Periferia di gravità oscillante

Non è un esotico concetto matematico, è che da quando te ne sei andata, Mamma, ho perso per strada la gravità che mi teneva ancorata al suolo e ho dimenticato tutte le mie routine. E’ banale, ma non avevo ancora focalizzato questo fatto.
Ecco perché mi sembra di non avere più una direzione.
Stanotte, fra le altre bizzarre cose, ho sognato che mi inoltravo in un mercato all’aperto, uno spaccio di ravioloni ripieni di carne speziata. Volevo comprartene un bel pacco e portartelo a casa, pregustavo il momento, la tua contentezza ed allegria – solo al risveglio ho realizzato che non ti ci avrei trovata.

Ma ci sarai poi, dall’altra parte, alla fine della strada?

“I had a bad day”.

Sì, sto continuando a leggere roba su Joker, qualche commento cinematografico ma soprattutto, e sempre più diffuse, analisi più e meno approfondite a livello psicologico, psichiatrico, psicoanalitico.
Io stessa – che sono interessata per piacere intellettuale a questi ambiti, e coinvolta personalmente in diverse delle questioni trattate dal film e dai blogger – mi sono allegramente consegnata ad un’orgia di autoanalisi “andante con brio”.
Se un tempo, pur essendomi assolutamente necessaria, l’autoanalisi mi scaricava addosso angoscia, oggi (da parecchi anni) non è più così: è uno strumento di sollievo, di ordine e di consolazione; dato che raramente riesco ad avere un confronto costruttivo sul funzionamento e sulle problematiche della mia psiche con qualcuno – chiunque sia.
Come sa chi mi segue dall’inizio, cioè dal gennaio di quest’anno, mi è capitato di sfogarmi, o raccontare un po’ di fatti miei, qui sul blog, ma in misura contenuta, e talvolta “poetizzandoli”. Ci sta, lo faccio scientemente – non è un impulso irresistibile.
Ma il blog non è nato per questo, né come diario né come autoterapia.
Non si spaventi nessuno perciò se occasionalmente, e in questo periodo di più, tiro fuori argomenti pesanti. Al limite, skippateli. Ma adesso lasciatemi dire ancora due cosette su ‘sto benedetto pagliaccio…

… punto primo: sì, d’accordo, ha avuto una brutta giornata. Anzi, ha avuto una serie di brutte giornate, quelle che vediamo nel film. Ma prima di dire che anche un intero mese di brutte giornate non basta a giustificare l’omicidio, prima di sostenere con gli opinionisti televisivi – scovati dai direttori di rete in omaggio nei pacchetti di patatine – che il raptus non esiste, raccogliete un po’ di mastice e tappatevi la bocca.
Lo sappiamo tutti che il concetto di raptus è abusato, ed utilizzato di frequente come scorciatoia giuridica per arrivare a chiedere l’infermità mentale, quando invece l’imputato è un misero stronzo ed il suo avvocato uno squalo.
Ma decidere che non esiste, che è un fake scientifico, è come dire che la pubblica amministrazione è un’organizzazione mafiosa. Tout court: non che la corruzione ne è una forma deviata, ma che la natura stessa della PA è mafiosa. Entiendes?
La famosa “brutta giornata” al termine della quale arrivi ad ammazzare qualcuno – per rabbia, per insofferenza, per disperazione – è solo la ciliegina sulla panna montata di molte brutte giornate, a loro volta adagiate su una torta che è un’esistenza intera di brutte giornate, di dolore, di fatica, di traumi.
E’ talmente elementare che, quando sento i suddetti opinionisti negare la possibilità di un raptus esplosivo (ma da tempo non li frequento più, quei deficienti) mi vien quasi da ridere a crepapelle, anziché incazzarmi.

Ve ne racconto solo un paio.
L’ultimo periodo di convivenza con mia madre (sì, anch’io convivevo con mia madre malata e per me il momento più difficile da sopportare del film è stato quello in cui si vede Penny all’ospedale), l’ultimo periodo è stato sereno, anzi: felice. E ce ne sono stati molti altri, certo.
Ma c’è stato anche un litigio al termine del quale, seppure involontariamente, le ho rotto un femore: ero stata spinta all’angolo, mi era stata tolta l’aria e la possibilità di replica, al punto che potevo o implodere e soccombere – potenzialmente, avere un crollo psichico – o ribellarmi. La mia fortuna è stata, fra le altre, aver sempre avuto la tendenza a ribellarmi e buttar fuori la rabbia anziché subire e reprimermi.
C’è stato un periodo in cui, nei sogni notturni, più volte mia madre l’ho strangolata; provando un sollievo e un senso di riscatto enormi.
C’è stata una notte in cui ero arrivata al limite, e una volta spentosi l’ennesimo conflitto, mentre lei era già a letto, mi sono seduta sul terrazzo e ho valutato con molta concretezza l’opportunità di rientrare, aprire le valvole del gas sul piano cottura e mettermi a dormire – metterci a dormire, definitivamente.

