Sogni / 5

Una bimba di 5-6 anni nuota nell’aria della stanza, mulinando le braccia da parete a parete, mentre mia madre le sta un metro avanti e la invita a proseguire. Di fianco, sul divano – lo stesso sul quale sto dormendo – io scatto loro delle foto.

Più tardi, nella stessa stanza, mi ritrovo due alti scaffali di lato: quello a sinistra è zeppo di giocattoli, quasi tutti ancora confezionati, quello a destra contiene libri e libriccini per ragazzi e bambini.
L’abbondanza e la ridondanza mi irritano, specie in considerazione del fatto che i possessori di quei giocattoli e di quei libri non se ne curano. Decido che farò una grossa cernita e venderò quanto più possibile, senza chieder nulla a nessuno.

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Mancano poche ore alla sera di Halloween, e sempre nella stessa stanza fervono i preparativi: mia cugina, più giovane di com’è realmente, quasi adolescente, ha invitato a casa un po’ di suoi amici ed altra gente, sconosciuta, incontrata ad una festa a tema in discoteca.
Con mia madre mi adopero per stendere una tovaglia a quadri, verde scuro e rosso, tutta spiegazzata.

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Sono Joker, ma non sono né la versione di Nicholson, né quella di Ledger o di Phoenix: più una versione da Grinch, direi, ho la pelle della faccia verde come The mask, sono stempiato come l’IT di Muschietti, e ho due sole dita per ogni piede (tipo Nightcrawler, se non erro).
Sto cadendo all’indietro nel vuoto da una finestra d’ospedale – palese la fonte, cioè Lansdale – e atterro direttamente su una barella sistemata sul retro di un’ambulanza. Di fianco alla barella uno sceriffo con tanto di stella lucida sta parlando al telefono, e dice: Fa ridere… ma fa anche piangere… oh, è appena morto. Solo che io non sono morto.

Una duchessa, infilata in un abito dorato come un Ferrero Rocher, cammina elegante lungo un viale lunghissimo nella sua tenuta, ed un’auto che chiamare limousine è dir poco la segue in attesa del momento giusto per farla salire. L’auto è chilometrica, conta svariate portiere ma anche vere e proprie cancellate, e numerosi valletti, uno dei quali si porta avanti pronto ad aprire la portiera anteriore.
La sfilata prosegue nell’ingresso al castello residenziale, e alla duchessa ci accodiamo io e mia madre, neo-nobili parvenu à la Megan Markle – per qualche ragione però mia madre entra proclamando di essere la regina d’Inghilterra, la qual cosa non pare sorprendere nessuno.

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Estraggo dalla cassetta della posta un sacco di roba, molta pubblicità, tanti doppioni di voltantini. Niente di rilevante.
Salgo la rampa di scale che porta all’appartamento, ma seguendo dei gradini esterni che bilanciano quelli normali, con delle pile di libri fra le braccia. A metà percorso però mi blocco, i gradini sono rimpiccioliti e non riesco più a proseguire – chiedo a mia madre che mi stava guardando di andar via, altrimenti non reggo la tensione. Poi ridiscendo a ritroso la scala e la ripercorro dall’interno, molto più facilmente, anche se i gradini sono invasi da gente che chiacchiera ed oggetti vari accatastati.
Appena riemersa, invece della porta di casa mi trovo davanti le mura del castello di Edimburgo, ed un tipo vicino a me sul prato antistante mi informa che stanno per crollare. Mi preoccupo del parco annesso, e degli animali che ci abitano, di che fine faranno se le mura crollano ed il castello verrà dichiarato inagibile.

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Poi mi sveglio.

(Ri)letture

In mezzo alle tante letture fatte una volta e per sempre, ce ne sono alcune che ricorrono, che non finiscono mai di dirci qualcosa di nuovo, oppure riconfermarci le stesse cose che già conosciamo di noi, ma vogliamo tenere bene a mente, come pendaglio fra gli occhi. Che, semplicemente, amiamo così tanto da voler frequentare senza termine.
Le mie sono queste.

  • Favola di Natale – Giovanni Guareschi

Guareschi è uno dei due autori preferiti di mio padre (l’altro è Simenon).
La Favola, scritta in campo di concentramento ed ambientata nello stesso periodo bellico, è un classico che ogni anno leggo davanti alla sua tomba, sullo sgabellino Ikea ch’è uno degli acquisti più azzeccati da me mai fatti.

  • La mia famiglia e altri animali – Gerald Durrell

Letto da bambina, durante una delle estati che trascorrevo dalla mia zia lodigiana preferita, con il frinire dei grilli in sottofondo e la brezza fresca dalla finestra che mi accompagnava. Poesia e divertimento totali, per alcune ore di evasione a Cipro.

