∞ La Messa è sempre la Messa

Canone 904 del Codice di Diritto Canonico:

“Memori che nel mistero del Sacrificio eucaristico viene esercitata ininterrottamente l’opera della redenzione, i sacerdoti celebrino frequentemente;
anzi se ne raccomanda caldamente la celebrazione quotidiana, la quale,
anche quando non si possa avere la presenza dei fedeli, è sempre un atto di Cristo e della Chiesa, nel quale i sacerdoti adempiono il loro principale compito”.

Proprio per questo la Chiesa raccomanda fortemente ai sacerdoti di celebrare quotidianamente la Messa, poiché essa costituisce il loro più grande privilegio e la cosa più elevata che possano compiere.
Anche se non ci sono altre persone presenti e non c’è una intenzione specifica, comunque la Messa glorifica Dio, intercede per i vivi e per i morti, aumenta la santità della Chiesa ed è la prima fonte di crescita spirituale del sacerdote.

[padre Edward McNamara L.C., professore di Teologia e direttore spirituale]

Ricordo a tutti che esiste la possibilità di pregare per ottenere la comunione spirituale.

La saga del Mascheraio .2: L’ebrea e la Madonna

Da appassionata di ebraismo, anni fa mi scelsi un alias breve e bellino che richiamasse alla mente quel mondo, sia nel concetto che nel suono.
E quando frequentavo Andrea ed il suo gruppo, spesso venivo chiamata proprio con quell’alias, facile e rappresentativo.
Per somiglianza, lui mi chiamava anche “ebreuccia” – che carino, no? Un bel vezzeggiativo… peccato che l’ebreuccia si sia sentita dire più volte quella che per lui era un’innocente battuta di spirito (o forse, in quanto battuta, intoccabile ed incontestabile come certa satira si ritiene):

Eh, un giorno li riapriremo i forni!

Non si discosta molto dall’auspicio di finire macerate in un termovalizzatore che rivolse ad un’altra categoria di persone, vi pare?

Durante le conversazioni sull’Obersalzberg si sarebbe palesata spesso la tendenza di Hitler a parlare con disprezzo delle persone assenti, o a scimmiottarne i gesti e le espressioni abituali. Si sarebbe divertito a fare osservazioni denigranti perfino sul conto di leali compagni di lotta dei vecchi tempi. […]
La ragione di quel disprezzo che Hitler manifestava per gli altri non gli sarebbe mai stata chiara, ha aggiunto Speer. Forse la sua era misantropia, o forse anche un complesso di superiorità. Non avrebbe mai ammesso che qualcuno fosse alla sua altezza. A favore di questa ipotesi c’era il fatto che i bersagli preferiti del suo sarcasmo erano proprio gli esponenti di maggior successo del partito.
Nel ripensarci, gli riusciva difficile perdonarsi d’aver riso anche lui, spesso, di quegli “stupidi scherzi”, specialmente quando Hitler, non senza “l’abilità d’un guitto”, imitava vecchi compagni di lotta. Mostrarsi divertito sarebbe stato comunque imposto dalla cortesia. A posteriori però, qualche volta, avrebbe pensato di essersi degradato nel partecipare alle risate generali nei momenti in cui Hitler imitava, per esempio, la servizievole solerzia di Heinrich Hoffmann o il tono professorale di Himmler quando discettava degli antichi popoli germanici.

Un cripto-nazista? No, non esattamente, anche se condivide con quell’ideologia l’arroganza dei presunti superuomini, che per altro ha sempre riversato in abbondanza anche nel gioco di ruolo, nonché l’avversione per il cristianesimo e la Chiesa Cattolica in particolare.
Anche in questo trasformismo a proposito della fede altrui non ha mai ravvisato la patente ambiguità di fondo: diceva di non essere cristiano, ma di essere mariano, di nutrire ammirazione per la figura di Maria – una volta, dopo una lite credo, ebbi l’idea (che per fortuna non misi in atto) di regalargli un mazzo di gigli.
Eppure, anni dopo (e non certo per qualche rivoluzione spirituale o intellettuale), proprio nel 2016, non si fece scrupoli nel ridere di gusto mentre un altro giocatore bestemmiava quella stessa Madonna che sosteneva di ammirare.
Senza nessun riguardo per me, ovviamente, anzi: immagino ci abbia goduto tanto più perché, poche ore prima mentre stavamo cenando per conto nostro, avevo osato chiedergli, con cortesia, di evitare le bestemmie (quelle più… tradizionali).
Risultato: una pioggia di

