Childfree .4: I motivi per NON avere figli

Non tutte le donne sono adatte ad essere madri. E non tutte imparano ad esserlo strada facendo, sviluppando delle abilità che già erano presenti in loro in nuce. A prescindere dall’istinto materno, dunque dalla biologia, perché se è vero che non tutto ciò che le persone desiderano è cosa buona o adatta a loro, questo vale anche per la maternità. Che è una cosa intimamente buona, ma non è per tutti.
Per fare dei figli bisogna avere dei buoni motivi. Non una situazione (familiare, economica, sociale) perfetta, ma, comunque, un buon genitore non può mancare a mio avviso di intenzionalità e progettualità. Non può bastare essere aperti a questa possibilità e disposti ad assecondare il destino, lasciandolo libero di esprimersi (che pure è una disposizione molto bella).
In un caso e nell’altro, bisogna avere senso di responsabilità.
Fare il punto su ciò che essere genitori, o rifiutare di / rinunciare ad esserlo, comporta (in linea di massima e con un certo slancio immaginativo, anche feroce); per potervi aderire consapevolmente.

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In un caso e nell’altro, chi decide presto in merito cambia idea di rado, è più serena e convinta della propria scelta. Ma non si tratta, naturalmente, di mettersi a tavolino elencando pro e contro, tirando poi le somme. Parlo esclusivamente di una decisione, per essere madre o al contrario per non esserlo, presente in alcune donne “da sempre” (fin da ragazze, o da bambine), che anticipa ogni riflessione a convalida.
Non è una prerogativa di tutte, ma rappresenta senz’altro un bel vantaggio.
Ma c’è anche chi decide in età più avanzata, perché fino ad allora non era ancora convinta di volerlo davvero o a causa delle circostanze (lasciatemi annotare, en passant, che anche se il corpo è in grado di procreare, ad una certa età, senza voler fissare arbitrari e dittatoriali limiti di legge, si dovrebbe evitare di fare figli per “realizzare se stesse”. Pensare ad un/a ragazzo/a che alle soglie della maturità si ritrova genitori anziani mi dà la nausea e l’incazzo. E se questo vi fa venire in mente certi italiani famosi, non è un caso).
C’è chi decide (non troppo) tardi, insomma, e va benissimo così, anche perché non sono poche coloro che nell’incertezza hanno detto un sì frettoloso per il timore che il proprio orologio biologico battesse il tempo, e poi se ne sono pentite. Sì, pentite: se pensate che sia terribile, sappiate che lo penso anch’io. Non perché le donne che si pentono d’essere divenute madri siano cattive, ma perché una vita ha preso il corso sbagliato. I figli sono sempre un dono, anche quando non erano la vera vocazione di una donna – ma possiamo almeno dire che è più auspicabile regalare ad una cuoca provetta degli accessori da cucina, anziché una chiave inglese? Diciamolo.

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L’autodeterminazione è per me molto importante,
ora ce l’ho e vorrei conservarla.
Stefanie, 39 anni, Monaco di Baviera

Non sai quanto concordo, Stephanie. Ho già fatto la madre, nella mia vita, la “madre di mia madre”. Ho avuto altre responsabilità indirette ma gravose. Sono poi stata, pur se per breve tempo, amministratrice di sostegno per una zia, e stavo per assumere lo stesso incarico per un’altra. Adesso voglio essere libera.
Ho avuto, dopo tante fatiche, la fortuna non di vivere in panciolle ma comunque di svuotare il mio zaino di tanti sassi che lo appesantivano. Ho insomma compiuto il percorso inverso rispetto alla norma di chi non incontra intoppi grossi: infanzia tutelata, maturità sostanzialmente libera di svilupparsi, infine mezza età responsabile dei genitori ormai anziani, e dei figli.
Posso dedicarmi a

disegnare la mia esistenza


Ma venendo al punto indicato dal titolo (spero nel frattempo di non avervi ammorbato troppo), i vantaggi di maggior peso che i numerosi elenchi sparsi per l’internet enumerano sono condensabili così:

  • libertà e flessibilità nelle scelte di vita, quotidiane e non (orari, viaggi…)
  • maggior tempo libero, impiegabile senza vincoli
  • sonno decente per durata e qualità
  • carriera, per chi la persegue / indipendenza economica
  • assenza di un costo importante, prolungato e non interrompibile
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Illustrazione di Stephan Schmitz

