libri (aprile 2020) – pt. II

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L’amore possibile. Conversazioni con Juan Arias – Josè Saramago [kindle]

Seconda tappa di avvicinamento all’autore.
Stavolta un che di interessante c’è, un po’ più consistente, seppur non ancora in grado di catturarmi in modo spassionato. Ho trovato altrettanto, se non più interessante la breve intervista a Pilar, la moglie.

Viaggio in Portogallo – Josè Saramago [kindle]

Un passo ancora avanti.
Saramago qui non è didascalico come lo sono molti racconti di viaggio, eppure non è nemmeno particolarmente originale e stimolante. Non lo affermo come fosse un difetto, in qualche modo mi sembra di cogliere un carattere ipnotico in questo lungo scritto, di per sé sufficiente; come un monotono ma rincuorante catalogo di cose viste che concilia il sonno.
Mi è piaciuta la scelta di utilizzare sempre il tempo presente e la terza persona per indicare sé stesso, chiamandosi “il viaggiatore”. Un approccio che in nove casi su dieci penalizza gli autori facendoli apparire ancor più tronfi di quanto siano in realtà, qui funziona e rivela una modestia che, paradossalmente, neppure Saramago stesso si riconosce.
Pur essendo un’ignorante cronica in materia di storia e di arte, apprezzo e condivido l’indignazione rispetto all’incuria per edifici, monumenti, ambienti naturali.

Tutti i nomi – Josè Saramago [kindle]

Prima di tutto va detto che ho apprezzato quell’uso di periodi prolungati (anche per intere pagine) che pare sia tipico suo, con le sole virgole a cadenzare le pause del discorso e distinguere le frasi degli interlocutori nei discorsi diretti, loro pure inseriti nel “fiume” di parole.
Dopodiché c’è il lavoro di cesello sull’impiegato della Conservatoria, quella figurina umile ma persistente che conosciamo attraverso i pensieri e e l’analisi degli atti. Ecco, a me piacciono le “figurine umane”, le biografie di uomini non illustri (cit.) in qualsivoglia forma.
C’è un parallelo tra le ramificazioni della storia e quelle della Conservatoria Generale e del Cimitero Generale.
Splendida conclusione.

Uscirne vivi – Alice Munro [kindle]

E’ la seconda raccolta di racconti dell’autrice che leggo.
Più secchi e drammatici di quelli del precedente Una cosa che volevo dirti da un po’.
L’idea di famiglia è osservata da diverse angolature – la sorellanza, la speranza delusa di un matrimonio, il tradimento… -, tutte recanti un sottile e tenace disagio che il lettore si ritrova appicciato addosso, pur non essendo protagonista ma spettatore.

Ho sposato una vegana: Una storia vera, purtroppo – Fausto Brizzi [kindle]

Libretto agile e veloce, ma come scrive Healthylicious la questione veganesimo è più un pretesto per parlare di sé – e dell’amore per l’ormai ex moglie Claudia Zanella – che altro. E’ quest’ultima infatti ad averlo spinto (fondamentalmente, obbligato, pena essere allontanato da lei) a sottostare ai numerosi e spesso incredibili dettami del verbo verde.
In tutta onestà, pur ridendo delle situazioni limite riportate come anedottica – vai a sapere quanto per le situazioni stesse e quanto per come vengono raccontate -, due sono stati i miei pensieri predominanti:
1) cretino, ma forse dovrei dire bovino, lui; che dà per assolutamente normale stravolgere il proprio stile alimentare (e di vita) per amore: venirsi incontro è essenziale, cambiare è possibile, mettersi la catena al collo ed abbaiare quando te lo impongono no. Per di più, con tutto che l’amore è cieco, Brizzi descrive la (ex) moglie come una Venere la cui bellezza è sufficiente per far perdere la testa a un uomo, anche il più dipendente dalla carne animale. Embé, io tutta ‘sta bellezza in lei non la vedo. Brutta non è, e lungi da me mettermi a far pagelle come Giovanni Ciacci – io non discuto mai  della bellezza o meno di altre donne -, resta il fatto che se camminassi per strada non la degnerei di uno sguardo. Se sfilasse in passerella, mi chiederei se non c’è stato un errore…;
2) prepotente e con un unico interesse nella vita, o forse solo persa nelle nuvole, lei; che non contempla nemmeno la possibilità che il marito non sia affatto entusiasta del regime e che vi sfugga appena possibile, per poi trovarsi costretto a mentire e venire immancabilmente sgamato e rimproverato.
Da come viene descritta, ho la sensazione che sia soprattutto prepotente, e questo mi dispiace perché ho al contempo la netta sensazione che Brizzi filtri un po’ troppo la realtà attraverso i propri schemi mentali. Sarà che di cosa avrebbe comportato vivere insieme, in apparenza, i due non hanno nemmeno parlato…
… ora però non voglio farla troppo lunga. La lettura è piacevole, solo, se cercate materiale di confronto sulla vita di coppia di chi ha convinzioni così diverse orientatevi altrove.

Spettri – Mary Roach [kindle]

Una rassegna di tentativi, più e meno moderni, più e meno sensati di scoprire la vera natura dell’anima e, possibilmente, di dimostrarla. Premesso che questa piccola ricerca non è stata pubblicata ieri ma da ormai qualche anno, e che per lo più i soggetti strambi affiancati dalla Roach sembrano far confusione tra anima psiche (come fossimo rimasti a Cartesio, o agli albori della coscienza), l’ho trovata curiosa e divertente.
Tra metempsicosi, tentativi di misurare i canonici 21 grammi, voci fantasma elettroniche e più tradizionali ectoplasmi; il materiale è tanto e succoso, anche se mi aspettavo un resoconto più dettagliato e scientifico, e meno in stile reportage. Il capitolo migliore, per esempio, è purtroppo brevissimo (ci penserò io ad indagare oltre!): parlo di quello dedicato alla “gabbia degli spettri”, esperimento del quale per altro non avevo mai sentito parlare e che, per esperienza e passione neurobiologica, mi fa battere il cuore.

I libri non commentati:
L’anno mille993 – Josè Saramago [kindle]
Il secolo infelice – Imre Kertész [kindle] – interrotto

9, 27, 34, 7, 3

Con l’eccezione degli orfani bambini, per il cuore l’età in cui è più duro sopportare la perdita di un genitore resta la giovinezza, io credo. Per una concatenazione di pensiero, mi è tornato alla superficie della mente alcuni giorni fa che ho potuto godere di mio padre solo per 27 anni; eppure così immenso era il nostro affetto reciproco, e per di più la simbiosi emotivo-intellettuale, che mi pare d’averne vissuti con lui il doppio.
A 34 ho poi perso mia madre. Tra tutti i problemi è stato ancora il respiro a fregarla e lasciarla a piedi, ogni volta che mi sovviene quanto allucinante sarebbe stato vivere l’ultimo atto quest’anno anziché lo scorso, un anno che ha un fattore potenziale di sopruso, impotenza e rimorso moltiplicato per mille, quasi svengo per il sollievo.
Ho trascorso al suo fianco, a curarmi di lei, 7 veloci ma densi anni. Abbiamo dato il nostro peggio ed il nostro meglio. In questo arco di tempo, abbiamo affrontato insieme 3 ricoveri: il primo fu colpa mia, il secondo la vide con il BPAP a stringerle la piccola testa perché non smettesse di respirare, il terzo fu l’ultimo, ma benedetto da operatori sanitari che hanno reso il passaggio un momento di pura grazia.
Con un rapido calcolo: 34 meno 9, poiché 9 ne avevo quando la trafila della malattia è iniziata, fa 25 anni di vita vissuta pericolosamente, ma con gioia.
E nonostanti i lutti mi ritrovo ora privilegiata a gestire questa nuova crisi da sola, sapendo i miei “salvi”, già nella pace. Non è poco.

libri (aprile 2020) – pt. I

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Opera di Elia Colombo

Abisso – Dean Koontz [kindle]

Un thriller che innesca il proprio meccanismo in modo assai graduale (il che mi aggrada), partendo dalla descrizione della vita di Tina Evans, produttrice di spettacoli per casinò a Las Vegas – che non sfigurerebbe in un romanzo drammatico, o rosa -, passando per il soprannaturale, ed atterrando in un blando spionaggio con tanto di… arma biologica virale creata in laboratorio sulla base del ceppo cinese Wuhan-400.
Sì, avete letto bene, nell’ormai lontano 1981 Koontz scrisse un storia che, da qualche parte – non rivelo il punto tangente tra virus e vicenda – incrocia la strada che noi stiamo percorrendo oggi… in un certo senso… ed in modo più collettivo che personale. Il libro per altro è stato edito in italiano soltanto ora, come riporta Lucius nei suoi Archivi di Uruk. Poco maliziosi, eh?
Nel complesso, mi ha regalato alcune ore di ottimo intrattenimento: leggero, non poi così impegnato come il tema lascerebbe credere, una piacevole lettura da spiaggia. In parte lo rende così soft il fatto che il mondo, purtroppo o per fortuna, è andato avanti… e le slavate preoccupazioni etiche avanzate nel finale non fanno neppure il solletico.
Bando ai facili complottismi, sappiate che in origine il ceppo virale si chiamava Gorki-400 e proveniva dall’Unione Sovietica, ma è stato poi modificato per gli assetti geopolitici in… mutazione 😉
Se come me e Lucius siete dei grammar-nazi, fate un respiro profondo prima dell’immersione: nella versione Kindle l’editor ha fatto un lavoro sufficiente, ma il traduttore ha lasciato (o inserito di proposito?) una marea di congiuntivi doppi ed insensati; errore comunissimo oggi come oggi ma insopportabile.