  • Opinioni di un clown – Heinrich Böll

Sono arrivata, mi pare, alla terza rilettura (dunque a quattro letture in tutto).
Possiedo l’edizione venduta in allegato con Repubblica anni fa, quella con la copertina rosa, che mi piace molto ed è bella resistente.
Insieme ad Hans, non mi accontenterò di nulla di meno che di Maria: a costo di finire a strimpellar male una chitarra in stazione, col cappello davanti.

Vaffanculo, crucco di merda, ridicolo clown sconfitto.
Dopo tutti questi anni, mi strappi ancora una lacrima.

– Dr. Mezzatesta, qui.

  • Il piccolo principe cannibale – Francoise Lefrevre

Vita di madre col figlio autistico. Amore e repulsione, che si travasano nel libro in corso di scrittura dell’autrice, sommersa come Ofelia nel fiume.
Uno dei migliori libri che abbia mai letto, sotto ogni aspetto.
Lo scoprii in uno dei miei pomeriggi allo Sportello InformaHandicap, durante il servizio civile di ormai oltre dieci anni fa, nella piccola ma preziosa biblioteca dedicata.
Anch’io, da allora, ho “magnificato” cioè espanso la percezione, già presente, che non sarò mai davvero in grado di scrivere come vorrei di me, di mia madre, di mio fratello, della malattia. Potrei ancora sbagliarmi, però.

  • Io, Jean Gabin; L’università di Rebibbia – Goliarda Sapienza

Un’autrice scoperta alcuni anni orsono e che mi ha subito conquistata.
Fu semi-sconosciuta, è poi stata recuperata e va di gran moda.
L’arte della gioia è il suo più corposo ed impegnativo romanzo, il romanzo di una vita che consiglio nell’edizione di Stampa Alternativa, a cura del grande amico Angelo Pellegrino.
Ma per la brevità, l’assenza di mediazione dell’autobiografia non romanzata, e la vivacità prediligo (e ho per ora riletto una volta entrambi) i due titoli citati.
Sapienza è stata, oltre che scrittrice, donna di teatro e di famiglia politica.

Non ti venderò più Jean, non ammorbidirò più la tua immagine e le tue tragedie per far piacere a “loro”.
Da oggi che sono scesa con te nelle ombre del tuo fato, o ti racconterò com’eri, bello e atroce, onesto e disonesto, crudele e dolce come un gabbiano e come la vita stessa che è un grande gabbiano vorace ed elegante, o non aprirò più bocca anche a costo di morire di fame nel cantone più buio delle arcate del porto…

  • Paura – Richard Wright

Il mio romanzo per eccellenza sulla negritudine, sulla schiavitù e sulla ribellione.
Proviene dalla mia infanzia e non mi ha mai abbandonato, ben riposto fra i suoi compagni della collezione (i cinquanta libri rossi, copertina cartonata in pelle e caratteri dorati, della Bompiani).
All’unisono con Bigger soffrivo, mi nascondevo, mi arrabbiavo. E lo faccio ancora.

La violenza è una necessità personale per gli oppressi… non è una strategia consapevolmente messa a punto. E’ la più profonda espressione istintiva di una individualità negata all’essere umano.
Wright, ripreso da qui.

  • La neve era sporca – Georges Simenon

Simenon è autore dotato di profonda misericordia per l’essere umano.
E con il suo talento lucido, finissimo e puntuale non manca mai di mostrare al lettore la strada per sondare l’intrico del cuore e della mente dei suoi personaggi.
Fra quelli che più amo c’è il diciannovenne Frank, assassino a perdere, “al limite fra l’abiezione e una paradossale innocenza”, coinvolto suo malgrado (e sua salvezza) in “una storia d’amore che è un triplo salto mortale”.

  • La camera di sangue – Angela Carter (traduzione di Barbara Lanati)

Una raccolta di fiabe riscritte e, soprattutto, reinterpretate sovvertendo intrecci e codici morali; dense di un erotismo che serpeggia con infinita grazia.
Da una di esse è stato tratto In compagnia dei lupi di Neil Jordan, nel mio anno di nascita per altro – 1984. (Lo stesso anno di pubblicazione di Notti al circo, ma questa è un’altra storia).
La Carter ha una mano superba, ricchissima ma calibrata. Se vi dovessero piacere questi due piccoli omaggi che le feci tempo fa, tanto più vi piacerà lei.

Si faceva sempre più vicino, finché sentii la sua testa irsuta contro la mano e la sua lingua rasposa come la carta vetrata. “Mi leverà via la pelle!”
Ad ogni leccata, la pelle si lacerava a brandelli, ogni strato di pelle della mia vita mondana lasciava spazio ad un nuovo vello di pelo lucente. I diamanti dei miei orecchini tornarono ad essere acqua e mi scesero giù per le spalle. Ne scossi le gocce lontano dalla mia pelliccia incantevole.