E sto parlando soltanto degli ultimi 8 anni.
Prima, è venuto altro, non meno pesante e difficile.
Potrei parlare per ore, in alcune occasioni con le persone giuste l’ho fatto, di come mi sia stato possibile sopravvivere e non perdermi – perché, di fatto, sono una sopravvissuta; e in più di un senso: psicologicamente al mio passato, fisicamente ad una famiglia intera, persa per malattia ed incidenti.
Tralascio il come, vi lascio con un ribadito dato di fatto: ho avuto un’esistenza che avrebbe potuto disintegrarmi del tutto, ma sono sopravvissuta. E’ possibile, dunque. Ma non è un regalo che tocca a chiunque, c’è in questo molta casualità. E chi ce la fa a superarla, chi riesce in qualche modo a limitare i danni, di danni comunque ne fa: ma a noi strambi esseri umani piace ululare alla luna perché Joker troviamo sia un film diseducativo, e poche ore appresso ci sediamo comodi davanti a La vita in diretta a speculare sull’ennesimo omicidio-suicidio, sull’ennesima famiglia distrutta, sulla tragedia del giorno con contorno di vicini di casa che in coro affermano: ‘era una persona buona, sempre allegra’.

Sogni / 4

Sto facendo il bagno a mia madre, anziana ma vispa com’è stata in vita fino a poche settimane prima di andarsene. Probabilmente ho pescato ambiente e scenografia dalla mia esperienza lavorativa in RSA, perché più che una vasca c’è un vascone, c’è un sollevatore verde-viola in un angolo, e tutto odora di Amuchina.
Termino, mi becco una serie di improperi da lei, insoddisfatta per qualcosa, e faccio per uscire dalla stanza – ma duro grande fatica: tra me e la porta si ergono ripetuti ostacoli, enormi condutture arrugginite mi si parano davanti e mi fanno sentire incastrata, claustrofobica.

Subito dopo, mi ritrovo nel nostro salotto.
Mia madre è sdraiata sul divano, indossa il pigiama azzurro coi pallini colorati che è andato perso, sicuramente tagliato e tòltole dagli infermieri in Rianimazione, la notte in cui ci siamo salutate.
E’ ancora bionda come piaceva a me anziché tinta di color rame, ha uno sguardo molto dolce e sorride. Mi chino a baciarla sulla fronte.
Un attimo bellissimo, ma breve.

Mi trovo in un ristorante, con due amici (che nella realtà non esistono).
Gli spazi sono stretti e noi siamo ad un tavolo addossato alla parete, lungo una specie di budello, e quando le portate arrivano non sappiamo far altro che criticarle e trovare errori ovunque, un po’ come in 
quattro ristoranti  di Borghese.
Ad un certo punto la terra trema, le persone scappano –

– ed eccoci riapparire in una sorta di magazzino, malamente illuminato e spoglio, che dobbiamo in qualche modo ripulire, mocio alla mano.
Litighiamo, ci riappacifichiamo, ridiscutiamo come una vecchia coppia o meglio come un vecchio triangolo amoroso.

In un’ultima scena, siamo invece in ascensore: anziché la classica telecamera sulle nostre teste si muove un puntatore con raggio laser che tenta di friggerci la testa, non si sa come lo schiviamo ogni volta, ma il rischio e la sensazione che la fortuna sia pronta ad abbandonarci nell’istante immediatamente successivo sono molti forti, quasi tangibili, come un odore di cordite nell’aria.

Film .22: Batman v Superman: Dawn of Justice, Zack Snyder

Avvisi ai naviganti

  • Se siete intenditori, sappiate che chi scrive è una profana, sommamente ignorante del genere, con tendenze eretiche. Proseguite a vostro rischio e pericolo;
  • se non avete visto il film ma avete intenzione di farlo, e siete allergici agli spoiler, fuggite: anche se probabilmente, considerato l’anno d’uscita al cinema (2016) e l’hype che ha generato, anche le casalinghe di Voghera conoscono la storia a memoria;
  • infine, lo immagino come un post abbastanza lungo, e quando è “abbastanza lungo” nelle intenzioni, poi nella pratica diventa chilometrico (final count: 3805 parole). Io adoro la roba chilometrica, voi non so: consideratevi edotti.
    Non lo dividerò nemmeno in due parti: il corso di un fiume non va spezzato.

