Cardini

Keira Knightley è mostruosamente brava nella prima mezz’ora di A dangerous method, il film di Cronenberg sui rapporti tra Jung (Fassbender) e Freud (Mortensen) nel quale interpreta la nota Sabine Spielrein. Tanto che più di una volta ho pensato che forse era meglio fermassi il dvd e lasciassi perdere – già nel momento in cui la trasportano dalla carrozza del padre dentro il Burghölzli, sollevata di peso come fosse un divano scalciante, mi si sono rizzati i peli sulle braccia, le antenne che segnalano il pericolo e un mucchio di immagini mentali sgradite si sono fatte largo.
Poi, però, tutta la faccenda si “normalizza” in una pellicola intrigante ma non stupefacente, più un affresco che un’indagine, e molto meno orripilante di quanto il nome del regista lasci presagire.
Detto questo, un concetto mi è caro e subordina ogni altro pensiero:

Dev’esserci per forza più di un cardine nell’universo.

Ipse dixit Carlo Gustavo Giovane a Sabine, disperandosi di un Sigismondo Gioioso fissato – è il caso di dirlo – con la libido e con un’interpretazione sessuale “de la qualunque”.
Ebbene, immagino che tutti voi abbiate presente quel disegno – del quale non conosco l’autore – di Freud, ma potremmo anche dire restando in tema di “una testa di Freud” (!), che ben riassume quale sia il fulcro della sua via psicanalitica:

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Senza voler semplificare troppo e ridurre un’intero apparato disciplinare ad uno slogan, è naturale perdere la calma di fronte ad un uomo che, avendo spalancato una porta – come il suo personaggio afferma – su un mondo nel quale lui stesso si muove senza mappa, sostiene tuttavia di sapere riconoscere senza fallo (ah, ah, ah!!) la verità quando gli si presenta davanti.
E che, fondamentalmente, intravede un’analogia sessuale preponderante in sogni che potrebbero avere tante e tali più calzanti spiegazioni.
Come Jung, penso che l’universo (anche quell’enorme microcosmo che è la nostra psiche) abbia indubitabilmente svariati cardini attorno ai quali compiere i propri moti di rotazione e rivoluzione.
Con facile ironia, potremmo suggerire che l’ossessione di Freud per il sesso abbia molto a che vedere con il fatto che lui non ne fa, insieme ad un suo collega-paziente – Otto Gross –  interpretato qui da Vincent Cassel. Vi sarebbe forse una parte di verità, se non nel caso di Freud stesso del quale nulla so, almeno in parecchi altri casi – ma Jung ancora una volta mi verrebbe in soccorso ricordando che una frequenza anche alta di un fenomeno non implica la sua universalità.
Così, non indicherei mai nella scarsa o insoddisfacente attività sessuale la matrice dell’ossessione (una qualsiasi ossessione, clinica o “pop”) per il sesso, per l’idea che la mente maschile va a sesso come le auto vanno a benzina, per l’idea (anch’essa molto freudiana) che la monogamia sia una malattia autoinferta. Ci vedo, piuttosto una piatta attività intellettuale.
O il mio è solo un altro pregiudizio?

Animalesco

Io ed L., la mia più cara amica, abbiamo prospettive e gusti estremamente diversi in fatto di uomini – e qui mi riferisco solo al corpo! Intanto lei ha più un vero e proprio “tipo” ideale, mentre io ne ho svariati, pur con alcune nette preferenze. E poi, appunto, se lei va per il biondo occhi azzurri io propendo per il total black, capello / occhio castano e perché no, anche la carnagione o persino la pelle non mi dispiacciono olivastre o nere (tanto che, quando leggerà questo post e scoprirà che mi stavo invaghendo di un mulatto sul treno per Milano, mi beccherò un cazziatone).
La cosa bella è però che su un fattore particolare ci intendiamo, e ci intendiamo alquanto direi: e questo fattore è l’animalità. (Ora vado a spiegare, prima che qualcuno stabilisca che sto dando degli animali ai maschi tutti e che sono misandrica: faccio infatti un discorso generale, sugli esseri umani come specie).

Perché gli esseri umani, in quanto specie vivente, sono animali.
Un’affermazione apodittica, forse, ma voglio sia tale: non sono disposta a contrattare un’evidenza simile, a doverla ribadire e difendere. Per me è lapalissiana ma, soprattutto, non va ad inficiare l’ottica cristiana sull’uomo e sulla sua non riducibilità al mero istinto: tutti tranquilli, la dottrina non ha bisogno d’essere salvaguardata da alcun pericolo.
E che poi si veda questa animalità come una cosa bella, una cosa neutra oppure qualcosa da temere e da cui guardarsi, è bene in ogni caso conoscerla. 

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Mettetevi comodi, vi faccio lezione.

 

C’è il fattore altezza, per cominciare – lo sapete tutti: altezza, mezza bellezza.
Su questo io ed L. siamo d’accordo, o per meglio dire, nutriamo lo stesso istinto: gli uomini alti ci fanno venire le stelline negli occhi, così: 🤩
Potete contemplare le sacrosante eccezioni, ma oltre questa regola vi garantisco che ne filtrano pochissimerrime. Aggiungeteci che io di mio son alta due mele e poco più (cit.), e potete immaginare l’effetto che fa. Non a caso, con una singola eccezione, ho sempre allacciato relazioni con degli stangoni. Insomma se non siete Mike Pee, e siete bassi, non provateci neanche, risparmiate tempo.
A ruota, c’è il fattore muscoli. Eh, beh.
Come L. ricorda sempre: muscoli = forza; forza = protezione; protezione = maschio.
Punto, a capo.
Veniamo poi al fattore corporatura. E qui casca l’asino… nel senso che, se per L. “muscoloso” va di pari passo con “ben piantato”, a me non me ne può frega’ dde meno. Non che il modello “pompiere australiano largo come un armadio con koala sulla spalla” mi faccia schifo, eh, sia chiaro, ma se mi passa un pompiere australiano (con koala regolamentare) a due passi, son capace di ignorarlo… al massimo il koala mi fa venire l’occhio umido, ma non faccio caso a chi se lo porta in giro. 

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Koala adorabile su supporto umano.

 

Poi, subito dietro, passa un tizio ossuto (col muscoletto bicipite e pettorale a norma, ma nulla più), con le clavicole sporgenti, il naso da poster nazista sugli ebrei e la guancia incavata, e taaac!, sono fottuta: tempo zero secondi e m’innamoro come una deficiente.
Se pensavate che avessi perso la brocca per il Joker di Phoenix perché l’ha fatto, appunto, Phoenix (ho visto delle foto in cui sembra pompato a cortisone, ma in condizioni standard merita), o perché ho una passione per i tizi alienati e devastati, vi sbagliavate: è che a me piacciono le ossa, e se non posso avere le ossa, datemi almeno un fisichino asciutto, ma asciutto tanto, al limite del secco.

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Spalle in dentro, gozzo in fuori! Naso XL, cachessia conclamata.

 

Da qui in avanti si entra nei dettagli, e non vi tedierò: cito soltanto due cosette che, per quanto mi riguarda, sono rilevanti:

  • davanti a un bel paio di mani “nervose”, cioè non solo piuttosto attive ma asciutte (di nuovo) e con vene e tendini in rilievo il mio cervello si squaglia.
    Le mani vincono su tutto, e sono le prime cose che guardo insieme agli occhi (sì, non ridete e non scuotete la testa, pivelli, è così).
    Se mi agitate davanti le mani che piacciono a me, non dovete neanche cercare un collare: me lo metto da sola e mi faccio portare ovunque;
  • il tratto iliaco. Se non sapete cos’è, googlate. La pappa di cervello a questo punto sta bollendo, toglietela dal fuoco se non volete ridurmi ai versi gutturali.