[da La sposa della tigre]

Carnet (Ottobre 2019)

Libri

99. La vera storia del pirata Long john Silver – Björn Larsson [5/5 ⭐ ⭐ ⭐ ⭐ ⭐]
100. L’ultima avventura del pirata Long John Silver – Björn Larsson [2.5/5 ⭐ ⭐ ]
E’ la “coda” del romanzo precedente, una storiella di poche pagine in tono con il resto, ma del tutto superflua e priva di tensione – inoltre la traduzione ha apportato delle modifiche incomprensibili, che l’annacquano ancora di più. L’unico dettaglio significativo lo si poteva inserire, a mio avviso, ne “La vera storia”.
101. Possiamo salvare il mondo, prima di cena
– Jonathan Safran Foer 
[4/5⭐⭐⭐⭐]
>> Storie in un guscio – Flora Giordano [interrotto]
Le vite degli altri in un palazzo residenziale, non lontano dalla costa, a Napoli. L’autrice si è da tempo trasferita a Brescia ed ha pubblicato questo libro con l’editore Marco Serra Tarantola. Stile semplice ma curato, vicende e prospettiva dal sapore un po’ datato.
102. Moby Dick – Hermann Melville [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
103. Il fascismo eterno – Umberto Eco [3.5/5 ⭐⭐⭐ ]
104. CasaPound Italia, Fascisti del terzo millennio – Elia Rosati [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]
105. Ufficio di scollocamento – Simone Perotti, Paolo Ermani [3.5/5 ⭐⭐⭐ ]
106. Lavorare gratis, lavorare tutti – Domenico De Masi
[4.5/5 ⭐⭐⭐⭐]
>> Una cosa divertente che non farò mai più – David Foster Wallace
(audiolibro letto da Giuseppe Battiston)
[3.5/5⭐⭐⭐
Ascoltato durante i pasti, interrompibile di frequente senza penalizzarne la comprensione – avevo voglia di un audiolibro ma non ancora di un romanzo, così ho provato a ri”leggere” il mio ultimo DFW. Battiston se la cava, ha le intonazioni giuste e fa le pause giuste, eppure personalmente non mi ha convinto. Non so se è il suo stile, la sua voce oppure il testo in sé, che non è forse il più adatto a farsi tradurre in audio.
>> Acque del nord – Ian McGuire

Film

148. Unfriended – Levan Gabriadze [2.5/5 ⭐⭐]
Forse per dei ragazzi non è un problema seguire un intero film attraverso non uno, ma una decina e rotti monitor che si accavallano e “fanno cose” contemporaneamente: dicono sia la loro, anzi la nostra, quotidianità ormai. A me però ha dato il mal di testa, al di là della storia che sotto il profilo horror non ha davvero niente da dire. Tutto sommato, meglio qualcosa altrettanto ovvio e più tradizionale, ma “umano”, come Friend request (di cui ho detto qualcosa il mese scorso).
Nota positiva: il tema del bullismo è trattato, seppure di striscio come pretesto, in modo crudo e senza sconti o indorature.

149. Insidious 2: Oltre i confini del male – James Wan [2/5 ⭐⭐]
150. Spy – Paul Feig [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
151. Nella Valle di Elah – Paul Haggis [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]
152. Southbound [2.5/5 ⭐⭐]
– Radio Silence, Roxanne Benjamin, David Bruckner, Patrick Horvath
153. Monolith – Ivan Silvestrini [3.5/5 ⭐⭐⭐]
Guardabile, niente di più. Poteva avere molto da dire – tra senso di inadeguatezza materno, crisi di coppia, tecnologie futuristiche che ti fottono il cervello, il ruolo del caso, i bilanci di vita… – ma si ferma troppi passi indietro.
154. La casa dei fantasmi – William Castle [2.5/5 ⭐⭐]
155. Deep rising, Presenze dal profondo – Stephen Sommers [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
Spettacolare. Una parodia del genere che non si fa mancare niente (pirati attaccano nave fantasma infestata da mostri marini preistorici ecc.), piena di sparatorie, torrenti d’acqua che allagano corridoi, esplosioni e amenità varie. L’unico guaio è che, come spesso accade in Italia, quella che è una commedia (e lo si coglie da subito guardandola) viene passata come un horror-thriller: vuoi per ignoranza perché chi sceglie tagline e simili manco se lo vede, vuoi perché fa più cassa; comunque voi non fatevi fuorviare e godetevi una serie Z da urlo 🙂
156. Chi è senza colpa – Michaël R. Roskam [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]
Rivisto, perché il mese scorso o quello prima, quando l’han passato su RaiTre, a metà serata ero morta di sonno. E lo rivedrei subito domattina. E poi quella dopo ancora… a chi basta mai Tom Hardy? (Pure Noomi Rapace, occhéi, ma mica così tanto).
157. Halloween – John Carpenter [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
Porta benissimo i suoi anni. E ha da dire qualcosa, ancora.
158. La mummia – Alex Kurtzman [2.5/5 ⭐⭐]
Pallosa la prima parte, si risveglia nella seconda – ma non basta. Tutto già visto.
159. Venerdì 13 – Sean S. Cunningham [1/5 ⭐]
Ma che cazzèta (leggasi alla barese).
160. Bangla – Phaim Bhuiyan [2/5 ⭐ ⭐ ⭐]
Un’opera prima ben fatta. Niente di esaltante. Frase memorabile:
Sai perché mi piace la street art?
Perché si prende tutto in faccia, il vento, la pioggia… e poi invecchia, come noi“.
161. Joker – Todd Phillips [cinema!]
Pensierini sfusi: qui & qui & qui.
162. I ragazzi del Reich – Dennis Gansel [4/5 ⭐ ⭐ ⭐ ⭐]
163. Pronti a morire – Sam Raimi [3.5/5 ⭐ ⭐ ⭐]
Raimi è uno sclerato, per questo ci piace. DiCaprio così candido e giovane è ‘na botta allo sterno – davvero adesso ho il doppio degli anni di quando ho visto questo film la prima volta? Argh.
164. The company men – John Wells [3/5 ⭐ ⭐ ⭐]
165. Stoker – Park Chan-wook
[5/5 ⭐ ⭐ ⭐⭐ ⭐ ] 
Una madre vedova, una figlia orfana, un misterioso zio – l’ambiguamente sexy Matthew Goode – che compare puntualissimo in occasione delle esequie del fratello. Potrebbe anche bastare, ma a questo aggiunge anche il piacere di vedere la Kidman detronizzata e la Wasikoska che si scrolla di dosso la pelle di quella orrenda ed antipaticissima Alice. E l’impianto tra il favolistico, privo di orpelli, ed il racconto di formazione si tiene in perfetto equilibrio. Una vera chicca.
166. Severance, Tagli al personale – Christopher Smith [2.5 ⭐⭐]
167. ABCs of death (1 & 2) – AA. VV. – 
Un sentito grazie ad Andreaklanza di Malastrana VHS che mi ha soccorso fornendomi queste due antologie di corti horror.

