ddd: diario del digiuno / 1

Oggi, 8 maggio, l’aspetto ascetico del mio digiuno e la ricorrenza cattolica particolare, oltre alla consueta recita della corona(anti)virus, si combinano ed uniscono le forze.

È il mio quinto giorno.
Il Ramadan è iniziato il 24 aprile, ma io arrivo sempre dopo, e terminerà il 23 maggio – per essere a stecchetto già da quattro giorni devo dire che pensavo di avvertire di più la differenza, invece sto un gran bene.
Niente attacchi di fame, niente rottura serale del digiuno con un cinghiale intero.
Anzi, ieri mi son preparata alcuni piattini, nulla di abbondante ma un accostamento meraviglioso: grissini integrali, simil-hummus (ma fatto con lenticchie anziché ceci, tonno e olio, spezie), noci e poi simmenthal (arrivata col pacco Caritas: normalmente non sceglierei carne, ma c’era ed almeno è di qualità).
A seguire precedere di una mezz’ora, che la frutta è meglio mangiarla prima, mele cotte abbondantemente spolverate di zucchero semolato.
Nel caso aveste in mente di fare (o farvi) un regalo “etico” e godurioso, sappiate che i grissini integrali – ma pure un salame, e dei biscotti cioccolato-liquirizia che non ho ancora testato – sono favolosi e vengono da San Patrignano.

Anche se allo specchio avrei detto il contrario, pare che in questi mesi di quarantena sia decisamente ingrassata. Purtroppo la mia frenesia casalinga mi ha permesso di cambiare la batteria della bilancia, che credevo di dover comprare invece avevo da parte, e verificare l’infausta situazione.
Tuttavia, nei soli primi quattro giorni ho buttato giù la bellezza di tre chili: e nemmeno questo me l’aspettavo. Mica male!, specie calcolando che fino alle 20.00 di mangiare manco mi viene in mente, a momenti.

Funziona.
Funziona perché, soprattutto, non sto portando avanti questa cosa da sola.
Anche se non è che ci sentiamo tutti i giorni, sapere che un’altra persona, con altrettanta motivazione se non maggiore, la sta facendo con me cambia tutto.
Ed a questo fattore ci penso spesso, voglio dire: sono orsa di natura, ma questo non rende più facile essere costante in certe cose senza un appoggio esterno, la consapevolezza di essere in gruppo / comunità a condividere un intento, e naturalmente qualche paletto come appuntamenti, scadenze, riferimenti che impediscono un’eccessiva dipersione.
Non è una scusa, ma è la stessa ragione per cui non vado spesso a Messa.
O per cui schivo i mestieri di casa.
E certa burocrazia, non così pesante ma tutta a mio carico.
Insieme è meglio.

Senza volerlo e senza averlo previsto, trovo che digiunare in questo modo, senza interruzioni fino a sera, mi stia dando una cosa che ho tanto e da sempre cercato, con fatica: un’organizzazione del quotidiano semplice ed una struttura.
Per come sono fatta, ogni cambio di passo mi rallenta, ed i pasti – per banali e veloci che riesca a renderli – rappresentano pur sempre una sosta forzata per la quale devo anche “prepararmi”, oltre che preparare del cibo. Devo stopparmi, fare mente locale, riorientarmi e ingranare nuovamente dalla prima marcia.
Ogni volta è una fatica.
E allora poter iniziare la giornata sapendo di aver davanti 10-11 ore filate, senza soluzione di continuità, per lavorare a qualsiasi cosa desideri fluidamente, libera da necessità stringenti e da abitudini vincolanti, mi toglie un peso e mi fa sentire bene.
Mangiare dovrò comunque, ma intanto sono libera di predisporre ciò che voglio e addirittura cucinare senza il fiato sul collo, un passaggio alla volta con la leggerezza di chi ha tutto il tempo del mondo.
Al termine del periodo, tornerò a mangiare anche in altri orari, ma in quantità e modalità tali da evitare un ritorno allo “sgobbo” di prima.

Sogni / 8

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E’ stato diverse settimane fa, ormai, ma ho sognato di vagabondare in una soffitta. Ero insieme ad altre persone, poi la compagnia si è ridotta ad un elemento. Passando attraverso un budello, entravamo in uno spazio meno stretto ma pur sempre angusto, una sorta di caverna dalle pareti irregolari tappezzate di conchiglie.
Stavamo esplorando quella che sapevamo essere la stanza da letto di qualcuno, assente in quel momento, come a cercare la chiave di risoluzione di un delitto. La stessa sensazione l’ho provata quando in due siamo scesi nell’abitazione principale, attardandoci a controllare ogni stanza per poi addormentarci sul letto padronale.

