare vita libera arrembando navi mercantili e danneggiando il commercio di schiavi delle navi negriere, e poi ammirare le vivide pietre preziose più dei dobloni che non ricevono luce, apprezzare la bellezza, arrostire un buon cinghiale nutrito ad albicocche sul barbacoa – memorabile la storia di come Silver acquisì il soprannome Barbecue – accompagnato dalla bevanda piratesca per eccellenza: il rumfustian, ossia una miscela di rhum, gin e sherry, con un pizzico di polvere da sparo sopra.
Anche di tali prelibatezze, mi auguro, Defoe avrà fornito un opportuno resoconto nel suo saggio, considerata la sua mania per le liste. Sono certa, tuttavia, che il sempiterno Kasabake l’abbia persino in questo raggiunto e superato.

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Nelle puntate precedenti:
Sul mare .1: Avventura nell’artico, Arthur Conan Doyle
Sul mare .2: L’isola del tesoro, Robert Louis Stevenson
Sul mare .3: Il mare d’autunno
> Sul mare .4: Il mare d’autunno (bis)

 

Sul mare .4: Il mare d’autunno (bis)

Non solo la brulla campagna, ma anche i maestosi mosaici ravennati guadagnano splendore in un clima esterno tendente al cupo. 
Il Mausoleo di Galla Placidia, la Basilica di San Vitale e Sant’Apollinare non hanno bisogno di presentazioni, solo di ammirazione e silenzio (la guida del gruppo cui abbiamo carpito informazioni, cosa impossibile da evitare a Galla Placidia considerata la sua scarsa estensione, a parer mio non s’è guadagnata il compenso che comunque le daranno).

Il volto, se non ancora le temperature, dell’inverno è inscritto ovunque: sul porto con i suoi casotti da pesca vuoti, perfetti per uno scrittore che si voglia isolare nella stagione più suggestiva ed avara di stimoli sociali; sulle spiagge dai colori grigi e terrosi, dove camminano ognun per sé singole figure nascoste dagli impermeabili; persino sulle facciate dei villini signorili (tra i quali, quello comprato e poi rivenduto di Nicoletta Braschi) sul lungomare di Cesenatico:

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Tutti gli esseri marini disegnati a spray su un muro tra un’edera ed un caseggiato assumono allora un aspetto smorto, abbandonato, un occhio opalescente da pescheria, anche se circondati da sfondi vivaci:

Lo stesso le bandiere della zona (una bianca, appesa obliqua; la doppia rossa sul litorale che indica il divieto di balneazione e l’assenza dei bagnini; quella europea cascante da un davanzale che, se la natura m’avesse dotata di pochi centimetri in più, avrei subito strappato e nascosto).

E se un gatto da hotel fa mostra di sé sul camminamento del porto, altri cento se ne stanno acquattati negli angoli di alberghi chiusi e dentro le finestre cieche delle colonie estive abbandonate (di queste parlerò ancora a parte, perché mi appassionano particolarmente):

Arriva poi la sera e nell’ombra i suoni si mescolano: quello del mugghìo del mare, e quello attutito di un videogioco online, del quale riconosco le tipiche cadenze da nenia di combattimenti, avvertimenti e grida di dolore / esultanza.

Nelle puntate precedenti:
> Sul mare .1: Avventura nell’artico, Arthur Conan Doyle
> Sul mare .2: L’isola del tesoro, Robert Louis Stevenson
> Sul mare .3: Il mare d’autunno

Te Deum (Settembre 2019)

Al termine di questo mese voglio ringraziare il Signore per:

  • i cinque giorni di vacanza al mare, con tutto quel che c’è stato dentro, ed in particolare per l’ospitalità squisita di S. e D.;
  • l’avvocato, anzi gli avvocati, che mi hanno segnalato, e che fortunatamente garantiscono il gratuito patrocinio (oltre ad una buona competenza, come ho potuto appurare);
  • il lavoretto extra d’un paio di settimane che mi han proposto, per cui tirerò su qualche soldo… tanto per cambiare, e per campare!;
  • il libro di Safran Foer sul cambiamento climatico, prezioso;
  • ovviamente, l’autunno in sé, che mi ha portato un gran sollievo – e che fornirà a molti l’occasione di negare il succitato cambiamento climatico ed anzi lamentarsi del freddo;
  • i fichi!!!;
  • Supernatural, che è fichi-ssimo;
  • la Benedetta (Bianchi Porro).

