Childfree .6: Corpo a corpo

Tutte le citazioni sono tratte dal romanzo di Silvia Ranfagni “Corpo a corpo”.
Il Corpo è anche il nome che la protagonista, diventata madre (single) per propria scelta attraverso l’inseminazione artificiale, dà al figlio appena nato.
Se il registro è talvolta più ironico di quanto non lo fosse quello di Eliette Abécassis nel suo Lieto evento, tuttavia nel complesso l’amarezza prevale ed il pentimento emerge chiaro e ineluttabile.
La nota sull’autrice svela che questo è il “il suo primo romanzo [dopo aver lavorato nelle troupe di diversi registi, tra cui Amelio, Bertolucci, Tornatore, e scritto sceneggiature con Verdone ed Ozpetek]. Come tanti mammiferi, [Silvia Ranfagni] ha prodotto anche vita, un’impresa estenuante”.
Nonostante l’accenno finale della nota, come sostiene invece la seconda di copertina, il libro “può assomigliare a un memoir ma non lo è, sembra autobiografico ma non lo è”. Di certo, tuttavia, trovo faccia uno sporco ma importantissimo lavoro nel puntare una luce cruda e onesta sulla maternità: non tutte la vivono drammaticamente e dolorosamente, lo sappiamo, ma sappiamo anche che molte più donne di quante siano disposte ad ammetterlo, in pubblico e spesso anche in privato, ne sono state dilaniate.

madre-pentita

Stai prendendo una decisione che è un tutta la vita, finché morte non ci separi, ma nella tua testa il concetto è già un affinché io mi separi dalla morte e un “Sì, lo voglio!” prorompe autoritario dalla tua mente. E’ un “lo voglio” concreto come uno squillo del telegono nel timpano.
Il logo della Human International finisce di rimbambirti, oscilli sul ring, ebete e protesa verso la scritta sullo schermo, che ti colpisce in faccia come un ultimo gancio: “Trova il tuo donatore oggi stesso”. La coscienza va a tappeto: clicchi.

»

“Ecco, è fatta”, sembra dire quella gente.
Invece è ancora tutto da fare. Tutto, proprio tutto.
Avanguardia di un ripetersi futuro, una donna poggia sul petto il suo bambino.
Siccome è madre, si sa già che ama, si sa già cosa prova. Si sa già tutto di una madre.
Anzi, cosa ci sarà mai da sapere?
Una madre è madre, ha sentimenti limpidi, e se non li ha tanto peggio, Perché nessuno può accogliere una madre.

»

“Mamma, mamma, dimmi! Ma rispondi sinceramente.
Perché ti è piaciuta questa cosa?
Perché avevi potere su di me, su di me neonata? Per il potere, ti è piaciuta? E’ stata la tua prima volta al comando?
Ti risponde un gemito.
Non è tua madre, che è morta, questo gemito è cosa viva. Viene dal baby monitor alle tue spalle. Ancora non dorme.
Non sono meno sola di prima.

»

Meraviglioso. Che suscita meraviglia, e spesso anche un senso di stupore, per le sue qualità, per i modi in cui si manifesta, perché strano, sorprendente.
In quel senso è meraviglioso guardare il bambino e pensare: “Chi cazzo me lo ha fatto fare?”.

icona bn neonato

Nelle puntate precedenti:
Childfree .1: Sul non volere figli
Childfree .2: Una questione terminologica
Childfree .3: Cosa NON dire a una donna senza figli
Childfree .4: I motivi per NON volere figli
> Childfree .5: Pietre di scandalo

Meme .4: Influenze tentacolari

Un altro meme che ho trascurato per pigrizia estiva è questo, bellissimo, dedicato al buon (?) Lovecraft; per il quale sono stata nominata da Chicco (ancora grazie), a sua volta istigato da Austin Dove.

H.P. Lovecraft by Disezno on DeviantArt

Le regole, le solite:

  1. Ringrazia sempre il blog che ti ha nominato!
  2. Posta la foto in alto come immagine del post.
  3. Rispondi alle domande spiegando anche il motivo.
  4. Nomina sempre cinque blogger.
  5. Divertiti.

E io nomino subito (come sempre, senza il benché minimo vincolo): Coule la vie, di nuovo, perché questo meme gli piacerà sicuramente più del precedente; Ornella di Horror Vacui; il Poltronauta, del quale per qualche ignota e miseranda ragione Wp non mi sta mostrando tutti i nuovi post; Alessio e la sua Vita da Cinefilo; e per chiudere, ovviamente e sempre che non siano già stati nominati, il Zinefilo e Lucia.
A parte, nominato speciale, aggiungo anche il buon Kasabake, che non è assolutamente tenuto ad assumere il ruolo di replicante di meme, ma che sarebbe un piacere immenso sapere vivo, vegeto e non impazzito a causa di qualche orrore cosmico.

lovecraft

  • Dagon: un’opera sugli orrori dell’oceano.

Parto con un film che in apparenza potrebbe sembrare poco attinente: The impossible, di Juan Antonio Bayona; un gioiello a mio parere mai abbastanza valorizzato.
E’ un drammatico che tratta la vicenda dello tsunami del 2004 nell’Oceano Indiano, protagonisti Naomi Watts ed Ewan McGregor.
Di rado sono stata colpita da sentimenti così intensi e radicali, senza per altro uscire dalla visione o dalla lettura annientata, schiacciata dagli stessi.

  • Il colore dello spazio: un’opera sulla profanazione della sicurezza familiare.

Se ne potrebbero citare mille, ma voglio ricordare un film che ho amato e che parla di sicurezza in diversi modi: Signs di M. Night Shyamalan.
Perché gli alieni sono fuori dalla porta ma anche dentro, e perché mai un luogo tanto pieno di pace come una casetta in mezzo ai campi ha ispirato altrettanto malessere.

Non posso tuttavia non citare anche una pellicola che ho adorato, Il postino suona sempre due volte per la regia di Bob Rafelson (prima o poi vedrò l’originale), con Jack Nicholson e Jessica Lange.
Non è un “home invasion”, ma ugualmente centra alla perfezione il tema: inevitabile, per me, stare dalla parte di Nick, titolare immigrato di una tavola calda con annessa officina cui un passante cerca di sottrarre la moglie, il lavoro, la vita.

  • Dentro al sepolcro: un’opera sul contrappasso.

Può sembrare una risposta scontata, ma non posso non citare Dante con la Commedia. Che nemmeno ho letto se non per frammenti, ma che sto recuperando a grandi linee, con profitto, con Lugaresi. Le pene dell’inferno, alla lunga, ci sembrano banali ribaltamenti, ma facendosi guidare da un occhio acuto e non pedante se ne scoprono le profondità geniali e tuttavia lievi.

Aggiungerei, come succoso bonus, Drag me to hell di Sam Raimi: filmone galattico.

  • Herbert Weist: un’opera sull’arroganza della scienza.