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In cerca di guai – Mark Twain [kindle]

Una sorta di lungo e ricco diario, romanzato e innervato di solida ironia, delle avventure del giovane autore (prima ancora di diventar cronista) nel West, e precisamente soprattutto in Nevada (questo mese ho fatto l’abbonamento…).
Tra burocrati in erba, mormoni feroci, cercatori d’oro e soprattutto argento, letali laghi salati e pazzeschi viaggi in diligenza (che occupano molte, divertenti pagine), c’è di che stare allegri e compiacersi, nel frattempo, di non trovarsi lì dove Twain sta cercando la ricchezza – o, in alternativa, un lavoro che non lo scocci troppo presto.

Il saccheggio (e altri racconti) – Nadine Gordimer [kindle]

Un’autrice che ho estratto dal cappello un po’ così, a sentimento, e che mi sta dando la soddisfazione di una lettura inattesa e dura, forte.
Il tema più frequentato è senz’altro quello dell’apartheid sudafricano con tutto ciò che da esso consegue, visto tanto con occhi neri che bianchi, di burocrate o di cooperatrice internazionale con le sottigliezze che “cooperare” richiede, di adulta innamorata o bambino non ancora intaccato dalle differenze.
Particolare e molto bello il mosaico di vite costruito per l’ultimo, lungo racconto, intitolato Karma e che del concetto induista si serve per connettere esperienze e persone in apparenza distanti ed aliene le une alle altre.

Gli immortali – Alberto Giuliani [kindle]

Scaricato grazie alle iniziative di solidarietà digitale.
Una non-fiction sospesa tra il reportage ed il viaggio di scoperta di sé, suddivisa in capitoli tematici, che esplora in modo non pedante le magnifiche sorti e progressive della nostra umanità prossima al collasso, ambientale e morale, muovendosi agilmente tra clonazione, colonie su Marte, bunker per patiti della sopravvivenza estrema e crioconservazione, e ancora il monitoraggio climatico con il suo tentativo di sopravanzare i mutamenti in atto conservando e trasmutando la vegetazione e l’alimentazione ora disponibile.
Tutto nasce da una profezia sul proprio futuro (e la propria morte) che l’autore raccolse controvoglia decenni prima, durante un viaggio in India per lavoro (tra le altre cose, è un fotografo).
Ne trovate un estratto sulla pagina del Saggiatore.

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Il quaderno; Ultimo quaderno – José Saramago [kindle]

Ho caricato sul Kindle una bella bordata di libri del portoghese che non mi ha mai attirato, ma che molti amano, decisa a verificare di prima mano e più approfonditamente se davvero, e fino a che punto, sia una persona da evitare.
Ho però cominciato mordicchiando questa raccolta di post dal blog che tenne negli ultimi anni (ormai ne son passati parecchi, si fa per esempio riferimento a Berlusconi ed al bunga bunga…), per poi stringere il cerchio.
Prima impressione: gli scritti di per sé, con qualche eccezione qua e là, non mi han lasciato nulla. Emerge a macchia di leopardo anche il suo noto anticlericalismo, e se tanto mi dà tanto il fumo puzzolente non nasconde alcun arrosto. Vedremo, comunque, quanto inciderà sul corpus letterario e se sarà tale da impedirmene la prosecuzione, oppure se qualcosa di buono ed inaspettato emergerà da premesse tanto poco promettenti.

Fuga da Bisanzio; Il canto del pendolo – Josif Brodskij [kindle]

Dulcis in fundo, ecco un autore che stacca tutti quanti di due spanne e che dopo aver piantato il primo paletto nel mio cuore ora ne sta conficcando altri.
Non un romanzo né una biografia, Fuga da Bisanzio, ma un paesaggio dell’anima: Brodskij, con la sua prosa fluente e discreta – ma pronta ad erompere quando si abbassa la guardia, come la Neva -, osserva la propria vita come in cartolina e ne trae un amalgama storico, letterario, estetico e politico uniforme.
E preciso subito che, se la sua critica al totalitarismo rosso (una delle più composte e meno reattivamente radicalizzate) mi trova concorde, si tratta di un bonus che non pesa sulla bilancia del mio apprezzamento: sia perché tale critica si estende in ampiezza su certi tratti della mentalità russa tout-court, sia perché al di là dei contenuti, pochi o molti, che posso trovare interessanti condivisibili o poetici, quest’uomo ha una mente della quale sento di potermi fidare. E con la quale mi sento a mio agio.
Ne Il canto del pendolo la sua abilità a spaziare senza disperdere la compattezza del proprio pensiero, applicati in particolare alla letteratura e alla poesia, confeziona invece una serie di ritratti e di commenti a Montale, Dostojevskij, alla Achmatova, e poi ragiona di versetti evangelici e canoni estetici – cose che, se non le stessi leggendo come lui le ha scritte, scanserei prevedendo un sicuro fastidio.

Brodskij Isof und Maria - 2004 - Baryshnikov Dance Foundation
Brodskij Iosif und Maria – 2004 – Baryshnikov Dance Foundation

La morte, oggi

[Fonte: Berlicche, qui]

L’allungarsi della vita, la mancanza di guerre e di epidemie, hanno voluto dire, per molti, il dimenticare che sia la morte.
Oggi non ce ne rendiamo conto, com’era.
Duecento anni fa ogni bambino aveva un fratello, una sorella, un parente della sua stessa età, un compagno di giochi che non ce la faceva. Si ammalava, moriva. Figli di poveri e figli di re. quanti orfani. quante vedove. quanti pochi anziani.
Un secolo dopo. Probabilmente conosciamo, abbiamo conosciuto persone che c’erano, cent’anni fa. Era appena terminata una guerra che aveva falcidiato la gioventù, e un’epidemia mortale come l’odierna, ma che trovava l’umanità molto più indifesa. Anche allora si sapeva cosa voleva dire morire.

I nostri vecchi conoscevano la morte; la rispettavano;  ci si poteva anche scherzare, ma erano quegli scherzi che si fanno a mezza bocca. Non si ironizza troppo su ciò che ti può venire a prendere domani. C’è poco da ridere.

Il domani in cui arriverà quel momento, in questa nostra era di sicurezze lievi e svago, è invece troppo remoto perché sia considerato seriamente. I lutti sono brevi e distanziati; attorno a noi ci sono mille cinture di sicurezza, mille maniglioni antipanico, mille airbag. Se qualcosa di imprevisto accade, non ti preoccupare: saranno loro a mantenerti al sicuro. quando non funzionano ci si indigna, si cerca il responsabile; la sicurezza innanzi tutto. Sono dispositivi obbligatori per regolamento: ci sono leggi che garantiscono che si possano uccidere i bambini prima che possano disturbare con la loro presenza, e leggi che ti autorizzano a darti la morte; ma non a rischiare, rischiare è proibito. Lasciare la vita è accettabile se lo desideri, ma non per caso.
quei dispositivi di protezione sono il guscio corazzato che abbiamo fabbricato per allontanare la morte; e qualcuno sussurra bisbigli di immortalità, che dicono che un giorno avremo corpi bionici e meccanici e non vedremo mai la tomba.

questa è la nostra società. Un eterno presente, in cui il nostro domani mortale è sfocato come un oggetto distante in una fotografia, in un primo piano.

Un giorno è arrivato l’imprevisto. Una città cinese chiusa, e noi ne ridevamo. Troppo lontano. L’avvicinarsi silenzioso, di soppiatto, della sterminatrice; e ancora ne ridevamo.
Poi ha cominciato a bussare; e le file di bare hanno improvvisamente risvegliato qualcosa, un ricordo sopito.
La morte esiste. Ed esiste ora.

Tanto eravamo arrivati a sottovalutarla, riuscire a dimenticarci di lei, che ne siamo stati tutti colti di sorpresa. Adesso ci devi fare i conti. Devi fare i conti con lei tutta intera. Vuol dire che non vedrai più una certa persona; e ti domandi, dov’è finita? Dove sono finiti tutti i suoi ricordi, i momenti che ha vissuto? Che fine ha fatto quell’intelligenza viva, quell’amore che aveva, ogni singolo istante?