I miei motivi personali invece sono più in campo di dettaglio.
Posto che, di base, mi manca l’afflato materno e non faccio che riconfermare con queste considerazioni un’inclinazione emersa precocemente, non voglio figli:

  • per interrompere uno schema intergenerazionale vizioso (temo di riprodurre caratteristiche negative dei componenti del ramo materno della mia famiglia di origine);
  • perché dubito della mia capacità di educare. Non è insicurezza, è che proprio non ritengo di saperlo fare in modo continuativo e non superficiale.
    Mi annoia a morte insegnare qualcosa a qualcuno. E ai bambini c’è sempre qualcosa da spiegare. Fanno centomila domande a cui devi rispondere. E questo dover rispondere lo trovo noioso. – Barbara, 41 anni, Monaco
  • per non trasmettere la malattia;
  • perché se pure volessi non ho (più, ancora) una famiglia entro cui allevarli;
  • perché ho assoluto bisogno di pace, silenzio, tranquillità, ordine e soprattutto tanta, tanta, tanta leggerezza;
  • perché, per l’appunto, non ne sopporterei il carico;
  • perché voglio mantenere, anche in coppia, una mia casa e quotidianità autonome.

Che bello. Che sollievo non averne avuti e guardare felicemente al futuro.

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Nelle puntate precedenti:
> Childfree .1: Sul non volere figli
> Childfree .2: Una questione terminologica
> Childfree .3: Cosa NON dire a una donna senza figli

Childfree .3: Cosa NON dire a una donna senza figli

Anche a questo giro prendo spunto da uno dei primi articoli che mi sono comparsi come risultati della mia ricerchina estemporanea su Google.
E per farlo comincio da un principio, che sta a monte di tutto il -fottuto- discorso, e che riporto così com’è enunciato, perché lo sottoscrivo senza note a margine (grammatica a parte):


Se una coppia non vuole avere figli
è una decisione molto personale
che non dovrebbe necessariamente prevedere una spiegazione

Noi siamo fermamente convinte che
le donne non dovrebbero giustificare le loro decisioni riproduttive a nessuno,
e che tutti gli altri dovrebbero semplicemente
smettere di commentare in modo indesiderato questa scelta di vita.


Ciò precisato, e beninteso che qui – su questo blog, in questi post, in questo momento – delle scelte riproduttive ne possiamo discutere eccome e lo faremo, ma perché siamo noi a volerlo fare – su questo blog, in questi post, in questo momento -; ecco, veniamo ad un non esaustivo elenco di quelle che sono le più frequenti “osservazioni” mosse alle donne che dichiarano di non volere, anzi di non desiderare neppure, dei figli.
Sempre in un contesto normale (magari chiacchierando del più e del meno) e nel modo più semplice (cioè non perché si sta dando battaglia per qualche motivo, ma di solito perché si risponde ad una domanda esplicita, talvolta inopportuna e/o mal posta, e dunque per dire qualcosa di sé).

  • Che brutta decisione
  • Ora che ho dei figli la mia vita ha un senso
  • Pensi di essere stanca? Tu non sai che cosa significhi essere stanca, se non hai figli
  • Sei egoista
  • Cambierai idea quando incontrerai l’uomo giusto
  • Che stai aspettando?
  • Tua/mia madre ha avuto te/me e poi altri (numero imprecisato) figli entro i 25
  • Stai perdendo una delle esperienze più belle che possa darti la vita
  • L’orologio biologico fa tic tac, non te ne sei accorta?
  • È una cosa da mamme, non puoi capire!
  • Cosa c’è di sbagliato in te?
  • Una casa così grande solo per voi due? È uno spreco di spazio
  • Ma saresti una mamma fantastica!
  • Basta trovare un donatore e avere dei figli. Io sarò la babysitter
  • Tu pensi di non volere figli, ma una volta avuti cambierai idea
  • Faresti meglio a sbrigarti e a dare a tuo marito un bambino prima che trovi qualcun’altra che lo faccia
  • Non sei preoccupata del fatto che non ci sarà nessuno a prendersi cura di te quando sarai vecchia?