Ma facciamo un passo indietro, ‘ché per quanto possano sembrarvi istintuali simili facezie, non lo sono. Non pienamente. Lo è invece un altro, misconosciuto ma decisivo fattore, l’ultimo che vado ad elencare.
Ossia la pelle.
Perché noi animaletti umani possediamo la meravigliosa facoltà, utilissima, di saltare tutti questi passaggi culturali ed appresi, ottimi da sfoggiare in un salotto buono davanti agli amici o in camera da letto ma non nel folto della giungla, e fare un rapidissimo, inconscio inventario di tutti i dati disponibili sul/la pollastro/a potenziale preda e ricavarne un abstract verosimile ed affidabile sul suo stato di salute.
E di tutti i dati disponibili, i due più significativi sono senz’altro l’occhio (torbido come il brodo di pesce oppure limpido come acqua di fonte?) e la pelle, appunto (sfibrata ed itterica / grigiastra oppure elastica e dai micropori che fanno la ola?).
Lo ripeto: tutto ciò non è meraviglioso?

Ecco, questa è la versione nero su bianco di quattro chiacchere scambiate con L. un paio di settimane fa. Siccome è un argomento, e sono considerazioni, che ritornano, ho pensato di condividerle… e di condividere un paio di koala 🙂 Ciao!

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Sarà per via del naso, ma io lo trovo sexy.

 

Novecento .2: L’Ur-fascismo di Eco

Comincio subito col dire che mi aspettavo se non proprio un librone, comunque un librozzo corposo: e invece no, si tratta di un volumetto smilzo, che contiene il testo di una conferenza tenuta dall’autore alla Columbia University il 25 aprile del 1995.
Ma già questo mi colpisce, al di là della sorpresa: nella breve introduzione alla ristampa Eco parla di un anniversario della Liberazione (dunque ben cinquant’anni dopo), durante il quale appunto tenne questo discorso per affermare che il fascismo italiano fu meno che fascismo, e che il fascismo, inteso oltre le forme specifiche che può assumere, ha una qualità eterna.
Ora, senza volermi porre al livello di Eco – cosa per altro che non auspicherei, dacché lo detesto cordialmente – né voler paragonare in modo stretto le sue asserzioni alle mie, mi chiedo inevitabilmente (e perdonate il francese): perché cazzo se lo dice lui è un fine intellettuale, e se lo dico io non ci crede nessuno? Domanda oltremodo retorica e di meschina frustrazione, lo ammetto, ma lasciatemela usare per porre una piccola questione.

La storia non si ripete, ma fa rima.
[Mark Twain]

Eterno, attuale, estinto: questi potrebbero essere, riassumendo molto, i tre aggettivi che gli italiani associano più spesso al concetto di fascismo.
Estinto, cioè un fenomeno circoscritto ed irripetibile, nemmeno con modalità portate “al passo coi tempi”.
Attuale, cioè esistente e “vivo” nel presente, nato nel passato sì ma proseguito modificandosi nel tempo sotto aspetti più o meno superficiali, mantenendo tuttavia un nucleo originario di pensiero.
Infine eterno, cioè astorico, ultramondano, fondato su una tradizione che per quanto diversamente declinata, non si può sradicare o elidere del tutto.

Ecco qua: al di là di com’è andata, e non è andata male nonostante non facesse per me, con CasaPound; questo cercavo: qualcosa di eterno, che ovviamente mi fosse affine. E questo ho trovato, qualcosa di attuale, che continuo a considerare tale – ossia: per me CasaPound, ForzaNuova ecc. sono a tutti gli effetti fascismo, anche se il Ventennio è morto e sepolto – con buona pace degli altarini commemorativi -, anche se molto è cambiato, anche se non a caso il movimento-partito oggi più rappresentativo del fenomeno, tanto che si autodefinisce “fascismo del terzo millennio”, di mussoliniano ha poco o niente.
Ne ho discusso abbondantemente su Facebook lo scorso anno, sono disposta a riparlarne qui, sempre nei termini di curiosità intellettuale e voglia di approfondimento usati allora, e non in quelli di schieramento partitico.
Comunque lo si veda noi, ad ogni modo, Eco considera il “fascismo” in accezione ulteriore e superiore (tassonomicamente parlando) a quella riferibile all’esperienza del PNF. Lo considera, appunto, “eterno”.
Se è vero e lo è, come lui scrive, che libertà di parola significa anche libertà dalla retorica, allora mi permetto di dire che mi piacerebbe veder cadere la retorica anche nelle discussioni che si fanno in proposito, cioè veder cadere i molti schemi dai quali non riusciamo ad uscire. Che siano quello per cui “il fascismo è finito con la caduta del regime, non ha senso parlare di fascismo oggi”, oppure quello per cui “fascismo e comunismo non sono paragonabili”.

Il discorso di Eco è diviso in due parti, dal punto di vista dei contenuti anche se non formalmente: un racconto succinto, per episodi significativi, di cosa fu il periodo fascista e la liberazione dallo stesso per lui bambino, alcuni punti salienti del regime (su tutti il perché lo riteneva una “dittatura non compiutamente totalitaria”); ed un elenco delle caratteristiche tipiche e ricorrenti del modello fascista di organizzazione sociale.
Vado a copiare alcune di queste ultime.

  • [1] La prima caratteristica di un Ur-Fascismo è il culto della tradizione.
    Appunto. Nota a margine: son in disaccordo totale con Eco sulla sua idea che un tradizionalismo sia per natura sincretista: epperò nelle sue manifestazioni concrete càpita lo sia – vedi, ad es., appunto Cpi.
  • [2] Il tradizionalismo implica il rifiuto del modernismo.
    Ma va là? Ovvio. Modernismo, però, non modernità. Di nuovo, in forte disaccordo sull’idea che considerare l’Illuminismo “l’inizio della depravazione moderna” comporti “irrazionalismo”.
  • [4] […] Per l’Ur-Fascismo, il disaccordo è tradimento.
    Puoi dirlo forte. Che sia il responsabile di un’organizzazione neofascista oppure il magister di una cappella Tremere, nessun gerarca può sostenere l’individualità di una persona se non a fini utilitaristici.
    La spinta rivoluzionaria in un sistema totalitario è tesa unicamente a decostruire il mondo esistente per ricostruirlo, comunque rigido, a propria immagine e somiglianza. In sistemi simili non esistono persone, solo personae, ossia maschere.
  • [9] Per l’Ur-Fascismo, non c’è lotta per la vita, ma piuttosto “vita per la lotta”.
    Ancora una volta esatto, e quanto mai attuale.
  • [10] L’elitismo è un aspetto tipico di ogni ideologia reazionaria, in quanto fondamentalmente aristocratico. Nel corso della storia, tutti gli elitismi aristocratici e militaristici hanno implicato il disprezzo per i deboli
    Io separo i due concetti, non coincidenti di necessità. Se parliamo di militarismo parliamo giocoforza di disprezzo per la debolezza, ma elitismo (o come preferisco dire, elitarismo) non è sinonimo né sintomo di disprezzo, casomai di discriminazione – termine abusato e storpiato, ma in sé neutro e non negativo: discriminare è il fondamento di ogni scelta razionale, di ogni discernimento, e del rispetto stesso della realtà delle cose, e delle persone.
  • [12] Dal momento che sia la guerra permanente sia l’eroismo sono giochi difficili da giocare, l’Ur-Fascista trasferisce la sua volontà di potenza su questioni sessuali. […] Dal momento che anche il sesso è un gioco difficile da giocare, l’eroe Ur-Fascista gioca con le armi, che sono il suo Ersatz fallico: i suoi giochi di guerra sono dovuti a una invidia penis permanente.
    Amen.
    Vorrei scrivere 10.000 parole sulle valenze psicanalitiche del fascismo, argomento tra i più succosi nei quali mi sia imbattuta, ma mi mordo la lingua e consiglio, piuttosto, a chiunque voglia capirne di più – Nick Shadow dubito non l’abbia già letto – il capolavoro di Klaus Theweleit, Fantasie virili: Donne flussi corpi storia, la paura dell’eros nell’immaginario fascista (Männerphantasien). A lui si rifà anche Jonathan Littell ne Il secco e l’umidoqualcosa in proposito qui, da pagina 53 del documento (pag. 29 del .pdf).
  • [14] L’Ur-Fascismo parla la neo-lingua.
    Nulla da specificare.