Tu sai cos’è ora. Cellule che si decompongono in un contenitore zincato, liquidi che si asciugano a poco a poco, e creature che si cibano di quelle carni che avevi accarezzate; fino a diventare cenere, fino a diventare terra.
Di quante ossa non conosciamo più il nome. Di quanti soprammobili impolverati più non sappiamo dire chi li comprò e li mise sullo scaffale. quante fotografie stinte di sconosciuti. Cominciamo ad accorgercene.

Ti sembra impossibile. Com’è possibile che quell’energia vitale sia svanita dal mondo? Che quella persona sia ormai  nient’altro che ricordo che sbiadisce, fino a cancellarsi, fino a quando più nessuno si ricorderà di quelle fattezze amate?

E’ sembrato impossibile ad ogni uomo, in ogni tempo. E’ una domanda, è LA domanda.
Che io sia felice. Per sempre. Che non finisca qui. Che ci sia un oltre, un posto che non vediamo che ma che sentiamo ci debba essere, in cui la morte dell’oggi cessi, dove non esistano più quelle guerre, quelle malattie, quelle ingiustizie che sperimentiamo quotidianamente. Un’altra vita, una vita nuova, sotto un cielo differente e non più indifferente.

Un luogo dove ritrovare chi mi è stato caro, e dove loro ritrovino me. Un eterno ritorno. Una resurrezione. La resurrezione.

Dimenticare la morte ci ha fatto anche dimenticare la resurrezione. Ci ha fatto scordare anche le condizioni di quella resurrezione. Perché se sogniamo cieli nuovi,  una terra di giustizia, allora in essa non c’è posto per il male. Compreso il nostro. Compreso quello che abbiamo fatto, facciamo, faremo.
Fosse solo per noi, per raggiungere quella terra non sapremmo dove andare. Ci arriveremo solo andando dietro a un bene. Non sarà un nostro sforzo a farci abbandonare il male, ma seguendo quello che si può chiamare amore ci guarderemo alle spalle e ci accorgeremo che quel male  è rimasto indietro. Come qualcosa che non serve più, che non è mai servito.

Certo, può essere tutta un’illusione. Può darsi che ci attendano solo i vermi ed il silenzio.
Ma davvero non lo crediamo. Davvero non possiamo crederlo.
Se ci attende solo il nulla, cosa serve davvero abitare la scena di questo mondo?
La morte sarebbe davvero la sola regina. Ma lo sappiamo, lo sappiamo: non siamo fatti per la morte, ma per quell’amore, per la vita. Lo diciamo con ogni nostro istante, ogni nostro respiro.
Lo diciamo vivendo.

Sette piani – Dino Buzzati

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Fonte Img: CycleMagazine

Grazie al blog Passeggiate nel mistero, posso condividere con voi questo racconto breve di Buzzati che – al pari de La peste di Camus, del Decamerone e di svariati altri testi, classici e non – appare decisamente appropriato per il momento storico che stiamo attraversando.
Fa parte tra l’altro di una raccolta che ho nelle mie wishlist, perciò mi fa piacere averne potuto approfittare. Se una morale c’è, siamo noi stessi, ognuno individualmente, a darcela. Buona lettura.

Dopo un giorno di viaggio in treno, Giuseppe Corte arrivò, una mattina di marzo, alla città dove c’era la famosa casa di cura. Aveva un po’ di febbre, ma volle fare ugualmente a piedi la strada fra la stazione e l’ospedale, portandosi la sua valigetta.

Benché avesse soltanto una leggerissima forma incipiente, Giuseppe Corte era stato consigliato di rivolgersi al celebre sanatorio, dove non si curava che quell’unica malattia. Ciò garantiva un’eccezionale competenza nei medici e la più razionale ed efficace sistemazione d’impianti.

Quando lo scorse da lontano – e lo riconobbe per averne già visto la fotografia in una circolare pubblicitaria Giuseppe Corte ebbe un’ottima impressione. Il bianco edificio a sette piani era solcato da regolari rientranze che gli davano una fisionomia vaga d’albergo. Tutt’attorno era una cinta di alti alberi.

Dopo una sommaria visita medica, in attesa di un esame più accurato Giuseppe Corte fu messo in una gaia camera del settimo ed ultimo piano. I mobili erano chiari e lindi come la tappezzeria, le poltrone erano di legno, i cuscini vestiti di policrome stoffe. La vista spaziava su uno dei più bei quartieri della città. Tutto era tranquillo, ospitale e rassicurante.

Giuseppe Corte si mise subito a letto e, accesa la lampadina sopra il capezzale, cominciò a leggere un libro che aveva portato con sé. Poco dopo entrò un’infermiera per chiedergli se desiderasse qualcosa.

Giuseppe Corte non desiderava nulla ma si mise volentieri a discorrere con la giovane, chiedendo informazioni sulla casa di cura. Seppe così la strana caratteristica di quell’ospedale. I malati erano distribuiti piano per piano a seconda della gravità. Il settimo, cioè l’ultimo, era per le forme leggerissime. Il sesto era destinato ai malati non gravi ma neppure da trascurare. Al quinto si curavano già affezioni serie e così di seguito, di piano in piano. Al secondo erano i malati gravissimi. Al primo quelli per cui era inutile sperare.

Questo singolare sistema, oltre a sveltire grandemente il servizio, impediva che un malato leggero potesse venir turbato dalla vicinanza di un collega in agonia, e garantiva in ogni piano un’atmosfera omogenea. D’altra parte la cura poteva venir così graduata in modo perfetto.

Ne derivava che gli ammalati erano divisi in sette progressive caste. Ogni piano era come un piccolo mondo a sé, con le sue particolari regole, con le sue speciali tradizioni. E siccome ogni settore era affidato a un medico diverso, si erano formate, sia pure minime, ma precise differenze nei metodi di cura, nonostante il direttore generale avesse impresso all’istituto un unico fondamentale indirizzo. Quando l’infermiera fu uscita, Giuseppe Corte, sembrandogli che la febbre fosse scomparsa, raggiunse la finestra e guardò fuori, non per osservare il panorama della città, che pure era nuova per lui, ma nella speranza di scorgere, attraverso le finestre, altri ammalati dei piani inferiori. La struttura dell’edificio, a grandi rientranze, permetteva tale genere di osservazione. Soprattutto Giuseppe Corte concentrò la sua attenzione sulle finestre del primo piano che sembravano lontanissime, e che si scorgevano solo di sbieco. Ma non poté vedere nulla di interessante. Nella maggioranza erano ermeticamente sprangate dalle grigie persiane scorrevoli.

Il Corte si accorse che a una finestra di fianco alla sua stava affacciato un uomo. I due si guardarono a lungo con crescente simpatia, ma non sapevano come rompere il silenzio. Finalmente Giuseppe Corte si fece coraggio e disse: «Anche lei sta qui da poco?»

«Oh no» fece l’altro «sono qui già da due mesi…» tacque qualche istante e poi, non sapendo come continuare la conversazione, aggiunse: «Guardavo giù mio fratello.»

«Suo fratello?»

«Sì» spiegò lo sconosciuto. «Siamo entrati insieme, un caso veramente strano, ma lui è andato peggiorando, pensi che adesso è già al quarto.»

«Al quarto che cosa?»

«Al quarto piano» spiegò l’individuo e pronunciò le due parole con una tale espressione di commiserazione e di orrore, che Giuseppe Corte restò quasi spaventato.

«Ma son così gravi al quarto piano?» domandò cautamente.

«Oh Dio» fece l’altro scuotendo lentamente la testa «non sono ancora così disperati, ma c’è comunque poco da stare allegri.»

«Ma allora» chiese ancora il Corte, con una scherzosa disinvoltura come di chi accenna a cose tragiche che non lo riguardano «allora, se al quarto sono già così gravi, al primo chi mettono allora?»

«Oh, al primo sono proprio i moribondi. Laggiù i medici non hanno più niente da fare. C’è solo il prete che lavora. E naturalmente…»

«Ma ce n’è pochi al primo piano» interruppe Giuseppe Corte, come se gli premesse di avere una conferma «quasi tutte le stanze sono chiuse laggiù.»

«Ce n’è pochi, adesso, ma stamattina ce n’erano parecchi» rispose lo sconosciuto con un sottile sorriso. «Dove le persiane sono abbassate là qualcuno è morto da poco. Non vede, del resto, che negli altri piani tutte le imposte sono aperte? Ma mi scusi» aggiunse ritraendosi lentamente «mi pare che cominci a far freddo. Io ritorno in letto. Auguri, auguri…»

L’uomo scomparve dal davanzale e la finestra venne chiusa con energia; poi si vide accendersi dentro una luce. Giuseppe Corte se ne stette ancora immobile alla finestra fissando le persiane abbassate del primo piano. Le fissava con un’intensità morbosa, cercando di immaginare i funebri segreti di quel terribile primo piano dove gli ammalati venivano confinati a morire; e si sentiva sollevato di sapersene così lontano. Sulla città scendevano intanto le ombre della sera. Ad una ad una le mille finestre del sanatorio si illuminavano, da lontano si sarebbe potuto pensare a un palazzo in festa. Solo al primo piano, laggiù in fondo al precipizio, decine e decine di finestre rimanevano cieche e buie.