Serie Tv

∞ Dexter (terza stagione) [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
Una stagione in lieve calo, con l’ingresso (e la dipartita…) di Miguel, personaggio curioso e a suo modo stimolante, perché caotico, ma un po’ forzatino come in verità tutte le novità di questo giro.
Sempre valida, comunque, e ancora importante e impressionante la mimica facciale di Michael C. Hall – adoro.
Noto con malcelato piacere che egli è maniaco delle liste (vedi quella con i pro e contro dell’avere un figlio, e quella della spesa in rigoroso ordine alfabetico!), e che per giunta mangia i biscotti come me: in una scena prende un Oreo e invece di cacciarselo in bocca così com’è, divide le due cialde e lecca prima la crema. Ho già scritto che lo adoro?

Musica

Joker Original Soundtrack [4.5/5 ⭐⭐⭐⭐]
∞ MezzoSangue [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
Sto ascoltando qualche pezzo scelto del tutto a sentimento su YouTube: è da approfondire, e lo merita; tanto il sound che le liriche sono curati e buoni. Mi piace la voce pastosa (ma intelligibile) e la scelta di limitarsi, spesso, ad uno strumento singolo – per esempio la chitarra in Circus – quale accompagnamento privo di sbalzi di tensione o di ritmo, un balsamo calmante. Limitatamente a quanto ho ascoltato sinora, ho trovato che abbia una tendenza malinconica spiccata. Per la scoperta, thanx 2 Joker.

Rassegna Stampa / 7

Spigolature dal web.

amica geniale ferrante

  • dalla letteratura al cinema: a questo giro vi lascio la recensione di Grazie a Dio di Ozon a cura di Gerundio Presente. Tema scottante, sviluppo intelligente, a detta di Elisa superiore nell’esito al ben più chiacchierato ed osannato (è il caso di dirlo) Il caso Spotlight. Ed io, pur avendo visto solo il secondo e non ancora il primo, concordo: quel premio Oscar non m’aveva lasciato poi molto – per chi lo volesse recuperare, lo danno stasera su RaiMovie;
  • altro tema “scottante” che riguarda la fede, ahimè fondamentale solo per noi anime perdute che coltiviamo l’insana passione per l’horror, è questo: esistono differenze tra fantasmi protestanti e spettri cattolici? Ebbene sì, esistono, e la brava Lucyette (date un’occhiata al suo blog, specie se siete storici o archivisti) ce lo spiega.
    Così saremo tutti più attrezzati per Halloween! Ognissanti! O quel che vi pare!