Potrei citare L’uomo invisibile di Herbert George Wells, oppure il Frankenstein di Mary Shelley – Un prometeo moderno: sottotitolo che dice molto -, ma per variare dai classici proporrei “un libro nato già vecchio e moribondo”, come lo definì Introvigne – che pure non amo ma qui ci ha azzeccato: Perché non possiamo dirci cristiani (e meno che mai cattolici) di Odifreddi.
Perché sarebbe bello indicare un titolo moderno, accattivante, magari un romanzo; ma di fatto nella mia esperienza l’arroganza della scienza si manifesta moltissimo in questo modo, attraverso la superbia velenosa di “scettici” che cavalcano (e stuprano) la scienza ai propri scopi, ben più fideistici di quanti ne attribuiscano alla religione stessa.
E quando dico “scettici”, oltre a riferirmi genericamente ai non credenti militanti, mi riferisco anche nello specifico ai membri del CICAP, che rappresentano una delle piaghe peggiori che io conosca.

  • La musica di Erich Zann: un’opera la cui musica è in grado di esaltare le tue emozioni.

Lo strumento che amplifica di più le mie emozioni è senza dubbio il pianoforte, che sa generare sentimenti carsici senza essere dolorosamente struggente come il violino.
Se è suonato con maestria e, poi, abbinato ad una voce insieme selvatica e raffinata come quella di Tori Amos, il naufragar m’è dolce (cit.).

  • Aria fredda: un’opera sulla prigionia dell’immortalità.

Se amate i paradossi temporali, la coazione a ripetere, la (dis)peranza di chi vorrebbe cambiare il passato e non può; non perdetevi Triangle, il film del 2009 di Christopher Smith con Melissa George.

  • I ratti nei muri: un’opera sull’insanità mentale.

Se intendiamo l’insanità come a-normalità, e nello specifico anche neurodiversità, opterei per il bel film tv girato da Mick Jackson per HBO, dedicato a Temple Grandin e che porta il suo nome.
Della Grandin trattò anche il mio amato Oliver Sacks in Un antropologo su Marte, reportage biografico-clinico sulla sua vita e le sue invenzioni.

  • Il modello di Pickman: un’opera sull’orrore accettabile in nome dell’arte.

Di nuovo, sarò scontata, ma Il ritratto di Dorian Gray per me è sempre stato un racconto brutale, velenoso; un orrore appunto perpetrato in nome dell’estetismo e della vanità.
Emblematico, per altro, di molta attuale tecnologia che vorrebbe garantire giovinezza a gente già incartapecorita, figli a chi di figli non ne può avere, immortalità onnipotenza e soddisfazione perfetta di desideri abnormi.

  • Il dominatore delle tenebre: un’opera sulla paura del buio.

L’omino della sabbia (Der Sandmann), di E.T.A. Hoffmann: e quale migliore interpretazione musicale è stata data di questo racconto se non quella dei Rammstein in Mein Herz Brennt?

  • Nyarlathotep: un’opera sulla vita di un profeta.

Beh, cacchio: ovviamente I dieci comandamenti di Cecil B. De Mille. Mosè rulez.
Non so se “profeta” sia un titolo che gli spetta, io credo di no; ma insomma: è un pezzo grosso. Dunque va bene.

  • Storia del Nemicron: un’opera sulla ricerca di un pezzo d’arte.

Direi Il falcone maltese, di John Huston, con Humphrey Bogart.
Cito il film e non il libro semplicemente perché non ho ancora letto nulla (!) di Dashiell Hammett: mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.
Un noir non eccezionale ma godibile.

[Per “Nemicron” s’intende il Necronomicon, oppure non ricordo questo racconto di Lovecraft?].

falcone-maltese-bogart

  • L’orrore di Dunwich: un’opera su strani culti.

Well, quello che emerge poco a poco ne La notte del drive-in di Joe Lansdale direi che è un culto quantomeno bizzarro. Tra dinosauri e pop-corn, comete e vecchi film dell’orrore, cannibali e predicatori potete “rilassarvi” e godervi lo spettacolo.

  • La cosa sulla soglia: un’opera sulle violenze domestiche.

Propongo un titolo minore di Stephen King, che conoscevo soltanto per sentito dire ma che durante la lettura ho trovato, se non un capolavoro, un romanzo di tutto rispetto: Rose Madder.
Pestaggi, aborti procurati, femminicidi (termine che non mi piace, ma adatto a capirci), stalking: c’è tutto questo ed anche altro, in particolare una vena prima sotterranea poi parallela alla vicenda che percorre le pagine, di sogno, misticismo, mitologia che prende forma tangibile ed onirismo.

  • L’ombra di Innsmouth: un’opera sulla decadenza di una città.

Non so se si può parlare di decadenza, ma di bruttura sì: consiglio vivamente Suburra di Stefano Sollima: Gomorra je spiccia casaFavino fa il suo mestiere, ma il miracolo è nella sceneggiatura, ricalcata su un romanzo di Giancarlo De Cataldo e Stefano Bonini.

  • Il richiamo di Cthulhu: un’opera su un mistero da risolvere.

Non si tratta di un giallo, ma di un horror-thriller che mi è piaciuto tantissimo entrambe le volte che l’ho visto: Dark skies, Oscure presenze di Scott Stewart.
Di che natura sia la presenza, appunto, che occupa la casa della famiglia protagonista è chiaro da subito: di natura aliena. Anche la lettura del fenomeno fornita da un oscuro, ma ben poco bizzarro, uomo contattato dalla famiglia spaventata non ha nulla di criptico, insolito oppure strano; la conosciamo da numerosi precedenti cinematografici, televisivi e letterari.
Il mistero non sta dunque nel cosa, ma nel perché e soprattutto nell’a che scopo. Specialmente dal momento che tali presenze si manifestano in modo nient’affatto nascosto ed indiretto, non consentono di ricondurre l’imprevisto ad un inganno psicologico; eppure, nel comunicare, suscitano ed esasperano incomprensione ed inquietudine.

  • Temi di Lovecraft: un’opera la cui trama ruota attorno a un pozzo.

Senza dubbio cito La casa sull’abisso, di William Hope Hodgson.
Pubblicata nel 1908, è la storia di strani esseri, albini e dall’aspetto porcino, che minacciano in maniera via via più diretta la tranquillità di uomo e della sorella, i quali vivono inconsapevoli in una casa costruita sopra un canale che getta i propri accessi sulle cavità terrestri più profonde.

  • Temi di Lovecraft: un’opera la cui trama ruota attorno alle stelle.

Passando all’universo (aha) musicale, non ho dubbi: scelgo Astronomy dei Blue Öyster Cult, della quale amo particolarmente la cover dei Metallica inserita in Garage, Inc.

  • Temi di Lovecraft: un’opera la cui trama ruota attorno al razzismo.

Sicuramente l’avranno detto altri cento prima di me, ma (ri)vedersi Scappa – Get out di Jordan Peele è auspicabile: ha segnato un bel punto.

  • Temi di Lovecraft: un’opera la cui trama ruota attorno alla solitudine.

Tra i più recenti e più espressivi, penso che Lasciami entrare di Tomas Alfredson renda benissimo il concetto di solitudine sociale.

  • L’impronta di Lovecraft: un’opera ispirata allo stile e alle opere di Lovecraft.