La maggior parte di queste “osservazioni” non richieste mi pare sottenda un modo di approcciarsi alle cose purtroppo non raro, e che investe in certe persone un po’ tutto il paniere di possibili argomenti di conversazione. Ossia:

Credi di sapere cosa vuoi,
ma lascia che te lo spieghi una che ne sa di più.

Naturalmente, l’unica risposta adeguata ad un simile atteggiamento non può che essere un sonoro e cristallino

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ma dal momento che i grillini c’hanno tolto pure il copyright di questa gioia, una valida alternativa senza tempo resta la combo sguardo di ghiaccio / silenzio tombale:

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Un altro punto dell’articolo che mi ha fatto pensare, perché (in un certo senso) troverei più logico il contrario, è questo:

E’ curioso ma generalmente le coppie che hanno figli tendono ad essere piuttosto indiscrete nei confronti di chi non ne ha, ponendo domande che possono mettere fortemente in imbarazzo o, ancora peggio, far soffrire. Per evitare di incorrere in qualche pesante gaffe, ecco 10 cose che non dovreste mai dire a chi non ha figli!

[I commenti in corsivo sono i miei, quelli senza formattazione dell’articolo originale].

  1. quando cominciate a provarci? – E’ meglio evitare questo tipo di domande, non si sa mai dove si rischia di finire. Potrebbero aver già cominciato a provarci senza successo o potrebbero aver deciso di non averne, in ogni caso non sono fatti vostri.
  2. capirete quando sarete genitori anche voi – La maternità può renderci più attente ad alcuni aspetti della vita, ma le donne senza figli non arrivano da un universo parallelo e possono benissimo capire tutto ciò che viene loro spiegato.
  3. se ti rilassi di sicuro resterai incinta – Purtroppo non è così. Se ci sono delle condizioni mediche che lo impediscono rilassarsi non servirà assolutamente a nulla se non a vivere meglio la situazione.
  4. deve essere bello avere tanto tempo liberoE’ un po’ come quando sei disoccupato da anni, ti arrabatti dietro alle scartoffie e la tua vita è limitata dalla malattia, ma non hai alcun risarcimento – così, tanto per fare un esempio a caso. Certo, hai un mucchio di tempo libero. Proprio invidiabile!
  5. non vi ho invitati perché ci sarebbero stati tanti bambini – E quindi? Il fatto che non abbia figli miei significa in automatico che sono un’odiatrice di bambini?
  6. avete provato proprio tutto? – Definire questo “tutto” è già difficile, oltre a rappresentare un campo minato di intromissioni e considerazioni indebite. Dare una risposta comporterebbe, in aggiunta, dover spiegare antefatti, convinzioni, preoccupazioni, prospettive: troppe cose e troppo delicate per confezionarle in una battuta che non crei problemi.
  7. a lui sta bene che tu non voglia figli? – E’ una domanda indiscreta, soprattutto perchè presuppone che sia sempre la donna a distruggere il desiderio di paternità del marito e che non possa essere una scelta congiunta. Posta davanti al lui in questione è il peggio del peggio.
    Aggiungo che, personalmente, trovo assurdo discutere di “figli sì / figli no, come li educhiamo”, ecc. dopo aver consolidato una relazione e non all’inizio. Non dico che al primo appuntamento uno debba mettere tutte le carte in tavola e scartare subito, freddamente, chi non collima con i propri progetti. Ma avere o non avere figli non è un dettaglio: se le rispettive posizioni sono in divenire, se il partner è possibilista, è un conto; se invece anche solo uno dei due ha una posizione precisa e irremovibile è bene, se non altro, chiarire presto che l’altro si dovrà adattare. O non durerà.
  8. il tuo cane è come se fosse un figlio – No, non è per niente uguale e dirlo è abbastanza azzardato…  sono fra coloro che non reputano necessariamente assurdo considerare il proprio animale come uno di famiglia, o addirittura “un figlio”. Anzi. Ma questo vuol dire che l’animale è importante, non che un cane compensa in modo adeguato l’assenza di un figlio – sempre che lo si voglia. Amore grandissimo per entrambi, ma son cose decisamente diverse.
  9. vedrai che cambierai idea sui bambini – Suona come un insulto, vi pare? Su una questione così delicata onguno ha il diritto di tenersi l’opinione che ha.
    Suona come un insulto, sì; nel senso che evidentemente non vengo considerata abbastanza affidabile, razionale e lucida, e di sufficiente esperienza, per sapere davvero cosa desidero e avere per questo desiderio motivazioni solide. E’ una delle cose che mi fanno più imbestialire al mondo.
  10. visto che non hai figli allora puoi permetterti tante coseO magari no. Magari tra i motivi per cui ho scelto di non averne c’è anche questo: che ho difficoltà economiche già così, e crescere un bambino / ragazzo finché non acquisisce l’autosufficienza mi, anzi ci, porterebbe dritti al tracollo.
    Non avere figli significa soltanto avere a disposizione più soldi di quanti ne avrei se invece dei figli li avessi. Non significa che tutti i genitori sono poveri e tutti i non genitori sono ricchi. Non ci vuole una laurea in economia per capirlo.