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  • Si parla di diritto di voto ampliato (alla platea dei 16enni), ma anche ristretto (negato agli ultra65enni), di pensioni, di suicidio assistito – aka eutanasia -, di capacità di intendere e di volere… siamo tutti bravi a fare gli spacconi ed i sapientoni. Poi, arriva la riforma che ci dà ragione, e lì ci caliamo le braghe…;
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Opera di Bansky
  • dopo Joker, figuriamoci se potevo esimermi, ho fatto qualche ricerchina. Mi interessava spostarmi dal versante psichiatrico a quello neurologico, perché va bene tutto – i deliri pittoreschi, le allucinazioni, le esplosioni di violenza – ma, con buona pace del mio amore per il film questo è sganciato e non ha punto di contatto con il disturbo che dà a Fleck la sua risata caratteristica (frammista a pianto), ossia la sindrome pseudobulbare (sentite come suona bene!: mentre la pronuncio mi sbocciano bulbi di tulipani multicolore nel cranio!).
    Andava bene anche meno, ma perché no, se avessi scovato un autore che me la raccontasse nello stile di Sacks, con quello che ormai io chiamo “neu(ro)manzo”… tanto meglio.
    Di fatto però non ho ancora sgamato nulla di buono. Solo schede cliniche ed elenchi asettici. Ho, comunque, scoperto due cosette che non sapevo:
    a) la pseudobulbare prevede, all’occasione, anche una “voce da paperino”. Non ne ho mai sentita una dal vivo, ma quel che di filiforme e strano nella voce di Arthur potrebbe far capo a questo… non ci giurerei, eh. Ma se fosse, che colpo da maestro per il doppiaggio italiano!
    b) la sindrome può emergere come simpatico corollario a diverse altre malattie neuromuscolari. Per esempio con la sclerosi multipla (Ale, e che tu lo sapevi?!).
    E’ sempre bene avere qualche elemento in più.

Sul mare .5: Long John Silver secondo Björn Larsson

Mani lisce, che non facciano capire che sei un marinaio, e spalle libere: mai accettare di diventare capitano, perché un capitano può sempre essere destituito, un semplice marinaio no.
Ecco il primo e più importante articolo del regolamento personale di Long John Silver il pirata, il quale è al tempo stesso emblema e carne reale dell’uomo fedele solo a se stesso – ed a pochissimi altri, nella misura in cui gli sono simili e li può considerare “fratelli”, come il salakava Jack lo spinge a fare, o anime affini, come la fiera negra Dolores. Con il resto del mondo c’è un solo tipo di legame, ed è un legame di tipo contrattuale. A bordo di una nave come quartiermastro agli ordini di un altro – spesso uno dei grandi nomi della pirateria – oppure semplicemente stringendo alleanze e conducendo affari sulla terraferma, non c’è vicinanza umana gratuita.
Eppure, oltre alle mani lisce ed alle spalle libere:

questa è la cosa più importante, Jim, un’altra da tenerti bene a mente: parlare alla gente, per non essere così dannatamente soli a questo mondo, a conti fatti.
[…] la solitudine è l’unico vero peccato in questo mondo.

E’ infatti la riflessività, ed il bisogno di comunicarla, una delle chiavi di volta di questo pseudobiblos, come lo chiamerebbe Lucius; insieme al vitalismo di Silver, sopravvissuto più volte dopo esser stato prossimo a morti praticamente certe; alla messa in mostra della meschinità e mediocrità umana, alle quali lui non è un antidoto ma una semplice eccezione.
Larsson ci porta sulla scia di Silver che scrive, scrive, scrive in un’impellenza comunicativa eterna – tant’è vero che ad un certo punto affermerà: se avessi perso la lingua anziché la gamba, allora forse sì, avrei ceduto -, racconta la propria storia, la propria lunga vita sempre apparentemente sul bordo del baratro eppure ancora tenace, parla alternando gli interlocutori, che sono persone precise e mai un pubblico generico ed anonimo (come qui sul blog, insomma): il braccio destro Jack, la compagna Dolores, Daniel Defoe – le parti a lui dedicate, in particolare quelle sui loro incontri all’Angel Pub, sono ottime – ed infine Jim. Proprio lui, sì, il Jim Hawkins protagonista (e in questo caso autore) de L’isola del tesoro.
Scorrendo l’autobiografia del pirata, costruita su numerosi flashback eppure intimamente proiettata in avanti, tesa al futuro, lo osserviamo invecchiare senza mai morire davvero: ma come lui stesso ammette, alla fine, “non basta la [minaccia della] forca”, per garantirsi di vivere pienamente.
A chi appartiene la mia vita? In quale direzione naviga, se ne ha una? – queste ed altre simili domande albergano nel cuore del testo, spesso esplicitate senza difficoltà, poiché Silver è carico di furbizia ed accortezza ma non ha peli sulla lingua, ha imparato il latino ed è istruito, come più volte ricorda. Anche su questo è basato il suo rapporto con Defoe, al quale offre per la sua Storia della pirateria notizie di prima mano in cambio di opinioni e discussioni, sulla realtà attorno a loro e sulla realtà contenuta in altri libri: è, il romanzo di Larsson, anche un libro che parla di libri, la “storia vera” di una storia inventata che, stando alla cronaca, è invece effettivamente accaduta, ma fu adeguatamente manipolata da Silver perché lui stesso fosse creduto, piuttosto, una leggenda.