porca m°°°°°a

Ripetuta. Insistita. Divertita.
Dopo essersi incazzato perché gli avevo chiesto di non bestemmiare – per piacere!… povera idiota -, perché da credente la cosa mi faceva male (non: mi dava fastidio, ma: mi faceva male, come se qualcuno avesse insultato i miei genitori, proprio così gli dissi); non pago mi aveva scaricato addosso tutto il suo disprezzo per chi osa avanzare pretese sul suo diritto di offendere, e denigrare, chiunque, rinfocolando un turpiloquio peggiore del precedente.

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Non ricordo se fu quella sera che mi resi conto che non c’era nulla da fare: quel posto, quel gruppo e soprattutto il leader di quel gruppo non erano per me; e per quanto mi fossi fatta affascinare, per quanto da persona ingenua e di buon cuore avessi sempre conservato la convinzione che, in fondo, ci fosse in lui del bene, non era cambiato niente.
Se avevo creduto di vedere, dopo anni di lontananza, un miglioramento nel suo carattere e nel suo stato psichico, mi ero sbagliata proprio come tutte le precedenti volte.

Speer dichiara: quella che lui definisce la “magia” di Hitler avrebbe avuto in misura decisiva a che fare con i suoi aspetti amabili, con lo charme e la disinibita cordialità di cui diede prova quantomeno negli anni Trenta […] “In quel modo, specialmente dopo che c’erano stati occasionali contrasti d’opinione, riconquistava sempre tutti”.
Sotto quest’aspetto predominerebbe oggi, a sentire Speer, un’immagine del tutto distorta di Hitler. Deriverebbe prevalentemente dagli ultimi anni di guerra e lo prospetterebbe come un mostro diabolico. “L’hanno diffusa, per mascherare la propria debolezza, proprio quegli individui che davanti a lui, per dirla tutta, se la facevano sotto”.
In realtà Hitler sarebbe stato una mescolanza di energia e di fascino letteralmente immenso. Ovviamente avrebbe avvertito anche lui, Speer, l’enorme forza di volontà che era tipica di Hitler, e vi si sarebbe fin troppo spesso arreso. Però per la maggior parte del tempo sarebbero rimasti per lui in primo piano “i tratti avvincenti e persino seducenti” di cui il dittatore disponeva, quella patina per così dire viennese sotto la quale nascondeva il suo disprezzo per il prossimo. In quel modo, e più che con ogni altra qualità, lo avrebbe “sopraffatto”.
A volte, quando legge le memorie di militari e di altri personaggi di primo piano, si domanda se sia stato lui l’unico ad essere stato “sedotto” da Hitler in quella maniera.

Mi viene da sorridere amaramente, leggendo della falsa, ipocrita amabilità viennese di cui parla Speer.
Per curiosa ed ironica coincidenza, il “personaggio eterno”, la maschera principale e mai abbandonata da Andrea nel gioco di ruolo (e al di fuori di esso, tanto da averne incorniciato per metterlo in salotto l’avatar) è un potente vampiro le cui attività si sono concentrate, per secoli, a Vienna.
Un Tremere, cioè uno “stregone”, ma anche un “usurpatore”, come vengono chiamati.
Un vampiro atipico, non appartenente agli ancestrali clan dei figli di Caino ma creato ex-novo in un’epoca relativamente moderna, da umani esoteristi che bevvero il sangue di uno degli antichi per farsi vampiri a loro volta, potenziare le proprie capacità, sconfiggere la morte.
Adoratori idolatri dell’intelletto, il cui motto è Arbitrium vincit omnia: volontà di potenza.
Essere Tremere è l’apoteosi del dominio: sul mondo, sul proprio destino, sugli uomini.
Della maschera affabile e profonda di Andrea, e non dell’uomo, sono stata “innamorata”, da questa enorme abilità affabulatoria e dissimulatoria sono stata (av)vinta, non diversamente da un comune tedesco nei confronti del fascino orripilante ma magnetico di Hitler. Come amanti delusi, così ero io e così erano altri ben più in vista:

