«Ti adoro mio Dio, e ti amo con tutto il ♡»

[Autore: Leonardo Lugaresi, fonte]

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Mi è stato chiesto di spiegare brevemente perché considero così importante dire subito al mattino, come primo nostro atto da svegli, la preghiera che ci hanno insegnato da bambini. (Ora, grazie al potente richiamo della peste, anch’io lo faccio proprio subito, al primo riemergere della coscienza; prima mi succedeva spesso di ricordarmene solo dopo un po’, lavandomi i denti o prendendo il caffé …).

Credevo di averne già parlato qui, ma non sono riuscito a ritrovare il pezzo (se mai l’ho scritto), quindi lo dico (o lo ridico) ora nel modo più conciso possibile.

Ti adoro mio Dio. La prima parola non è amore, ma adorazione. Eppure Amore è la definizione stessa di Dio (1 Gv 4, 8): dunque la prima parola non dovrebbe essere quella? No, perché “Ti adoro” dice innanzitutto la verità sul rapporto tra me e Dio. Mette, per così dire, ciascuno al proprio posto. Prende atto dell’infinita distanza, che l’amore divino colma, ma non annulla. “Chi sei Tu, Signore, e chi sono io” (Francesco d’Assisi).
Senza il passo previo dell’adorazione, l’amore umano è esposto ad ogni equivoco, ad ogni riduzione, ad ogni “cattiva familiarità” di cui siamo capaci. Non a caso, infatti, è la parola più abusata del vocabolario. (I membri della comitiva dantesca sono già transitati dalle parti del canto V dell’Inferno e ne sanno abbastanza).
Sì, Dio si è fatto prossimo a noi, incarnandosi e morendo in croce per noi. Si è fatto letteralmente mettere le mani addosso da alcuni di noi, durante la sua passione. Ma questo non significa che noi siamo autorizzati a “mettergli le mani addosso”, cioè a trattarlo con quella sorta di “familiarità impudente” ignara di ogni reverenza, che oggi talvolta viene addirittura propagandata da una certa pastorale. “Chi sei Tu, e chi sono io”: per questo è necessario che la prima parola sia: «Ti adoro».

E ti amo con tutto il cuore. Ora può venire l’amore, senza il quale l’adorazione potrebbe trasformarsi in soggezione da schiavi. E l’amore può essere solo «con tutto il cuore». Totalità ed esclusività gli appartengono essenzialmente. Non si può dire (a nessuno, non solo a Dio): “ti amo ma solo un po’”; oppure “ti amo, ma solo fino a domani (o fino al 2050, che fa lo stesso)”; oppure “ti amo, ma come amo tanti altri”.
questa pretesa, insita nell’amore, rende però evidente che noi non siamo capaci di corrispondervi. Nonostante questo (anzi, proprio per questo) è importante affermarla, davanti a Dio. “Ti amo con tutto il cuore”, almeno per quanto riguarda me, è solo una dichiarazione d’intenti. Sicuramente la smentirò mille volte nel corso della giornata. quindi è vitale che la ripeta ogni mattina.

Ti ringrazio di avermi creato. Perché potevo benissimo non esserci, e invece ci sono. Non sono necessario, nel senso filosofico del termine (e il più delle volte neanche in quello comune). Ci sono perché mi hai voluto Tu. Grazie.
questo rendimento di grazie è già eucarestia, «culto spirituale» celebrato da ciascuno di noi (in forza del sacerdozio universale dei battezzati) quando ancora siamo nel letto, in pigiama.

Fatto cristiano. Perché non è per niente la stessa cosa essere cristiani o non esserlo.
Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini, tutti sono sue creature (ad immagine e somiglianza di Lui), e tutti Lui ama, anche quelli che hanno solo la Pachamama o neppure quella … ma diventiamo suoi figli (di adozione) solo con il battesimo, grazie al quale siamo uniti al Figlio unigenito.
E, di nuovo, essere stati fatti cristiani è un puro dono che abbiamo ricevuto, dato che tutti noi – salvo rarissime eccezioni – lo siamo diventati a nostra insaputa perché altri ci hanno prima fatto battezzare e poi educati alla fede. Non è scontato: fossimo nati, che ne so, in Pakistan o in Cina, molto probabilmente non saremmo cristiani.
Ora, come si fa a non ringraziare tutte le mattine per una cosa così grande? (Io, per quanto mi riguarda, aggiungerei anche un piccolo ringraziamento marginale all’imperatore Costantino, che ne avrà fatte di cotte e di crude come tutti i potenti della terra, ma indirettamente ha concorso a far sì che io fossi battezzato).

E conservato in questa notte. questo l’ho già spiegato qualche giorno fa (qui: https://leonardolugaresi.wordpress.com/2020/02/28/noi-moderni-il-sonno-la-peste-e-linfluenza/) quindi non ci spendo molte parole. Il realismo cristiano dice: “potevo benissimo morire questa notte. Invece prendo atto che hai deciso di tenermi ancora in vita e ti ringrazio, perché alla vita ci tengo”.

Ti offro tutte le azioni della giornata: fa’ che siano secondo la tua santa volontà. Come Dante ci spiegherà benissimo, nel nostro rapporto spaventosamente asimmetrico con Dio una sola cosa noi abbiamo da offrigli, una sola cosa a cui Egli tiene perché è la sola che non può (per Sua scelta) avere se non gliela diamo noi: la nostra libertà, cioè la nostra libera corrispondenza al Suo amore per noi. La forma naturale di espressione dell’amore è l’offerta. Cosa possiamo dunque offrirgli? «Tutte le azioni della giornata».
qui vale la stessa cosa detta sopra per «tutto il mio cuore»: quasi certamente il proposito del mattino sarà dimenticato volte nel corso della giornata, ma non importa. Importa invece molto dichiarare il criterio che vogliamo adottare per l’intero nostro modo di stare al mondo. Si noti che non ci proponiamo di compiere azioni buone, efficaci, intelligenti, adeguate alle circostanze e ai bisogni eccetera eccetera, ma solo azioni «che siano secondo la tua volontà».
questo è il giudizio cristiano. qui è il fondamento del lavoro culturale, senza il quale il cristianesimo non ha dignità e non ha rilevanza nel mondo.

E per la maggiore tua gloriaOra diventa esplicito che tale cultura è “altra” rispetto a quella del mondo. qui si palesa la “differenza cristiana”, e anche il carattere essenzialmente “anti-moderno” della fede cristiana (che non vuol dire che essa non sia attuale, anzi!). Perché noi abbiamo una cosa da dire, che oggi nessuno vuol sentire (e che anche la chiesa, purtroppo, dice poco, a bassa voce e quasi vergognandosene), perché non suona affatto bene alle orecchie nostre e dei nostri contemporanei,  tutti infatuati  del culto dell’uomo: noi non siamo al mondo per noi stessi, ma per la gloria di Dio. A.M.D.G (Ad maiorem Dei gloriam) era il motto con cui i gesuiti entrarono nella modernità a combattere la loro battaglia … e se si guarda come sono finiti molti di loro c’è da immaliconirsi, ma questo in definitiva non conta: quel motto resta valido.
Il catechismo di san Pio X (che è quello che abbiamo imparato noi da bambini) alla domanda: “perché Dio ci ha creato?” rispondeva in questo modo, che oggi molti troverebbero raggelante: «Dio ci ha creati per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita, e per goderlo poi nell’altra, in paradiso». Si dirà che noi dopo un secolo e più di progresso teologico  siamo in grado di spiegare la cosa molto meglio … però il concetto è giusto. E il “caso serio”, come direbbe Balthasar, rimane quello.

