Consolazioni

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Sono giorni diversi. Mi sento triste, mi manca molto mia madre.
Mi rintano, mi avvolgo in una coperta e chiudo le labbra.
Abuso di televisione e di dolci, in cerca di una compensazione emotiva.
Cerco consolazioni. E le trovo.
Sono queste, le voglio ringraziare tutte:

  • la voce degli amici.
    E soprattutto i loro messaggi, quando di parlare non me la sono sentita;
  • il gatto bianconero incontrato per la strada. I merli, le cornacchie e gli aironcini che hanno popolato il campo stamane, dopo che il contadino aveva sparso il letame;
  • gli occhi di madonna nel prato del condominio;
  • il riscaldamento di casa e la coperta morbida in cui mi nascondo;
  • le banane fritte caramellate;
  • i libri. Il loro odore, il loro fruscìo ed il loro dolce peso. Soprattutto, il bel Lamentation di Joe Clifford che mi sta coccolando adesso;
  • il mio letto, rifugio sicuro, caldo silenzioso e riparato dalla luce.

libri (gennaio 2020)

Albert Speer, Una biografia – Joachim Fest

Il degno completamento d’un primo trittico di letture sulla figura di Speer (i suoi diari tenuti nel carcere di Spandau, e le annotazioni che Fest fece durante le sue conversazioni con lui, allo scopo di aiutarlo ad organizzare e rendere pubblicabili le sue memorie).
Fest, oltre all’occhio vigile dello storico, ha davvero la grande capacità di rendere omogenei e leggibili con piacere i fatti, i dati, i racconti; e, inoltre, le sue analisi degli stessi – pur cristalline – non suonano mai come prese di posizione politiche, ma come indagini tenaci sul proprio oggetto di interesse.
Conta un buon numero di pagine, quasi 400, ma scorre egregiamente.
Non sarebbe stato male se avesse ricostruito anche l’infanzia dell’architetto del Reich (del quale dovrò bene recuperare qualche disegno e progetto…), che liquida come “normale” e priva di alcunché che facesse presagire le inclinazioni di Speer adulto (e io dissento su questa conclusione tratta un po’ troppo rapidamente); ma stante la focalizzazione sulle vicende totalitarie, capisco.

Ventotto domande per affrontare il futuro – Theodore Zeldin

Ho letto con curiosità un primo gruppo di capitoli di questo testo di ricerca filosofica, che ormai anni fa avevo adocchiato sugli scaffali di una Feltrinelli locale e m’era rimasto impresso – innanzitutto per la varietà di argomenti toccati, dalla religione alla politica, dalla ricchezza e la povertà ai gap generazionali, passando per il lavoro.
Purtroppo non è stato all’altezza delle aspettative. E questo mi insegna che non tutti i libri a cui guardo con passione, pregustandoli, meritano tanto investimento anticipatorio.
Se fare filosofia significa impostare una proposta di “pensiero differente”, Zeldin effettivamente la offre. Ma se significa seguitare a ripetere lo stesso concetto senza mai svilupparlo davvero, affidandolo a riflessioni vaghe – e talvolta francamente irritanti, come quelle sull’ecumenismo -, ecco, ne faccio anche a meno. Infatti dopo un terzo di libro il resto l’ho letto solo in parte, a brani.

L’incredibile viaggio delle piante – Stefano Mancuso

Volevo leggere Mancuso da un pezzo, ma ancora non m’ero decisa: scoprendo un suo libro che neppure conoscevo attraverso questo post di Luigi Scalise, che ne fornisce delle anticipazioni, ho deciso di buttarmi e l’ho prenotato in biblioteca (per altro, l’ho avuto subito, perché ne abbiamo una copia proprio qui).
Tra una tavola d’atlante e l’altra, dipinte ad acquarello e con foglie in vece di continenti, nomi erboristici e floreali in luogo dei nomi di stati ed oceani a noi noti; il neurobiologo del mondo vegetale raccoglie una serie di brevi, ma affascinanti storie di piante sopravvissute (per esempio all’atomica), fantasiose (per esempio certe palme esplosive), tenaci (i cui semi sono stati capaci di germinare dopo migliaia di anni) e indomite (quelle nate sulle macerie di Chernobyl).
Mancuso utilizza uno stile semplice, alla mano, e si percepisce che non è un espediente divulgativo: emergono tanto le sue competenze quanto la varietà dei suoi interessi, ma anche un’umiltà di fondo non frequente.
Ideale per una lettura leggera, che apra una prima porta su un mondo ancora poco noto.

