Sulla stessa barca

[Fonte: Giuliano Guzzo]

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«Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca ci siamo tutti: tutti».
Della straordinaria meditazione papale di ieri – risuonata sotto la pioggia, in una piazza San Pietro deserta e buia, quasi spettrale – questo è stato probabilmente il passaggio più forte, quello con cui il Santo padre, prima della benedizione eucaristica Urbi et Orbi, ha meglio fotografato l’odierna condizione dell’umanità.
Attenzione: non la condizione dell’umanità cristiana o della comunità dei praticanti, ma dell’umanità intera, nessuno escluso.

Se infatti c’è un dato che l’emergenza del coronavirus ha messo a nudo – un dato preesistente, ma che la «normalità» quotidiana ben mimetizza -, è questo: la vulnerabilità e quindi l’insicurezza dell’uomo contemporaneo.
Il che, pur essendo elemento ancestrale e connaturato all’umanità, oggi appare nuovo dato che siamo stati cresciuti nell’ingannevole convinzione che con istruzione, cultura e in definitiva benessere avremmo potuto vivere al riparo, salvo sfortunate eccezioni, dalla sofferenza e dalla malattia.
Invece no: la sofferenza e la malattia – questa la durissima lezione del coronavirus – ci riguardano tutti, dall’ultimo anziano bergamasco al medico più stimato fino al principe d’Inghilterra.

Fin qui, però, la constatazione è puramente laica, alla portata di chiunque.
quel che di davvero travolgente, parlando ieri all’ombra del Crocifisso della peste del 1522 – portato da San Marcello al Corso a piazza San Pietro – e della Madonna Salus Populi Romani – trasferita da Santa Maria Maggiore al Vaticano -, Papa Francesco ha ricordato che sì, «su questa barca ci siamo tutti», ma in quel «tutti» è ricompreso un ospite speciale, Gesù Cristo, che allo spavento dei discepoli per la furiosa tempesta in corso, si risveglia (era talmente fiducioso in Dio, prima, da riuscire a dormire) e con tono quasi seccato dice: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (Mc 4,40).

Ora, è davvero difficile non farci interpellare da questa domanda anche oggi, duemila anni dopo. Per un motivo semplice: la fede scarseggia.
Sì, adesso che l’economia è paralizzata, la politica anche europea vacilla e perfino la scienza e la medicina paiono in affanno – nonostante l’eroismo di medici, infermieri e operatori sanitari -, la fede manca.
Ma non manca a caso, ovviamente. Manca perché c’era, ma era riposta altrove, in quelle false sicurezze discioltesi in pochi giorni, come neve al Sole. Manca cioè perché non era chiaro che può arrivare il momento, ed è difatti arrivato, in cui diviene palese che «nessuno si salva da solo», per riprendere la meditazione del pontefice. quindi, che fare?

Per un singolare, forse irripetibile paradosso antropologico e storico, l’umanità del 2020 – quella tronfia, tecnologica, sicura di sé e del fatto che la religione sia mera superstizione – che cosa fare se lo è sentita indicare, ieri, dalla sola voce di un uomo anziano, che con visibile fatica attraversava un’enorme piazza vuota bagnata da una pioggia simile a lacrime: quella del Papa, che ad un certo punto ha richiamato il solo «annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi».
Così, mentre c’è chi ancora si affanna a cercar risposte nella Borsa, nei vertici Ue o negli “esperti” dei talk show, ecco che spetta alla bimillenaria Chiesa affermare la sola verità che dà speranza: siamo tutti sulla stessa barca, ma con Gesù Cristo. Ed è solo grazie a Lui che non abbiamo nulla da temere.

Film .31: The Place, Paolo Genovese

 

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Un uomo siede ogni giorno, per l’intero giorno, al tavolino di un bar.
Ascolta le persone che vanno a chiedergli aiuto, prende appunti su quello che si potrebbe chiamare un libro mastro, e poi garantisce loro che il desiderio che hanno nel cuore si realizzerà  – se metteranno in atto ciò che lui indicherà.
Azioni a volte positive ma poco comprensibili (difendere una bambina: ma da chi o da cosa?), a volte difficili (dire al proprio padre, sinceramente, che gli si vuole bene quando l’ostilità quel bene lo sovrasta), più spesso controverse o decisamente negative (uccidere, stuprare, dividere, tradire).
Tutti gli otto protagonisti combattono, sospesi tra la volontà di concretizzare il loro intimo e forte desiderio e le proprie resistenze rispetto alle azioni deliberate, e per ognuno discutibili o spiacevoli, che dovrebbero compiere. E che sanno essere efficaci, perché quella dell’uomo al tavolo è un’attività nota e rinomata.

