Sono un mito .6: Libera

A volte bisogna fare qualcosa di imperdonabile,
per poter continuare a vivere.

Ventitrè dicembre duemiladiciannove: ho chiuso i rubinetti centrali di acqua e gas, spento tutte le luci, abbassato il termostato, raccolto tutte le mie cose cesto regalo compreso.
Parto, e dopo cinque minuti di auto già percepisco nettamente le spalle ed il collo non dico sciogliersi, ‘ché ci vorrebbe ben altro (tipo un lungo massaggio sapiente), ma lasciar andare la tensione massiccia.
Passo i successivi quattro giorni a mente vuota, senza mai soffermarmi sulle faccende in sospeso o sui crucci lasciati a casa. Mi dedico alla lettura: sulla testata del divano entro il quale mi sono scavata il mio nido, nella stanza più intima in fondo all’abitazione di mia zia, stanno appollaiati cinque libri che alterno incessantemente.
Dormo parecchio, appisolandomi senza il pensiero che domattina, di nuovo, mi toccherà alzarmi e vivere.
Mi godo i manicaretti del cugino-orso, cuoco ufficiale, e nelle due notti in cui tiro tardi a leggere entro di soppiatto in cucina a rubacchiare: la prima volta un pane, la seconda una ciotola di patate al forno. La mattina, mia zia mi dirà che siccome eran dure (mica vero), aveva pensato di tagliarle e farci nonsocosa. Troppo tardi…! 😉
Nel mezzo si fa Natale. Momento anomalo. Mia mamma non c’è più, questo è molto chiaro, e improvvisamente mancano troppe persone a tavola. Non sembra quasi neppure Natale. Mi sento vuota e disconnessa da tutto – capirò più tardi che la mia psiche, sempre accorta, mi sta tenendo lontana da qualsiasi stimolo troppo intenso e doloroso.

Vuota; perché per tutta una vita ho vissuto, anche nei miei periodi di maggior apertura al mondo, in funzione di altro e altri – negli ultimi otto anni, mia mamma e la sua versione della malattia. Non c’era imposizione, in questo – l’ho scelto più di quanto l’abbia subìto -, ma neppure spazio per la mia autonomia da sempre accantonata. I quattro giorni staccata dalla mia quotidianità hanno funzionato come catalizzatore di un processo già in atto da febbraio, realizzando una netta cesura tra la prima fase di lutto – disordinata, fiacca, demotivata – e la seconda, al cui esordio ho fatto il punto su una serie di problematiche fra loro interconnesse che tornerò ad affrontare, ma con più criterio e più strumenti, in questo 2020.
Disconnessa; perché come detto ricevere senza filtri le impressioni di questo Natale senza famiglia, senza neve e con una temperatura esterna assurdamente alta, senza famiglia, arrivato troppo in fretta e troppo in fretta ripartito, senza famiglia, senza cena della Vigilia e sc(qu)artamento pacchetti come tradizione vuole, e l’ho già detto senza famiglia?, beh, sarebbe stato un terribile passo falso. Ho pensato a mia mamma solo due volte, per pochi istanti prima di obliare tutto di nuovo, una delle quali quando a Santo Stefano ho lavato i piatti come faceva sempre lei, battendo sul tempo mia zia con un sorrisetto di malcelata soddisfazione.
Poi, al ritorno, ho spostato le foto dei miei: dal salotto, che è il cuore della casa, alla camera, che ne è l’anima; così da un lato li ho ancora più vicini, dall’altro però mi son scrollata di dosso il continuo confronto tra il prima e il dopo, tra il con e il senza, tra chi ero e (non so ancora) chi potrei essere.

Ricomincio dunque da qui, ripagando un po’ alla volta le ipoteche che l’esistenza ha acceso sulla mia persona.
Sapendo che questa ferita non si cancellerà mai, né voglio che accada, ma che può rimarginarsi e permettermi di mettere me stessa al centro.
Non c’è contrasto tra la sofferenza della perdita e la mia gioia di sapermi libera, legata ai miei cari ma non più vincolata. Libera dalla preoccupazione per la loro sorte e la loro serenità. Libera dalle aspettative, per poterne coltivare persino di più alte. Libera da condizionamenti di vecchia data che neppure chi ha contribuito a suscitarli conosce, o riconosce più.
Libera e solitaria, eppure non sola.

