libri (maggio 2020) – pt. I

farfa su libro

Limonov – Emmanuel Carrére [kindle]

Due cose:

Carrére scrive la sua non-fiction sulla sabbia.
Come qualcuno – non ricordo ora chi – ha ben precisato, sceglie il suo soggetto e poi, anziché distaccarsene pur restando appassionato e farne una descrizione se non obbiettiva, almeno “terza” con tutti i mezzi documentali e critici possibili, ne trae un discorso fantasioso, personale ma più apologetico che ragionato, romanzato.
Una non-fiction che dia l’impressione d’essere un romanzo, capite bene, svolge male tanto il proprio lavoro di osservazione analitica quanto quello che del romanzo è proprio, di coinvolgimento sintetico nella vicenda.
Non andando da nessuna parte.
Carrére è fumo senza arrosto.

Limonov (per quanto ci appare attraverso gli occhi di Carrére, che lascia spesso intendere d’aver attinto a fonti dirette ma non le sostanzia mai), è un presuntuosetto invidioso, una mezza tacca che aspira non a cose grandi, ma a cose brillanti, di quella brillantezza che ha la bigiotteria per le gazze.
Lo stesso che ha sempre relativizzato la crudeltà del sistema-gulag, perché – a detta dell’autore stesso – ha sempre avuto il culo al caldo grazie al padre cekista che pure disprezzava poiché mediocre funzionario, di ritorno in patria dai folleggiamenti americani ha fondato un partito il quale, di nuovo, non serve ad altro che ad appropriarsi dei luccichii di una “posizione scomoda” spacciandosi per ribelle e martire.
Limonov è uno sfigato.

Storie di fantasmi per il dopocena – Jerome K. Jerome [kindle]

Breve e lieve parodia della tradizione di raccontar storie di fantasmi la vigilia di Natale.
Una sciocchezzuola ironica che descrive i suoi bersagli con tratti demenziali.
Niente più che un divertissement.

Magia nera – Loredana Lipperini [kindle]

Molto intrigante. Una raccolta di racconti al femminile; magici sono le protagoniste, gli eventi che loro càpitano, le atmosfere. Nulla di “infiorettato” tuttavia, né dalla Lipperini / Manni ce l’attendevamo: riscatto, sopruso, vendetta, solidarietà, invidia; piuttosto.
Meno dark di quanto immaginassi, ma ugualmente impietoso.

Lettere dal carcere 1926-37 (La nuova diagonale) – Antonio Gramsci

[kindle]

Personaggino impegnativo, Gramsci. ‘Mazza che rompicoglioni: probabilmente la sua puntigliosità e la sua aria da maestrino mi hanno lievemente irritato perché sono anche mie. E’ pur vero che molta parte in questo atteggiamento – incredibilmente coerente fino alla fine – l’ha il carcere e, di più, in quanto va ad aggravare un’evidente e pesante incomunicabilità tra lui ed i parenti.
In una delle tante vie Gramsci d’Italia ci ho vissuto l’intera infanzia. Non potevo prolungare oltre la mia ignoranza. E manco a farlo apposta somiglia a mio cugino da giovane, ma questo è secondario… il “gobbetto” mi lascia, più che idee, un nucleo di abitudine carceraria deleteria – per quanto strenuamente combattuta – e il dolore di relazioni deformate. Non è poco.
E poi, nondimeno, una camionata di tenerezza. Sua l’espressione “ti abbraccio teneramente”, usata soprattutto con la cognata Tatiana; che ho tutta l’intenzione di adoperare e far mia.

Restando in tema, segnalo un bel documentario andato in onda mercoledì sera sul Nove: “Tutto il mondo fuori“, sul Due Palazzi. Lo potete trovare in streaming qui.
Nell’intervista si cita anche il film del 2012 dei fratelli Taviani, Cesare deve morire, che ho visto e vi consiglio.

La mia seconda vita tra zucchero e cannella – Verena Lugert [kindle]

Da giornalista in via esclusiva a reporter gastronomica – e, principalmente, cuoca professionista. L’occasione l’ha presa al volo, ma non è stato per caso: cucinare per lavoro era una sua fissazione da prima di fare domanda alla Cordon Bleu londinese, per poi cominciare come commis in uno dei ristoranti di Gordon Ramsay.
Il resoconto della vita di brigata è lucido eppure frizzante, sgrezzato quanto basta per divertire ed appassionare anche un lettore che quel genere di vessazioni e devastazioni esistenziali le deplora profondamente.
L’editrice Astoria pubblica svariate “storie di vita”, per chi ama il genere (come me).

Scontro di civiltà per un ascensore in piazza Vittorio – Amara Lakhous

[kindle]

E’ un racconto divenuto famoso attraverso un premio, riuscito sì, ma trovo non meritasse tanta fama. Comoda, ma di buon effetto, la scelta di suddividere i retroscena attorno all’ascensore del titolo – e al cadavere che un giorno vi viene rinvenuto – illuminando di volta in volta un diverso personaggio-inquilino del palazzo, distribuendo equamente capitoletti e punti di vista narrativi.

I libri non commentati:
Gramsci – Angelo d’Orsi [in corso]
Creepypasta – AA.VV.; True Halloween – AA.VV.

film (marzo 2020) – pt. II

Assassinio sull’Orient-Express – Kenneth Branagh

Mah! Ho continuato a ripetermelo, mille volte, lungo tutto l’arco del film… che a modo suo è bello, per carità: musiche, fotografia, sceneggiatura, tutto wow. Intrattenimento pefetto per un grande schermo. Sì, ma il resto? La resa della storia, la recitazione? Per non parlare di come è stato tratteggiato Poirot, identico ad un qualsiasi altro monotono detective contemporaneo prodotto in serie. No, non ci siamo. Se vi piacciono robe tipo i rifacimenti di Sherlock Holmes con Robert Downey Jr. e Jude Law, accomodatevi.
Moi non.

Indovina chi viene a cena? – Stanley Kramer

Credo di essere arrivata alla terza visione di questo film. Lo ricordavo brillante e lo è, vanta un’ottima sceneggiatura e dialoghi di classe; non ricordavo invece quanto fosse spassoso. Ho riso di gusto.
La mia sensibilità moderna aggiungerebbe solo un bello sganassone al tizio che nel parcheggio della gelateria scassa i cabbasisi per un piccolo urto all’automobile; ma comprendo che invece non averlo assestato è stata la scelta giusta per l’economia della storia.
Intelligente e piacevole, come lo è ogni film, classico o meno, che non annoia e non spinge a volersi distrarre con altro anche quando è ben fatto, come purtroppo càpita con troppe produzioni contemporanee.
Più delle problematiche connesse ad un matrimonio interraziale, o se preferite misto, a sollecitarmi è stata la diffidenza per una scelta così repentina. Per me è inconcepibile, in condizioni normali, decidersi per il matrimonio con una così scarsa conoscenza reciproca; senza con ciò volermi abbandonare a posizioni ultrarigide e pretendere dimostrazioni di affidabilità inarrivabili da un ipotetico compagno. O almeno così mi piace credere…