Un sogno che mi ha ricordato quelli infantili, ripetuti decine di volte, nei quali mi inoltravo lungo percorsi improbabili, oltre passaggi nascosti, e potevo godere di mondi alternativi tutti per me o quasi.
In uno di essi sedevo sul letto matrimoniale dei genitori della mia migliore amica delle elementari, sul quale ci accomodavamo sempre a vedere i cartoni animati ed a provarci i vestiti di sua madre. Ero poggiata con la schiena alla testata, e ad un certo punto questa si muoveva ruotando in verticale su se stessa, su invisibili cardini, aprendo un passaggio segreto che dava… su un supermercato. Uno in cui non ero mai stata, per altro: della catena Margherita.
Entravo, richiudevo il passaggio dietro di me e cominciavo a scorazzare; libera di curiosare e di fornirmi gratuitamente di ogni cosa desiderassi, nascosta al mondo (questo era il privilegio più grande), e in un luogo sicuro, protetto.
Simile a questo, uno che mi spalancava i cassetti a ribaltina del letto dei miei permettendomi di salire su una delle “vetture” da parco divertimenti che scendeva lenta su un binario, tra mari di fuoco, in un paesaggio egizio senz’altro ispirato all’attrazione La valle dei Re di Gardaland.

Un altro sogno, ancora più frequente, di nuovo approfittava degli ambienti di casa di questa amica – stavolta la sua cameretta – per inscenare una fuga notturna su una sorta di trenino stregato da luna park che si immergeva ed inabissava in un percorso subacqueo – del quale ora non ricordo alcun particolare se non che attorno a me vagavano dei pesci come in un vero acquario, eppure respiravo senza problemi, nulla eccetto l’atmosfera magica e di avventurosa scoperta.
L’immersione partiva dal cassettone posto sotto il letto, di quelli in cui si ripongono i vestiti…

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… entrambi questi sogni, con altri ancora, più per le sensazioni nette e palpabili, quasi pesanti, ancorché difficilmente descrivibili – com’è tipico delle esperienze oniriche -, piuttosto che per le loro “trame”, mi suscitano immediatamente un’associazione con l’utero materno: cosa faccio in essi dopotutto se non aprirmi un varco per tornare in un grembo caldo, accogliente eppure pieno di meraviglie?
E’ un parallelo che non ho mai approfondito, ma resiste tenace in me.

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L’esatto opposto sembrerebbe rappresentare invece quel sogno, anch’esso molto frequente sino ad una certa età, nel quale mi introducevo insieme al mio vicino di casa ed amico maschio prediletto nella cantina del suo caseggiato, e precisamente in un breve sottoscala ingombro di oggetti.
Come da svegli fantasticavamo di liberare l’antro polveroso ed indagare su cosa vi fosse dietro la catasta, immaginandoci una porta che si aprisse su un mondo segreto e particolare, così addormentata realizzavo le nostre comuni fantasie arrivando ad aprire davvero quella porta.
Oltre, immancabilmente, si presentava un cielo azzurro munito delle sue brave nuvole sparse, nel quale non attendevo un attimo a spiccare un salto e volare.

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Tutte le fotografie sono opera di Christoffer Relander

Luoghi abbandonati .1: Diventare terra

Se non verrà prolungato ulteriormente, siamo ormai a pochi passi dal termine del blocco totale – inutile che ve lo dica: il 5 maggio non tornerà tutto e subito alla precedente normalità. Sarà comunque una boccata d’aria (sempre a distanza, mi raccomando…).
In un momento in cui però ancora le nostre città hanno una vaga somiglianza, specie in certe ore, con le vere e proprie città fantasma (del Far West, con le insegne dei saloon ciondolanti al vento e la polvere che corre per le strade, ma anche italiane e contemporanee), ho deciso di rispolverare – appunto – un vecchio post sepolto nelle bozze, introduttivo al mondo dei luoghi abbandonati che mi affascina moltissimo.
Vedremo poi se, e con che frequenza, riuscirò a rimpolpare quest’argomento. Non importa: questi luoghi non hanno fretta, ed il tempo non può che renderli più “carichi”.

Prima dell’abbandono, i “luoghi abbandonati” hanno avuto una storia viva.
La storia delle case che noi umani abbiamo costruito, ma soprattutto abitato – e nella contemporaneità sappiamo non essere scontato che le due cose vadano di pari passo.

