18 maggio

Eccoci.
Si riapre, seppur con cautela.
La macchina riparte.
La corsa riprende.
Io mi sento già rimasta indietro.
Non voglio: fermate tutto.
Fatemi scendereeee!

(。ŏ﹏ŏ) (~_~メ) ó_ò

Ho sognato (tra un milione di altre cose) che mi trovavo nel cortile della biblioteca, ultima arrivata di una discreta fila di persone, in attesa della riapertura. Polemizzavo con una tizia che non ricordo cosa mi abbia detto; poi al momento di entrare la coda si riformava davanti all’ingresso, ed io conoscevo la posizione in cui dovevo trovarmi (nel frattempo erano arrivate altre persone), ma non riuscivo ad inserirmi. Restavo a lato, e riflettevo che per me è sempre così: non riesco a funzionare come è previsto si faccia.

Altri sogni sia di questa notte che delle precedenti sono stati positivi.
Ma qui, è evidente che sento già la pressione del mondo che va avanti
– tanto per cambiare.
Del resto, virus a parte, diverse cose si stanno muovendo nella mia vita.
E’ un momento di subbuglio.

 

Sogni / 8

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E’ stato diverse settimane fa, ormai, ma ho sognato di vagabondare in una soffitta. Ero insieme ad altre persone, poi la compagnia si è ridotta ad un elemento. Passando attraverso un budello, entravamo in uno spazio meno stretto ma pur sempre angusto, una sorta di caverna dalle pareti irregolari tappezzate di conchiglie.
Stavamo esplorando quella che sapevamo essere la stanza da letto di qualcuno, assente in quel momento, come a cercare la chiave di risoluzione di un delitto. La stessa sensazione l’ho provata quando in due siamo scesi nell’abitazione principale, attardandoci a controllare ogni stanza per poi addormentarci sul letto padronale.

Un sogno che mi ha ricordato quelli infantili, ripetuti decine di volte, nei quali mi inoltravo lungo percorsi improbabili, oltre passaggi nascosti, e potevo godere di mondi alternativi tutti per me o quasi.
In uno di essi sedevo sul letto matrimoniale dei genitori della mia migliore amica delle elementari, sul quale ci accomodavamo sempre a vedere i cartoni animati ed a provarci i vestiti di sua madre. Ero poggiata con la schiena alla testata, e ad un certo punto questa si muoveva ruotando in verticale su se stessa, su invisibili cardini, aprendo un passaggio segreto che dava… su un supermercato. Uno in cui non ero mai stata, per altro: della catena Margherita.
Entravo, richiudevo il passaggio dietro di me e cominciavo a scorazzare; libera di curiosare e di fornirmi gratuitamente di ogni cosa desiderassi, nascosta al mondo (questo era il privilegio più grande), e in un luogo sicuro, protetto.
Simile a questo, uno che mi spalancava i cassetti a ribaltina del letto dei miei permettendomi di salire su una delle “vetture” da parco divertimenti che scendeva lenta su un binario, tra mari di fuoco, in un paesaggio egizio senz’altro ispirato all’attrazione La valle dei Re di Gardaland.

Un altro sogno, ancora più frequente, di nuovo approfittava degli ambienti di casa di questa amica – stavolta la sua cameretta – per inscenare una fuga notturna su una sorta di trenino stregato da luna park che si immergeva ed inabissava in un percorso subacqueo – del quale ora non ricordo alcun particolare se non che attorno a me vagavano dei pesci come in un vero acquario, eppure respiravo senza problemi, nulla eccetto l’atmosfera magica e di avventurosa scoperta.
L’immersione partiva dal cassettone posto sotto il letto, di quelli in cui si ripongono i vestiti…

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… entrambi questi sogni, con altri ancora, più per le sensazioni nette e palpabili, quasi pesanti, ancorché difficilmente descrivibili – com’è tipico delle esperienze oniriche -, piuttosto che per le loro “trame”, mi suscitano immediatamente un’associazione con l’utero materno: cosa faccio in essi dopotutto se non aprirmi un varco per tornare in un grembo caldo, accogliente eppure pieno di meraviglie?
E’ un parallelo che non ho mai approfondito, ma resiste tenace in me.