The life of David Gale – Alan Parker

Kevin Spacey, Kate Winslet. E già basterebbe. Poi, la regia di Parker. E ancora, il tema, anzi i temi: la costruzione della verità, la pena di morte, ma anche: la pena della vita.
Film bello ma furbo più di quanto auspicabile, almeno secondo me. Furbo nel senso che abbina bene il cardiopalma del thriller puro con la facciata da cronaca vera, quasi documentaristica, sbilanciandosi però più sul primo che sulla seconda, ed alleggerendo in tal modo quella che poteva essere una pellicola potente e definitiva, un mattone in faccia – i mattoni in faccia talvolta sono quel che ci vuole. La mia non vuole essere una critica, solo una dichiarazione di preferenza.
Non posso chiaramente svelare nulla della trama e soprattutto del finale, incerto sino all’ultimo ancorché intuibile, perché in questa incertezza sta la sua bellezza; si tratta comunque di una delle tante vicende di ricostruzione di un omicidio per il quale un uomo, il David Gale del titolo, viene condannato alla pena capitale, e del quale si professa innocente. Il compito di intervenire per rimettere le cose a posto (svelando come sono andati davvero i fatti, bloccando l’esecuzione o almeno lasciando un messaggio da parte del detenuto) spetta a Bitsey Bloom, giornalista in gamba ma, soprattutto, in grado di parlare con decisione quando è giusto parlare e di tacere quando tacere è un imperativo morale.
Il momento doloroso, per me, non è stato quello della scoperta e visione di una certa risolutiva videocassetta, ma le veloci riprese – queste sì di taglio prettamente documentaristico – delle manifestazioni fuori dall’edificio adibito alle esecuzioni, che mostrano da ambo i lati il carattere più bestiale, irrazionale, bovino – per dirla à la Simenon – dell’essere umano, e delle interviste ai passanti: impossibile considerare fittizie affermazioni quali “Ha stuprato ed ucciso una donna, merita di morire” oppure “Un’iniezione non è abbastanza, ci vorrebbe una picconata”. Se non siamo Aurora, la bella addormentata nel bosco, questa è precisamente la nostra realtà.

Parole, parole, parole – Alain Resnais

Da brava commedia francese smaschera con un sorrisetto acido le ipocrisie nelle relazioni di coppia e (anche, un po’) in famiglia, ma lo fa con un una certa leggerezza e prendendo in giro al contempo anche un certo sentimentalismo d’oltralpe, ben illustrato dai brevi stacchi cantati a turno dai vari personaggi, le cui storie tutte s’intersecano fra loro.
Non temete, non si tratta assolutamente di un musical o affini, i cantati sono inseriti in maniera perfetta e fluida nei dialoghi e funzionano come didascalie a questi, nonché ai pensieri più evidenti e leggibili anche se sottaciuti.
L’attrito fra cinismo ed, appunto, sentimentalismo da palcoscenico produce un effetto gradevole, divertente – ed ha pure un pochetto il sapore, per chi lo osserva, dell’incidente che ci si ferma a sbirciare per la strada… ideale per una serata rilassata.

Veloce come il vento – Matteo Rovere

Storia (vera) di disfatte e di risurrezioni all’italiana, ma con il piglio dei film di formazione che vanno per la maggiore in ambito internazionale. Protagonisti due fratelli, lui vecchia gloria dell’automobilismo e lei giovane promessa dello stesso, che puntano a vincere il campionato in corso per riscattare la casa di proprietà e nondimeno l’onore.
L’ho visto al secondo passaggio televisivo soprattutto perché mi interessava Matilda de Angelis, che ho conosciuto attraverso Tutto può succedere. Ma è Stefano Accorsi ad avere il tocco magico.
Bella la colonna sonora, e gli accenti emiliano-romagnoli.

Il sesto senso – M. Night Shyamalan

Film cult della mia giovinezza, non lo rivedevo da moltissimi anni. E forse, al di là dei meriti tecnici e di sceneggiatura, ho capito solo ora, con l’esperienza accumulata, cosa lo rende tanto pregevole: semplicemente, parla di una delle maggiori vitù umane, la capacità di ascolto. La madre di Cole, il bambino che vede “la gente morta”, nonostante il suo timore e la sua stanchezza cerca di guardare suo figlio per davvero. Lo psichiatra infantile, nonostante l’iniziale cantonata in cui cade per il suo abbruttimento, si e lo allontana da ciò che aveva prospettato per lui, farmaci e ghettizzazione ospedaliera. Cole stesso, e questo si rivela essere il segreto per dare ai morti ed a se stesso una seconda possibilità, dovrà far uso di tutta la sua propensione ad ascoltare l’altro per uscire dal suo dramma.
E’ anche un film consolatorio nella migliore accezione del termine, rispetto al nostro bisogno di essere capiti ed amati, vivi o morti che siamo.

Suburbicon – George Clooney

Sì, lo stesso che ha girato quella ciofeca di Monuments Men ha girato anche Suburbicon, e che bel colpo, ragazzi! (E non è stato l’unico). Ho scoperto che ha scritto la sceneggiatura con i Coen solo ai titoli di coda, ma a quel punto era piuttosto evidente… per fortuna ho resistito alla repulsione iniziale per la messa in scena del razzismo, una linea narrativa che in seguito si rivela essere utile all’intreccio ma secondaria – e che riesce a disgustare senza arrivare a versar sangue. Anche perché di sangue se ne versa in abbondanza altrove che nella contestata residenza dei Mayers, ai quali viene addossata la colpa del degrado “improvviso” del quartiere quasi per un sottotesto pro-forma (ma non estraneo all’economia del film, non superfluo insomma).
Il sottotitolo italiano, Tutto è come sembra, ancorché inutile (stavolta davvero) è calzante, nel senso che dopo la prima vera svolta (e ce ne sono diverse) i personaggi ed i loro moventi sono del tutto esposti, almeno allo spettatore e all’interno delle mura domestiche. Anche la definizione che ne dà Marianna Cappi su MyMovies mi pare corretta: “una dark comedy in cui il primo termine pesa più del secondo”. E questa è decisamente una cosa che amo.

✪✪✪

Film non commentati:
The Post – Steven Spielberg
The walk – Robert Zemeckis
I pinguini di Mr. Popper – Mark Waters
L’ombra del sospetto – Richard Eyre

libri (marzo 2020) – pt. II

Seconda metà del mese, tutti e-book.

l'animale più pericoloso - luca d'andrea

L’animale più pericoloso – Luca d’Andrea [*kindle]

Ne avevo letto su uno dei molti blog del poliedrico Lucius (sì, ancora lui!), e mi ispirava.
Veloce e leggero, cresce d’intensità nella seconda parte; non particolarmente originale ma, almeno, non pretenzioso come certi gialloni americani serissimi, o come svariata narrativa italiana di genere cui pure s’ispira.
Ci sono infatti inganni nel web, protagonisti con a carico esperienze che ti sporcano l’anima, attrazioni sessuali così come ferite sessuali, tecnici forensi pm funzionari di alto grado interessi segreti e turbamenti – ma anche un fondo d’ingenuità, irruenza e semplicità che non potremmo trovare né a Los Angeles né nella Napoli letteraria.
E poi ci sono i Carabinieri (carrrramba!) al posto dei poliziotti, che si permettono pure di fare il verso a Terence Hill col suo (suo nelle prime due stagioni, in verità) A un passo dal cielo – infatti la storia si svolge in Trentino, a Sesto Pusterìa, la stessa zona di San Candido e del lago di Braies che pure vengono nominati.
Non posso che chiudere questo commento con la fanfara dei Carrrramba!, fanfara che ho come suoneria del cellulare da qualcosa come diec’anni e più.

Una cosa che volevo dirti da un po’ – Alice Munro [*kindle]

Il perdono in famiglia per me è un mistero; come sopraggiunge, come possa durare.

Mi capita insistentemente di immaginarti morto.
Mi dicesti che mi amavi, anni fa. Tanti anni fa.
E lo dissi anch’io, ero innamorata di te al tempo. Un’esagerazione.