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Kasas nelle lingue indoeuropee significa abitazione, rifugio, ma anche tappeto. L’inizio è stato una casa nomade, un tappeto che separava la polvere e la dura terra dallo spazio coperto e caldo.
Luca Molinari, Le case che siamo

Round Mansion - Western Belgium - iv

Una casa abbandonata, però, non è una casa morta: vive in modo differente, in genere più intenso seppur velato da strati di polvere e teloni di plastica.

Entrare nelle case abbandonate non è facile, ti possono mangiare. Rapirti in un tempo passato assoluto e mandarti in confusione; hanno una voce che si esprime attraverso gli oggetti, i colori, gli equilibri precari, gli alberi giganti che, curiosi delle storie degli uomini, insinuano le radici sotto i pavimenti; un alfabeto del silenzio che si comprende solo dopo l’attesa.
Occorre prudenza e sensibilità per avvicinarsi al loro mondo; per questo c’è un decalogo, una specie di esercizio. Entrare in confidenza con le case abbandonate e intraprendere un viaggio; scoprire quelle di montagna, del mare, di pianura e le loro differenze. Saperci entrare non da ladro ma da esploratore, fino a intuire quella loro particolare propensione a ritornare terra.
[da La voce delle case abbandonate, Ediciclo]

[Crediti per le immagini: Andre Govia - da qui]

Sete

La commozione e lo stupore di essere al mondo.
La tristezza di esserci da sola.
Non ho famiglia, non ho casa.
Dove sono andati tutti?
Chi in isolamento capisce quanto vale ciò che ha.
Chi, come me, capisce quanto non ha, di quanto difetta.
Il sole picchia, sul balcone e su di me, che me ne sto in pantaloncini e maglietta.
Ho sete ma non di acqua.
Mi circonda un silenzio da deserto: pieno, attento, protettivo.
Silenziosa e vuota, ma al centro del mondo; l’unico posto in cui mi sento a casa.
In cui riesco a toccare il mio nucleo.

Childfree .4: I motivi per NON avere figli

Non tutte le donne sono adatte ad essere madri. E non tutte imparano ad esserlo strada facendo, sviluppando delle abilità che già erano presenti in loro in nuce. A prescindere dall’istinto materno, dunque dalla biologia, perché se è vero che non tutto ciò che le persone desiderano è cosa buona o adatta a loro, questo vale anche per la maternità. Che è una cosa intimamente buona, ma non è per tutti.
Per fare dei figli bisogna avere dei buoni motivi. Non una situazione (familiare, economica, sociale) perfetta, ma, comunque, un buon genitore non può mancare a mio avviso di intenzionalità e progettualità. Non può bastare essere aperti a questa possibilità e disposti ad assecondare il destino, lasciandolo libero di esprimersi (che pure è una disposizione molto bella).
In un caso e nell’altro, bisogna avere senso di responsabilità.
Fare il punto su ciò che essere genitori, o rifiutare di / rinunciare ad esserlo, comporta (in linea di massima e con un certo slancio immaginativo, anche feroce); per potervi aderire consapevolmente.

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In un caso e nell’altro, chi decide presto in merito cambia idea di rado, è più serena e convinta della propria scelta. Ma non si tratta, naturalmente, di mettersi a tavolino elencando pro e contro, tirando poi le somme. Parlo esclusivamente di una decisione, per essere madre o al contrario per non esserlo, presente in alcune donne “da sempre” (fin da ragazze, o da bambine), che anticipa ogni riflessione a convalida.
Non è una prerogativa di tutte, ma rappresenta senz’altro un bel vantaggio.
Ma c’è anche chi decide in età più avanzata, perché fino ad allora non era ancora convinta di volerlo davvero o a causa delle circostanze (lasciatemi annotare, en passant, che anche se il corpo è in grado di procreare, ad una certa età, senza voler fissare arbitrari e dittatoriali limiti di legge, si dovrebbe evitare di fare figli per “realizzare se stesse”. Pensare ad un/a ragazzo/a che alle soglie della maturità si ritrova genitori anziani mi dà la nausea e l’incazzo. E se questo vi fa venire in mente certi italiani famosi, non è un caso).
C’è chi decide (non troppo) tardi, insomma, e va benissimo così, anche perché non sono poche coloro che nell’incertezza hanno detto un sì frettoloso per il timore che il proprio orologio biologico battesse il tempo, e poi se ne sono pentite. Sì, pentite: se pensate che sia terribile, sappiate che lo penso anch’io. Non perché le donne che si pentono d’essere divenute madri siano cattive, ma perché una vita ha preso il corso sbagliato. I figli sono sempre un dono, anche quando non erano la vera vocazione di una donna – ma possiamo almeno dire che è più auspicabile regalare ad una cuoca provetta degli accessori da cucina, anziché una chiave inglese? Diciamolo.

