22.11.xx

Santa Cecilia, donna a cui devo il mio secondo nome (che fu della mia nonna materna), patrona dei musicisti (e in fondo un po’ canterina lo sono, anche se la mia arte è un’altra), così ben raccontata nell’omonimo romanzo di Linda Ferri.
Santa Cecilia, il 22 novembre di 8 anni fa, ha visto la “nascita al cielo” di mio padre: oggi come ogni anno ho acceso un cero davanti alla sua foto, qui a casa, su quello che scherzosamente chiamo l’altarino. (Ci sono le tre foto dei miei, ciascuna con una ranocchietta in resina davanti, un candelabro, un angioletto tipo Thun con uccelletto da bomboniera pasquale appollaiato sopra… tutto ciò per avere una scusa per non stirare, visto che sono appoggiati sull’apposito Foppapedretti!).
Santa Cecilia, nobile romana convertita e martire cristiana. Non una che “non aveva niente da perdere”, al contrario una che aveva moltissimo, compresa la lucidità di saper attribuire il giusto valore alle cose – e alle persone. Nella speranza di saperla in questo imitare, le mando una preghiera, mentre scrivo: che possa essere degna di questo nome.

Carne no, pesce sì.

Premessa: cosa è carne.
Se parliamo di cibo, il termine “carne” ricomprende ogni animale commestibile, in qualunque habitat viva, in qualunque forma si presenti.
Il pesce è carne, gli affettati sono carne; nonostante torme di sacerdoti dell’interpretazione letterale, e legioni di madri cresciute a maiali scannati in cortile, non riconoscano i molluschi o le cotolette panate industriali come tali.
Tutta la carne è carne, insomma, non ci si scappa; ma dal punto di vista prettamente culturale quella di bovini, suini, ovini, equini, la cacciagione selvatica di ogni tipo – e d’altro canto i pesci, i molluschi, le conchiglie, i cefalopodi ecc. – hanno una valenza, e dunque una categorizzazione, a sé stante.
In conseguenza di questo, al di là delle preferenze di ciascuno, viene naturale a molti aspiranti vegetariani – oppure come nel mio caso a chi decide di diventare semi-vegetariano – scegliere di rinunciare alla carne di animali terrestri e/o esotici, ma mantenere nella propria dieta quelli acquatici e/o vicini alle corde e alle tradizioni locali.

pesce-palla

Dici a me? Eh, dici a me?! Guarda che ti esplodo nel piatto!

Delle ragioni semplici, e del tutto mie personali, per abbandonare o comunque limitare fortemente il consumo di carni di animali terrestri (d’ora in poi solo “carne”), a favore di quelli acquatici (d’ora in poi solo “pesce”), ve le lascio qui.
(E non vado oltre: la mia è una divagazione elementare, aperta ad un universo di considerazioni ma nient’affatto pensata per criticare chi non è vegetariano e tacciarlo di disumanità, o al contrario chi è semi-vegetariano e bollarlo come iprocrita. Per dire).

  • In entrambi i casi si uccide un essere vivente.
    Ma per qualche imperscrutabile motivo, forse banalmente biologico, la carne sa di morte anche quando è adeguatamente trattata, il pesce mai.
    Con questo non faccio alcun discorso etico: parlo invece del fatto che innumerevoli volte consumando carne ho avvertito con i sensi l’odore e il sapore, e più in generale la sensazione, del cadavere – e non solo. Mai mi è accaduto con del pesce.
    E’ spiacevole e stomachevole.
    .
  • La carne è spesso un alimento di difficile assimilazione per l’organismo, da consumare in quantità limitate per motivi di ordine sia nutrizionale che sanitario, il pesce lo è raramente.
    Nozionismi a parte, la carne è pesante. Lo è a livello macro perché lo è a livello molecolare, s’intende, a prescindere dall’abitudine consolidata a gravarla ulteriormente con salse ed intingoli (e cotture) sconsigliabili.
    In altri diversi termini, la carne stufa. Se i carboidrati tendono a gonfiare provocando senso di sazietà (ma non disgusto), la carne, nella mia esperienza, è stata spesso sinonimo di fatica: pur non sentendomi ancora appagata, semplicemente, non ne potevo più.
    .
  • Sempre nella mia esperienza concreta, la carne ha rappresentato – in generale – la costrizione, l’imposizione di una scelta da parte di altri (da bambina, chiaro, gli altri erano mia madre).
    Il pesce, consumato di rado nelle abitudini alimentari della famiglia d’origine di mia madre (che per ragioni pratiche hanno sovrastato quelle del ramo paterno), l’ho visto poco in tavola anch’io.
    Un po’ per il gusto un po’ per la rarità con la quale ne potevo godere, dunque, era destinato a rappresentare, per contro, la possibilità di nutrirmi in modo libero, e piacevole.