Il risultato della visita medica generale rasserenò Giuseppe Corte. Incline di solito a prevedere il peggio, egli si era già in cuor suo preparato a un verdetto severo e non sarebbe rimasto sorpreso se il medico gli avesse dichiarato di doverlo assegnare al piano inferiore. La febbre infatti non accennava a scomparire, nonostante le condizioni generali si mantenessero buone. Invece il sanitario gli rivolse parole cordiali e incoraggianti. Un principio di male c’era – gli disse – ma leggerissimo; in due o tre settimane probabilmente tutto sarebbe passato.

«E allora resto al settimo piano?» aveva domandato ansiosamente Giuseppe Corte a questo punto.

«Ma naturalmente!» gli aveva risposto il medico battendogli amichevolmente una mano su una spalla. «E dove pensava di dover andare? Al quarto forse?» chiese ridendo, come per alludere alla ipotesi più assurda.

«Meglio così, meglio così» fece il Corte. «Sa? Guando si è ammalati si immagina sempre il peggio…»

Giuseppe Corte infatti rimase nella stanza che gli era stata assegnata originariamente. Imparò a conoscere alcuni dei suoi compagni di ospedale, nei rari pomeriggi in cui gli veniva concesso d’alzarsi. Seguì scrupolosamente la cura, mise tutto l’impegno a guarire rapidamente, ma ciononostante le sue condizioni pareva rimanessero stazionarie.

Erano passati circa dieci giorni, quando a Giuseppe Corte si presentò il capo-infermiere del settimo piano. Aveva da chiedere un favore in via puramente amichevole: il giorno dopo doveva entrare all’ospedale una signora con due bambini; due camere erano libere, proprio di fianco alla sua, ma mancava la terza; non avrebbe consentito il signor Corte a trasferirsi in un’altra camera, altrettanto confortevole?

Giuseppe Corte non fece naturalmente nessuna difficoltà; una camera o un’altra per lui erano lo stesso; gli sarebbe anzi toccata forse una nuova e più graziosa infermiera.

«La ringrazio di cuore» fece allora il capo-infermiere con un leggero inchino; «da una persona come lei le confesso non mi stupisce un così gentile atto di cavalleria. Fra un’ora, se lei non ha nulla in contrario, procederemo al trasloco. Guardi che bisogna scendere al piano di sotto» aggiunse con voce attenuata come se si trattasse di un particolare assolutamente trascurabile. «Purtroppo in questo piano non ci sono altre camere libere. Ma è una sistemazione assolutamente provvisoria» si affrettò a specificare vedendo che Corte, rialzatosi di colpo a sedere, stava per aprir bocca in atto di protesta «una sistemazione assolutamente provvisoria. Appena resterà libera una stanza, e credo che sarà fra due o tre giorni, lei potrà tornare di sopra.»

«Le confesso» disse Giuseppe Corte sorridendo, per dimostrare di non essere un bambino «le confesso che un trasloco di questo genere non mi piace affatto.»

«Ma non ha alcun motivo medico questo trasloco; capisco benissimo quello che lei intende dire, si tratta unicamente di una cortesia a questa signora che preferisce non rimaner separata dai suoi bambini… Per carità» aggiunse ridendo apertamente «non le venga neppure in mente che ci siano altre ragioni!»

«Sarà» disse Giuseppe Corte «ma mi sembra di cattivo augurio.»

Il Corte così passò al sesto piano, e sebbene fosse convinto che questo trasloco non corrispondesse a un peggioramento del male, si sentiva a disagio al pensiero che tra lui e il mondo normale, della gente sana, già si frapponesse un netto ostacolo. Al settimo piano, porto d’arrivo, si era in un certo modo ancora in contatto con il consorzio degli uomini; esso si poteva anzi considerare quasi un prolungamento del mondo abituale. Ma al sesto già si entrava nel corpo autentico dell’ospedale; già la mentalità dei medici, delle infermiere e degli stessi ammalati era leggermente diversa. Già si ammetteva che a quel piano venivano accolti dei veri e propri ammalati, sia pure in forma non grave. Dai primi discorsi fatti con i vicini di stanza, con il personale e con i sanitari, Giuseppe Corte si accorse come in quel reparto il settimo piano venisse considerato come uno scherzo, riservato ad ammalati dilettanti, affetti più che altro da fisime; solo dal sesto, per così dire, si cominciava davvero.

Comunque Giuseppe Corte Capì che per tornare di sopra, al posto che gli competeva per le caratteristiche del suo male, avrebbe certamente incontrato qualche difficoltà; per tornare al settimo piano, egli doveva mettere in moto un complesso organismo, sia pure per un minimo sforzo; non c’era dubbio che se egli non avesse fiatato, nessuno avrebbe pensato a trasferirlo di nuovo al piano superiore dei “quasi-sani”.

Giuseppe Corte si propose perciò di non transigere sui suoi diritti e di non cedere alle lusinghe dell’abitudine. Ai compagni di reparto teneva molto a specificare di trovarsi con loro soltanto per pochi giorni, ch’era stato lui a voler scendere d’un piano per fare un piacere a una signora, e che appena fosse rimasta libera una stanza sarebbe tornato di sopra. Gli altri lo ascoltavano senza interesse e annuivano con scarsa convinzione.

Il convincimento di Giuseppe Corte trovò piena conferma nel giudizio del nuovo medico. Anche questi ammetteva che Giuseppe Corte poteva benissimo essere assegnato al settimo piano; la sua forma era as-so-lu-ta-men-te leg-ge-ra – e scandiva tale definizione per darle importanza – ma in fondo riteneva Che al sesto piano Giuseppe Corte forse potesse essere meglio curato.

«Non cominciamo con queste storie» interveniva a questo punto il malato con decisione «lei mi ha detto che il settimo piano è il mio posto; e voglio ritornarci.»

«Nessuno ha detto il contrario» ribatteva il dottore «il mio era un puro e semplice consiglio non da dot-to-re, ma da au-ten-ti-co a-mi-co! La sua forma, le ripeto, è leggerissima, non sarebbe esagerato dire che lei non è nemmeno ammalato, ma secondo me si distingue da forme analoghe per una certa maggiore estensione. Mi spiego: l’intensità del male è minima, ma considerevole l’ampiezza; il processo distruttivo delle cellule» era la prima volta che Giuseppe Corte sentiva là dentro quella sinistra espressione «il processo distruttivo delle cellule è assolutamente agli inizi, forse non è neppure cominciato, ma tende, dico solo tende, a colpire contemporaneamente vaste porzioni dell’organismo. Solo per questo, secondo me, lei può essere curato più efficacemente qui, al sesto, dove i metodi terapeutici sono più tipici ed intensi.»

Un giorno gli fu riferito che il direttore generale della casa di cura, dopo essersi lungamente consultato con i suoi collaboratori, aveva deciso un mutamento nella suddivisione dei malati. Il grado di ciascuno di essi – per così dire – veniva ribassato di un mezzo punto. Ammettendosi che in ogni piano gli ammalati fossero divisi, a seconda della loro gravità, ih due categorie (questa suddivisione veniva effettivamente fatta dai rispettivi medici, ma ad uso esclusivamente interno), l’inferiore di queste due metà veniva d’ufficio traslocata a un piano più basso. Ad esempio, la metà degli ammalati del sesto piano, quelli con forme leggermente più avanzate, dovevano passare al quinto; e i meno leggeri del settimo passare al sesto. La notizia fece piacere a Giuseppe Corte, perché in un così complesso quadro di traslochi, il suo ritorno al settimo piano sarebbe riuscito assai più facile.

Quando accennò a questa sua speranza con l’infermiera egli ebbe però un’amara sorpresa. Seppe cioè che egli sarebbe stato traslocato, ma non al settimo bensì al piano di sotto. Per motivi che l’infermiera non sapeva spiegargli, egli era stato compreso nella metà più “grave” degli ospiti del sesto piano e doveva perciò scendere al quinto.

Passata la prima sorpresa, Giuseppe Corte andò in furore; gridò che lo truffavano, che non voleva sentir parlare di altri traslochi in basso, che se ne sarebbe tornato a casa, che i diritti erano diritti e che l’amministrazione dell’ospedale non poteva trascurare così sfacciatamente le diagnosi dei sanitari.