Di questa raccolta ho letto, per ora, cinque racconti. La Munro sa quel che fa. I suoi sono ritratti di vita emotiva-familiare accurati e nascostamente caustici, nei quali le stoccate ai protagonisti, ciechi alle proprie nevrosi e deficienze, giungono usualmente al termine della narrazione decapitando platealmente un cavallo che abbiamo visto agonizzare lento e testardo per tutte le pagine.
Il mio preferito, finora, è Dimmi se sì o no.
Ne leggerò altri più avanti, adesso la minuzia di particolari con cui descrive il pensiero su se stessi dei personaggi mi pesa un po’, e soprattutto ho estratto dallo scaffale un Signor Libro: L’ombra dello scorpione di Stephen King! Dunque, lo slot “narrativa” da oggi è occupato sino a nuovo ordine ♡

Capital Punishment

Riflessioni sulla pena di morte – Albert Camus [*kindle]

In cerca di saggi e saggetti, avendo appena letto La peste, ho pinzato dello stesso Camus questo pamphlet (leggibile in una giornata). A parte rinnovare il mio disprezzo per la pena capitale – dall’autore definita supplizio coronato dai fiori della retorica –, mi ha fatto scoprire – horribile dictu – che all’alba del 1957, in Francia, ancora si eseguivano esecuzioni (pardonnez moi la repetition) alla ghigliottina. Mi cascò la mandibola, mi cascò.
Bello – se così ci si può esprimere al riguardo – il paragone che porta tra pena di morte e campo di concentramento, che differisce dal carcere semplice perché presenta una morte non solo “aritmeticamente” restituita al criminale, ma anche pubblicamente decisa, programmata con criteri d’efficacia industriale, comunicata infine in anticipo come un assassino potrebbe fare solo mantenendo la propria vittima in condizione sospesa per mesi / anni prima di eseguire la sentenza (e a proposito delle tempistiche di attesa: Camus si stupiva, per quanto lo trovasse necessario per una eventuale revisione della pena, che quest’attesa potesse durare la smisurata quantità di pochi mesi…).
Parla anche, in modo altrettanto agghiacciante poiché beneficamente diretto, di come un detenuto in attesa di esecuzione sia tal quale ad un animale destinato al macello: nel senso che egli gode di un regime alimentare speciale, privilegiato, e si vigila perché si alimenti. Lo si forza, se occorre. L’animale che si sta per uccidere deve essere in piena forma. Le cose e le bestie hanno diritto unicamente a quelle libertà degradate chiamate capricci.
Colpisce poi, tra le ragioni per le quali la pena di morte non costituisce un valido deterrente (fatto, questo, acclarato), una che non ho mai letto o sentito nessuno esporre (magari è stato fatto, in tal caso non ne sono al corrente). Ed è questa, che amo particolarmente per il suo mettere in evidenza un caposaldo psicanalitico comprensibile a chiunque sia dotato non di cultura, ma di autocoscienza:

L’istinto di vita, che è fondamentale, non lo è più di un altro istinto, di cui non parlano gli psicologi accademici: l’istinto di morte, che esige in certe ore particolari la distruzione di se stessi e degli altri.
E’ probabile che il desiderio di uccidere spesso coincida con il desiderio di morire o di annientarsi.
[…] L’uomo desidera vivere, ma è vano sperare che un tale desiderio regni sulla totalità delle sue azioni. Desidera anche non essere, vuole l’irreparabile, e la morte per la morte. Accade così che il criminale non desideri soltanto il delitto, ma anche la sventura che l’accompagna, persino e soprattutto se è una sventura smisurata.

Psicologia del giocatore di scacchi – Reuben Fine [*kindle]

Psicanalista e scacchista a sua volta, Reuben Fine propone una panoramica svelta ma – per me che sono una totale profana – piuttosto curiosa. Al netto della personale simpatia e fiducia o meno nella psicanalisi, è un testo leggero che può interessare appassionati del gioco ed appassionati di psicologia (in senso lato) in egual misura, fornendo per altro una piccola galleria di nevrosi e psicosi dalle quali Hollywood avrebbe ben ragione di attingere – fino all’estremo di Bobby Fischer, individuo ripugnante.
Citando cinema e scacchi, come non approfittarne per segnalare ai miei fidi lettori il blog di Lucius (sì, un altro) dedicato alle comparsate del “gioco dei re / re dei giochi” nei film: il Citascacchi! 😉 Se invece preferite degli input musicali, ecco qua: Chicco ha dedicato una due post (1 & 2) alle cover degli album musicali a tema scacchistico, ed ai rapporti tra musicisti e scacchi in generale.

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Reuben Fine

Confesso che ho vissuto – Pablo Neruda [*kindle]

Poche cose mi fanno stare bene come immergermi nella natura. E Neruda, non solo nelle sue poesie ma anche in prosa, sa far emergere tutto il suo beneficio così viscerale, primordiale, disintermediato, antiretorico e profondo. Chiarisco: non sono mai stata sportiva, né capace di approcciarmi alla natura in modo diverso da quello della cittadina che coglie scampoli di bellezza e salute, ma non sopporterebbe di viverci dentro. Immergermici equivale a rigenerarmi in situazioni circoscritte eppure non artefatte, come facevo da piccola nel giardino di casa (nostalgia), come faccio ora sul balcone quando godo del sole come una lucertola, del sole e del vento che ti asciugano da ogni grano di pensiero, sentimento e sensazione superflua. A maggior ragione per questo la familiarità dell’autore cileno con questi e molti altri elementi mi arriva diretta come un massaggio al cuore.
L’autobiografia è suddivisa in “quaderni”: se il primo è dedicato all’infanzia ed alla scoperta delle meraviglie della sua terra, e per meglio dire della “provincia”, delle estese propaggini extra-megalopoli con la loro vita contadina ed il retaggio ancestrale degli indigeni araucani ma anche quello della dominazione spagnola (che, afferma l’autore, ha tolto al Cile l’oro delle risorse e della libertà ma gli ha al contempo donato l’oro di una lingua amata), i successivi si spostano e si concentrano su altri focus d’interesse: le abitudini di città – Santiago in primis -, i viaggi per il mondo nel ruolo di console (più di nome che di fatto), la poesia, un pizzico di politica (ciò che ne dice è grossolano, vago, e non compare prima del quaderno numero 6, e c’è poi una parte più consistente nel 12),…
… il testo è scorrevole, e come direbbero i critici quelli seri “acchiappa”: un caleidoscopio sensoriale, un carosello esperienziale, una galleria animata di ritratti. Più una raccolta di memorie che una vera e propria autobiografia, forma probabilmente meno consona a Neruda.

L’uomo che diventò donna – Sherwood Anderson [*kindle]

Per una panoramica su cosa aspettarvi da questa raccolta di racconti, vi rimando al post di Benny. Di mio posso solo aggiungere che è effettivamente molto diretta, ripulita dagli eccessi, e molto ritmata. Il primo racconto, per dire, parla di un ragazzo che per guadagnare qualcosa fa lo stalliere di cavalli da competizione, e la lettura stessa procede un po’ al trotto, come una bibita che ti scivola in gola senza trovare attrito ma anzi sfruttando la pendenza. Ed è una cosa buona, quando succede.
Ho potuto leggere Anderson grazie ad una delle iniziative di Solidarietà digitale riportate qui, ed all’editrice Cliquot.

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I libri non commentati:
Le parole – Jean-Paul Sartre [*kindle]

libri (febbraio 2020)

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Vertigine della lista – Umberto Eco

Non solo le numerose liste (letterarie o figurative) citate e riportate ed analizzate, ma anche questo stesso libro-contenitore dà realmente le vertigini: al di là delle vaste cognizioni dell’autore, che in origine ha pensato al tema organizzando una serie di eventi per un museo londinese, la ricchezza dell’universo di liste ed elenchi di varia natura, conclusi o aperti tendenti all’infinito, sommuove le viscere.
Che sia l’eterna umana curiosità, o l’insopprimibile desiderio di abbracciare il mondo nella sua interezza; fatto sta che avere per le mani tutto questo ben di Dio di estratti – da Shakespeare ad Ariosto, da Huysmans a Calvino, da Mann ai Carmina Burana; solo per citare quelli che mi son piaciuti di più – mi ha mandato in solluchero.
E’ stata un’esperienza più sensoriale che intellettuale, quasi, non solo con riferimento alla confezione del prodotto che pure merita un elogio, ma proprio per la fantasmagoria immaginativa che scatena (un po’ come le caramelle frizzanti al limone sulla lingua).