021019

Cammino sotto la striscia d’ombra proiettata dai pini svettanti, e la vedo allungata su una panchina: una lucertola dalla coda importante e dalla pelle slavata, probabile abbia una certa veneranda età.
Restiamo immmobili a respirare per un certo tempo, poi lei guizza via; sposto il peso sul piede avanti aspettandomi di ritrovarla oltre la fessura del poggiabraccia, ma no: non riesco a rintracciarla.
Un lampo ed è scomparsa, come di ciascuno la vita.

Altri passi avanti, dunque, verso il cimitero – oggi è programmata la visione dei resti di un certo numero di defunti, esumati da poco, e tra loro c’è mio fratello.
Non ho dubbi di voler aprire la cassettina e scoprire cosa ne è stato, fisicamente, di lui: mi han parlato di “mineralizzazione”, ho immaginato polvere fine d’ossa, invece sono ossa intere; segnate e scurite dagli anni.
Pochi istanti, meno di un minuto, non ho nemmeno voluto chiedere di lasciarci per conto nostro. Ci sarà forse occasione al momento di traslarlo, ma ora non importa.
Ci siamo rivisti, ho depositato un bacio sul palmo della mano per poggiartelo sul cranio, e poi hai sentito?, l’operaio-capo serviva Messa con te, e se ne ricordava. Anche se di scarse parole, sei rimasto nella memoria di molti.

Vita, morte e libertà.

Non mi piace e dunque non uso ribloggare o copiare interi articoli altrui, ma stavolta lo faccio: Lucia Scozzoli su Breviarium ha saputo ben legare tra loro diversi temi che mi sono cari, e l’ha fatto con una misura e precisione ammirabili.
In via eccezionale chiuderò i commenti: che ciascuno faccia di queste parole ciò che crede, senza tuttavia alimentare un dibattito pubblico che ha la pesantezza d’un carrarmato. Facciamocelo tutto nel foro interno, il dibattito.

Vita, morte e libertà.
Ma se poi arriva la Testimone di Geova…

Una donna di 70 anni Testimone di Geova è morta all’ospedale di Piedimonte Matese dopo aver rifiutato con fermezza una trasfusione di sangue che avrebbe potuto salvarle la vita. La signora aveva un’emorragia dovuta a gastrite, era disposta a farsi curare con ogni mezzo, tranne che con trasfusioni, secondo le prescrizioni della sua religione. Anche i familiari al suo capezzale, di fronte allo sgomento dei medici, hanno confermato la sua volontà.

La donna, maggiorenne e pienamente capace di intendere e di volere, ha coscientemente rifiutato una terapia, cosa che è nel suo pieno diritto, ed ha accettato le conseguenze del suo gesto, col sostegno della famiglia, che ne ha elogiato la fermezza morale, pur nel dolore della perdita.

A non accettare la dipartita è stato il primario dell’ospedale, che ha scritto sui social un post pieno di amarezza:

Oggi sono triste e contemporaneamente incazzato nero. Una paziente è venuta meno nel mio reparto perché ha rifiutato una trasfusione di sangue. Era Testimone di Geova. L’avrei salvata al 100% ma ha rifiutato ed è morta. I figli ed i parenti solidali con lei. Ho fatto di tutto. Mi sono scontrato con tutti i familiari ma… nulla. Alla fine i figli si sono esaltati dicendo: «Mamma sei stata grande, hai dato una lezione a tutti i medici ed a tutto il reparto». Mi chiedo:

1) come può una religione ancora oggi permettere un suicidio;

2) come è possibile che io deputato per giuramento a salvare vite umane, sia stato costretto a presenziare e garantire un suicidio assistito?