[…] quando lasciò Eva Braun, ha detto ancora Speer, gli sarebbe venuto da pensare a quante cose loro due avessero avuto in comune, e come la loro amicizia, negli anni precedenti, si fosse basata appunto su questo: “Lei e io eravamo stati per così dire avvinti dal potere ipnotico di Hitler. Ne soffrivamo entrambi, a momenti lo odiavamo anche, ma allo stesso modo non eravamo riusciti ad affrancarci da lui”.

 

Chi ha paura di Benedetto XVI? — di Giuliano Guzzo

via Chi ha paura di Benedetto XVI? — Giuliano Guzzo

Non è stato Amadeus, né il duello Bonaccini e Borgonzoni o le «Sardine». No, il vero personaggio della settimana è stato lui, Benedetto XVI. A 92 anni, ben lontano dai riflettori, è stato infatti il papa emerito – scrivendo un libro sul celibato ecclesiastico insieme al cardinale Robert Sarah – l’epicentro delle polemiche di questi giorni. Polemiche alimentate dallo strano «ritiro», annunciato dal segretario Georg Gänswein, della firma di Ratziger da un testo, Des profondeurs de nos coeurs, che alla fine di tutto si è dimostrato quel che già appariva all’inizio: un volume scritto a quattro mani con il cardinale Sarah per ribadire semplicemente, ancorché con fermezza, la posizione della Chiesa sul celibato dei preti.

D’accordo, ma allora come mai tutto questo clamore? A cosa dobbiamo le paginate e paginate di giornali che abbiamo visto negli scorsi giorni? Basta, a spiegare tutto ciò, il pasticcio del «ritiro» della firma di Benedetto XVI al libro scritto con Sarah, cardinale che nelle scorse ore ha rivisto proprio il papa merito trovando piena conferma sia della sintonia con lui, sia del fatto che non c’è stato, tra i due, neppure l’ombra di un malinteso? La risposta è semplice: no. Infatti ancor prima che la telenovela del ritiro» della firma prendesse avvio, il libro di Ratzinger era già un caso da prima pagina. Come mai? Perché quest’uomo di 92 anni, molto anziano e ormai fragilissimo, suscita ancora tutto questo interesse?

La prima spiegazione che viene in mente è quella legata alla sua rinuncia e al fatto che un papa emerito è già, di suo, qualcuno di eccezionale; e quindi qualsiasi cosa dica o faccia è automaticamente notizia. Vero. Ma c’è pure una seconda chiave di lettura, desumibile anche da altri  elementi – si pensi all’oltraggiosa caricatura di Benedetto XVI della serie I due Papi – , ed è una chiave di lettura che riguarda la chiarezza. Piaccia o non piaccia infatti, già da cardinale, quindi da pontefice e pure oggi da emerito, Ratzinger è sempre stato un pensatore di straordinaria lucidità. E non di una lucidità qualsiasi: ma di una lucidità cattolica; una lucidità che gli ha fatto chiamar per nome – «la dittatura del relativismo» – il male dell’Occidente e, purtroppo, pure di certi settori del mondo cattolico.