Premesso che non ho ancora capito la ragione di quella v in luogo di vs (un banale vezzo linguistico, un uso che non conosco?), ma questi son dettagli che forse interessano solo a me; devo precisare che ho visto la prima versione da due ore e mezzo, non la Ultimate (ovvero: extended) da tre.
I tagli ci sono e si avvertono tutti anche se non si è esperti o informati, ma quanto a questo vi rimando a chi sa indicarli meglio, cioè Gramon Hill.
Vi sono anche dettagli da alzata di sopracciglio: Wayne che si getta nella polvere sollevata dall’implosione del grattacielo in cui ha sede il ramo financial della sua azienda, e ne emerge lindo come un lenzuolo steso. Wayne che si slancia a salvare una bambina dal crollo di un pilastro di cemento (e qui non è tanto il gesto, quanto la scarsa rapidità che insomma… pareva un ballerino). Abbiamo capito, signor Wayne: sei n’eroe, Tom Cruise con le sue acrobazie te spiccia casa. Mo’ basta però.
Altro sospirone quando sento parlare della città di… Nairomi. Con la emme. Legittima cittadina africana inventata ad hoc per il film, come si legge nel wiki dedicato al DCEU, che viene collocata in nord africa. Ora, ascoltando l’audio originale ho sentito che è differente dall’italiano – e non son certa di come suoni -, tuttavia in italiano, appunto, il doppiaggio ha trasformato la cittadina nairomiana Zahina, durante la sua testimonianza sulla strage, in una GHANESE. Ha l’accento GHANESE, mannaggia. Poiché Ghana = Nord Africa, è risaputo. Accidenti.
Dettagli, dettagli. Contano, i dettagli, è lì che si nasconde il diavolo. Eppure, questi li voglio scusare tutti – compreso il ghanese (mannaggissima). Perché dal punto di vista cinematografico sarebbe inappropriato, ed ingeneroso verso i veri capolavori, definire tale questo film. Ma dal punto di vista cinefilo, cioè di chi ama il cinema non solo come arte ma soprattutto per gli accordi che va a comporre sulla tastiera del cuore umano – e quindi per come fa suonare e risuonare negli uomini la vita che ha da dire – per me lo è ufficialmente diventato (alla seconda visione: avevo bisogno di digerirlo). Capirete.
Infine: a me è piaciuto!! – poteva sembrare ovvio, ma non è; e prima dell’exploit in queste ultime righe, ancora non l’avevo esplicitato. Non si può tacere della sempiterna coesistenza di due forze spirituali che puntualmente si scatenano all’uscita di ogni film vagamente importante: quella degli Incensatori e quella dei Demolitori. Nel mezzo ci stiamo noi umani, ma queste entità superiori hanno il pregio, senza riuscire estremiste o fanatiche, di motivare la propria adorazione o il proprio ribrezzo con inaudita chiarezza ed incisività.
Per esempio, di BvS ha parlato in modo causticamente competente Cassidy de La bara volante – come del resto fa sempre. (Il titolo del blog dovrebbe ben farvi sospettare qualcosa: è roba sopraffina in confezione improbabile, un po’ come i fagioli azuki in lattina).

All the boys and the girls

Tutta la faccenda si apre con un flashback del 7enne Bruce Wayne, che mentre sta partecipando al loro funerale ricorda il giorno dell’uccisione dei suoi genitori. Suggestivo, ma il padre Thomas onestamente non ha nulla a che spartire con la figura morbidamente autoritaria che Nolan ci ha consegnato, al secolo Linus Roache.
Il primo impatto è stato duretto: tra questo, la corsa nel bosco del piccolo erede (terribilmente boccoloso: ricordatelo, è un indizio importante per quanto seguirà), e le due tre frasi messe lì in bocca ad un Wayne adulto che tornando sul passato tenta di far filosofia (ma sembra sotto LSD), ho un po’ trattenuto il fiato…
… poi, comunque, la storia comincia. E Ben Affleck molla un bel calcio al bambinetto.
Lasciamo perdere se sia un attore abbastanza bravo (quasi mi vergogno a scriverlo), il punto è che ha la faccia che mi aspetto abbia Batman. Specie passati i trent’anni. Ha una sfumatura di malinconia impietrita rimasta a turbarne lo sguardo come un bruscolo che non si riesce a togliere (ce l’ha sempre, è proprio sua, anche fuori dal set), ed è quella giusta. Ed ha l’allure: quella cosa che urla figo dimesso in svendita – va via come il pane, ma riesce a passare per una creatura figlia di riservatezza ed understatement. (Non va dimenticato, come ebbe a sintetizzare Kasabake, che nel suo caso è Bruce Wayne a rappresentare la maschera, mentre Batman è la realtà più propria della sua persona).
In gergo tecnico cinematografico, un commento appropriato a tutto ciò potrebbe essere: ‘sticazzi.

trasferimento (4)

Henry Cavill, alias Superman alias Kal-El alias Clark Joseph Kent.
Beh. Cavill non lo conosco, non ho visto (o non ricordo, ma nel caso la colpa è mia) altri suoi film. Impossibile darne un giudizio più globale e bilanciato, dunque.
Due cose però le so: la prima è che non ho mai amato il personaggio Superman, per motivi che si avvicinano molto, anche se non coincidono del tutto, con l’avversione di Wayne/Batman per la vera o presunta prepotenza di un (semi?)dio alieno che fa il bello ed il cattivo tempo sulla Terra senza manco chiedere “permesso”. Diciamo che l’ho sempre considerato uno strafottente, l’equivalente – in un contesto più ristretto e del tutto terrestre – di quello che uno yankee, persuaso nell’intimo della propria superiorità morale, rappresenta per un europeo di antico lignaggio e antico disincanto.
(In Smallville, che ho visto in parte, era diverso; ma la serie tv in questo contesto è per me un oggetto altro).
Non l’ho mai amato. Ma adesso non posso più dirlo: con Snyder l’ho cavato fuori dallo stereotipo. L’idea che me ne sono fatta è solo un embrione d’idea, un pensiero in divenire, ma intanto l’essere distante, freddo e impassibile s’è mutato in un uomo buono che gli eventi possono aver reso crudele (cit. Alfred: tutte le sue battute sono geniali, affilate, un vero totem nel film: in questo il direttore del Daily Planet non lo eguaglia, ma lo segue a ruota).
Di quest’uomo buono abbiamo un milione di momenti che ne fan mostra. Tanto Kent quanto Superman sono, lungo tutto l’arco narrativo, letteralmente dei cuccioli che desiderano solo essere salvati (su questo tornerò più avanti). A differenza che per Wayne/Batman, di cui s’è detto sopra, non c’è scarto tra l’uomo e l’eroe.