Nelle puntate precedenti:
> Childfree .1: Sul non volere figli
> Childfree .2: Una questione terminologica

Childfree .1: Sul non volere figli

Tento di buttar giù due pensierini per introdurre una nuova (ennesima!) serie di letture a tema: sulle donne senza figli, e per essere più precisa sulle donne che non vogliono averne. Come me – ed ecco perché mi interessa.

Childless & childfree

Innanzitutto una distinzione fondamentale. Chiedo scusa ai lettori poco amanti degli anglicismi, ma questo – secondo me – è proprio uno di quei casi in cui l’inglese, oltre che più comodo e rapido (un pochino) è anche più efficace (un bel po’).
Una donna childless (che sia sposata, impegnata, o single: in questo contesto non fa differenza) è una donna senza figli per le motivazioni e le circostanze più disparate, e che tuttavia li desidera (o, quantomeno, non rifiuta l’idea).
Una donna childfree, invece, sceglie consapevolmente di non avere figli (né ora, quando la infastidite con la centesima replica in un mese delLa Domanda, né in seguito), per  altrettante differenti ragioni.
Io, ovviamente, voglio occuparmi delle childfree.

Cosa è famiglia? Che significato hanno i figli?

Le due domande sono in gran parte interconnesse.
Non mi addentrerò troppo in questioni che meriterebbero un’attenzione ed un approfondimento che io non posso offrire, mi limito ad accennare a spot qualche considerazione.

Innanzitutto, per qualcuno “una coppia senza figli non è famiglia” (a quanto pare non c’entra la morale cattolica, ma già che ci sono lo dico: la cosiddetta apertura alla vita è centrale, ma vi sono eccezioni e, soprattutto, l’indisponibilità ad accogliere il disegno divino pone in posizione di peccato, ma non fa diventare una coppia “meno famiglia” di una che invece vi si presta).
Resta senz’altro vero che l’essere madri (e padri!, che non sono un accessorio) è per la dottrina cattolica il naturale “destino” di chi ha una vocazione matrimoniale. Sempre salvo particolari eccezioni. Purtroppo, anche fra credenti, spesso si confonde l’adesione parziale, o la non adesione, ad un progetto divino – comunque generale -, che è peccato ma va visto alla luce della storia personale di ciascuno, con un’arbitraria e diabolica opposizione, da “degenerati moderni”, a un diktat intransigente.
Una degenerazione tutta moderna che non si limita a rifiutare per sé, ma aborrisce collettivamente l’avere figli, il dedicarsi esclusivamente alla famiglia, le scelte di non-indipendenza e libertà totale esiste.
Un disegno divino per la famiglia esiste.
Ma è ingiusto, perché errato, attribuire la prima a chiunque, pur senza egoismo, stabilisce che per la propria vita avere figli è un fattore non auspicabile (se non dannoso: sì, può capitare e no, non dev’essere per forza egoismo).
Com’è ingiusto prendere quello che è un progetto di Dio su di noi, per una “gioia perfetta” – in un mondo che però perfetto non è -, sostanzialmente un progetto d’amore perché possiamo avere tutto il meglio; trasmutandolo in un dovere, in quanto tale spesso arido, che non parla di legami d’amore (di carità), di comunione intima a modello della Trinità, di dono di sé, ma piuttosto di perdita e dolore, che conduce alla ribellione incolpevole contro il Cielo.