Nelle puntate precedenti:
Novecento .1: Il fascismo, macchina imperfetta

Film .22: Batman v Superman: Dawn of Justice, Zack Snyder

Avvisi ai naviganti

  • Se siete intenditori, sappiate che chi scrive è una profana, sommamente ignorante del genere, con tendenze eretiche. Proseguite a vostro rischio e pericolo;
  • se non avete visto il film ma avete intenzione di farlo, e siete allergici agli spoiler, fuggite: anche se probabilmente, considerato l’anno d’uscita al cinema (2016) e l’hype che ha generato, anche le casalinghe di Voghera conoscono la storia a memoria;
  • infine, lo immagino come un post abbastanza lungo, e quando è “abbastanza lungo” nelle intenzioni, poi nella pratica diventa chilometrico (final count: 3805 parole). Io adoro la roba chilometrica, voi non so: consideratevi edotti.
    Non lo dividerò nemmeno in due parti: il corso di un fiume non va spezzato.

Premesso che non ho ancora capito la ragione di quella v in luogo di vs (un banale vezzo linguistico, un uso che non conosco?), ma questi son dettagli che forse interessano solo a me; devo precisare che ho visto la prima versione da due ore e mezzo, non la Ultimate (ovvero: extended) da tre.
I tagli ci sono e si avvertono tutti anche se non si è esperti o informati, ma quanto a questo vi rimando a chi sa indicarli meglio, cioè Gramon Hill.
Vi sono anche dettagli da alzata di sopracciglio: Wayne che si getta nella polvere sollevata dall’implosione del grattacielo in cui ha sede il ramo financial della sua azienda, e ne emerge lindo come un lenzuolo steso. Wayne che si slancia a salvare una bambina dal crollo di un pilastro di cemento (e qui non è tanto il gesto, quanto la scarsa rapidità che insomma… pareva un ballerino). Abbiamo capito, signor Wayne: sei n’eroe, Tom Cruise con le sue acrobazie te spiccia casa. Mo’ basta però.
Altro sospirone quando sento parlare della città di… Nairomi. Con la emme. Legittima cittadina africana inventata ad hoc per il film, come si legge nel wiki dedicato al DCEU, che viene collocata in nord africa. Ora, ascoltando l’audio originale ho sentito che è differente dall’italiano – e non son certa di come suoni -, tuttavia in italiano, appunto, il doppiaggio ha trasformato la cittadina nairomiana Zahina, durante la sua testimonianza sulla strage, in una GHANESE. Ha l’accento GHANESE, mannaggia. Poiché Ghana = Nord Africa, è risaputo. Accidenti.
Dettagli, dettagli. Contano, i dettagli, è lì che si nasconde il diavolo. Eppure, questi li voglio scusare tutti – compreso il ghanese (mannaggissima). Perché dal punto di vista cinematografico sarebbe inappropriato, ed ingeneroso verso i veri capolavori, definire tale questo film. Ma dal punto di vista cinefilo, cioè di chi ama il cinema non solo come arte ma soprattutto per gli accordi che va a comporre sulla tastiera del cuore umano – e quindi per come fa suonare e risuonare negli uomini la vita che ha da dire – per me lo è ufficialmente diventato (alla seconda visione: avevo bisogno di digerirlo). Capirete.
Infine: a me è piaciuto!! – poteva sembrare ovvio, ma non è; e prima dell’exploit in queste ultime righe, ancora non l’avevo esplicitato. Non si può tacere della sempiterna coesistenza di due forze spirituali che puntualmente si scatenano all’uscita di ogni film vagamente importante: quella degli Incensatori e quella dei Demolitori. Nel mezzo ci stiamo noi umani, ma queste entità superiori hanno il pregio, senza riuscire estremiste o fanatiche, di motivare la propria adorazione o il proprio ribrezzo con inaudita chiarezza ed incisività.
Per esempio, di BvS ha parlato in modo causticamente competente Cassidy de La bara volante – come del resto fa sempre. (Il titolo del blog dovrebbe ben farvi sospettare qualcosa: è roba sopraffina in confezione improbabile, un po’ come i fagioli azuki in lattina).

All the boys and the girls

Tutta la faccenda si apre con un flashback del 7enne Bruce Wayne, che mentre sta partecipando al loro funerale ricorda il giorno dell’uccisione dei suoi genitori. Suggestivo, ma il padre Thomas onestamente non ha nulla a che spartire con la figura morbidamente autoritaria che Nolan ci ha consegnato, al secolo Linus Roache.
Il primo impatto è stato duretto: tra questo, la corsa nel bosco del piccolo erede (terribilmente boccoloso: ricordatelo, è un indizio importante per quanto seguirà), e le due tre frasi messe lì in bocca ad un Wayne adulto che tornando sul passato tenta di far filosofia (ma sembra sotto LSD), ho un po’ trattenuto il fiato…
… poi, comunque, la storia comincia. E Ben Affleck molla un bel calcio al bambinetto.
Lasciamo perdere se sia un attore abbastanza bravo (quasi mi vergogno a scriverlo), il punto è che ha la faccia che mi aspetto abbia Batman. Specie passati i trent’anni. Ha una sfumatura di malinconia impietrita rimasta a turbarne lo sguardo come un bruscolo che non si riesce a togliere (ce l’ha sempre, è proprio sua, anche fuori dal set), ed è quella giusta. Ed ha l’allure: quella cosa che urla figo dimesso in svendita – va via come il pane, ma riesce a passare per una creatura figlia di riservatezza ed understatement. (Non va dimenticato, come ebbe a sintetizzare Kasabake, che nel suo caso è Bruce Wayne a rappresentare la maschera, mentre Batman è la realtà più propria della sua persona).
In gergo tecnico cinematografico, un commento appropriato a tutto ciò potrebbe essere: ‘sticazzi.

trasferimento (4)

Henry Cavill, alias Superman alias Kal-El alias Clark Joseph Kent.
Beh. Cavill non lo conosco, non ho visto (o non ricordo, ma nel caso la colpa è mia) altri suoi film. Impossibile darne un giudizio più globale e bilanciato, dunque.
Due cose però le so: la prima è che non ho mai amato il personaggio Superman, per motivi che si avvicinano molto, anche se non coincidono del tutto, con l’avversione di Wayne/Batman per la vera o presunta prepotenza di un (semi?)dio alieno che fa il bello ed il cattivo tempo sulla Terra senza manco chiedere “permesso”. Diciamo che l’ho sempre considerato uno strafottente, l’equivalente – in un contesto più ristretto e del tutto terrestre – di quello che uno yankee, persuaso nell’intimo della propria superiorità morale, rappresenta per un europeo di antico lignaggio e antico disincanto.
(In Smallville, che ho visto in parte, era diverso; ma la serie tv in questo contesto è per me un oggetto altro).
Non l’ho mai amato. Ma adesso non posso più dirlo: con Snyder l’ho cavato fuori dallo stereotipo. L’idea che me ne sono fatta è solo un embrione d’idea, un pensiero in divenire, ma intanto l’essere distante, freddo e impassibile s’è mutato in un uomo buono che gli eventi possono aver reso crudele (cit. Alfred: tutte le sue battute sono geniali, affilate, un vero totem nel film: in questo il direttore del Daily Planet non lo eguaglia, ma lo segue a ruota).
Di quest’uomo buono abbiamo un milione di momenti che ne fan mostra. Tanto Kent quanto Superman sono, lungo tutto l’arco narrativo, letteralmente dei cuccioli che desiderano solo essere salvati (su questo tornerò più avanti). A differenza che per Wayne/Batman, di cui s’è detto sopra, non c’è scarto tra l’uomo e l’eroe.

Amy Adams nella parte di Lois Lane è perfetta. Mi correggo: Amy Adams è perfetta, punto.
Bella, brava, semplice, intensa (intensità accentuata da quella sua caratteristica umidità oculare costante…).

Gal Gadot aka Diana Prince aka Wonder Woman: poco minutaggio, okay.
Ma oh, lei buca lo schermo. Non ha bisogno di ore di vouyerismo.
E non è vero che non incide per nulla. Mentre i maschietti si azzuffano lei fa quel che deve e quel che vuole. E lascia il segno, sempre. La classe non è Tavernello.

