Futuro

Ho sbirciato nel mio futuro e ci ho visto cose interessanti.
Cose che si realizzeranno nel medio termine.
Non progetti, ma anticipazioni:

  • cesserò quasi integralmente di mangiare carne, abbastanza da rendere i casi in cui lo farò delle lampanti eccezioni (e delle occasioni di festa: sarà per una scelta precisa e non per necessità stringente o abitudine);
  • abiterò in una casa più piccola, almeno la metà di quella in cui sto attualmente;
  • quando non camminerà più, non sostituirò l’auto. A qualcosa, forse a molto, dovrò rinunciare; ma lo stesso mi arrangerò a piedi e coi mezzi, coi taxi ed il noleggio.

Noterà chi mi legge che – oltre a rappresentare tutte, queste letture del futuro, delle riduzioni alla mia realtà attuale – potrebbero costituire un gruppo di matrioske: il corpo fisico e ciò di cui si nutre inserito dentro il corpo-casa che lo accoglie e protegge, a sua volta collocato nel ventre del corpo del mondo, spazio in cui muoversi e agire.
L’ho capito a posteriori, e ciò mi conferma la naturalezza e l’autenticità di queste previsioni.

Decluttering .4: Senso estetico

L’estetica è la madre dell’etica:
quanto più ricca è l’esperienza estetica di un individuo,
quanto più sicuro è il suo gusto,
tanto più netta sarà la sua scelta morale e tanto più libero, anche se non necessariamente più felice,  sarà lui stesso
”.

[Iosif Aleksandrovič Brodskij]

Affermando che ho un forte senso estetico, non voglio intendere che abbia uno spiccato talento per l’arte, per la scelta di palette di colori nell’arredo o nell’abbigliamento, o simili. Intendo soltanto rilevare un dato di fatto, e cioè che l’aspetto estetico, il risultato più o meno soddisfacente e pacificante per l’occhio, è una variabile che condiziona moltissimo le mie scelte.
Tutte le mie scelte: dall’acquisto di un libro in base alla sua copertina, alla preferenza per un cibo o per un altro, passando naturalmente per il decluttering e facendo pendere l’ago della bilancia “lo tengo / lo elimino” di qui o di là.
Non che l’estetica rivesta un ruolo rigidamente deterministico nella mia vita, sia chiaro; tuttavia come detto incide, ed incide parecchio, in forme gestibili delle quali sono per lo più del tutto consapevole.

Per citare un esempio:
solitario ed affascinante, nella mia grossa wishlist di lettura autunnale-invernale, si erge fra gli altri il noto Libro d’ombra di Junichiro Tanizaki.
In maniera grossolana, certo, ma qualche nozione sulla cultura nipponica di gestione degli spazi di casa, dei pieni e dei vuoti, della creazione di densità attraverso luce e penombra credo l’abbiamo tutti.
Lungi dall’aver iniziato una risistemazione cosciente dei locali di casa mia in questo senso, mi accorgo comunque di aver già messo in atto piccole modifiche spontanee, su base intuitiva, come il tendere – specie ora che la luce va calando – a mantenere le stanze appunto in penombra, sfruttando le lampade e così creando coni di luce soffusa e calda, un po’ un bozzolo temporaneo nel quale sostare mentre porto avanti una singola attività.

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L’anelito alla semplicità è attivo a 360°, ma in generale, ed in questo periodo di transizione in particolare, si esprime per me soprattutto in cucina.
Primeggia, certo, il bisogno di razionalizzare un ambiente ed una serie di attività tendenti per natura all’entropia; c’è poi però anche qui una fetta di piacere estetico-psicologico, per il quale vuoto, pulizia, spazio libero e pronto all’uso equivalgono a leggerezza, armonia, e in definitiva bellezza.
Ecco: per un minimalista l’ordine, sia esso “morbido” oppure abbia esso un tratto compulsivo (per es. nel desiderio che ogni oggetto sia dritto), non è mai il punto d’arrivo ultimo, non è un arido fine ma è, oltre che uno scopo pratico, principalmente un mezzo per ottenere bellezza e piacere dalla propria vita per come è riuscito ad organizzarla.

Di legno e cemento

Da tempo non ci passo, ma negli scorsi anni avevo l’abitudine, quando uscivo a camminare, di far visita ad un vecchio cascinale abbandonato: scolorito da pioggia e vento, accerchiato dall’erba alta, le assi delle persiane sfasciate che guardano i passanti come da un occhio pesto.
Poco fuori dal centro abitato, in piena zona industriale – dalla quale l’edificio prende il nome, o forse è chi lo ha abitato ad avere imposto il proprio a tutto il circondario – sorge imponente ma dimesso come un discendente di stirpe nobile conscio che c’è stata una rivoluzione, e gli uomini adesso venerano altre cose. Ma:

La casa è sempre autobiografia, segno del tempo anche quando è luogo disertato, lasciato. Dà voce a un mondo anche quando diventa muto, quando è stato un fugace fondale provvisorio.
E’ sinonimo di patria perché le case sono spugne che assorbono i gesti di chi le abita. Ogni casa produce memoria, qualcosa di immateriale eppure concreto, esperito. E’ luogo iniziatico, è sintesi come nient’altro. Dove vivi ogni giorno, quello è ciò di cui vivi.
Paolo Pagani, I luoghi del pensiero – [fonte]

dalla serie Abandoned – foto di Eleonora Costi

Te Deum (Giugno 2019)

Al termine di questo mese voglio ringraziare il Signore per:

  • la certezza che “siamo nati e non moriremo mai più”. Una certezza pre-razionale, atavica, quella che avevo da bambina;
  • L. e D., che mi hanno scaldato il cuore nei momenti più pesanti ed incasinati;
  • S., che mi fa sentire pensata ogni giorno ma in modo leggero: condividendo soprattutto le cose minime, e Nonna, che non è la mia nonna, ma è diventata una nonna condivisa;
  • tutto il cibo preparato, conservato e lasciatomi in eredità da mia madre; e tutto quello ricevuto in carità; il centro di distribuzione d’acqua gratuita;
  • quel bel ragnetto baffuto che mi ha fatto compagnia gironzolando per casa;
  • le gazze in volo fuori dalle mie finestre – ma anche i piccioni che mi hanno divertito cercando di costruirsi il nido sopra i miei vasi di erba di Santa Teresina. Devo certo avergli creato delle serie frustrazioni levando ogni volta i rametti;
  • il nuovo bocciolo di rosa fiorito dalla piantina sul balcone:

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  • il campo arato di fresco dietro casa e l’odore di campagna alla sera;
  • il silenzio, la solitudine, la quiete; quel rombo basso e costante che la notte mi fa pensare che la terra, girando su se stessa, produca un suono;
  • il concerto per organo RV439 di Vivaldi (“La notte”);
  • Radio Maria e TV2000 (in particolare per la trasmissione del rosario da Lourdes);
  • l’odore della carta stampata, della terra bagnata e della benzina;
  • il sorriso della donna indiana? pakistana? incontrata al centro di distribuzione acqua comunale; un bacio (né casto né malizioso) stampato sul collo ad un uomo interessante;
  • l’allieva della scuola professionale parrucchieri che è andata in crisi durante l’esame finale, ma è riuscita comunque a terminarmi taglio e colore!;
  • l’origano, la cannella e il cacao amaro;
  • le mattinate sul balcone a leggere ed i pomeriggi sul balcone a prendere il sole: sembrava davvero d’essere al mare!;
  • tutti i rettili che mi rallegrano le uscite: le lucertole del cimitero, la tartaruga di terra (nel giardino di quella villetta a schiera davanti a cui passo sempre)…;
  • la tortora Rodolfa che ha fatto il nido sopra il braccio meccanico della mia tenda da sole, sul balcone. Le ho intimato di non scagazzarmi addosso, pena finire in forno con le patate, ma Tu sai che non lo farei mai, la amo troppo;
  • il pennuto Alfredo (un tacchino, forse?!) che abita il laghetto nel nuovo parco cittadino:

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  • le succose discussioni su cinema e dintorni di cui posso giovarmi in questo vasto lago che è WordPress (è bello essere tornata a casa);
  • il fatto di avere un tetto sopra la testa – che non è scontato;
  • la vecchina che ha fatto su e giù col carrello tra supermercato e casa per tutta l’ora e mezza che son rimasta ad aspettare quei caproni della cooperativa che m’han bidonato (si può dire caproni in un Te Deum?), e che impietosita mi ha persino regalato una moneta per il caffé. Beata donna, appena ho potuto altro che caffé, ho trangugiato 2 litri di roba tra succo d’arancia da frigo e affini… conservala idratata e in salute.

Le cose che contano

Poche sono le cose che contano nella mia vita quotidiana, spicciola.
Tutte mi sono raggiungibili nell’arco di un chilometro quadrato attorno a casa:
la biblioteca
il cimitero
il supermercato
la piazza
e tutte hanno una densità specifica di significato pari a quella di una stella nana.
Non mancano le interconnessioni: come in biblioteca si sfogliano libri e documenti vivificando con ciò stesso il loro contenuto ed il nostro proprio, così al cimitero si sfogliano volti e ricordi, che interrogano più il presente ed il futuro di quanto non facciano col passato.
Come in una piazza la vita altrui si espone al nostro sguardo, così all’interno di un supermercato siamo noi ad esporre, ad astanti e commessi – più raramente alla nostra personale attenzione, rivolta altrove – l’intimità delle nostre viscere: quelle letterali, di cosa le riempiamo, e quelle metaforiche, psico-morali, esibendo un perché a noi stessi spesso celato.

Non occorre girare il mondo per perdersi e ritrovarsi.