Lavoro .3: La chiave a stella, Primo Levi

Il lavoro e la sua qualità, le ragioni dell’austerità, il conflitto politico e morale tra società dei garantiti e società degli emarginati, i motivi del lavoro e i motivi del rifiuto e dell’assenteismo in un mondo capitalistico sono temi centrali della discussione sulla crisi.
Leggo queste prime righe di una delle due postfazioni al romanzo di Levi, rimango interdetta e vado a controllare quando sia stata scritta, pensando si tratti di un’aggiunta recente ad una riedizione: macché. Tali attualissime parole – quante volte capita! – le scrisse Stajano in questo suo articolo per Il Messaggero dell’11 dicembre… 1978.
Perché stupirsene… dal boom economico in avanti non c’è stata che un’unica, continua deriva. Non che prima il lavoro fosse una cosa priva di imperfezioni e di brutture. Ma, per cominciare, era lavoro e non aria fritta, concretissimo e non un’astrazione, pure quando intellettuale. La chiave a stella sta appunto ad esemplificare e fare da emblema del raccordo stretto e diretto tra lavoro e prodotto, tra lavoro e lavoratore, tra mezzi di produzione e oggetti / concetti finiti. Levi stesso spiega, e racconta al co-protagonista (Liber)Tino Faussone – che già mi sta simpatico perché il padre ha dovuto giocare coi nomi per poterlo far battezzare, sennò nisba – come da chimico abbia deciso di fare il salto e dedicarsi unicamente alla letturatura, ma senza “spezzare i legami” tra le due (spero che l’autore sia fiero di me, che nella mia pochezza cerco metafore ad hoc in suo onore…).
Uso spesso affermare che, (non solo) lavorativamente parlando, sono nata nel secolo sbagliato. Nell’800 avrei avuto un sacco di grane e sarei stata considerata una buona a nulla, ma con buona pace del Collocamento Mirato avrei facilmente trovato un posticino, con mansioni a prova d’imbecille, in qualche bottega o emporio cittadino. Avrebbero avuto pietà di me, mi avrebbero messo a pelar patate con tutta la lentezza che mi pareva, e ivi sarei rimasta a pelare sino a che non mi fossero cascate le braccia, e non avessi raggranellato onestamente quei due tolini atti a costituire ciò che oggi chiameremmo “pensione di anzianità”.

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Perché, ragazzi, una cosa bisogna dirla: sono lenta, sono inganfita, sono un po’ Danka (Nata Stanca) però, a me, il lavoro piace – infatti sto leggendo, adesso, il libro di De Botton proprio così tradotto: Lavorare piace.
A me, il lavoro, interessa.
Ma il lavoro dov’è? Non parlo di percentuali di occupazione, di impieghi vacanti. Parlo di rendersi utili, purché in modo personalmente sostenibile. Io sarei ben felice di passare le mie 3-4 ore quotidiane a rispondere a telefoni e citofoni, a pesare ed imbustare lettere, a fare caffé e fotocopie (sì, sì). Ma il lavoro dov’è?
Io senza lavoro, onestamente, mi sento realizzata lo stesso. Senza, voglio dire, un lavoro comunemente inteso: ufficiale, contrattualizzato, retribuito. Il lavoro viene prima di questo ed è primariamente altro: è impegno, dedizione, ragionevole fatica, sforzo, soddisfazione, creazione, reciprocità… non m’importa del lavoro retribuito, se non perché costituisce ancora la prima alternativa, anche per me, per sopravvivere.
M’importa di dare un senso a me stessa e alle cose, invece.
Lavorare “per vivere” dovrebbe poter essere una naturale, e funzionale, conseguenza di questo, un’estensione del piacere di mettere a frutto le proprie capacità e cognizioni, con lo scambio commerciale nel ruolo di necessario, ma marginale, tramite.
Il lavoro nobilita? Direi di sì, per non dire che “rende liberi”: che è diverso. Non so se avete notato come Levi ci gira intorno e fa ricorrere la tremenda frase-simbolo nella sua introduzione, adattandola alla modernità, al ribaltamento di valori, a nuove forme di sfruttamento in un senso e nell’altro:
Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di più; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio o altrui, si potesse fare a meno, non solo in Utopia ma oggi e qui: come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero.
Che subiate la retorica e lo sfruttamento, o all’inverso l’abbandono e l’incuria, la domanda la pongo anche a voi:

ma il lavoro, dov’è?

Lavoro .2: Lavorare gratis, lavorare tutti

Cosa succede se, in una società fondata sul lavoro, il lavoro viene a mancare?
Hannah Arendt

Cercherete di vendervi come schiavi ai vostri nemici, ma nessuno vorrà comprarvi.
Deuteronomio, 28,68

lavorare gratis lavorare tutti de masi

Nel 1831 il filantropo inglese Charles Knight aveva consigliato ai disoccupati di inventarsi una professione e mettersi in proprio, esattamente come fanno oggi i nostri ministri del Lavoro“.
Nonostante il titolo del saggio di De Masi suoni terribilmente commerciale, la proposta che avanza fin dalla copertina non può certo essere peggiore di quella di Knight: deprezzare il lavoro dipendente e spingere chiunque a combinare la qualunque – implicando, con questo, che chi non ha la vocazione imprenditoriale o libero professionale non è un uomo, ma una pianta d’appartamento.
Non trovate?
Io trovo. Anzi, vi assicuro che quel titolo motivazional-utopistico non rende ragione della serietà di pagine che, seppur divulgative, non rinunciano a nulla: dalla ricostruzione storica e ideologica (in economia), anche piuttosto estesa, ad un basilare inquadramento del come e perché lavorare meno (e persino gratis, in una prima fase) ci porterebbe a lavorare tutti, quanto basta. Insomma a risolvere il problema della disoccupazione, e non tamponandolo, ma promuovendo una nuova identità dell’idea stessa di lavoro.

