“I had a bad day”.

Sì, sto continuando a leggere roba su Joker, qualche commento cinematografico ma soprattutto, e sempre più diffuse, analisi più e meno approfondite a livello psicologico, psichiatrico, psicoanalitico.
Io stessa – che sono interessata per piacere intellettuale a questi ambiti, e coinvolta personalmente in diverse delle questioni trattate dal film e dai blogger – mi sono allegramente consegnata ad un’orgia di autoanalisi “andante con brio”.
Se un tempo, pur essendomi assolutamente necessaria, l’autoanalisi mi scaricava addosso angoscia, oggi (da parecchi anni) non è più così: è uno strumento di sollievo, di ordine e di consolazione; dato che raramente riesco ad avere un confronto costruttivo sul funzionamento e sulle problematiche della mia psiche con qualcuno – chiunque sia.
Come sa chi mi segue dall’inizio, cioè dal gennaio di quest’anno, mi è capitato di sfogarmi, o raccontare un po’ di fatti miei, qui sul blog, ma in misura contenuta, e talvolta “poetizzandoli”. Ci sta, lo faccio scientemente – non è un impulso irresistibile.
Ma il blog non è nato per questo, né come diario né come autoterapia.
Non si spaventi nessuno perciò se occasionalmente, e in questo periodo di più, tiro fuori argomenti pesanti. Al limite, skippateli. Ma adesso lasciatemi dire ancora due cosette su ‘sto benedetto pagliaccio…

… punto primo: sì, d’accordo, ha avuto una brutta giornata. Anzi, ha avuto una serie di brutte giornate, quelle che vediamo nel film. Ma prima di dire che anche un intero mese di brutte giornate non basta a giustificare l’omicidio, prima di sostenere con gli opinionisti televisivi – scovati dai direttori di rete in omaggio nei pacchetti di patatine – che il raptus non esiste, raccogliete un po’ di mastice e tappatevi la bocca.
Lo sappiamo tutti che il concetto di raptus è abusato, ed utilizzato di frequente come scorciatoia giuridica per arrivare a chiedere l’infermità mentale, quando invece l’imputato è un misero stronzo ed il suo avvocato uno squalo.
Ma decidere che non esiste, che è un fake scientifico, è come dire che la pubblica amministrazione è un’organizzazione mafiosa. Tout court: non che la corruzione ne è una forma deviata, ma che la natura stessa della PA è mafiosa. Entiendes?
La famosa “brutta giornata” al termine della quale arrivi ad ammazzare qualcuno – per rabbia, per insofferenza, per disperazione – è solo la ciliegina sulla panna montata di molte brutte giornate, a loro volta adagiate su una torta che è un’esistenza intera di brutte giornate, di dolore, di fatica, di traumi.
E’ talmente elementare che, quando sento i suddetti opinionisti negare la possibilità di un raptus esplosivo (ma da tempo non li frequento più, quei deficienti) mi vien quasi da ridere a crepapelle, anziché incazzarmi.

Ve ne racconto solo un paio.
L’ultimo periodo di convivenza con mia madre (sì, anch’io convivevo con mia madre malata e per me il momento più difficile da sopportare del film è stato quello in cui si vede Penny all’ospedale), l’ultimo periodo è stato sereno, anzi: felice. E ce ne sono stati molti altri, certo.
Ma c’è stato anche un litigio al termine del quale, seppure involontariamente, le ho rotto un femore: ero stata spinta all’angolo, mi era stata tolta l’aria e la possibilità di replica, al punto che potevo o implodere e soccombere – potenzialmente, avere un crollo psichico – o ribellarmi. La mia fortuna è stata, fra le altre, aver sempre avuto la tendenza a ribellarmi e buttar fuori la rabbia anziché subire e reprimermi.
C’è stato un periodo in cui, nei sogni notturni, più volte mia madre l’ho strangolata; provando un sollievo e un senso di riscatto enormi.
C’è stata una notte in cui ero arrivata al limite, e una volta spentosi l’ennesimo conflitto, mentre lei era già a letto, mi sono seduta sul terrazzo e ho valutato con molta concretezza l’opportunità di rientrare, aprire le valvole del gas sul piano cottura e mettermi a dormire – metterci a dormire, definitivamente.