La straniera – Claudia Durastanti

L’avevo messo in lista perché avevo inteso parlasse di sordità, ma leggendo il relativo post di Nick ho capito che in realtà parla di svariate faccende, e soprattutto che “la straniera” non è la madre in quanto sorda, ma l’autrice stessa – italiana “di ritorno”, accidental American poiché nata colà, e rientrata poi in lucania.
Si tratta del suo quarto libro, diviso in sezioni tematiche come fossero quelle di un oroscopo (l’ultima, infatti, si intitola Di che segno sei?).
Me la sbrigo presto: non mi è piaciuto, e infatti dopo i primi capitoli – sezione Famiglia – l’ho interrotto e mi sono limitata a sfogliarlo, piluccando qua e là per scoprire se più avanti cambiasse. Non cambia. Manca un vero racconto, e l’esito è quasi una fredda elencazione di eventi, di vissuti disposti in un modo che spesso fa perdere il filo, e non arriva a rendere fatti e persone un minimo familiari: dove non c’è immedesimazione, ci dev’essere però almeno un senso di comunanza umana, di compresione che avvicini. In questo libro, tutto è estraneo e poco rilevante, persino quando si dice di disabilità, ribellione alle norme sociali e suicidio.
Effetto difficile da ottenere, e per questo tanto più deludente.

Donne senza figli – Susie Reinhardt

Volevo iniziare la nuova serie tematica e sono partita da quello che mi è sembrato il libro più “generalista” e leggero della mia mini-lista. Ve lo dico subito: se la materia vi interessa, saltatelo direttamente e dirigetevi su altro. Nulla di terribile, e del resto occupa una sera o due al massimo, ma è piuttosto rozzo e si perde in considerazioni a mio avviso assai limitate da parzialità e pregiudizio nei confronti della maternità (oltre a non essere recente: è stato pubblicato nel 2004).
In compenso, avida di testimonianze come sono, ho letto volentieri le brevi analisi che svariate donne tedesche intervistate hanno fatto di sé e delle proprie prospettive e preferenze. L’argomento non è nuovo né sconosciuto, eppure ancor oggi non si può affatto dire assimilato: vale la pena parlarne.

Per una sinistra reazionaria – Bruno Arpaia

Per ammissione dello stesso autore, è più un collage di citazioni commentate che un saggio. E tuttavia fare un collage coerente di pensatori per supportare la tesi che, legandosi al liberalismo ed alla sua sete di progresso e modernità, la sinistra si sia perduta e sia stata vinta, non è un’operazione banale: è come attaccare insetti a una bacheca con le pinzette.
E’ stato curioso – e ben poco divertente – trovare un riscontro alla (non solo) mia convinzione che il Pd abbia sancito definitivamente la deriva, portando un sacco di gente ad affermare che “destra e sinistra non esistono più” (entrambe liquefatte nel mercato assurto a dogma). E’ anche piuttosto evidente, a dire il vero, ma avendo amici che persistono nel votarlo, e più in generale riconoscercisi, nonostante siano di sinistra – e persino cattolici: trovo proprio oggi un post di Berlicche che fa perfettamente pendant -, anche il mio stupore e la ruminazione persistono. La notazione, ancora in nuce, sul Pd Arpaia la faceva qui nel 2007.
Particolarmente riuscito, ed attuale fra gli altri, il capitolo che discute l’abbattimento del concetto di limite, dell’autorità, ecc.; tutti esitati nel contemporaneo imperativo al diritto individuale assoluto, alla negazione della preminenza del bene sociale (in realtà, scrive distinguendolo, comunitario) rispetto al personale, all’intolleranza per il divieto. Cose note, ma piacevoli da sentire giungendo da un (fu) schieramento che ci siamo abituati a considerare perfettamente intercambiabile con il suo antipodo: la sinistra, per l’appunto.