Preservami dal peccato e da ogni male. Si osservi l’ordine, che è gerarchico. La prima cosa da cui chiediamo di essere preservati è il peccato (non il coronavirus). La seconda è ogni male (compreso, e ora in primis, il coronavirus). Di nuovo è all’opera il giudizio cristiano, di nuovo pregando si fa cultura.

La tua grazia sia sempre con me e con tutti i miei cari. qui la nostra preghierina del mattino sembra invece farsi minimalista, rispetto agli orizzonti globali a cui ci hanno assuefatto i media e anche tante cattedre, laiche o religiose. E i migranti? E le vittime delle guerre che anche adesso infuriano in varie e remote parti del mondo? E quelli che sono colpiti dalla carestia in terre lontante?
Come sembra angusta la dimensione di questa richiesta finale! D’accordo, forse è figlia di un mondo in cui non c’era quasi niente di “tele-”, e ciò che era reale per la gente era anche vicino. È giusto prendere atto che per noi non è più così. Tuttavia c’è in essa anche una dimensione di sano realismo che possiede una sua perenne validità.
La totalità, come anche sopra si accennava, a noi uomini è preclusa: possiamo attingervi solo vivendo con piena adesione il nostro particolare. C’è dunque un ordine, una proporzione, nei rapporti e nelle cose, di cui non dobbiamo vergognarci o colpevolizzarci.
Anche questo ci rammenta, con durezza, l’attuale pestilenza: ognuno di noi è preoccupato, innanzitutto, della propria salute, poi subito dopo di quella dei suoi cari, poi di quelli che conosce personalmente, poi di quelli che abitano nella sua città, poi dei suoi connazionali, poi degli altri … Aver messo in discussione, anche teoricamente, questa logica di prossimità e averla a volte demonizzata come se fosse frutto dell’egoismo è una delle responsabilità gravi di una deriva ideologica oggi corrente anche tra di noi,  che ha meno a che fare con l’amore cristiano e più con una filantropia “stoicheggiante”.

Nella nostra preghierina del mattino non ci facciamo carico di imprese eroiche, su scala planetaria: chiediamo semplicemente la grazia per noi e per i nostri cari. Ciascuno faccia altrettanto per sé e per i suoi: di grazia ce n’è per tutti.

 

La saga del Mascheraio .6: Ah, l’amore

La malattia del romanticismo

Ah, l’amore… eh, l’amore ‘sto cazzo. Cos’è l’amore? Ognuno di noi potrebbe dare una diversa risposta, ma è indubbio che la nostra società, moderna e liberale, ne ha un’idea collettiva abbastanza precisa. L’amore per noi è un sentimento prima che una scelta, un afflato romantico anziché un’intenzione benevola nei confronti dell’altro, che è più oggetto che soggetto del nostro interesse.
E’ la malattia del romanticismo, che non colpisce soltanto l’idea di coppia e di amore ma anche il concetto di libertà, di valore, di eroismo… la malattia di chi aspetta il principe azzurro, ma anche quella dei nazisti – non ci credete? Leggete Militia di Leon Degrelle. Lo scarto tra questo testo commovente e trascinante, e la piattezza, brutalità, mediocrità dello scritto La nuova Europa, tradisce efficacemente la natura superficiale ed illusoria dell’idea romantica di mondo.

[18 giugno 1957]
[…] siamo venuti a parlare della credulità di Hitler, in così palmare contrasto con il suo generico atteggiamento di diffidenza. Ho chiesto a Schirach: “Non pensa che l’orgoglio e la presunzione gli impedissero di rendersi conto che veniva di continuo ingannato?”.
“Non credo” ha risposto Schirach che ha la tendenza a montare in cattedra. “Penso che la credulità di Hitler fosse piuttosto di natura romantica, come l’abbiamo sistematicamente favorita nella Hitler-Jugend. Il nostro ideale era quello della confraternita, credevamo nella fedeltà e nella sincerità, e ci credeva soprattutto Hitler. Penso che fosse portato a poetizzare la realtà”.
Sono rimasto per un istante a bocca aperta: non avevo mai visto le cose da questo punto di vista. Poi, però, mi è venuto alla mente Goering con la sua mania degli abiti fastosi, e Himmler con la sua fissazione per il folclore, e mi sono rammentato dell’amore che io stesso nutrivo e nutro per le rovine e i paesaggi idillici […].

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Spesso mi è stato chiesto, anche da persone che mi conoscono bene, se non fossi innamorata di Andrea. Anzi, una persona in particolare non me lo chiedeva affatto, lo affermava bensì con convinzione.
No. Se per amore intendiamo l’innamoramento, il desiderio di condividere vita, attenzione e corpo con un altro, la risposta è sempre stata no. Se per amore intendiamo l’attaccamento romantico, idealizzato, ad una persona ed a ciò che rappresenta invece sì: l’averlo creduto migliore di com’era, aver creduto al suo tentativo di dipingersi come persona sensibile e raffinata, l’aver ceduto alle sue malìe ed aver assecondato la sua mania di protagonismo: se questo è “amore”, sì, ho permesso ad Andrea di mettermelo al collo ed incaternarmici.
Non ha fatto tutto da solo, beninteso: lungi da me flagellarmi pubblicamente, ma così come il nazismo rispondeva perfettamente alle aspirazioni tedesche di allora, così anni fa il fascino di Andrea non ha fatto altro che solleticare la malapianta del mio orgoglio, promettermi di legittimare la mia superbia, illudermi che potevo essere la persona buona che ero stata allevata per essere ed al contempo una creatura superiore, altéra, eletta.

La grande tentazione

Andrea, nel suo narcisismo, ha compiuto né più né meno il lavoro del “grande tentatore”: che consideriate Satana una creatura reale, oppure un simbolo, una rappresentazione concettuale del male; la pretesa di rifare il mondo a propria immagine e somiglianza, dilaniando ciò che si oppone alla nostra “irresistibile forza”, al nostro delirio di potere, significa essere satanisti.