Famiglia è ovunque due (o più) persone si amino.
Dando per scontato per non allungare ulteriormente la zuppa che “amare” non significa piacersi, provare affetto, né avere affinità col partner o chicchessia, né tantomeno provare attrazione ricambiata ecc. ecc.
Amare è essere al servizio dell’altro avendo per obbiettivo il suo bene. Punto.
(Grazie a Dio, i cristiani son chiamati ad amare il prossimo, non a farselo piacere).

I figli sono per me il completamento ideale della famiglia.
Ciò in un’ottica “naturale”, che è pure alla base di molta parte dell’ottica cattolica, ma è condivisibile e condivisa, su questo e altri temi, al di là della fede (non credenti compresi).
Possiamo intendere “ideale” in molti modi (non però romanticamente): riferendoci ad una situazione di perfezione originaria, antecedente il peccato originale – ma allora, ci tengo a ricordarlo, Eva non doveva partorire con dolore, il “senso materno” non era aleatorio, e Caino ed Abele, se i loro genitori fossero stati più intelligenti, avrebbero avuto per sé l’intero Eden senza neppure pagare la rata mensile.
Oppure possiamo pensare che sia la realizzazione più completa, integrale per una donna – che è pur sempre costitutivamente diversa dall’uomo -, senza però ritenerla la migliore, o peggio l’unica via.
Non è sbagliato immaginare la maternità come la quadratura del cerchio femminile: è, appunto, l’ideale alla cui immagine tendono tutte le donne. E’ sbagliato invece cercare di trasporre l’ideale, così com’è, nella realtà concreta (o meglio, nelle realtà concrete di ogni singola donna).
Non solo perché l’istinto materno, o più ampiamente la propensione alle relazioni e alla generatività tipicamente femminile può manifestarsi e realizzarsi in molti modi; ma anche e soprattutto perché la realtà è piena di sfumature e vive delle evoluzioni: non significa relativizzare – lungi da me – ma capire che l’ideale (la “verità”) si declina in più realtà diverse. Alcune non saranno valide, saranno abbagli, ma altre, più d’una, rappresentano una alternativa ma valida proiezione dell’unica verità nel mondo concreto.
Tipo così:

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Direi che vi ho spaccato le balle a sufficienza.
Dalla prossima volta, si passa alla sostanza 😉

Film .31: The Place, Paolo Genovese

 

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Un uomo siede ogni giorno, per l’intero giorno, al tavolino di un bar.
Ascolta le persone che vanno a chiedergli aiuto, prende appunti su quello che si potrebbe chiamare un libro mastro, e poi garantisce loro che il desiderio che hanno nel cuore si realizzerà  – se metteranno in atto ciò che lui indicherà.
Azioni a volte positive ma poco comprensibili (difendere una bambina: ma da chi o da cosa?), a volte difficili (dire al proprio padre, sinceramente, che gli si vuole bene quando l’ostilità quel bene lo sovrasta), più spesso controverse o decisamente negative (uccidere, stuprare, dividere, tradire).
Tutti gli otto protagonisti combattono, sospesi tra la volontà di concretizzare il loro intimo e forte desiderio e le proprie resistenze rispetto alle azioni deliberate, e per ognuno discutibili o spiacevoli, che dovrebbero compiere. E che sanno essere efficaci, perché quella dell’uomo al tavolo è un’attività nota e rinomata.

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Tra la giovane ragazza che vuole diventare bella (come se non lo fosse), la suora che ha perso la fede, l’anziana signora amareggiata dall’Alzheimer del marito, ed altre situazioni di vita piuttosto comuni; non ho mai avuto la sensazione che le vicende fossero banali, né mi ha annoiata l’andirivieni – perché il luogo è sempre il medesimo, per un’ora e quaranta.
C’è chi ha fatto il paragone col teatro, per questo, ma io dissento: non è questione di utilizzare un singolo ambiente per le riprese o di impostare la sceneggiatura su un continuo scambio verbale uno a uno, questo non basta a farne una rappresentazione di stampo teatrale. E nemmeno gli stacchi al nero di pochi secondi mi fanno venire in mente la chiusura e riapertura di un sipario. La dinamicità resta quella del cinema, a mio avviso, e se l’impalcatura regge non è perché stiamo vedendo un semplice dialogo filmato, ma perché le questioni (rap)presentate dall’anziana, dalla suora, dallo scapestrato, dal meccanico, dal padre e via dicendo sono rese così bene da sovrapporsi alle nostre senza lasciar avvertire il filtro della sceneggiatura.