No kid – Corinne Maier

Le considerazioni della Maier – le sue 40 ragioni per non avere figli – sono senza dubbio estremamente sbilanciate verso un’ottica sulla vita cinica ed intransigente. All’inizio, infatti, avevo immaginato di attribuirle due stelle. Poi, però, sono diventate addirittura quattro, e per una ragione precisa: condivisibili o meno, non le espone con quello che oggi chiameremmo cattivismo, e nel farlo riesce ad esprimere in modo mirabile una causticità molto concreta e diretta; che personalmente mi ha strappato svariati sogghigni di approvazione.
(Ad es.: sullo stato francese democratico-totalitario ed il suo paternalismo laico.
Sull’abdicazione all’autorità e l’imposizione dell’aconflittualità.
Sul terrorismo delle istituzioni educative e del principio di altruismo.
Tutti questi paroloni altisonanti sono esclusivamente colpa mia).
Le anime belle dovrebbero dunque astenersene. Ma per tutte le altre, via libera: questa donna sa coniugare concisione e chiarezza di idee in una serie di martellate che assesta a destra e a manca, senza nessunissimo riguardo ma con classe. Chapeu.
Il fatto che abbia citato Nanni Moretti (una scena di Caro Diario) per esemplificare la disgrazia della genitorialità, e paragonato Vissani al McDonald’s, è puro valore aggiunto.
Ora dell’ultima pagina, l’ho inserita tra le letture migliori di questo nuovo anno, nello “scaffale” apposito sul sito bibliotecario. Tanta roba. Da leggere e rileggere.

Cinzia – Leo Ortolani

Cinzia Otherside, la transessuale che è “una macchia sul vestito pulito della realtà”, è una delle creature più riuscite del padre di Rat-Man, saga sui cui albi ha fatto il suo debutto in anni ormai lontani.
Doveva essere una comparsa occasionale, come racconta Licia Troisi nella sua introduzione, ma si sa: le macchie di leopardo non si lavano facilmente, e anzi tendono a diffondersi. Così, Cinzia è ancora con noi e lotta.
Lotta contro assurdità di ogni… genere: dalla stronzaggine di chi deve “esaminarla” per consentire la modifica dei documenti d’identità, alla pericolosità della setta di lesbiche vegan che infesta l’associazione lgbtiq-sw (sw sta per “amanti di Star Wars”, una minoranza appena integrata nel gruppo per il cui riconoscimento si sta lavorando…).
Lotta, e non potrebbe farlo con più candore e maggior stile: è una che nella possibilità di una vita normale, non punteggiata di sguardi critici o spaventati, ci crede; ma che al tempo stesso è pronta anche a render pan per focaccia alla stupidità (memorabili le risposte che dà al bambinetto mentre fa animazione ad una festicciola, istigato dal padre a far presente che Cinzia non è una donna, ma un uomo. Se volete scoprirle, però, dovete leggere! 😉 )
Impossibile recensire una storia così. Si può solo indossare il vestito più bello che avete nel guardaroba e uscire per farci amicizia ❤

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Non me lo chiedete più – Michela Andreozzi

Sottotitolo: La libertà di non volere figli e non sentirsi in colpa. Il che dice tutto, ma paradossalmente per noi italiani suona più seriosetto di quanto non sia in realtà, come un entusiastico e grintoso manuale di self-help che finisce per prosciugarti le energie pagina per pagina, anziché restituirtele. Invece la Andreozzi, che non recita soltanto in commedie ma di certo in quelle eccelle, è riuscita a toccare diversi punti nevralgici con ironia e levità.
Non mancando, comunque, di dire – anzi scrivere, che obbiettivamente è meno arduo – fatterelli fondamentali:
1. non abbiamo bisogno di partorire per essere donne;
2. non abbiamo bisogno di figli per amare;
3. dobbiamo imparare a non giustificarci per le nostre scelte [come i gatti, N.d.Celia];
4. non è necessario compensare l’assenza di figli facendo qualcosa di speciale.
Ogni vita è speciale.
Saggia la conversazione immaginata su un autobus, tra una madre-con-passeggino ed una childfree; spassoso (ancorché truce) il resoconto del tipico pranzo domenicale in famiglia. L’aneddottica, rielaborata per trarne casi emblematici, spacca.
Valido per fare una bella conversazione con se stesse, ma anche per per difendersi dagli attacchi dei petulanti con originalità e spirito positivo.

Balletti verdi – Stefano Bolognini

Una buona ricostruzione storica di uno scandalo che, dal bresciano, si estese un po’ a tutta Italia nei favolosi (?) anni Sessanta. Ne ho parlato qui.

Lamentation – Joe Clifford

Un titolo che farebbe presagire disgrazia e trishtessa. E invece.
Non che manchino le vicende da emarginati: il protagonista, Jay Porter, ha un lavoro buono ma a rischio, un fratello drogato – Chris, il quale ha pensato bene di mettersi nuovamente nei casini – ed un figlio che sta per traslocare lontano da Ashton, la (poco) ridente cittadina in cui vive, al seguito della sua ex ed il nuovo compagno.
Sarà Chris, implicato in un commercio poco chiaro, e scomparso dopo che il suo socio è stato ritrovato morto, a dare il la all’intreccio giallo: che però non è il motivo per cui amerete questo romanzo.
L’atmosfera, subito ben delineata, è decisamente grigia. Grigio il clima invernale, grigia la distesa di nulla spazzata dal vento, grigie le prospettive dei residenti. Eppure, io ho avuto la bella sensazione di stare osservando, al riparo della finestra, una tempesta all’esterno. Non solo: l’abilità di Clifford nel descrivere le persone, ed il vivere semplice “di una volta” in provincia (è molto retorico e da vecchi, lo so, ma passatemela: sono una ragazza degli anni ’80, una nostalgica), mi ha fatto godere fin dalla prima pagina di una scrittura avvolgente, ma senza vezzi.
Chiamatelo pure page-turner (voltapagina), ossia uno di quei libri che ti accalappiano e non ti mollano finché non crolli dal sonno, altrimenti li leggeresti senza interruzioni: per me lo è stato. Ed è il primo della serie (di tre) che vede Jay protagonista.

Ulteriore dettaglio che ho apprezzato: la “confezione” del libro, dal formato piccolo e maneggevole ma al contempo bello solido e corposo. Sto operando una piccola selezione di case editrici che pubblicano standard simili, da esplorare come fossi al banco gastronomia / pasticceria della Conad ❤
In questo caso, si tratta di CasaSirio, collana “Riottosi”.

Perché non abbiamo avuto figli: donne “speciali” si raccontano
– Paola Leonardi, Ferdinanda Vigliani

Premesso che il (sotto)titolo è tremendo perché accomuna le non madri ai disabili in un moto di pietà pelosa, e l’autrice P.L. che l’ha scelto ne è pure consapevole avendo aggiunto le virgolette; il contenuto del libro è molto superiore alla sua apparenza.
E’ composto di interviste a donne note nel mondo dello spettacolo o della ricerca psicologica / sociologica, del giornalismo, ecc., tutte con una partecipazione al movimento femminista che spesso risale agli anni Settanta. Molto mi interessavano quella a Piera degli Esposti (che però non mi ha detto granché, ed è piuttosto breve), e quella a Rossana Rossanda (che però non c’è stata: viene infatti riportata una sua lettera nella quale declina la proposta.
Ciononostante, ho scoperto altri nomi dell’epoca ed una bella ricchezza di temi, di declinazioni del non-esser-madre, di posizioni intellettuali e politiche; inoltre le pagine del libro sono pervase non dico da modestia, ma dalla semplicità di persone che hanno deposto le armi retoriche, e sanno porsi domande. Non è poco!
Ho copiato alcuni estratti, che se mi riesce utilizzerò per discutere ancora l’argomento.