Tra i tanti, De Masi (che ho conosciuto attraverso le ospitate a L’aria che tira su La7) cita Owen, socialista fondatore di una cooperativa tessile a New Lanark, Scozia (che ho visitato nel 2002 in viaggio-studio), notissima starlette dei libri di testo.
L’estrazione del sociologo appare chiara: nomina molti economisti e politici, ma sta dalla parte di Keynes, di Olivetti e, naturalmente, di Marx ed Engels – del quale per esempio riporta queste parole:
[A causa delle concorrenza liberale] “[…] l’operaio è di diritto e di fatto uno schiavo della classe abbiente, della borghesia; suo schiavo al punto che viene venduto come una merce, sale e scende di prezzo… rispetto alla schiavitù dell’antichità sembra libero perché  non viene venduto in una sola volta ma pezzo a pezzo, a giorni, a settimane, ad anni e perché non viene venduto da un proprietario all’altro, ma è egli stesso che deve vendersi a questo modo in quanto non è lo schiavo di un singolo ma dell’intera classe abbiente“.
Inutile specificare che, per me, dove c’è una critica al capitalismo c’è casa 😁
Compreso il neo-capitalismo targato Pd – sorry, Sandro, te tocca -: quel mostriciattolo che è solo l’ultimo dei truffatori travestiti da “gente di sinistra”, da Craxi in avanti. E voi tutti sapete bene chi è stato allevato da Craxi…
… ma torniamo a bomba nel passato e sentiamo un po’, stavolta, quel barbone di Marx.

Una terza categoria di disoccupazione è quella che Marx chiama stagnante, ossia quella massa che svolge lavori irregolari con orari impossibili e minime retribuzioni, come i lavoratori a domicilio e quelli impiegati in nero.
L’ultima categoria è quella del pauperismo inteso come “il ricovero degli invalidi dell’esercito operaio attivo e il peso morto dell’esercito industriale di riserva”. Nel pauperismo Marx include, oltre al sottoproletariato vero e proprio (vagabondi, delinquenti e prostitute), anche persone che sarebbero in grado di lavorare ma non hanno trovato un impiego e non hanno altre fonti di sostentamento, anche orfani e figli di poveri, anche gente finita male, incanaglita e ormai incapace di lavorare, come i mutilati, i malati e le vedove.
A parte le risate che m’ha strappato quel gente finita male, incanaglita – umorismo involontario, ich denke -, nulla potrebbe interessarmi più della sorte di questa quarta categoria di disoccupati, della quale faccio ahimè parte. Non so quanto incanaglita, non poi molto, ma incapace di lavorare (in maniera “normale” e come richiesto dal mercato odierno), e persino in difficoltà con i lavori di ripiego, lo sono eccome.
Del resto, a breve farò richiesta di aggravamento, con la quale mi auguro di colmare quel divario di pochi punti che mi separa dalla pensione di invalidità standard – chi mi vuol bene, cominci pure ad accendere un cero o a bruciare incensi a Marte.
Impossibile non sogghignare pensando che la prima certificazione, oltre ad una grande conquista e soddisfazione, ha significato anche essere esclusa da praticamente ogni selezione al Collocamento Mirato – che dovrebbe aiutare ad inserire chi non regge un ambiente di lavoro tradizionale – perché… non sono in grado di reggere un ambiente di lavoro tradizionale. Embé.
(Dei caregivers non parliamo nemmeno: stanno un gradino più in basso dei procarioti).
Recupererò il mio sogno di bambina, e da “grande” (se mai un miracolo mi alzerà, su ali d’aquila, oltre il metro e 60) farò l’umarella davanti ai cantieri.


>> Nella puntata precedente:
Ufficio di scollocamento, Perotti – Ermani

Insomma, il libro prende piede lentamente, sulla scorta dei secoli, ma il suo fulcro sta, di fatto, nell’interpretare il probabile futuro delle nostre società ipersviluppate, anche e soprattutto sotto il profilo tecnologico.
E qui si passa da un terreno solido ad uno, quantomeno, soffice – ma non per questo, a mio avviso, inconsistente. Riporto qualche passaggio chiave:
Oggi le nuove tecnologie tendono a sostituire tutto ciò che non esige affettività, ideologia e creatività, per cui un ingegnere è più sostituibile con un computer di quanto lo siano un parroco o una badante.
[…]
Ma, a differenza di quanto avvenne ieri con le ferrovie che resero obsoleti i cavalli e i cocchieri ma impiegarono molti più lavoratori per costruire e gestire le strade ferrate, le stazioni, le locomotive, i vagoni e i viaggiatori, oggi i computer e i robot distruggono molto più lavoro di quanto ne creano.
E proprio qui sta il salto di civiltà che essi beneficamente ci consentirebbero liberandoci dal lavoro, se solo avessimo l’intelligenza di rimodulare la nostra vita centrandola sulla distribuzione [degli impieghi lavorativi disponibili] più che sulla produzione [di nuovi posti di lavoro], sul tempo libero più che sul tempo di lavoro.
[…]
Mentre nell’economia tradizionale, che si serviva di strumenti meccanici o elettromeccanici, ogni membro della popolazione attiva era allo stesso tempo produttore e consumatore e quando si doveva produrre di più si assumevano più lavoratori, ora buona parte dei produttori, cioè i computer, non consumano perché non sono umani e buona parte dei consumatori non produce perché è disoccupata.
[…]
Anche quando il lavoro evapora, resta comunque misura di tutte le cose. A chi lo perde, perdendo con il tempo anche la speranza di ritrovarlo, viene imputato di estraniarsi, di non integrarsi, di non reagire attivamente, di non inventarsi un lavoretto”.