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L’esatto opposto sembrerebbe rappresentare invece quel sogno, anch’esso molto frequente sino ad una certa età, nel quale mi introducevo insieme al mio vicino di casa ed amico maschio prediletto nella cantina del suo caseggiato, e precisamente in un breve sottoscala ingombro di oggetti.
Come da svegli fantasticavamo di liberare l’antro polveroso ed indagare su cosa vi fosse dietro la catasta, immaginandoci una porta che si aprisse su un mondo segreto e particolare, così addormentata realizzavo le nostre comuni fantasie arrivando ad aprire davvero quella porta.
Oltre, immancabilmente, si presentava un cielo azzurro munito delle sue brave nuvole sparse, nel quale non attendevo un attimo a spiccare un salto e volare.

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Tutte le fotografie sono opera di Christoffer Relander

Propositi da 40ena

Copiandole da questo post, ho selezionato alcune idee per sfruttare la gran massa di tempo libero offertaci dalla quarantena (che vi ricordo, non per fare la Cassandra, NON È DETTO terminerà davvero il 3 aprile…). Per il durante, insomma. Ma c’è anche il dopo, perché non sappiamo con esattezza quando, e con quale rapidità ci riabitueremo, ma anche il dopo arriverà: e per allora ho in mente due o tre cosucce che sarebbe ora mi decidessi a fare! Bando al 31/12, perciò, e scateniamo i buoni propositi 🌟
(Nota Bene: non è che, finita la quarantena, sarà illegale portare a termine ciò che abbiamo iniziato. Si può proseguire e spuntare qualche consiglio anche in seguito!).