Ebbene, tutto ciò continua a rendere l’anziano teologo tedesco un uomo unico. Uno che, accanto a una rara dolcezza caratteriale, conserva, pur alla sua età, la forza di scandire – sulle ali di sant’Agostino («non posso tacere!») – parole di verità. Non consigli, non tiepidi inviti, suggerimenti, no: parole di verità. Una cosa che irrita. Nel mondo occidentale si è difatti instaurato un regime culturale tale per cui il cattolico è sì gradito, ma a due condizioni: che si occupi anzitutto di sociale – meglio se di migranti, razzismo, discriminazioni Lgbt – e che, se proprio qualcosa vuol dire, lo faccia in modo così ambiguo e confuso da risultare incomprensibile. In altre parole, oggi il cattolico è accetto solo se ha la supercazzola pronta, se divaga.

Ma se invece ricorre alla cara vecchia chiarezza evangelica, eh, allora è un problema. Un grosso problema: pure se si ha 92 anni. La cosa che più addolora, però, è che se tutto questo è risaputo per la cultura laica, da qualche tempo anche una parte di fedeli e uomini di chiesa, con il cristianesimo low cost – una filantropia con spruzzatine decorative di Vangelo qua e là -, ci ha preso gusto. Sì, perché è un cristianesimo che piace a Eugenio Scalfari, ai grandi media e, in definitiva, ad una società che, più che da accompagnare o aiutare, sarebbe da evangelizzare. Ecco perché nonostante la sua età e il suo vivere appartato, il papa emerito resta scomodo, come lo è il guastafeste di un mondo intenzionato a far pace con la sua ipocrisia.

Due parole sulla terapia riparativa.

What?

Tra le altre cose, sono una sostenitrice della terapia riparativa dell’omosessualità.
Sì, quella che si propone di convertire l’impulso sessuale, l’attrazione affettiva omo- in etero-. Sì, quella del famigerato Joseph Nicolosi (il quale, comunque, non l’ha inventata dal nulla).
Ancora non ho letto nulla di suo – dovrebbero arrivarmi a giorni i primi due manuali, insieme ad un testo di parte avversa – e mi è chiaro che si tratta di un mondo più vasto di quanto le solite tre info in croce lascino indovinare; tuttavia ne condivido la sostanza: la possibilità di risanare, o almeno individuare e contenere, una stortura creatasi nello sviluppo identitario e sessuale della persona – la causa non biologica della tendenza omosessuale.

Dico “la causa non biologica della tendenza omosessuale” perché ritengo che, a fianco di una componente biologica (che già va oltre la genetica), la componente psico-ambientale non solo esista (e non è affatto scontato affermarlo), non solo giochi un ruolo più rilevante di quello che comunemente le si attribuisce, ma anche sia in molti casi – il mio è un “molti” empirico, ma tant’è – il fattore prevalente e preminente che determina tale condizione.
Per dare un’idea più specifica di cosa si sta parlando, riporto due paragrafi da Wikipedia:

La definizione riparativa nacque nel 1983 quando la psicologa ricercatrice britannica Elizabeth Moberly coniò il termine spinta riparativa per riferirsi alla stessa omosessualità maschile, interpretando il desiderio sessuale di un uomo per altri uomini come il tentativo di compensare un mancato rapporto tra padre e figlio durante l’infanzia[55][56].
[…]
In un libro del 1991 Joseph Nicolosi sosteneva che[59]:
«[o]gnuno di noi, sia uomo che donna, è guidato dal potere dell’amore romantico. Tali infatuazioni traggono il loro potere dalla spinta inconscia a diventare un essere umano completo. Negli eterosessuali, è la spinta a riunire i poli maschio-femmina attraverso il desiderio per l’altro. Ma negli omosessuali, è il tentativo di riempire un vuoto nella completezza del sesso originale dell’individuo».

