Abbasso la libertà.

Limitare la (libertà di) scelta.
In fondo, ora come ora, per me si tratta di questo: di ridurre le opzioni disponibili per molte faccende quotidiane di vita, dal cosa (e come) cucinare a quanti (e quali) oggetti lasciare sui ripiani di cui doversi occupare durante le pulizie di casa.
Spiegare, o anche solo raccontare, cosa sia il minimalismo a chi non lo vive è difficile, lo si comprende, ma non lo si prova – e dunque gli aspetti più superficiali, nel senso letterale del termine, emergono a discapito di quelli essenziali, del core thinking.
Ecco allora che un amico si può stupire se gli dico che ho raccolto, nelle prime ore di un nuovo e motivatissimo turno di decluttering, circa 50 litri in tutto di oggetti scartati, ed esclusivamente da buttare; messi nei sacchi della raccolta differenziata.

Perché la parola “libertà” tra parentesi?
Naturalmente il problema oggettivo, uno dei problemi, sta nell’avere una scelta eccessiva, confondente, fatigante di oggetti da utilizzare, di possibilità da vagliare, di prodotti tra i quali selezionare per pressoché ogni cosa l’uomo decida di (o abbia bisogno di) fare.
Non è una critica al consumismo, o al capitalismo di mercato: son cose che avverso senz’altro, ma in questo caso a me interessa unicamente poter semplificare il mio stile di vita.
Uno dei modi più efficaci (e soddisfacenti, per quanto mi riguarda) è ridurre, anche drasticamente, le opzioni di scelta per ognuno, o quasi, degli ambiti in cui la scelta è possibile.
Ciò di per sé non riduce affatto la libertà di scelta in sé, che è altra cosa, così come la qualità si differenzia dalla quantità. Tuttavia, i due fattori sono inestricabilmente legati: anche se la libertà come capacità in sé non è inibita, nel momento in cui il suo spazio d’azione si restringe, di fatto, non ha possibilità di esprimersi.
La libertà, del resto, sappiamo essere in ampi modi sopravvalutata, ed assolutizzata laddove assoluta non è mai realmente.

Io voglio disporre, in più circostanze possibili concretamente e, altrimenti, idealmente, di un set di tre pezzi per ciascun oggetto o strumento di uso quotidiano o comunque frequente; da sfruttare senza dovermi porre la questione di quale sia il migliore fra i tanti che possiedo, di quale stoffa o colore sia il più adatto, di quale abbinamento sia il più esteticamente interessante, eccetera.
Non dico che vorrei possedere tre soli pezzi per qualunque cosa: stoviglie, abiti o cancelleria. Le scorte, i ricambi e – se vogliamo – la “dote” di biancheria da casa e quant’altro serva sono fondamentali e ne ho gran cura. Ma sono un deposito di “preziosi” che non dovrebbe interferire con ogni singolo atto di una normale, banale giornata; che si esca e si vada a teatro, si stia ai fornelli o a tavola, si dorma…
negli atti normali, banali delle giornate (e quante ne abbiamo davanti!) io voglio semplicità (non mi stancherò mai di ripeterlo), leggerezza e immediatezza.

Perciò la mia raccolta di sacchi di roba, debitamente salutata / ringraziata e comunque mai detestata o allontanata con puro disprezzo o fastidio, non è che all’inizio.

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Carnet (Aprile 2019)

Libri letti:

!35. Manifesto dei conservatori – Roger Scruton
Di formazione Scruton è filosofo, ed è in questa ottica che presenta gli argomenti a favore del conservatorismo, previa definizione dello stesso. Il perno attorno al quale si sostengono tutti gli altri, comunque, mi pare sia individuabile nel concetto di fedeltà ai valori locali.
E’ stato un piacere, dopo tanta politica da salotto se non da bar, leggere un testo ideologico nel miglior senso del termine, un “manifesto” ideale e non meramente programmatico.
36. 333 euro in più al mese – Andrea Benedet
!37. 1001 consigli per risparmiare – Antonio Scuglia, Pino Staffa
Preciso ed esauriente, non promette miracoli ma veicola buonsenso. Casomai vi facesse comodo, tra i mille(euno) titoli disponibili.
Addio, Columbus – Philip Roth [interrotto]
38. Quaderno d’esercizi per liberarsi delle cose inutili – Alice Le Guiffant, Laurence Paré
39. Sappiamo cosa vuoi: Chi, come e perché ci manipola la mente – Martin Howard
!40. L’uomo dei dadi – Luke Rheinhart [interrotto e finito a pezzi]
41. Notti magiche: atlante sentimentale degli anni Novanta
– Errico Buonanno, Luca Mastrantonio
Caruccio, ben pensati i testi; ma nulla di strepitoso. Nostalgia canaglia, comunque.
42. Neuroshopping. Come e perché acquistiamo – Gianpiero Lugli
!43. Neuroeconomia. Come il cervello fa i nostri interessi – Sacha Gironde
Elegante, rigoroso e accessibile al largo pubblico. 
Non condivido le – rare, rispettose – conclusioni sulla questione etica sollevata dall’esercizio della disciplina in questione; tuttavia esse non vanno a scalfire la qualità del lavoro.
44. Psicologia del consumatore – Nicolas Guéguen
Metodologicamente corretto, ma privo di un minimo d’approfondimento delle criticità degli studi scientifici del settore. Utile e chiaro, tuttavia, per avere una buona panoramica del campo d’indagine.
45. E le stelle stanno a guardare – Archibald Joseph Cronin [in corso]
46. Il corpo segreto – Vittorino Andreoli [interrotto e finito a pezzi]
Du’ cojoni. Un sacco pieno di nulla, ancorché scritto in un bel carattere. Ci son rimasta un tantino male, perché Andreoli l’avevo inquadrato come autore molto interessante, denso e approfondito, mentre qui naaaah. Uno dei pochi libri che ho comprato, da anni a questa parte, per lo meno ultra-scontato (in un outlet librario: che cosa triste).
47. La libertà di andare dove voglio – Rheinhold Messner [in corso]
!48. Dentro e fuori Casapound – Emanuele Toscano, Daniele di Nunzio
!49. Il tennis come esperienza religiosa – David Foster Wallace
!50. Tennis, tv, trigonometria e tornado – David Foster Wallace
51. Lettere sul dolore – Emmanuel Mounier
A tratti, solo a tratti, significative; anche se prive di un apporto originale alla questione del dolore. Un’edizione (Rizzoli 1995, a cura di Rondoni) che m’è parsa disarticolata, monca. 
!52. Le cose – Georges Perec
La ricerca infruttuosa del benessere di due anime incoscienti di sè. 
Moderno ancora oggi nello stile con cui tratteggia la coppia protagonista ed il suo ambiente, interiore ed esteriore; utile per farsi domande nuove su un tema molto noto e talvolta abusato (l’abbondanza consumistica).

Film visti:

!49. Puerto Escondido – Gabriele Salvatores
Pensavo peggio (forse perché io e Salvatores non abbiamo proprio un feeling stratosferico). Invece è meglio.
!50. Il grande silenzio – Philip Gröning [documentario]
!51. Ammore e malavita – Manetti bros.
Un po’ lenta la partenza, e pazienza per la forma-musical (a volte anche riuscita, ma per lo più fuori posto). Detto questo, un film godibile, con un Giampaolo Morelli al suo meglio (chi lo conosce come Coliandro sappia che sa recitare anche la parte del reietto dal cuore di ghiaccio).
52. Non pensarci – Gianni Zanasi
!53. La cura dal benessere – Gore Verbinski
Spettacolare mix tra horror tradizionale, horror futuristico e favola morale – più un pretesto narrativo che una vera morale, effettivamente, ma nell’insieme ci sta.
!54. The nightcrawler (Lo sciacallo) – Dan Gilroy
Visivamente e concettualmente strepitoso.
Ho evitato a suo tempo di vedermelo insieme a mia madre – mai scelta fu più saggia -, ma ora che me lo sono concesso devo dire che è un pugno nello stomaco davvero squisito.
Umanamente orripilante e privo tuttavia di autocompiacimento: una risposta definitiva all’annosa diatriba sulla liceità di rappresentare personaggi e storie criminali, amorali e più o meno violente sullo schermo.

Libri .5: L’uomo dei dadi, Rheinhart

L’uomo dei dadi – Luke Rheinhart

E’ un romanzo problematico, questo, poiché occorre inoltrarsi per un discreto tratto nel testo prima di capire se, pesandone i vari elementi, la nostra personale bilancia lo decreti un libro di valore oppure un libro da evitare. Sì: perché non è uno di quelli che si possano giudicare lungo una scala lineare di piacevolezza, o lo si apprezza tanto da oltrepassare un certo limite e dunque senza sconti, o lo si gode sino a quell’estremo limite, dal quale poi lo si prende in antipatia, in sospetto e infine lo si disprezza.
Un libro inutile? Un libro dannoso, piuttosto; anche se l’intelletto e la libertà umana, generalmente parlando, non mancano delle risorse adeguate ad approcciarlo con criterio.