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C’è un aspetto della storia che, in particolare, attrae; e cioè l’identità, la natura e le intenzioni dell’uomo seduto al tavolo, del “realizzatore di desideri”.
Chi dice il diavolo (moltissimi), chi – compresa Angela, la barista interpretata dalla Ferilli – avanza l’ipotesi dello psicologo che vuole mettere a proprio agio i pazienti parlando con loro fuori dallo studio.
Io ho detto la mia dopo il primo quarto d’ora di visione, ed ora vado a confermarla (o smentirla) e motivare il perché. Ma prima di farlo, mi duole avvertire che da qui in avanti dovrò inevitabilmente fare

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e dunque dicevo…
… per me questo personaggio, che distribuisce compiti gravosi a gente qualunque pronta un po’ a tutto – almeno fino a prova contraria – per ottenere un risultato agognato, non ha nulla a che vedere col diavolo o affini ma, al contrario, è palesemente una… incarnazione? raffigurazione? esemplificazione? di Dio. O meglio ancora, di Cristo.
La faccio breve (davvero), poi casomai se qualcuno di voi l’ha visto e vuole aggiungere la sua lo può (e deve!) fare.

  • tutti i “clienti” dell’uomo al tavolo si disperano per la propria sorte, si lamentano dei compiti loro assegnati, tentano di svicolare e se qualcosa va storto – o se evitano l’azione e per logica conseguenza perdono il loro “premio” – addossano la colpa a lui.
    Manco a dirlo, l’uomo si becca una valanga di critiche e di reazioni rabbiose.
    Ma, come fa notare, non è lui a scegliere, né a spingere le persone che si presentano (di loro spontanea volontà) a fare alcunché. Non solo perché non esercita alcuna pressione, ma anche – e questo è meno immediato, ma è chiaro – perché non è lui a incastrare eventi e vite nell’intreccio che lega un cliente all’altro, non è lui a dipingere la tela così com’è: al massimo, ha predisposto la cornice.
    Il resto è tutta materia nostra.
    Il film ribalta la consueta prospettiva “cieca” che possediamo e ci pone dietro le quinte del caso e della Provvidenza, perché possiamo giudicare che ogni cosa è interconnessa, e che però il telaio che annoda una storia all’altra è in mano nostra, ed esclusivamente nostra. Sia che chiediamo, sia che accettiamo la “proposta” dell’uomo (e cioè, esposti alla tentazione, vi cediamo), sia che rifiutiamo (scoprendo, forse, altre vie di salvezza).
    The Place racconta cosa siano il libero arbitrio e la responsabilità inchiodando le obiezioni teoriche e le fumisterie. Kasabake, eventualmente, potrà dire di più sulla serie che l’ha ispirato; ma il concetto è questo.
    .
  • Il film, con le sue alternanze tra individui ed oscillazioni tra convinzione, senso di colpa anticipato, ripensamento e ricaduta, non è altro che una preghiera (in senso stretto) lunga 1 ora e 40′.
    .
  • L’uomo al tavolo, che nei titoli di coda compare come “L’Uomo”, e che uno dei personaggi si convince sia un “tramite”, è esattamente questo:
    l’Uomo per eccellenza, ossia Cristo – Ecce Homo.
    Il tramite tra il Padre ed i figli, che come sostiene Angela “si porta il carico dei mali del mondo”. E passa le giornate a districarli.
    Colui che non ha volto (quello di Mastandrea, certo, ma la domanda ricorrente è: chi sei tu? … e la riposta è lasciata al “cliente”: Voi chi dite che io sia?), e non ha nome, o se l’ha, è ineffabile.
    In fin dei conti, vien da pensare presto, “un povero cristo”, stanco e abbattuto, ma che seguita nel proprio “lavoro”. Appunto. Almeno finché, al termine, Angela non gli reca sollievo avocando a sé il suo incarico – o almeno una parte, possiamo immaginare. Angela, donna semplice, gioiosa anche se ferita, che si dedica al sollievo dell’Uomo e degli uomini di cui lui ha cura; senza per altro assumere mai una benché minima veste erotica o sentimentale. Un evidente emblema mariano.

fine spoiler

E insomma, questo è.
Cinque stelle secche ★★★★★
Dritto fra i migliori del nuovo anno.