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Tra la giovane ragazza che vuole diventare bella (come se non lo fosse), la suora che ha perso la fede, l’anziana signora amareggiata dall’Alzheimer del marito, ed altre situazioni di vita piuttosto comuni; non ho mai avuto la sensazione che le vicende fossero banali, né mi ha annoiata l’andirivieni – perché il luogo è sempre il medesimo, per un’ora e quaranta.
C’è chi ha fatto il paragone col teatro, per questo, ma io dissento: non è questione di utilizzare un singolo ambiente per le riprese o di impostare la sceneggiatura su un continuo scambio verbale uno a uno, questo non basta a farne una rappresentazione di stampo teatrale. E nemmeno gli stacchi al nero di pochi secondi mi fanno venire in mente la chiusura e riapertura di un sipario. La dinamicità resta quella del cinema, a mio avviso, e se l’impalcatura regge non è perché stiamo vedendo un semplice dialogo filmato, ma perché le questioni (rap)presentate dall’anziana, dalla suora, dallo scapestrato, dal meccanico, dal padre e via dicendo sono rese così bene da sovrapporsi alle nostre senza lasciar avvertire il filtro della sceneggiatura.

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C’è un aspetto della storia che, in particolare, attrae; e cioè l’identità, la natura e le intenzioni dell’uomo seduto al tavolo, del “realizzatore di desideri”.
Chi dice il diavolo (moltissimi), chi – compresa Angela, la barista interpretata dalla Ferilli – avanza l’ipotesi dello psicologo che vuole mettere a proprio agio i pazienti parlando con loro fuori dallo studio.
Io ho detto la mia dopo il primo quarto d’ora di visione, ed ora vado a confermarla (o smentirla) e motivare il perché. Ma prima di farlo, mi duole avvertire che da qui in avanti dovrò inevitabilmente fare

spoiler

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e dunque dicevo…
… per me questo personaggio, che distribuisce compiti gravosi a gente qualunque pronta un po’ a tutto – almeno fino a prova contraria – per ottenere un risultato agognato, non ha nulla a che vedere col diavolo o affini ma, al contrario, è palesemente una… incarnazione? raffigurazione? esemplificazione? di Dio. O meglio ancora, di Cristo.
La faccio breve (davvero), poi casomai se qualcuno di voi l’ha visto e vuole aggiungere la sua lo può (e deve!) fare.