E quanto a Lex Luthor, potrei quasi aprirgli un paragrafo a sé; ma l’ho già detto che la cavalcata qui sarà lungherrima? Ecco, date di sperone e muti, oh miei prodi lettori (ma ne saranno rimasti?).
La prima considerazione che mi sale – assunto che è un buon cattivo, tolta la penosa scena del discorso per i fondi alla biblioteca… – è: Ma questo qui è Joker! L’aspetto più evidente e volutamente psicopatico (mugugni, ecolalìe, risatine isteriche, ed una specie di discinesia periorale incipiente) risulta, per paradosso, del tutto realistico – laddove non lo era in Leto.
Ciò mi riporta alla mente la piccola, ma significativa, correzione da me apportata al recente post su Suicide Squad, linkato qui sopra. Descrivendo appunto Joker, avevo usato il termine psicotico. Un po’ anche per abitudine. Ma quel Joker psicotico non è, in realtà – più in generale, tolte definizioni affrettate, è uno psicopatico: uno cioè che ha disturbi a livello mentale, ma non tali da poter essere diagnosticati in modo preciso, rigido; e in buona sostanza “borderline“. Disturbi quindi che stanno sul confine tra normalità socialmente percepita e devianza. Mi pare opportuno, a suggello di questa notazione, riportare le parole dello stesso Luthor, condivisibili o meno che siano (di certo non lo sono quelle sull’impossibile contemporaneità, in Dio, di bontà ed onnipotenza: siamo ai fondamentali di teologia, accidenti, e questa è una minchiata storica, ma pur sempre solenne minchiata. Anche i cervelli affilati sbagliano, anzi soprattutto loro):

Lois: “Lei è uno psicopatico!”.
Lex: “Cinque sillabe valide per ogni pensiero inadatto a menti ristrette”.

“Alfred, aggiornami sul livello di trucidume raggiunto!”

Bat v Sup è trucido quanto basta per deliziare palati raffinati come quello di Sandro, carissimo amico al quale più che consigliarlo lo prescrivo.
Abbiamo tutto l’occorrente: un Batman (temporaneamente) corazzato con tanto di occhi digitali azzurri tipo robot, roba che Emiglio si muoveva meglio – lo giuro, la rima non è stata premeditata. E’ grosso, è burino, e ci piace (ma il dettaglio trucido-chic da urlo è che sotto la corazza quella sua tuta grigia aderente gli disegna un culo della madonna. L’ho detto. E lo ripeto: culo-della-madonna, senza riferimenti né offese alla Santa Vergine, s’intende).
Pure la voce che gli han dato da… “travestito”, ehm: una cosa maschia, ma non nel senso di virile: più nel senso di un cinquantenne accanito fumatore che impiega il suo tempo a farsi le pippe in linea con una chatline erotica, a tarda notte. Brrr! Very trash, indeed.
Ma proseguiamo il nostro tour anatomico.
Kent è più sobrio, con un tocco di charme: bagnetto vestito con tanto di scarpe per baciare la sua bella, immersa nella vasca, con trasporto, e quel gesto fuori camera di levarsi gli occhiali da giornalistino e gettarli via, per poi inondarli d’acqua trasbordante – rilevo ovunque simbolismi sessuali a pioggia, e poi dicono che è cinema d’intrattenimento. Comunque, per la cronaca, wow. Vado a riempire la vasca… non pago, lo rivediamo subito dopo in cucina con solo un asciugamano legato in vita (le coronarie delle spettatrici sentitamente ringraziano): guarda il tg. Un frame di inquadramento del viso, lievemente concerned, poi TAAAC!, stacco sul torace che manco un quarto di bue appeso al macello. A scanso di equivoci: tutte le donne qui presenti AMANO i quarti di bue. Appesi, sdraiati, per cortesia nudi grazie; datecene ancora. Ancora, ancora, non limitarti, produttore!
Ma, c’è un ma.
In tanto ben di Dio, e giuro solennemente (ragni serpenti scorpioni e zanzare, se dico il falso ch’io possa crepare) non lo dico perché Batman è il mio preferito, Clark deve stare sereno ed accettare il fato: avrà anche una tartaruga TOP, ma se volete la prova che Dio esiste (e non è un kryptoniano) guardate, osservate, ammirate e rimirate il dannatissimo celestiale – il diavolo se lo porti – TRATTO ILIACO di Wayne. Sì, quella scena lì, quando si solleva trascinandosi legato sulle caviglie un “tombino”. Sì, quella con i pettorali illuminati quel breve secondo giusto per assetare chi guarda, così tesi che t’aspetti da un momento all’altro di sentire uno STRAAAPP.
Nunc dimittis, la Tua serva è felice e sente di poter spirare in pace. Amen.

Immagine

Se pensate che passata la febbre (balle, a me non è affatto ancora passata) le scene di lotta scivolino inosservate agli occhi infuocati delle donzelle, sbagliate.
Abbiamo, in crescendo:
Batman che sacagna un magnaccia;
Superman che fa punching-ball con Doomsday nello spazio;
Batman che in una visione disfa dei guerriglieri devoti a Superman nel deserto (ma non prevale, ahi);
Batman che smantella una falange di russi armati ed attapirati (l’uomo russo è attapirato per vocazione: scoprilo qui);
Superman incrudelito e straincazzato che nella stessa visione di cui sopra sfonda un Batsy appeso come un salame e gelatinoso di paura;
Batman che dà legnate su legnate a Superman e Superman che lo usa come martello per demolire pareti da ristrutturare;
e Doomsday, vabbeh… Doomsday non fa lo stesso effetto testosteronico, ma è comunque un “Oh, merda” (cit.).
Volendo essere estremamente sintetica, una contraddizione in termini dentro questo post, possiamo dire che dopo la prima tranquilla oretta Snyder non fa particolare economia di

vviulenzaaaah!


Feelings, nothing more than feelings

Adesso pausa, ragazzi.
Mettete sul fuoco caffè o thè, tirate fuori dal frigo birra o latte al cioccolato; e respirate.
C’è qualche ulteriore cosetta che vorrei raccontare, e se siete ancora con me, vi devo una tappa defatigante. Così poi lanciamo il ❤ oltre l’ostacolo e parliamo di

ammmore

Sì. Esso. Se la cosa punge il vostro orgoglio di persone che non devono chiedere mai, è legittimo. Chiudete la porta uscendo, grazie.
Innanzitutto una faccenda seria.
Ho letto in rete che è nato, bontà del Cielo, un affair Martha tra i seguaci dei nostri valorosi. Si tratta di questo: nel momento in cui (ricordate l’avviso spoiler?) Batman sta per infilzare Superman come uno spiedino con l’arpione armato di kryptonite, quest’ultimo si mette a biascicare che così stanno facendo il gioco di Luthor e che Martha, appunto, è in pericolo. Salvala, dice al pipistrellozzo. Martha altri non è che la madre di Superman, rapita dai russi attapirati e in procinto di diventare un arrosticino su mandato di Luthor. Il punto è che mentre il fanciullino dal ciuffo sbarazzino nomina sua madre, Batman si blocca con l’arpione a mezz’aria e la bocca aperta (volle il Cielo che non gli cascasse del tutto la mascella, di Ridge Forrester ce n’è uno e tutti gli altri son nessuno). Perché, udite udite, anche la madre di Wayne si chiamava Martha.
Colpo di scena! Crisi emotiva! Conversione flash (che pure c’entra, dopotutto) e repentino riallineamento del pipistrello tra i legali buoni a fianco del  man in blue.
Molti se ne son lamentati: MACCOSA, dicono, eravate tutti impegnati a sbriciolarvi a vicenda, e nel giro d’un secondo cambia tutto perché vi è venuta nostalgia della mamma?!
Rispondo: sì, porco Luthor. Sì, perché “la signora del cuore di ogni bambino è la sua mamma” (cit. Lex). Sì, checcèddimale?
Le Martha del resto sono come il prezzemolo, tutto concorre a formare un quadro che rende nient’affatto fuori luogo l’esito sentimentale.
Il flashback iniziale di Bruce. Il consiglio d’oro dato a Clark davanti alla fattoria. Wayne che ripetutamente si siede davanti alla sua tomba – inquadratura mobile sul nome. Kent che ne parla in montagna, in una visione-ricordo del padre defunto che afferma: “Lei era tutto il mio mondo” – espressione ripresa pari pari dal figlio nell’ipotetico futuro in cui dà fuori di matto per non averla salvata. I pizzini – “Hai lasciato morire la tua famiglia!”. L’accenno di Luthor, appunto, che la sfrutta per far leva sulla sua vittima. E infine…
… non so quanti l’abbiano notato. Io l’ho captato soltanto la seconda volta, son rimasta di stucco ed ho fatto rewind per sincerarmene, ma sì: era lì. Durante la lunga sequenza di lotta di cui parlavo, quella in cui Sup rischia di finire spiedino, alle spalle di Bat a un certo punto compare una colonna. E graziarcazz, direte voi, si trovano in una sala piena di colonne… okay, ma che c’è scritto sulla colonna (o è un pilastro, non ricordo mai quale dei due)? Che c’è scritto, eh? Ve lo dico io. C’è scritto, in maiuscolo, in blu!, tra gli altri “graffiti”:

MOM

E con questo abbiamo segato tutti i rompicoglioni che “Ah ma che cazzata gli dice il nome di sua mamma e quello si scioglie”. Duri di cuore, non erediterete il regno dei cieli.

Altro discorso – e qui scendiamo nei bassifondi, colorati caramellosi ed appiccicosi – per il Fattore Coppia. [Musica romantica ON].
Intanto, Lois & Clark together are beautiful. Bene, benissimo.
Ma (primo ma) ribadisco che, se il Bruce bambino (al funerale) ha quei boccoli assurdi da Piccolo Lord, Superman non rinuncia mai alla sua ciocca tirabaci che sguscia via dal capello liscio e ordinato (chiamasi: leccata di mucca). Per me, questo è un chiaro e non casuale indizio. Indizio di cosa, ve lo spiego tra poco, ma scommetto che avete indovinato prima che finissi la frase perché siete lettori sgamati.
Lois e Clark, insomma. Ovvero: il campanello ed il cane (di Pavlov). Per Clark, e per Superman, che è lo stesso, Lois (il suo nome, la sua voce, il rumore che fa cercando di uscire da sotto i lastroni che la intrappolano sott’acqua, qualsiasi ding! che gliela imponga alla mente) funziona come il campanello per i cani di Pavlov.
Lui spalanca gli occhietti, drizza le orecchie, e sbava. E poi va, vola, e la salva. Bum!
Se questo non è tossicodipendenza amore…!

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(Momenti epocali. Uguagliati solo dall’aria lacrimosa da Labrador còlto con le zampe nei croccantini, a orecchie basse, che mette su Batman quando, prima della battaglia finale con Doomsday, Superman gli chiede se ha recuperato l’arpione. E lui: “Ho avuto da fare [scusa, padroncino!]”. A seguire, attimo imbarazzante all’exploit vigoroso di WonderWoman – “Non è la prima volta che uccido qualcosa di non umano“, dice lei. I due fanciulli si guardano, e… “Lei è con te?“, chiede Sup. “… credevo fosse con te“, risponde Bat. Due sagome. Li adoro).
Ma dicevamo del Fattore Coppia.
In fact, Lois e Clark non sono l’unica coppia interessante, qui.
(Una prece per Wayne & Diana Prince: io voglio che restino così, né amanti né amici né altro, soltanto simili ed affiatati senza sforzo).
L’altra è la coppia Bruce e – INTERMEZZO: come scrivevo al buon Lapinsù,

‘sto film è roba da femmine, comunque.
E’ tutto guarda come sono fico / guarda come sono umile + violenza / muscoli da svenimento + facciamo la pace amico alieno & ti amo Lo pucci pucci.
Indecente proprio.

Così scrivendo scherzavo, ma mica troppo.
Il tono è sì giocoso ma – l’ho detto – secondo me c’è stato anche un minimo di attenzione, di scelta voluta, a particolari che potessero intrippare le donne. Che sono quelli citati: corpi da sballo, violenza (piace pure a noi, se è ben coreografata!), giochetti relazionali e tanti, tanti feelings. Che i maschietti magari manco se li son filati, ma noi sì.
– FINE INTERMEZla coppia fatale, per me, è quella Bruce / Clark. (Doh!).

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Non ho idea di quanti fra voi (quelli che non mi hanno sfanculato al primo paragrafo E che son giunti fin qui senza morire nell’attraversamento del Mediterraneo del post) conoscano, comprendano e magari addirittura amino far parte di un fandom, ed eventualmente scrivere fan-fiction – disegnare fanart, in questo caso di tipo omo (slash).
Per me è passione totale (e non sto ad elencare le altre millemila coppie da opere di ogni risma, son troppe e se comincio WordPress mi blocca l’account per sopraggiunti limiti di parole).
Due cose le lascio giù, però.
La prima è che, senza tediarvi oltre col perché e il percome, considero il fatto stesso d’essere una fangirl slash l’ulteriore controprova di essere nettamente sbilanciata verso l’eterosessualità. Diciamo pure che sto all’80% di attrazione verso i maschi vs. il 20% di attrazione per le donne. (Spero sia chiaro che non stiamo parlando meramente di sesso). E penso anche che ciò valga, in linea generale e al di là di percentuali puramente esemplificative, per la quasi totalità delle altre slash-writer.
Va da sé che se sento qualcuno dire che ci divertiamo a scrivere dell’amore tra due uomini perché in realtà quei due uomini vorremmo farceli entrambi, lo avvito nell’asfalto a colpi di mazza ferrata. C’è altro dietro, sempre a mio avviso, ma lasciamolo appunto dietro le quinte.
La seconda cosa: di tutti i possibili shipping omo ricavabili dal fandom di Batman, questo mi sembra indiscutibilmente il più “sano”. Sappiamo benissimo che nelle fogne di Gotham, oltre a Pinguino ed ai suoi accoliti, allignano una marea di cose sconce che non sono tali perché toccano il sesso, ma perché sono specchi di incidenti mentali gravi. Non parlo di problemi clinici, semplicemente del fatto che si incrociano – e si leggono, e si vedono – tante produzioni che generano puro malessere.
Lasciamole al loro destino e balliamo una macumba per tenerle lontane.
Ma sarà comunque utile tener presente che se per una Batman/Robin c’è forse il 15% di possibilità d’aver di fronte una cosa leggibile cioè che non stuzzichi appetiti strani, decente cioè valida e soprattutto carica di senso; per una BatJokes la probabilità sale, ma non esaltiamoci troppo – diciamo un 50%? -, tanto che persino LEGO Batman vi allude poco nascostamente; mentre è proprio con una SuperBat che possiamo sfangarla, e dimostrare all’universo mondo che slash è intelligente e slash è bello, cazzo (nomen omen).
In attesa dunque di reperire Justice League, onde – anche – capire meglio cos’ha da offrire questa coppia (anche se mi dicono che il film è malriuscito, ma poi vedremo), concludo – si fa per dire, non cantate Hallelujah, non ancora – con una… breve disamina di un piano sequenza che mi ha colpito.

[Crediateci o no, ho scritto l’intero post, compresa la parte che segue, in una nottata.
Che Hans Zimmer vegli sul sonno di recupero post – sabato sera di voi tutti].

Siamo al finale, Doomsday è stato liquidato dal povero Superman che adesso giace a terra col petto squarciato. (Soffro, lo rivoglio indietro, e fortunatamente così sarà).
Fotografie – orrende, perché ho usato la telecamera dello smartphone di notte per screenshottare; oppure trovate in rete, imperfette, ma sufficienti a dare un’idea.