E sto parlando soltanto degli ultimi 8 anni.
Prima, è venuto altro, non meno pesante e difficile.
Potrei parlare per ore, in alcune occasioni con le persone giuste l’ho fatto, di come mi sia stato possibile sopravvivere e non perdermi – perché, di fatto, sono una sopravvissuta; e in più di un senso: psicologicamente al mio passato, fisicamente ad una famiglia intera, persa per malattia ed incidenti.
Tralascio il come, vi lascio con un ribadito dato di fatto: ho avuto un’esistenza che avrebbe potuto disintegrarmi del tutto, ma sono sopravvissuta. E’ possibile, dunque. Ma non è un regalo che tocca a chiunque, c’è in questo molta casualità. E chi ce la fa a superarla, chi riesce in qualche modo a limitare i danni, di danni comunque ne fa: ma a noi strambi esseri umani piace ululare alla luna perché Joker troviamo sia un film diseducativo, e poche ore appresso ci sediamo comodi davanti a La vita in diretta a speculare sull’ennesimo omicidio-suicidio, sull’ennesima famiglia distrutta, sulla tragedia del giorno con contorno di vicini di casa che in coro affermano: ‘era una persona buona, sempre allegra’.

Di clown, gatti ciechi ed Humphrey Bogart

in Pet Sematary King riflette, attraverso il personaggio di Lou Creed, sull’opportunità di mettere i propri figli a parte del Grande Segreto: il sesso, e ancor più la morte, in un’età che preceda quella “della ragione”.
Non esiste genitore che non se lo domandi, quali siano il momento ed il modo migliori per far conoscere le due verità nascoste a quelle creature che grazie ad esse sono nate, e a causa di esse andranno inesorabilmente incontro alla fine.
Meno persone, molte meno, soprattutto meno genitori si domandano se una simile grave scelta, carica delle sue conseguenze, si debba applicare anche alla verità sulla – alla realtà della – follia. E della paura (sono sorelle).
Mi ha stupito leggere, in un’intervista a Burton su un numero di Vanity Fair di aprile che ho scroccato in ospedale, che il suo Batman – il secondo direi, Il ritorno, che ho da poco visto sul Canale 20, nel quale compare Pinguino – è stato classificato come vietato ai minori. “I ragazzi non hanno paura di un mostro come Pinguino” ha risposto lui nell’intervista originale su Interview – “Sai di cosa hanno paura? Dei colpi che i genitori danno contro i mobili quando, la notte, rientrano a casa ubriachi”.
.
.
Beh, mio padre non ha mai bevuto. Ha avuto i suoi casini, come tutti, ma non mi ha mai fatto paura – al contrario, è stato ed è la mia roccia. La mia sicurezza più grande, forse unica, in anni di totale sbandamento.
Mai avuto paura di lui dunque, ma in alcune occasioni ho avuto paura della sua paura.
Per esempio, grande sovrana di tutte le altre, la paura della follia: non di incontrarla, nel suo caso, ma primariamente di subirla. Di impazzire insomma.
Ora non ditemi che è cosa comune, di tutti: “tutti”, in genere, la ignorano o la scacciano. E questo non è aver paura; è rendersi duri come sassi, puliti come ossa ripassate dal vento e vuoti come conchiglie che risuonano solo di ciò che il proprio ambiente racconta.
(La follia per altro ha un suo status speciale, ben distinto seppure burocraticamente lo incroci da quello di un disabile motorio, o persino con ritardo mentale. E forse non ci crederete, ma non ho ancora trovato un solo psichiatra che capisse la cosa più ovvia, cioè che il meccanismo stritolante della psichiatria fa molta, molta più paura, e legittimamente, dei mostri nascosti nell’armadio o delle voci dentro la testa).
C’è stata la faccenda, abbastanza breve, della tricotillomania.
Non ricordo l’età esatta, ma andavo alle elementari – probabilmente si trattava degli ultimi due anni, quando la malattia (rara, neuromuscolare) di mio fratello aveva appena avuto il suo esordio e, come dire, ne ero vagamente provata. Già occupata a trattare ogni giorno un armistizio con i miei personali problemi, la cosa ha fatto traboccare il proverbiale vaso e per scaricare la tensione mi son messa ad arrotolare, involontariamente annodare e poi – per forza – strappare intere ciocche di capelli.