Il cuore nero della città: Viaggio nel neofascismo bresciano
– Federico Gervasoni

Francamente trascurabile. Era un nuovo acquisto appena arrivato in biblioteca (datato 2019), così ne ho approfittato: poco male, perché si legge in meno di due ore; ma salvo un paio di nomi che non conoscevo non ho trovato un resoconto di peso. Non dico che tutte le pubblicazioni di questo tipo debbano essere all’altezza del reportage di Rosati su CasaPound, per esempio, ma che senso ha – se non fare presenza e raccattare qualche soldo in più – trasferire poche informazioni già presenti negli articoli dell’autore (firma de La Stampa) in un libriccino? Per fare un libro non basta amalgamare gli ingredienti e renderli organici, occorre approfondirli.

Atlante dei luoghi inaspettati – Travis Elborough, Martin Brown

Scoperte inattese, città misteriose e leggendarie, mete improbabili: questo il sottotitolo dell’atlante compilato da Elborough ed illustrato con le mappe di Brown (ma anche corredato di foto in bianco e nero), un elenco non esaustivo ma curioso e ben raccontato di luoghi particolari, alcuni noti altri meno.
Tra i miei preferiti figurano: la Città degli Scacchi, sorta (e morta) nella Russia calmucca (nella sezione Origini inconsuete); Just Room Enough Island, una micro-isola privata sul fiume San Lorenzo (nella sezione Destinazioni eccentriche); Slope Point in Nuova Zelanda con i suoi alberi inclinati e modellati dal vento e la spiaggia di vetro di Fort Bragg, ma anche il Lago Verde in Stiria (nella sezione Posti incredibili)… e poi quasi l’intera sezione Siti sotterranei: soprattutto la Grotta di Conchiglie nell’inglese Margate, di natura mai del tutto chiarita, e l’agglomerato di caverne sotterranee abitate – con tanto di negozi – di Coober Pedy, nell’Australia meridionale.
Nel catalogo non troverete solo natura, ma soprattutto aneddoti storici e culturali (sintentici e dal tono leggero), e non soltanto meraviglie da ammirare ma anche situazioni che possono lasciare sospesi tra il ribrezzo e la stima per l’inventiva umana: la cairota Città della Spazzatura contende il titolo all’idea di utilizzare il petrolio come prodotto per l’igiene personale…
… segnalo infine un capitoletto dedicato al villaggio di Matmata, in Tunisia, dove l’hotel locale è stato parte del set di Star Wars, trasformato nella casa di Luke Skywalker.

Non costa niente – Saulne (Sylvain Limousi)

Secondo la quarta di copertina la storia di Pierre, ragazzo francese che alloggia diversi mesi in Cina, parla della “ricerca di una personale decrescita”. Vivere a Shanghai con 60 centesimi al giorno è infatti la sfida che impone a se stesso quando, nella prolungata attesa di un’eredità che tarda ad essere incassata, si trova a corto di denaro e di fronte ad un bivio: tornare in patria prima di terminarlo del tutto e programmare un rientro una volta sistemati i conti con la burocrazia, oppure restare – e campare facendo economia.
Laddove “fare economia” significa fare proprio i conti della serva, confrontando il prezzo (molto minore rispetto a quello rincarato europeo) dei prodotti acquistati al supermercato sotto casa con lo scialo per ristoranti, locali e altre incessanti amenità offerte dalla città ai turisti e agli stranieri residenti, i quali ne fanno un consumo abbondante.
In realtà, più che un percorso premeditato di decrescita, la vicenda racconta l’imprevista, imprevedibile e rigenerante intuizione di quel mondo oltre la cortina fumogena del centro città sfavillante, dove ci sono la normalità e spesso la povertà. Povertà che non è necessariamente sinonimo di vita più semplice e vera, a volte è sinonimo di sconforto, noia e vuoto: e tuttavia permette di sperimentare su di sé uno stile di esistenza non inquadrato, fuori dal vincolo asfissiante del privilegio degli occidentali impiantatisi in Asia conservando intatto il proprio senso di superiorità ed il proprio inscalfibile disprezzo.

Non amo questo stile di disegno (si tratta di una graphic novel), che non dipende dal fatto che l’autore è un autodidatta e rappresenta invece una scelta precisa, ma questo è un gusto mio.
Ho apprezzato invece che le tavole a colori iniziali vengano via via sostituite da un mix col bianco e nero, fino a lasciare dotati di una tinta accesa soltanto i cibi –  quando Pierre arriva a provare i morsi fisici e mentali della fame -, tornando alla regolarità cromatica solo nell’ultimo istante chiarificatore.

 

Lieto evento – Eliette Abécassis

Titolo cinico per Barbara, parigina che l’evento della maternità lo vive, e lo racconta, in modo nient’affatto lieto.
Lo stile dell’autrice, a me nuova ma gradita, è senza fronzoli: anche perché i fronzoli stanno tutti nell’idea romantica che la protagonista s’è fatta della propria relazione con Nicolas, goduta con passione e spensieratezza finché lui non le ha chiesto un figlio… e lei ingenuamente, con leggerezza, ha detto sì – pur non avendo alcun motivo per farlo, come appunto spiega -; naufragata poi rapidamente di fronte ad un uomo che si dimostra più figlio che padre, più ancora che sotto i colpi del rimpianto e dell’angoscia per una scelta rivelatasi distruttiva per tutto ciò che aveva amato.
“Violento, sincero, impudico” è questo romanzo per il risvolto, “feroce e spassosa” l’idea della maternità che esso veicola per il Nouvel Observateur. Lo confermo: per una volta le recensioni non mentono. Sebbene in seguito la condizione di madre diventi per Barbara – anche – un’ossessione avidamente appresa, un portato animale cui si adegua respingendo lontano illusioni e libertà perdute, non c’è in questo passaggio alcuna forzatura. La scrittura è corposa e fluente, felice.

Scopro che la Abécassis ha sceneggiato Kadosh di Gitai, film che a suo tempo ho apprezzato, e che varrà la pena rivedere.

Nel territorio del diavolo – Flannery O’ Connor

Se le lettere ed ancor di più il diario di preghiera di questa nota, citata ed ammirata autrice cattolica li ho sentiti indigesti (tanto che le lettere le ho appena piluccate), al contrario questo titolo, una raccolta di interventi ed articoli sulla scrittura, ha lo stesso effetto di un potente raggio di sole che fende una spessa nuvolaglia.
Ha un pensiero limpido come, suppongo, devono essere anche i suoi racconti e romanzi, ed uno stile asciutto ma non secco che a quel pensiero si addice. Acuta ma non sofisticata, divertita e mai dozzinale; una persona così può restituirti di botto il senso della letteratura e del perché credi di amarla, dopo mesi di encefalogramma piatto.