I figli della donna, di fronte all’eco mediatica ottenuta da questo post, hanno mandato ai giornali una replica piccata:

Gentile redazione, siamo i tre figli della signora che sarebbe deceduta per aver rifiutato una trasfusione. Amavamo molto nostra madre e l’abbiamo sempre ammirata per la sua fede e il suo coraggio, oltre che per l’amore che aveva per la vita. Anche per rispetto nei suoi confronti ci sentiamo obbligati a fare le seguenti precisazioni.

Come Testimoni di Geova amiamo moltissimo la vita. Quando nostra madre si è sentita male l’abbiamo portata subito in ospedale perché venisse curata nel modo migliore possibile. Abbiamo anche rispettato la sua decisione di non ricevere trasfusioni di sangue, consapevoli che esistono strategie mediche alternative che funzionano molto bene, anche in casi delicati. Non abbiamo “sfidato la scienza”.

Purtroppo quando nostra madre ha chiesto ai medici di curarla con ogni terapia possibile tranne che col sangue i medici non le hanno somministrato prontamente farmaci che innalzassero i valori dell’emoglobina. Lo hanno fatto solo due giorni dopo dietro nostra insistenza. Non hanno nemmeno fatto indagini strumentali (tranne una gastroscopia a distanza di 12 ore dal ricovero) che permettessero di trovare il luogo esatto dell’emorragia così da fermarla il prima possibile. Si sono limitati a chiedere insistentemente di praticare l’emotrasfusione. Ma a cosa sarebbe servita se il problema di fondo era la perdita di sangue? Intanto le condizioni di nostra madre peggioravano inesorabilmente. Dal momento che non era in grado di sostenere un trasferimento in un altro ospedale, abbiamo fatto in modo che i medici locali ricevessero materiale scientifico su efficaci strategie alternative alle emotrasfusioni. Tali indicazioni però sono state recepite solo parzialmente e quando ormai era troppo tardi.

Capiamo la frustrazione del primario, tuttavia non accettiamo le sue affermazioni. Dire che noi figli ci saremmo “esaltati” e che avremmo accolto la morte di nostra madre “quasi con gioia” è una grave diffamazione. Non si può paragonare la morte di nostra madre ad un “suicidio assistito”.

Ci auguriamo che questa triste vicenda faccia riflettere la direzione ospedaliera così che nessun paziente in futuro debba subire un trattamento simile a quello riservato a nostra madre. Quanto a noi, ci riserviamo ogni valutazione su possibili future azioni legali.

Io non sono un medico e non mi addentro minimamente nella materia delle emotrasfusioni e della validità effettiva o solo presunta delle terapie alternative, come anche intendo sorvolare sulla mia poca simpatia per i Testimoni di Geova, soprattutto in relazione alla loro strutturata organizzazione e capacità di difendersi in sede legale (la velata minaccia finale sottintende una potenza di fuoco non indifferente).

quello che mi interessa di questa vicenda, dai contorni non così ben determinati come vorremmo, è il punto di vista istintivo del medico, il quale ha riportato nel suo sfogo due punti cruciali: l’anacronismo della religione in relazione all’affermazione di dogmi e l’inconciliabilità della vocazione del medico con l’assistenza alla morte, procurata o sopportata in modo inerte.

Il medico si cruccia per un motivo chiarissimo: egli poteva salvarla, ne aveva la capacità, gli strumenti, i mezzi. Non si trattava di compiere l’impossibile, né di rischiare chissà che: bastava l’applicazione di una procedura nota, già messa in atto mille volte, efficace.

Eppure la volontà del paziente si è messa di traverso tra le sue mani e la flebo. E per quale motivo poi! Un precetto religioso!

Sui social si leggono commenti indignati contro i Testimoni di Geova e questa loro presa di posizione, ritenuta del tutto assurda. qualcuno dice “povera donna plagiata”, qualcuno più crudamente “le sta bene, ha avuto quello che si meritava”. Nessuno, mi pare, ha voluto notare che il medico non ha inveito contro Geova in particolare, ma contro tutte le religioni che permettono un suicidio. Io, invece, l’ho notato. Ed ho notato anche che il martirio, ritenuto dal cristianesimo causa immediata di salvezza dell’anima, spesso somiglia tanto ad un suicidio: quando i cristiani di certe zone tormentate del mondo vengono messi di fronte alla scelta di abiurare la propria fede o morire, e scelgono di morire, non si stanno forse “suicidando” come questa donna? Essi non vorrebbero morire, ma ciò che viene chiesto loro in cambio della vita non lo possono concedere. Ogni fede chiede questo tipo di “suicidio” in fondo: mettere i principi cardine della propria religione al di sopra di ogni altra cosa, costi quel che costi.