Joker, o della fortuna, della Grazia e della volontà

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A distanza di giorni dall’ultima considerazione su Joker, mi imbatto in questo brevissimo e fulminante post della stimata Nihil Alieno (suora, preside, accanita lettrice). Tanto breve e incisivo, e poi deliziosamente interrogativo anziché chiuso nelle proprie con-clusioni, che posso riportarlo – e riportare la mia risposta, che spero essere altrettanto pro-vocatoria – in uno screenshot (le emoticon squadrate le ho aggiunte io, con lo strumentino di Opera).
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In un’ottica umana, fatti salvi i casi eccezionali delineati dalle attenuanti – la tanto discussa infermità mentale compresa -, la responsabilità individuale resta non solo un punto fermo ma anche un “fuoco” centrale del discorso e della riflessione sulla colpa.
In un’ottica cattolica, la responsabilità individuale permane e forte, ma è “solo” una premessa ad un secondo elemento qualificante l’orizzonte di senso di una vita (e di una vita oltre la vita) intera: vale a dire la nostra creaturale non autosufficienza, la nostra limitatezza, il nostro essere argilla sbriciolata se non lasciamo che operi in noi la Grazia divina, quella cosa che unica può trarre dal fango una pasta malleabile e tradurla in un vaso.

[Consiglio, pur non condividendo la tesi di fondo, questo bel post de La baguette sotto l’ascella – cioè Il buco con l’attore intorno. E non perdetevi, vi prego, lo spassoso montaggio di scene in cui Cage – coadiuvato dalla musica di Mansell – dimostra che, per essere sciroccati, non occorre alcuna brutta giornata: basta urlare, gesticolare, schiaffeggiare perché sì ❤ ].

Carne no, pesce sì.

Premessa: cosa è carne.
Se parliamo di cibo, il termine “carne” ricomprende ogni animale commestibile, in qualunque habitat viva, in qualunque forma si presenti.
Il pesce è carne, gli affettati sono carne; nonostante torme di sacerdoti dell’interpretazione letterale, e legioni di madri cresciute a maiali scannati in cortile, non riconoscano i molluschi o le cotolette panate industriali come tali.
Tutta la carne è carne, insomma, non ci si scappa; ma dal punto di vista prettamente culturale quella di bovini, suini, ovini, equini, la cacciagione selvatica di ogni tipo – e d’altro canto i pesci, i molluschi, le conchiglie, i cefalopodi ecc. – hanno una valenza, e dunque una categorizzazione, a sé stante.
In conseguenza di questo, al di là delle preferenze di ciascuno, viene naturale a molti aspiranti vegetariani – oppure come nel mio caso a chi decide di diventare semi-vegetariano – scegliere di rinunciare alla carne di animali terrestri e/o esotici, ma mantenere nella propria dieta quelli acquatici e/o vicini alle corde e alle tradizioni locali.

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Dici a me? Eh, dici a me?! Guarda che ti esplodo nel piatto!

Delle ragioni semplici, e del tutto mie personali, per abbandonare o comunque limitare fortemente il consumo di carni di animali terrestri (d’ora in poi solo “carne”), a favore di quelli acquatici (d’ora in poi solo “pesce”), ve le lascio qui.
(E non vado oltre: la mia è una divagazione elementare, aperta ad un universo di considerazioni ma nient’affatto pensata per criticare chi non è vegetariano e tacciarlo di disumanità, o al contrario chi è semi-vegetariano e bollarlo come iprocrita. Per dire).