Mi viene in mente Storia di Athur Gordon Pym, di Edgar Allan Poe.
E’, in realtà, Lovecraft ad aver attinto a diversi elementi della poetica di Poe, che in questo romanzo del 1838 lo precede su svariati fronti: creature ultra- e al contempo subumane che operano una rivolta o vendetta sugli uomini, orrore dall’abisso in questo caso antartico (infatti questo titolo potrebbe ben figurare in risposta alla prima domanda), viaggio nell’ignoto, ma anche il (piuttosto comune allora) espediente della lettera-confessione ritrovata, per cui il narratore non è che un tramite per il “vero” autore di un manoscritto inquietante.
Come riporta Wikipedia, Lovecraft si ispirò appunto per sua esplicita dichiarazione a Poe per il suo Le montagne della follia, ma questa non è certo la sola volta in cui le tematiche dei due si allacciano.

cthulhu

Cose da donne. Anzi, da femmine.

Non sono mai stata propriamente femminista ma, come raccontavo in un recente post, ho approcciato e sto seguendo diverse tematiche che al femminismo sono care, o che comunque rientrano nella sua sfera. E’ un ambito piuttosto nuovo per me.
Ognuno dei libri che vado a citare meriterebbe un post tutto per sé, ma io in questo momento non sono in grado di offrirglielo. Dovranno accontentarsi del poco che ho.

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Lina Meruane ne ha scritto uno, un pamphlet per essere precisa, per l’editrice La Nuova Frontiera: Contro i figli. Ho esitato a lungo prima di decidermi a prenotarlo e leggerlo, ma poi – per quanto non ne condivida tutti i presupposti – si è rivelato migliore del previsto, certo più fresco e non una rimasticatura di banalità.
Non si tratta di un’arringa a favore della scelta di non aver figli, in questo caso, ma di un ululato, mi verrebbe da dire, contro la tirannia del figlio-piccolo-principe che da alcuni anni ha preso piede; a causa non solo dell’indebolimento dei padri ma anche dell’eccessiva responsabilizzazione delle madri (un diverso modo di incastrarle in una cornice, affermando un fittizio riconoscimento di valore che ha per conseguenza l’obbligo, tutto interiore ed inconscio, di aderire ad un’immagine di perfezione e dedizione totali, dalle quali non si può sfuggire: ci si può solo sacrificare).
Leva materna obbligatoria è un’espressione che ricorre spesso.
E non è nulla di nuovo in sé. Solo che oggi far figli può significare trovarsi incuneate tra le pretese di questi ultimi, che si sentono incoraggiati ad avanzarle dalla società giudicante nei confronti di chi non è abbastanza “morbido” e permissivo e supino, e la società stessa, anche nelle sue forme giuridiche e poliziesche pronte a privare di potestà e dignità chiunque s’azzardi a sollevare un mignolo sui pargoli: per fargliela intendere, o per dire di no a qualche “richiesta”.
Non solo dunque per impedire la realizzazione del (più frequente di quanto si creda) “impulso irrefrenabile di gettare quel bambino dalla finestra o giù dalle scale”, ma per controllare e sanzionare ogni deviazione dall’idea di “figlio” come di dio in terra, intoccabile ed immune alla cattivera e all’errore.
Donne senza personalità, più che donne senza libertà.

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Diverso è lo stile di Rebecca Solnit, saggista storica della quale sto leggendo una raccolta di articoli agile e leggera, ma nient’affatto effimera, che ha involontariamente suggerito la creazione del termine “mansplaining”: Gli uomini mi spiegano le cose.
Cos’è il mansplaining? Un po’ di tutto, un menù degustazione di quegli atteggiamenti che un maschio può usare per ridurre all’impotenza una femmina, negandone il valore.
Paternalismo, condiscendenza e sufficienza, arroganza, pregiudizio negativo sulle capacità e l’intelligenza delle donne in quanto tali, associazione di una rabbia e di un’aggressività pienamente motivate ad un generico e fantasioso isterismo – ossia riduzione ad uno stato biologico arbitrario… questo è.
La donna non ha cervello (ma sente fin troppo l’influsso dell’utero).
La donna deve stare zitta e ascoltare. In buona sostanza.
Ecco, questo non è materiale che mi interessi senza tuttavia averlo mai toccato con mano: così come la quasi totalità delle donne, lo vivo. In forme più e meno dirette e forti, certo, ma qui sta il guaio: che proprio l’insulto più sottile è quello più insidioso e meno gestibile, perché viene sottostimato e negato (per l’appunto, la colpa non è di chi si esprime in maniera offensiva, ma di chi se ne risente esageratamente).
Io, genere a parte, ho sempre avuto una repulsione vivissima per questo atteggiamento:  degli adulti che pensavano di saper meglio di me se era il caso che giocassi con le bambole piuttosto che, invece, fantasticare che facessero una brutta fine per poi passare ai Lego.
Dei parenti che, quando scazzo, si scandalizzano e mi giudicano riprovevole perché non sto al mio posto.
Dei pari, quando semplicemente non possono concepire che io abbia una personalità diversa dalla loro e non meno legittima, faccia scelte differenti ma ugualmente valide, e – non sia mai – me ne senta soddisfatta. Senza avvertire il bisogno di approfondire, valutare ciò che già ho abbondantemente valutato ponderato e soppesato, ripensare. Per, alla fine, fare ciò che vogliono loro.

libri (maggio – giugno 2020)

Non si piange sul latte macchiato – Bruno Gambarotta [kindle]

Raccolta di racconti estrosi, toscanacci. Con maiale. Originale.

Ninna nanna – Leila Slimani [kindle]

Molto, molto bello. Un thriller con risvolti sociali ottimamente costruito, dotato della giusta suspence, di personaggi con adeguata caratterizzazione e una trama solo in apparenza standardizzata (“famiglia cerca tata per i figli e trova un mostro in incognito”).
Considerando che l’ho pescato dalle pagine della rivista Il libraio, non è affatto male!

Terrore dal mare – William Langewiesche

Ne ho parlato qui.

I virus non aspettano – Ilaria Capua [kindle]

Sottotitolo: Avventure, disavventure e riflessioni di una ricercatrice globetrotter.
Ma ad onor del vero, salvo un paio di aneddoti di pubblico interesse (soprattutto quello che concerne l’impegno della Capua per rendere pubblico, appunto, il codice genetico dei nuovi virus scoperti, e non più riservato al team di ricercatori scopritori dello stesso), non c’è molta ciccia.
Il libro si fa leggere e qua e là strappa un sorriso, ma lo speravo più memoir scientifico che personale.

Architettura e felicità – Alain de Botton

Può suonare pretenzioso, come titolo, eppure De Botton all’erudizione affianca una leggerezza, un’ironia ed un sincero gusto per le curiosità del mondo che ti fanno desiderare di avercelo come amico.
E nondimeno sviluppa il suo tema in modo chiaro ma libero, senza irrigidirlo in schemi professorali.