Come detto, questa visione psico-ambientale (ma ormai potremmo aggiungerne anche una psico-sociale) non copre e non esaurisce tutte le cause dell’omosessualità – non è del resto mia responsabilità né intenzione render conto di ogni aspetto della cosa: non parlo a vanvera, ma parlo comunque per me stessa, non sono una portavoce né della Chiesa né di Arcigay o affini.
Ma se la si accetta – purtroppo le polemiche sulla presunta non scientificità della terapia divampano, e sono a loro volta tutt’altro che oneste… – si apre uno scenario ben più complesso dell’usuale, e per di più viene a cadere il mito del carattere immutabile dell’orientamento omosessuale: può essere certamente “stabile”, stabilizzato, ma non integralmente innato, univoco, immutabile appunto come nel consueto paragone che si usa fare con il colore degli occhi o dei capelli.
Lo sviluppo sessuale somiglia, piuttosto, ad un’abilità corporea (che so: lanciare una palla centrando un canestro) che parte da un livello standard, ma può implementarsi in misura maggiore o minore, e più o meno armoniosamente, secondo i casi – laddove, nell’ottica riparativa e in ultima istanza cattolica, l’eterosessualità rappresenta l’estremo armonico di una scala, e (la riaffermazione del)l’omosessualità (come variante naturale) l’estremo opposto: un disordine.

How?

Come mi sono avvicinata al discorso sulla terapia riparativa – questa semisconosciuta?
Innanzitutto leggendone e parlandone nei blog e sui siti d’informazione cattolici, anche prima di diventarlo io stessa e dunque familiarizzando con la faccenda quando ero su posizioni contrarie.
Ne ho poi sentito discutere – non solo per accenni o con sarcasmo – sempre in ambito cattolico, ma “dal vivo” e di persona con alcuni singoli: solo per fare un esempio, con le Sentinelle in Piedi (di cui faccio parte, pur non partecipando da un pezzo a nessuna veglia per varie ed eventuali) e durante le serate di Gianfranco Amato e Povia. (Situazioni, queste due, che mi hanno insegnato parecchio non solo su determinati contenuti, ma soprattutto sulla nostra società. Oh sì. Ma ora sto parlando d’altro).
Al di là dell’avvenuta conversione e del riposizionamento su punti di vista più affini alla dottrina della Chiesa – che da sé non sarebbero ancora sufficienti -, ciò che mi ha portata ad “approvare” i postulati della terapia riparativa è semplicemente questo: che mi ci riconosco. Così come mi sono riconosciuta in parti significative del racconto e dell’analisi che della propria storia ha fatto Luca di Tolve, nel libro Ero gay.
(Cos’è ‘sto scalpiccìo? Ah, gente che scappa…).
E questo è quanto, per una panoramica.

Libri .19: Guida alle Messe, Camillo Langone

A ciascuno il suo divino. Ogni liturgia rappresenta una diversa teologia, idee di Dio apparentemente inconciliabili. […] Ma la Chiesa è appunto Cattolica, che in greco significa “universale”, capace di tutto comprendere.
Ciò non vuol dire che tutte le Messe siano ugualmente belle ed ugualmente efficaci. Il sacramento è sempre valido (Cristo è presente nell’ostia anche in caso di prete indegno o di canti strazianti) ma il suo potenziale di conversione cambia di volta in volta e di norma è sottoutilizzato.
Se una Messa riesce a catturare i sensi, anziché respingerli, lo Spirito che in essa si incarna si approfondisce in noi. E ci cambia, e cambia il mondo.

Guida alle Messe: quelle da non perdere, dove e perché di Langone si potrebbe ben riassumere così, con questo paragrafo dall’introduzione.
Sorprendentemente, poiché in genere non lo amo, l’ho trovato in questo agile ed utilissimo libretto assai sul pezzo e per niente pedante o irritante.
E’ certo roba che può interessare eminentemente i cattolici o comunque i credenti, ma non… crediate: le due tipologie di voto che il giornalista de Il Foglio e de Il Giornale attribuisce sono una per la liturgia, ed una per l’architettura – arredo interno delle chiese italiane nelle quali ha assistito a qualcosa come 200 celebrazioni, appositamente per recensirle su quotidiano prima e raccoglierle qui poi.

trasferimento (11)