[22 novembre 1949]
Ancora una volta Dorian Gray, ossia l’esistenza in prestito. Indubbiamente, l’incontro con Hitler ha introdotto nella mia vita alcunché di estraneo, qualcosa che fino a quel momento mi era remotissimo: io, l’assistente di architettura, sostanzialmente anonimo, privo ancora di fisionomia, all’improvviso ho cominciato a concepire idee sorprendenti. Sognavo l’architettura di Hitler. Sogni, sogni.
Ragionavo secondo categorie nazionali, in dimensioni da grande Reich – e niente di questo era il mio mondo. Comunque, è da Norimberga che me lo dico convinto: Hitler, il grande tentatore. Ma lo era davvero? Mi ha distolto da me stesso? O proprio quel complesso sentimento di comunanza, che tuttavia, qualsiasi cosa io possa dire o scrivere, continua a sussistere, non sta a indicare che anzi Hitler mi ha svelato a me stesso?

[30 gennaio 1964]
[…] Di lì a pochi mesi, il caso mi aveva fatto conoscere Hitler, e da quel momento tutto era mutato, la mia esistenza ha cominciato a svolgersi in uno stato di perenne, altissima tensione. E’ singolare con quanta rapidità io mi sia scrollato di dosso ciò che fino a quel momento mi era sembrato così importante: la vita privata con la mia famiglia, le mie aspirazioni, i principi architettonici. Senza mai però avere la sensazione di una frattura o, peggio, di un tradimento, ma anzi di liberazione e ascesa, quasi che soltanto allora avessi avuto quello che era davvero mio. Nel periodo successivo, Hitler mi ha concesso molti trionfi, esperienze di potenza e gloria – ma mi ha anche distrutto tutto: non soltanto tutta la mia opera di architetto, non soltanto il mio buon nome, ma soprattutto l’integrità morale. Condannato come criminale di guerra, privato della libertà per metà della mia vita, gravato di un’ineliminabile sentimento di colpa, mi trovo per giunta alle prese con la consapevolezza di aver fondato la mia intera esistenza su un errore; condivido con molti tutte le altre esperienze: questa, invece, è soltanto mia.
Ma posso davvero affermare che Hitler è stato, nella mia vita, la grande forza distruttrice? A volte ho l’impressione di dovergli in pari tempo tutte quelle spinte in fatto di vitalità, dinamismo e fantasia, che mi davano la sensazione di potermi affrancare dalle limitazioni terrene. E che cosa importa il fatto che ha infangato il mio nome? Senza di lui, ne avrei uno? Paradossalmente si potrebbe addirittura affermare che è proprio questa l’unica cosa che Hitler mi ha dato, e che non potrà più essermi tolta. Si può gettare un uomo nella storia, ma è impossibile togliernelo. Sono stato costretto a queste riflessioni leggendo lo Hannibal di Grabbe, e precisamente il passo in cui il generale cartaginese, giunto alla fine di ogni sua speranza, si sente chiedere dal suo schiavo negro, prima di bere la coppa col veleno, che cosa ne sarà, dopo, di loro, e la sua risposta è: “Dal mondo non usciremo, vi siamo confitti”.
E potrei io, mi chiedo adesso, uscire dalla storia? Che significato ha per me il posto che vi occupo, per piccolo che sia? Se trentun anni fa mi avessero posto di fronte alla scelta tra diventare architetto capo di Augusta e di Gottinga, con la vita tranquilla e ordinata che questo comporta, una bella casa nei sobborghi, due o tre commissioni all’anno, le ferie con la famiglia a Hahnenklee o a Norderney, oppure la gloria e la colpa, il compito di trasformare Berlino nella capitale del mondo, e infine Spandau e la sensazione di aver fallito la mia intera esistenza, per quale delle due possibilità avrei optato? Sarei disposto a pagare ancora una volta questo prezzo? E’ una domanda che mi dà le vertigini, che a stento oso pormi, e certamente non so trovare la risposta.

E’ così. Contrariamente a quanto si crede, il bersaglio preferito del narcisista non è una persona debole (pur con le normali fragilità che a nessuno mancano), ma al contrario una persona – soprattutto donna – di carattere.
Anche per questo è così difficile staccarsi da lui, uscire dall’incantesimo ed osservare con onestà, con chiarezza i meccanismi in atto: i suoi, ed i propri… perché ci sentiamo diverse, non ci sentiamo “vittime” potenziali, ma individui che tutt’al più potrebbero a loro volta dominare su altri.
E finiamo per farlo, quando ormai l’abitudine alla cattiveria e all’indifferenza – anche se non ci ha cambiati fino in fondo – ci ha plasmato: tanto che ne siamo attratti, compiaciuti.

[…] Speer non fu sicuramente un “eroe” […]. Si comportò invece in modo di gran lunga più inquietante, da quel caparbio idealista che era sempre stato, disposto ad asservirsi a qualsiasi forza superiore. Speer si sentì cioè in debito fino alla fine d’una almeno personale lealtà verso colui che aveva pur già ravvisato come il criminale distruttore del proprio paese.

In serata, con Siedler, discutiamo di quel tipo di tedesco “idealista” che lo Speer degli anni Trenta impersonò in una misura palesemente elevata. Abbiamo convenuto nel giudicarne accattivanti gli aspetti nei rapporti personali. Però il quadro muta repentinamente nel momento in cui Speer emerge a livello pubblico, acquisendo influenza e potere: allora vengono a galla le sue pretese di riformare il mondo nonché il suo carattere “assolutista”, per non dire spietato. Speer era stato uno dei seguaci più radicali di Hitler.

Rispondendo a una domanda, Speer ha dichiarato che sull’Obersalzberg, specialmente agli inizi, aveva spesso avuto la sensazione di essere capitato in un mondo assolutamente estraneo. Hitler e la gente che aveva attorno parlavano di argomenti e di problemi molto distanti dai suoi. quel modo di parlare di politica, di questioni di principio, sulla situazione del momento o su ipotetici scenari gli sarebbe risultato insolito non meno del modo di Hitler di giudicare le persone: con grande freddezza e distacco. Però, avrebbe pensato allora, evidentemente è così che un uomo politico deve guardare alle cose.
In primo piano, in tutte le considerazioni, ha aggiunto Speer, erano sempre il vantaggio tattico e, quanto alle persone, la loro utilizzabilità per determinati scopi. Fino ad allora “le cose che non avevano a che fare con i miei interessi mi avevano rapidamente stancato o annoiato”. Al Berghof invece le cose si sarebbero prospettate diversamente. Ne sarebbe stato affascinato, e proprio il fatto che certi punti di vista gli risultassero alquanto inquietanti avrebbe accentuato il fascino che ne promanava. Dopotutto Hitler era niente di meno che il centro della politica internazionale, ovvero, come lo avrebbero qualche volta chiamato, “il motore del mondo”. Il che avrebbe conferito anche a loro, come avevano constatato non senza orgoglio, una certa importanza.