Operaie – Leslie T. Chang

Che cos’è Donguan? Una città, verrebbe da rispondere, se il termine non si applicasse solo per difetto a un enorme agglomerato di fabbriche, collegate da una rete di tangenziali che non contemplano il passaggio, o anche solo la presenza, di pedoni.
Ma perché a Donguan arrivano ogni giorno, dalle sterminate campagne di tutto il paese, migliaia di ragazze? qui la risposta è più semplice: intanto perché le braccia delle giovani donne sono le più ambite, nel mercato del lavoro cinese, e poi perché una ragazza, in un posto come Donguan, può realizzare il suo sogno, l’unico apparentemente concesso, in Cina, oggi: fare carriera.
Certo le condizioni di partenza sono durissime: turni massacranti, paghe minime, il tempo che avanza al lavoro reinvestito nell’apprendimento coattivo di quei rudimenti di inglese senza il quale una carriera non può avere inizio. E come alternativa, una bella serata fra colleghe al karaoke aziendale.
Ma le ragazze di Donguan – e in particolare le quattro che Leslie T. Chang, in questo suo reportage, ha seguito per anni sono disposte ad accettare tutto: un nomadismo incessante; relazioni personali fuggevoli, ma irrinunciabili; e una vita interamente costruita intorno al possesso di un unico bene primario, il cellulare.
Sembra l’anticipazione di un incubo futuribile, ed è invece solo una scheggia di un presente parallelo al nostro, e molto più vicino di quanto vorremmo sperare.

trasferimento (1)

E’ l’evoluzione da figlie di contadini ad immigrate ambiziose e decise a crearsi una vita lontano dalla campagna priva di opportunità, a costituire il fulcro di questa inchiesta; dalla quale emerge evidentissima l’incapacità della generazione che queste operaie ha figliato di ipotizzare, visualizzare e in fin dei conti comprendere un genere di vita tanto diverso alla radice, e non solo per contesto ambientale.
E in questo incastro di storie, spesso taciute o alterate nei racconti telefonici a casa, figura anche quella dell’autrice che va alla ricerca di una parte rilevante e simile della storia di famiglia, abitando sia l’universo delle immigrate sia quello, oltremodo complesso, della tradizione.

La scuola – Herman Koch [kindle]

Amo lo sguardo cinico di Koch sulle persone. E questo romanzo breve conferma la sua bravura nel descriverne senza orpelli, ma assai efficacemente, l’interiorità.
La scuola del titolo è la Montanelli (storpiatura voluta di Montessori), un istituto privato con una pedagogia propria, infestato da docenti e studenti beatamente convinti della superiorità qualitativa, se non addirittura morale, di ciò che incarnano.
Due i poli attorno ai quali ruota, principalmente, la vicenda: uno studente “esterno” catapultato lì dalla necessità, né scapestrato né davvero inserito, intelligente ma maldisposto ad impiegare quell’intelligenza nelle futilità che lo circondano; ed uno studente disabile, il quale a sua volta non ha senso si trovi lì ma vi resta incastrato dalla compassione pelosa e dalla scempiaggine di (quasi) tutti.
I due non sono in contrapposizione fra loro, né tantomeno nemici; ma le circostanze modellano il loro reciproco ruolo su una strada senza uscite, forse inevitabile eppure così giusta.

Mobili di famiglia – Alice Munro [kindle] [in corso]

E’ la seconda raccolta di racconti dell’autrice canadese che leggo.
E di nuovo trovo una bella, ancorché necessariamente soffocante, evocazione dei molti modi in cui le relazioni – qui familiari – ci avvolgono, a volte intrappolano; ci formano e ci lasciano segni.

L’anarchia – Errico Malatesta [kindle]

Ahem. Probabilmente non l’adotterò mai come filosofia politica, ma vorrei pur sempre capirci qualcosa, e un trattatello di questo stampo è l’ultima cosa che può funzionare.
Tanta convinzione, tanta buona volontà e tanto, tanto semplicismo. Non ci siamo, Errichetto.

A volte ritornano – Stephen King

Venti racconti di differente ispirazione, una delle quali però emerge (o forse dovrei dire allunga i suoi tentacoli) più spesso di altre: quella lovecraftiana. Il che non può che farmi brillare gli occhi 🤩
Ho adorato la storia che dà il titolo alla raccolta, in cui la prevaricazione del forte sul debole prende le mosse dall’infanzia, periodo che King sa esaltare e raccontare come pochi, per ripresentarsi – letteralmente – a destabilizzare le certezze adulte conquistate a fatica.
E che dire de I figli del grano, che non esito a definire un capolavoro di equilibrio narrativo, senza un dettaglio o un termine in eccesso – un equilibrio paradossalmente tangibile al pari di una sensazione tattile?
C’è spazio per l’angoscia pura, per il mistero sottile, per il macabro ed il sognante.
Ed il fatto che reputi King più efficace, in generale, sulla lunga distanza ossia nei romanzi, non toglie alla forma breve che ha scelto più d’una volta un’oncia del piacere di gustarsela, ranicchiati in poltrona alla luce adeguatamente moderata di una lampada.
Anche per questo, ringrazio l’Arrotino ❤

2020-06-30 21.27.41

Homo dieteticus: Viaggio nelle tribù alimentari; Non tutto fa brodo
– Marino Niola

Interessante anche se non particolarmente approfondito il primo, è una panoramica divertita e ben scritta, con un uso consapevole e giocoso della lingua, delle vecchie e nuove abitudini, scelte e manie dietetiche.
Più ricco e variato il secondo, ugualmente redatto con un lessico frizzante.

Nel giardino del diavolo, Storia lussuriosa dei cibi proibiti
– Stewart Lee Allen

Altro viaggio nello stuzzicante mondo del cibo e delle sue accezioni culturali.
Corposo ma abbastanza scorrevole, con tante chicche e qualche approssimazione di troppo, comunque carino. Il saggio è suddiviso in aree tematiche che si rifanno ai sette vizi capitali, e spazia tra diverse discipline.

Storie dal mondo nuovo – Daniele Rielli

Un matrimonio indiano ultralusso a Fasano (chi di noi non ricorda d’averne sentito parlare?).
Un incontro informale con Frank Serpico, personaggio che confondo sempre con un malavitoso (è tutto il contrario!) e che si rivela parecchio intrigante, mi piace.
Un excursus sulle differenze tra writing e street art, tra ricordi adolescenziali e scena attuale.
Ma anche, estremamente affascinante e disagevole, un quadro di quello che è stato il terrorismo altoatesino separatista – materia ben occultata nella storia: io non ne avevo mai sentito nemmeno accennare, infatti. E sono corsa subito a prenotare il reportage Sangue e suolo di Vassalli, beneamato. Ma che dico, poi, terrorismo… se quello è passato o forse, almeno, in stand-by, l’apartheid è una realtà mai venuta meno (sì, per Dio, ho proprio scritto apartheid. Se preferite, separazione etnica. E mi fa ancora un effetto straniante).

sud-tirolo

Ah, sì? E allora, arridatece la pizza!

 

Rielli ha una buona penna, è un osservatore attento ed un commentatore incisivo, arguto.
Leggerò sicuramente altro di suo. Intanto, consiglio senza dubbio questa raccolta di scritti agli appassionati di non-fiction e di società: è del 2016, ma la buona n-f non perde significato e non ha data di scadenza.

E se girassi dalle mie parti? – Alessandra Marcotti

Alla fine ce l’ho fatta ad ordinarlo e leggerlo, accidenti!
Ale è una forza della natura, e se utilizzo una locuzione così abusata vuol dire che lo credo con convinzione. Perciò dovevo scoprire altro, dopo il suo blog (e le collaborazioni con quotidiani e riviste per parlare di SM).
E mi spiace confessarlo, ma trovo che in queste ultime modalità – posto che questo libro è il più recente da lei scritto, quindi dovrebbe rispecchiare meglio lo stato dell’arte – si sappia esprimere molto meglio.