Sul mare .3: Il mare d’autunno

Una sostanziosa parte de L’isola del tesoro di Stevenson l’ho letta scendendo in treno verso il mare (destinazione finale: Cesenatico) e poi durante il viaggio di ritorno. Nei miei cinque giorni di assenza da casa ho visto e fatto cose belle, e qualcuna voglio riportarla qui ❤

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Innanzitutto, una breve nota sull’andata.
Tralascio la mia disavventura col primo treno (regionale Trenitalia, da Brescia a Parma), una motrice con due vagoni orrenda e sporca: purtroppo càpita, e almeno tutti gli altri treni presi erano più che decenti. Certo, però, bella figura ci facciamo con gli stranieri…
… sono scesa in tre stazioni: Parma appunto, Cesena e al ritorno Bologna Centrale e poi Verona Porta Nuova. Su quest’ultima nulla di dire. Cesena ha una stazioncina più carina del previsto. Bologna, vabbeh, è una grossa fermata e ha pochi negozi – ristoranti rispetto a Milano Centrale, ma bastano e avanzano per passarci l’attesa della coincidenza.
Parma, invece, ecco: nonostante non si tratti certo di un paesuncolo sperduto con cento anime, inaspettatamente la stazione si presenta orribile. Triste, buia e soprattutto lercia!: al punto che mi ha ricordato Pioltello, ed è tutto dire – ma senza l’allure tragica di quella località losca e pericolosa che sembra esistere al di fuori delle cartine geografiche… non solo, persino il bar principale è tenuto male, per nulla curato. E così una città che pare pure avere velleità raffinate (e dove per altro a brevissimo si terrà il festival dedicato a Verdi) si guadagna l’etichetta di Parma La Sozza.

Ma passiamo alla Romagna.
Ho passato questi cinque giorni in casa di amici, dalla finestra si vedeva il mare e per raggiungerlo bastava attraversare la strada: tuttavia, il periodo scelto non è casuale, la mia intenzione non era fare il bagno e prendere il sole ma schivare il caldo e annusare una punta di quel “mare d’inverno” – anche se proprio inverno inverno non è – cantato dalla Bertè, che mi affascina e che non mi ha deluso.
Ho osservato dunque anche molti paesaggi nei dintorni di Cesenatico, i quali secondo me hanno giusto quel filo di interesse grazie alle atmosfere piovasche e alla luce azzurrata serale: di per sé, infatti, per chilometri e chilometri non vi sono che distese di edifici e appezzamenti verdi del tutto piatti ed anonimi. Piatti sia nel senso emotivo che letterale, eh: non un guizzo, non un dislivello, nulla che svetti o che s’affossi. Ovunque ci si volti, l’orizzonte richiama la linea sempre uguale del tracciato cardiaco di un uomo morto.
Dico questo per la cronaca, ma, appunto, se pure nulla mi abbia attratto sotto questo aspetto nemmeno cercavo qualcosa di diverso. L’entroterra è quel che è, se vi ci trovate, puntate piuttosto sulle città.
Cesena, per esempio: con la Biblioteca Malatestiana che è patrimonio Unesco (la visita alla quale ho però dovuto rimandare), con certi passaggi nei vicoli che hanno una controsoffittatura di legno scuro e lanterne di ferro appese del tutto simili a quelle che si potrebbe trovare su un galeone spagnolo), con le sculture di Leonardo Lucchi (e non solo).