Siamo così tornati al ragionamento iniziale (di questo post), a quell’accusa intollerabile che, molto più dello stato di disoccupazione in sé, è in grado di scatenare rivolte.
Non a caso sempre Keynes (che tra parentesi ha avuto una vita assai interessante), parlando dell’instabilità ciclica prodotta da un sistema lavorativo irrealistico quale il nostro, riferisce della disoccupazione come del maggior pericolo per una democrazia.
Ma qual è, grossomodo, la soluzione prospettata da De Masi (che, intendiamoci, non è certo un visionario solitario)?
Ve ne do innanzitutto una versione letteraria ed incisiva. La meta del futuro” dice Arthur C. Clarke “è la disoccupazione generalizzata, così potremo giocare“.
E così prosegue l’autore del saggio: “Perché lasciare al caso il passaggio dal lavoro all’ozio creativo, perché trasformare un itinerario verso la libertà in pedaggio paludoso […]?
Perché, in questo frattempo, pretendere dai disoccupati un comportamento e un’etica ritagliati sul lavoro quando questo gli viene negato?
Perché non trasformarli in un’avanguardia di quel mondo libero dal lavoro per sperimentare le occasioni preziose offerte da quella libertà?
[…]
Ma come è possibile dedicarsi all’ozio creativo senza morire di fame?
Per Aristotele e per i classici la risposta è semplice: ridurre al minimo il desiderio del superfluo e abituarsi a considerare come unici veri lussi la saggezza, la convivialità, la disponibilità di tempo, la bellezza e la cultura”.

E ancora:
Ma chi ha deciso che nel XXI° secolo il lavoro debba essere così snaturato, stuprato, frantumato fino a perdere ogni legame empatico e duraturo con il lavoratore?
[…]
Mentre la società greca e romana aveva appreso ad arricchire di significati gli scarsi oggetti a sua disposizione, la società industriale ha preferito arricchirsi di tecnologia per costruire sempre più oggetti sempre più svalutati nei loro significati qualitativi man mano che il consumismo ne pretendeva la moltiplicazione quantitativa.
[…]
Rispetto alla liberazione dalla schiavitù, che caratterizzò il Medioevo, e alla liberazione dalla fatica, che ha caratterizzato la società industriale, la liberazione dal lavoro caratterizzerà la società postindustriale.
[…]
La garanzia per tutti i cittadini di un reddito di sussistenza “sufficiente” assicurerebbe il passaggio da una società del pieno impiego a una società di piena attività” […]

La differenza la può fare la scuola, ma per gli scettici come me che campa cavallo è decisamente più sensato e proficuo immaginare di partire dall’altro polo del problema, cioè dai (non) lavoratori stessi:
In coerenza con le teorie della crescita infinita corteggiate dai neoliberisti e con il credo espiatorio del luteranesimo e del calvinismo, l’educazione familiare e quella scolastica restano indirizzate quasi esclusivamente alla preparazione del giovane al lavoro, alla carriera, alla competitività. Ovunque si invoca un rapporto esclusivo e onnivoro tra scuola e lavoro in cui il secondo fagocita la prima.
[…]
Poiché i disoccupati non hanno nulla da perdere tranne la disoccupazione, non resta loro altra scelta che scompaginare la situazione gettando sul mercato del lavoro tutta la propria massa lavorativa.
Se, per esempio, in Europa i 26 milioni di disoccupati, invece di starsene fermi, offrissero gratuitamente la loro opera a chiunque ne abbia bisogno, in poco tempo tutta la legge della domanda e dell’offerta andrebbe a gambe all’aria“.

2019-10-24 20.02.02
Chiedo scusa per il focus orrendo.

Lavoro .1: Ufficio di scollocamento, Perotti / Ermani

Ottimo come pamphlet, perché secco e gnecco, cioè senza fronzoli diretto e impietoso e terra terra, il libro di Simone Perotti (quello di Adesso basta!, quello che va in barca) e di Paolo Ermani (che invece va in montagna) come saggio non reggerebbe.
Non sto dicendo che un saggio sia più serio e rispettabile di un pamphlet, dico però che in quanto tale l’esortazione dei due autori a riconsiderare (senza forzature o idealismi, questo il suo maggior pregio) la struttura socio-economica in cui siamo tutti infilati volenti o nolenti, e che sta crollando, può funzionare e aver qualcosa da dire quasi soltanto a chi già sia della partita.