Stilisticamente l’errore ricorrente che più mi infastidisce è il congiuntivo al posto dell’indicativo. Ma questo è nulla, è abitudine; e con un editor serio (cioè non con quelli delle grosse case editrici, ahinoi) si sistema.
Per il resto, anche se sulla lunga distanza mi pare che la consueta accuratezza si disperda un po’, riconosco la sua grande capacità di lettura dell’animo delle persone, sulla quale infatti è costruita tutta la vicenda (e a tal proposito, trovo azzeccata la scelta di procedere per brevi capitoli, riprendendo per ciascuno il punto di vista di lei e di lui).
Infine, appunto, la storia in sé: completamente diversa da ciò che mi aspettavo, originale senza la necessità d’inventare un intreccio complicato come sembra essere la regola di molti. L’ho trovata un po’ debole, ma ho apprezzato parecchio e per svariati motivi il ribaltamento di prospettiva tra vittima ed aguzzino/i. Su questa originalità si può puntare con buona possibilità di successo.
Ciao, Ale 😉

Libri non commentati:

Il giardino zen – Francois Berthier
Il deserto interiore – Marie Madeleine Davy

Sogni .9: Perdono

Non so se fosse un’introduzione al sogno successivo, ma la prima cosa che ricordo è che mi trovavo su una strada di montagna, un sentiero perfettamente circolare che ne seguiva il fianco tipo arancia sbucciata artisticamente.
Lungo tutto il sentiero erano disposte, in fila indiana e ad intervalli regolari, delle biciclette da bambino, con le rotelle – e qualche volta il cestino.
Io me ne stavo appollaiata su una grande roccia, osservando il paesaggio e leggendo, in attesa dell’arrivo di qualcuno.

Mi hai fatto scendere / da una Mercedes
Dimmi i tuoi perché / Prenderò un treno per / che ne so
Stanotte mi perdonerò

Ti ho portato la bustina con i soldi delle vendite ed il biglietto.
Ma sono tornata indietro, perché mi sono resa conto che mancavano 10 € (una volta sveglia, mi chiederò più volte se l’abbia fatto per davvero).
Spio dall’angolo, tu sei lì, allora aspetto che rientri sedendomi su due giubbini venuti da chissà dove. Miei non sono.
Ma ormai mi hai notata. Scendi dal balcone, esci e a quel punto te li consegno direttamente, ma subito mi volto e vado.

Poi mi ritrovo di nuovo lì, siamo lì, in una specie di garage seminterrato.
Mi prendi per mano, ti seguo. Mi abbracci. Sei piena di tenerezza, una tenerezza che non combacia con l’aridità che ti pervade quando trasformi la realtà in nemica.
Mi dai dei libri, parecchi. Soldi, più di quanti te ne abbia consegnati io. E due tavole di cioccolato in astucci di carta blu.
Alla fine, anche il mio pino, risorto nonostante le mie velenose cure, con magnifiche foglie piatte e rosso cupo (foglie che ho visto durante la mia camminata), che non gli appartengono ma, qui, gli vanno a pennello.

Mi hai difesa da tante cose in questi anni.
Non mi hai difesa da te.
Io, però, mi sono perdonata.
Ho benedetto i miei errori e ho spiegato loro che non sono tali.

libri (maggio 2020) – pt. I

farfa su libro

Limonov – Emmanuel Carrére [kindle]

Due cose:

Carrére scrive la sua non-fiction sulla sabbia.
Come qualcuno – non ricordo ora chi – ha ben precisato, sceglie il suo soggetto e poi, anziché distaccarsene pur restando appassionato e farne una descrizione se non obbiettiva, almeno “terza” con tutti i mezzi documentali e critici possibili, ne trae un discorso fantasioso, personale ma più apologetico che ragionato, romanzato.
Una non-fiction che dia l’impressione d’essere un romanzo, capite bene, svolge male tanto il proprio lavoro di osservazione analitica quanto quello che del romanzo è proprio, di coinvolgimento sintetico nella vicenda.
Non andando da nessuna parte.
Carrére è fumo senza arrosto.

Limonov (per quanto ci appare attraverso gli occhi di Carrére, che lascia spesso intendere d’aver attinto a fonti dirette ma non le sostanzia mai), è un presuntuosetto invidioso, una mezza tacca che aspira non a cose grandi, ma a cose brillanti, di quella brillantezza che ha la bigiotteria per le gazze.
Lo stesso che ha sempre relativizzato la crudeltà del sistema-gulag, perché – a detta dell’autore stesso – ha sempre avuto il culo al caldo grazie al padre cekista che pure disprezzava poiché mediocre funzionario, di ritorno in patria dai folleggiamenti americani ha fondato un partito il quale, di nuovo, non serve ad altro che ad appropriarsi dei luccichii di una “posizione scomoda” spacciandosi per ribelle e martire.
Limonov è uno sfigato.

Storie di fantasmi per il dopocena – Jerome K. Jerome [kindle]

Breve e lieve parodia della tradizione di raccontar storie di fantasmi la vigilia di Natale.
Una sciocchezzuola ironica che descrive i suoi bersagli con tratti demenziali.
Niente più che un divertissement.

Magia nera – Loredana Lipperini [kindle]

Molto intrigante. Una raccolta di racconti al femminile; magici sono le protagoniste, gli eventi che loro càpitano, le atmosfere. Nulla di “infiorettato” tuttavia, né dalla Lipperini / Manni ce l’attendevamo: riscatto, sopruso, vendetta, solidarietà, invidia; piuttosto.
Meno dark di quanto immaginassi, ma ugualmente impietoso.

Lettere dal carcere 1926-37 (La nuova diagonale) – Antonio Gramsci

[kindle]

Personaggino impegnativo, Gramsci. ‘Mazza che rompicoglioni: probabilmente la sua puntigliosità e la sua aria da maestrino mi hanno lievemente irritato perché sono anche mie. E’ pur vero che molta parte in questo atteggiamento – incredibilmente coerente fino alla fine – l’ha il carcere e, di più, in quanto va ad aggravare un’evidente e pesante incomunicabilità tra lui ed i parenti.
In una delle tante vie Gramsci d’Italia ci ho vissuto l’intera infanzia. Non potevo prolungare oltre la mia ignoranza. E manco a farlo apposta somiglia a mio cugino da giovane, ma questo è secondario… il “gobbetto” mi lascia, più che idee, un nucleo di abitudine carceraria deleteria – per quanto strenuamente combattuta – e il dolore di relazioni deformate. Non è poco.
E poi, nondimeno, una camionata di tenerezza. Sua l’espressione “ti abbraccio teneramente”, usata soprattutto con la cognata Tatiana; che ho tutta l’intenzione di adoperare e far mia.

Restando in tema, segnalo un bel documentario andato in onda mercoledì sera sul Nove: “Tutto il mondo fuori“, sul Due Palazzi. Lo potete trovare in streaming qui.
Nell’intervista si cita anche il film del 2012 dei fratelli Taviani, Cesare deve morire, che ho visto e vi consiglio.