Avere una fede nel cuore è come uscire di casa avendo un posto specifico da raggiungere, secondo tempi certi. Si può condividere la strada con gente che non ha nessuna meta e passeggia a casaccio e allora si ferma al primo bar, si infila in un cinema, prova le esperienze che gli capitano. Chi ha una meta, però, non sempre può indugiare e fila via diritto, declina tanti inviti, perdendosi un sacco di occasioni, buone o cattive che siano. Il contrario del carpe diem, insomma. Chi non sa dove andare non può comprendere questa premura della fede, questo restare in cammino, questo puntare ad altro, e concepisce la vita solo come un buffet da cui piluccare qua e là in libertà.

La vita per chi non ha fede è un bene grande, non sacrificabile per dogmi astratti e dichiarazioni di fede, ma non è comunque un bene supremo, come lo è invece per chi è disposto a rinunciarci: resta tutto una questione di rapporto costi/benefici. Se costa poco vivere, è un vero peccato non farlo. Se costa molto, insomma, ne riparliamo: quegli stessi utenti che ora inveiscono contro la signora Testimone di Geova forse hanno esultato l’altro ieri per la sentenza della consulta sul suicidio assistito, inneggiando alla libertà di autodeterminazione (che esiste già, come il caso odierno ci dimostra).

La morale dell’analisi di tutte queste reazioni web è che l’autodeterminazione pura non è ritenuta un valore da nessuno: la gente non deve poter fare di sé ciò che vuole, bensì ciò che il sentire comune ritiene opportuno. questo sentire comune, poi, si sta spostando compatto verso una divisione delle vite degne da quelle indegne, secondo fumosi criteri di autosufficienza, possibilità di realizzazione nella società, sofferenza fisica e psicologica.

Al di fuori di questi minacciosi binari, si deve vivere con entusiasmo e sfrenata libertà, ogni altra manifestazione di libero arbitrio, che si esprima tramite dei no e dei rifiuti alle offerte mondane, è ritenuta impropria, anacronistica, da vietare addirittura.

Insomma, va bene l’autodeterminazione se si tratta di “suicidare” un malato grave ma non va assolutamente bene se si parla di sacrificarsi per un ideale trascendente.

Il medico del post si dichiara obiettore, sebbene, visto il contenuto critico verso le religioni, con ogni probabilità non cattolico: questo mette in luce un’evidenza che i radicali e loro sostenitori si rifiutano di riconoscere e cioè che la vocazione medica, di per sé stessa, costitutivamente è per la vita e mai per la morte e che l’obiezione di coscienza è tanto diffusa perché è la scelta più naturale, ovvia, consequenziale alla professione medica.

Il suicidio assistito, sancendo un indefinito diritto ad essere aiutati a morire, sottintende la nascita del dovere in capo a qualcuno di mettere in pratica questo aiuto: i medici non possono essere questo soggetto, come ribadisce il primario di Piedimonte Matese. E non per motivi ideologici, né per scelte fideistiche, ma per salute mentale: se puoi salvare qualcuno, tutto nel tuo essere ti dice che devi salvarlo. Si tratta di istinto primario, di natura base, di necessità inconscia. La vita difende sé stessa urlando nel nostro cervello: “salva!”.

E anche chi preferisce il martirio alla vita lo fa perché sceglie una vita più piena e grande, non perché sceglie la morte.

Il diritto a morire resta un concetto contro natura.