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La sua autobiografia di una “navigazione stimata”, narrazione dell’esistenza di un uomo dalle idee chiare ma dalla destinazione incerta o inesistente, è anche la narrazione di un senza dio (sempre minuscolo nel testo) privo di vera rabbia o vera riconoscenza nei confronti di un supposto creatore – uno che insomma riconosce nell’uomo la fine e l’inizio, non in quanto essere superiore, appellativo che trova l’umanità non meriti, ma in quanto piccolo cosmo isolato e alla deriva, che pochi sanno realmente governare.
Accade così che Long John Silver sia prototipo e compimento dell’uomo con una moralità al di là del bene e del male, tutt’altro che compiaciuta per quanto fiera di sé; e accade che sia la coscienza – che non vuol dire bontà ma autoconsapevolezzadell’intera categoria: pirati, corsari, bucanieri, filibustieri… se la categoria, di coscienza, ne avesse appunto una.

Farsi degli amici (nel senso della parabola dell’amministratore disonesto, vangelo di Luca 16,1-13), dunque, fare vita libera arrembando navi mercantili e danneggiando il commercio di schiavi delle navi negriere, e poi ammirare le vivide pietre preziose più dei dobloni che non ricevono luce, apprezzare la bellezza, arrostire un buon cinghiale nutrito ad albicocche sul barbacoa – memorabile la storia di come Silver acquisì il soprannome Barbecue – accompagnato dalla bevanda piratesca per eccellenza: il rumfustian, ossia una miscela di rhum, gin e sherry, con un pizzico di polvere da sparo sopra.
Anche di tali prelibatezze, mi auguro, Defoe avrà fornito un opportuno resoconto nel suo saggio, considerata la sua mania per le liste. Sono certa, tuttavia, che il sempiterno Kasabake l’abbia persino in questo raggiunto e superato.

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Nelle puntate precedenti:
Sul mare .1: Avventura nell’artico, Arthur Conan Doyle
Sul mare .2: L’isola del tesoro, Robert Louis Stevenson
Sul mare .3: Il mare d’autunno
> Sul mare .4: Il mare d’autunno (bis)

 

Sul mare .2: L’isola del tesoro, Robert Louis Stevenson

Voto: 5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐

E’ un’edizione molto semplice, ma con una sua dignità: tascabile, copertina flessibile con un titolo blu su sfondo oro e, sopra, il dipinto di una nave a vele spiegate sul mare. E’ stata venduta in allegato (n° 27) alla nota rivista Mondadori TV Sorrisi e Canzoni nel 2006, che la mia famiglia ha sempre acquistato ritenendola la migliore guida ai programmi.

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Ho comprato il libro sapendo che, in un futuro imprecisato, l’avrei riletto, e tredici anni dopo eccomi qua, a rispolverare e rinnovare le emozioni della prima volta – che fu nel nel 1997, quand’ero in seconda media, ed il nostro bravo professore di italiano ce lo fece leggere collettivamente in classe.

Al compratore esitante
Se storie di mare, su arie marine,
Burrasche e avventure, calori e geli,
Se golette, isolotti e abbandonati
Tesori sepolti, e pirati,
Vecchio romanticismo rievocato
Esattamente alla moda antica
Può piacer, come a me piacque in passato,
All’odierna gioventù rinsavita:
Così sia e incominciamo! E se no,
Se più non cura il giovane studioso
Né di Kingston o Ballantyne il bravo
Né di Cooper del bosco e del maroso
E i suoi antichi appetiti obliò:
Sia pure anche così! E possa io
Dividere la tomba con tutti i miei pirati
Dove questi e i lor sogni son passati!

Potrei anche fermarmi qui e lasciar dire tutto a Stevenson e alla sua dedica-esortazione: vecchio romanticismo moda antica sono le chiavi per capire non tanto la vicenda, che si presenta estremamente lineare ed accessibile (laddove spesso i romanzi d’avventura, in particolare i fantasy, tendono alla complicazione ∞), quanto l’atmosfera che respirerete se deciderete di salire a bordo della Hispaniola con Jim Hawkins, che da giovane figlio di locandieri si ritrova a cercare il tesoro del titolo su un’isoletta malsana in culo al mondo.

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Stevenson piace ai romantici, e in questo caso sono convinta che il più dipenda non dall’epoca in cui ha ambientato la storia (un imprecisato anno del 1700, ossia circa un secolo prima della pubblicazione che risale al 1883), ma dal connubio del suo stile semplice e del suo lessico curato, da quell’euritmia strutturale (secondo le parole di Piero Gadda Conti) che insieme riescono a rendere possibile la trasformazione di un testo destinato ai giovani (fu dato alle stampe una prima volta a puntate, sulla rivista Young folks) in un classico salomonicamente equidistante dai propri personaggi, in cui non c’è pedagogia se non quella naturale delle vicende che si compiono. 
Per questo è stato possibile allo svedese Björn Larsson far suo Long John Silver, il pirata con la gamba di legno, nell’amatissimo La vera storia del pirata Long John Silver appunto – e ne L’ultima avventura del pirata Long John Silver; entrambi editi da Iperborea.