Abbiamo parlato di quel Karl Otto Saur che, nell’aprile del 1945, succedette a Speer nella carica di ministro. Giudizio seccamente dispregiativo, e quasi un accenno di eccitazione nella voce altrimenti pacata.
E’ un qualcosa di inatteso. Siedler e io ne siamo un po’ stupiti. Perché dopotutto Speer gli rinfaccia di essersi comportato esattamente come lui, solo due anni dopo: altrettanto succube di Hitler, altrettanto devoto. Si accorge evidentemente dell’impressione ambigua che suscita in noi, e relativizza non senza imbarazzo il giudizio. Che rimane però sprezzante.

Speer su Goebbels: era astuto, abietto, freddo e prepotente. Tutti tratti ripugnanti. Però si sarebbero fusi in una personalità che non lo aveva lasciato indifferente, per quanto ne disprezzasse in sé ogni singolo aspetto. Dopo una breve pausa ha chiesto, ingenuamente: “E’ possibile?”.

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Una storia d’amore. E di dipendenza.

La mia storia, la storia di moltissime donne, persino quella fra Hitler e Speer che qui ho voluto intercalare alle mie considerazioni perché molto calzante sotto svariati profili… tutte sono storie d’amore. Amore romantico, come l’ho brevemente descritto, un innamoramento costante che non si traduce mai in conoscenza reale del partner, in evoluzione positiva, in crescita umana, e che prevede soltanto – portato alle sue estreme conseguenze – dipendenza affettiva e sopraffazione vicendevole.
Fest ed il suo collaboratore Siedler, raccogliendo le testimonianze di Speer in merito al suo rapporto col Führer, non hanno dubbi sulla natura dello stesso: amore. Non passionale, non carnale, eppure a suo modo erotico e totalizzante.
Comprendo che non sia banale cogliere queste differenze: tuttavia esse sono la chiave. Perché ci si convinca che non solo una persona debole, o sprovveduta, o infatuata e insomma “innamorata” nel senso comune del termine possa cadere preda di soggetti tanto alienati; ma tutti noi.
Tutti possiamo rischiare di buttar via la nostra vita – figurativamente, e letteralmente – per adempiere ad un richiamo che smette di essere una libera scelta, un sentimento controllato, e diventa la vocazione di un burattino.

Marzo 1967, Heidelberg. […] Su Hitler. Non riesce quasi a liberarsi di lui. Continua a essere una specie di astro-pilota della sua esistenza. Colgo anche un tono sentimentale, sia pure appena avvertibile, in molte affermazioni che riguardano la sua persona, oppure – meglio – l’amico committente di progetti edilizi e architettonici. […] qualcosa ancora arde sotto il grande mucchio di cenere.

Poi, durante i lavori alla Cancelleria del Reich, subito dopo la presa del potere, conobbe Hitler personalmente, e non ci sarebbe voluto molto perché ne fosse sempre più affascinato: dalle sue piccole attenzioni, dallo charme, dalle occhiate nelle quali si poteva sempre cogliere stupore e scoperto apprezzamento. Ovviamente ne sarebbe stato lusingato, ma non di più. A volte si sarebbe perfino permesso di scherzare su questi gesti di favore che le persone attorno a lui, come accadrebbe sempre, avrebbero preteso di cogliere con maggiore chiarezza di lui.

Maggio 1967. quando, nel 1935, acquistò il “capanno-laboratorio” nelle Alpi, ha detto Speer, lo avrebbe fatto, per quanto ricordava, non tanto per trovarsi sempre a portata di mano di Hitler, quanto per sottrarsi agli imprevedibili impicci cui era costantemente esposto a Berlino. Si sarebbe voluto provvedere di un luogo accogliente, per lavorare con tranquillità, ma poi “l’esagitato Hitler” non glielo avrebbe permesso.
Probabilmente, ha aggiunto poco dopo, volle però anche soggiornare non troppo lontano dalla residenza di Hitler: chi poteva ricordarsi, dopo tanto tempo, di certi moventi così lontani? In ogni caso non avrebbe esistato un attimo quando il dittatore, circa due anni dopo, gli offrì una casa sull’Obersalzberg. E naturalmente si sarebbe sentito lusingato da quel gesto.

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[…] Non meno spazientito reagì ai ripetuti tentativi miei e di Siedler per convincerlo a fornire una spiegazione esauriente del suo temerario, per non dire “folle” ritorno nel bunker della Cancelleria del Reich, a Berlino, nella notte fra il 23 e il 24 aprile 1945.
Cercò di giustificare questa decisione affermando di aver sentito la necessità di congedarsi sul piano privato e personale da Hitler. Ma un congedo c’era già stato, tre giorni prima, dopo il festeggiamento del compleanno di Hitler.
Possibile – ci domandammo – che i sentimenti che provava per quell’Hitler che egli stesso, e da parecchio tempo ormai, aveva riconosciuto come un “criminale” e che come tale lo aveva definito nel suo entourage, fossero ancora talmente forti, persino in quella fase, che si sarebbe “disprezzato per tutta la vita” senza quel gesto avventuroso? Più forti anche dell’istinto di sopravvivenza, sollecitato dalla doppia paura di cadere sotto i colpi di un plotone d’esecuzione improvvisamente convocato da Hitler o per mano sovietica?

[…] Speer si chiese, come già prima durante il tragitto dalla Porta di Brandeburgo alla Cancelleria, se Hitler lo avrebbe accolto con indifferenza, o forse invece commosso fino alle lacrime, oppure se non avrebbe deciso di convocare il plotone di esecuzione. Hitler era sempre stato imprevedibile e lunatico nelle sue decisioni, e verso la fine della guerra più che mai.
[…] In un certo senso per ricondurre il discorso alle questioni “di servizio” e quindi alla realtà, Speer espose in una pausa del colloquio la questione dei direttori dell’industria Skoda i quali volevano “andare in Occidente”, cosa che Hitler sorprendentemente autorizzò subito. Inconsapevolmente a quel punto anche lui, Speer, piombò nuovamente nel suo “stato d’animo malinconico”, perché avrebbe ovviamente ripensato ai sogni comuni ormai così lontani da quel deserto di rovine attraverso il quale era venuto e, nonostante tutti i recenti contrasti tra di loro, sarebbe stato preso da una “grande commozione”.

Già sulla via del ritorno, lungo la spiaggia, Speer dice che, tutto sommato, gli sembra di non aver affermato con sufficiente forza quanto continui a ritenere giusto e opportuno quel suo essere tornato a Berlino per congedarsi da Hitler.
E forse non avrebbe neppure sufficientemente rilevato che la causa determinante che lo indusse a tornare in città era proprio Hitler: non voleva dileguarsi alla cheticella. Poi ha assicurato, quasi testualmente ma fra molte esitazioni: “Dopo anni di progetti comuni e anche di una certa amicizia non potevo agire per mesi contro i suoi ordini e poi tagliare semplicemente la corda. Per di più con una menzogna! Mi sarei disprezzato per tutta la vita!”.