Originale
La IMAX scorre riprendendo un’inquadratura dall’alto, in avvicinamento al corpo del (fu) uomo d’acciaio. Corpo costruito ma snello, inguainato in un tessuto traslucido, (s)composto in una posa sommamente plastica ed elegante: le braccia distese, una mano che morbidamente cade di lato come fosse d’un dormiente. Una gamba slanciata in avanti e l’altra piegata verso l’interno, quasi un passo di danza, una volée.
Ed il capo reclinato di lato. In attesa di una carezza, che non si fa aspettare.
Ci avviciniamo ancora, ma cauti, rispettosi. E lo vediamo meglio.
Non è un uomo e non è un dio, non è una conclusione insoddisfacente o una potatura necessaria. E’ invece bellezza. La bellezza seducente, giovane e luminifera di un fanciullo caravaggesco, calor bianco ultramondano che emerge tridimensionalmente da un fondo oscuro ma non piatto, tappezzato da profondità d’ombre.
Al suo fianco lei, virgen dolorosa piena di grazia soffusa, a reggergli la mano, palmo vòlto in alto, con la delicatezza di chi regge un calice prezioso. Vuoto.
Risalendo in lenta fuga nei cieli silenziosi nel loro lutto, tutto precipita nel nero, all’infuori di poche macchie d’aurora incipiente: il marmo rosa di un viso d’uomo ed il chiarore al neon della camicia d’una donna, la sua donna. Dissolvenza.

da video

Pappa Buona (ovvero: altri post sul film da blog che spaccano)

Teaser emotivo non recensivo on Kasabake
BvS on Per un pugno di cazzotti
BvS on Matavitatau (scorrete il post fino in fondo)
BvS on Lapinsù
Bvs on Alcolisti Cinefili
Bvs on Marotz

Di clown, gatti ciechi ed Humphrey Bogart

in Pet Sematary King riflette, attraverso il personaggio di Lou Creed, sull’opportunità di mettere i propri figli a parte del Grande Segreto: il sesso, e ancor più la morte, in un’età che preceda quella “della ragione”.
Non esiste genitore che non se lo domandi, quali siano il momento ed il modo migliori per far conoscere le due verità nascoste a quelle creature che grazie ad esse sono nate, e a causa di esse andranno inesorabilmente incontro alla fine.
Meno persone, molte meno, soprattutto meno genitori si domandano se una simile grave scelta, carica delle sue conseguenze, si debba applicare anche alla verità sulla – alla realtà della – follia. E della paura (sono sorelle).
Mi ha stupito leggere, in un’intervista a Burton su un numero di Vanity Fair di aprile che ho scroccato in ospedale, che il suo Batman – il secondo direi, Il ritorno, che ho da poco visto sul Canale 20, nel quale compare Pinguino – è stato classificato come vietato ai minori. “I ragazzi non hanno paura di un mostro come Pinguino” ha risposto lui nell’intervista originale su Interview – “Sai di cosa hanno paura? Dei colpi che i genitori danno contro i mobili quando, la notte, rientrano a casa ubriachi”.
.
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Beh, mio padre non ha mai bevuto. Ha avuto i suoi casini, come tutti, ma non mi ha mai fatto paura – al contrario, è stato ed è la mia roccia. La mia sicurezza più grande, forse unica, in anni di totale sbandamento.
Mai avuto paura di lui dunque, ma in alcune occasioni ho avuto paura della sua paura.
Per esempio, grande sovrana di tutte le altre, la paura della follia: non di incontrarla, nel suo caso, ma primariamente di subirla. Di impazzire insomma.
Ora non ditemi che è cosa comune, di tutti: “tutti”, in genere, la ignorano o la scacciano. E questo non è aver paura; è rendersi duri come sassi, puliti come ossa ripassate dal vento e vuoti come conchiglie che risuonano solo di ciò che il proprio ambiente racconta.
(La follia per altro ha un suo status speciale, ben distinto seppure burocraticamente lo incroci da quello di un disabile motorio, o persino con ritardo mentale. E forse non ci crederete, ma non ho ancora trovato un solo psichiatra che capisse la cosa più ovvia, cioè che il meccanismo stritolante della psichiatria fa molta, molta più paura, e legittimamente, dei mostri nascosti nell’armadio o delle voci dentro la testa).
C’è stata la faccenda, abbastanza breve, della tricotillomania.
Non ricordo l’età esatta, ma andavo alle elementari – probabilmente si trattava degli ultimi due anni, quando la malattia (rara, neuromuscolare) di mio fratello aveva appena avuto il suo esordio e, come dire, ne ero vagamente provata. Già occupata a trattare ogni giorno un armistizio con i miei personali problemi, la cosa ha fatto traboccare il proverbiale vaso e per scaricare la tensione mi son messa ad arrotolare, involontariamente annodare e poi – per forza – strappare intere ciocche di capelli.
Mio padre bum!, anche capelli a parte, con la sua sensibilità ultrafina che accidenti a lui m’ha trasmesso, capiva che stavo prendendo una brutta china e s’è scantato – per dirla alla siciliana. Non capiva però, o comunque non riusciva ad aggrapparsi all’idea, che era un fatto normale. Anzi, era il meglio che potessi fare e farmi: tormentarsi i capelli, così come altre amene soluzioni, non è che un modo per esternare l’angoscia e liberarsene. Un banale meccanismo di difesa. Tra questo e l’implosione psicologica, voi cosa scegliereste?
Fatto sta che una sera è sbottato, e mi son beccata una lavata di capo (aha) e – peggio – l’ho visto strappare in due un libro-game a tema fantasmatico che avevo appena fatto comprare al supermercato a mia mamma (ero al settimo cielo: un libro-game tutto mio, che non avrei dovuto chiedere in prestito un mese sì e l’altro pure alla biblioteca!). Naturalmente, temeva – e me l’ha detto chiaro – che la mia “fissazione” per fantasmi e roba horror in generale mi danneggiasse. Idea sbagliata, ma comprensibile (papà, ti perdono, e se solo avessi potuto far di più per te…).
Vorrei che prima di passare alla riga successiva, o di chiudere la pagina su questo post, immaginaste: strappare un libro di almeno una cinquantina di pagine belle solide tenute unite, strapparlo in due per il verso della larghezza sì, ma a mani nude. Scommetto che manco ci riuscireste. E’ roba da furia ribollente, da terrore accecante.
Poi, certo, quell’altra faccenda. Un po’ imbarazzante, ma la taglio corta.
Va bene che siamo nati in un’epoca in cui api e fiori avevan già fatto il loro tempo, e non s’arrivava al primo ciclo di mestruazioni totalmente ignare di quanto, almeno a noi donzelle, sarebbe avvenuto. Eppure con il menarca ho avuto un piccolo trauma, e non perché fossi impreparata. Lo era mio padre, di nuovo, che non so quanto ci avesse ragionato in precedenza, ma nel più completo black-out della razionalità ha collegato il mio sangue a quello che seppure in tutt’altro modo ha caratterizzato gli anni iniziali dell’emersione della schizofrenia in mia zia – sua sorella. E via la brocca, alè. L’ha recuperata presto, ma per un’ora ho avuto davanti una persona estremamente trasformata. Non a me sconosciuta, ma piuttosto ferina…
.
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… a questo punto, chissà se qualcuno si ricorderà ancora del titolo e si chiederà cosa c’entrino con tutto questo clown, gatti e soprattutto il buon vecchio Bogart.
Innanzitutto, non penso di dover spiegare a nessuno cosa sia la coulrofobia – orribile termine! -, e potrei ma non mi va di discettare sulla reazione a figure simil-umane e sulla devitalizzazione nel test di Rorschach – bellissimo strumento! Immagino anche che fra voi si nascondano numerosi “estimatori” dei brividi da spina dorsale ghiacciata a causa di Pennywise e dei suoi fratellini minori.
Tanto perché devo sempre fare cose stupide, lessi It all’alba dei miei dieci anni, sempre con la schiena appiccicata al letto e lo sguardo che scattava spesso alla porta della camera, così, nel caso dovesse all’improvviso profilarsi qualche ombra estranea.
(E sopra il copriletto, tanto per gradire, era stampato il disegno di un Pierrot. Un essere maligno come pochi. Altro che libri di fantasmi, caro papà, tu non sapevi e non hai mai saputo che a terrorizzarmi erano piuttosto il pierrot che mi spiava dal copriletto, la mia stessa fotografia ingrandita appesa sopra la testata – mi fissavo sugli occhi, li vedevo diventare neri e piccoli e cattivi e se ero abbastanza sfasata, mi pareva persino che si muovessero in su e in giù. Oh e, certo, mi terrorizzava anche Humphrey. Adorabile di giorno, ma avercelo di fronte la notte, nella penombra del corridoio, che mi fissava dal fustino del detersivo non m’ha fatto crescere troppo a mio agio).
Così dei clown s’è detto, ma non sarebbe una rassegna onesta se omettessi che un clown – non Pennywise – me lo sognavo regolarmente. Mi inseguiva caracollando dietro a mia mamma, sulla cui spalla mi raggomitolavo tipo sacco di patate, che in piena notte mi veniva a riprendere all’asilo. E  dalla spalla lo osservavo mentre ci seguiva: e sempre lo associavo ad un certo strano pizzicorino sulla pelle, tipo quello della lana pura.
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I gatti, in maggioranza ciechi da almeno un occhio e palesemente infetti, sono invece quelli che circolavano da padroni assoluti nel cortile e in alcuni corridoi del manicomio (e spero non vi aspettiate che lo chiami “ospedale psichiatrico”), il primo in cui mia zia è stata ricoverata – cioè: il primo che ho visto io. La roba degli anni ’60 l’ho schivata, ma tanto i racconti di famiglia han fatto il loro sporco e orrendo dovere.
Oltre ai gatti, agli inservienti con l’aria più sbandata dei pazienti ed alla Grande Donna Nuda che faceva le sue scorribande nei corridoi inseguita dai suddetti inservienti (e sì, come suggerisce il nome era completamente nuda, e grassa, e raccapricciante); oltre che da loro la compagine di amici era composta da: persone-che-sbavavano, persone-che-urlavano, persone-che-ti-si-avvicinavano-troppo, persone-con-lo-sguardo-fisso-nel-vuoto e persone-con-lo-sguardo-fisso-e-penetrante-su-di-te. Spesso e volentieri, avevano tutte queste caratteristiche insieme, nonché l’immancabile sigaretta.
(Le poche, rilevanti eccezioni di matti “gestibili” e “piacevoli”, coi quali ho instaurato persino un rapporto di affetto, sono nate molto più tardi).
Non può sorprendere che nell’arco della mia vita abbia poi dato fondo ad antropomorfizzazioni, pensiero magico, allucinosi, scissione, derealizzazione e dissociazione. L’età da marito – l’età più propizia ad una fioritura schizofrenica – l’ho passata, e la familiarità per questo tipo di “malessere” è nel mio caso contenuta, se non addirittura esile. Ma la paura non lo è.
(Anche questo gli psichiatri non capiscono, povere teste di legno: che se per una sindrome si può parlare di familiarità, ma non di ereditarietà, ciò non la rende meno possibile o pericolosa. Che la pazzia è sì terribile e strana, ma è anche enormemente affascinante, attrattiva; ed è proprio vero che è come la gravità: basta solo una piccola spinta. Potrai anche avere solo occasionali e rari episodi psicotici di lieve entità, ma se li hai precisamente normale non sei. Piccolo e infrattato tra le circonvoluzioni del cervello, hai un marchio. “Loro”, gli psichiatri, sullo stigma sociale organizzano fior di convegni – ma di quello interiore che sta sempre lì a ricordarti che tutto può andare a ramengo in un solo rapidissimo attimo nulla sanno).
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Cosa volevo dire con tutto questo non lo so più, oppure non l’ho saputo mai.
Però, dopo aver nascosto per tre mesi ai miei compagni di corso nel 2009 che mio fratello era appena morto, è bastato un accenno durante una lezione al TSO che ho mollato le cataratte e vomitato fuori tutta la depressione e lo schifo e la disperazione provati quando è toccato a lui essere legato, forzato, portato via, ucciso come individuo.
O quando una volta in struttura mio cugino, con noi lì attorno, gli ha rasato i capelli – non ricordo perché servisse – in una doccia da caserma o da carcere, col telefono in alto, le piastrelle verdi ed una luce debole quasi morente che non illuminava niente. Lagern docent.
Forse esprimere il dolore o la paura non risolve tutto, a volte persino complica le cose.
A ciascuno il suo, tuttavia: io ho trascorso davvero troppo tempo a razionalizzare, negare e scappare; posso affermare con cognizione di causa che mi è stato necessario, ma non è una scelta adatta al lungo termine ed alla vita.
Ed io la vita, la salute – la sanità mentale – non le disprezzo; anche se per apprezzarle in maniera adeguata, profondamente, ho avuto bisogno di tempo. (Humphrey invece no, pare non ce l’abbia mai fatta: con quello sguardo un po’ così, da eterno sconfitto…).