Amy Adams nella parte di Lois Lane è perfetta. Mi correggo: Amy Adams è perfetta, punto.
Bella, brava, semplice, intensa (intensità accentuata da quella sua caratteristica umidità oculare costante…).

Gal Gadot aka Diana Prince aka Wonder Woman: poco minutaggio, okay.
Ma oh, lei buca lo schermo. Non ha bisogno di ore di vouyerismo.
E non è vero che non incide per nulla. Mentre i maschietti si azzuffano lei fa quel che deve e quel che vuole. E lascia il segno, sempre. La classe non è Tavernello.

E quanto a Lex Luthor, potrei quasi aprirgli un paragrafo a sé; ma l’ho già detto che la cavalcata qui sarà lungherrima? Ecco, date di sperone e muti, oh miei prodi lettori (ma ne saranno rimasti?).
La prima considerazione che mi sale – assunto che è un buon cattivo, tolta la penosa scena del discorso per i fondi alla biblioteca… – è: Ma questo qui è Joker! L’aspetto più evidente e volutamente psicopatico (mugugni, ecolalìe, risatine isteriche, ed una specie di discinesia periorale incipiente) risulta, per paradosso, del tutto realistico – laddove non lo era in Leto.
Ciò mi riporta alla mente la piccola, ma significativa, correzione da me apportata al recente post su Suicide Squad, linkato qui sopra. Descrivendo appunto Joker, avevo usato il termine psicotico. Un po’ anche per abitudine. Ma quel Joker psicotico non è, in realtà – più in generale, tolte definizioni affrettate, è uno psicopatico: uno cioè che ha disturbi a livello mentale, ma non tali da poter essere diagnosticati in modo preciso, rigido; e in buona sostanza “borderline“. Disturbi quindi che stanno sul confine tra normalità socialmente percepita e devianza. Mi pare opportuno, a suggello di questa notazione, riportare le parole dello stesso Luthor, condivisibili o meno che siano (di certo non lo sono quelle sull’impossibile contemporaneità, in Dio, di bontà ed onnipotenza: siamo ai fondamentali di teologia, accidenti, e questa è una minchiata storica, ma pur sempre solenne minchiata. Anche i cervelli affilati sbagliano, anzi soprattutto loro):

Lois: “Lei è uno psicopatico!”.
Lex: “Cinque sillabe valide per ogni pensiero inadatto a menti ristrette”.

“Alfred, aggiornami sul livello di trucidume raggiunto!”

Bat v Sup è trucido quanto basta per deliziare palati raffinati come quello di Sandro, carissimo amico al quale più che consigliarlo lo prescrivo.
Abbiamo tutto l’occorrente: un Batman (temporaneamente) corazzato con tanto di occhi digitali azzurri tipo robot, roba che Emiglio si muoveva meglio – lo giuro, la rima non è stata premeditata. E’ grosso, è burino, e ci piace (ma il dettaglio trucido-chic da urlo è che sotto la corazza quella sua tuta grigia aderente gli disegna un culo della madonna. L’ho detto. E lo ripeto: culo-della-madonna, senza riferimenti né offese alla Santa Vergine, s’intende).
Pure la voce che gli han dato da… “travestito”, ehm: una cosa maschia, ma non nel senso di virile: più nel senso di un cinquantenne accanito fumatore che impiega il suo tempo a farsi le pippe in linea con una chatline erotica, a tarda notte. Brrr! Very trash, indeed.
Ma proseguiamo il nostro tour anatomico.
Kent è più sobrio, con un tocco di charme: bagnetto vestito con tanto di scarpe per baciare la sua bella, immersa nella vasca, con trasporto, e quel gesto fuori camera di levarsi gli occhiali da giornalistino e gettarli via, per poi inondarli d’acqua trasbordante – rilevo ovunque simbolismi sessuali a pioggia, e poi dicono che è cinema d’intrattenimento. Comunque, per la cronaca, wow. Vado a riempire la vasca… non pago, lo rivediamo subito dopo in cucina con solo un asciugamano legato in vita (le coronarie delle spettatrici sentitamente ringraziano): guarda il tg. Un frame di inquadramento del viso, lievemente concerned, poi TAAAC!, stacco sul torace che manco un quarto di bue appeso al macello. A scanso di equivoci: tutte le donne qui presenti AMANO i quarti di bue. Appesi, sdraiati, per cortesia nudi grazie; datecene ancora. Ancora, ancora, non limitarti, produttore!
Ma, c’è un ma.
In tanto ben di Dio, e giuro solennemente (ragni serpenti scorpioni e zanzare, se dico il falso ch’io possa crepare) non lo dico perché Batman è il mio preferito, Clark deve stare sereno ed accettare il fato: avrà anche una tartaruga TOP, ma se volete la prova che Dio esiste (e non è un kryptoniano) guardate, osservate, ammirate e rimirate il dannatissimo celestiale – il diavolo se lo porti – TRATTO ILIACO di Wayne. Sì, quella scena lì, quando si solleva trascinandosi legato sulle caviglie un “tombino”. Sì, quella con i pettorali illuminati quel breve secondo giusto per assetare chi guarda, così tesi che t’aspetti da un momento all’altro di sentire uno STRAAAPP.
Nunc dimittis, la Tua serva è felice e sente di poter spirare in pace. Amen.