Siedler ha osservato che si trattò dopotutto della fine di un amore […]

In serata abbiamo discusso con Siedler della “folle” ovvero (ed è il meno che se ne possa dire) “terribilmente adolescenziale” decisione di Speer di tornare, tre giorni dopo il congedo ufficiale in occasione del compleanno di Hitler, ancora una volta nella Cancelleria per un commiato “del tutto personale”. Tutti gli argomenti che aveva esposto per spiegare il bisogno di confessare a Hitler il suo “tradimento” erano suonati alle mie orecchie, in una maniera del tutto “tedesca”, insopportabilmente kitsch. Una profonda amicizia non poteva finire con la menzogna, l’infedeltà o con qualche altra volgarità, mi aveva dichiarato Speer socchiudendo gli occhi, tutto commosso da se stesso.
Ho spiegato a Siedler le ragioni per cui, durante tutto il periodo che avevamo trascorso insieme, non mi ero mai sentito così lontano da Speer come in occasione di quella confessione tanto franca quanto orribile: aveva non solo rischiato la vita per amore di un criminale irresponsabile, ma anche rimosso ogni pensiero della famiglia, mentre sullo sfondo si agitava spettralmente un concetto di fedeltà da tempo svuotato e innumerevoli volte tradito da Hitler. Ma che mondo era mai quello in cui Speer era vissuto?!, ho chiesto a Siedler, e gli ho raccontato d’aver formulato, alla fine, la stessa domanda anche a Speer. Al che Speer aveva fatto mostra ancora una volta di quel suo sgradevole sorrisino da “iniziato” e quindi aveva risposto: “Lei non lo può capire!”. E in ciò aveva sicuramente ragione.

Speer, la mattina dopo, sul suo rapporto con Hitler: non bisognerebbe dimenticare che la loro non fu una relazione solo politica. Molti vi scorgerebbero componenti soltanto egoistiche: cioè il suo interesse agli incarichi importanti, alla straordinaria carriera. Però sarebbe uno sbaglio. Ci sarebbero stati anche sentimenti. Ma chi, ha aggiunto più o meno, può descrivere le cause delle proprie emozioni, il loro inizio, la loro intensità e il loro svanire come se si trattasse di un compito di aritmetica?

L’ultima sera Speer si è improvvisamente domandato come mai Hitler non avesse mai consegnato anche a lui una di quelle capsule di cianuro che avrebbe distribuito tanto generosamente a dritta e a manca. Se ne conoscesse la ragione, avrebbe anche la risposta alla domanda dei “veri sentimenti” che Hitler “provava per me”.
In ogni caso è convinto che Hitler non si fosse semplicemente dimenticato di dargli una di quelle fiale; cose del genere non gli sarebbero sfuggite: quale potrebbe essere stata dunque la ragione?
Più tardi, con Siedler, ci siamo trovati d’accordo nel rilevare che la domanda implicita nella questione è: come mai per Speer è ancora tanto importante adesso, un tempo di vita umana dopo, riuscire a spiegarsi certe cose? Infine, un po’ ignobilmente, ci siamo detti che erano “gli aspetti inspiegabili di un grande amore”.

Sì, l’amore.
Dall’amore guardatevi bene.

trasferimento (5)

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Childfree .5: Pietre di scandalo

35 anni e sentirsi ancora come all’asilo: cioè presa per il culo

Santo Stefano 2019, interno pomeriggio (cucina di zia).
Personaggi in scena: io, zia, cugina2 ed il suo compagno.

Lui: _ E allora, quand’è che ti sposi?
Io: _ … 😓 🧐 … 🤔 … il 24 maggio. Ci sembra un bel mese.

Inutile specificare che non c’è alcun matrimonio, anche perché non c’è alcun fidanzato; ed è già abbastanza incredibile che me la sia cavata con una battuta in risposta: un po’ miseranda e traballante, ma pur sempre una battuta.
No, perché quando sei single, e/o non hai figli, c’è sempre l’importuno che ti fa domande inopportune, magari persino in buona fede (peggio!) e con la simpatia che si riserva al povero cane zoppo di famiglia – ma tu non hai il diritto di difenderti, risentirti o prenderla a male: altrimenti rinforzi l’idea di “persona strana, suscettibile, mal riuscita” che già ti sta appiccicata addosso.
E allora, giù sorrisini e battutine stupidine e cazzatine.
La risposta giusta, buon Dio, ce l’avevo sulla punta della lingua; ma immaginate che danno alle relazioni con la cugina2 – da tempo infertile per problemi di salute e però desiderosa di essere madre –  mi sarei procurata, se l’avessi lasciata uscire con la stessa nonchalance con cui il suo compagno ha fatto la domanda cretina a me.
Potevo dire:
_ E voi, quando farete un figlio?
Ecco. Ma non l’ho fatto. Perché alla cugina2 voglio bene. Ed il suo compagno, anche se è tristemente razzista, mi piace. Sono parte della mia famiglia, e lo specifico non perché in famiglia si debba giustificare la qualunque (sono di tutt’altro parere), ma perché per me sono importanti.
Insomma, io così banalmente sensibile non scherzerei mai su una cosa simile.
Eppure, pur non essendo cattive persone, altri non trovano sbagliato scherzare “sulla mia pelle”, su qualcosa che nemmeno conoscono ma è evidente considerino problematico. Embé: complimenti.

No, non ho un uomo. No, non c’è alcun matrimonio all’orizzonte. No, men che meno sento l’esigenza di riparare alla mia “stranezza” sfornando un figlio, ed il mio “orologio biologico” mi dice una sola cosa: che è tempo di godermi la mia libertà.

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I bambini (degli altri)

_ dice che fanno un casino incredibile.
_ che stronza! sono bambini, che fastidio le danno?

Ne danno eccome. Capisco la vicina, anche se mi è antipatica: se rompono il cazzo a me, che son pure più staccata, figuriamoci a lei che ce li ha appena oltre la parete. Se li sento io, a questa distanza – senza freni, senza orari, senza la minima parvenza di rispetto e dunque di contenimento dei versi animaleschi e delle lotte contro il mobilio -, figuriamoci lei.
Non scherzo mica, quando racconto che spesso (finché non si sono graziosamente levati dalle palle) ho dovuto insonorizzarmi io indossando le cuffie da cantoniere.

Ma naturalmente non sono soltanto i bambini in prima persona a dare segni di squilibrio. Prendete le loro madri, le nonne, persino le sorelline (sarà un caso che mi vengano in mente solo femmine?).
Non riescono ad uscire dall’incanto del bambino-fenomeno (no, non tutti i pargoli sono intelligenti e acuti, e sì, ne conosco alcuni che spiccano. Però, ecco, sono esempi rari ma non comunque dei miracolati o dei messia).
E non riescono a concepire che per qualcuno gli unici fenomeni interessanti siano quelli adulti, autoregolantisi. O quelli fisici e chimici. O quelli culturali e sociali. Certo non i baby-fenomeni…

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… quando ascolto i racconti di mamme o nonne, che siano mie parenti, amiche o conoscenti, lo faccio volentieri. Non fingo. Ma se ascolto e apprezzo, accade unicamente perché mi interesso a loro, tengo a loro, e mi fa piacere condividere un pezzetto delle loro gioie (o preoccupazioni), anche quelle di cui di per sé a me non frega nulla.
Lo faccio per loro, e lo faccio per poco.
NON lo faccio per i bambini, né mi presterei ad occuparmene al di là di una conversazione da concludersi in tempi ragionevoli. I vostri figli e i vostri (/ miei) nipoti non mi interessano in alcun modo, nemmeno un poco, nemmeno di striscio; che ci crediate o meno.
Possono farmi simpatia, ispirarmi tenerezza, e posso senz’altro provare per loro un vago affetto, ma nulla più di questo.
Sic est.