Mio padre bum!, anche capelli a parte, con la sua sensibilità ultrafina che accidenti a lui m’ha trasmesso, capiva che stavo prendendo una brutta china e s’è scantato – per dirla alla siciliana. Non capiva però, o comunque non riusciva ad aggrapparsi all’idea, che era un fatto normale. Anzi, era il meglio che potessi fare e farmi: tormentarsi i capelli, così come altre amene soluzioni, non è che un modo per esternare l’angoscia e liberarsene. Un banale meccanismo di difesa. Tra questo e l’implosione psicologica, voi cosa scegliereste?
Fatto sta che una sera è sbottato, e mi son beccata una lavata di capo (aha) e – peggio – l’ho visto strappare in due un libro-game a tema fantasmatico che avevo appena fatto comprare al supermercato a mia mamma (ero al settimo cielo: un libro-game tutto mio, che non avrei dovuto chiedere in prestito un mese sì e l’altro pure alla biblioteca!). Naturalmente, temeva – e me l’ha detto chiaro – che la mia “fissazione” per fantasmi e roba horror in generale mi danneggiasse. Idea sbagliata, ma comprensibile (papà, ti perdono, e se solo avessi potuto far di più per te…).
Vorrei che prima di passare alla riga successiva, o di chiudere la pagina su questo post, immaginaste: strappare un libro di almeno una cinquantina di pagine belle solide tenute unite, strapparlo in due per il verso della larghezza sì, ma a mani nude. Scommetto che manco ci riuscireste. E’ roba da furia ribollente, da terrore accecante.
Poi, certo, quell’altra faccenda. Un po’ imbarazzante, ma la taglio corta.
Va bene che siamo nati in un’epoca in cui api e fiori avevan già fatto il loro tempo, e non s’arrivava al primo ciclo di mestruazioni totalmente ignare di quanto, almeno a noi donzelle, sarebbe avvenuto. Eppure con il menarca ho avuto un piccolo trauma, e non perché fossi impreparata. Lo era mio padre, di nuovo, che non so quanto ci avesse ragionato in precedenza, ma nel più completo black-out della razionalità ha collegato il mio sangue a quello che seppure in tutt’altro modo ha caratterizzato gli anni iniziali dell’emersione della schizofrenia in mia zia – sua sorella. E via la brocca, alè. L’ha recuperata presto, ma per un’ora ho avuto davanti una persona estremamente trasformata. Non a me sconosciuta, ma piuttosto ferina…
.
.
… a questo punto, chissà se qualcuno si ricorderà ancora del titolo e si chiederà cosa c’entrino con tutto questo clown, gatti e soprattutto il buon vecchio Bogart.
Innanzitutto, non penso di dover spiegare a nessuno cosa sia la coulrofobia – orribile termine! -, e potrei ma non mi va di discettare sulla reazione a figure simil-umane e sulla devitalizzazione nel test di Rorschach – bellissimo strumento! Immagino anche che fra voi si nascondano numerosi “estimatori” dei brividi da spina dorsale ghiacciata a causa di Pennywise e dei suoi fratellini minori.
Tanto perché devo sempre fare cose stupide, lessi It all’alba dei miei dieci anni, sempre con la schiena appiccicata al letto e lo sguardo che scattava spesso alla porta della camera, così, nel caso dovesse all’improvviso profilarsi qualche ombra estranea.
(E sopra il copriletto, tanto per gradire, era stampato il disegno di un Pierrot. Un essere maligno come pochi. Altro che libri di fantasmi, caro papà, tu non sapevi e non hai mai saputo che a terrorizzarmi erano piuttosto il pierrot che mi spiava dal copriletto, la mia stessa fotografia ingrandita appesa sopra la testata – mi fissavo sugli occhi, li vedevo diventare neri e piccoli e cattivi e se ero abbastanza sfasata, mi pareva persino che si muovessero in su e in giù. Oh e, certo, mi terrorizzava anche Humphrey. Adorabile di giorno, ma avercelo di fronte la notte, nella penombra del corridoio, che mi fissava dal fustino del detersivo non m’ha fatto crescere troppo a mio agio).