Immagine

Se pensate che passata la febbre (balle, a me non è affatto ancora passata) le scene di lotta scivolino inosservate agli occhi infuocati delle donzelle, sbagliate.
Abbiamo, in crescendo:
Batman che sacagna un magnaccia;
Superman che fa punching-ball con Doomsday nello spazio;
Batman che in una visione disfa dei guerriglieri devoti a Superman nel deserto (ma non prevale, ahi);
Batman che smantella una falange di russi armati ed attapirati (l’uomo russo è attapirato per vocazione: scoprilo qui);
Superman incrudelito e straincazzato che nella stessa visione di cui sopra sfonda un Batsy appeso come un salame e gelatinoso di paura;
Batman che dà legnate su legnate a Superman e Superman che lo usa come martello per demolire pareti da ristrutturare;
e Doomsday, vabbeh… Doomsday non fa lo stesso effetto testosteronico, ma è comunque un “Oh, merda” (cit.).
Volendo essere estremamente sintetica, una contraddizione in termini dentro questo post, possiamo dire che dopo la prima tranquilla oretta Snyder non fa particolare economia di

vviulenzaaaah!


Feelings, nothing more than feelings

Adesso pausa, ragazzi.
Mettete sul fuoco caffè o thè, tirate fuori dal frigo birra o latte al cioccolato; e respirate.
C’è qualche ulteriore cosetta che vorrei raccontare, e se siete ancora con me, vi devo una tappa defatigante. Così poi lanciamo il ❤ oltre l’ostacolo e parliamo di

ammmore

Sì. Esso. Se la cosa punge il vostro orgoglio di persone che non devono chiedere mai, è legittimo. Chiudete la porta uscendo, grazie.
Innanzitutto una faccenda seria.
Ho letto in rete che è nato, bontà del Cielo, un affair Martha tra i seguaci dei nostri valorosi. Si tratta di questo: nel momento in cui (ricordate l’avviso spoiler?) Batman sta per infilzare Superman come uno spiedino con l’arpione armato di kryptonite, quest’ultimo si mette a biascicare che così stanno facendo il gioco di Luthor e che Martha, appunto, è in pericolo. Salvala, dice al pipistrellozzo. Martha altri non è che la madre di Superman, rapita dai russi attapirati e in procinto di diventare un arrosticino su mandato di Luthor. Il punto è che mentre il fanciullino dal ciuffo sbarazzino nomina sua madre, Batman si blocca con l’arpione a mezz’aria e la bocca aperta (volle il Cielo che non gli cascasse del tutto la mascella, di Ridge Forrester ce n’è uno e tutti gli altri son nessuno). Perché, udite udite, anche la madre di Wayne si chiamava Martha.
Colpo di scena! Crisi emotiva! Conversione flash (che pure c’entra, dopotutto) e repentino riallineamento del pipistrello tra i legali buoni a fianco del  man in blue.
Molti se ne son lamentati: MACCOSA, dicono, eravate tutti impegnati a sbriciolarvi a vicenda, e nel giro d’un secondo cambia tutto perché vi è venuta nostalgia della mamma?!
Rispondo: sì, porco Luthor. Sì, perché “la signora del cuore di ogni bambino è la sua mamma” (cit. Lex). Sì, checcèddimale?
Le Martha del resto sono come il prezzemolo, tutto concorre a formare un quadro che rende nient’affatto fuori luogo l’esito sentimentale.
Il flashback iniziale di Bruce. Il consiglio d’oro dato a Clark davanti alla fattoria. Wayne che ripetutamente si siede davanti alla sua tomba – inquadratura mobile sul nome. Kent che ne parla in montagna, in una visione-ricordo del padre defunto che afferma: “Lei era tutto il mio mondo” – espressione ripresa pari pari dal figlio nell’ipotetico futuro in cui dà fuori di matto per non averla salvata. I pizzini – “Hai lasciato morire la tua famiglia!”. L’accenno di Luthor, appunto, che la sfrutta per far leva sulla sua vittima. E infine…
… non so quanti l’abbiano notato. Io l’ho captato soltanto la seconda volta, son rimasta di stucco ed ho fatto rewind per sincerarmene, ma sì: era lì. Durante la lunga sequenza di lotta di cui parlavo, quella in cui Sup rischia di finire spiedino, alle spalle di Bat a un certo punto compare una colonna. E graziarcazz, direte voi, si trovano in una sala piena di colonne… okay, ma che c’è scritto sulla colonna (o è un pilastro, non ricordo mai quale dei due)? Che c’è scritto, eh? Ve lo dico io. C’è scritto, in maiuscolo, in blu!, tra gli altri “graffiti”:

MOM

E con questo abbiamo segato tutti i rompicoglioni che “Ah ma che cazzata gli dice il nome di sua mamma e quello si scioglie”. Duri di cuore, non erediterete il regno dei cieli.