Idee per passare utilmente la quarantena

  • Programma nei minimi dettagli la tua prossima vacanza. Non possiamo sapere quando succederà, ma come si svolgerà e cosa visiteremo sì, eccome.
    Ecco, io per esempio è da mo’ che fantastico di mettermi alla scrivania, col pc di fianco, carta e matita, e progettare (letteralmente) una vacanza ad EuroDisney – chi mi conosce, per altro, sa che “progettare” è già parte del piacere. Ho visitato il parco nel 2002, di ritorno dal viaggio-studio in Scozia, e niente, ci ho lasciato un pezzetto di cuore.
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  • Informati sulle opportunità di volontariato nella tua città e segnati quelle più interessanti: appena questa quarantena finirà, ci troveremo comunque in una situazione complessa e delicata. Dare un contributo in prima persona è la cosa migliore che possiamo fare.
    E anche in questo caso un’ideuzza ce l’avrei. Ma finché non la metto in pratica (o decido di lasciar perdere) non ne parlo, ‘ché non voglio rompimenti di palle (dunque difficilmente ne parlerò pure dopo). Posso solo accennare che è una delle poche cose, credo, che si possano fare senza sbattersi e senza farsi venire la rogna stando in mezzo alle persone – io non ho mai amato il volontariato, e peggio non sopporto le persone stupide, lente o appiccicose: e di norma i volontari sono una combo delle tre. Chiedo scusa ad eventuali volontari che dovessero leggere, se suono indelicata, ma questo è.
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  • Fai un elenco di tutte le rotture di scatole dei prossimi mesi, e cerca di calendarizzarle: appuntamenti dal notaio, visite di controllo dei nei, analisi del sangue. Anche qui, magari non puoi sapere quando sarà possibile prenotarle, ma almeno avere un quadro più chiaro della situazione.
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  • […] Ecco, ora sei pronto per affrontare la scatola delle foto di famiglia. Crea una volta per tutte degli album e piangi un po’, ti farà bene.
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  • Sei lontano dalle persone a cui vuoi bene? Scrivi loro un’email per raccontare com’è la quotidianità senza di loro.
    O anche delle lettere cartacee, specie se scrivi alla nonna novantenne.
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  • Inizia a tenere un diario dei sogni. L’hai sempre voluto fare, ma hai preferito ritardare la sveglia.
    In realtà, anche se non è ancora un vero e proprio diario (o meglio notturnario, come l’ho battezzato io: e no, non autorizzo l’uso del nome), alcuni sogni già li trascrivo ed interpreto. Non immediatamente al mattino, però, e men che meno sul classico quadernetto posato sul comodino.
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  • Chiama. Tua. Nonna.
    Chiama. Tua. Madre.
    Chiama. Tutti. I. Parenti.
    Morta.
    Morta.
    Li ho chiamati tutti, tranne quelli bresciani, che per me possono restare nel limbo dove stanno, grazie tante.
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  • Se vivi con il tuo partner, fate sesso. Se siete lontani, fate sesso telefonico. Se non hai un partner, sistema quel profilo Tinder e preparati ai tempi migliori che verranno.
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  • Se hai un cane, insegnagli qualcosa che ancora non sa fare. Riportare la pallina is not enough.
    Niente cane, ma questa mi pare carina. Potrei adottare una mangusta, però, come Neruda. Allontanerebbe certi serpenti che ho attorno, vuoi mettere con il riporto?
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  • Cerca di osservare questa crisi da più punti di vista: leggi i quotidiani esteri, magari qualche reportage di medio-lungo formato.
    Uhm, sarebbe cosa buona e giusta. Ma sono una scansafatiche, della pandemia voglio parlare il meno possibile e poi ho già il mio spacciatore di Famiglia Cristiana XD
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  • Se vivi nelle Zone Rosse, controlla su questo sito del Ministero quali beni e servizi gratuiti le aziende hanno messo a disposizione per te: https://solidarietadigitale.agid.gov.it/#/
    Vabbeh, ormai in zona rossa ci siam finiti dentro tutti, ma ci siamo capiti.
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  • Osserva la tua libreria con calma e tira fuori un libro che non hai mai avuto tempo o voglia di leggere, così la prossima volta che sarai in libreria potrai comprarne un paio senza sentirti in colpa. Non avrai mai più tanto tempo libero quanto in questi giorni per affrontare Infinite Jest o Il Conte di Montecristo.
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    Osserva ancora la tua libreria e metti da parte 3 libri da regalare agli amici quando li vedrai la prossima volta.
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  • Aggiusta quei vestiti che hanno buchi o bottoni ballerini.
    Ecco, ho giusto quelle tre o quattro cose da cucire.
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    Sistema i cassetti della biancheria intima: basta calzini spaiati.
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  • Pulisci anche la tua homepage su Instagram, defollowando tutta la gente noiosa che hai iniziato a seguire nel corso degli anni.
    Ora che il tuo profilo Instagram ricorda la stanza di un monaco di clausura per ordine e austerità, inizia a seguire gente davvero interessante, come divulgatori scientifici, psicologi e altri esperti nei loro rispettivi settori.
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  • Prima o poi tutto questo finirà e torneremo ai soliti ritmi forsennati. Cucina anche per quei giorni e riempi il freezer fino all’inverosimile.
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  • Fatti la manicure, una maschera per i capelli e tutto quello che rientra sotto l’enorme cappello della self-care.
    Fatti una di quelle maschere per il viso DIY, quelle a base di ingredienti reperibili in qualunque cucina. Uscirà uno schifo, sporcherai ovunque e tra un’imprecazione e l’altra ti dimenticherai per una buona mezz’ora la situazione generale.
    Perfetto. Basta non prenotarsi in una clinica tipo quella de La cura dal benessere, e va bene tutto, guarda.
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  • Fai yoga e impara finalmente tutta la sequenza del saluto al sole.
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  • Vai su The Useless Web, l’inutile sito che ti porterà su altri inutili siti random.
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  • Cambia la disposizione dei mobili in una stanza. Sposta il letto, metti il tappeto da un’altra parte.
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  • Ora che hai tempo prova a ripensare i tuoi sprechi. Apri la credenza e osserva quello che c’è dentro, controlla quali alimenti stanno per scadere e usali nei prossimi giorni.
    Non c’è pericolo, quando sei un tritatutto.
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  • Pensa. Prenditi qualche minuto ogni giorno per ripensare alla tua vita e alle tue esperienze, ridefinire i tuoi obiettivi e ideare strategie per come ottenerli. Tornerai più forte di prima.
    Vabbeh: un po’ ottimistico, ma tentar non nuoce.
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  • Se ti manca il cinema prova a ricreare la sua atmosfera in casa. Popcorn, buio totale tranne che per lo schermo e magari quel proiettore che avevi dimenticato in cantina?
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  • Rispolvera il vecchio Nintendo e finisci una volta per tutte quei giochi che hai abbandonato da piccolo.
    Cacchio, quasi quasi provo ad allacciare il mio vecchio Sega Master System II alla tv…
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  • Scegli la tua serie preferita e riguardala dall’inizio alla fine. Di nuovo. Non c’è nulla di male nel farlo. Se vuoi sentirti meno in colpa, guardala in lingua originale.
    Manco a farlo apposta, hanno appena ricominciato dalla primissima puntata The good wife su Rai4. Ed io me lo sto vedendo per la terza o quarta volta.
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  • Gran parte delle attività sopracitate possono essere svolte ascoltando podcast. Qui trovi un’ottima lista dei migliori podcast italiani (e non) scritta dai nostri colleghi di VICE Italia: https://www.vice.com/it/article/a3bvjp/lista-migliori-podcast
    Stuzzicanti, peccato che sembrino essere tutti in inglese (o quasi?). Verificherò.
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Propositi personali per il post-quarantena