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La cucina della filibusta – Melani Le Bris

Ne ho parlato qui.


I libri non commentati:
Gratis, Fare tutto (o quasi) senza denaro – Massimo Acanfora

L’Eldorado sul mio tavolo 🌟

Ne ho fantasticato a lungo, specialmente leggendo su altri blog i resoconti di chi già lo sperimenta – per esempio qui. Ma, sinora, non ho mai avuto l’occasione di parteciparvi.
Parlo del “gruppo di lettura” (bibliotecario): ce n’è uno nuovo nuovo in partenza proprio nel mio paesello, che mi auguro possa rivelarsi ben assortito e interessante.
Tempo al tempo, si (è) comincia(to) questo febbraio con un titolo di cui non mi potrebbe fregar di meno – la strabollita Amica geniale della Ferrante -, ma il gruppo è aperto e non è imperativo aver letto ogni singolo libro proposto, né esprimersi al riguardo: vediamo come procede e che ne vien fuori.
[La prima serata, ieri, è andata bene. Mi pare un po’ di materiale umano vivo ci sia].

Intanto, mi sollazzo con due meravigliosi prestiti, luccicantissimi, dei quali sono già innamorata (i segnalibri sono stati da me accuratamente abbinati) ❤

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Chi ha paura di Benedetto XVI? — di Giuliano Guzzo

via Chi ha paura di Benedetto XVI? — Giuliano Guzzo

Non è stato Amadeus, né il duello Bonaccini e Borgonzoni o le «Sardine». No, il vero personaggio della settimana è stato lui, Benedetto XVI. A 92 anni, ben lontano dai riflettori, è stato infatti il papa emerito – scrivendo un libro sul celibato ecclesiastico insieme al cardinale Robert Sarah – l’epicentro delle polemiche di questi giorni. Polemiche alimentate dallo strano «ritiro», annunciato dal segretario Georg Gänswein, della firma di Ratziger da un testo, Des profondeurs de nos coeurs, che alla fine di tutto si è dimostrato quel che già appariva all’inizio: un volume scritto a quattro mani con il cardinale Sarah per ribadire semplicemente, ancorché con fermezza, la posizione della Chiesa sul celibato dei preti.

D’accordo, ma allora come mai tutto questo clamore? A cosa dobbiamo le paginate e paginate di giornali che abbiamo visto negli scorsi giorni? Basta, a spiegare tutto ciò, il pasticcio del «ritiro» della firma di Benedetto XVI al libro scritto con Sarah, cardinale che nelle scorse ore ha rivisto proprio il papa merito trovando piena conferma sia della sintonia con lui, sia del fatto che non c’è stato, tra i due, neppure l’ombra di un malinteso? La risposta è semplice: no. Infatti ancor prima che la telenovela del ritiro» della firma prendesse avvio, il libro di Ratzinger era già un caso da prima pagina. Come mai? Perché quest’uomo di 92 anni, molto anziano e ormai fragilissimo, suscita ancora tutto questo interesse?

La prima spiegazione che viene in mente è quella legata alla sua rinuncia e al fatto che un papa emerito è già, di suo, qualcuno di eccezionale; e quindi qualsiasi cosa dica o faccia è automaticamente notizia. Vero. Ma c’è pure una seconda chiave di lettura, desumibile anche da altri  elementi – si pensi all’oltraggiosa caricatura di Benedetto XVI della serie I due Papi – , ed è una chiave di lettura che riguarda la chiarezza. Piaccia o non piaccia infatti, già da cardinale, quindi da pontefice e pure oggi da emerito, Ratzinger è sempre stato un pensatore di straordinaria lucidità. E non di una lucidità qualsiasi: ma di una lucidità cattolica; una lucidità che gli ha fatto chiamar per nome – «la dittatura del relativismo» – il male dell’Occidente e, purtroppo, pure di certi settori del mondo cattolico.