Parlando di persone che vogliono uscire dal “sistema”, si scrive: Chi ne ha davvero abbastanza non è solo arrabbiato, è anche arrabbiato, perché sono proprie dell’agire determinato la calma e la concentrazione, l’assiduità e la focalizzazione, e l’onestà verso se stessi. Tutte qualità che lasciano poco spazio all’urlo.
Chi ci sta provando lo sa bene, con buona pace degli Scettici e degli Odiatori Uniti.
Chi ci sta provando è una persona come tutte le altre, potenzialmente antipatica e con le proprie fissazioni, che tuttavia in genere non fa pesare sugli altri – com’è invece abitudine di chi sputa veleno per professione. Potete non seguire i nostri blog, sbuffare incrociandoli, ma se ci inseguite pur di commentare acidamente ogni nostra piccola scelta, forse così indifferenti e sereni nelle vostre vite prestampate non siete.

[…] il disagio e il bisogno di spezzare la catena, di fermarsi, di disoccuparsi dalla posizione esistenziale, sociale, economica e lavorativa nella quale siamo collocati in modo coatto e alienato, e che ora mostra anche i suoi esiti fallimentari.
Nonostante quanto detto sopra e nonostante io stessa aderisca all’imperativo di decostruire le modalità di sopravvivenza, in primis lavorative, di cui ci avvaliamo (senza tuttavia destrutturare, che è altra cosa: una struttura, magari differente ma solida, ci vuole per campare), nonostante questo l’idea di “scollocarmi”, di operare un downshifting in campo professionale, di disertare i colloqui con i selezionatori, inutili quanto malsani, e dedicarmi piuttosto a procurarmi direttamente del cibo saltando il maggior numero possibile di intermediari, mi ha sempre toccata in modo laterale.
Nel senso che quando ho compiuto determinate scelte non è stato in un’ottica consapevole di ripensamento dell’intero sistema-lavoro: mi sono sfilata, ad esempio, da un destino che prevedeva università + impiego come infermiera vita natural durante per sfinimento e terrore, ma ancora auspicando di trovare un altro lavoro simile, con una qualifica inferiore che già avevo, alle medesime condizioni (contratto, ferie, contributi, anzianità, trascinarsi avanti così e ancora e ancora…).
Oggi so che non mi sarà possibile perseguire la vecchia strada, ancorché con fatica – ne sono proprio esclusa. Scelgo perciò di scollocarmi, ma a posteriori, avendoci messo anni a comprenderlo.

trasferimento

Se lo scollocato non ha soldi si astiene dal consumare e non ne fa un dramma né si rivolge alle banche, agli strozzini o alle mafie. Riduce movimenti e bisogni, ma non è triste per questo. Semmai se ne compiace, esaltando la propria libertà.
Lo scollocato pensa che si possa fare molto di più con molto meno, che ci siano mille cose da autoprodurre, e che è molto divertente imparare a farlo.

Lo scollocato non si annoia. Cammina molto, riprende a stancarsi fisicamente, e così facendo forse si scolloca anche dalle malattie di quest’epoca insana, evita il diabete e l’obesità, combatte con l’azione i trigliceridi e il colesterolo.
[…] Lo scollocato spera, ma lo fa perché ha fondati motivi di successo, perché pensa, progetta e agisce, perché sa di avere molte doti e le usa.
Lo scollocato un giorno si è detto: “Ma tutta questa fatica, tutta quest’ansia, non varrebbero una vita migliore?”. E allora si è alzato dalla sala d’aspetto dell’ennesimo colloquio di lavoro, ha oltrepassato la porta senza una parola, è uscito all’aperto. E ha ricominciato a vivere.

Novecento .2: L’Ur-fascismo di Eco

Comincio subito col dire che mi aspettavo se non proprio un librone, comunque un librozzo corposo: e invece no, si tratta di un volumetto smilzo, che contiene il testo di una conferenza tenuta dall’autore alla Columbia University il 25 aprile del 1995.
Ma già questo mi colpisce, al di là della sorpresa: nella breve introduzione alla ristampa Eco parla di un anniversario della Liberazione (dunque ben cinquant’anni dopo), durante il quale appunto tenne questo discorso per affermare che il fascismo italiano fu meno che fascismo, e che il fascismo, inteso oltre le forme specifiche che può assumere, ha una qualità eterna.
Ora, senza volermi porre al livello di Eco – cosa per altro che non auspicherei, dacché lo detesto cordialmente – né voler paragonare in modo stretto le sue asserzioni alle mie, mi chiedo inevitabilmente (e perdonate il francese): perché cazzo se lo dice lui è un fine intellettuale, e se lo dico io non ci crede nessuno? Domanda oltremodo retorica e di meschina frustrazione, lo ammetto, ma lasciatemela usare per porre una piccola questione.