Così dei clown s’è detto, ma non sarebbe una rassegna onesta se omettessi che un clown – non Pennywise – me lo sognavo regolarmente. Mi inseguiva caracollando dietro a mia mamma, sulla cui spalla mi raggomitolavo tipo sacco di patate, che in piena notte mi veniva a riprendere all’asilo. E  dalla spalla lo osservavo mentre ci seguiva: e sempre lo associavo ad un certo strano pizzicorino sulla pelle, tipo quello della lana pura.
.
.
I gatti, in maggioranza ciechi da almeno un occhio e palesemente infetti, sono invece quelli che circolavano da padroni assoluti nel cortile e in alcuni corridoi del manicomio (e spero non vi aspettiate che lo chiami “ospedale psichiatrico”), il primo in cui mia zia è stata ricoverata – cioè: il primo che ho visto io. La roba degli anni ’60 l’ho schivata, ma tanto i racconti di famiglia han fatto il loro sporco e orrendo dovere.
Oltre ai gatti, agli inservienti con l’aria più sbandata dei pazienti ed alla Grande Donna Nuda che faceva le sue scorribande nei corridoi inseguita dai suddetti inservienti (e sì, come suggerisce il nome era completamente nuda, e grassa, e raccapricciante); oltre che da loro la compagine di amici era composta da: persone-che-sbavavano, persone-che-urlavano, persone-che-ti-si-avvicinavano-troppo, persone-con-lo-sguardo-fisso-nel-vuoto e persone-con-lo-sguardo-fisso-e-penetrante-su-di-te. Spesso e volentieri, avevano tutte queste caratteristiche insieme, nonché l’immancabile sigaretta.
(Le poche, rilevanti eccezioni di matti “gestibili” e “piacevoli”, coi quali ho instaurato persino un rapporto di affetto, sono nate molto più tardi).
Non può sorprendere che nell’arco della mia vita abbia poi dato fondo ad antropomorfizzazioni, pensiero magico, allucinosi, scissione, derealizzazione e dissociazione. L’età da marito – l’età più propizia ad una fioritura schizofrenica – l’ho passata, e la familiarità per questo tipo di “malessere” è nel mio caso contenuta, se non addirittura esile. Ma la paura non lo è.
(Anche questo gli psichiatri non capiscono, povere teste di legno: che se per una sindrome si può parlare di familiarità, ma non di ereditarietà, ciò non la rende meno possibile o pericolosa. Che la pazzia è sì terribile e strana, ma è anche enormemente affascinante, attrattiva; ed è proprio vero che è come la gravità: basta solo una piccola spinta. Potrai anche avere solo occasionali e rari episodi psicotici di lieve entità, ma se li hai precisamente normale non sei. Piccolo e infrattato tra le circonvoluzioni del cervello, hai un marchio. “Loro”, gli psichiatri, sullo stigma sociale organizzano fior di convegni – ma di quello interiore che sta sempre lì a ricordarti che tutto può andare a ramengo in un solo rapidissimo attimo nulla sanno).
.
.
Cosa volevo dire con tutto questo non lo so più, oppure non l’ho saputo mai.
Però, dopo aver nascosto per tre mesi ai miei compagni di corso nel 2009 che mio fratello era appena morto, è bastato un accenno durante una lezione al TSO che ho mollato le cataratte e vomitato fuori tutta la depressione e lo schifo e la disperazione provati quando è toccato a lui essere legato, forzato, portato via, ucciso come individuo.
O quando una volta in struttura mio cugino, con noi lì attorno, gli ha rasato i capelli – non ricordo perché servisse – in una doccia da caserma o da carcere, col telefono in alto, le piastrelle verdi ed una luce debole quasi morente che non illuminava niente. Lagern docent.
Forse esprimere il dolore o la paura non risolve tutto, a volte persino complica le cose.
A ciascuno il suo, tuttavia: io ho trascorso davvero troppo tempo a razionalizzare, negare e scappare; posso affermare con cognizione di causa che mi è stato necessario, ma non è una scelta adatta al lungo termine ed alla vita.
Ed io la vita, la salute – la sanità mentale – non le disprezzo; anche se per apprezzarle in maniera adeguata, profondamente, ho avuto bisogno di tempo. (Humphrey invece no, pare non ce l’abbia mai fatta: con quello sguardo un po’ così, da eterno sconfitto…).