Mentre egli ancora gridava arrivò il medico per tranquillizzarlo. Consigliò al Corte di calmarsi se non avesse voluto veder salire la febbre, gli spiegò che era successo un malinteso, almeno parziale. Ammise ancora una volta che Giuseppe Corte sarebbe stato al suo giusto posto se lo avessero messo al settimo piano, ma aggiunse di avere sul suo caso un concetto leggermente diverso, se pure personalissimo. In fondo in fondo la sua malattia poteva, in un certo senso s’intende, essere anche considerata di sesto grado, data l’ampiezza delle manifestazioni morbose. Lui stesso però non riusciva a spiegarsi come il Corte fosse stato catalogato nella metà inferiore del sesto piano. Probabilmente il segretario della direzione, che proprio quella mattina gli aveva telefonato chiedendo l’esatta posizione clinica di Giuseppe Corte, si era sbagliato nel trascrivere. O meglio la direzione aveva di proposito leggermente “peggiorato” il suo giudizio, essendo egli ritenuto un medico esperto ma troppo indulgente. Il dottore infine consigliava il Corte a non inquietarsi a subire senza proteste il trasferimento; quello che contava era la malattia, non il posto in cui veniva collocato un malato.

Per quanto si riferiva alla cura – aggiunse ancora il medico – Giuseppe Corte non avrebbe poi avuto da rammaricarsi; il medico del piano di sotto aveva certo più esperienza; era quasi dogmatico che l’abilità dei dottori andasse crescendo, almeno a giudizio della direzione, man mano che si scendeva. La camera era altrettanto comoda ed elegante. La vista ugualmente spaziosa: solo dal terzo piano in giù la visuale era tagliata dagli alberi di cinta.

Giuseppe Corte, in preda alla febbre serale, ascoltava ascoltava le meticolose giustificazioni con una progressiva stanchezza. Alla fine si accorse che gli mancavano la forza e soprattutto la voglia di reagire ulteriormente all’ingiusto trasloco. E senza altre proteste si lasciò portare al piano di sotto.

L’unica, benché povera, consolazione di Giuseppe Corte, una volta che si trovò al quinto piano, fu di sapere che per giudizio concorde di medici, di infermieri e ammalati, egli era in quel reparto il meno grave di tutti. Nell’ambito di quel piano insomma egli poteva considerarsi di gran lunga il più fortunato. Ma d’altra parte lo tormentava il pensiero che oramai ben due barriere si frapponevano fra lui e il mondo della gente normale.

Procedendo la primavera, l’aria intanto si faceva più tepida, ma Giuseppe Corte non amava più come nei primi giorni affacciarsi alla finestra; benché un simile timore fosse una pura sciocchezza, egli si sentiva rimescolare tutto da uno strano brivido alla vista delle finestre del primo piano, sempre nella maggioranza chiuse, che si erano fatte assai più vicine.

Il suo male sembrava stazionario. Dopo tre giorni di permanenza al quinto piano, si manifestò anzi sulla gamba destra una specie di eczema che non accennò a riassorbirsi nei giorni successivi. Era un’affezione – gli disse il medico – assolutamente indipendente dal male principale; un disturbo che poteva capitare alla persona più sana del mondo. Ci sarebbe voluta, per eliminarlo in pochi giorni, una intensa cura di raggi digamma.

«E non si possono avere qui i raggi digamma?» chiese Giuseppe Corte.

«Certamente» rispose compiaciuto il medico «il nostro ospedale dispone di tutto. C’è un solo inconveniente…»

«Che cosa?» fece il Corte con un vago presentimento.

«Inconveniente per modo di dire» si corresse il dottore «volevo dire che l’installazione per i raggi si trova soltanto al quarto piano e io le sconsiglierei di fare tre volte al giorno un simile tragitto.»

«E allora niente?»

«Allora sarebbe meglio che fino a che l’espulsione non sia passata lei avesse la compiacenza di scendere al quarto.»

«Basta!» urlò allora esasperato Giuseppe Corte. «Ne ho già abbastanza di scendere! Dovessi crepare, al quarto non ci vado!»

«Come lei crede» fece conciliante il medico per non irritarlo «ma come medico curante, badi che le proibisco di andar da basso tre volte al giorno».

Il brutto fu che l’eczema, invece di attenuarsi, andò lentamente ampliandosi. Giuseppe Corte non riusciva a trovare requie e continuava a rivoltarsi nel letto. Durò così, rabbioso, per tre giorni, fino a che dovette cedere. Spontaneamente pregò il medico di fargli praticare la cura dei raggi e di essere trasferito al piano inferiore.

Quaggiù il Corte notò, con inconfessato piacere, di rappresentare un’eccezione. Gli altri ammalati del reparto erano decisamente in condizioni molto serie e non potevano lasciare neppure per un minuto il letto. Egli invece poteva prendersi il lusso di raggiungere a piedi, dalla sua stanza, la sala dei raggi, fra i complimenti e la meraviglia delle stesse infermiere.

Al nuovo medico, egli precisò con insistenza la sua posizione specialissima. Un ammalato che in fondo aveva diritto al settimo piano veniva a trovarsi al quarto. Appena l’espulsione fosse passata, egli intendeva ritornare di sopra.

Non avrebbe assolutamente ammesso alcuna nuova scusa. Lui, che sarebbe potuto trovarsi legittimamente ancora al settimo.

«Al settimo, al settimo!» esclamò sorridendo il medico che finiva proprio allora di visitarlo. «Sempre esagerati voi ammalati! Sono il primo io a dire che lei può essere contento del suo stato; a quanto vedo dalla tabella clinica, grandi peggioramenti non ci sono stati. Ma da questo a parlare di settimo piano mi scusi la brutale sincerità – c’è una certa differenza! Lei è uno dei casi meno preoccupanti, ne convengo, ma è pur sempre un ammalato!»

«E allora, allora» fece Giuseppe Corte accendendosi tutto nel volto «lei a che piano mi metterebbe?»

«Oh, Dio, non è facile dire, non le ho fatto che una breve visita, per poter pronunciarmi dovrei seguirla per almeno una settimana.»

«Va bene» insistette Corte «ma pressappoco lei saprà.» Il medico, per tranquillizzarlo, fece finta di concentrarsi un momento in meditazione e poi, annuendo con il capo a se stesso, disse lentamente: «Oh Dio! proprio per accontentarla, ecco, ma potremmo in fondo metterla al sesto! Sì sì» aggiunse come per persuadere se stesso. «Il sesto potrebbe andar bene.»

Il dottore credeva così di far lieto il malato. Invece sul volto di Giuseppe Corte si diffuse un’espressione di sgomento: si accorgeva, il malato, che i medici degli ultimi piani l’avevano ingannato; ecco qui questo nuovo dottore, evidentemente più abile e più onesto, che in cuor suo – era evidente – lo assegnava, non al settimo, ma al quinto piano, e forse al quinto inferiore! La delusione inaspettata prostrò il Corte. Quella sera la febbre salì sensibilmente.

La permanenza al quarto piano segnò il periodo più tranquillo passato da Giuseppe Corte dopo l’entrata all’Ospedale. Il medico era persona simpaticissima, premurosa e cordiale; si tratteneva spesso anche per delle ore intere a chiacchierare degli argomenti più svariati. Giuseppe Corte discorreva pure molto volentieri, cercando argomenti che riguardassero la sua solita vita d’avvocato e d’uomo di mondo. Egli cercava di persuadersi di appartenere ancora al consorzio degli uomini sani, di essere ancora legato al mondo degli affari, di interessarsi veramente dei fatti pubblici. Cercava, senza riuscirvi. Invariabilmente il discorso finiva sempre per cadere sulla malattia.

Il desiderio di un miglioramento qualsiasi era divenuto in Giuseppe Corte un’ossessione. Purtroppo i raggi digamma, se erano riusciti ad arrestare il diffondersi dell’espulsione cutanea, non erano bastati ad eliminarla. Ogni giorno Giuseppe Corte ne parlava lungamente col medico e si sforzava in questi colloqui di mostrarsi forte, anzi ironico, senza mai riuscirvi.

«Mi dica, dottore» disse un giorno «come va il processo distruttivo delle mie cellule?»

«Oh, ma che brutte parole!» lo rimproverò scherzosamente il dottore. «Dove mai le ha imparate? Non sta bene, non sta bene, soprattutto per un malato! Mai più voglio sentire da lei discorsi simili.»

«Va bene» obiettò il Corte «ma così lei non mi ha risposto.»

«Oh, le rispondo subito» fece il dottore cortese. «Il processo distruttivo delle cellule, per ripetere la sua orribile espressione, è, nel suo caso, minimo, assolutamente minimo. Ma sarei tentato di definirlo ostinato.»

«Ostinato, cronico vuol dire?»

«Non mi faccia dire quello che non ho detto. Io voglio dire soltanto ostinato. Del resto sono così la maggioranza dei casi. Affezioni anche lievissime spesso hanno bisogno di cure energiche e lunghe.»