La storia non si ripete, ma fa rima.
[Mark Twain]

Eterno, attuale, estinto: questi potrebbero essere, riassumendo molto, i tre aggettivi che gli italiani associano più spesso al concetto di fascismo.
Estinto, cioè un fenomeno circoscritto ed irripetibile, nemmeno con modalità portate “al passo coi tempi”.
Attuale, cioè esistente e “vivo” nel presente, nato nel passato sì ma proseguito modificandosi nel tempo sotto aspetti più o meno superficiali, mantenendo tuttavia un nucleo originario di pensiero.
Infine eterno, cioè astorico, ultramondano, fondato su una tradizione che per quanto diversamente declinata, non si può sradicare o elidere del tutto.

Ecco qua: al di là di com’è andata, e non è andata male nonostante non facesse per me, con CasaPound; questo cercavo: qualcosa di eterno, che ovviamente mi fosse affine. E questo ho trovato, qualcosa di attuale, che continuo a considerare tale – ossia: per me CasaPound, ForzaNuova ecc. sono a tutti gli effetti fascismo, anche se il Ventennio è morto e sepolto – con buona pace degli altarini commemorativi -, anche se molto è cambiato, anche se non a caso il movimento-partito oggi più rappresentativo del fenomeno, tanto che si autodefinisce “fascismo del terzo millennio”, di mussoliniano ha poco o niente.
Ne ho discusso abbondantemente su Facebook lo scorso anno, sono disposta a riparlarne qui, sempre nei termini di curiosità intellettuale e voglia di approfondimento usati allora, e non in quelli di schieramento partitico.
Comunque lo si veda noi, ad ogni modo, Eco considera il “fascismo” in accezione ulteriore e superiore (tassonomicamente parlando) a quella riferibile all’esperienza del PNF. Lo considera, appunto, “eterno”.
Se è vero e lo è, come lui scrive, che libertà di parola significa anche libertà dalla retorica, allora mi permetto di dire che mi piacerebbe veder cadere la retorica anche nelle discussioni che si fanno in proposito, cioè veder cadere i molti schemi dai quali non riusciamo ad uscire. Che siano quello per cui “il fascismo è finito con la caduta del regime, non ha senso parlare di fascismo oggi”, oppure quello per cui “fascismo e comunismo non sono paragonabili”.

Il discorso di Eco è diviso in due parti, dal punto di vista dei contenuti anche se non formalmente: un racconto succinto, per episodi significativi, di cosa fu il periodo fascista e la liberazione dallo stesso per lui bambino, alcuni punti salienti del regime (su tutti il perché lo riteneva una “dittatura non compiutamente totalitaria”); ed un elenco delle caratteristiche tipiche e ricorrenti del modello fascista di organizzazione sociale.
Vado a copiare alcune di queste ultime.

  • [1] La prima caratteristica di un Ur-Fascismo è il culto della tradizione.
    Appunto. Nota a margine: son in disaccordo totale con Eco sulla sua idea che un tradizionalismo sia per natura sincretista: epperò nelle sue manifestazioni concrete càpita lo sia – vedi, ad es., appunto Cpi.
  • [2] Il tradizionalismo implica il rifiuto del modernismo.
    Ma va là? Ovvio. Modernismo, però, non modernità. Di nuovo, in forte disaccordo sull’idea che considerare l’Illuminismo “l’inizio della depravazione moderna” comporti “irrazionalismo”.
  • [4] […] Per l’Ur-Fascismo, il disaccordo è tradimento.
    Puoi dirlo forte. Che sia il responsabile di un’organizzazione neofascista oppure il magister di una cappella Tremere, nessun gerarca può sostenere l’individualità di una persona se non a fini utilitaristici.
    La spinta rivoluzionaria in un sistema totalitario è tesa unicamente a decostruire il mondo esistente per ricostruirlo, comunque rigido, a propria immagine e somiglianza. In sistemi simili non esistono persone, solo personae, ossia maschere.
  • [9] Per l’Ur-Fascismo, non c’è lotta per la vita, ma piuttosto “vita per la lotta”.
    Ancora una volta esatto, e quanto mai attuale.
  • [10] L’elitismo è un aspetto tipico di ogni ideologia reazionaria, in quanto fondamentalmente aristocratico. Nel corso della storia, tutti gli elitismi aristocratici e militaristici hanno implicato il disprezzo per i deboli
    Io separo i due concetti, non coincidenti di necessità. Se parliamo di militarismo parliamo giocoforza di disprezzo per la debolezza, ma elitismo (o come preferisco dire, elitarismo) non è sinonimo né sintomo di disprezzo, casomai di discriminazione – termine abusato e storpiato, ma in sé neutro e non negativo: discriminare è il fondamento di ogni scelta razionale, di ogni discernimento, e del rispetto stesso della realtà delle cose, e delle persone.
  • [12] Dal momento che sia la guerra permanente sia l’eroismo sono giochi difficili da giocare, l’Ur-Fascista trasferisce la sua volontà di potenza su questioni sessuali. […] Dal momento che anche il sesso è un gioco difficile da giocare, l’eroe Ur-Fascista gioca con le armi, che sono il suo Ersatz fallico: i suoi giochi di guerra sono dovuti a una invidia penis permanente.
    Amen.
    Vorrei scrivere 10.000 parole sulle valenze psicanalitiche del fascismo, argomento tra i più succosi nei quali mi sia imbattuta, ma mi mordo la lingua e consiglio, piuttosto, a chiunque voglia capirne di più – Nick Shadow dubito non l’abbia già letto – il capolavoro di Klaus Theweleit, Fantasie virili: Donne flussi corpi storia, la paura dell’eros nell’immaginario fascista (Männerphantasien). A lui si rifà anche Jonathan Littell ne Il secco e l’umidoqualcosa in proposito qui, da pagina 53 del documento (pag. 29 del .pdf).
  • [14] L’Ur-Fascismo parla la neo-lingua.
    Nulla da specificare.