Carnet (Aprile 2019)

Libri letti:

!35. Manifesto dei conservatori – Roger Scruton
Di formazione Scruton è filosofo, ed è in questa ottica che presenta gli argomenti a favore del conservatorismo, previa definizione dello stesso. Il perno attorno al quale si sostengono tutti gli altri, comunque, mi pare sia individuabile nel concetto di fedeltà ai valori locali.
E’ stato un piacere, dopo tanta politica da salotto se non da bar, leggere un testo ideologico nel miglior senso del termine, un “manifesto” ideale e non meramente programmatico.
36. 333 euro in più al mese – Andrea Benedet
!37. 1001 consigli per risparmiare – Antonio Scuglia, Pino Staffa
Preciso ed esauriente, non promette miracoli ma veicola buonsenso. Casomai vi facesse comodo, tra i mille(euno) titoli disponibili.
Addio, Columbus – Philip Roth [interrotto]
38. Quaderno d’esercizi per liberarsi delle cose inutili – Alice Le Guiffant, Laurence Paré
39. Sappiamo cosa vuoi: Chi, come e perché ci manipola la mente – Martin Howard
!40. L’uomo dei dadi – Luke Rheinhart [interrotto e finito a pezzi]
41. Notti magiche: atlante sentimentale degli anni Novanta
– Errico Buonanno, Luca Mastrantonio
Caruccio, ben pensati i testi; ma nulla di strepitoso. Nostalgia canaglia, comunque.
42. Neuroshopping. Come e perché acquistiamo – Gianpiero Lugli
!43. Neuroeconomia. Come il cervello fa i nostri interessi – Sacha Gironde
Elegante, rigoroso e accessibile al largo pubblico. 
Non condivido le – rare, rispettose – conclusioni sulla questione etica sollevata dall’esercizio della disciplina in questione; tuttavia esse non vanno a scalfire la qualità del lavoro.
44. Psicologia del consumatore – Nicolas Guéguen
Metodologicamente corretto, ma privo di un minimo d’approfondimento delle criticità degli studi scientifici del settore. Utile e chiaro, tuttavia, per avere una buona panoramica del campo d’indagine.
45. E le stelle stanno a guardare – Archibald Joseph Cronin [in corso]
46. Il corpo segreto – Vittorino Andreoli [interrotto e finito a pezzi]
Du’ cojoni. Un sacco pieno di nulla, ancorché scritto in un bel carattere. Ci son rimasta un tantino male, perché Andreoli l’avevo inquadrato come autore molto interessante, denso e approfondito, mentre qui naaaah. Uno dei pochi libri che ho comprato, da anni a questa parte, per lo meno ultra-scontato (in un outlet librario: che cosa triste).
47. La libertà di andare dove voglio – Rheinhold Messner [in corso]
!48. Dentro e fuori Casapound – Emanuele Toscano, Daniele di Nunzio
!49. Il tennis come esperienza religiosa – David Foster Wallace
!50. Tennis, tv, trigonometria e tornado – David Foster Wallace
51. Lettere sul dolore – Emmanuel Mounier
A tratti, solo a tratti, significative; anche se prive di un apporto originale alla questione del dolore. Un’edizione (Rizzoli 1995, a cura di Rondoni) che m’è parsa disarticolata, monca. 
!52. Le cose – Georges Perec
La ricerca infruttuosa del benessere di due anime incoscienti di sè. 
Moderno ancora oggi nello stile con cui tratteggia la coppia protagonista ed il suo ambiente, interiore ed esteriore; utile per farsi domande nuove su un tema molto noto e talvolta abusato (l’abbondanza consumistica).