Ebbene, tutto ciò continua a rendere l’anziano teologo tedesco un uomo unico. Uno che, accanto a una rara dolcezza caratteriale, conserva, pur alla sua età, la forza di scandire – sulle ali di sant’Agostino («non posso tacere!») – parole di verità. Non consigli, non tiepidi inviti, suggerimenti, no: parole di verità. Una cosa che irrita. Nel mondo occidentale si è difatti instaurato un regime culturale tale per cui il cattolico è sì gradito, ma a due condizioni: che si occupi anzitutto di sociale – meglio se di migranti, razzismo, discriminazioni Lgbt – e che, se proprio qualcosa vuol dire, lo faccia in modo così ambiguo e confuso da risultare incomprensibile. In altre parole, oggi il cattolico è accetto solo se ha la supercazzola pronta, se divaga.

Ma se invece ricorre alla cara vecchia chiarezza evangelica, eh, allora è un problema. Un grosso problema: pure se si ha 92 anni. La cosa che più addolora, però, è che se tutto questo è risaputo per la cultura laica, da qualche tempo anche una parte di fedeli e uomini di chiesa, con il cristianesimo low cost – una filantropia con spruzzatine decorative di Vangelo qua e là -, ci ha preso gusto. Sì, perché è un cristianesimo che piace a Eugenio Scalfari, ai grandi media e, in definitiva, ad una società che, più che da accompagnare o aiutare, sarebbe da evangelizzare. Ecco perché nonostante la sua età e il suo vivere appartato, il papa emerito resta scomodo, come lo è il guastafeste di un mondo intenzionato a far pace con la sua ipocrisia.

Sono un mito .6: Libera

A volte bisogna fare qualcosa di imperdonabile,
per poter continuare a vivere.

Ventitrè dicembre duemiladiciannove: ho chiuso i rubinetti centrali di acqua e gas, spento tutte le luci, abbassato il termostato, raccolto tutte le mie cose cesto regalo compreso.
Parto, e dopo cinque minuti di auto già percepisco nettamente le spalle ed il collo non dico sciogliersi, ‘ché ci vorrebbe ben altro (tipo un lungo massaggio sapiente), ma lasciar andare la tensione massiccia.
Passo i successivi quattro giorni a mente vuota, senza mai soffermarmi sulle faccende in sospeso o sui crucci lasciati a casa. Mi dedico alla lettura: sulla testata del divano entro il quale mi sono scavata il mio nido, nella stanza più intima in fondo all’abitazione di mia zia, stanno appollaiati cinque libri che alterno incessantemente.
Dormo parecchio, appisolandomi senza il pensiero che domattina, di nuovo, mi toccherà alzarmi e vivere.
Mi godo i manicaretti del cugino-orso, cuoco ufficiale, e nelle due notti in cui tiro tardi a leggere entro di soppiatto in cucina a rubacchiare: la prima volta un pane, la seconda una ciotola di patate al forno. La mattina, mia zia mi dirà che siccome eran dure (mica vero), aveva pensato di tagliarle e farci nonsocosa. Troppo tardi…! 😉
Nel mezzo si fa Natale. Momento anomalo. Mia mamma non c’è più, questo è molto chiaro, e improvvisamente mancano troppe persone a tavola. Non sembra quasi neppure Natale. Mi sento vuota e disconnessa da tutto – capirò più tardi che la mia psiche, sempre accorta, mi sta tenendo lontana da qualsiasi stimolo troppo intenso e doloroso.