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Scultura di Augusto Perez

Oppure sulle zone collinari: un giorno io e la coppia di amici che mi hanno ospitato (a proposito, grazie ancora!) ci siamo diretti a Dovadola (luogo natale di Benedetta Bianchi Porro, della quale avevo parlato qui, e dove si trova la sua sepoltura nell’Abbazia di S. Andrea), e poi a Rocca di San Casciano, dove pareva proprio di stare in un’enclave montana di tutto rispetto – e dove abbiamo mangiato da Dio spendendo una cifra ragionevole, da Pasqui: segnatevi il nome!
Sulla via del ritorno abbiamo scelto di prendere due belle strade panoramiche, con svariati tornanti, seguendo questo percorso: Galeata – Civitella – Cusercoli – Gualdo – Meldola – Bertinoro, passando per il Colle di Cento Forche (SP 23) ed il Monte delle Forche (SP 24). La vegetazione è a tratti persino eccessiva, nascondendo le aperture sulle vallate, ma sia l’una (lussureggiante) che le altre (profonde) meritano una deviazione.

Concorso Fotografico Nazionale Comuni-Italiani - …pace.. di tajmahal - Rocca San Casciano (FC)
La piazza di Rocca di San Casciano – foto di tajmahal per il Concorso Nazionale Fotografico Comuni Italiani – (fonte)

Ma per tornare a bomba sul mare, parliamo un attimo del Porto Canale di Cesenatico – località il cui nome, per altro, è un derivativo di Cesena. Mi ci avevano già portato nel 2016, ma non sapevo oppure non ricordavo che fosse stato Leonardo a progettarlo.

Per me che sono abituata agli spazi aperti con distese di barche, a vela e non, a fare da cornice (che si tratti di mare o del lago di Garda, per dire), vedere una sequenza ordinata delle stesse infilate una dietro l’altra in una stretta lingua d’acqua fa comunque un certo effetto. E’ insolito, e piacevole nel suo bell’ordine. Inoltre, il velame delle imbarcazioni storiche indossa colori e motivi appariscenti:

Nel Porto, ad ogni modo, circolano anche animali a due zampe e non acquatici (il gatto Maga del ristorante Marè, ed una tipa losca non identificata):

Purtroppo non tutte le località sono altrettanto felici, né si può dire che l’acqua del mare sia sempre “affidabile”, prescindendo dalla bandiera blu: nella mia vita, per carità non intensissima, di turista estiva da bagno non mi era mai capitato di vedere della schiuma chimica: già molti anni fa se ne vedeva sul lago di Garda, ahimé, insieme ad alghe tossiche e compagnia galleggiante, ma al mare non credevo.
Invece eccola, prima sulla spiaggia davanti al Papeete (sì, abbiamo fatto un giro là dove la tragedia salviniana si è consumata e conclusa, e diciamocelo, per essere un centro nevralgico della movida fighetta non m’è parso granché), poi, anche sulla spiaggia di Cesenatico:

Da brividi…! O_o
Nell’invitarvi a restare su questa rotta, perché il viaggio è tutt’altro che terminato, vi saluto lanciando il mio SOS personale per il povero Mare, attraverso un testimonial tentacolare (conosciuto sul blog di Barbara).

Nelle puntate precedenti:
> Sul mare .1: Avventura nell’artico, Arthur Conan Doyle
> Sul mare .2: L’isola del tesoro, Robert Louis Stevenson

Plastic Sos, by Nme, Teignmouth UK
Plastic Sos, by Nme, Teignmouth UK

Sul mare .2: L’isola del tesoro, Robert Louis Stevenson

Voto: 5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐

E’ un’edizione molto semplice, ma con una sua dignità: tascabile, copertina flessibile con un titolo blu su sfondo oro e, sopra, il dipinto di una nave a vele spiegate sul mare. E’ stata venduta in allegato (n° 27) alla nota rivista Mondadori TV Sorrisi e Canzoni nel 2006, che la mia famiglia ha sempre acquistato ritenendola la migliore guida ai programmi.

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Ho comprato il libro sapendo che, in un futuro imprecisato, l’avrei riletto, e tredici anni dopo eccomi qua, a rispolverare e rinnovare le emozioni della prima volta – che fu nel nel 1997, quand’ero in seconda media, ed il nostro bravo professore di italiano ce lo fece leggere collettivamente in classe.