Film visti:

!49. Puerto Escondido – Gabriele Salvatores
Pensavo peggio (forse perché io e Salvatores non abbiamo proprio un feeling stratosferico). Invece è meglio.
!50. Il grande silenzio – Philip Gröning [documentario]
!51. Ammore e malavita – Manetti bros.
Un po’ lenta la partenza, e pazienza per la forma-musical (a volte anche riuscita, ma per lo più fuori posto). Detto questo, un film godibile, con un Giampaolo Morelli al suo meglio (chi lo conosce come Coliandro sappia che sa recitare anche la parte del reietto dal cuore di ghiaccio).
52. Non pensarci – Gianni Zanasi
!53. La cura dal benessere – Gore Verbinski
Spettacolare mix tra horror tradizionale, horror futuristico e favola morale – più un pretesto narrativo che una vera morale, effettivamente, ma nell’insieme ci sta.
!54. The nightcrawler (Lo sciacallo) – Dan Gilroy
Visivamente e concettualmente strepitoso.
Ho evitato a suo tempo di vedermelo insieme a mia madre – mai scelta fu più saggia -, ma ora che me lo sono concesso devo dire che è un pugno nello stomaco davvero squisito.
Umanamente orripilante e privo tuttavia di autocompiacimento: una risposta definitiva all’annosa diatriba sulla liceità di rappresentare personaggi e storie criminali, amorali e più o meno violente sullo schermo.

Carnet (Febbraio 2019)

In ritardo vado a pubblicare le listine mensili che ho saltato.
I punti esclamativi stanno ad indicare i migliori libri e film: quelli che consiglierei e anche quelli – più rari – che, pur non essendo eccellenti, hanno avuto importanza per me.

Libri letti:
15. Lo sguardo e il gusto – Patrizia Traverso
!16. Ti mangio con gli occhi – Ferdinando Scianna
Viaggio dalla Sicilia e ritorno dopo aver toccato alcune tappe intorno al mondo. La cucina, i prodotti, il rapporto con il cibo visti, fotografati e commentati: peccato per le molte foto in formato ridotto, poco godibili.
!17. Il dilemma dell’onnivoro – Michael Pollan
Geniale, equilibrato e intrigante. Analisi della fattoria industriale, della poli- ed erbicoltura e della… caccia e raccolta comparate, apprezzate o dissacrate. Educativo, ma si legge come un romanzo d’avventura.
!18. La dignità ai tempi di internet – Jaron Lanier
!19. Proust e il calamaro – Maryanne Wolf
Confesso che non ho capito il nesso con Proust. Anche se da qualche parte se n’è parlato.
Il saggio, comunque, è lodevole.

20. Guida alle case più stregate del mondo – Francesco Dimitri
21. Case stregate – Alison Rattle, Allison Vale
Sì, lo so. Pensate che mi sia bevuta il cervello. E’ che, passione atavica per il paranormale a parte, tra le tante opzioni per la mia abitazione futura ci sta anche questa: vabbeh che non siamo in Corea, però magari pure qui una casetta infestata / dell’impiccato / maledetta a prezzo scontato si troverà…!
!22. Tienilo acceso – Vera Gheno, Bruno Mastroianni
23. La psicologia di internet – Patricia Wallace
24. La gioia del riordino in cucina – Roberta Schira
25. Vivi semplice vivi meglio – Philippe Lahille
Il sale della vita – Pietro Leemann [sfogliato velocemente]
Manfrina vegana di scarsissima qualità.
!26. Il filtro (The filter bubble) – Eli Pariser