L’isola del tesoro è zeppo di elementi divenuti iconici: il pirata col pappagallo appollaiato sulla spalla, la mappa per ritrovare il tesoro sepolto su un’isola deserta munita di croce a designare il punto esatto, l’ammutinamento (e non ve n’è uno soltanto), conciliaboli e rituali marinareschi…
… senza dimenticare la vicenda di formazione di uno che, come Jim, tutta quell’avventura non la andava cercando ma gli è capitata: e lui è salito a bordo, anche con un certo entusiasmo. Come tutti noi vorremmo saper fare nei momenti cruciali della vita.

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Wikipedia riporta nella pagina dedicata al romanzo che esso “ebbe un successo immediato sia di pubblico che di critica. Si dice che il primo ministro britannico dichiarò di essere rimasto sveglio fino alle due di notte per finire di leggerla. Lo scrittore Henry James la definì perfetta come un gioco da ragazzi ben giocato” (altre parole, quelle di James, bastanti a raccontare cosa rappresenti la storia di Stevenson: un gioco preso sul serio e seriamente impostato).
La mappa, a quanto pare, esisteva veramente: la disegnò per spasso il figliastro dello scrittore (che fu poi scrittore a sua volta), durante una vacanza in famiglia nelle Highland scozzesi, nella contea di Aberdeen. Stevenson si divertì a battezzare i luoghi inventati dal ragazzo, il quale ad opera completata desiderò di poter conoscere la storia della neonata Isola del Tesoro.

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L’isola del tesoro è, in definitiva, l’isola del possibile, ed è nell’avventura per raggiungerla e poi fuggirne che consiste il vero tesoro – di quest’ultimo infatti il Jim narratore fa, nella conclusione, solo un rapido cenno mai svelando in che modo se ne servirà.

Un’opera solare, sommamente giovanile: il tesoro non è che un pretesto, e non ha poi molta importanza: quel che conta è la gioia di essere vivi […] poema della vitalità, tenero e sempre d’una esattezza, d’una lucidità allucinante: ma senza paura, e senza istrionismo. (Giorgio Manganelli)

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[…] c’era in questa storia il sapore oceanico, un esotismo fantastico più vero della realtà, per cui quell’isola non segnata su nessuna carta è più viva nei suoi ancoraggi miasmatici di qualsiasi isola del Pacifico geograficamente registrata, e quella goletta della morte naviga più stretta al vento di tutti i velieri debitamente registrati. (Piero Jahier)

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Sarà interessante provare, dopo averlo riletto, ad ascoltarne la versione radiofonica proposta da Rai Radio3 – non disponendo del relativo radiodramma recitato da Orson Welles nel 1938 (nel medesimo anno de La guerra dei mondi che tanto panico seminò)… per il quale ci potremo consolare con una bottiglia di rum (sulla cassa del morto, naturalmente)!
Al prossimo imbarco, carissimi. E non scordate di portarvi la bussola!

Nelle puntate precedenti:
> Sul mare .1: Avventura nell’artico – Arthur Conan Doyle

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Sul mare .1: Avventura nell’artico, Arthur Conan Doyle

Inauguro la prima serie di letture tematiche, dedicata al “mare d’inverno” – mare, oceano, inverno o quasi inverno, ma pure estate purché ci sia qualche burrasca e almeno un pirata nei paraggi… -, come preannunciato qui.
E parto da una mia recente conoscenza, Conan Doyle; notissimo a tutti per il canone holmesiano ma, collateralmente, autore anche di resoconti e memorie della sua vita tra balene (il libro in questione racconta appunto della spedizione di caccia alla balena alla quale partecipò nel suo ventesimo anno) e fate (avrete forse sentito parlare della sua passione per lo spiritismo e della sua fede nel paranormale, in apparente contraddizione con i dettami del suo stesso iconico personaggio. Io l’ho appreso leggendo un testo che consiglio caldamente, Il grande Houdini di Massimo Polidoro).

L’edizione UTET di C. Doyle è delle migliori: copertina rigida decorata con uno sfondo che richiama i lastroni di ghiaccio della banchisa artica, risvolti con la riproduzione di documenti d’interesse quali orari delle maree a Glasgow nel 1875, costi di materiali di cancelleria presso la Campbell nonché degli invii postali, date delle festività pubbliche… 

… al centro, un inserto di 64 pagg. patinate con la riproduzione a colori del diario di bordo personale (poiché C. Doyle tenne, in uno stile ben più asciutto, anche quello ufficiale della baleniera Hope sulla quale s’era imbarcato), con alcune illustrazioni piuttosto infantili ed una calligrafia piacevole.