  • tutti i “clienti” dell’uomo al tavolo si disperano per la propria sorte, si lamentano dei compiti loro assegnati, tentano di svicolare e se qualcosa va storto – o se evitano l’azione e per logica conseguenza perdono il loro “premio” – addossano la colpa a lui.
    Manco a dirlo, l’uomo si becca una valanga di critiche e di reazioni rabbiose.
    Ma, come fa notare, non è lui a scegliere, né a spingere le persone che si presentano (di loro spontanea volontà) a fare alcunché. Non solo perché non esercita alcuna pressione, ma anche – e questo è meno immediato, ma è chiaro – perché non è lui a incastrare eventi e vite nell’intreccio che lega un cliente all’altro, non è lui a dipingere la tela così com’è: al massimo, ha predisposto la cornice.
    Il resto è tutta materia nostra.
    Il film ribalta la consueta prospettiva “cieca” che possediamo e ci pone dietro le quinte del caso e della Provvidenza, perché possiamo giudicare che ogni cosa è interconnessa, e che però il telaio che annoda una storia all’altra è in mano nostra, ed esclusivamente nostra. Sia che chiediamo, sia che accettiamo la “proposta” dell’uomo (e cioè, esposti alla tentazione, vi cediamo), sia che rifiutiamo (scoprendo, forse, altre vie di salvezza).
    The Place racconta cosa siano il libero arbitrio e la responsabilità inchiodando le obiezioni teoriche e le fumisterie. Kasabake, eventualmente, potrà dire di più sulla serie che l’ha ispirato; ma il concetto è questo.
    .
  • Il film, con le sue alternanze tra individui ed oscillazioni tra convinzione, senso di colpa anticipato, ripensamento e ricaduta, non è altro che una preghiera (in senso stretto) lunga 1 ora e 40′.
    .
  • L’uomo al tavolo, che nei titoli di coda compare come “L’Uomo”, e che uno dei personaggi si convince sia un “tramite”, è esattamente questo:
    l’Uomo per eccellenza, ossia Cristo – Ecce Homo.
    Il tramite tra il Padre ed i figli, che come sostiene Angela “si porta il carico dei mali del mondo”. E passa le giornate a districarli.
    Colui che non ha volto (quello di Mastandrea, certo, ma la domanda ricorrente è: chi sei tu? … e la riposta è lasciata al “cliente”: Voi chi dite che io sia?), e non ha nome, o se l’ha, è ineffabile.
    In fin dei conti, vien da pensare presto, “un povero cristo”, stanco e abbattuto, ma che seguita nel proprio “lavoro”. Appunto. Almeno finché, al termine, Angela non gli reca sollievo avocando a sé il suo incarico – o almeno una parte, possiamo immaginare. Angela, donna semplice, gioiosa anche se ferita, che si dedica al sollievo dell’Uomo e degli uomini di cui lui ha cura; senza per altro assumere mai una benché minima veste erotica o sentimentale. Un evidente emblema mariano.

fine spoiler

E insomma, questo è.
Cinque stelle secche ★★★★★
Dritto fra i migliori del nuovo anno.

Oh, oh, oh! Merry XMas! ♡

Con questo post voglio salutare tutti i miei lettori – prima di prendermi una “vacanzina” dai miei parenti preferiti, coi quali passerò il Natale – e per l’appunto voglio augurarvi di trascorrere una giornata festiva serena 🎅
Comunque la passerete, e che siate credenti oppure no, ricordate cosa si celebra: la nascita di Cristo – niente di più, e niente di meno. Tutto il resto è tradizione: bella, importante, ma non ci faccia perdere di vista cosa vuole trasmettere. (E per riderci un po’ su, leggete questa rassegna a tema di Gintoki 😉 )

 

Film .24: Man of steel, Zack Snyder

La prima mezz’oretta di Man of steel mi ha ricordato che, compilando il CineMeme, avevo scordato di dire quale fosse il genere che, nel cinema, mi piaceva meno. Lo faccio ora, semplicissimo: la fantascienza… ebbene, quella parte è scritta decentemente e occorre a tutti gli effetti per capire la nascita di Superman, che poi è lo scopo del film… però che due grandissime palle, ragazzi. 
A momenti mi pareva di essere rimasta a Fantàsia, 1984.
Due cose mi han fatto sorridere, comunque: i due aggeggini volanti, Kelex e Kylor, che fanno tanto Siri / Alexa. E soprattutto i numerosi, ma nient’affatto sviluppati, agganci alla contemporaneità: lo sfruttamento intensivo (e definitivo) delle risorse energetiche di Krypton; il controllo delle nascite, il contrasto tra nascita naturale e nascita predeterminata-eugenetica in base ai lignaggi, con tanto di predestinazione di ruolo sociale, il contrasto tra possibilità di  libera scelta / dominio ed accettazione del caso vs. pianificazione totale… attraverso, anche la manipolazione embrionale.
Ecco, datemi di queste cose in abbondanza, togliete di mezzo i copricapi strani, e io adoro la fantascienza. Ma così NO.