Altro discorso – e qui scendiamo nei bassifondi, colorati caramellosi ed appiccicosi – per il Fattore Coppia. [Musica romantica ON].
Intanto, Lois & Clark together are beautiful. Bene, benissimo.
Ma (primo ma) ribadisco che, se il Bruce bambino (al funerale) ha quei boccoli assurdi da Piccolo Lord, Superman non rinuncia mai alla sua ciocca tirabaci che sguscia via dal capello liscio e ordinato (chiamasi: leccata di mucca). Per me, questo è un chiaro e non casuale indizio. Indizio di cosa, ve lo spiego tra poco, ma scommetto che avete indovinato prima che finissi la frase perché siete lettori sgamati.
Lois e Clark, insomma. Ovvero: il campanello ed il cane (di Pavlov). Per Clark, e per Superman, che è lo stesso, Lois (il suo nome, la sua voce, il rumore che fa cercando di uscire da sotto i lastroni che la intrappolano sott’acqua, qualsiasi ding! che gliela imponga alla mente) funziona come il campanello per i cani di Pavlov.
Lui spalanca gli occhietti, drizza le orecchie, e sbava. E poi va, vola, e la salva. Bum!
Se questo non è tossicodipendenza amore…!

trasferimento (3).jpg

(Momenti epocali. Uguagliati solo dall’aria lacrimosa da Labrador còlto con le zampe nei croccantini, a orecchie basse, che mette su Batman quando, prima della battaglia finale con Doomsday, Superman gli chiede se ha recuperato l’arpione. E lui: “Ho avuto da fare [scusa, padroncino!]”. A seguire, attimo imbarazzante all’exploit vigoroso di WonderWoman – “Non è la prima volta che uccido qualcosa di non umano“, dice lei. I due fanciulli si guardano, e… “Lei è con te?“, chiede Sup. “… credevo fosse con te“, risponde Bat. Due sagome. Li adoro).
Ma dicevamo del Fattore Coppia.
In fact, Lois e Clark non sono l’unica coppia interessante, qui.
(Una prece per Wayne & Diana Prince: io voglio che restino così, né amanti né amici né altro, soltanto simili ed affiatati senza sforzo).
L’altra è la coppia Bruce e – INTERMEZZO: come scrivevo al buon Lapinsù,

‘sto film è roba da femmine, comunque.
E’ tutto guarda come sono fico / guarda come sono umile + violenza / muscoli da svenimento + facciamo la pace amico alieno & ti amo Lo pucci pucci.
Indecente proprio.

Così scrivendo scherzavo, ma mica troppo.
Il tono è sì giocoso ma – l’ho detto – secondo me c’è stato anche un minimo di attenzione, di scelta voluta, a particolari che potessero intrippare le donne. Che sono quelli citati: corpi da sballo, violenza (piace pure a noi, se è ben coreografata!), giochetti relazionali e tanti, tanti feelings. Che i maschietti magari manco se li son filati, ma noi sì.
– FINE INTERMEZla coppia fatale, per me, è quella Bruce / Clark. (Doh!).

trasferimento (19)

Non ho idea di quanti fra voi (quelli che non mi hanno sfanculato al primo paragrafo E che son giunti fin qui senza morire nell’attraversamento del Mediterraneo del post) conoscano, comprendano e magari addirittura amino far parte di un fandom, ed eventualmente scrivere fan-fiction – disegnare fanart, in questo caso di tipo omo (slash).
Per me è passione totale (e non sto ad elencare le altre millemila coppie da opere di ogni risma, son troppe e se comincio WordPress mi blocca l’account per sopraggiunti limiti di parole).
Due cose le lascio giù, però.
La prima è che, senza tediarvi oltre col perché e il percome, considero il fatto stesso d’essere una fangirl slash l’ulteriore controprova di essere nettamente sbilanciata verso l’eterosessualità. Diciamo pure che sto all’80% di attrazione verso i maschi vs. il 20% di attrazione per le donne. (Spero sia chiaro che non stiamo parlando meramente di sesso). E penso anche che ciò valga, in linea generale e al di là di percentuali puramente esemplificative, per la quasi totalità delle altre slash-writer.
Va da sé che se sento qualcuno dire che ci divertiamo a scrivere dell’amore tra due uomini perché in realtà quei due uomini vorremmo farceli entrambi, lo avvito nell’asfalto a colpi di mazza ferrata. C’è altro dietro, sempre a mio avviso, ma lasciamolo appunto dietro le quinte.
La seconda cosa: di tutti i possibili shipping omo ricavabili dal fandom di Batman, questo mi sembra indiscutibilmente il più “sano”. Sappiamo benissimo che nelle fogne di Gotham, oltre a Pinguino ed ai suoi accoliti, allignano una marea di cose sconce che non sono tali perché toccano il sesso, ma perché sono specchi di incidenti mentali gravi. Non parlo di problemi clinici, semplicemente del fatto che si incrociano – e si leggono, e si vedono – tante produzioni che generano puro malessere.
Lasciamole al loro destino e balliamo una macumba per tenerle lontane.
Ma sarà comunque utile tener presente che se per una Batman/Robin c’è forse il 15% di possibilità d’aver di fronte una cosa leggibile cioè che non stuzzichi appetiti strani, decente cioè valida e soprattutto carica di senso; per una BatJokes la probabilità sale, ma non esaltiamoci troppo – diciamo un 50%? -, tanto che persino LEGO Batman vi allude poco nascostamente; mentre è proprio con una SuperBat che possiamo sfangarla, e dimostrare all’universo mondo che slash è intelligente e slash è bello, cazzo (nomen omen).
In attesa dunque di reperire Justice League, onde – anche – capire meglio cos’ha da offrire questa coppia (anche se mi dicono che il film è malriuscito, ma poi vedremo), concludo – si fa per dire, non cantate Hallelujah, non ancora – con una… breve disamina di un piano sequenza che mi ha colpito.