Tali (brevi, ficcanti) recensioni, meritorie di lettura integrale e non solo di consultazione occasionale, sono suddivise in due modi: nell’indice, per diocesi, e nel testo, secondo la caratterizzazione prevalente, distinguendosi in: messe più belle, messa pontificale, messe in latino / con canto gregoriano, eterni anni settanta (chitarre & tamburelli), mediatiche (chiese al plasma), santuari, misticismo, umano (troppo umano?), ospedaliere, brutte ma buone (buone messe in brutte chiese) e belle e cattive (cattive messe in belle chiese), movimenti, comunità, turistiche, cattedrali.
Nella paginetta (un semplice elenco) dedicata alle Messe più belle, in apertura, mi inorgoglisce notare che ben tre su diciassette fra quelle indicate sono proprio a Brescia! Vi figurano infatti: quella al Duomo Vecchio (o Rotonda), quella ai Santi Nazario e Celso, e quella a Santa Maria delle Grazie.
Alla prima, di domenica mattina, ho partecipato un’unica (ma memorabile) volta, e garantisco che c’è tutto quanto si possa desiderare dal rito: panche in legno – niente sedie -, candele in cera, latino / gregoriano, sacerdote rivolto versus Deum, eucarestia in ginocchio alla balaustra con telo sottostante. Citando Langone nella relativa scheda, ci sono più o meno tutti gli elementi che secondo l’ebreo Alain De Botton rendono “plausibile che Gesù fosse il figlio di Dio” (Architettura e felicità, Guanda). A differenza di quanto riportato dall’autore, appunto, ricordo bene che fu celebrata spalle ai fedeli (può banalmente essere un caso dovuto a diverse tempistiche di frequentazione), non ricordo tuttavia se l’ostia sia stata intinta nel vino: forse perché è una pratica che ho scoperto esistere (!) e dunque potuto apprezzare solo successivamente, ed in tempi anzi molto recenti (sigh).

 

In conclusione, un’ottima idea che potrebbe incuriosire, alla stregua di una guida del Gambero Rosso o Michelin, anche i “profani”: gli estimatori dell’arte e dell’estetica, i latin-lover (ossia gli appassionati di latinorum) e la vostra vecchia zia monarchica Gertrude 😉

Film .12: Silence, Martin Scorsese

I preti si preparino ad andare in galera: così titola Lugaresi a proposito dell’ennesimo giro di vite sul sacramento della Confessione in Australia. E’ giusto sdegnarsi, è corretto parlarne per prepararsi, è invece superfluo stupirsi: solo chi è troppo immerso nel contemporaneo può non leggere i numerosi e forti segnali di guerra alla Chiesa, oppure viceversa scordarsi di come, perseguitata, la Chiesa lo sia sempre stata.
Un esempio di questo è il Giappone di Scorsese, paese dalla grazia fascinosa e violenta così poeticamente mostrato in Silence. La prima considerazione che ho fatto è stata appunto questa: la forza della persecuzione è resa con un che di elegante, il dolore fisico (a differenza di quello morale, troneggiante su tutto) è reso sopportabile da un’ambientazione, una scenografia, una recitazione che, se pure non lo sminuiscono, lo traducono in un quadro dai toni delicati. Un ukiyo-e.
Non è, insomma, nulla di paragonabile alla Passione di Gibson – nulla, comunque, di meno valido, s’intende.

scorsese, silence

Il finale, che non svelo, mi ha lasciata interdetta.
Non necessariamente delusa, ma, dopo tanto sudore e tanta tenacia, la scelta di padre Rodrigues (aka uno splendido Andrew Garfield) mi è risultata strana.
C’è un perché dietro, c’è sempre; c’è una motivazione che sul lungo periodo può rivelarsi fruttuosa ma, anche, farsi catastrofe – e personalmente ho provato a comprenderla, ma ho fatto e faccio fatica.

D’altronde, se immedesimarsi nell’atto di dolore (così come lo chiama Paola Casella su MyMovies) insieme a Garfield è cosa spontanea, non lo è calarsi nella logica imperiale nipponica prima, e di nascondimento cristiana poi.
Il silenzio di Dio e di una sua indicazione è tangibile: a seguito del Va’ dove io ti dirò, nulla segue. In questo, Silence offre esattamente ciò che promette.