La mia seconda vita tra zucchero e cannella – Verena Lugert [kindle]

Da giornalista in via esclusiva a reporter gastronomica – e, principalmente, cuoca professionista. L’occasione l’ha presa al volo, ma non è stato per caso: cucinare per lavoro era una sua fissazione da prima di fare domanda alla Cordon Bleu londinese, per poi cominciare come commis in uno dei ristoranti di Gordon Ramsay.
Il resoconto della vita di brigata è lucido eppure frizzante, sgrezzato quanto basta per divertire ed appassionare anche un lettore che quel genere di vessazioni e devastazioni esistenziali le deplora profondamente.
L’editrice Astoria pubblica svariate “storie di vita”, per chi ama il genere (come me).

Scontro di civiltà per un ascensore in piazza Vittorio – Amara Lakhous

[kindle]

E’ un racconto divenuto famoso attraverso un premio, riuscito sì, ma trovo non meritasse tanta fama. Comoda, ma di buon effetto, la scelta di suddividere i retroscena attorno all’ascensore del titolo – e al cadavere che un giorno vi viene rinvenuto – illuminando di volta in volta un diverso personaggio-inquilino del palazzo, distribuendo equamente capitoletti e punti di vista narrativi.

I libri non commentati:
Gramsci – Angelo d’Orsi [in corso]
Creepypasta – AA.VV.; True Halloween – AA.VV.

40enalfabeto / 9

C di Carcere

Non si parla solo della lotta al virus come di una guerra, vien fatto anche il paragone tra isolamento in casa e vita in carcere.
Non mi soffermo stavolta sulla (s)correttezza dei parallelismi, sorrido invece perché ormai di letteratura carceraria ho una sia pur minima conoscenza, ed ho appunto appena letto che Gramsci, a Milano, lesse in un mese (marzo ’27 mi pare)… 82 libri. Oh, di quelli leggeri, escludendo i manuali o testi di studio, s’intende. E si lamenta pure (giustamente) che in carcere non è mica così facile leggere e studiare, per ragioni tecniche e psicologiche. Embé. Uno se l’imparava pure a memoria!
Mo’ ditemi ancora che leggo tanto, soprattutto in quarantena, con i miei 54 libri in quattro mesi. Lo so, sono peggiorata dallo scorso anno: ho già fatto fuori la quota per la media di un libro a settimana, e se nel 2019 la media è stata di due alla settimana, continuando così terminerò il 2020 avendone letti tre alla settimana.

Ad ogni modo, per tornare al carcere – quello vero: se morite dalla voglia di leggere un’autobiografia da avanzo di galera che non sia un mero resoconto ripetitivo, né una sbobba astratta condizionata dalle ristrettezze ad evadere mentalmente, consiglio con calore L’università di Rebibbia di Goliarda Sapienza.
E’ roba buona.

I di Idraulico

E’ stata un’emozione grandissima.
L’idraulico! A casa, anzi in casa mia!
Di questi tempi, una visita è un evento eccezionale, e per di più il tecnico è caruccio, oltre che conversevole. Lasciamo perdere che baita mia era un cesso, e che ho pure fatto una gaffe (mi diceva che anche se la casa è grande, mi tornerà buona se mi sposo. Ed io ho capito se lo sposavo, cioè nel caso avessi sposato lui. Ahem. Com’era quella cosa dei lapsus freudiani?).
L’ho amato ancora di più quando mi ha dichiarato che la fattura era di euro 60, anziché 90 come mi aspettavo. Forse non era anno di cambio filtro.

M di Montagnier

L’hanno schernito tutti perché, nonostante l’antico Nobel, pare si sia rincoglionito negli anni finendo a supportare ogni genere di teoria para-scientifica.
Adesso però, guarda guarda, si comincia a sentir parlare di studi sul virus occultati e censurati. Di caratteristiche non attribuibili esclusivamente a mutazioni naturali. Ecc.
Forse, chissà, qualcuno scoprirà che un allarme non è una pubblicazione peer-to-peer (meccanismo che per altro ha i suoi bei difetti grandi come Zeppelin), e che anche un orologio rotto segna l’ora giusta una volta al giorno – anzi, due, se è analogico.

N di Naso

Non ne posso più.
Non della quarantena, di quelli che vanno in tv (e che vedo per strada, ma quelli in tv, specie se hanno ruoli pubblici, li detesto proprio) con la mascherina chirurgica tirata sulla bocca ed il naso al vento.
Bravi, avete capito tutto.
Continuate così.

libri (aprile 2020) – pt. II

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L’amore possibile. Conversazioni con Juan Arias – Josè Saramago [kindle]

Seconda tappa di avvicinamento all’autore.
Stavolta un che di interessante c’è, un po’ più consistente, seppur non ancora in grado di catturarmi in modo spassionato. Ho trovato altrettanto, se non più interessante la breve intervista a Pilar, la moglie.

Viaggio in Portogallo – Josè Saramago [kindle]

Un passo ancora avanti.
Saramago qui non è didascalico come lo sono molti racconti di viaggio, eppure non è nemmeno particolarmente originale e stimolante. Non lo affermo come fosse un difetto, in qualche modo mi sembra di cogliere un carattere ipnotico in questo lungo scritto, di per sé sufficiente; come un monotono ma rincuorante catalogo di cose viste che concilia il sonno.
Mi è piaciuta la scelta di utilizzare sempre il tempo presente e la terza persona per indicare sé stesso, chiamandosi “il viaggiatore”. Un approccio che in nove casi su dieci penalizza gli autori facendoli apparire ancor più tronfi di quanto siano in realtà, qui funziona e rivela una modestia che, paradossalmente, neppure Saramago stesso si riconosce.
Pur essendo un’ignorante cronica in materia di storia e di arte, apprezzo e condivido l’indignazione rispetto all’incuria per edifici, monumenti, ambienti naturali.

Tutti i nomi – Josè Saramago [kindle]

Prima di tutto va detto che ho apprezzato quell’uso di periodi prolungati (anche per intere pagine) che pare sia tipico suo, con le sole virgole a cadenzare le pause del discorso e distinguere le frasi degli interlocutori nei discorsi diretti, loro pure inseriti nel “fiume” di parole.
Dopodiché c’è il lavoro di cesello sull’impiegato della Conservatoria, quella figurina umile ma persistente che conosciamo attraverso i pensieri e e l’analisi degli atti. Ecco, a me piacciono le “figurine umane”, le biografie di uomini non illustri (cit.) in qualsivoglia forma.
C’è un parallelo tra le ramificazioni della storia e quelle della Conservatoria Generale e del Cimitero Generale.
Splendida conclusione.

Uscirne vivi – Alice Munro [kindle]

E’ la seconda raccolta di racconti dell’autrice che leggo.
Più secchi e drammatici di quelli del precedente Una cosa che volevo dirti da un po’.
L’idea di famiglia è osservata da diverse angolature – la sorellanza, la speranza delusa di un matrimonio, il tradimento… -, tutte recanti un sottile e tenace disagio che il lettore si ritrova appicciato addosso, pur non essendo protagonista ma spettatore.