Al compratore esitante
Se storie di mare, su arie marine,
Burrasche e avventure, calori e geli,
Se golette, isolotti e abbandonati
Tesori sepolti, e pirati,
Vecchio romanticismo rievocato
Esattamente alla moda antica
Può piacer, come a me piacque in passato,
All’odierna gioventù rinsavita:
Così sia e incominciamo! E se no,
Se più non cura il giovane studioso
Né di Kingston o Ballantyne il bravo
Né di Cooper del bosco e del maroso
E i suoi antichi appetiti obliò:
Sia pure anche così! E possa io
Dividere la tomba con tutti i miei pirati
Dove questi e i lor sogni son passati!

Potrei anche fermarmi qui e lasciar dire tutto a Stevenson e alla sua dedica-esortazione: vecchio romanticismo moda antica sono le chiavi per capire non tanto la vicenda, che si presenta estremamente lineare ed accessibile (laddove spesso i romanzi d’avventura, in particolare i fantasy, tendono alla complicazione ∞), quanto l’atmosfera che respirerete se deciderete di salire a bordo della Hispaniola con Jim Hawkins, che da giovane figlio di locandieri si ritrova a cercare il tesoro del titolo su un’isoletta malsana in culo al mondo.

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Stevenson piace ai romantici, e in questo caso sono convinta che il più dipenda non dall’epoca in cui ha ambientato la storia (un imprecisato anno del 1700, ossia circa un secolo prima della pubblicazione che risale al 1883), ma dal connubio del suo stile semplice e del suo lessico curato, da quell’euritmia strutturale (secondo le parole di Piero Gadda Conti) che insieme riescono a rendere possibile la trasformazione di un testo destinato ai giovani (fu dato alle stampe una prima volta a puntate, sulla rivista Young folks) in un classico salomonicamente equidistante dai propri personaggi, in cui non c’è pedagogia se non quella naturale delle vicende che si compiono. 
Per questo è stato possibile allo svedese Björn Larsson far suo Long John Silver, il pirata con la gamba di legno, nell’amatissimo La vera storia del pirata Long John Silver appunto – e ne L’ultima avventura del pirata Long John Silver; entrambi editi da Iperborea.

L’isola del tesoro è zeppo di elementi divenuti iconici: il pirata col pappagallo appollaiato sulla spalla, la mappa per ritrovare il tesoro sepolto su un’isola deserta munita di croce a designare il punto esatto, l’ammutinamento (e non ve n’è uno soltanto), conciliaboli e rituali marinareschi…
… senza dimenticare la vicenda di formazione di uno che, come Jim, tutta quell’avventura non la andava cercando ma gli è capitata: e lui è salito a bordo, anche con un certo entusiasmo. Come tutti noi vorremmo saper fare nei momenti cruciali della vita.

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Wikipedia riporta nella pagina dedicata al romanzo che esso “ebbe un successo immediato sia di pubblico che di critica. Si dice che il primo ministro britannico dichiarò di essere rimasto sveglio fino alle due di notte per finire di leggerla. Lo scrittore Henry James la definì perfetta come un gioco da ragazzi ben giocato” (altre parole, quelle di James, bastanti a raccontare cosa rappresenti la storia di Stevenson: un gioco preso sul serio e seriamente impostato).
La mappa, a quanto pare, esisteva veramente: la disegnò per spasso il figliastro dello scrittore (che fu poi scrittore a sua volta), durante una vacanza in famiglia nelle Highland scozzesi, nella contea di Aberdeen. Stevenson si divertì a battezzare i luoghi inventati dal ragazzo, il quale ad opera completata desiderò di poter conoscere la storia della neonata Isola del Tesoro.

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L’isola del tesoro è, in definitiva, l’isola del possibile, ed è nell’avventura per raggiungerla e poi fuggirne che consiste il vero tesoro – di quest’ultimo infatti il Jim narratore fa, nella conclusione, solo un rapido cenno mai svelando in che modo se ne servirà.