«Ma mi dica, dottore, quando potrò sperare in un miglioramento?»

«Quando? Le predizioni in questi casi sono piuttosto difficili… Ma senta» aggiunse dopo una pausa meditativa «vedo che lei ha una vera e propria smania di guarire… se non temessi di farla arrabbiare, sa che cosa le consiglierei?»

«Ma dica, dica pure, dottore…»

«Ebbene, le pongo la questione in termini molto chiari. Se io, colpito da questo male in forma anche tenuissima, capitassi in questo sanatorio, che è forse il migliore che esista, mi farei assegnare spontaneamente, e fin dal primo giorno, fin dal primo giorno, capisce? a uno dei piani più bassi. Mi farei mettere addirittura al…»

«Al primo?» suggerì con uno sforzato sorriso il Corte.

«Oh no! al primo no!» rispose ironico il medico «questo poi no! Ma al terzo o anche al secondo di certo. Nei piani inferiori la cura è fatta molto meglio, le garantisco, gli impianti sono più completi e potenti, il personale è più abile. Lei sa poi chi è l’anima di questo ospedale?»

«Non è il professor Dati?»

«Già il professor Dati. È lui l’inventore della cura che qui si pratica, lui il progettista dell’intero impianto. Ebbene, lui, il maestro, sta, per così dire, fra il primo e il secondo piano. Di là irraggia la sua forza direttiva. Ma, glielo garantisco io, il suo influsso non arriva oltre al terzo piano; più in la si direbbe che gli stessi suoi ordini si sminuzzino, perdano di consistenza, deviino; il cuore dell’ospedale è in basso e in basso bisogna stare per avere le cure migliori.»

«Ma insomma» fece Giuseppe Corte con voce tremante «allora lei mi consiglia…»

«Aggiunga una cosa» continuò imperterrito il dottore «aggiunga che nel suo caso particolare ci sarebbe da badare anche all’espulsione. Una cosa di nessuna importanza ne convengo, ma piuttosto noiosa, che a lungo andare potrebbe deprimere il suo “morale”; e lei sa quanto è importante per la guarigione la serenità di spirito. Le applicazioni di raggi che io le ho fatte sono riuscite solo a metà fruttuose. Il perché? Può darsi che sia un puro caso, ma può darsi anche che i raggi non siano abbastanza intensi. Ebbene, al terzo piano le macchine dei raggi sono molto più potenti. Le probabilità di guarire il suo eczema sarebbero molto maggiori. Poi vede? una volta avviata la guarigione, il passo più difficile è fatto. Quando si comincia a risalire, è poi difficile tornare ancora indietro. Quando lei si sentirà davvero meglio, allora nulla impedirà che lei risalga qui da noi o anche più in su, secondo i suoi “meriti” anche al quinto, al sesto, persino al settimo oso dire…»

«Ma lei crede che questo potrà accelerare la cura?»

«Ma non ci può essere dubbio. Le ho già detto che cosa farei io nei suoi panni.»

Discorsi di questo genere il dottore ne faceva ogni giorno a Giuseppe Corte. Venne infine il momento in cui il malato, stanco di patire per l’eczema, nonostante l’istintiva riluttanza a scendere, decise di seguire il consiglio del medico e si trasferì al piano di sotto.

Notò subito al terzo piano che nel reparto regnava una speciale gaiezza, sia nel medico, sia nelle infermiere, sebbene laggiù fossero in cura ammalati molto preoccupanti. Si accorse anzi che di giorno in giorno questa gaiezza andava aumentando: incuriosito, dopo che ebbe preso un po’ di confidenza con l’infermiera, domandò come mai fossero tutti così allegri.

«Ah, non lo sa?» rispose l’infermiera «fra tre giorni andiamo in vacanza.» «Come; andiamo in vacanza?»

«Ma sì. Per quindici giorni, il terzo piano si chiude e il personale se ne va a spasso. Il riposo tocca a turno ai vari piani.»

«E i malati? come fate?»

«Siccome ce n’è relativamente pochi, di due piani se ne fa uno solo.» «Come? riunite gli ammalati del terzo e del quarto?»

«No, no» corresse l’infermiera «del terzo e del secondo.

Quelli che sono qui dovranno discendere da basso.»

«Discendere al secondo?» fece Giuseppe Corte, pallido come un morto.

«Io dovrei così scendere al secondo?»

«Ma certo. E che cosa c’è di strano? Quando torniamo, fra quindici giorni, lei ritornerà in questa stanza. Non mi pare che ci sia da spaventarsi.»

Invece Giuseppe Corte – un misterioso istinto lo avvertiva – fu invaso da una crudele paura. Ma, visto che non poteva trattenere il personale dall’andare in vacanza, convinto che la nuova cura coi raggi più intensi gli facesse bene – l’eczema si era quasi completamente riassorbito – egli non osò muovere formale opposizione al nuovo trasferimento. Pretese però, incurante dei motteggi delle infermiere, che sulla porta della sua nuova stanza fosse attaccato un cartello con su scritto “Giuseppe Corte, del terzo piano, di passaggio”. Una cosa simile non trovava precedenti nella storia del sanatorio, ma i medici non si opposero, pensando che in un temperamento nervoso quale il Corte anche una piccola contrarietà potesse provocare una grave scossa.

Si trattava in fondo di aspettare quindici giorni né uno di più, né uno di meno. Giuseppe Corte si mise a contarli con avidità ostinata, restando per delle ore intere immobile sul letto, con gli occhi fissi sui mobili, che al secondo piano non erano più così moderni e gai come nei reparti superiori, ma assumevano dimensioni più grandi e linee più solenni e severe. E di tanto in tanto aguzzava le orecchie poiché gli pareva di udire dal piano di sotto, il piano dei moribondi, il reparto dei “condannati”, vaghi rantoli di agonie.

Tutto questo naturalmente contribuiva a scoraggiarlo. E la minore serenità sembrava aiutare la malattia, la febbre tendeva a salire, la debolezza generale si faceva più fonda. Dalla finestra – si era oramai in piena estate e i vetri si tenevano quasi sempre aperti – non si scorgevano più i tetti e neppure le case della città, ma soltanto la muraglia verde degli alberi che circondavano l’ospedale.

Dopo sette giorni, un pomeriggio verso le due, entrarono improvvisamente il capo-infermiere e tre infermieri, che spingevano un lettuccio a rotelle. «Siamo pronti per il trasloco?» domandò in tono di bonaria celia il capo-infermiere.

«Che trasloco?» domandò con voce stentata Giuseppe Corte «che altri scherzi sono questi? Non tornano fra sette giorni quelli del terzo piano?»

«Che terzo piano?» disse il capo-infermiere come se non capisse «io ho avuto l’ordine di condurla al primo, guardi qua» e fece vedere un modulo stampato per il passaggio al piano inferiore firmato nientemeno che dallo Stesso professor Dati.

Il terrore, la rabbia infernale di Giuseppe Corte esplosero allora in lunghe irose grida che si ripercossero per tutto il reparto. «Adagio, adagio per carità» supplicarono gli infermieri «ci sono dei malati che non stanno bene!» Ma ci voleva altro per calmarlo.

Finalmente accorse il medico che dirigeva il reparto, una persona gentilissima e molto educata. Si informò, guardò il modulo, si fece spiegare dal Corte. Poi si rivolse incollerito al capo-infermiere, dichiarando che c’era stato uno sbaglio, lui non aveva dato alcuna disposizione del genere, da qualche tempo c’era una insopportabile confusione, lui veniva tenuto all’oscuro di tutto… Infine, detto il fatto suo al dipendente, si rivolse, in tono cortese, al malato, scusandosi profondamente.

«Purtroppo però» aggiunse il medico «purtroppo il professor Dati proprio un’ora fa è partito per una breve licenza, non tornerà che fra due giorni. Sono assolutamente desolato, ma i suoi ordini non possono essere trasgrediti. Sarà lui il primo a rammaricarsene, glielo garantisco… un errore simile! Non capisco come possa essere accaduto!

Ormai un pietoso tremito aveva preso a scuotere Giuseppe Corte. La capacità di dominarsi gli era completamente sfuggita. Il terrore l’aveva sopraffatto come un bambino. I suoi singhiozzi risuonavano lenti e disperati per la stanza.

Giunse così, per quell’esecrabile errore, all’ultima stazione. Nel reparto dei moribondi lui, che in fondo, per la gravità del male, a giudizio anche dei medici più severi, aveva il diritto di essere assegnato al sesto, se non al settimo piano! La situazione era talmente grottesca che in certi istanti Giuseppe Corte sentiva quasi la voglia di sghignazzare senza ritegno.