Woman of steel

Jor-El ha appena finito di uploadarsi nel mainframe della nave di Zod (e sticazzi, supersupernerd), e ho deciso che lo lascio fare, mentre mi prendo una pausa.
Oggi non è domenica ma è come se: giornata festiva, estiva, in altre parole sepolta sotto un sudario di silenzio e lontananza emotiva; giornata in cui si commemora l’assunzione della Madre in cielo, e non per questo ma in piena coincidenza io sento nostalgia della mia.
Dopo un’ora e un quarto di film – Man of steel, ovviamente – ancora non se n’è parlato in modo diretto, ma cos’è se non nostalgia di casa, casa ovvero serenità, compiutezza, senso di appartenenza, quella che il piccolo Clark sente quando si rifugia nello sgabuzzino della scuola?
E mancano anche quelle braccia che nel mio caso erano paterne, corse ad avvolgere il proprio piccolino come richiudendolo in un salvifico, sicuro utero, quando così spesso cedeva/o sotto il peso di questo mondo che è troppo grande (cit.).
Braccia che sole, con quanto sta sopra le spalle, si sono salvate dal tornado che ti ha trascinato via dall’impatto della nostra auto che ti ha schiacciato, inesorabile – Come vuole che stia, signora? L’ha travolto una macchina dal torace in giù, questione di ore.
E così è stato.
Adesso voglio solo battaglia e non sofferenza, sappiamo già cosa accade a chi è troppo alieno a questo mondo ma vuole comunque provare a viverci.
Datemi un senso e un po’ di respiro, datemi quella complicità con Lois e che faccia rapida il suo corso, per vivere si ha da sognare ed in questa casa vuota non ho ancora visto sogni così forti, buoni, sinceri e che si fermino per la notte, quando la tv viene spenta.
Dài, per piacere. Basta lutti, fatemi credere che là fuori nello spazio profondo c’è una S di speranza anche per me. Perché sono d’acciaio, ma non immortale.

Liste .1: (Musica) In memoriam

Premessa indispensabile.
Mi piace il macabro, l’horror; spesso sto dalla parte dei mostri, ma non vado a cercarli.
Il presente blog non è un lugubre diario in cui sfogare derive depressive.
Ci parlo (anche) di morte perché è un tema a me caro, per me rilevante, ai miei occhi interessante – ma non scambiatemi, please, per una emo, una preraffaelita oppure una darkettona impenitente; non lo sono.
Se siete approdati qui nella speranza di rinfocolare la vostra angoscia ed il vostro tumulto interiore, il mio consiglio è: chiudete la pagina e preparatevi un caffé. Sul serio.
Y ahora vàmos.
In rigoroso ordine sparso.
Tutte le strade portano a Roma, e tutti i link portano a YouTube.

Robert Gligorov - La morte

Opera di Robert Gligorov

 

L’idea di raccogliere quattro carabattole musicali e farci una delle mie adorate listine è nata con Kasabake che, nei commenti alle mie due righe sul Batman di Nolan, ha citato un brano della soundtrack – cioè Corynorhinus, “composta da James Newton Howard su commissione di Zimmer”.
Lì per lì l’ho trovata molto adatta per una… sepoltura, ehm, e l’ho pure scritto: è un tema che sarebbe piaciuto a mio padre – di più: lo descrive – e quindi ho sostenuto che, se dovessi seppellirlo oggi, forse opterei per questo brano. (Non gliela sto tirando addosso, eh: purtroppo m’è già toccato di farlo, per questo ne parlo tanto liberamente. Ed al tempo, cioè nel 2011, ho scelto come base per accompagnare la sepoltura un pezzo di Hisaishi, che trovate sotto).
Poi, però, ci ho riflettuto meglio ed ho trovato che, probabilmente, ha tempi lunghi e pause troppo dilatate per poter funzionare in un contesto simile: ci vuole qualcosa sì di rispettoso, ma anche di non dispersivo.
Perciò comincio il mio elenco con:

Molossus – di Hans Zimmer & James Newton Howard, appunto, (Batman begins OST)
Mi correggo ed indico questa come accompagnamento adeguato per mio padre.
E’ ritmata, tesa ma sempre un passo indietro rispetto all’esplosione: sono convinta che mi verrebbe concesso di mandarla on air.
Alternata a Somewhere over the rainbow / What a wonderful world di Israel Kamakawiwo’ole ed a Take me home, country roadsdi John Denver, finirà per essere tra quelle che ascolterò più spesso in cuffia mentre curo il giardinetto della tomba.

Memory – di Joe Hisaishi (Okuribito – Departures OST)
Ed ecco, questa è invece la canzone che ho effettivamente chiesto al parroco di far partire al momento in cui veniva posata la cassa. Molto più melodica, no?
Per dire, il mio cugino orso s’è messo a lacrimare e m’ha più o meno maledetto, il che significa che ho fatto la scelta giusta.