Nelle puntate precedenti:
Novecento .1: Il fascismo, macchina imperfetta

Carne no, pesce sì.

Premessa: cosa è carne.
Se parliamo di cibo, il termine “carne” ricomprende ogni animale commestibile, in qualunque habitat viva, in qualunque forma si presenti.
Il pesce è carne, gli affettati sono carne; nonostante torme di sacerdoti dell’interpretazione letterale, e legioni di madri cresciute a maiali scannati in cortile, non riconoscano i molluschi o le cotolette panate industriali come tali.
Tutta la carne è carne, insomma, non ci si scappa; ma dal punto di vista prettamente culturale quella di bovini, suini, ovini, equini, la cacciagione selvatica di ogni tipo – e d’altro canto i pesci, i molluschi, le conchiglie, i cefalopodi ecc. – hanno una valenza, e dunque una categorizzazione, a sé stante.
In conseguenza di questo, al di là delle preferenze di ciascuno, viene naturale a molti aspiranti vegetariani – oppure come nel mio caso a chi decide di diventare semi-vegetariano – scegliere di rinunciare alla carne di animali terrestri e/o esotici, ma mantenere nella propria dieta quelli acquatici e/o vicini alle corde e alle tradizioni locali.

pesce-palla

Dici a me? Eh, dici a me?! Guarda che ti esplodo nel piatto!

Delle ragioni semplici, e del tutto mie personali, per abbandonare o comunque limitare fortemente il consumo di carni di animali terrestri (d’ora in poi solo “carne”), a favore di quelli acquatici (d’ora in poi solo “pesce”), ve le lascio qui.
(E non vado oltre: la mia è una divagazione elementare, aperta ad un universo di considerazioni ma nient’affatto pensata per criticare chi non è vegetariano e tacciarlo di disumanità, o al contrario chi è semi-vegetariano e bollarlo come iprocrita. Per dire).

  • In entrambi i casi si uccide un essere vivente.
    Ma per qualche imperscrutabile motivo, forse banalmente biologico, la carne sa di morte anche quando è adeguatamente trattata, il pesce mai.
    Con questo non faccio alcun discorso etico: parlo invece del fatto che innumerevoli volte consumando carne ho avvertito con i sensi l’odore e il sapore, e più in generale la sensazione, del cadavere – e non solo. Mai mi è accaduto con del pesce.
    E’ spiacevole e stomachevole.
    .
  • La carne è spesso un alimento di difficile assimilazione per l’organismo, da consumare in quantità limitate per motivi di ordine sia nutrizionale che sanitario, il pesce lo è raramente.
    Nozionismi a parte, la carne è pesante. Lo è a livello macro perché lo è a livello molecolare, s’intende, a prescindere dall’abitudine consolidata a gravarla ulteriormente con salse ed intingoli (e cotture) sconsigliabili.
    In altri diversi termini, la carne stufa. Se i carboidrati tendono a gonfiare provocando senso di sazietà (ma non disgusto), la carne, nella mia esperienza, è stata spesso sinonimo di fatica: pur non sentendomi ancora appagata, semplicemente, non ne potevo più.
    .
  • Sempre nella mia esperienza concreta, la carne ha rappresentato – in generale – la costrizione, l’imposizione di una scelta da parte di altri (da bambina, chiaro, gli altri erano mia madre).
    Il pesce, consumato di rado nelle abitudini alimentari della famiglia d’origine di mia madre (che per ragioni pratiche hanno sovrastato quelle del ramo paterno), l’ho visto poco in tavola anch’io.
    Un po’ per il gusto un po’ per la rarità con la quale ne potevo godere, dunque, era destinato a rappresentare, per contro, la possibilità di nutrirmi in modo libero, e piacevole.