Disteso nel letto, mentre il caldo pomeriggio d’estate passava lentamente sulla grande città, egli guardava il verde degli alberi attraverso la finestra, con l’impressione di essere giunto in un mondo irreale, fatto di assurde pareti a piastrelle sterilizzate, di gelidi androni mortuari, di bianche figure umane vuote di anima. Gli venne persino in mente che anche gli alberi che gli sembrava di scorgere attraverso la finestra non fossero veri; finì anzi per convincersene, notando che le foglie non si muovevano affatto. Questa idea lo agitò talmente, che il Corte chiamò col campanello l’infermiera e si fece porgere gli occhiali da miope, che in letto non adoperava; solo allora riuscì a tranquillizzarsi un poco: con l’aiuto delle lenti poté assicurarsi che erano proprio alberi veri e che le foglie, sia pur leggermente, ogni tanto erano mosse dal vento.

Uscita che fu l’infermiera, passò un quarto d’ora in completo silenzio. Sei piani, sei terribili muraglie, sia pure per un errore formale, sovrastavano adesso Giuseppe Corte con implacabile peso. In quanti anni, sì, bisognava pensare proprio ad anni, in quanti anni egli sarebbe riuscito a risalire fino all’orlo di quel precipizio?

Ma come mai la stanza si faceva improvvisamente così buia? Era pur sempre pomeriggio pieno. Con uno sforzo supremo Giuseppe Corte, che si sentiva paralizzato da uno strano torpore, guardò l’orologio, sul comodino, di fianco al letto. Erano le tre e mezzo. Voltò il capo dall’altra parte, e vide che le persiane scorrevoli, obbedienti a un misterioso comando, scendevano lentamente, chiudendo il passo alla luce.

libri (marzo 2020) – pt. II

Seconda metà del mese, tutti e-book.

l'animale più pericoloso - luca d'andrea

L’animale più pericoloso – Luca d’Andrea [*kindle]

Ne avevo letto su uno dei molti blog del poliedrico Lucius (sì, ancora lui!), e mi ispirava.
Veloce e leggero, cresce d’intensità nella seconda parte; non particolarmente originale ma, almeno, non pretenzioso come certi gialloni americani serissimi, o come svariata narrativa italiana di genere cui pure s’ispira.
Ci sono infatti inganni nel web, protagonisti con a carico esperienze che ti sporcano l’anima, attrazioni sessuali così come ferite sessuali, tecnici forensi pm funzionari di alto grado interessi segreti e turbamenti – ma anche un fondo d’ingenuità, irruenza e semplicità che non potremmo trovare né a Los Angeles né nella Napoli letteraria.
E poi ci sono i Carabinieri (carrrramba!) al posto dei poliziotti, che si permettono pure di fare il verso a Terence Hill col suo (suo nelle prime due stagioni, in verità) A un passo dal cielo – infatti la storia si svolge in Trentino, a Sesto Pusterìa, la stessa zona di San Candido e del lago di Braies che pure vengono nominati.
Non posso che chiudere questo commento con la fanfara dei Carrrramba!, fanfara che ho come suoneria del cellulare da qualcosa come diec’anni e più.

Una cosa che volevo dirti da un po’ – Alice Munro [*kindle]

Il perdono in famiglia per me è un mistero; come sopraggiunge, come possa durare.

Mi capita insistentemente di immaginarti morto.
Mi dicesti che mi amavi, anni fa. Tanti anni fa.
E lo dissi anch’io, ero innamorata di te al tempo. Un’esagerazione.

Di questa raccolta ho letto, per ora, cinque racconti. La Munro sa quel che fa. I suoi sono ritratti di vita emotiva-familiare accurati e nascostamente caustici, nei quali le stoccate ai protagonisti, ciechi alle proprie nevrosi e deficienze, giungono usualmente al termine della narrazione decapitando platealmente un cavallo che abbiamo visto agonizzare lento e testardo per tutte le pagine.
Il mio preferito, finora, è Dimmi se sì o no.
Ne leggerò altri più avanti, adesso la minuzia di particolari con cui descrive il pensiero su se stessi dei personaggi mi pesa un po’, e soprattutto ho estratto dallo scaffale un Signor Libro: L’ombra dello scorpione di Stephen King! Dunque, lo slot “narrativa” da oggi è occupato sino a nuovo ordine ♡

Capital Punishment

Riflessioni sulla pena di morte – Albert Camus [*kindle]

In cerca di saggi e saggetti, avendo appena letto La peste, ho pinzato dello stesso Camus questo pamphlet (leggibile in una giornata). A parte rinnovare il mio disprezzo per la pena capitale – dall’autore definita supplizio coronato dai fiori della retorica –, mi ha fatto scoprire – horribile dictu – che all’alba del 1957, in Francia, ancora si eseguivano esecuzioni (pardonnez moi la repetition) alla ghigliottina. Mi cascò la mandibola, mi cascò.
Bello – se così ci si può esprimere al riguardo – il paragone che porta tra pena di morte e campo di concentramento, che differisce dal carcere semplice perché presenta una morte non solo “aritmeticamente” restituita al criminale, ma anche pubblicamente decisa, programmata con criteri d’efficacia industriale, comunicata infine in anticipo come un assassino potrebbe fare solo mantenendo la propria vittima in condizione sospesa per mesi / anni prima di eseguire la sentenza (e a proposito delle tempistiche di attesa: Camus si stupiva, per quanto lo trovasse necessario per una eventuale revisione della pena, che quest’attesa potesse durare la smisurata quantità di pochi mesi…).
Parla anche, in modo altrettanto agghiacciante poiché beneficamente diretto, di come un detenuto in attesa di esecuzione sia tal quale ad un animale destinato al macello: nel senso che egli gode di un regime alimentare speciale, privilegiato, e si vigila perché si alimenti. Lo si forza, se occorre. L’animale che si sta per uccidere deve essere in piena forma. Le cose e le bestie hanno diritto unicamente a quelle libertà degradate chiamate capricci.
Colpisce poi, tra le ragioni per le quali la pena di morte non costituisce un valido deterrente (fatto, questo, acclarato), una che non ho mai letto o sentito nessuno esporre (magari è stato fatto, in tal caso non ne sono al corrente). Ed è questa, che amo particolarmente per il suo mettere in evidenza un caposaldo psicanalitico comprensibile a chiunque sia dotato non di cultura, ma di autocoscienza:

L’istinto di vita, che è fondamentale, non lo è più di un altro istinto, di cui non parlano gli psicologi accademici: l’istinto di morte, che esige in certe ore particolari la distruzione di se stessi e degli altri.
E’ probabile che il desiderio di uccidere spesso coincida con il desiderio di morire o di annientarsi.
[…] L’uomo desidera vivere, ma è vano sperare che un tale desiderio regni sulla totalità delle sue azioni. Desidera anche non essere, vuole l’irreparabile, e la morte per la morte. Accade così che il criminale non desideri soltanto il delitto, ma anche la sventura che l’accompagna, persino e soprattutto se è una sventura smisurata.

Psicologia del giocatore di scacchi – Reuben Fine [*kindle]

Psicanalista e scacchista a sua volta, Reuben Fine propone una panoramica svelta ma – per me che sono una totale profana – piuttosto curiosa. Al netto della personale simpatia e fiducia o meno nella psicanalisi, è un testo leggero che può interessare appassionati del gioco ed appassionati di psicologia (in senso lato) in egual misura, fornendo per altro una piccola galleria di nevrosi e psicosi dalle quali Hollywood avrebbe ben ragione di attingere – fino all’estremo di Bobby Fischer, individuo ripugnante.
Citando cinema e scacchi, come non approfittarne per segnalare ai miei fidi lettori il blog di Lucius (sì, un altro) dedicato alle comparsate del “gioco dei re / re dei giochi” nei film: il Citascacchi! 😉 Se invece preferite degli input musicali, ecco qua: Chicco ha dedicato una due post (1 & 2) alle cover degli album musicali a tema scacchistico, ed ai rapporti tra musicisti e scacchi in generale.

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Reuben Fine

Confesso che ho vissuto – Pablo Neruda [*kindle]

Poche cose mi fanno stare bene come immergermi nella natura. E Neruda, non solo nelle sue poesie ma anche in prosa, sa far emergere tutto il suo beneficio così viscerale, primordiale, disintermediato, antiretorico e profondo. Chiarisco: non sono mai stata sportiva, né capace di approcciarmi alla natura in modo diverso da quello della cittadina che coglie scampoli di bellezza e salute, ma non sopporterebbe di viverci dentro. Immergermici equivale a rigenerarmi in situazioni circoscritte eppure non artefatte, come facevo da piccola nel giardino di casa (nostalgia), come faccio ora sul balcone quando godo del sole come una lucertola, del sole e del vento che ti asciugano da ogni grano di pensiero, sentimento e sensazione superflua. A maggior ragione per questo la familiarità dell’autore cileno con questi e molti altri elementi mi arriva diretta come un massaggio al cuore.
L’autobiografia è suddivisa in “quaderni”: se il primo è dedicato all’infanzia ed alla scoperta delle meraviglie della sua terra, e per meglio dire della “provincia”, delle estese propaggini extra-megalopoli con la loro vita contadina ed il retaggio ancestrale degli indigeni araucani ma anche quello della dominazione spagnola (che, afferma l’autore, ha tolto al Cile l’oro delle risorse e della libertà ma gli ha al contempo donato l’oro di una lingua amata), i successivi si spostano e si concentrano su altri focus d’interesse: le abitudini di città – Santiago in primis -, i viaggi per il mondo nel ruolo di console (più di nome che di fatto), la poesia, un pizzico di politica (ciò che ne dice è grossolano, vago, e non compare prima del quaderno numero 6, e c’è poi una parte più consistente nel 12),…
… il testo è scorrevole, e come direbbero i critici quelli seri “acchiappa”: un caleidoscopio sensoriale, un carosello esperienziale, una galleria animata di ritratti. Più una raccolta di memorie che una vera e propria autobiografia, forma probabilmente meno consona a Neruda.