In antitesi a questo mondo che mi puzza di artefatto e plasticoso, c’è un’umanità vorticosa e profonda nella quale è immerso il Clark pre-Superman.
Al minuto 23.00 circa, ci dice Il mondo è troppo grande, mamma. E cazzo, se ha ragione.
Al minuto 55.00 circa, un tornado si porta via il padre (e se all’inizio pensi Chi te l’ha fatto fare, alla fine pensi che Era necessario).
In mezzo a questi due estremi, e in essi stessi, ci sono colorazioni livide tra il blu ed il verde, una fotografia da temporale costante, e musiche estremamente simili a quelle dei Pearl Jam: quanto di meglio per esprimere l’idea di un’esistenza minata alla base dall’imprevedibilità e dallo sradicamento. E sopra, il carico: un ragazzo che non ha nome perché ne ha troppi, e un po’ troppo spesso si ritrova bagnato come un pulcino con i vestiti sbragati da scappato di casa.
Occhèi l’atto di fede, papà Jonathan, ma già ci ho una vitadimmerdatanto, e devo pure rischiare di complicarmela? Ah, devo, solo non subito? E va bene…
Io in questo ci ho letto la mano di Nolan, che però adesso non ricordo per niente su quali parti del film sia intervenuto, fino a che punto e in che ruolo (sceneggiatura?). Ad ogni modo, angst angst angst!

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Pulcino bagnato.

 

Dunque, finora abbiamo: astronavi cugine dei tripodi de La guerra dei mondi, alieni rincorsi dall’Fbi, richiami a Smallville (Lana, per es.), richiami cristologici – leggi la S simbolo del casato che poi starebbe per “speranza”; lo spiegone di Jor-El sul fatto che gli umani l’avrebbero considerato un dio (immaginatevi poi i complottisti con la teoria sugli Elohim… sigh); e i 33 anni di Clark passati nel “nascondimento”: c’è solo una differenza di tre anni secchi ma dato che alla fine muore e risorge comunque, ce li facciamo andar bene: tutto fa brodo, e tutto fa Cristo.
Senza dimenticare la parte migliore: tutta la lotta tra Superman e Zod, incluse le scene allusive all’11/9 con aerei che sfondano grattacieli già in procinto di crollare, magari sotto la sferza dei raggi provenienti dagli occhi dello Stronzo Intergalattico che segano in due anche la Wayne Financial – tutta roba ripresa in modo perfetto nel successivo Batman v Superman. E le scene minori, ma non meno spettacolari, di lotta tra il seguito dello S.I. e gli umani.
Come ha avuto modo di imparare Faora, una nobile morte è già una ricompensa (unica altra citazione cult, oltre allo sciopone di Clark nello sgabuzzino della scuola e allo scambio di ehm, opinioni a seguito dell’abbattimento del drone). Si vede però che i militari intervenuti non la pensavano proprio così, perché si sono limitati a sentenziare “Non è una dei nostri”, ma a fermarla manco c’han provato, con l’eccezione ovviamente del Colonnello Volante Hardy (era colonnello, poi?).
Certo, non mancano i momenti esilaranti (chissà quanto voluti). Dal premuroso Andate dentro, è pericoloso che Superman rivolge a dei cittadini terrorizzati davanti a un negozio – beata ingenuità: ma è proprio questo candore assoluto, che nemmeno con il Lavasbianca lo si ottiene, a piacere tanto! – all’adirato Pensi di poter toccare mia madre?! (eccola che ritorna, o meglio che precede il Pianto Collettivo Su Martha di BvS).

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Non fate alterare Clark. La Mamma è sacra.

 

La cretinata galattica

Due citazioni per avviarci verso i titoli di coda.
La prima è una cretinata, appunto, messa in bocca a Faora. Roba che per esseri evoluti è proprio da vergognarsi:

Il fatto che tu [Superman] abbia un senso morale e noi no ci dà un vantaggio evolutivo.
E se la storia ha provato qualcosa, è che l’evoluzione vince sempre.

Non a caso, son stati tutti sterminati, tiè.

Lo spottone American Pride

Dopo aver fiondato un drone davanti al muso della jeep del generale Swanwick, alla questione sull’uso per il bene o per il male dei propri poteri Superman dà, alla fine, una non-risposta. Anche piuttosto paracula, direi. Eppure m’è piaciuta, mi sta bene. E’ questa qua:

Generale Swanwick: Ma è diventato matto?
Superman: Uno dei vostri droni ricognitori…
G.S.: E’ un giochetto da dodici milioni di dollari!
S.: Lo era… lo so, vuole scoprire dove appendo il mantello. Lasci stare.
G.S.: Allora le farò una domanda ovvia. Come sappiamo che un giorno non agirà contro gli interessi dell’America?
S.: Sono cresciuto in Kansas, generale… non potrei essere più americano.