Vuota; perché per tutta una vita ho vissuto, anche nei miei periodi di maggior apertura al mondo, in funzione di altro e altri – negli ultimi otto anni, mia mamma e la sua versione della malattia. Non c’era imposizione, in questo – l’ho scelto più di quanto l’abbia subìto -, ma neppure spazio per la mia autonomia da sempre accantonata. I quattro giorni staccata dalla mia quotidianità hanno funzionato come catalizzatore di un processo già in atto da febbraio, realizzando una netta cesura tra la prima fase di lutto – disordinata, fiacca, demotivata – e la seconda, al cui esordio ho fatto il punto su una serie di problematiche fra loro interconnesse che tornerò ad affrontare, ma con più criterio e più strumenti, in questo 2020.
Disconnessa; perché come detto ricevere senza filtri le impressioni di questo Natale senza famiglia, senza neve e con una temperatura esterna assurdamente alta, senza famiglia, arrivato troppo in fretta e troppo in fretta ripartito, senza famiglia, senza cena della Vigilia e sc(qu)artamento pacchetti come tradizione vuole, e l’ho già detto senza famiglia?, beh, sarebbe stato un terribile passo falso. Ho pensato a mia mamma solo due volte, per pochi istanti prima di obliare tutto di nuovo, una delle quali quando a Santo Stefano ho lavato i piatti come faceva sempre lei, battendo sul tempo mia zia con un sorrisetto di malcelata soddisfazione.
Poi, al ritorno, ho spostato le foto dei miei: dal salotto, che è il cuore della casa, alla camera, che ne è l’anima; così da un lato li ho ancora più vicini, dall’altro però mi son scrollata di dosso il continuo confronto tra il prima e il dopo, tra il con e il senza, tra chi ero e (non so ancora) chi potrei essere.

Ricomincio dunque da qui, ripagando un po’ alla volta le ipoteche che l’esistenza ha acceso sulla mia persona.
Sapendo che questa ferita non si cancellerà mai, né voglio che accada, ma che può rimarginarsi e permettermi di mettere me stessa al centro.
Non c’è contrasto tra la sofferenza della perdita e la mia gioia di sapermi libera, legata ai miei cari ma non più vincolata. Libera dalla preoccupazione per la loro sorte e la loro serenità. Libera dalle aspettative, per poterne coltivare persino di più alte. Libera da condizionamenti di vecchia data che neppure chi ha contribuito a suscitarli conosce, o riconosce più.
Libera e solitaria, eppure non sola.

Best of 2019 / Libri

Come per i film, anche qui raccolgo i libri migliori del mio 2019 senza classifiche di sorta, ma raggruppandoli per genere o argomento.

Natura & Cultura

Il dilemma dell’onnivoro – Michael Pollan
Proust e il calamaro – Maryanne Wolf
Altre menti – Peter Godfrey-Smith
Cromorama – Riccardo Falcinelli

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Di che sesso sei?

Il sesso inutile – Oriana Fallaci
Ero gay – Luca di Tolve
Oltre l’omosessualità, Ascolto terapeutico e trasformazione – Joseph Nicolosi

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La tragedia umana

L’avversario – Emmanuel Carrère
E le stelle stanno a guardare – Archibald Joseph Cronin
La scala di ferro – Georges Simenon
Sunset Limited – Cormac McCarthy

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Onda su onda

Senza amare andare sul mare – Christian Pastore
Una cosa divertente che non farò mai più – David Foster Wallace
L’isola del tesoro – Robert Louis Stevenson
La vera storia del pirata Long john Silver – Björn Larsson
Acque del nord – Ian McGuire

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Le vite degli altri

L’oro di Napoli – Giuseppe Marotta
Donna delle pulizie – Stephanie Land
Dialoghi con Albert Speer – Joachim Fest
La chiave a stella – Primo Levi
Lavorare piace – Alain de Botton
Il rap spiegato ai bianchi – David Foster Wallace, Mark Costello

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Costruire e salvare

Costruire, Le storie nascoste dietro le architetture – Roma Agrawal
Manifesto dei conservatori – Roger Scruton
Le cose che bruciano – Michele Serra
Fondamenta degli incurabili – Josif Brodskij
Corruzione – Don Winslow
Il tennis come esperienza religiosa – David Foster Wallace

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Carnet (Dicembre 2019)

Stavolta non ho “lo sbatti”, come dice la mia amica Eleonora, di mettere stellette e commenti lunghi, mi limiterò alla cifra e ad un paio di sghiribizzi.
Siccome la maggior parte dei titoli li ho recensiti negli ultimi giorni e li ho in bozza, o non li ho ancora commentati, andrò ad aggiungere l’apposito link quando sarà il momento. Dunque questo è più un mero riepilogo, oltre che un’anticipazione.
Prossimamente su questi schermi, arriveranno le mie top ten (o five, secondo il caso) dell’intero 2019. Stay tuned 😉