Film visti:
22. Il quarto tipo – Olatunde Osunsanmi
!23. Crossing over – Wayne Kramer
24. The informant! – Steven Soderbergh
25. Il mistero del falco – John Huston
26. L’ultimo esorcismo – Daniel Stamm
27. Nessuno si salva da solo – Sergio Castellitto
!28. L’imperatore del Nord – Robert Aldrich
29. In memoria di me – Saverio Costanzo
Mi è difficile formulare un giudizio su questo film. Non posso dire di aver còlto con sicurezza tutto ciò che voleva dire, o almeno trasmettere: ad ogni modo, l’ho trovato interessante ma soffocato e soffocante. Un po’ troppo. Certo, l’atmosfera è voluta, ma alla fine, dove vuole andare a parare Costanzo? Boh.
!30. American hustle – David O. Russell
!31. Fratellanza (Brotherhood) – Nicolo Donato
A volersi informare, mi sa che di nazistoidi gay è pieno il mondo. La storia però non è troppo calcata, e suggerisce qualche domanda ovvia ma pesante, cui solitamente sfuggiamo. Inoltre gli attori fanno bene il loro dovere (del resto, hanno solo obbedito agli ordini…).
!32. Tomboy – Céline Sciamma
Nel gioco del tiro alla fune, in questo film (bello, mai noioso, nonostante la difficoltà della tematica), non vincono né i fan del gender né i loro oppositori. Può anche darsi che la regista sia schierata, e forse basterebbe una ricerchina per appurarlo: ma perché rovinarsi un prodotto riuscito?
33. 40 Carati (Man on a ledge) – Asger Leth

Carnet (Gennaio 2019)

Per la serie faccio cose, vedo gente – ma anche: leggo libri, vedo film – ecco il primo elenco mensile di questo nuovo anno.
Lascio, davanti al numeretto, un punto esclamativo ad indicare i titoli migliori (per i motivi più disparati: oggettiva genialità, gusto personale, considerazioni inattuali o soltanto particolari), ed un cuoricino a seguire.
In blu invece, a beneficio di Wwayne, i titoli relativi all’era digitale, con tutti i suoi annessi e connessi.

[libri]
1. Il presidente è scomparso – James Patterson & Bill Clinton
2. Dieci ragioni per chiudere subito tutti i tuoi account social – Jaron Lanier
> plus: La dignità ai tempi di internet, dello stesso autore (anticipo una lettura in corso)
Un autore spesso criptico, o anche soltanto dal lessico involuto, che tuttavia sa il fatto suo sia perché ha le idee chiare e valide, sia perché fa parte dello stesso mondo che discute.
!3. Il sesso inutile – Oriana Fallaci ♡
4. Il digitale quotidiano – Salvatore Patriarca
Concetti e linguaggio di matrice chiaramente filosofica. 

!5. L’oro di Napoli – Giuseppe Marotta ♡
6. Storia di un’anima – Teresa di Lisieux
!7. Internet ci rende stupidi? – Nicholas Carr ♡
Se l’argomento “digitale” vi interessa, consiglierei di partire da qui: ci trovate chiarezza, una profondità non pretenziosa, e tanti tanti… input differenti.
!8. Il gusto del cinema – Ferruccio e Federica Cumer ♡
Una chicca, purtroppo edita a livello regionale e dunque non facilmente reperibile.
9. Il gusto del cinema, Edizione speciale 10 anni – Laura Delli Colli
!10. I nuovi poteri forti, Come Google Apple Facebook e Amazon pensano per noi
– Franklin Foer ♡
Il titolo fa temere il peggio, ma poi il fratellino di Jonathan Safran fa il miracolo e risulta credibile, oltre che scorrevole.
!11. Preferisco leggere – Patrizia Traverso ♡
Operazione di sintesi organica – non di mero montaggio – di fotografia e testo: non certo una scelta nuova, ma perfettamente riuscita, poiché personale e portatrice di senso.
12. Las Vegans, Le mie ricette vegane sane, gustose e rock – Paola Maugeri
Alcune ricette o meglio idee le ho raccolte. Buone intenzioni e buona volontà di un personaggio anche simpatico, nulla di che, comunque.
!13. Ero gay – Luca di Tolve ♡
Una bella sorpresa. Non che mi aspettassi un libro brutto, ma neppure speravo in uno stile meno che rozzo e in contenuti “digeribili” da un pubblico esteso. Invece ho trovato entrambi. Ciò valga come premessa. Per quanto concerne il merito del racconto, mi limito, qui, a dire che la cifra dello stesso è una rincuorante concretezza; e che leggere Luca è stato come incontrare un amico che mi conosce bene.
!14. MacLuhan non abita più qui? – Alberto Contri ♡
Altro saggio di analisi dell’epoca digitale, con però una particolare attenzione al versante pubblicitario (da un autore che la pubblicità l’ha prodotta ai vertici), ed alla sua (mancata, per lo meno in Italia) proficua e funzionale innovazione. Unica pecca: è un filino egoriferito…