Capito, adesso, perché Superman ha gli stivali le scarpette rosse?

Nè di Apollo né di Paolo

Leggendo questo articolo di Lugaresi, ieri, mi è tornata alla mente una riflessione che ho ripreso più volte negli ultimi tempi. Un’idea molto semplice, in effetti: se è vero, come viene scritto (credo) da san Paolo in una delle sue lettere alle comunità, che i credenti non debbono più dividersi tra chi è stato catechizzato da Paolo piuttosto che da Apollo (con tutte le caratteristiche e le specificità dei vari casi), ma debbono dirsi unicamente “di Cristo” a prescindere dalle particolarità; è anche vero che noi diciamo appunto d’essere fratelli in Cristo.
In Cristo, non in un generico dio, che generico rimane anche se definito “unico”, e che non è affatto il medesimo nei tre monoteismi.
L’assolutizzazione del concetto di carità a chi è nel bisogno (che va correttamente intesa sia dal punto di vista teologico sia da quello laico sociale, come ho provato a dire in questo post e come ha ribadito, ancora una volta, la Miriano); il fraintendimento che confonde l’amore al prossimo (qualunque prossimo!) con un divieto a denunciarne l’errore – un errore che può costar la vita, se è vero come noi crediamo che solo in Cristo c’è vera vita -; finiscono per demonizzare qualunque distinguo, qualunque tentativo di parlare di verità onde non gettar la carità ai porci.
Così il rispetto dovuto ad un musulmano non in quanto tale, ma in quanto uomo, diventa costrizione a non mettere in discussione nulla del suo credo, anzi a considerarlo di pari se non maggior valore di quanto caratterizza chi vi abbia a che fare. Ho detto musulmano, ma potevo scegliere una qualsiasi delle moderne categorie di martiri dell’oscurantismo e del tradizionalismo.
Banale finché si voglia, ma ecco la ragione del grande fastidio di molti di fronte ai Krajewski quotidiani: una solidarietà senza verità, senza giustizia (che va ben oltre la legalità…), senza dunque Cristo, è una minestra sciapa che nessuno potendosi permettere di meglio si sognerebbe di mandar giù.
Per misera che io possa essere come cristiana, un minimo di cognizione credo d’averla. E dopo aver bevuto sincretismo a fiumi ed averlo superato, non mi va certo di imbattermi ogni singolo giorno in notizie di “avvicinamenti” e dichiarazioni di “ammirazione” per religioni, o culture, distanti se non avverse a quella di cui sono impastata. Dopo aver bevuto (cercando, lo ammetto, di sputarlo ogni volta) l’amaro calice nella vita, d’assistere a pietismi da quattro soldi (o erano trenta denari?) non ho voglia.

La sola domanda

Consiglio lineccepibile scritto di Leonardo Lugaresi a proposito dell’ultimo, in ordine cronologico, martirio cristiano (in Burkina Faso), di un certo inquietante e squallido “sciopero della Messa” attuato in Germania da un gruppo di donne, e della vicenda dell’elemosiniere del pontefice tanto solerte nel farsi rivoluzionario d’accatto.
La sola domanda degna di porci in un frangente di così drastica – e spesso ridicola – secolarizzazione, nonché di disprezzo per la propria stessa persona ed il proprio destino, è identificabile con quella che il colonnello Cristoph Graf ha rivolto, durante l’annuale cerimonia di giuramento della Guardia Svizzera, ai propri commilitoni:

“Crediamo ancora?”.
Sebbene ogni anno durante la veglia pasquale i fedeli vengano invitati a rinnovare le promesse battesimali, dubito che tutti capiscano ciò che si chiede loro.
Rinnovare il battesimo significa un “sì” chiaro ed esplicito alla fede nel Dio Uno e Trino, Padre, Figlio e Spirito Santo.
Ma al giorno d’oggi chi ha ancora il coraggio di farsi davvero riconoscere come cristiano o di esporsi per la propria fede? quando è stata l’ultima volta che avete parlato di Gesù Cristo in famiglia o con i colleghi?