[Crediateci o no, ho scritto l’intero post, compresa la parte che segue, in una nottata.
Che Hans Zimmer vegli sul sonno di recupero post – sabato sera di voi tutti].

Siamo al finale, Doomsday è stato liquidato dal povero Superman che adesso giace a terra col petto squarciato. (Soffro, lo rivoglio indietro, e fortunatamente così sarà).
Fotografie – orrende, perché ho usato la telecamera dello smartphone di notte per screenshottare; oppure trovate in rete, imperfette, ma sufficienti a dare un’idea.

Originale
La IMAX scorre riprendendo un’inquadratura dall’alto, in avvicinamento al corpo del (fu) uomo d’acciaio. Corpo costruito ma snello, inguainato in un tessuto traslucido, (s)composto in una posa sommamente plastica ed elegante: le braccia distese, una mano che morbidamente cade di lato come fosse d’un dormiente. Una gamba slanciata in avanti e l’altra piegata verso l’interno, quasi un passo di danza, una volée.
Ed il capo reclinato di lato. In attesa di una carezza, che non si fa aspettare.
Ci avviciniamo ancora, ma cauti, rispettosi. E lo vediamo meglio.
Non è un uomo e non è un dio, non è una conclusione insoddisfacente o una potatura necessaria. E’ invece bellezza. La bellezza seducente, giovane e luminifera di un fanciullo caravaggesco, calor bianco ultramondano che emerge tridimensionalmente da un fondo oscuro ma non piatto, tappezzato da profondità d’ombre.
Al suo fianco lei, virgen dolorosa piena di grazia soffusa, a reggergli la mano, palmo vòlto in alto, con la delicatezza di chi regge un calice prezioso. Vuoto.
Risalendo in lenta fuga nei cieli silenziosi nel loro lutto, tutto precipita nel nero, all’infuori di poche macchie d’aurora incipiente: il marmo rosa di un viso d’uomo ed il chiarore al neon della camicia d’una donna, la sua donna. Dissolvenza.

da video

Pappa Buona (ovvero: altri post sul film da blog che spaccano)

Teaser emotivo non recensivo on Kasabake
BvS on Per un pugno di cazzotti
BvS on Matavitatau (scorrete il post fino in fondo)
BvS on Lapinsù
Bvs on Alcolisti Cinefili
Bvs on Marotz

Materno

Il linguaggio eptapode, in quanto circolare, è materno.
Il tunnel dell’astronave attraverso il quale avviene il contatto tra umani e alieni è, palesemente, un utero: intimo, accogliente (posso capire che il regista ed il direttore della fotografia stessi usino per esso aggettivi ben diversi, come “ignoto” e “minaccioso”, nonostante dimostrino di comprendere il film che hanno prodotto: sono, in ogni caso, uomini).
Le (uniche, due) protagoniste sono una madre ed una figlia.
In Arrival (qui una pagina per chi fosse interessato ad una classica, bella recensione), seconda lama a spaccarmi il cuore in questa seconda fase di lutto,  ci siamo io e mia madre. Io e mia madre che facciamo naso-naso. Io e mia madre che non sappiamo comunicare, ma lo facciamo ugualmente, in modi che crediamo di saper maneggiare e invece no. Ci siamo noi dentro ed oltre il tempo, non prive di traumi, ma sazie di cure.
C’è la nostra malattia (molto) rara, come (molto) rara è quella di Hannah.