Lo stesso amore

Il nuovo spot pubblicitario dedicato all’8×1000 alla Chiesa Cattolica, trasmesso poco fa sul primo canale Rai, recita così:

“[…] C’è un paese dove per entrare basta essere umani.
C’è un paese che offre a una giovane mamma emigrata,
e a una giovane mamma italiana, lo stesso amore”.

Mi corre l’obbligo di precisare che un simile messaggio non corrisponde, ahinoi, alla dottrina della Chiesa; o se preferite un’espressione più elementare e chiara: altera (per non dire stravolge) l’insegnamento cristiano e lo piega ad una propaganda politica che gli è estranea.
Nello specifico:

1. Il cristiano è non solo libero di, ma anche tenuto a occuparsi di politica – in senso lato e pure stretto: del vivere civile sempre e, se necessario e desiderato, dell’azione diretta e personale in tale ambito. Non entro nel discorso delle presunte ingerenze della Chiesa negli affari di Stato, che reputo insensato.
Detto ciò, la partecipazione del singolo alla vita civile implica che ciascuno confronti quanto il proprio stato gli richiede ed impone, con quanto è invece richiesto da una vita di fede conforme al Vangelo. Implica altresì che le esigenze del Vangelo, quando non conciliabili con quelle del potere temporale, prevalgano su queste ultime.
Ma – nota bene – casi di questo tipo sono molto meno frequenti di quanto si possa immaginare, per quanto mi consta. Sono insomma eccezioni: in linea generale, vale e funziona egregiamente il Date a Cesare quel che è di Cesare. E no, non si intende con ciò il mero pagare le tasse, ma piuttosto il riconoscere l’operato dello stato come necessario e legittimo, non contrario di per sé ai dettami religiosi.
Non siamo del mondo ma siamo nel mondo: ed esso ha le proprie norme. Rifiutarle in blocco come inutili o ingiuste è spiritualismo da quattro soldi – non cristiano.
Di conseguenza, confondendo (volutamente?) il piano caritatevole con quello legale, un’affermazione nella quale si sottintende che nessuno può essere escluso lecitamente dal godimento di determinati benefici pubblici (e se lo è, Stato cattivo, intervengono i volontari buoni a sistemare le cose) è un’ingannevole moneta falsa (cfr. CCC 2242):

Art. 2242 CCC

2. La carità di Cristo è rivolta a tutti gli uomini, anche a coloro che la rifiutano e la negano. Ma la carità di Cristo non è assimilabile all’amore umano.
Ribadisce l’uguale dignità di ogni creatura, anche la più odiosa e sozza, davanti a Lui – non stabilisce pari diritti, pari opportunità, nulla di dovuto. Richiede anzi, per poter agire in noi, che noi “si vada e non si pecchi più”: presuppone di rinunciare non tanto ai beni materiali (asilo politico e cittadinanza compresi…) in sé, quanto alla pretesa che qualcosa, qualsivoglia cosa questo mondo offra, anche la più banale, la più misera, la più necessaria al sostentamento ci spetti al di là di ogni dubbio – ad ogni costo.
Certo è una condizione pesante.
Non a caso senza la Sua grazia sarebbe impensabile anche muovere un passo in tal senso.
E’, però, un dato che sconfessa la pretesa (appunto) che ogni emigrante – a prescindere dalla situazione in cui versa, dalla correttezza con la quale avanza una domanda d’asilo, e dall’effettiva possibilità dello stato potenziale ospite di farsene carico – sia da accogliere in quanto bisognoso, per non tradire altrimenti il Vangelo (cfr. CCC 2241):

Art. 2241 CCC

3. Collateralmente, vale la pena ricordare che i “poveri” evangelici non sono – non soltanto e non necessariamente – i poveri vestiti di stracci e sbarcati da un gommone. Si legga, ad esempio, Lugaresi: I, II, III.