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[Immagini dal web e da qui]


Nelle puntate precedenti:
> Childfree .1: Sul non volere figli
> Childfree .2: Una questione terminologica
> Childfree .3: Cosa NON dire a una donna senza figli
> Childfree .4: I motivi per NON volere figli

Childfree .4: I motivi per NON avere figli

Non tutte le donne sono adatte ad essere madri. E non tutte imparano ad esserlo strada facendo, sviluppando delle abilità che già erano presenti in loro in nuce. A prescindere dall’istinto materno, dunque dalla biologia, perché se è vero che non tutto ciò che le persone desiderano è cosa buona o adatta a loro, questo vale anche per la maternità. Che è una cosa intimamente buona, ma non è per tutti.
Per fare dei figli bisogna avere dei buoni motivi. Non una situazione (familiare, economica, sociale) perfetta, ma, comunque, un buon genitore non può mancare a mio avviso di intenzionalità e progettualità. Non può bastare essere aperti a questa possibilità e disposti ad assecondare il destino, lasciandolo libero di esprimersi (che pure è una disposizione molto bella).
In un caso e nell’altro, bisogna avere senso di responsabilità.
Fare il punto su ciò che essere genitori, o rifiutare di / rinunciare ad esserlo, comporta (in linea di massima e con un certo slancio immaginativo, anche feroce); per potervi aderire consapevolmente.

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In un caso e nell’altro, chi decide presto in merito cambia idea di rado, è più serena e convinta della propria scelta. Ma non si tratta, naturalmente, di mettersi a tavolino elencando pro e contro, tirando poi le somme. Parlo esclusivamente di una decisione, per essere madre o al contrario per non esserlo, presente in alcune donne “da sempre” (fin da ragazze, o da bambine), che anticipa ogni riflessione a convalida.
Non è una prerogativa di tutte, ma rappresenta senz’altro un bel vantaggio.
Ma c’è anche chi decide in età più avanzata, perché fino ad allora non era ancora convinta di volerlo davvero o a causa delle circostanze (lasciatemi annotare, en passant, che anche se il corpo è in grado di procreare, ad una certa età, senza voler fissare arbitrari e dittatoriali limiti di legge, si dovrebbe evitare di fare figli per “realizzare se stesse”. Pensare ad un/a ragazzo/a che alle soglie della maturità si ritrova genitori anziani mi dà la nausea e l’incazzo. E se questo vi fa venire in mente certi italiani famosi, non è un caso).
C’è chi decide (non troppo) tardi, insomma, e va benissimo così, anche perché non sono poche coloro che nell’incertezza hanno detto un sì frettoloso per il timore che il proprio orologio biologico battesse il tempo, e poi se ne sono pentite. Sì, pentite: se pensate che sia terribile, sappiate che lo penso anch’io. Non perché le donne che si pentono d’essere divenute madri siano cattive, ma perché una vita ha preso il corso sbagliato. I figli sono sempre un dono, anche quando non erano la vera vocazione di una donna – ma possiamo almeno dire che è più auspicabile regalare ad una cuoca provetta degli accessori da cucina, anziché una chiave inglese? Diciamolo.

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L’autodeterminazione è per me molto importante,
ora ce l’ho e vorrei conservarla.
Stefanie, 39 anni, Monaco di Baviera

Non sai quanto concordo, Stephanie. Ho già fatto la madre, nella mia vita, la “madre di mia madre”. Ho avuto altre responsabilità indirette ma gravose. Sono poi stata, pur se per breve tempo, amministratrice di sostegno per una zia, e stavo per assumere lo stesso incarico per un’altra. Adesso voglio essere libera.
Ho avuto, dopo tante fatiche, la fortuna non di vivere in panciolle ma comunque di svuotare il mio zaino di tanti sassi che lo appesantivano. Ho insomma compiuto il percorso inverso rispetto alla norma di chi non incontra intoppi grossi: infanzia tutelata, maturità sostanzialmente libera di svilupparsi, infine mezza età responsabile dei genitori ormai anziani, e dei figli.
Posso dedicarmi a

disegnare la mia esistenza


Ma venendo al punto indicato dal titolo (spero nel frattempo di non avervi ammorbato troppo), i vantaggi di maggior peso che i numerosi elenchi sparsi per l’internet enumerano sono condensabili così:

  • libertà e flessibilità nelle scelte di vita, quotidiane e non (orari, viaggi…)
  • maggior tempo libero, impiegabile senza vincoli
  • sonno decente per durata e qualità
  • carriera, per chi la persegue / indipendenza economica
  • assenza di un costo importante, prolungato e non interrompibile
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Illustrazione di Stephan Schmitz

I miei motivi personali invece sono più in campo di dettaglio.
Posto che, di base, mi manca l’afflato materno e non faccio che riconfermare con queste considerazioni un’inclinazione emersa precocemente, non voglio figli:

  • per interrompere uno schema intergenerazionale vizioso (temo di riprodurre caratteristiche negative dei componenti del ramo materno della mia famiglia di origine);
  • perché dubito della mia capacità di educare. Non è insicurezza, è che proprio non ritengo di saperlo fare in modo continuativo e non superficiale.
    Mi annoia a morte insegnare qualcosa a qualcuno. E ai bambini c’è sempre qualcosa da spiegare. Fanno centomila domande a cui devi rispondere. E questo dover rispondere lo trovo noioso. – Barbara, 41 anni, Monaco
  • per non trasmettere la malattia;
  • perché se pure volessi non ho (più, ancora) una famiglia entro cui allevarli;
  • perché ho assoluto bisogno di pace, silenzio, tranquillità, ordine e soprattutto tanta, tanta, tanta leggerezza;
  • perché, per l’appunto, non ne sopporterei il carico;
  • perché voglio mantenere, anche in coppia, una mia casa e quotidianità autonome.

Che bello. Che sollievo non averne avuti e guardare felicemente al futuro.

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Nelle puntate precedenti:
> Childfree .1: Sul non volere figli
> Childfree .2: Una questione terminologica
> Childfree .3: Cosa NON dire a una donna senza figli

Childfree .1: Sul non volere figli

Tento di buttar giù due pensierini per introdurre una nuova (ennesima!) serie di letture a tema: sulle donne senza figli, e per essere più precisa sulle donne che non vogliono averne. Come me – ed ecco perché mi interessa.