  • In entrambi i casi si uccide un essere vivente.
    Ma per qualche imperscrutabile motivo, forse banalmente biologico, la carne sa di morte anche quando è adeguatamente trattata, il pesce mai.
    Con questo non faccio alcun discorso etico: parlo invece del fatto che innumerevoli volte consumando carne ho avvertito con i sensi l’odore e il sapore, e più in generale la sensazione, del cadavere – e non solo. Mai mi è accaduto con del pesce.
    E’ spiacevole e stomachevole.
    .
  • La carne è spesso un alimento di difficile assimilazione per l’organismo, da consumare in quantità limitate per motivi di ordine sia nutrizionale che sanitario, il pesce lo è raramente.
    Nozionismi a parte, la carne è pesante. Lo è a livello macro perché lo è a livello molecolare, s’intende, a prescindere dall’abitudine consolidata a gravarla ulteriormente con salse ed intingoli (e cotture) sconsigliabili.
    In altri diversi termini, la carne stufa. Se i carboidrati tendono a gonfiare provocando senso di sazietà (ma non disgusto), la carne, nella mia esperienza, è stata spesso sinonimo di fatica: pur non sentendomi ancora appagata, semplicemente, non ne potevo più.
    .
  • Sempre nella mia esperienza concreta, la carne ha rappresentato – in generale – la costrizione, l’imposizione di una scelta da parte di altri (da bambina, chiaro, gli altri erano mia madre).
    Il pesce, consumato di rado nelle abitudini alimentari della famiglia d’origine di mia madre (che per ragioni pratiche hanno sovrastato quelle del ramo paterno), l’ho visto poco in tavola anch’io.
    Un po’ per il gusto un po’ per la rarità con la quale ne potevo godere, dunque, era destinato a rappresentare, per contro, la possibilità di nutrirmi in modo libero, e piacevole.

Decluttering .4: Senso estetico

L’estetica è la madre dell’etica:
quanto più ricca è l’esperienza estetica di un individuo,
quanto più sicuro è il suo gusto,
tanto più netta sarà la sua scelta morale e tanto più libero, anche se non necessariamente più felice,  sarà lui stesso
”.

[Iosif Aleksandrovič Brodskij]

Affermando che ho un forte senso estetico, non voglio intendere che abbia uno spiccato talento per l’arte, per la scelta di palette di colori nell’arredo o nell’abbigliamento, o simili. Intendo soltanto rilevare un dato di fatto, e cioè che l’aspetto estetico, il risultato più o meno soddisfacente e pacificante per l’occhio, è una variabile che condiziona moltissimo le mie scelte.
Tutte le mie scelte: dall’acquisto di un libro in base alla sua copertina, alla preferenza per un cibo o per un altro, passando naturalmente per il decluttering e facendo pendere l’ago della bilancia “lo tengo / lo elimino” di qui o di là.
Non che l’estetica rivesta un ruolo rigidamente deterministico nella mia vita, sia chiaro; tuttavia come detto incide, ed incide parecchio, in forme gestibili delle quali sono per lo più del tutto consapevole.

Per citare un esempio:
solitario ed affascinante, nella mia grossa wishlist di lettura autunnale-invernale, si erge fra gli altri il noto Libro d’ombra di Junichiro Tanizaki.
In maniera grossolana, certo, ma qualche nozione sulla cultura nipponica di gestione degli spazi di casa, dei pieni e dei vuoti, della creazione di densità attraverso luce e penombra credo l’abbiamo tutti.
Lungi dall’aver iniziato una risistemazione cosciente dei locali di casa mia in questo senso, mi accorgo comunque di aver già messo in atto piccole modifiche spontanee, su base intuitiva, come il tendere – specie ora che la luce va calando – a mantenere le stanze appunto in penombra, sfruttando le lampade e così creando coni di luce soffusa e calda, un po’ un bozzolo temporaneo nel quale sostare mentre porto avanti una singola attività.

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L’anelito alla semplicità è attivo a 360°, ma in generale, ed in questo periodo di transizione in particolare, si esprime per me soprattutto in cucina.
Primeggia, certo, il bisogno di razionalizzare un ambiente ed una serie di attività tendenti per natura all’entropia; c’è poi però anche qui una fetta di piacere estetico-psicologico, per il quale vuoto, pulizia, spazio libero e pronto all’uso equivalgono a leggerezza, armonia, e in definitiva bellezza.
Ecco: per un minimalista l’ordine, sia esso “morbido” oppure abbia esso un tratto compulsivo (per es. nel desiderio che ogni oggetto sia dritto), non è mai il punto d’arrivo ultimo, non è un arido fine ma è, oltre che uno scopo pratico, principalmente un mezzo per ottenere bellezza e piacere dalla propria vita per come è riuscito ad organizzarla.