Luke non è Luke – ma questo non ci stupirà. Luke è solo uno pseudonimo, ma il fatto è che l’uomo celato dietro ad esso di pseudonimi ne ha molti, uno diverso per ciascuna delle, pare, numerose finte autobiografie prodotte nel tempo.
L’uomo dei dadi, protagonista di questa in particolare, non esiste – nemmeno questo può stupire più di tanto, dopo Matrix, Vanilla Sky, Eternal Sunshine ecc., e nipotini elencando. L’uomo dei dadi non esiste perché ha scelto, più o meno deliberatamente, di cancellare se stesso – la sua personalità, le sue abitudini, le sue scelte predeterminate dal vissuto – e generare ad ogni nuovo lancio di dadi un nuovo sé, nuove azioni avulse da un contesto psico-attitudinale stabile, un nuovo futuro privo di una prospettiva a lungo termine.
Già così fa paura, ma c’è di più: il dottor Luke Rheinart, psicoanalista vagamente frustrato, giunge ascoltando la voce di Dio (ossia, del Dado), a smontare la propria intera esistenza e contagiare, contaminare sistematicamente, interi gruppi di persone con una fissazione deleteria e distruttiva. Lasciar decidere al Dado, appunto.

trasferimento

Non entro in dettaglio: la storia è lì, reperibile in qualsiasi biblioteca, e pure scorrevole nonché divertente (sempre che il turpiloquio e l’abbondanza di sesso che discende dalla triade psicanalisi-newyork-secolarizzazione non vi turbino. Vi assicuro che ce n’è).
Considerando che a suo tempo un romanzo con intenti, mi verrebbe da dire, psicotropi come questo ebbe un vasto successo, e che io ne sono venuta a conoscenza attraverso una pubblicazione recente (citato in Propizio è avere ove recarsi di Carrére), non è poi così peregrino domandarsi quale impatto possa determinare su una persona – non parliamo di società – oltre che da quale humus culturale nasca.
A proposito di quest’ultimo, quale sia è presto detto: la prima edizione, se non erro, risale al ’67. Anno più anno meno, siamo nell’orbita di quella detonazione culturale della quale stiamo ancora subendo le radiazioni.
Sviluppo armonioso del bambino, ben distinto dai ruoli adulti? Spazzatura.
Identificazione stabile con un sesso, prosecuzione stabile di una famiglia, atteggiamenti coerenti col proprio passato ed orientati ad un futuro quantomeno delineato? Spazzatura.
La società? L’autorità? La normalità, e di conseguenza lo scompenso o la devianza da curare? Via. Via tutto, perché dove si scorge un neo sulla pelle della realtà, magari un po’ grandicello, è buona cosa amputare per intero l’arto.
La religione? I valori? La continenza e il pudore? Ancora spazzatura.
E dove sarebbe il problema? Di queste cose è pieno il mondo, e non da ieri. Però, quando qualcuno riesce a trasmetterle sotto una sembianza che non è di critica pura cioè di saggio e d’invettiva, né di parodia edificante, né di storia bislacca ma consapevole degli intrinseci limiti di ogni storia, che veicola un mondo ed un pensiero parziali, contestabili; ecco: il mix inattaccabile di veleno spacciato per confetto – senza alcun avviso ai consumatori – è pronto.

Mi piacerebbe che a commento di una prodezza tale – e lo è, il guaio è appunto questo: che il libro è davvero ben scritto, ben pensato, ben diretto, insomma fico, diabolicamente affascinante – intervenisse Claudio alias Sir Cliges. Ma con un post dei suoi.
L’hai letto? Lo conosci?

Ordine come pace

Lo spirito di Dio aleggiava sulle acque (Genesi 1,2)

Lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque e metteva ordine nel caos (…)
Lo Spirito Santo è intervenuto anche per me e mi ha spinto a Gesù. E Gesù ha cominciato a far ordine nella mia vita. Ho iniziato a pregare (…)
Maria S.S.ma mi è stata vicina accompagnandomi e sostenendomi attraverso il rosario che prima avevo addirittura dimenticato…

Così un commento al versetto in apertura, sul calendario di Vita Trentina che gentilmente Sandro mi spedisce ogni anno (thanks, Cammy); nel giorno dedicato alla Beata Vergine Maria Immacolata di Lourdes.
L’ordine impresso da Cristo sulla nostra vita non è di tipo meccanico, organizzativo: una panacea asettica per le nostre ansie. E’, naturalmente, un ordine di senso: quando un uomo trova il proprio centro ed un senso (che è ben più di uno “scopo”) per la propria esistenza, viene a conoscere una pace che non ha nulla in comune con le istanze pacifiste del mondo.
Se quest’ultima coincide con l’assenza di conflitto dal principio – possibile solo al costo dell’annullamento non solo delle differenze specifiche, ma della differenza come valore e persino concetto -, la pace di Cristo è sintesi e ricomposizione coerente delle differenze. Coerente ed autentica: aderente cioè alla realtà naturale, personale e sociale; mai astratta. Né mai veicolo di compromessi mortificanti: là dove il sentire “moralmente corretto” del mondo previene la manifestazione libera della personalità, la morale cattolica chiede al singolo di provarla con il fuoco, dal quale non può che uscire ridimensionata sì, ma al contempo cocente ed acuminata.
E Maria: chi, meglio di Maria, ha disatteso le speranze di quieta serenità del proprio mondo (famiglia, contesto sociale, desideri intimi di realizzazione ben insediati su certi binari) per perseguire una méta provocatoria, davvero chiara nella sua legittimità e validità a lei sola? Eppure, non a caso, è detta “Regina della Pace”.