Lottare per la pace nel mondo Ehm, no. Pensavo più che altro a questo:

  1. Massaggio cervicale
    Mi sono fatta male (no, non è esatto: mi hanno fatto male) nel settembre 2018, e ancora non ho messo in agenda i massaggi decontratturanti che l’ortopedica mi ha prescritto. All’inizio avevo un buon motivo per aspettare, adesso non più.
  2. Tatuaggio
    Forse il tatuaggio perfetto per me non lo scoprirò mai, ma uno che non può in alcun modo venirmi a noia o perdere di significato c’è. 
  3. Gardaland
    Non è EuroDisney, ma intanto è abbordabile. E poi non ci vado da anni.

qui, dopo

Ho rivisto Hereafter di Eastwood. Lo vidi al cinema nel 2010, quando uscì – allora era morto da due anni mio fratello, ma non ancora mio padre – e ricordo distintamente il grande impatto che ebbe su di me. Forse fu la prima volta, o una delle prime volte, in cui mi ritrovai a piangere in sala. Lo tsunami, immagini subacquee di una certa dura bellezza, l’investimento col furgone, la bomba: tutti elementi traumatici che agirono su di me risvegliandomi dal torpore protettivo di cui mi rivestivo allora.
Nel film si parla di (pre)morte, di scelte, di vita, di fantasmi. Protagonisti sono un veggente americano, che mette in contatto in modo atipico defunti e viventi, ed una giornalista francese sopravvissuta allo tsunami, durante il quale ha avuto una NDE che ora vuole divulgare in un libro.
Sicuramente una delle pellicole più atipiche di Clint, e meno note, con qualche difettuccio ma non per questo disprezzabile; temevo di detestarlo alla seconda visione invece mi ha dato di nuovo tanto.

Intermezzo pubblicitario.
Non ho voglia di schiodarmi dal divano a fare una delle mie “tappe”, così resto a guardare assorta gli oggetti sul tavolino di fronte a me. Ho la foto di mia madre appoggiata alla sveglietta, fermata dal termometro perché non scivoli, dal 22. Il portacandela di ottone e dentro, avvolto alla base da un pezzo di stagnola protettiva e riflettente, il moccolo rosarancio. Il rosario sfoderato, in vista, così da non trascurarlo come tutto ciò che non richiama immediatamente la mia attenzione. Bicchiere d’acqua e crema per le mani.
I morti non bevono, non hanno bisogno di lumi e non ardono di febbre.

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«Però non capisco, concretamente, come la gente riesca a vivere. La mia impressione è che tutti dovrebbero essere infelici. […] Se Maupassant è diventato pazzo, è stato perché aveva una coscienza acuta della materia, del nulla e della morte – e perché non aveva coscienza di nient’altro. Simile in questo ai nostri contemporanei, egli stabiliva una separazione assoluta fra la sua esistenza individuale e il resto del mondo. È l’unico modo in cui al giorno d’oggi si può pensare il mondo. […] Più in generale, siamo tutti soggetti all’invecchiamento e alla morte. E per l’individuo umano il concetto di invecchiamento e di morte è insopportabile; […] Nessuna civiltà, nessuna epoca è stata capace di sviluppare nei propri appartenenti una tale quantità di amarezza.» – Zola

Ho amato Zola, Nanà in particolare, ma non aderisco al piacere del nichilismo che descrive, al vizio moderno. Credo nell’aldilà ed ho grande cura dei miei fantasmi.
Sulla scorta di Georges Perec e della sua lista di Mi ricordo, ecco i miei in tema di soprannaturale:

mi ricordo

che una volta mio padre si svegliò di soprassalto – stavamo ancora nella prima abitazione in via Brescia – e, percependo nettissima la presenza di suo padre in casa, s’alzò e si mise a cercarlo in ogni stanza e corridoio

che mia cugina fece un sogno: sognò mio padre, morto da poco, che le raccontava com’era andata. Aveva sentito un dolore fortissimo qui, le disse stringendo il pugno sul cuore. Ma aveva un sorriso bellissimo, era sereno più che mai ed emanava una luce interiore