Ho sposato una vegana: Una storia vera, purtroppo – Fausto Brizzi [kindle]

Libretto agile e veloce, ma come scrive Healthylicious la questione veganesimo è più un pretesto per parlare di sé – e dell’amore per l’ormai ex moglie Claudia Zanella – che altro. E’ quest’ultima infatti ad averlo spinto (fondamentalmente, obbligato, pena essere allontanato da lei) a sottostare ai numerosi e spesso incredibili dettami del verbo verde.
In tutta onestà, pur ridendo delle situazioni limite riportate come anedottica – vai a sapere quanto per le situazioni stesse e quanto per come vengono raccontate -, due sono stati i miei pensieri predominanti:
1) cretino, ma forse dovrei dire bovino, lui; che dà per assolutamente normale stravolgere il proprio stile alimentare (e di vita) per amore: venirsi incontro è essenziale, cambiare è possibile, mettersi la catena al collo ed abbaiare quando te lo impongono no. Per di più, con tutto che l’amore è cieco, Brizzi descrive la (ex) moglie come una Venere la cui bellezza è sufficiente per far perdere la testa a un uomo, anche il più dipendente dalla carne animale. Embé, io tutta ‘sta bellezza in lei non la vedo. Brutta non è, e lungi da me mettermi a far pagelle come Giovanni Ciacci – io non discuto mai  della bellezza o meno di altre donne -, resta il fatto che se camminassi per strada non la degnerei di uno sguardo. Se sfilasse in passerella, mi chiederei se non c’è stato un errore…;
2) prepotente e con un unico interesse nella vita, o forse solo persa nelle nuvole, lei; che non contempla nemmeno la possibilità che il marito non sia affatto entusiasta del regime e che vi sfugga appena possibile, per poi trovarsi costretto a mentire e venire immancabilmente sgamato e rimproverato.
Da come viene descritta, ho la sensazione che sia soprattutto prepotente, e questo mi dispiace perché ho al contempo la netta sensazione che Brizzi filtri un po’ troppo la realtà attraverso i propri schemi mentali. Sarà che di cosa avrebbe comportato vivere insieme, in apparenza, i due non hanno nemmeno parlato…
… ora però non voglio farla troppo lunga. La lettura è piacevole, solo, se cercate materiale di confronto sulla vita di coppia di chi ha convinzioni così diverse orientatevi altrove.

Spettri – Mary Roach [kindle]

Una rassegna di tentativi, più e meno moderni, più e meno sensati di scoprire la vera natura dell’anima e, possibilmente, di dimostrarla. Premesso che questa piccola ricerca non è stata pubblicata ieri ma da ormai qualche anno, e che per lo più i soggetti strambi affiancati dalla Roach sembrano far confusione tra anima psiche (come fossimo rimasti a Cartesio, o agli albori della coscienza), l’ho trovata curiosa e divertente.
Tra metempsicosi, tentativi di misurare i canonici 21 grammi, voci fantasma elettroniche e più tradizionali ectoplasmi; il materiale è tanto e succoso, anche se mi aspettavo un resoconto più dettagliato e scientifico, e meno in stile reportage. Il capitolo migliore, per esempio, è purtroppo brevissimo (ci penserò io ad indagare oltre!): parlo di quello dedicato alla “gabbia degli spettri”, esperimento del quale per altro non avevo mai sentito parlare e che, per esperienza e passione neurobiologica, mi fa battere il cuore.

I libri non commentati:
L’anno mille993 – Josè Saramago [kindle]
Il secolo infelice – Imre Kertész [kindle] – interrotto

Meme .3: Venticinque domande libresche

Taggata da Sam Simon, a lì arrivata grazie ai servigi di Nick Shadow (me pare de sta’ in un fumetto…), procedo alla compilazione di un gustoso meme libresco – che, ahiahi, ancora non ha avuto spazio in un anno di blog, pur essendo la letteratura una delle mie faccenduole preferite.

Regolette

Come sempre, seguo quelle che voglio.
Niente immagine: capisco che renda il meme riconoscibile, ma nun gliela fo, e se volete la trovate comunque in giro. Non nomino nessuno, chiunque lo desideri può rilanciare. Anyway, è partito tutto da qui.

biblioteca-jacek
Opera di Yacek Yerka

Domandine

1. Come scegli i libri da leggere?

In troppi modi diversi!
Innanzitutto, come Nick spulcio sempre le bibliografie, le quali portano ad altri libri quindi ad altre bibliografie, in un diagramma ad albero che si ramifica e si espande potenzialmente all’infinito.
Molti stimoli mi vengono dai bookblogger (ho cartelle intere piene di recensioni salvate…) e dalle rubriche dedicate su quotidiani e riviste; a volte da conversazioni con gli amici.
Poi occhieggio i libri che le persone vicino a me leggono (soprattutto nelle sale d’attesa).
quando un autore per me nuovo mi convince, cerco di leggere altre cose sue se non tutte.

2. Dove compri i libri: in libreria o on-line?

Soprattutto in libreria, ma da un paio d’anni approfitto anche di un servizio online che contrasta Amazon e mette in contatto rivenditori (librerie indipendenti) e clienti attraverso le cartolibrerie, le quali fanno da intermediario e sono un luogo di consegna di prossimità. Sto parlando di GoodBook, che sconta l’ordine agli intermediari che se ne servono garantendo loro un piccolo profitto e, periodicamente, anche ai clienti.

3. Aspetti di finire la lettura di un libro prima di acquistarne un altro oppure hai una scorta?

Di rado li compro, quindi mi riferisco ai prestiti bibliotecari: dato che la mia biblioteca consente fino a 10 prestiti in contemporanea (in tempi normali…), più la prenotazione di altri 8, diciamo che ho sempre almeno 10 prestiti in corso. Dunque, sì, non mi è mai capitato di aver per le mani solo un libro alla volta e di attendere d’averlo finito prima di procurarmene un altro… le mie liste di lettura sono famigerate 😉

4. Di solito quando leggi?

Mi càpita in orari diversi, ma nell’ultimo anno ho scavato una nicchia costante per la lettura alla sera tardi / prima parte della notte, non appena metto a dormire la casa e me ne vado a letto. Che ci vada presto o dopo la mezzanotte, da un’ora a tre-quattro ore le dedico quasi sempre ai libri del momento.

5. Ti fai influenzare dal numero delle pagine quando compri un libro?

Solo in senso positivo: stimo moltissimo il dono della sintesi ma, purché sia un buon libro, anche un bel mattone che mi tenga impegnata mesi mi attrae.

6. Genere preferito?

Tra i preferiti ci sono senz’altro il giallo (in tutte le sue forme) e l’horror, ma non sono gli unici a spiccare nel panorama dei generi letterari.
Amo molto anche le biografie, la saggistica ed i reportage, in quest’ordine.

7. Hai un autore preferito?

Probabilmente finirò per pentirmi d’aver lasciato fuori diversi nomi, ma senza dubbio tra i miei autori del cuore ci sono (in ordine sparso): Georges Simenon, Stephen King, Giovanni Guareschi, Oliver Sacks, Julian Barnes, Herman Koch, Goliarda Sapienza, Oriana Fallaci, David Foster Wallace, Micheal Chricton, Gerald Durrell, Svetlana Aleksievic, Joe Lansdale, Bill Bryson, …
Altri che mi piacciono parecchio, pur senza figurare nell’Olimpo, sono: Natsuo Kirino, Diego De Silva, John le Carrè, Michael Connelly, Costanza Miriano, Matteo Bussola, Shari Lapena, Emmanuelle Carrére, William Peter Blatty, …
Per quanto riguarda la poesia: Patrizia Cavalli, Patrizia Valduga, …

8. quando è iniziata la tua passione per la lettura?

quando sono iniziata io.