L’uomo che diventò donna – Sherwood Anderson [*kindle]

Per una panoramica su cosa aspettarvi da questa raccolta di racconti, vi rimando al post di Benny. Di mio posso solo aggiungere che è effettivamente molto diretta, ripulita dagli eccessi, e molto ritmata. Il primo racconto, per dire, parla di un ragazzo che per guadagnare qualcosa fa lo stalliere di cavalli da competizione, e la lettura stessa procede un po’ al trotto, come una bibita che ti scivola in gola senza trovare attrito ma anzi sfruttando la pendenza. Ed è una cosa buona, quando succede.
Ho potuto leggere Anderson grazie ad una delle iniziative di Solidarietà digitale riportate qui, ed all’editrice Cliquot.

✪✪✪

I libri non commentati:
Le parole – Jean-Paul Sartre [*kindle]

Intenzioni di preghiera (Covid19)

La faccio breve, anche perché questo post – nient’altro che un listone – sarà lungo.
Il titolo dice già tutto: dato che di persone, situazioni, speranze per le quali pregare – anche limitandosi all’ambito del virus – ve ne sono innumerevoli, e che ogni giorno me ne vengono in mente di nuove; sia per ricordarmene sia per dare un input a chi volesse approfittarne vado ad elencarle qui. Per comodità mia inserisco anche delle intenzioni personali, che ritengo possano comunque farvi nascere associazioni mentali utili.

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Dunque, in ordine sparsissimo, una preghiera:

  • per chi è rimasto inchiodato a casa da solo ed, essendo anziano e magari con qualche malanno, è in difficoltà. Vale doppio per chi non ha figli / fratelli o li ha ma vivono distanti;
  • per chi al contrario con un genitore, figlio, altro familiare malato ci convive, e rischia di non reggere la fatica, la tensione, la difficoltà di farsi capire e farsi dare retta sui provvedimenti sanitari ed i comportamenti da tenere;
  • per tutti caregiver, familiari e non. Perché non mollino la presa e si sentano accolti da qualcuno, perché abbiano una valvola di sfogo, perché non cedano alla tentazione di sfogarsi sul malato a loro carico rischiando di infliggere una ferita irrimediabile.
    Per chi fra loro, e anche in generale, non ha retto ad una concomitanza di guai e ha mollato la presa, suicidandosi;
  • per i disabili e in particolare i malati cronici, gli immunodepressi. Perché vengano protetti e non vengano lasciati soli da uno Stato occupato a fronteggiare l’emergenza, perché non vengano ulteriormente ridotti i loro diritti con la scusa che le risorse non sono sufficienti;
  • per le assistenti sociali, e chi fa (ancora) volontariato;
  • per le donne abusate, che non hanno più neppure la scusa di una piccola spesa un po’ frequente per uscire di casa, e che in questo momento vedono moltiplicarsi le occasioni di irritare il proprio aguzzino. Per i loro figli e per tutte le situazioni di abuso che neppure immaginiamo;
  • per i senzatetto, che non possono scrivere da nessuna parte #restoacasa;
  • per i carcerati, che è giusto restino dove stanno ma potrebbero starci e sarebbe giusto ci stessero meglio.
    Per gli agenti penitenziari.
    Perché tutti abbiano dispositivi di protezione e un ascolto maggiore in questo momento.
    Perché gli evasi non ancora recuperati vengano recuperati. Perché a nessuno venga permesso di approfittare della situazione di merda per infilare un indulto, un’amnistia, o fetenzìe anti-autoritarie varie;
  • per gli immigrati assembrati senza possibilità di distanziamento sociale nei vari centri accoglienza;
  • per chi appartiene alle forze dell’ordine;
  • per i medici, gli infermieri, gli OSS ed ASA sul campo, perché possano lavorare in sicurezza, non cedere alla stanchezza, riuscire a garantire delle cure adeguate nei limiti del possibile e perché nessun altro di loro s’ammali. Perché agiscano con coscienza e non dimentichino che le circostanze terribili non li autorizzano a lavorare male;
  • per i dirigenti dei medici ecc. di cui sopra, le amministrazioni sanitarie tutte, perché sbroglino almeno un po’ il casino con qualche genialata che poi fare genialate è proprio competenza delle amministrazioni.
    Per il beneamato e bistrattato Sistema Sanitario Nazionale, perché regga, e smettano di metterglielo in culo e comincino piuttosto a fargli carezze.
    Per i farmacisti, per i ricercatori che stanno lavorando sulle genetica del virus ed alla preparazione di un vaccino;
  • per i contagiati, che siano in isolamento a casa propria o ricoverati, per chi sta in terapia intensiva / rianimazione, per chi si trova in agonia in questo momento, per i suoi familiari e chi l’assiste.
    Per i sanitari ed i dirigenti delle associazioni nazionali che si occupano delle condizioni di terminalità, perché sappiano distinguere la necessità di stabilire una priorità per la cura dalle molte spinte ideologiche che oggi vorrebbero svalutare la vita non autosufficiente o non autonoma: la terzà età, la vita intrauterina, le disabilità gravi, promuovendo codici etici e giurisprudenze favorevoli ad aborto, etutanasia, equiparazione dello stato vegetativo alla vita “vegetale” con annesso saccheggio degli organi;
  • per chi è ricoverato in rsa, rsd ecc., specialmente se non in grado di comprendere cosa sta succedendo e perché non vede più i familiari;
  • per tutti i morti a causa del virus e per i loro cari rimasti;
  • per i sacerdoti, che sappiano scegliere con chiarezza cosa fare, comunicare con efficacia ai fedeli senza lasciarsi trascinare dall’opinione pubblica e senza esternazioni personali gratuite, e sappiano soprattutto insistere nell’impetrare la protezione divina;
  • per le mamme, le nonne e le zie, perché sappiano restare salde e trasmettere a figli e nipoti serenità, oltre che senso di responsabilità;
  • per i vicini di casa, anche quelli meschini (io non riesco a desiderare davvero che stiano bene, ma chiedo che non debbano soffrire per la perdita o la malattia di un loro caro);
  • per i politici chiamati ad occuparsi del casino, perché limitino i danni del virus e non ne aggiungano di propri, o almeno non troppi.
    Per gli amministratori locali, compreso quella faina del mio sindaco.
    Per i sindacati, che spero di sbagliarmi ma ho l’impressione stiano montando proteste che davvero non ci aiutano;
  • per chi è rimasto, volente o nolente, al lavoro. Perché gli venga fornita adeguata protezione.
    Per chi invece è stato lasciato a casa, non solo fisicamente ma con l’interruzione probabile o sicura del contratto, o con la promessa di riprendere quando sarà possibile ma senza tutele, senza stipendio o cassa integrazione o null’altro; per chi al lavoro ci va ma era sfruttato prima ed è sfruttato tanto più adesso – per esempio i fattorini.
    Per i commessi di supermercato.
    Per i rivenditori di Amuchina, guanti, mascherine e respiratori, tra i quali i ferramenta, perché non approfittino della necessità di questi presidi per lucrarci;
  • per chi si occupa, pur con tutte le limitazioni del caso, di mandare avanti l’industria dell’intrattenimento. Non, evidentemente, i gestori di cinema e teatri, ma per esempio tutta la gente della televisione, che un po’ (poco) ci informa e un po’ (tanto) ci distrae, e ne abbiamo bisogno;
  • per i giornalisti (e i distributori che ci consegnano i quotidiani), gli autori, i conduttori e gli showman televisivi e radiofonici, perché facciano meno spettacolo, siano meno ripetitivi e ingessati, facciano vera informazione innanzitutto invitando esperti degni di tal nome e non avendo paura di comunicare alla gente in modo preciso e approfondito. Non c’è male, in momenti simili, peggiore del qualunquismo, del pressapochismo e della concezione di spettatori e pazienti e cittadini come di bambini idioti.
    Per noi blogger, perché possiamo continuare ad esserci d’aiuto a vicenda.