che una sera, appena coricatami con mia madre al fianco nel letto matrimoniale, mi girai sul fianco verso l’interno e ad un certo punto sentii sul braccio nudo l’impronta di una mano, la mano di mio padre che si posava a farmi una carezza lasciandomi segnata con il tocco della sua fede nuziale

che mia cugina una volta si risvegliò da un sogno vedendo accanto a sé il fratello morto anni prima, che le parlò e la rassicurò

che poche settimane prima di andarsene mio padre, mentre guidava verso Casalpusterlengo, chiese a mia madre se avrebbe saputo arrivarci da sola, se ricordava la strada. Mia madre disse sì – erano quarant’anni che faceva quella strada con lui; e poi più tardi mi raccontò di quell’episodio e di come l’avesse visto in una luce differente dopo l’accaduto

che il giorno in cui lui morì mi sentii girare la testa, più o meno a quell’ora, ed ebbi il dubbio, la sensazione che qualcosa di non buono stesse succedendo in quel momento

Sogni / 7

In un vialetto perso in mezzo ai condomìni, sto discutendo con mia madre che vuole spingermi a contattare una vecchia amica dei tempi delle superiori. Continua ad assillarmi, ma nonostante le numerose ripetizioni non capisco cosa mi sta dicendo, cosa vuole ottenere: tanto che a un certo punto mi sento sfinita e penso, letteralmente: Era meglio se restava morta.
Dopo non so quali contorcimenti ed arrangiamenti riusciamo ad intenderci e programmare ciò che desiderava: una specie di gita. Passano pochi secondi, e ci ritroviamo a sera, vicine a due energumeni in moto che ci caricano sul sedile posteriore e con i quali partiamo, in mezzo alla prima neve; cosa che mi fa preoccupare alquanto costringendomi a controllare spesso mia mamma, che si tenga ben stretta. In seguito, senza aver mai interrotto la corsa tra le montagne – lungo discese pericolose senza difese – finiamo per aggrapparci allo stesso motociclista sulla stessa moto, lei in mezzo a mo’ di prosciutto nel sandwich ed io dietro a chiudere il terzetto, coprendola con le mie braccia affinché non scivoli via.
All’arrivo in una casa privata piuttosto scombinata ci vengono assegnate delle camere, con un bagno “personale” che lei provvede subito a sanificare con dell’Amuchina spray prima di farsi una doccia.
Il sogno termina con noi due accoccolate l’una contro l’altra a letto, e mi pare che la notte le abbia restituito una vitalità che alla partenza era fragile come un lumicino di candela.

Jung, Abraxas, spaghetti e mandolino.

Mi è chiaro mo’ che l’ho letto, seppure a volo d’uccello, perché si dica di Jung che ha ispirato tanta parte della New Age – volente o nolente. L’unico modo per non mettersi le mani nei capelli scorrendo questo resoconto – che l’autore stesso temeva venisse preso per la dimostrazione ch’era pazzo quanto e più dei suoi pazienti – dei suoi sogni notturni e delle “fantasie spontanee” dettate dalla pratica dell’immaginazione attiva, consiste nel godersi la bellissima introduzione al testo ad opera del curatore Sonu Shamdasani.
E’ un libro denso di conversazioni, questo: tra Jung e la sua Anima (intesa, come da disciplina, quale principio femminile presente nell’uomo così come l’Animus è principio maschile presente nella donna), tra Jung ed Abraxas, suo alter ego à la Zarathustra, tra Jung e la sua “personalità 2”, quella da lui considerata superiore e legata all’incoscio collettivo, agli archetipi, insomma a tutti i concetti precipui del suo lavoro; che Shamdasani si premura per altro di distinguere spezzando l’annosa associazione, fortissima ma impropria, con la psicanalisi freudiana.

Scopo di tali dibattiti interiori è, secondo Jung, quello di oggettivare gli effetti dell’Anima e diventare consapevoli dei contenuti che vi sono sottesi, integrandoli nella coscienza.
Una volta acquisita familiarità con i processi inconsci che si riflettono nell’Anima, quest’ultima “perde il suo potere demonico di complesso autonomo” e diventa una funzione di relazione fra la coscienza e l’inconscio. 