Non ho il potere di conoscere il futuro per immagini.
Ma conosco la sola cosa che importa, la risposta: se vedessi, se sapessi in anticipo, accetteresti la tua vita così com’è?
Faresti nascere un figlio che sai malato, inguaribile, della cui storia conosci l’esito?
Oppure:
Accetteresti tua madre così com’è – guasta, diversa, distante, aliena?
Sì.
A questa domanda esistenziale, che Arrival suscita e rappresenta con incredibile lucidità e una travolgente capacità di dire l’umano meritevole di un capitolo a sé, conosco la risposta perché da sempre me la pongo – e infine, morto mio padre, desiderato mille volte che la sua sorte fosse toccata invece a mia madre, lei sbagliatache sbagliata mi ha formata nel seno, ho visto che non poteva essere altrimenti.
“Beato chi, pur non avendo visto, crederà”: io, però, ho visto.
E’ una delle fondamentali della questione aborto; che spazza via morale, paura, calcolo, buonsenso, statistica, desiderio ed ogni altra cosa.
Se hai visto, se hai percepito, se sei entrato in contatto col feto, comunque tu lo consideri a livello intellettuale e qualunque sia la tua posizione nel dibattito pubblico, tu conosci.
Immaginare un bivio, una scelta, un’opzione binaria (vita / morte; padre / madre; accogliere / disconoscere) non è come averla toccata. Vissuta. Esserne stati trasformati.
Io conosco, e non posso più rifiutare per ambire ad essere altro, ad aver avuto altro: posso elaborare, soffrire, produrre fantasmi in universi collaterali al mio che, tuttavia, sono già il mio universo; e dunque nulla è nuovo, nulla fuori dal cerchio.
Forse, dopotutto, Louise non ha affatto scelto. Louise ha “aderito” al proprio guscio, alla propria storia; e pur conservando la libertà non disponeva di opzioni differenti se non: 1 o 0, essere o nulla.
Ciao, Mamma. Ti voglio bene.
[due colpi a pugno chiuso sul cuore, due sulla guancia].

 

Lo stesso amore

Il nuovo spot pubblicitario dedicato all’8×1000 alla Chiesa Cattolica, trasmesso poco fa sul primo canale Rai, recita così:

“[…] C’è un paese dove per entrare basta essere umani.
C’è un paese che offre a una giovane mamma emigrata,
e a una giovane mamma italiana, lo stesso amore”.

Mi corre l’obbligo di precisare che un simile messaggio non corrisponde, ahinoi, alla dottrina della Chiesa; o se preferite un’espressione più elementare e chiara: altera (per non dire stravolge) l’insegnamento cristiano e lo piega ad una propaganda politica che gli è estranea.
Nello specifico:

1. Il cristiano è non solo libero di, ma anche tenuto a occuparsi di politica – in senso lato e pure stretto: del vivere civile sempre e, se necessario e desiderato, dell’azione diretta e personale in tale ambito. Non entro nel discorso delle presunte ingerenze della Chiesa negli affari di Stato, che reputo insensato.
Detto ciò, la partecipazione del singolo alla vita civile implica che ciascuno confronti quanto il proprio stato gli richiede ed impone, con quanto è invece richiesto da una vita di fede conforme al Vangelo. Implica altresì che le esigenze del Vangelo, quando non conciliabili con quelle del potere temporale, prevalgano su queste ultime.
Ma – nota bene – casi di questo tipo sono molto meno frequenti di quanto si possa immaginare, per quanto mi consta. Sono insomma eccezioni: in linea generale, vale e funziona egregiamente il Date a Cesare quel che è di Cesare. E no, non si intende con ciò il mero pagare le tasse, ma piuttosto il riconoscere l’operato dello stato come necessario e legittimo, non contrario di per sé ai dettami religiosi.
Non siamo del mondo ma siamo nel mondo: ed esso ha le proprie norme. Rifiutarle in blocco come inutili o ingiuste è spiritualismo da quattro soldi – non cristiano.
Di conseguenza, confondendo (volutamente?) il piano caritatevole con quello legale, un’affermazione nella quale si sottintende che nessuno può essere escluso lecitamente dal godimento di determinati benefici pubblici (e se lo è, Stato cattivo, intervengono i volontari buoni a sistemare le cose) è un’ingannevole moneta falsa (cfr. CCC 2242):

Art. 2242 CCC

2. La carità di Cristo è rivolta a tutti gli uomini, anche a coloro che la rifiutano e la negano. Ma la carità di Cristo non è assimilabile all’amore umano.
Ribadisce l’uguale dignità di ogni creatura, anche la più odiosa e sozza, davanti a Lui – non stabilisce pari diritti, pari opportunità, nulla di dovuto. Richiede anzi, per poter agire in noi, che noi “si vada e non si pecchi più”: presuppone di rinunciare non tanto ai beni materiali (asilo politico e cittadinanza compresi…) in sé, quanto alla pretesa che qualcosa, qualsivoglia cosa questo mondo offra, anche la più banale, la più misera, la più necessaria al sostentamento ci spetti al di là di ogni dubbio – ad ogni costo.
Certo è una condizione pesante.
Non a caso senza la Sua grazia sarebbe impensabile anche muovere un passo in tal senso.
E’, però, un dato che sconfessa la pretesa (appunto) che ogni emigrante – a prescindere dalla situazione in cui versa, dalla correttezza con la quale avanza una domanda d’asilo, e dall’effettiva possibilità dello stato potenziale ospite di farsene carico – sia da accogliere in quanto bisognoso, per non tradire altrimenti il Vangelo (cfr. CCC 2241):

Art. 2241 CCC

3. Collateralmente, vale la pena ricordare che i “poveri” evangelici non sono – non soltanto e non necessariamente – i poveri vestiti di stracci e sbarcati da un gommone. Si legga, ad esempio, Lugaresi: I, II, III.