Di zun vet aruntergeynThe Klezmatics (versione da Rythm and Jews)
Io amo il klezmer. E questo brano, struggente ed essenziale, mi pareva perfetto per accompagnare – stavolta – mia madre. Non ho potuto farlo perché non c’è stata la classica inumazione a terra, ho predisposto un ossario di famiglia come lei sperava.
Ma lego molto testo e musica a lei, perciò ogni volta che mi càpita di ascoltarla – non troppo spesso, per carità – è come se le rinnovassi un saluto. Mentre il sole tramonta.

Sinfonia n° 7, II movimento (Allegretto)Ludwig van Beethoven (direttore: Bernstein)
Non c’è molto da dire. Abbassate il laptop ed aprite le orecchie, questa roba spacca.
Non è altro, a mio avviso, che una danza macabra in musica.

Marche funèbre  plus ThanatosSoap&Skin (Lovetune for vacuum; Marche Funèbre EP)
Vabbeh, i titoli sono trasparenti, direi.
Un gruppo capace di creare grandi atmosfere.
Perfetto per un corteo funebre a New Orleans, no?

Ajde janoKroke
E torniamo al klezmer, stavolta con sonorità slave, e tutto strumentale acustico.
Se la ascolterete reggetevi forte, e se siete sensibili munitevi di lenzuolone per piangerci dentro – magari voi no, ma io mi commuovo oltre misura con questo brano in questa versione, e nonostante ciò non mi intristisco: anzi di solito la ascolto a ripetizione almeno tre volte.

Gloomy SundayBillie Holiday, Sarah Brightman, Diamanda Galàs, Pauline Byrne & Artie Shaw… chi preferite insomma (a me piace molto quest’ultima coppia, e ve la linko).
E con questa meraviglia jazz, chiudo.
Che stile!