Film .18: Il cavaliere oscuro – Il ritorno (The dark knight trilogy), Christopher Nolan

[first one; second one] Allordunque.
Mi sembra di voler dire mille cose e insieme di non averne in realtà nessuna da dire: sarà che questo terzo capitolo, conclusivo, mi ha scatenato tanti pensieri in più rispetto ai primi due – il che è cosa buona e giusta – ma mi ha anche lasciato l’impressione d’essere un tantino disordinato, di aver voluto mettere troppa carne al fuoco.
Le varie parti della trama – Bane, Catwoman, Miranda Tate, Blake-Robin, gli strascichi della bugia su Dent… – di fatto sono coerenti quanto basta, nel complesso però scivolano via meno fluidamente e chiaramente.
Per questo e solo per questo gli ho attribuito 4 stelle su 5 – presa nell’insieme, ovviamente, la trilogia se ne becca cinque piene, e vorrei sottolineare che al netto di questo pur non trascurabile difetto mi son goduta anche il terzo.
Citando una recensione su MyMovies, “non lascia spazio a delusioni“.

Pros

  1. Batman in difficoltà.
    Sì, okay, dopo otto anni di inattività calza un tutore alla gamba, fa due flessioni e bum!, di nuovo perfettamente in forma. Lo so. Però (giustamente) alla prima “uscita importante” Bane gliele suona, o meglio, lo suona.
    E in qualche maniera deve anche ripercorrere alla velocità della luce il percorso fatto per entrare nella propria paura ed assimilarla a sé. La faccenda del pozzo è okay, nonostante in quella prigione fin troppo confortevole per corrispondere all’inferno descritto da Bane girino troppi saggi, guaritori aggràtis e provvidenziali manifestazioni da delirio oppiaceo.
  2. Bane, per l’appunto. Tutt’altro che scemo, ma soprattutto grosso e… grosso, ecco.
    Mica tutti possono essere Joker, e a Gotham come nel mondo reale è più facile imbattersi in decine di mezzi criminali, in stracci o in giacca e cravatta, che in un unico formidabile super-cattivo.
    Mi piace che Ras al-Ghul (aka Me Pïa el-Chul per i nemici) l’abbia bandito dalla Setta delle Ombre solo perché… “è un mostro”. Ciò dimostra che MPeC è un coglione megalomane, altro che esempio di giustizia cieca.
    E ancora, ho letto un sacco di critiche al doppiaggio di Filippo Timi. Boh, non è il mio campo, non me ne intendo. Ma davvero soltanto io ho trovato eccitante e fichissima la voce storpiata con quel melodioso crescendo in acuto di Bane? Sì, eh? Vabbeh 😦
  3. Interessante l’intreccio “aziendale”. La Wayne Enterprises in crisi, l’idea del reattore e la cessione, il magheggio finanziario per recuperarla ecc.
    Avrei dato un pizzico in più di spazio a questo, e un po’ meno a tutta la faccenda dell’anarchia (vedi sotto).
  4. Catwoman. Embé.  Non tenta in alcun modo di rimpiazzare Rachel Dawes, sfrutta benissimo il tempo limitato che le viene dato, giganteggia (come attrice e come personaggio, riuscitissimo al dettaglio) ed è stragnocca.
    A proposito di quest’ultima notarella di colore, ehm, ci sono giusto due momenti che alzano leggermente la temperatura del terzo film rispetto ai primi due. E non sono, ovviamente, né la breve e casta scena post-coito davanti al fuoco con la Tate né tantomeno il bacio quasi-finale, sempre lampo e sempre casto (ma quanto ci piace), che Selina Kyle scrocca al pipistrelloso faccia-da-poker.
    Mi riferisco invece alla battutina sull’egocentrismo… non solo finanziario di Wayne mentre ballano (pure qui: ma prendiamoci un po’ di tempo, no? Sempre di corsa, accidenti) e soprattutto alla posizione POCHISSIMO provocatoria di Catwoman in sella (a 90°) al Batpod. I dieci minuti successivi me li sono persi, sono rimasta imballata [sì, sono cattolica. Sì, considero peccato l’atto omosessuale. Ma gli occhi non me li sono ancora cavati, mi mancano già abbastanza diottrie grazie, e la Hathaway è quella che è. Dio mi perdoni].
  5. Da parte sua, per una volta (l’unica che io conosca, per lo meno) il futuro Robin non è un impiastro, un nerd all’ultimo stadio (senza offesa per i nerd in buono stato psichico) o uno sfigato.
    E soprattutto, con buona pace dei fanwriter a caccia di shipping yaoi/slash, non è un piccolo gay tremebondo segretamente innamorato di Batman (Dio, pietà di loro perché non sanno quel che fanno).
  6. (Relativamente) pochi effetti speciali, grande lavoro di ricerca di una verosimiglianza visiva. (L’aereo che precipita all’inizio, per dire, non è in digitale). Tutta roba da rivedere al cinema – se mai mi capiterà!
  7. Per concludere, perfetto finale action&love (con la consueta sobrietà).
    Sarà che come detto c’era fin troppa roba da digerire, ma non l’ho visto arrivare e non so nemmeno spiegare quanto ho esultato.
    Eccheddiamine, questo sì che è un sano lieto fin(al)e. Tutti i conti tornano, Gotham ha fatto pace con la verità degli eventi – se non con gli eventi stessi – Batman può godersi un meritato e trionfale riposo, e tutti noi insieme ad Alfred ci scoliamo un Fernet Branca ghiacciato senza rimpianti autolesionisti (e senza marmocchi intorno, noto con piacere).