Childless & childfree

Innanzitutto una distinzione fondamentale. Chiedo scusa ai lettori poco amanti degli anglicismi, ma questo – secondo me – è proprio uno di quei casi in cui l’inglese, oltre che più comodo e rapido (un pochino) è anche più efficace (un bel po’).
Una donna childless (che sia sposata, impegnata, o single: in questo contesto non fa differenza) è una donna senza figli per le motivazioni e le circostanze più disparate, e che tuttavia li desidera (o, quantomeno, non rifiuta l’idea).
Una donna childfree, invece, sceglie consapevolmente di non avere figli (né ora, quando la infastidite con la centesima replica in un mese delLa Domanda, né in seguito), per  altrettante differenti ragioni.
Io, ovviamente, voglio occuparmi delle childfree.

Cosa è famiglia? Che significato hanno i figli?

Le due domande sono in gran parte interconnesse.
Non mi addentrerò troppo in questioni che meriterebbero un’attenzione ed un approfondimento che io non posso offrire, mi limito ad accennare a spot qualche considerazione.

Innanzitutto, per qualcuno “una coppia senza figli non è famiglia” (a quanto pare non c’entra la morale cattolica, ma già che ci sono lo dico: la cosiddetta apertura alla vita è centrale, ma vi sono eccezioni e, soprattutto, l’indisponibilità ad accogliere il disegno divino pone in posizione di peccato, ma non fa diventare una coppia “meno famiglia” di una che invece vi si presta).
Resta senz’altro vero che l’essere madri (e padri!, che non sono un accessorio) è per la dottrina cattolica il naturale “destino” di chi ha una vocazione matrimoniale. Sempre salvo particolari eccezioni. Purtroppo, anche fra credenti, spesso si confonde l’adesione parziale, o la non adesione, ad un progetto divino – comunque generale -, che è peccato ma va visto alla luce della storia personale di ciascuno, con un’arbitraria e diabolica opposizione, da “degenerati moderni”, a un diktat intransigente.
Una degenerazione tutta moderna che non si limita a rifiutare per sé, ma aborrisce collettivamente l’avere figli, il dedicarsi esclusivamente alla famiglia, le scelte di non-indipendenza e libertà totale esiste.
Un disegno divino per la famiglia esiste.
Ma è ingiusto, perché errato, attribuire la prima a chiunque, pur senza egoismo, stabilisce che per la propria vita avere figli è un fattore non auspicabile (se non dannoso: sì, può capitare e no, non dev’essere per forza egoismo).
Com’è ingiusto prendere quello che è un progetto di Dio su di noi, per una “gioia perfetta” – in un mondo che però perfetto non è -, sostanzialmente un progetto d’amore perché possiamo avere tutto il meglio; trasmutandolo in un dovere, in quanto tale spesso arido, che non parla di legami d’amore (di carità), di comunione intima a modello della Trinità, di dono di sé, ma piuttosto di perdita e dolore, che conduce alla ribellione incolpevole contro il Cielo.

Famiglia è ovunque due (o più) persone si amino.
Dando per scontato per non allungare ulteriormente la zuppa che “amare” non significa piacersi, provare affetto, né avere affinità col partner o chicchessia, né tantomeno provare attrazione ricambiata ecc. ecc.
Amare è essere al servizio dell’altro avendo per obbiettivo il suo bene. Punto.
(Grazie a Dio, i cristiani son chiamati ad amare il prossimo, non a farselo piacere).

I figli sono per me il completamento ideale della famiglia.
Ciò in un’ottica “naturale”, che è pure alla base di molta parte dell’ottica cattolica, ma è condivisibile e condivisa, su questo e altri temi, al di là della fede (non credenti compresi).
Possiamo intendere “ideale” in molti modi (non però romanticamente): riferendoci ad una situazione di perfezione originaria, antecedente il peccato originale – ma allora, ci tengo a ricordarlo, Eva non doveva partorire con dolore, il “senso materno” non era aleatorio, e Caino ed Abele, se i loro genitori fossero stati più intelligenti, avrebbero avuto per sé l’intero Eden senza neppure pagare la rata mensile.
Oppure possiamo pensare che sia la realizzazione più completa, integrale per una donna – che è pur sempre costitutivamente diversa dall’uomo -, senza però ritenerla la migliore, o peggio l’unica via.
Non è sbagliato immaginare la maternità come la quadratura del cerchio femminile: è, appunto, l’ideale alla cui immagine tendono tutte le donne. E’ sbagliato invece cercare di trasporre l’ideale, così com’è, nella realtà concreta (o meglio, nelle realtà concrete di ogni singola donna).
Non solo perché l’istinto materno, o più ampiamente la propensione alle relazioni e alla generatività tipicamente femminile può manifestarsi e realizzarsi in molti modi; ma anche e soprattutto perché la realtà è piena di sfumature e vive delle evoluzioni: non significa relativizzare – lungi da me – ma capire che l’ideale (la “verità”) si declina in più realtà diverse. Alcune non saranno valide, saranno abbagli, ma altre, più d’una, rappresentano una alternativa ma valida proiezione dell’unica verità nel mondo concreto.
Tipo così:

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Direi che vi ho spaccato le balle a sufficienza.
Dalla prossima volta, si passa alla sostanza 😉

Sono un mito .6: Libera

A volte bisogna fare qualcosa di imperdonabile,
per poter continuare a vivere.

Ventitrè dicembre duemiladiciannove: ho chiuso i rubinetti centrali di acqua e gas, spento tutte le luci, abbassato il termostato, raccolto tutte le mie cose cesto regalo compreso.
Parto, e dopo cinque minuti di auto già percepisco nettamente le spalle ed il collo non dico sciogliersi, ‘ché ci vorrebbe ben altro (tipo un lungo massaggio sapiente), ma lasciar andare la tensione massiccia.
Passo i successivi quattro giorni a mente vuota, senza mai soffermarmi sulle faccende in sospeso o sui crucci lasciati a casa. Mi dedico alla lettura: sulla testata del divano entro il quale mi sono scavata il mio nido, nella stanza più intima in fondo all’abitazione di mia zia, stanno appollaiati cinque libri che alterno incessantemente.
Dormo parecchio, appisolandomi senza il pensiero che domattina, di nuovo, mi toccherà alzarmi e vivere.
Mi godo i manicaretti del cugino-orso, cuoco ufficiale, e nelle due notti in cui tiro tardi a leggere entro di soppiatto in cucina a rubacchiare: la prima volta un pane, la seconda una ciotola di patate al forno. La mattina, mia zia mi dirà che siccome eran dure (mica vero), aveva pensato di tagliarle e farci nonsocosa. Troppo tardi…! 😉
Nel mezzo si fa Natale. Momento anomalo. Mia mamma non c’è più, questo è molto chiaro, e improvvisamente mancano troppe persone a tavola. Non sembra quasi neppure Natale. Mi sento vuota e disconnessa da tutto – capirò più tardi che la mia psiche, sempre accorta, mi sta tenendo lontana da qualsiasi stimolo troppo intenso e doloroso.