9. Presti libri?

Anche no, grazie.
Mi è capitato, qualche volta, ma sempre con timore e tremore, a persone fidate, e nell’ansia del ritorno del pargolo.

10. Leggi un libro alla volta oppure riesci a leggerne diversi insieme?

Fino a poco tempo fa ero solita leggere un solo libro, o al massimo due purché fossero molto diversi e non mi si confondessero nella testa.
Ma ormai mi ritrovo a leggerne svariati nello stesso tempo: in genere uno di narrativa e un altro, o più d’uno, di saggistica e simili – o poesia, anche, insomma non storie. Di recente sto sperimentando anche la lettura di più libri di narrativa (non troppi comunque) in contemporanea, ma ancora in quantità limitata e facendo attenzione a scegliere due cose che non si accavallino tra loro; spesso associo ad un romanzo dei racconti di tono completamente differente.

11. I tuoi amici/familiari leggono?

Mio padre leggava parecchio, o almeno l’ha fatto fino ad una certa età, poi ha ripiegato un po’ sui suoi autori preferiti e non gli andava più di spaziare. Lo posso capire.
Mia madre ha letto un po’, in modo regolare ma modesto, nei primi anni con mio padre, ma poi ha abbandonato la lettura.
Fra gli altri parenti, si segnala un cugino lodigiano, con orientamento verso i thriller da classifica e le materie scientifiche (periodicamente ricompare sul tavolino del soggiorno il tomone di Roger Penrose, La strada che porta alla realtà, che a mia volta pilucco quando sono in visita).
Tutti gli altri: non pervenuti…

12. quanto ci metti mediamente a leggere un libro?

Pòta. Dipende. Ovviamente dipende dalla lunghezza del libro, dal mio umore, dal periodo in cui lo leggo – se più o meno impegnato – e dal mio livello di lucidità mentale vs. rincoglionimento.
Comunque, per tentare una media molto approssimativa, direi 400-500 pagine a settimana.

13. quando vedi una persona che legge, ad esempio sui mezzi pubblici, ti metti immediatamente a sbirciare il titolo del suo libro?

Ovvio che sì.
Se non riesco a captarlo, magari glielo chiedo pure direttamente.
Per chi fosse interessato, esiste un blog i cui autori fotografano di soppiatto i libri che la gente si porta dietro in treno: Pendolante.

14. Se tutti i libri del mondo dovessero essere distrutti e potessi salvare uno soltanto quale sarebbe?

Non ne salverei nessuno. Anche un singolo libro mi farebbe rimpiangere troppo gli altri.
O tutto, o niente.

15. Perché ti piace leggere?

Ma che domanda è?
(Voglio dire: leggere ti dà tanto ed ha tante motivazioni, sì, ma la primaria è sempre una: leggo perché mi piace leggere. Mi piace leggere perché è così, punto).

16. Leggi libri in prestito (dagli amici o dalla biblioteca) o solo libri che possiedi?

Leggo qualsiasi cosa stampata, dai miei libri a quelli gettati via dagli altri.
Nel mezzo ci sta la mia fonte di eterna felicità, la biblioteca, dalla quale provengono i tre quarti o anche più delle mie letture.
Ho attraversato una lunga fase durante la quale aspiravo a comprare, prima o poi, ogni libro preso in prestito che mi fosse piaciuto abbastanza (ed erano un sacco), ma poi sono guarita.

17. qual è il libro che non sei mai riuscito a finire?

Così su due piedi (e per la verità anche scorrendo le liste degli ultimi anni) non me ne viene nessuno. Però ho spesso preso in mano Il signore degli anelli, rinunciando sempre anche soltanto a cominciarlo, finché la rinuncia non è diventata definitiva: semplicemente, non fa per me.

18. Hai mai comprato un libro solo perché aveva un bella copertina, e cosa ti attrae in una copertina di un libro?

Non solo, ma è più forte di me: se di un libro che voglio acquistare – e magari pure raro, o comunque quasi esaurito – non mi piace la copertina, la grafica, l’estetica in genere, io a prenderlo non ci riesco.
E’ sempre una sofferenza, ma è così.
Alle volte trovo degli espedienti per ovviare – anni fa coprii le copertine di alcuni libri con le bombolette spray -, ma per lo più vado alla ricerca dell’edizione perfetta dovesse portarmi via anni di vita…
… i fattori dirimenti sono troppi, ma in generale mi piacciono: le copertine semplici; titoli ed immagini geometrici e non imprecisi, o mano libera e simili; il bianco e nero.
Detesto le foto degli autori a tutta quarta, i font minuscoli o viceversa enormi, alcuni loghi editoriali (per es. quello della Adelphi, che pure per il resto apprezzo!).

19. C’è una casa editrice che ami particolarmente e perché?

Più d’una.
La Einaudi per lo stile grafico e per la compattezza e solidità delle copertine.
La Neri Pozza, per lo stile e le copertine. Per semplicità e ricchezza.
La Adelphi, logo a parte.
L’Iperborea, il tascabile per eccellenza.
Per la saggistica, la Raffaello Cortina.
Per i libri fotografici, la Contrasto.
Fra le nuove scoperte, la Ediciclo – più minimal di così si muore – poi Astoria, BlackCoffee e CasaSirio.

20. Porti i libri dappertutto (ad esempio in spiaggia o sui mezzi pubblici) o li tieni al sicuro dentro casa?

Con molta cautela se mi appartengono (se sono della biblioteca non è che li maltratti, ma non ho la paranoia di rovinarli), senza non posso stare.

21. qual è il libro che ti hanno regalato e che hai gradito maggiormente?

Visti & Scritti di Ferdinando Scianna.

22. Come scegli un libro da regalare?

Di solito regalo libri che hanno colpito me, ma so che possono trasmettere un messaggio ad un gran numero di persone. Il più regalato in assoluto è stato il diario di Etty Hillesum.

23. La tua libreria è ordinata secondo un criterio, o tieni i libri in ordine sparso?

Attualmente, nessun criterio se non quello generale per “categoria” e, occasionalmente, per “autore” (ma solo quando ho diversi titoli dello stesso).
Ad oggi, i miei scaffali (o le intere librerie) sono divisi in: enciclopedie, libri rossi Bompiani, Simenon, Guareschi, Fallaci, fotografia, fede, memorabilia dell’infanzia, Stephen King, Calvin & Hobbes, minimalismo, narrativa varia.

24. quando leggi un libro che ha delle note, le leggi o le salti?

Le leggo quasi sempre, soprattutto all’inizio, poi valuto se sono importanti tanto quanto il testo (come quelle di dfw), se sono almeno utili o se mi distraggono e basta.

25. Leggi eventuali introduzioni, prefazioni o postfazioni del libro o le salti?

Leggo tutto, a meno che non si riveli precocemente palloso ed inutile, compresi: risvolti e quarta di copertina, indice, bibliografia, frontespizio, ringraziamenti, note editoriali e di traduzione, glossari, ecc.
Tutta questa roba per altro fa da stanzino d’ingresso, mi mette in connessione col libro lentamente così che l’avvio della lettura non sia drastico.