Cons 😐

Al di là della confusione e di certi fili lasciati penzolanti nella trama (o almeno, io li ho percepiti così), come già scrivevo, di fatto di “contro” me ne viene in mente uno solo:

  1. Anarchia, Denaro: non so se sia davvero un demerito. Indubbiamente il livello terra terra di accusa dell’idolo denaro come anche del tentativo di restituire la società a se stessa (e, indirettamente, distruggerla) ben si confanno al personaggio di Bane.
    Che non è stupido, ma è senz’altro elementare.
    Eppure questi due elementi, sensati, mi pare abbiano un che di ipertrofico e generico. Tra i brevissimi momenti in cui vengono additati broker e miliardari come causa del degrado, e i meno brevi momenti in cui un personaggio preciso (verrebbe da dire: reale) si confronta con un altro personaggio ben costruito – Selina e Wayne -, è nei secondi che si intuisce tutto il potenziale dell’argomento.
    Che, del resto, seppure non sviluppato a mille, fa il suo discorso e risulta addirittura cruciale per l’evolversi finale della storia: grazie al Cielo e agli sceneggiatori, Catwoman non scrocca il famoso bacio a Batman perché è una micetta sensuale e maliziosa o perché s’è presa una cotta, ma perché – perdonate la semplificazione – ha scoperto che un miliardario può anche non essere un uomo immoraleChe il mondo è sì marcio, ma non è ancora del tutto perduto. E nemmeno lei lo è.
    Insomma, questo del “tana libera tutti” – abbattiamo i ricchi e le strutture di potere – cazzate democratico-dirette eccetera, è per me un difetto, ma solo a metà.
    Dio benedica Christopher Nolan.

Libri .5: L’uomo dei dadi, Rheinhart

L’uomo dei dadi – Luke Rheinhart

E’ un romanzo problematico, questo, poiché occorre inoltrarsi per un discreto tratto nel testo prima di capire se, pesandone i vari elementi, la nostra personale bilancia lo decreti un libro di valore oppure un libro da evitare. Sì: perché non è uno di quelli che si possano giudicare lungo una scala lineare di piacevolezza, o lo si apprezza tanto da oltrepassare un certo limite e dunque senza sconti, o lo si gode sino a quell’estremo limite, dal quale poi lo si prende in antipatia, in sospetto e infine lo si disprezza.
Un libro inutile? Un libro dannoso, piuttosto; anche se l’intelletto e la libertà umana, generalmente parlando, non mancano delle risorse adeguate ad approcciarlo con criterio.

Luke non è Luke – ma questo non ci stupirà. Luke è solo uno pseudonimo, ma il fatto è che l’uomo celato dietro ad esso di pseudonimi ne ha molti, uno diverso per ciascuna delle, pare, numerose finte autobiografie prodotte nel tempo.
L’uomo dei dadi, protagonista di questa in particolare, non esiste – nemmeno questo può stupire più di tanto, dopo Matrix, Vanilla Sky, Eternal Sunshine ecc., e nipotini elencando. L’uomo dei dadi non esiste perché ha scelto, più o meno deliberatamente, di cancellare se stesso – la sua personalità, le sue abitudini, le sue scelte predeterminate dal vissuto – e generare ad ogni nuovo lancio di dadi un nuovo sé, nuove azioni avulse da un contesto psico-attitudinale stabile, un nuovo futuro privo di una prospettiva a lungo termine.
Già così fa paura, ma c’è di più: il dottor Luke Rheinart, psicoanalista vagamente frustrato, giunge ascoltando la voce di Dio (ossia, del Dado), a smontare la propria intera esistenza e contagiare, contaminare sistematicamente, interi gruppi di persone con una fissazione deleteria e distruttiva. Lasciar decidere al Dado, appunto.

trasferimento

Non entro in dettaglio: la storia è lì, reperibile in qualsiasi biblioteca, e pure scorrevole nonché divertente (sempre che il turpiloquio e l’abbondanza di sesso che discende dalla triade psicanalisi-newyork-secolarizzazione non vi turbino. Vi assicuro che ce n’è).
Considerando che a suo tempo un romanzo con intenti, mi verrebbe da dire, psicotropi come questo ebbe un vasto successo, e che io ne sono venuta a conoscenza attraverso una pubblicazione recente (citato in Propizio è avere ove recarsi di Carrére), non è poi così peregrino domandarsi quale impatto possa determinare su una persona – non parliamo di società – oltre che da quale humus culturale nasca.
A proposito di quest’ultimo, quale sia è presto detto: la prima edizione, se non erro, risale al ’67. Anno più anno meno, siamo nell’orbita di quella detonazione culturale della quale stiamo ancora subendo le radiazioni.
Sviluppo armonioso del bambino, ben distinto dai ruoli adulti? Spazzatura.
Identificazione stabile con un sesso, prosecuzione stabile di una famiglia, atteggiamenti coerenti col proprio passato ed orientati ad un futuro quantomeno delineato? Spazzatura.
La società? L’autorità? La normalità, e di conseguenza lo scompenso o la devianza da curare? Via. Via tutto, perché dove si scorge un neo sulla pelle della realtà, magari un po’ grandicello, è buona cosa amputare per intero l’arto.
La religione? I valori? La continenza e il pudore? Ancora spazzatura.
E dove sarebbe il problema? Di queste cose è pieno il mondo, e non da ieri. Però, quando qualcuno riesce a trasmetterle sotto una sembianza che non è di critica pura cioè di saggio e d’invettiva, né di parodia edificante, né di storia bislacca ma consapevole degli intrinseci limiti di ogni storia, che veicola un mondo ed un pensiero parziali, contestabili; ecco: il mix inattaccabile di veleno spacciato per confetto – senza alcun avviso ai consumatori – è pronto.

Mi piacerebbe che a commento di una prodezza tale – e lo è, il guaio è appunto questo: che il libro è davvero ben scritto, ben pensato, ben diretto, insomma fico, diabolicamente affascinante – intervenisse Claudio alias Sir Cliges. Ma con un post dei suoi.
L’hai letto? Lo conosci?