Sul mare .5: Long John Silver secondo Björn Larsson

Mani lisce, che non facciano capire che sei un marinaio, e spalle libere: mai accettare di diventare capitano, perché un capitano può sempre essere destituito, un semplice marinaio no.
Ecco il primo e più importante articolo del regolamento personale di Long John Silver il pirata, il quale è al tempo stesso emblema e carne reale dell’uomo fedele solo a se stesso – ed a pochissimi altri, nella misura in cui gli sono simili e li può considerare “fratelli”, come il salakava Jack lo spinge a fare, o anime affini, come la fiera negra Dolores. Con il resto del mondo c’è un solo tipo di legame, ed è un legame di tipo contrattuale. A bordo di una nave come quartiermastro agli ordini di un altro – spesso uno dei grandi nomi della pirateria – oppure semplicemente stringendo alleanze e conducendo affari sulla terraferma, non c’è vicinanza umana gratuita.
Eppure, oltre alle mani lisce ed alle spalle libere:

questa è la cosa più importante, Jim, un’altra da tenerti bene a mente: parlare alla gente, per non essere così dannatamente soli a questo mondo, a conti fatti.
[…] la solitudine è l’unico vero peccato in questo mondo.

E’ infatti la riflessività, ed il bisogno di comunicarla, una delle chiavi di volta di questo pseudobiblos, come lo chiamerebbe Lucius; insieme al vitalismo di Silver, sopravvissuto più volte dopo esser stato prossimo a morti praticamente certe; alla messa in mostra della meschinità e mediocrità umana, alle quali lui non è un antidoto ma una semplice eccezione.
Larsson ci porta sulla scia di Silver che scrive, scrive, scrive in un’impellenza comunicativa eterna – tant’è vero che ad un certo punto affermerà: se avessi perso la lingua anziché la gamba, allora forse sì, avrei ceduto -, racconta la propria storia, la propria lunga vita sempre apparentemente sul bordo del baratro eppure ancora tenace, parla alternando gli interlocutori, che sono persone precise e mai un pubblico generico ed anonimo (come qui sul blog, insomma): il braccio destro Jack, la compagna Dolores, Daniel Defoe – le parti a lui dedicate, in particolare quelle sui loro incontri all’Angel Pub, sono ottime – ed infine Jim. Proprio lui, sì, il Jim Hawkins protagonista (e in questo caso autore) de L’isola del tesoro.
Scorrendo l’autobiografia del pirata, costruita su numerosi flashback eppure intimamente proiettata in avanti, tesa al futuro, lo osserviamo invecchiare senza mai morire davvero: ma come lui stesso ammette, alla fine, “non basta la [minaccia della] forca”, per garantirsi di vivere pienamente.
A chi appartiene la mia vita? In quale direzione naviga, se ne ha una? – queste ed altre simili domande albergano nel cuore del testo, spesso esplicitate senza difficoltà, poiché Silver è carico di furbizia ed accortezza ma non ha peli sulla lingua, ha imparato il latino ed è istruito, come più volte ricorda. Anche su questo è basato il suo rapporto con Defoe, al quale offre per la sua Storia della pirateria notizie di prima mano in cambio di opinioni e discussioni, sulla realtà attorno a loro e sulla realtà contenuta in altri libri: è, il romanzo di Larsson, anche un libro che parla di libri, la “storia vera” di una storia inventata che, stando alla cronaca, è invece effettivamente accaduta, ma fu adeguatamente manipolata da Silver perché lui stesso fosse creduto, piuttosto, una leggenda.

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La sua autobiografia di una “navigazione stimata”, narrazione dell’esistenza di un uomo dalle idee chiare ma dalla destinazione incerta o inesistente, è anche la narrazione di un senza dio (sempre minuscolo nel testo) privo di vera rabbia o vera riconoscenza nei confronti di un supposto creatore – uno che insomma riconosce nell’uomo la fine e l’inizio, non in quanto essere superiore, appellativo che trova l’umanità non meriti, ma in quanto piccolo cosmo isolato e alla deriva, che pochi sanno realmente governare.
Accade così che Long John Silver sia prototipo e compimento dell’uomo con una moralità al di là del bene e del male, tutt’altro che compiaciuta per quanto fiera di sé; e accade che sia la coscienza – che non vuol dire bontà ma autoconsapevolezzadell’intera categoria: pirati, corsari, bucanieri, filibustieri… se la categoria, di coscienza, ne avesse appunto una.

Farsi degli amici (nel senso della parabola dell’amministratore disonesto, vangelo di Luca 16,1-13), dunque, fare vita libera arrembando navi mercantili e danneggiando il commercio di schiavi delle navi negriere, e poi ammirare le vivide pietre preziose più dei dobloni che non ricevono luce, apprezzare la bellezza, arrostire un buon cinghiale nutrito ad albicocche sul barbacoa – memorabile la storia di come Silver acquisì il soprannome Barbecue – accompagnato dalla bevanda piratesca per eccellenza: il rumfustian, ossia una miscela di rhum, gin e sherry, con un pizzico di polvere da sparo sopra.
Anche di tali prelibatezze, mi auguro, Defoe avrà fornito un opportuno resoconto nel suo saggio, considerata la sua mania per le liste. Sono certa, tuttavia, che il sempiterno Kasabake l’abbia persino in questo raggiunto e superato.

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Nelle puntate precedenti:
Sul mare .1: Avventura nell’artico, Arthur Conan Doyle
Sul mare .2: L’isola del tesoro, Robert Louis Stevenson
Sul mare .3: Il mare d’autunno
> Sul mare .4: Il mare d’autunno (bis)