Considera l’aragosta – David Foster Wallace

Manco a farlo aposta, nel terzo saggio di questa raccolta viene citata anche la suddetta O’ Connor: L’umorismo di Kafka […] è in definitiva un umorismo religioso, ma religioso alla maniera di Kierkegaard e Rilke e dei Salmi, una spiritualità lacerante di fronte alla quale persino la grazia sanguinaria della sig.a O’ Connor appare un po’ scontata, le anime in gioco precotte. Certo preso così quet’inciso può sembrare critico nei confronti dell’autrice, ma no, è invece un complimento il cui scopo è di biomagnificare le caratteristiche della scrittura di Kafka.
Se fossi Foster Wallace, su questo libro scriverei un articolo dedicato, ed il paragrafo precedente sarebbe contenuto in un’apposita nota a pie’ di pagina, anzi sarebbe diviso in due: nota con la citazione, sottonota con la mia considerazione sulla citazione. Purtroppo o per fortuna non sono lui, e dunque mi limito ad una recensione elementare.
Come sempre nella sua produzione saggistica le note, appunto, sono non solo parte integrante e non marginale del testo, ma vere e proprie esperienze a sé, un po’ allucinogene per l’effetto scatole cinesi ma tanto più interessanti per questo, come se avessimo prenotato un weekend in una spa e da lì scoprissimo che i massaggi si fanno in una stanza subacquea che permette di vedere delfini e squali nuotarci attorno.
Poi c’è l’altro grande caposaldo: la varietà dei temi trattati, mai scontati, che si tratti di interventi in pubblico, articoli o reportage più lunghi. Come quello sugli Oscar del porno che apre la raccolta, impietoso e dall’umorismo leggero (perché tanto ci pensano già i protagonisti a sbugiardarsi, o forse dovrei dire sputtanarsi).
Tra i più piacevoli (intriganti) c’è il resoconto dell’ultima settimana di campagna elettorale (al seguito) di McCain nel 2000. Micidiale.

Il traghettatore – William Peter Blatty

Dalla penna dell’autore de L’esorcista (che non consiglierò mai abbastanza) sono uscite storie molto diverse, fra le quali questa ghost story. Le storie di fantasmi sono tra le mie letture preferite, dunque non potevo farmela mancare; anche se ho letto diverse recensioni non del tutto soddisfatte. Forse dipende dal tono generale, leggero e scanzonato, più che immediatamente misterioso ed inquietante; ma ciò che rimane è l’occhio brillante dell’autore sulle situazioni descritte, siano tragiche o divertenti.
Nel primo capitolo conosciamo Joan Freeboard, agente immobiliare in carriera, incrocio tra un treno in corsa ed uno scaricatore di porto: colei che radunerà ad Elsewhere, una villa disabitata su un’isoletta del fiume Hudson, l’amico scrittore Terence Dare, la sensitiva Anna Trawley, il professor Gabriel Case noto per i suoi studi sul paranormale, e naturalmente se stessa. Inutile specificare che Elsewhere ha una fama sinistra, è considerata infestata da spiriti maligni… come potete intuire, la speranza di Joan è di far pubblicare un articolo “scettico” su una rivista che contribuisca alla vendita della proprietà.
Ma dopo aver convinto un riluttante Terence (nel secondo, spassoso capitolo) ed aver raggiunto la dimora e fatto le dovute presentazioni (nel terzo capitolo, già un po’ più debole) le cose andranno semplicemente per il verso sbagliato…
… credo che le critiche a questo romanzo siano state un po’ ingenerose: non è un capolavoro, la vicenda avrebbe meritato più tensione e compattezza, e la soluzione dell’enigma si intuisce presto; eppure ciò che questo enigma ha da dire supera il piacere dell’elemento misterioso. E’ il modo in cui noi, come esseri umani, reagiamo ad esso che interessa a Blatty. Che ha costruito un mistery soft, ma pienamente commovente.

“Il mondo non è mai stato pensato per essere la nostra casa”, aggiunse Case.
“Il mondo è un posto per una notte. Solo un passaggio”.

“Un neutrino non ha massa né carica elettrica. Può attraversare tutto il pianeta in un batter d’occhio. E’ un fantasma. Eppure è reale, sappiamo che è lì, che esiste. I fantasmi sono dappertutto, secondo me. […]”


I libri non commentati:
Diario di preghiera – Flannery O’ Connor
Atlante delle isole del Mediterraneo – Simone Perotti

La saga del Mascheraio .3: Anorexia

anorexia

Mi accosto a questo tema con un certo timore, perché è delicatissimo e perché in questi giorni si sta parlando della morte di Lorenzo Seminatore, ventenne torinese, a seguito di una ricaduta; una vicenda dolorosissima per più di un motivo.
Metto subito in chiaro che io ho avuto solo un assaggio, molto amaro, di ciò che può portare a rifiutare il cibo. Non pretendo che sia indicativo o esaustivo, ma mi impongo di parlarne perché può significare molto.
I primi due post di questa serie erano introduttivi, il terzo difficile – rendere l’idea di quanto una persona possa essere tossica, a chi non sperimenta quel tipo di legame, lo è -, ma questo quarto è ancora diverso: è spaventoso. Non consente ironia, non concede sorrisi. Può solo, spero, fare il suo lavoro e toccare il cuore di qualcuno.


L’interruttore è scattato una sera d’estate.
Ero a cena dai “ragazzi”, cioè da Andrea e dal suo compagno – lo chiamerò Stefano -: pasta con panna e broccoletti. Dico “ero a cena” poiché ero stata invitata a restare dopo un pomeriggio in città… tre coperti, tre porzioni, e poi quella che doveva essere una comune serata in compagnia ha preso una piega brutta e surreale.
Poco prima che ci mettessimo a tavola, è passato da casa uno dei loro amici più stretti, naturalmente parte anche del gruppo di gioco. Non ricordo di cosa si trattasse, ma doveva recuperare un oggetto prestato.
L’ho vista accadere sotto i miei occhi in una frazione di secondo, una banalità che però ha influito pesantemente sulle mie settimane successive: come nulla fosse, Andrea ha invitato a cena “anche” quest’amico, spostandogli la sedia perché si accomodasse mentre io ero lì sul divano ad attendere. Ma non c’è mai stato un piatto in più, nessun “aggiungi un posto a tavola”; le porzioni fatte sono state portate in sala ed io, prima di defilarmi, sono rimasta qualche minuto ad osservarli mangiare con noncuranza.
Ero stata ignorata. Ero stata sostituita.
L’episodio in sé, per quanto mi avesse ferita, non è stato che il fattore scatenante. Da solo non avrebbe potuto sprofondarmi nel circolo vizioso che è seguito, ma è evidente che ha rappresentato solo la punta di un immenso iceberg fatto di mancanze di riguardi, villanìe, piccole e grandi prepotenze, umiliazioni.

Di nuovo – perché era già accaduto e non sarebbe stata l’ultima volta – dopo quella sera ho interrotto i contatti con Andrea. Unilateralmente, ma del resto in nessuna di queste occasioni lui ha mai fatto neppure il più elementare tentativo di recuperarli, o anche soltanto di chiedersi dove fossi, come stessi, perché non mi facessi più sentire.
Di fatto, gli ero indifferente.
E di punto in bianco ho smesso di mangiare, quasi del tutto.
Sulla mia psiche è calata una mannaia e per due, tre settimane, pur non frequentandolo più, ho saltato pasti, o mi sono nutrita di poco, spesso levandomi quel poco dallo stomaco subito dopo.
Dentro di me qualcosa urlava che non meritavo di esserci, di esistere, di essere nutrita: una persona troppo importante per me mi aveva letteralmente negato il nutrimento, sia fisico che affettivo, ed io me lo sono negata a mia volta: per punirmi, per per lasciarmi scomparire, per annullarmi.
Sono scivolata su un masochistico piano inclinato mossa dal senso di colpa per non essere abbastanza, per non essere giusta; ho inseguito l’autodistruzione ed ero anche consapevole di cosa stava succedendo, eppure da sola non riuscivo a fermarlo. Come Lorenzo, avevo una famiglia bella, non disfunzionale: non era da lì che nasceva il problema, ma dalla relazione “tossica” con Andrea che insistevo a tenere in vita. A scapito della mia.
C’è sempre una carenza relazionale, un bisogno insoddisfatto di essere visti, considerati, accettati ed amati, dietro all’anoressia. Come giustamente è stato detto, l’anoressia non è la patologia in sé, ma un sintomo della patologia psichica che va a mascherare: non è il corpo, non è la bellezza, non è il cibo il problema; il problema è il sentimento di inadeguatezza, la convinzione intima e non razionale di non meritare la vita, perché privi di valore. Il dilemma coinvolge alla radice il desiderio e la pulsione alla vita.
Chi smette di mangiare non vuole dimagrire, vuole morire.
Non vuole essere bello, vuole essere amato.
Rifiuta la vita perché su una sua fragilità di fondo si è innestato il messaggio, di solito indiretto, di terze persone che quella vita la dichiarano priva di valore. Insufficiente. Non all’altezza.