[film]
1. Bird – Clint Eastwood
2. Giù al nord – Dany Boon
3. Heidi – Alain Gsponer
4. Killer Joe – William Friedkin
Cattivo, grottesco e divertente.
!5. Il cliente – Asghar Farhadi ♡
Farhadi è diventato uno dei miei favoriti. Spietato nel descrivere un’umanità che pure lo muove palesemente a compassione.
6. Be cool – F. Gary Gray
7. Ghostbusters – Ivan Reitman
8. Ghostbusters II – Ivan Reitman
!9. L’uomo dal braccio d’oro – Otto Preminger ♡
!10. La messa è finita – Nanni Moretti ♡
Intelligente con levità, come una torta ai tre cioccolati, ma con la panna vegetale.
! 11. I nostri ragazzi – Ivano De Matteo ♡
12. Conseguenze pericolose – Tony Spiridakis
13. Ore 11:14 – Greg Marcks
14. La famiglia Belier – Eric Lartigau
!15. Black book – Paul Verhoeven ♡
Unione perfetta tra fierezza, sofferenza e caustica critica sociale.
16. Another happy day – Sam Levinson
Non privo di una sua coerenza; ma lamentoso, lamentoso, lamentoso!
17. Tutta la vita davanti – Paolo Virzì
18. Martyrs – Pascal Laugier
Caruccio, in un paio di occasioni stupefacente (vedi scuoiatura), ma dov’è il dolore? Dov’è?!
19. Zero Dark Thirty – Kathryn Bigelow
Forse sono io a non averne colto il messaggio, ma più di un semplice e godibile film d’azione, con una appena accennata sfumatura etica, non mi riesce di considerarlo.
20. Red – Robert Schwentke
!21. Il grande sonno – Howard Hawks ♡
Bogey e Laurie vincono a mani basse.

Rappresentazioni

La vita quotidiana come rappresentazione è il titolo di un saggio di Erving Goffman, citato da Franklin Foer nell’ultimo libro da me letto. Tutto sommato, il titolo dice cose che tutti sperimentiamo (e che molti comprendono): dove più dove meno, la nostra vita personale riflette, almeno in parte, ciò che desideriamo gli altri vedano e pensino di noi; dal trucco che scegliamo di applicare o non applicare, passando dal colore delle pareti di casa sino ai libri esposti sugli scaffali del salotto (esempi miei, me ne assumo tutta la responsabilità: ed aggiungo, anzi, le nostre parole).
Ogni cosa concorre, in maniera più o meno incisiva e più o meno consapevole, a giocare le carte di un dramatis personae nel quale profondiamo sforzi inesausti.

Ma come insegna la Psicologia Cognitivo-Comportamentale, non è soltanto la direzione che diamo al nostro modo di essere e rappresentarci quotidianamente a modellare quanto mostriamo al pubblico, anche la nostra esteriorità, l’abitudine, il comportamento – tanto più se studiato – imprimono un disegno preciso alla nostra mente ed alle sue produzioni.
E’ un dato che so interessare molto a Diego.

Così, non soltanto io ho selezionato i libri che possedevo riducendoli a minimi e diversi termini, ma soprattutto quelli che sono rimasti, nella loro nuova posizione dentro la libreria e con significato e valore rinnovati, stanno trasformando me.