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L’autodeterminazione è per me molto importante,
ora ce l’ho e vorrei conservarla.
Stefanie, 39 anni, Monaco di Baviera

Non sai quanto concordo, Stephanie. Ho già fatto la madre, nella mia vita, la “madre di mia madre”. Ho avuto altre responsabilità indirette ma gravose. Sono poi stata, pur se per breve tempo, amministratrice di sostegno per una zia, e stavo per assumere lo stesso incarico per un’altra. Adesso voglio essere libera.
Ho avuto, dopo tante fatiche, la fortuna non di vivere in panciolle ma comunque di svuotare il mio zaino di tanti sassi che lo appesantivano. Ho insomma compiuto il percorso inverso rispetto alla norma di chi non incontra intoppi grossi: infanzia tutelata, maturità sostanzialmente libera di svilupparsi, infine mezza età responsabile dei genitori ormai anziani, e dei figli.
Posso dedicarmi a

disegnare la mia esistenza


Ma venendo al punto indicato dal titolo (spero nel frattempo di non avervi ammorbato troppo), i vantaggi di maggior peso che i numerosi elenchi sparsi per l’internet enumerano sono condensabili così:

  • libertà e flessibilità nelle scelte di vita, quotidiane e non (orari, viaggi…)
  • maggior tempo libero, impiegabile senza vincoli
  • sonno decente per durata e qualità
  • carriera, per chi la persegue / indipendenza economica
  • assenza di un costo importante, prolungato e non interrompibile
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Illustrazione di Stephan Schmitz

I miei motivi personali invece sono più in campo di dettaglio.
Posto che, di base, mi manca l’afflato materno e non faccio che riconfermare con queste considerazioni un’inclinazione emersa precocemente, non voglio figli:

  • per interrompere uno schema intergenerazionale vizioso (temo di riprodurre caratteristiche negative dei componenti del ramo materno della mia famiglia di origine);
  • perché dubito della mia capacità di educare. Non è insicurezza, è che proprio non ritengo di saperlo fare in modo continuativo e non superficiale.
    Mi annoia a morte insegnare qualcosa a qualcuno. E ai bambini c’è sempre qualcosa da spiegare. Fanno centomila domande a cui devi rispondere. E questo dover rispondere lo trovo noioso. – Barbara, 41 anni, Monaco
  • per non trasmettere la malattia;
  • perché se pure volessi non ho (più, ancora) una famiglia entro cui allevarli;
  • perché ho assoluto bisogno di pace, silenzio, tranquillità, ordine e soprattutto tanta, tanta, tanta leggerezza;
  • perché, per l’appunto, non ne sopporterei il carico;
  • perché voglio mantenere, anche in coppia, una mia casa e quotidianità autonome.

Che bello. Che sollievo non averne avuti e guardare felicemente al futuro.

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Nelle puntate precedenti:
> Childfree .1: Sul non volere figli
> Childfree .2: Una questione terminologica
> Childfree .3: Cosa NON dire a una donna senza figli

Childfree .3: Cosa NON dire a una donna senza figli

Anche a questo giro prendo spunto da uno dei primi articoli che mi sono comparsi come risultati della mia ricerchina estemporanea su Google.
E per farlo comincio da un principio, che sta a monte di tutto il -fottuto- discorso, e che riporto così com’è enunciato, perché lo sottoscrivo senza note a margine (grammatica a parte):


Se una coppia non vuole avere figli
è una decisione molto personale
che non dovrebbe necessariamente prevedere una spiegazione

Noi siamo fermamente convinte che
le donne non dovrebbero giustificare le loro decisioni riproduttive a nessuno,
e che tutti gli altri dovrebbero semplicemente
smettere di commentare in modo indesiderato questa scelta di vita.


Ciò precisato, e beninteso che qui – su questo blog, in questi post, in questo momento – delle scelte riproduttive ne possiamo discutere eccome e lo faremo, ma perché siamo noi a volerlo fare – su questo blog, in questi post, in questo momento -; ecco, veniamo ad un non esaustivo elenco di quelle che sono le più frequenti “osservazioni” mosse alle donne che dichiarano di non volere, anzi di non desiderare neppure, dei figli.
Sempre in un contesto normale (magari chiacchierando del più e del meno) e nel modo più semplice (cioè non perché si sta dando battaglia per qualche motivo, ma di solito perché si risponde ad una domanda esplicita, talvolta inopportuna e/o mal posta, e dunque per dire qualcosa di sé).