•••••

Non ho mai avuto, né prima né dopo quell’estate, disturbi alimentari.
Anzi, ho sempre goduto con grande piacere del cibo.
Eppure ne ho sofferto allora, in modo atroce, contro la mia volontà e con sommo stupore, contro l’evidenza del profondo affetto che la mia famiglia ed i miei amici (quella e quelli veri: non la pseudo-famiglia, i falsi amici che di questi titoli avevo impropriamente fregiato) mi garantivano.
Ma per fortuna quell’affetto, quell’amore esistevano ed erano più forti.
Lo sono stati per me, che mi ero soltanto sbilanciata ma avevo ottimi contrappesi a riportarmi indietro; mentre per altri, come Lorenzo, non sono bastati perché si sono scontrati contro un mostro di fine livello troppo grosso e feroce.
Ce l’ho fatta, infine, non perché io ero forte, non perché oggettivamente forte era l’amore dei miei per me (ed io lo sentivo), ma perché semplicemente l’equilibrio della bilancia tra le spinte interiori (il desiderio di umiliarmi perché non fossero altri a farlo, di espiare una presunta colpa) ed i loro svantaggi (il dolore che provavo facendo soffrire i miei genitori, ed in particolare mio padre), si è nettamente spostato verso quest’ultimo.
Di fatto, e voglio che sia un chiaro monito, non però un invito al fatalismo, né io né altri abbiamo avuto alcun reale controllo su ciò che stava succedendo.

Un’altra sera, un’altra cena: al lago, con la mia famiglia, nel “nostro” ristorante. Ordino uno dei miei piatti preferiti, gnocchi al gorgonzola. Ne mangio uno, due. Poco convinta. Poi più nulla. Mi alzo, vado in bagno, cerco di vomitarli e non ci riesco neppure. Torno al tavolo, ma il piatto resterà lì, pieno, accusatore.
Ricordo mia madre che mi chiede se non mangio. Con la sua ingenuità, la sua innocenza, neppure lontanamente immaginando.
Ricordo mio padre che non mi chiese nulla, ma con lo sguardo diceva tutto. Sapeva che qualcosa non andava, è sempre stato il mio gemello simbiotico, avrebbe avvertito che ero infelice, che mi ero sbucciata un ginocchio, che avevo il raffreddore anche a centinaia di chilometri di distanza.
Ed io non stavo facendo del male solo a me stessa, ma a lui.
Un dolore straziante, impossibile da tollerare.
Mi ha dilaniato, questa piccola orrenda immagine, tanto che la notte ho pianto l’anima ed il giorno dopo ho ripreso a mangiare. Lenta. Un boccone, due bocconi. Ho detto a me stessa è finita, è finita, era solo un’indisposizione. Ho ripreso a vivere, senza fatica, immediatamente, perché io sono amata.
Ma ripensarci mi dà ancora i brividi. Scrivendo piango, e molto.
Non per me. Io sono salva. Per quel pezzetto di cuore che ho tagliato a mio padre in quelle settimane, quella sera, per quello che, piccolo o grande, è stato ucciso in noi.
Io mi sono perdonata, ma non posso non chiedere ancora una volta scusa alla carne della mia carne, al sangue del mio sangue, per il terrore che hanno dovuto provare vedendo una figlia spegnersi senza un perché.
Perdonatemi. Troppo vi ho trascurato in quei frangenti, arrivando persino a definire famiglia una schifosa impostura che mi ha tolto immensamente più di quanto mi abbia mai dato. Noi ci amiamo e non abbiamo bisogno di dircelo, perché l’affetto che ci lega non è ancora perfetto ma ha raggiunto un grado superiore. Non ne abbiamo bisogno, ma ce lo diciamo ugualmente, ogni giorno, perché ci piace. Perché ci va.

Childfree .1: Sul non volere figli

Tento di buttar giù due pensierini per introdurre una nuova (ennesima!) serie di letture a tema: sulle donne senza figli, e per essere più precisa sulle donne che non vogliono averne. Come me – ed ecco perché mi interessa.

Childless & childfree

Innanzitutto una distinzione fondamentale. Chiedo scusa ai lettori poco amanti degli anglicismi, ma questo – secondo me – è proprio uno di quei casi in cui l’inglese, oltre che più comodo e rapido (un pochino) è anche più efficace (un bel po’).
Una donna childless (che sia sposata, impegnata, o single: in questo contesto non fa differenza) è una donna senza figli per le motivazioni e le circostanze più disparate, e che tuttavia li desidera (o, quantomeno, non rifiuta l’idea).
Una donna childfree, invece, sceglie consapevolmente di non avere figli (né ora, quando la infastidite con la centesima replica in un mese delLa Domanda, né in seguito), per  altrettante differenti ragioni.
Io, ovviamente, voglio occuparmi delle childfree.

Cosa è famiglia? Che significato hanno i figli?

Le due domande sono in gran parte interconnesse.
Non mi addentrerò troppo in questioni che meriterebbero un’attenzione ed un approfondimento che io non posso offrire, mi limito ad accennare a spot qualche considerazione.

Innanzitutto, per qualcuno “una coppia senza figli non è famiglia” (a quanto pare non c’entra la morale cattolica, ma già che ci sono lo dico: la cosiddetta apertura alla vita è centrale, ma vi sono eccezioni e, soprattutto, l’indisponibilità ad accogliere il disegno divino pone in posizione di peccato, ma non fa diventare una coppia “meno famiglia” di una che invece vi si presta).
Resta senz’altro vero che l’essere madri (e padri!, che non sono un accessorio) è per la dottrina cattolica il naturale “destino” di chi ha una vocazione matrimoniale. Sempre salvo particolari eccezioni. Purtroppo, anche fra credenti, spesso si confonde l’adesione parziale, o la non adesione, ad un progetto divino – comunque generale -, che è peccato ma va visto alla luce della storia personale di ciascuno, con un’arbitraria e diabolica opposizione, da “degenerati moderni”, a un diktat intransigente.
Una degenerazione tutta moderna che non si limita a rifiutare per sé, ma aborrisce collettivamente l’avere figli, il dedicarsi esclusivamente alla famiglia, le scelte di non-indipendenza e libertà totale esiste.
Un disegno divino per la famiglia esiste.
Ma è ingiusto, perché errato, attribuire la prima a chiunque, pur senza egoismo, stabilisce che per la propria vita avere figli è un fattore non auspicabile (se non dannoso: sì, può capitare e no, non dev’essere per forza egoismo).
Com’è ingiusto prendere quello che è un progetto di Dio su di noi, per una “gioia perfetta” – in un mondo che però perfetto non è -, sostanzialmente un progetto d’amore perché possiamo avere tutto il meglio; trasmutandolo in un dovere, in quanto tale spesso arido, che non parla di legami d’amore (di carità), di comunione intima a modello della Trinità, di dono di sé, ma piuttosto di perdita e dolore, che conduce alla ribellione incolpevole contro il Cielo.