Un’opera solare, sommamente giovanile: il tesoro non è che un pretesto, e non ha poi molta importanza: quel che conta è la gioia di essere vivi […] poema della vitalità, tenero e sempre d’una esattezza, d’una lucidità allucinante: ma senza paura, e senza istrionismo. (Giorgio Manganelli)

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[…] c’era in questa storia il sapore oceanico, un esotismo fantastico più vero della realtà, per cui quell’isola non segnata su nessuna carta è più viva nei suoi ancoraggi miasmatici di qualsiasi isola del Pacifico geograficamente registrata, e quella goletta della morte naviga più stretta al vento di tutti i velieri debitamente registrati. (Piero Jahier)

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Sarà interessante provare, dopo averlo riletto, ad ascoltarne la versione radiofonica proposta da Rai Radio3 – non disponendo del relativo radiodramma recitato da Orson Welles nel 1938 (nel medesimo anno de La guerra dei mondi che tanto panico seminò)… per il quale ci potremo consolare con una bottiglia di rum (sulla cassa del morto, naturalmente)!
Al prossimo imbarco, carissimi. E non scordate di portarvi la bussola!

Nelle puntate precedenti:
> Sul mare .1: Avventura nell’artico – Arthur Conan Doyle

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Sul mare .1: Avventura nell’artico, Arthur Conan Doyle

Inauguro la prima serie di letture tematiche, dedicata al “mare d’inverno” – mare, oceano, inverno o quasi inverno, ma pure estate purché ci sia qualche burrasca e almeno un pirata nei paraggi… -, come preannunciato qui.
E parto da una mia recente conoscenza, Conan Doyle; notissimo a tutti per il canone holmesiano ma, collateralmente, autore anche di resoconti e memorie della sua vita tra balene (il libro in questione racconta appunto della spedizione di caccia alla balena alla quale partecipò nel suo ventesimo anno) e fate (avrete forse sentito parlare della sua passione per lo spiritismo e della sua fede nel paranormale, in apparente contraddizione con i dettami del suo stesso iconico personaggio. Io l’ho appreso leggendo un testo che consiglio caldamente, Il grande Houdini di Massimo Polidoro).

L’edizione UTET di C. Doyle è delle migliori: copertina rigida decorata con uno sfondo che richiama i lastroni di ghiaccio della banchisa artica, risvolti con la riproduzione di documenti d’interesse quali orari delle maree a Glasgow nel 1875, costi di materiali di cancelleria presso la Campbell nonché degli invii postali, date delle festività pubbliche… 

… al centro, un inserto di 64 pagg. patinate con la riproduzione a colori del diario di bordo personale (poiché C. Doyle tenne, in uno stile ben più asciutto, anche quello ufficiale della baleniera Hope sulla quale s’era imbarcato), con alcune illustrazioni piuttosto infantili ed una calligrafia piacevole.

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Il testo si divide in quattro parti:

  1. un’illuminante introduzione a cura di Jon Lellenberg e Daniel Stashower;
  2. il diario vero e proprio, datato 28 febbraio > 11 agosto 1880;
  3. un’ulteriore breve tranche biografica dell’autore, degli stessi curatori, dalla laurea in Medicina alla morte;
  4. gli Scritti artici di C. Doyle, i resoconti pubblicati sui quotidiani anni dopo il periodo considerato più un paio di racconti, Il capitano della Pole Star L’avventura di Black Peter.

La terza e la quarta sono, a mio avviso, le sezioni più valide.
Grazie ad esse ed alla varietà offerta dal libro il mio voto si sbilancia sul 3.5/5 ⭐⭐⭐ 

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Arthur Conan Doyle è il terzo da sinistra.