Se abbiamo il coraggio – il desiderio reale, l’intenzione, la preparazione – per esporci e dirci cristiani anche e soprattutto in situazioni critiche, che non necessitano di arrivare al martirio del corpo ma spesso ci frenano prima: ad un’occhiata sdegnosa o derisoria di un conoscente, per esempio.
Se abbiamo o no questo coraggio, è la sola domanda che viene a contare.

Lo stesso amore

Il nuovo spot pubblicitario dedicato all’8×1000 alla Chiesa Cattolica, trasmesso poco fa sul primo canale Rai, recita così:

“[…] C’è un paese dove per entrare basta essere umani.
C’è un paese che offre a una giovane mamma emigrata,
e a una giovane mamma italiana, lo stesso amore”.

Mi corre l’obbligo di precisare che un simile messaggio non corrisponde, ahinoi, alla dottrina della Chiesa; o se preferite un’espressione più elementare e chiara: altera (per non dire stravolge) l’insegnamento cristiano e lo piega ad una propaganda politica che gli è estranea.
Nello specifico:

1. Il cristiano è non solo libero di, ma anche tenuto a occuparsi di politica – in senso lato e pure stretto: del vivere civile sempre e, se necessario e desiderato, dell’azione diretta e personale in tale ambito. Non entro nel discorso delle presunte ingerenze della Chiesa negli affari di Stato, che reputo insensato.
Detto ciò, la partecipazione del singolo alla vita civile implica che ciascuno confronti quanto il proprio stato gli richiede ed impone, con quanto è invece richiesto da una vita di fede conforme al Vangelo. Implica altresì che le esigenze del Vangelo, quando non conciliabili con quelle del potere temporale, prevalgano su queste ultime.
Ma – nota bene – casi di questo tipo sono molto meno frequenti di quanto si possa immaginare, per quanto mi consta. Sono insomma eccezioni: in linea generale, vale e funziona egregiamente il Date a Cesare quel che è di Cesare. E no, non si intende con ciò il mero pagare le tasse, ma piuttosto il riconoscere l’operato dello stato come necessario e legittimo, non contrario di per sé ai dettami religiosi.
Non siamo del mondo ma siamo nel mondo: ed esso ha le proprie norme. Rifiutarle in blocco come inutili o ingiuste è spiritualismo da quattro soldi – non cristiano.
Di conseguenza, confondendo (volutamente?) il piano caritatevole con quello legale, un’affermazione nella quale si sottintende che nessuno può essere escluso lecitamente dal godimento di determinati benefici pubblici (e se lo è, Stato cattivo, intervengono i volontari buoni a sistemare le cose) è un’ingannevole moneta falsa (cfr. CCC 2242):

Art. 2242 CCC

2. La carità di Cristo è rivolta a tutti gli uomini, anche a coloro che la rifiutano e la negano. Ma la carità di Cristo non è assimilabile all’amore umano.
Ribadisce l’uguale dignità di ogni creatura, anche la più odiosa e sozza, davanti a Lui – non stabilisce pari diritti, pari opportunità, nulla di dovuto. Richiede anzi, per poter agire in noi, che noi “si vada e non si pecchi più”: presuppone di rinunciare non tanto ai beni materiali (asilo politico e cittadinanza compresi…) in sé, quanto alla pretesa che qualcosa, qualsivoglia cosa questo mondo offra, anche la più banale, la più misera, la più necessaria al sostentamento ci spetti al di là di ogni dubbio – ad ogni costo.
Certo è una condizione pesante.
Non a caso senza la Sua grazia sarebbe impensabile anche muovere un passo in tal senso.
E’, però, un dato che sconfessa la pretesa (appunto) che ogni emigrante – a prescindere dalla situazione in cui versa, dalla correttezza con la quale avanza una domanda d’asilo, e dall’effettiva possibilità dello stato potenziale ospite di farsene carico – sia da accogliere in quanto bisognoso, per non tradire altrimenti il Vangelo (cfr. CCC 2241):

Art. 2241 CCC

3. Collateralmente, vale la pena ricordare che i “poveri” evangelici non sono – non soltanto e non necessariamente – i poveri vestiti di stracci e sbarcati da un gommone. Si legga, ad esempio, Lugaresi: I, II, III.