  • Che brutta decisione
  • Ora che ho dei figli la mia vita ha un senso
  • Pensi di essere stanca? Tu non sai che cosa significhi essere stanca, se non hai figli
  • Sei egoista
  • Cambierai idea quando incontrerai l’uomo giusto
  • Che stai aspettando?
  • Tua/mia madre ha avuto te/me e poi altri (numero imprecisato) figli entro i 25
  • Stai perdendo una delle esperienze più belle che possa darti la vita
  • L’orologio biologico fa tic tac, non te ne sei accorta?
  • È una cosa da mamme, non puoi capire!
  • Cosa c’è di sbagliato in te?
  • Una casa così grande solo per voi due? È uno spreco di spazio
  • Ma saresti una mamma fantastica!
  • Basta trovare un donatore e avere dei figli. Io sarò la babysitter
  • Tu pensi di non volere figli, ma una volta avuti cambierai idea
  • Faresti meglio a sbrigarti e a dare a tuo marito un bambino prima che trovi qualcun’altra che lo faccia
  • Non sei preoccupata del fatto che non ci sarà nessuno a prendersi cura di te quando sarai vecchia?

La maggior parte di queste “osservazioni” non richieste mi pare sottenda un modo di approcciarsi alle cose purtroppo non raro, e che investe in certe persone un po’ tutto il paniere di possibili argomenti di conversazione. Ossia:

Credi di sapere cosa vuoi,
ma lascia che te lo spieghi una che ne sa di più.

Naturalmente, l’unica risposta adeguata ad un simile atteggiamento non può che essere un sonoro e cristallino

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ma dal momento che i grillini c’hanno tolto pure il copyright di questa gioia, una valida alternativa senza tempo resta la combo sguardo di ghiaccio / silenzio tombale:

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Un altro punto dell’articolo che mi ha fatto pensare, perché (in un certo senso) troverei più logico il contrario, è questo:

E’ curioso ma generalmente le coppie che hanno figli tendono ad essere piuttosto indiscrete nei confronti di chi non ne ha, ponendo domande che possono mettere fortemente in imbarazzo o, ancora peggio, far soffrire. Per evitare di incorrere in qualche pesante gaffe, ecco 10 cose che non dovreste mai dire a chi non ha figli!

[I commenti in corsivo sono i miei, quelli senza formattazione dell’articolo originale].