Libri

123. Diari segreti di Spandau – Albert Speer [4,5]
Un primo pensiero in merito, qui.
124. Lavorare piace – Alain de Botton [5]
125. L’invenzione della solitudine – Paul Auster [4]
126. La casa – John Dickson Carr [2,5]
Un giallo molto classico, ma oltremodo irritante nel suo vizio di porre miriadi di quesiti al lettore, sia da parte degli investigatori titolati sia, più spesso, da parte degli altri personaggi che si stuzzicano l’un l’altro coi loro segretucci, e non dare alcuna risposta se non all’ultimissimo minuto; con una serie di lezioncine.
127. Identità di genere: Manuale di orientamento – Joseph Nicolosi [4]
128. Curare i gay?, Oltre l’ideologia riparativa dell’omosessualità 
– Paolo Rigliano, Jimmy Ciliberto, Federico Ferrari [2]
129. Dialoghi con Albert Speer – Joachim Fest [5]
@ Autobiografia di una rivoluzionaria – Angela Davis [interrotto]
130. Oltre l’omosessualità, Ascolto terapeutico e trasformazione – Joseph Nicolosi [5]
131. L’identità ferita: Come superare le ferite sessuali e relazionali
– Andrew Comiskey
[4,5]
132. Boy erased, Vite cancellate – Garrard Conley [3]

Film

186. La casa di famiglia – Augusto Fornari [3]
Carino, ma simile a tanti altri.
187. Festen – Thomas Vinterberg [4,5]
188. Cane di paglia – Sam Peckinpah [5]
189. Brokeback Mountain – Ang Lee [5]
190. Il compleanno – Marco Filiberto [4,5]
191. Non guardarmi, non ti sento – Arthur Hiller [5]
Classicone con Gene Wilder e Richard Pryor,
rivisto mentre armeggiavo con l’albero di Natale.
192. Frontiera – Tony Richardson [4]
Jack Nicholson agente di frontiera tra Texas e Messico, alle prese con la simpatia per una profuga con figlio. Toni pacati e personaggi lontani dalle schematizzazioni.
193. Weekend – Andrew Haigh [3,5]
194. Il destino di un cavaliere – Brian Helgeland [4,5]
Ottimo prodotto leggero.
195. Jurassic World – Colin Trevorrow [2,5]
Sarebbe anche ben fatto, se fosse un film a sé inventato di sana pianta, ma disgraziatamente fa parte di una trilogia che tale non dovrebbe essere, ed ha alle spalle l’intoccabile. Non si tratta di idealizzare o di essere feticisti del primo JP, è che proprio ‘sta roba non c’azzecca nulla. Non è nemmeno un sequel. Se al posto dei dinosauri c’avessero messo dei panda geneticamente modificati e devastatori, sarebbe andato benissimo. Punto.
196. Scream – Wes Craven [3,5]
197. La sottile linea rossa – Terrence Malick [5]
198. Chiamami col tuo nome – Luca Guadagnino [3,5]
199. The water diviner – Russell Crowe [3]
Scolastico, ma decente. Niente a che vedere con la prova di regia di Clooney.
200. Closer – Mike Nichols [5]
Capolavoro. Bestiale.
201. 7 psicopatici: hanno rapito lo shi-tzu sbagliato – Martin McDonagh [3]
Mi aspettavo di più, ma alla fine nel suo essere sconclusionato si fa apprezzare.
202. La caduta, Gli ultimi giorni di Hitler – Oliver Hirschbiegel [5]
203. Assassinio sul treno – George Pollock [5]
E’ un treno, ma non è l’Orient-Express. Non l’avevo mai visto.
La Rutherford spacca i culi ai passeri!
204. Assassinio a bordo – George Pollock [4,5]
205. Casablanca – Michael Curtiz [4,5]
Glicemia in salita libera. Bello. Buona fortuna, bambini miei.

Serie Tv

Prosegue Supernatural.