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Il testo si divide in quattro parti:

  1. un’illuminante introduzione a cura di Jon Lellenberg e Daniel Stashower;
  2. il diario vero e proprio, datato 28 febbraio > 11 agosto 1880;
  3. un’ulteriore breve tranche biografica dell’autore, degli stessi curatori, dalla laurea in Medicina alla morte;
  4. gli Scritti artici di C. Doyle, i resoconti pubblicati sui quotidiani anni dopo il periodo considerato più un paio di racconti, Il capitano della Pole Star L’avventura di Black Peter.

La terza e la quarta sono, a mio avviso, le sezioni più valide.
Grazie ad esse ed alla varietà offerta dal libro il mio voto si sbilancia sul 3.5/5 ⭐⭐⭐ 

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Arthur Conan Doyle è il terzo da sinistra.

Come raccontato nella terza sezione, nonostante il modesto successo della spedizione artica, fu appunto quest’ultima a “risultare decisiva per i primi successi” letterari (tra i quali un racconto di spettri e di navi fantasma) – senza dimenticare che durante il viaggio lo scrittore non cessò mai di dedicarsi alla narrativa, né di conservare numerosi ricordi e impressioni che avrebbe poi rimaneggiato: il personaggio di Watson deve infatti la sua apparenza fisica e qualche dettaglio biografico proprio ad un membro dell’equipaggio di una nave “collega” della Hope.
Lungo tutte le pagine emerge, come il dorso di una balena che smuove piano l’acqua, il profilo di un uomo che per molti versi ha inventato un titanico Sherlock Holmes a sua immagine e somiglianza, sebbene il personaggio risulti sì freddamente analitico, ma persino più comprensivo e bonario nei riguardi di Watson, modello di ogni persona stimabile e tuttavia intellettualmente, o professionalmente, inadeguata ed insufficiente, bisognosa di una guida esperta.
Non nego che diverse volte, alle sue osservazioni non dico sprezzanti ma taglienti, avrei voluto sputargli in un occhio, prendendo le parti di marinai magari realmente incapaci, ma con i quali finivo per identificarmi. Sarà, la mia, la classica reazione di chi riconosce un proprio difetto nell’altro che gli sta di fronte? Uhm.
Lo stesso dicasi per una più generale, leggera misantropia, sempre velata ma in certi frangenti limpida:

L’erba verde sulla costa dopo quasi sei mesi senza vederla appare come una bella novità, ma le case sono ributtanti. Detesto il volgare ronzio umano e mi piacerebbe tornare sulle lastre di ghiaccio galleggianti.

<< Sul mare c’è una società
dove nessuno si intromette e la musica scroscia! >>
[Dal Pellegrinaggio del giovane Aroldo, Byron]

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Balena franca boreale, della specie cacciata dalla Hope.

Fra le cose che ho trovato più piacevoli ce ne sono due che non sorprende “pescare” in un resoconto simile, e soprattutto in un’epoca forse meno alfabetizzata (?), ma mediamente più colta: gli elenchi analitici (di esemplari catturati, dalle balene agli uccelli e pesci passando per le foche; di cifre: tonnellate di olio ricavato, guadagni, ecc.; di quote suddivise tra le varie squadre di marinai), e poi le citazioni: più riconoscibili ed esplicite quelle letterarie, più nascoste e implicite quelle bibliche.
Di queste ultime ve ne sono parecchie, ben spiegate nelle note a piè di pagina.
Mi chiedo se, invece, lo scrittore Oliver Wendell Holmes – molto apprezzato dall’autore – possa avere a che fare col cognome del suo investigatore. Sicuramente i lettori di questo blog più fedeli al segugio di Baker Street avranno sepolto una puntuale risposta in qualche loro post fra gli innumerevoli a lui dedicati; io mi limito a lanciare per aria il dubbio e lasciarlo cadere dove capita.

Un ultimo argomento rilevante che vorrei appuntare è questo: se sia o meno accettabile eticamente, doloroso per chi lo fa, uccidere degli animali.
Oh, io la metto giù semplice e dura, non mi interessa ora stare a disquisire su animalismo e dintorni; è però inevitabile, leggendo di professionisti dediti a cacciare mammiferi ed uccelli a spron battuto, farsi delle domande e cercare tra le righe le opinioni di chi scrive.
Dunque chiarisco subito: non c’è da parte di C. Doyle una cosiddetta “presa di posizione”, né a favore né contraria; non solo perché il problema era sicuramente meno sentito all’epoca, ma anche perché – e questo mi è piaciuto – in lui convivono tanto la serenità del cacciatore umano che considera legittima e sensata la sua azione, quanto occasioni di pietà, consapevoli ma circoscritte, che non danno adito a riflessioni complicate.
In altre parole, la riflessione segue l’azione e non la precede, è distesa ma priva di sofismi o sensi di colpa arbitrari. Può costituire un’utile esca per proseguirla autonomamente, ma di certo non lascia la (brutta) sensazione di volersi giustificare agli occhi di un eventuale lettore. E questo fattore, mi pare, noi “moderni” l’abbiamo un po’ perso!

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(Scheletro di) balena franca boreale.