  1. quando cominciate a provarci? – E’ meglio evitare questo tipo di domande, non si sa mai dove si rischia di finire. Potrebbero aver già cominciato a provarci senza successo o potrebbero aver deciso di non averne, in ogni caso non sono fatti vostri.
  2. capirete quando sarete genitori anche voi – La maternità può renderci più attente ad alcuni aspetti della vita, ma le donne senza figli non arrivano da un universo parallelo e possono benissimo capire tutto ciò che viene loro spiegato.
  3. se ti rilassi di sicuro resterai incinta – Purtroppo non è così. Se ci sono delle condizioni mediche che lo impediscono rilassarsi non servirà assolutamente a nulla se non a vivere meglio la situazione.
  4. deve essere bello avere tanto tempo liberoE’ un po’ come quando sei disoccupato da anni, ti arrabatti dietro alle scartoffie e la tua vita è limitata dalla malattia, ma non hai alcun risarcimento – così, tanto per fare un esempio a caso. Certo, hai un mucchio di tempo libero. Proprio invidiabile!
  5. non vi ho invitati perché ci sarebbero stati tanti bambini – E quindi? Il fatto che non abbia figli miei significa in automatico che sono un’odiatrice di bambini?
  6. avete provato proprio tutto? – Definire questo “tutto” è già difficile, oltre a rappresentare un campo minato di intromissioni e considerazioni indebite. Dare una risposta comporterebbe, in aggiunta, dover spiegare antefatti, convinzioni, preoccupazioni, prospettive: troppe cose e troppo delicate per confezionarle in una battuta che non crei problemi.
  7. a lui sta bene che tu non voglia figli? – E’ una domanda indiscreta, soprattutto perchè presuppone che sia sempre la donna a distruggere il desiderio di paternità del marito e che non possa essere una scelta congiunta. Posta davanti al lui in questione è il peggio del peggio.
    Aggiungo che, personalmente, trovo assurdo discutere di “figli sì / figli no, come li educhiamo”, ecc. dopo aver consolidato una relazione e non all’inizio. Non dico che al primo appuntamento uno debba mettere tutte le carte in tavola e scartare subito, freddamente, chi non collima con i propri progetti. Ma avere o non avere figli non è un dettaglio: se le rispettive posizioni sono in divenire, se il partner è possibilista, è un conto; se invece anche solo uno dei due ha una posizione precisa e irremovibile è bene, se non altro, chiarire presto che l’altro si dovrà adattare. O non durerà.
  8. il tuo cane è come se fosse un figlio – No, non è per niente uguale e dirlo è abbastanza azzardato…  sono fra coloro che non reputano necessariamente assurdo considerare il proprio animale come uno di famiglia, o addirittura “un figlio”. Anzi. Ma questo vuol dire che l’animale è importante, non che un cane compensa in modo adeguato l’assenza di un figlio – sempre che lo si voglia. Amore grandissimo per entrambi, ma son cose decisamente diverse.
  9. vedrai che cambierai idea sui bambini – Suona come un insulto, vi pare? Su una questione così delicata onguno ha il diritto di tenersi l’opinione che ha.
    Suona come un insulto, sì; nel senso che evidentemente non vengo considerata abbastanza affidabile, razionale e lucida, e di sufficiente esperienza, per sapere davvero cosa desidero e avere per questo desiderio motivazioni solide. E’ una delle cose che mi fanno più imbestialire al mondo.
  10. visto che non hai figli allora puoi permetterti tante coseO magari no. Magari tra i motivi per cui ho scelto di non averne c’è anche questo: che ho difficoltà economiche già così, e crescere un bambino / ragazzo finché non acquisisce l’autosufficienza mi, anzi ci, porterebbe dritti al tracollo.
    Non avere figli significa soltanto avere a disposizione più soldi di quanti ne avrei se invece dei figli li avessi. Non significa che tutti i genitori sono poveri e tutti i non genitori sono ricchi. Non ci vuole una laurea in economia per capirlo.

Nelle puntate precedenti:
> Childfree .1: Sul non volere figli
> Childfree .2: Una questione terminologica

Nel guscio

Mi rannicchio nel mio angolino mentre il profumo del pane riscaldato sul calorifero si diffonde ancora nell’aria.
Catturo la sera dentro il soggiorno lasciando accesa soltanto una lampada, sotto il cui cono di luce mi appoggio a leggere.
Il silenzio mi cade immacolato sulle spalle.
Scorro lente le pagine dei diari di Albert Speer nelle carceri: Norimberga poi Spandau. Allo stesso modo deve scorrere il tempo in luoghi simili, ristretti e costretti ma al tempo stesso dilatati, definiti soltanto da regolamenti e corvée quotidiane che tuttavia non bastano ad articolare il vuoto e l’assenza che regnano nelle celle.
Per questo Speer torna e ritorna sulla necessità di darsi una routine personale.
Tra le attività da portare avanti con costanza per non abbruttirsi, c’è anche scrivere: le lettere, il diario – che in parte è già resoconto storico -, il tentativo di un più ricco memoriale che tratteggi la figura di Hitler quale lui la conobbe privatamente.

E’ un libro pesante, dalla copertina rigida e le parole scritte in piccolo.
E come nelle clausole dei contratti, nelle parole piccole si nasconde il colpo basso.
La lucidità dell’architetto del Reich dipinge con chiarezza tratti di Hitler noti (la mitomania), e altri che mi han fatto gelare il sangue (la capacità affabulatoria sui singoli uomini, al di fuori di qualsiasi contesto scenografico e mitografico, e la sua cognizione di causa rispetto a svariati argomenti, dei quali si serviva per marcare con l’aura dell’inesorabilità le proprie imposizioni. Un modo di essere che conosco e riconosco bene).

Al pari di Speer, che nel guscio della sua cella ha portato avanti il lavoro sulle sue memorie, anch’io sto vivendo questo periodo di ritiro entro il guscio della mia casa, dalla quale sortisco ben poco, come l’occasione per fare il punto su di me.
E sento che l’architetto mi è affine per più di un motivo.
E’ un borghese, né mediocre né eccellente come vorrebbe.
Troppo raffinato per risultar simpatico o affine a molte persone, eppure non abbastanza raffinato per starsene davvero fuori dalla ressa: infatti, s’è fatto bellamente fregare dall’imbianchino austriaco.