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Come detto ho scorso rapidamente il testo e mi sono soffermata solo per poco, e solo su alcuni, dei sogni riportati dall’autore, saltando a piè pari tutta la (più corposa) parte dedicata all’immaginazione attiva – che, per intenderci anche se in modo piuttosto sintetico, potremmo definire “sogno ad occhi aperti con estrazione di contenuti psichici dal profondo”.
Il materiale è molto, elaborato ed assai interessante – oltre che necessario – per affrontare la sua vasta produzione: è da questo percorso di autostimolazione e successiva autoanalisi, a partire dai materiali inconsci prodotti e dalle rappresentazioni grafiche  che Jung ne fa (spesso sotto forma di mandala, di cui la versione più importante e pesante del testo è corredata, mentre non lo è la “versione studio” da me presa in prestito) che egli parte per aprire la strada a ciascuno dei succitati elementi-cardine della sua riflessione.
Io, tuttavia, sono attualmente parecchio interessata, piuttosto, ai sogni notturni, al loro contenuto e ad una trascrizione degli stessi, miei o di altri – tant’è che ho creato su questo blog un’apposita categoria. Perciò di fatto, dopo l’introduzione, ho subito stabilito di interrompere una vera e propria lettura e mi sono limitata a sfogliare e sbirciare il resto.
Non ho dunque altro da dire su Jung, se non: in culo a Sigmund Freud.

Presenza manifesta

Ricalcando in qualche modo un titolo di Ozpetek per citare quello d’una nuova serie tv che ho deciso di seguire (e qui si ferma l’apporto creativo a questo post), vorrei dire giusto due parole su Manifest – andata in onda ieri sera su Canale 5 coi primi tre episodi.
Di voli aerei che stravolgono la vita di un gruppo di persone già ne abbiamo visti (Lost su tutti), così come di gente che doveva essere morta ma non lo è, e dopo anni ripiomba in un mondo che non riconosce più come suo.
Il riassunto del plot, dunque, è d’impatto ma assai semplice: alcuni passeggeri accettano, dietro promessa di rimborso, di imbarcarsi su un volo successivo a quello che avevano prenotato, dalla Giamaica agli Stati Uniti. Al loro arrivo, circa tre ore dopo, scopriranno che i loro familiari ed amici li avevano dati per morti, poiché da cinque anni attendevano un improbabile ritorno di un aereo del quale s’erano perse le tracce… e, naturalmente, quei familiari e quegli amici in quei cinque anni di iato sono invecchiati, cosa che ai protagonisti invece non è accaduta. Si sono rifatti una vita, eccetera.
Strane coincidenze, strani fenomeni, a volte strane capacità del tutto nuove e ben poco usuali si affacciano sulla scena e nella mente dei sopravvissuti degli sbarcati, e tutto concorre al bene di coloro che amano Dio al mistero lievemente soprannaturale, subito “attenzionato”, come si direbbe oggi, dai più discreti e pericolosi organi di governo.

Ora.
Lasciatemi esprimere una critica elementare, che tuttavia non vuole deprezzare un prodotto interessante – tanto da farmi scegliere Mediaset per una serata: le principali svolte narrative legate alla vicenda dell’aereo sono tutte ultra-telefonate. E questo in un mistery non è esattamente un punto a favore.
Eppure il dato di fatto non mi ha infastidita. Non so se sia voluto, ma stante che di per sé il tema è a forte rischio di deja-vu, forse la gran velocità con cui le prime puntate si sono dipanate e immediatamente rivelate mira ad evitare proprio questa sensazione – e del resto gioca a favore della seconda, e per me più importante, linea narrativa: che ruota attorno ad un gruppo di persone impegnato a rimettere insieme i cocci di un’esistenza che sino a un minuto prima dava per scontata, o comunque per acquisita.

Nonostante la (presunta) pecca e la non assoluta novità, Manifest mi è piaciuto.
[Dategli una possibilità: qui trovate lo streaming].
Inoltre mi ha condotta inesorabilmente ad esplorare di nuovo, in sogno (per la cinquantesima volta…) l’idea che un proprio caro defunto possa “fare ritorno”: insomma ho immaginato di nuovo che mia madre rientrasse a casa come niente fosse, e si trovasse di fronte ad un appartamento diverso, modificato secondo criteri non suoi – e a volte persino semivuoto, in via di ristrutturazione -, ad una figlia che non la attende più, per lo meno nella consueta forma fisica, ad abitudini e vissuti mai “implementati” nei propri.
E’ una questione affascinante, e senza volermici addentrare, per ora, ben vengano i sogni che mi permettono di esplorarla senza rischi reali.