Famiglia è ovunque due (o più) persone si amino.
Dando per scontato per non allungare ulteriormente la zuppa che “amare” non significa piacersi, provare affetto, né avere affinità col partner o chicchessia, né tantomeno provare attrazione ricambiata ecc. ecc.
Amare è essere al servizio dell’altro avendo per obbiettivo il suo bene. Punto.
(Grazie a Dio, i cristiani son chiamati ad amare il prossimo, non a farselo piacere).

I figli sono per me il completamento ideale della famiglia.
Ciò in un’ottica “naturale”, che è pure alla base di molta parte dell’ottica cattolica, ma è condivisibile e condivisa, su questo e altri temi, al di là della fede (non credenti compresi).
Possiamo intendere “ideale” in molti modi (non però romanticamente): riferendoci ad una situazione di perfezione originaria, antecedente il peccato originale – ma allora, ci tengo a ricordarlo, Eva non doveva partorire con dolore, il “senso materno” non era aleatorio, e Caino ed Abele, se i loro genitori fossero stati più intelligenti, avrebbero avuto per sé l’intero Eden senza neppure pagare la rata mensile.
Oppure possiamo pensare che sia la realizzazione più completa, integrale per una donna – che è pur sempre costitutivamente diversa dall’uomo -, senza però ritenerla la migliore, o peggio l’unica via.
Non è sbagliato immaginare la maternità come la quadratura del cerchio femminile: è, appunto, l’ideale alla cui immagine tendono tutte le donne. E’ sbagliato invece cercare di trasporre l’ideale, così com’è, nella realtà concreta (o meglio, nelle realtà concrete di ogni singola donna).
Non solo perché l’istinto materno, o più ampiamente la propensione alle relazioni e alla generatività tipicamente femminile può manifestarsi e realizzarsi in molti modi; ma anche e soprattutto perché la realtà è piena di sfumature e vive delle evoluzioni: non significa relativizzare – lungi da me – ma capire che l’ideale (la “verità”) si declina in più realtà diverse. Alcune non saranno valide, saranno abbagli, ma altre, più d’una, rappresentano una alternativa ma valida proiezione dell’unica verità nel mondo concreto.
Tipo così:

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Direi che vi ho spaccato le balle a sufficienza.
Dalla prossima volta, si passa alla sostanza 😉

La Saga del Mascheraio .1: Come riconoscerli

Vi sarete sicuramente fatti delle domande.
Per esempio perché mai uso quest’appellativo, il mascheraio, per riferirmi ad Andrea.
E’ presto detto: l’obbiettivo di questo mio esperimento biografico è di descrivere un certo tipo umano, e se mi riesce di metterne in guardia chi legge. Ora mi divertirò un po’ a descriverlo.

La mia fonte

Ho detto che avrei parlato di dittatura? Ecco, il “mascheraio”, termine che adoro, non è altro che il nostro dittatore nazionale. Colui che sorregge la torre di Pisa:

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Spero che molti fra voi lettori siano stati a visitare il Vittoriale, la famosa residenza di un’altra piaga nazionale, Gabriele D’Annunzio per gli amici il Vate. E’ veramente bella: magari non l’ideale per chi detesta i barocchismi, ma anyway assai curiosa e ricca di percorsi artistici diversi.
Ebbene, D’Annunzio ebbe una bella pensata: ad uno degli ingressi alla villa vera e propria (no, perché attorno ci sta un parco bello grande, e nel parco ci trovate pure una nave – la nave Puglia), quello di norma utilizzato da Mussolini quando lo raggiungeva a Gardone Riviera, fece apporre un pannello sul soffitto, in fondo alle scale, che costringeva l’illustre visitatore a piegare il capo per poter entrare (!).
E su questo ingombro architettonico mise un’iscrizione destinata al duce:

Adatta le tue maschere al tuo viso, mascheraio,
ma ricorda che sei vetro contro acciaio.

In altre parole: non sei che un pessimo attore di teatro, credi di comandare sul mondo, ma neppure lo conosci. Il tuo potere è fragile come vetro.

Le caratteristiche

Posto che Andrea è Andrea, e (grazie a Dio) non ne esistono cloni identici, trovo che senz’altro rappresenti la summa della personalità narcisistica. (Per altro, colgo l’occasione per ribadire che col DSM aggiornato mi ci pulisco… i pavimenti: il narcisismo si configura anche come un disturbo, non solo come un tratto della personalità. Se avete contribuito a declassarlo, andate a zappare la terra).
Naturalmente non tutto ciò che c’è di problematico in lui afferisce a questa categoria psichica. Ma essa ne è indubbiamente il fulcro. Bando alle ciance, dunque: se riconoscete (come da manuali…) cinque o più delle caratteristiche sottoelencate in una persona a voi vicina, non vi dico scaricatela e scappate, ma fatevi qualche domanda e rispondetevi sinceramente. Ne va della vostra serenità.
Vado ad elencare, dalla sintomatologia, “solo” ciò che ho riscontrato in modo continuativo in lui.

Disturbo narcisistico della personalità:

  • si sente esageratamente importante, e pensa che tutto (e tutti) ruotino attorno a lui;
  • si sente speciale, e ritiene di poter essere compreso solo da persone speciali a loro volta, particolarmente intelligenti – brillanti – profonde;
  • ricerca la vicinanza di persone note, con incarichi importanti, per poter essere loro associato e godere di riflesso del loro status in un certo ambito o contesto sociale;
  • pretende ammirazione e consenso: ogni critica pur piccola è percepita come un affronto, le opinioni diverse dalle proprie le approva in apparenza, magari complimentandosi con l’interlocutore per la sua “mente aperta”, ma poi cerca di ricondurle comunque entro le proprie cornici cognitive;
  • ha scarsa empatia e scarso senso della realtà, si aspetta che persone, istituzioni e interi ambienti si adattino alle sue necessità e vi rispondano prontamente; senza tuttavia esser disposto a ricambiare l’attenzione che considera gli sia dovuta;
  • ha modalità affettive di tipo predatorio: i rapporti di forza sono sbilanciati a suo favore, l’impegno di mantenere una relazione (amicale o sentimentale, ma anche familiare) è prevalentemente se non integralmente scaricata sull’altra persona, della quale approfitta per raggiungere i propri scopi (pratici o di soddisfazione emotiva).

Il disturbo narcisistico può anche essere associato al disturbo istrionico (e, senza voler porre diagnosi, Andrea presenta un paio di tratti comuni anche a questo: del resto, alcuni lo considerano un sottotipo del primo).

Disturbo istrionico di personalità:

  • sfruttamento di malattie fisiche (vere o presunte) per attirare l’attenzione;
  • scarsa tolleranza per la frustrazione o la gratificazione non immediata;
  • rapide successioni di stati emotivi diversi, mutevoli, che possono apparire incomprensibili o esagerati agli altri;
  • autodrammatizzazione, teatralità, espressione esagerata delle emozioni; eloquio ricercato;
  • tendenza ad assumere la posizione di leader, alla manipolazione, alla menzogna (per ottenere apprezzamento, compassione o costruirsi un’immagine di persona importante).

Poca roba, insomma.
Mi preme sottolineare ancora una volta che tutte le voci che ho riportato figurano nell’elenco diagnostico dei due disturbi (in pratica l’ho riportato quasi integralmente…), e tutte appartengono ad A.
Onestamente, io ci sono sì abituata, ma scrivere per condividere con terze persone (che non siano le “solite” due o tre che l’hanno conosciuto, o che conoscono molto bene me), un po’ le carte in tavola le cambia: e così, anch’io posso dire che effettivamente il quadro globale fa impressione. Detto alla romanesca: ammazzate oh.