Di clown, gatti ciechi ed Humphrey Bogart

in Pet Sematary King riflette, attraverso il personaggio di Lou Creed, sull’opportunità di mettere i propri figli a parte del Grande Segreto: il sesso, e ancor più la morte, in un’età che preceda quella “della ragione”.
Non esiste genitore che non se lo domandi, quali siano il momento ed il modo migliori per far conoscere le due verità nascoste a quelle creature che grazie ad esse sono nate, e a causa di esse andranno inesorabilmente incontro alla fine.
Meno persone, molte meno, soprattutto meno genitori si domandano se una simile grave scelta, carica delle sue conseguenze, si debba applicare anche alla verità sulla – alla realtà della – follia. E della paura (sono sorelle).
Mi ha stupito leggere, in un’intervista a Burton su un numero di Vanity Fair di aprile che ho scroccato in ospedale, che il suo Batman – il secondo direi, Il ritorno, che ho da poco visto sul Canale 20, nel quale compare Pinguino – è stato classificato come vietato ai minori. “I ragazzi non hanno paura di un mostro come Pinguino” ha risposto lui nell’intervista originale su Interview – “Sai di cosa hanno paura? Dei colpi che i genitori danno contro i mobili quando, la notte, rientrano a casa ubriachi”.
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Beh, mio padre non ha mai bevuto. Ha avuto i suoi casini, come tutti, ma non mi ha mai fatto paura – al contrario, è stato ed è la mia roccia. La mia sicurezza più grande, forse unica, in anni di totale sbandamento.
Mai avuto paura di lui dunque, ma in alcune occasioni ho avuto paura della sua paura.
Per esempio, grande sovrana di tutte le altre, la paura della follia: non di incontrarla, nel suo caso, ma primariamente di subirla. Di impazzire insomma.
Ora non ditemi che è cosa comune, di tutti: “tutti”, in genere, la ignorano o la scacciano. E questo non è aver paura; è rendersi duri come sassi, puliti come ossa ripassate dal vento e vuoti come conchiglie che risuonano solo di ciò che il proprio ambiente racconta.
(La follia per altro ha un suo status speciale, ben distinto seppure burocraticamente lo incroci da quello di un disabile motorio, o persino con ritardo mentale. E forse non ci crederete, ma non ho ancora trovato un solo psichiatra che capisse la cosa più ovvia, cioè che il meccanismo stritolante della psichiatria fa molta, molta più paura, e legittimamente, dei mostri nascosti nell’armadio o delle voci dentro la testa).
C’è stata la faccenda, abbastanza breve, della tricotillomania.
Non ricordo l’età esatta, ma andavo alle elementari – probabilmente si trattava degli ultimi due anni, quando la malattia (rara, neuromuscolare) di mio fratello aveva appena avuto il suo esordio e, come dire, ne ero vagamente provata. Già occupata a trattare ogni giorno un armistizio con i miei personali problemi, la cosa ha fatto traboccare il proverbiale vaso e per scaricare la tensione mi son messa ad arrotolare, involontariamente annodare e poi – per forza – strappare intere ciocche di capelli.
Mio padre bum!, anche capelli a parte, con la sua sensibilità ultrafina che accidenti a lui m’ha trasmesso, capiva che stavo prendendo una brutta china e s’è scantato – per dirla alla siciliana. Non capiva però, o comunque non riusciva ad aggrapparsi all’idea, che era un fatto normale. Anzi, era il meglio che potessi fare e farmi: tormentarsi i capelli, così come altre amene soluzioni, non è che un modo per esternare l’angoscia e liberarsene. Un banale meccanismo di difesa. Tra questo e l’implosione psicologica, voi cosa scegliereste?
Fatto sta che una sera è sbottato, e mi son beccata una lavata di capo (aha) e – peggio – l’ho visto strappare in due un libro-game a tema fantasmatico che avevo appena fatto comprare al supermercato a mia mamma (ero al settimo cielo: un libro-game tutto mio, che non avrei dovuto chiedere in prestito un mese sì e l’altro pure alla biblioteca!). Naturalmente, temeva – e me l’ha detto chiaro – che la mia “fissazione” per fantasmi e roba horror in generale mi danneggiasse. Idea sbagliata, ma comprensibile (papà, ti perdono, e se solo avessi potuto far di più per te…).
Vorrei che prima di passare alla riga successiva, o di chiudere la pagina su questo post, immaginaste: strappare un libro di almeno una cinquantina di pagine belle solide tenute unite, strapparlo in due per il verso della larghezza sì, ma a mani nude. Scommetto che manco ci riuscireste. E’ roba da furia ribollente, da terrore accecante.
Poi, certo, quell’altra faccenda. Un po’ imbarazzante, ma la taglio corta.
Va bene che siamo nati in un’epoca in cui api e fiori avevan già fatto il loro tempo, e non s’arrivava al primo ciclo di mestruazioni totalmente ignare di quanto, almeno a noi donzelle, sarebbe avvenuto. Eppure con il menarca ho avuto un piccolo trauma, e non perché fossi impreparata. Lo era mio padre, di nuovo, che non so quanto ci avesse ragionato in precedenza, ma nel più completo black-out della razionalità ha collegato il mio sangue a quello che seppure in tutt’altro modo ha caratterizzato gli anni iniziali dell’emersione della schizofrenia in mia zia – sua sorella. E via la brocca, alè. L’ha recuperata presto, ma per un’ora ho avuto davanti una persona estremamente trasformata. Non a me sconosciuta, ma piuttosto ferina…
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… a questo punto, chissà se qualcuno si ricorderà ancora del titolo e si chiederà cosa c’entrino con tutto questo clown, gatti e soprattutto il buon vecchio Bogart.