Vuota; perché per tutta una vita ho vissuto, anche nei miei periodi di maggior apertura al mondo, in funzione di altro e altri – negli ultimi otto anni, mia mamma e la sua versione della malattia. Non c’era imposizione, in questo – l’ho scelto più di quanto l’abbia subìto -, ma neppure spazio per la mia autonomia da sempre accantonata. I quattro giorni staccata dalla mia quotidianità hanno funzionato come catalizzatore di un processo già in atto da febbraio, realizzando una netta cesura tra la prima fase di lutto – disordinata, fiacca, demotivata – e la seconda, al cui esordio ho fatto il punto su una serie di problematiche fra loro interconnesse che tornerò ad affrontare, ma con più criterio e più strumenti, in questo 2020.
Disconnessa; perché come detto ricevere senza filtri le impressioni di questo Natale senza famiglia, senza neve e con una temperatura esterna assurdamente alta, senza famiglia, arrivato troppo in fretta e troppo in fretta ripartito, senza famiglia, senza cena della Vigilia e sc(qu)artamento pacchetti come tradizione vuole, e l’ho già detto senza famiglia?, beh, sarebbe stato un terribile passo falso. Ho pensato a mia mamma solo due volte, per pochi istanti prima di obliare tutto di nuovo, una delle quali quando a Santo Stefano ho lavato i piatti come faceva sempre lei, battendo sul tempo mia zia con un sorrisetto di malcelata soddisfazione.
Poi, al ritorno, ho spostato le foto dei miei: dal salotto, che è il cuore della casa, alla camera, che ne è l’anima; così da un lato li ho ancora più vicini, dall’altro però mi son scrollata di dosso il continuo confronto tra il prima e il dopo, tra il con e il senza, tra chi ero e (non so ancora) chi potrei essere.

Ricomincio dunque da qui, ripagando un po’ alla volta le ipoteche che l’esistenza ha acceso sulla mia persona.
Sapendo che questa ferita non si cancellerà mai, né voglio che accada, ma che può rimarginarsi e permettermi di mettere me stessa al centro.
Non c’è contrasto tra la sofferenza della perdita e la mia gioia di sapermi libera, legata ai miei cari ma non più vincolata. Libera dalla preoccupazione per la loro sorte e la loro serenità. Libera dalle aspettative, per poterne coltivare persino di più alte. Libera da condizionamenti di vecchia data che neppure chi ha contribuito a suscitarli conosce, o riconosce più.
Libera e solitaria, eppure non sola.

Lavoro .3: La chiave a stella, Primo Levi

Il lavoro e la sua qualità, le ragioni dell’austerità, il conflitto politico e morale tra società dei garantiti e società degli emarginati, i motivi del lavoro e i motivi del rifiuto e dell’assenteismo in un mondo capitalistico sono temi centrali della discussione sulla crisi.
Leggo queste prime righe di una delle due postfazioni al romanzo di Levi, rimango interdetta e vado a controllare quando sia stata scritta, pensando si tratti di un’aggiunta recente ad una riedizione: macché. Tali attualissime parole – quante volte capita! – le scrisse Stajano in questo suo articolo per Il Messaggero dell’11 dicembre… 1978.
Perché stupirsene… dal boom economico in avanti non c’è stata che un’unica, continua deriva. Non che prima il lavoro fosse una cosa priva di imperfezioni e di brutture. Ma, per cominciare, era lavoro e non aria fritta, concretissimo e non un’astrazione, pure quando intellettuale. La chiave a stella sta appunto ad esemplificare e fare da emblema del raccordo stretto e diretto tra lavoro e prodotto, tra lavoro e lavoratore, tra mezzi di produzione e oggetti / concetti finiti. Levi stesso spiega, e racconta al co-protagonista (Liber)Tino Faussone – che già mi sta simpatico perché il padre ha dovuto giocare coi nomi per poterlo far battezzare, sennò nisba – come da chimico abbia deciso di fare il salto e dedicarsi unicamente alla letturatura, ma senza “spezzare i legami” tra le due (spero che l’autore sia fiero di me, che nella mia pochezza cerco metafore ad hoc in suo onore…).
Uso spesso affermare che, (non solo) lavorativamente parlando, sono nata nel secolo sbagliato. Nell’800 avrei avuto un sacco di grane e sarei stata considerata una buona a nulla, ma con buona pace del Collocamento Mirato avrei facilmente trovato un posticino, con mansioni a prova d’imbecille, in qualche bottega o emporio cittadino. Avrebbero avuto pietà di me, mi avrebbero messo a pelar patate con tutta la lentezza che mi pareva, e ivi sarei rimasta a pelare sino a che non mi fossero cascate le braccia, e non avessi raggranellato onestamente quei due tolini atti a costituire ciò che oggi chiameremmo “pensione di anzianità”.

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Perché, ragazzi, una cosa bisogna dirla: sono lenta, sono inganfita, sono un po’ Danka (Nata Stanca) però, a me, il lavoro piace – infatti sto leggendo, adesso, il libro di De Botton proprio così tradotto: Lavorare piace.
A me, il lavoro, interessa.
Ma il lavoro dov’è? Non parlo di percentuali di occupazione, di impieghi vacanti. Parlo di rendersi utili, purché in modo personalmente sostenibile. Io sarei ben felice di passare le mie 3-4 ore quotidiane a rispondere a telefoni e citofoni, a pesare ed imbustare lettere, a fare caffé e fotocopie (sì, sì). Ma il lavoro dov’è?
Io senza lavoro, onestamente, mi sento realizzata lo stesso. Senza, voglio dire, un lavoro comunemente inteso: ufficiale, contrattualizzato, retribuito. Il lavoro viene prima di questo ed è primariamente altro: è impegno, dedizione, ragionevole fatica, sforzo, soddisfazione, creazione, reciprocità… non m’importa del lavoro retribuito, se non perché costituisce ancora la prima alternativa, anche per me, per sopravvivere.
M’importa di dare un senso a me stessa e alle cose, invece.
Lavorare “per vivere” dovrebbe poter essere una naturale, e funzionale, conseguenza di questo, un’estensione del piacere di mettere a frutto le proprie capacità e cognizioni, con lo scambio commerciale nel ruolo di necessario, ma marginale, tramite.
Il lavoro nobilita? Direi di sì, per non dire che “rende liberi”: che è diverso. Non so se avete notato come Levi ci gira intorno e fa ricorrere la tremenda frase-simbolo nella sua introduzione, adattandola alla modernità, al ribaltamento di valori, a nuove forme di sfruttamento in un senso e nell’altro:
Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di più; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio o altrui, si potesse fare a meno, non solo in Utopia ma oggi e qui: come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero.
Che subiate la retorica e lo sfruttamento, o all’inverso l’abbandono e l’incuria, la domanda la pongo anche a voi:

ma il lavoro, dov’è?