Come raccontato nella terza sezione, nonostante il modesto successo della spedizione artica, fu appunto quest’ultima a “risultare decisiva per i primi successi” letterari (tra i quali un racconto di spettri e di navi fantasma) – senza dimenticare che durante il viaggio lo scrittore non cessò mai di dedicarsi alla narrativa, né di conservare numerosi ricordi e impressioni che avrebbe poi rimaneggiato: il personaggio di Watson deve infatti la sua apparenza fisica e qualche dettaglio biografico proprio ad un membro dell’equipaggio di una nave “collega” della Hope.
Lungo tutte le pagine emerge, come il dorso di una balena che smuove piano l’acqua, il profilo di un uomo che per molti versi ha inventato un titanico Sherlock Holmes a sua immagine e somiglianza, sebbene il personaggio risulti sì freddamente analitico, ma persino più comprensivo e bonario nei riguardi di Watson, modello di ogni persona stimabile e tuttavia intellettualmente, o professionalmente, inadeguata ed insufficiente, bisognosa di una guida esperta.
Non nego che diverse volte, alle sue osservazioni non dico sprezzanti ma taglienti, avrei voluto sputargli in un occhio, prendendo le parti di marinai magari realmente incapaci, ma con i quali finivo per identificarmi. Sarà, la mia, la classica reazione di chi riconosce un proprio difetto nell’altro che gli sta di fronte? Uhm.
Lo stesso dicasi per una più generale, leggera misantropia, sempre velata ma in certi frangenti limpida:

L’erba verde sulla costa dopo quasi sei mesi senza vederla appare come una bella novità, ma le case sono ributtanti. Detesto il volgare ronzio umano e mi piacerebbe tornare sulle lastre di ghiaccio galleggianti.

<< Sul mare c’è una società
dove nessuno si intromette e la musica scroscia! >>
[Dal Pellegrinaggio del giovane Aroldo, Byron]

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Balena franca boreale, della specie cacciata dalla Hope.

Fra le cose che ho trovato più piacevoli ce ne sono due che non sorprende “pescare” in un resoconto simile, e soprattutto in un’epoca forse meno alfabetizzata (?), ma mediamente più colta: gli elenchi analitici (di esemplari catturati, dalle balene agli uccelli e pesci passando per le foche; di cifre: tonnellate di olio ricavato, guadagni, ecc.; di quote suddivise tra le varie squadre di marinai), e poi le citazioni: più riconoscibili ed esplicite quelle letterarie, più nascoste e implicite quelle bibliche.
Di queste ultime ve ne sono parecchie, ben spiegate nelle note a piè di pagina.
Mi chiedo se, invece, lo scrittore Oliver Wendell Holmes – molto apprezzato dall’autore – possa avere a che fare col cognome del suo investigatore. Sicuramente i lettori di questo blog più fedeli al segugio di Baker Street avranno sepolto una puntuale risposta in qualche loro post fra gli innumerevoli a lui dedicati; io mi limito a lanciare per aria il dubbio e lasciarlo cadere dove capita.

Un ultimo argomento rilevante che vorrei appuntare è questo: se sia o meno accettabile eticamente, doloroso per chi lo fa, uccidere degli animali.
Oh, io la metto giù semplice e dura, non mi interessa ora stare a disquisire su animalismo e dintorni; è però inevitabile, leggendo di professionisti dediti a cacciare mammiferi ed uccelli a spron battuto, farsi delle domande e cercare tra le righe le opinioni di chi scrive.
Dunque chiarisco subito: non c’è da parte di C. Doyle una cosiddetta “presa di posizione”, né a favore né contraria; non solo perché il problema era sicuramente meno sentito all’epoca, ma anche perché – e questo mi è piaciuto – in lui convivono tanto la serenità del cacciatore umano che considera legittima e sensata la sua azione, quanto occasioni di pietà, consapevoli ma circoscritte, che non danno adito a riflessioni complicate.
In altre parole, la riflessione segue l’azione e non la precede, è distesa ma priva di sofismi o sensi di colpa arbitrari. Può costituire un’utile esca per proseguirla autonomamente, ma di certo non lascia la (brutta) sensazione di volersi giustificare agli occhi di un eventuale lettore. E questo fattore, mi pare, noi “moderni” l’abbiamo un po’ perso!

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(Scheletro di) balena franca boreale.