Innanzitutto, non penso di dover spiegare a nessuno cosa sia la coulrofobia – orribile termine! -, e potrei ma non mi va di discettare sulla reazione a figure simil-umane e sulla devitalizzazione nel test di Rorschach – bellissimo strumento! Immagino anche che fra voi si nascondano numerosi “estimatori” dei brividi da spina dorsale ghiacciata a causa di Pennywise e dei suoi fratellini minori.
Tanto perché devo sempre fare cose stupide, lessi It all’alba dei miei dieci anni, sempre con la schiena appiccicata al letto e lo sguardo che scattava spesso alla porta della camera, così, nel caso dovesse all’improvviso profilarsi qualche ombra estranea.
(E sopra il copriletto, tanto per gradire, era stampato il disegno di un Pierrot. Un essere maligno come pochi. Altro che libri di fantasmi, caro papà, tu non sapevi e non hai mai saputo che a terrorizzarmi erano piuttosto il pierrot che mi spiava dal copriletto, la mia stessa fotografia ingrandita appesa sopra la testata – mi fissavo sugli occhi, li vedevo diventare neri e piccoli e cattivi e se ero abbastanza sfasata, mi pareva persino che si muovessero in su e in giù. Oh e, certo, mi terrorizzava anche Humphrey. Adorabile di giorno, ma avercelo di fronte la notte, nella penombra del corridoio, che mi fissava dal fustino del detersivo non m’ha fatto crescere troppo a mio agio).
Così dei clown s’è detto, ma non sarebbe una rassegna onesta se omettessi che un clown – non Pennywise – me lo sognavo regolarmente. Mi inseguiva caracollando dietro a mia mamma, sulla cui spalla mi raggomitolavo tipo sacco di patate, che in piena notte mi veniva a riprendere all’asilo. E  dalla spalla lo osservavo mentre ci seguiva: e sempre lo associavo ad un certo strano pizzicorino sulla pelle, tipo quello della lana pura.
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I gatti, in maggioranza ciechi da almeno un occhio e palesemente infetti, sono invece quelli che circolavano da padroni assoluti nel cortile e in alcuni corridoi del manicomio (e spero non vi aspettiate che lo chiami “ospedale psichiatrico”), il primo in cui mia zia è stata ricoverata – cioè: il primo che ho visto io. La roba degli anni ’60 l’ho schivata, ma tanto i racconti di famiglia han fatto il loro sporco e orrendo dovere.
Oltre ai gatti, agli inservienti con l’aria più sbandata dei pazienti ed alla Grande Donna Nuda che faceva le sue scorribande nei corridoi inseguita dai suddetti inservienti (e sì, come suggerisce il nome era completamente nuda, e grassa, e raccapricciante); oltre che da loro la compagine di amici era composta da: persone-che-sbavavano, persone-che-urlavano, persone-che-ti-si-avvicinavano-troppo, persone-con-lo-sguardo-fisso-nel-vuoto e persone-con-lo-sguardo-fisso-e-penetrante-su-di-te. Spesso e volentieri, avevano tutte queste caratteristiche insieme, nonché l’immancabile sigaretta.
(Le poche, rilevanti eccezioni di matti “gestibili” e “piacevoli”, coi quali ho instaurato persino un rapporto di affetto, sono nate molto più tardi).
Non può sorprendere che nell’arco della mia vita abbia poi dato fondo ad antropomorfizzazioni, pensiero magico, allucinosi, scissione, derealizzazione e dissociazione. L’età da marito – l’età più propizia ad una fioritura schizofrenica – l’ho passata, e la familiarità per questo tipo di “malessere” è nel mio caso contenuta, se non addirittura esile. Ma la paura non lo è.
(Anche questo gli psichiatri non capiscono, povere teste di legno: che se per una sindrome si può parlare di familiarità, ma non di ereditarietà, ciò non la rende meno possibile o pericolosa. Che la pazzia è sì terribile e strana, ma è anche enormemente affascinante, attrattiva; ed è proprio vero che è come la gravità: basta solo una piccola spinta. Potrai anche avere solo occasionali e rari episodi psicotici di lieve entità, ma se li hai precisamente normale non sei. Piccolo e infrattato tra le circonvoluzioni del cervello, hai un marchio. “Loro”, gli psichiatri, sullo stigma sociale organizzano fior di convegni – ma di quello interiore che sta sempre lì a ricordarti che tutto può andare a ramengo in un solo rapidissimo attimo nulla sanno).
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Cosa volevo dire con tutto questo non lo so più, oppure non l’ho saputo mai.
Però, dopo aver nascosto per tre mesi ai miei compagni di corso nel 2009 che mio fratello era appena morto, è bastato un accenno durante una lezione al TSO che ho mollato le cataratte e vomitato fuori tutta la depressione e lo schifo e la disperazione provati quando è toccato a lui essere legato, forzato, portato via, ucciso come individuo.
O quando una volta in struttura mio cugino, con noi lì attorno, gli ha rasato i capelli – non ricordo perché servisse – in una doccia da caserma o da carcere, col telefono in alto, le piastrelle verdi ed una luce debole quasi morente che non illuminava niente. Lagern docent.
Forse esprimere il dolore o la paura non risolve tutto, a volte persino complica le cose.
A ciascuno il suo, tuttavia: io ho trascorso davvero troppo tempo a razionalizzare, negare e scappare; posso affermare con cognizione di causa che mi è stato necessario, ma non è una scelta adatta al lungo termine ed alla vita.
Ed io la vita, la salute – la sanità mentale – non le disprezzo; anche se per apprezzarle in maniera adeguata, profondamente, ho avuto bisogno di tempo. (Humphrey invece no, pare non ce l’abbia mai fatta: con quello sguardo un po’ così, da eterno sconfitto…).