Propositi da 40ena

Copiandole da questo post, ho selezionato alcune idee per sfruttare la gran massa di tempo libero offertaci dalla quarantena (che vi ricordo, non per fare la Cassandra, NON È DETTO terminerà davvero il 3 aprile…). Per il durante, insomma. Ma c’è anche il dopo, perché non sappiamo con esattezza quando, e con quale rapidità ci riabitueremo, ma anche il dopo arriverà: e per allora ho in mente due o tre cosucce che sarebbe ora mi decidessi a fare! Bando al 31/12, perciò, e scateniamo i buoni propositi 🌟
(Nota Bene: non è che, finita la quarantena, sarà illegale portare a termine ciò che abbiamo iniziato. Si può proseguire e spuntare qualche consiglio anche in seguito!).

Idee per passare utilmente la quarantena

  • Programma nei minimi dettagli la tua prossima vacanza. Non possiamo sapere quando succederà, ma come si svolgerà e cosa visiteremo sì, eccome.
    Ecco, io per esempio è da mo’ che fantastico di mettermi alla scrivania, col pc di fianco, carta e matita, e progettare (letteralmente) una vacanza ad EuroDisney – chi mi conosce, per altro, sa che “progettare” è già parte del piacere. Ho visitato il parco nel 2002, di ritorno dal viaggio-studio in Scozia, e niente, ci ho lasciato un pezzetto di cuore.
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  • Informati sulle opportunità di volontariato nella tua città e segnati quelle più interessanti: appena questa quarantena finirà, ci troveremo comunque in una situazione complessa e delicata. Dare un contributo in prima persona è la cosa migliore che possiamo fare.
    E anche in questo caso un’ideuzza ce l’avrei. Ma finché non la metto in pratica (o decido di lasciar perdere) non ne parlo, ‘ché non voglio rompimenti di palle (dunque difficilmente ne parlerò pure dopo). Posso solo accennare che è una delle poche cose, credo, che si possano fare senza sbattersi e senza farsi venire la rogna stando in mezzo alle persone – io non ho mai amato il volontariato, e peggio non sopporto le persone stupide, lente o appiccicose: e di norma i volontari sono una combo delle tre. Chiedo scusa ad eventuali volontari che dovessero leggere, se suono indelicata, ma questo è.
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  • Fai un elenco di tutte le rotture di scatole dei prossimi mesi, e cerca di calendarizzarle: appuntamenti dal notaio, visite di controllo dei nei, analisi del sangue. Anche qui, magari non puoi sapere quando sarà possibile prenotarle, ma almeno avere un quadro più chiaro della situazione.
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  • […] Ecco, ora sei pronto per affrontare la scatola delle foto di famiglia. Crea una volta per tutte degli album e piangi un po’, ti farà bene.
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  • Sei lontano dalle persone a cui vuoi bene? Scrivi loro un’email per raccontare com’è la quotidianità senza di loro.
    O anche delle lettere cartacee, specie se scrivi alla nonna novantenne.
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  • Inizia a tenere un diario dei sogni. L’hai sempre voluto fare, ma hai preferito ritardare la sveglia.
    In realtà, anche se non è ancora un vero e proprio diario (o meglio notturnario, come l’ho battezzato io: e no, non autorizzo l’uso del nome), alcuni sogni già li trascrivo ed interpreto. Non immediatamente al mattino, però, e men che meno sul classico quadernetto posato sul comodino.
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  • Chiama. Tua. Nonna.
    Chiama. Tua. Madre.
    Chiama. Tutti. I. Parenti.
    Morta.
    Morta.
    Li ho chiamati tutti, tranne quelli bresciani, che per me possono restare nel limbo dove stanno, grazie tante.
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  • Se vivi con il tuo partner, fate sesso. Se siete lontani, fate sesso telefonico. Se non hai un partner, sistema quel profilo Tinder e preparati ai tempi migliori che verranno.
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  • Se hai un cane, insegnagli qualcosa che ancora non sa fare. Riportare la pallina is not enough.
    Niente cane, ma questa mi pare carina. Potrei adottare una mangusta, però, come Neruda. Allontanerebbe certi serpenti che ho attorno, vuoi mettere con il riporto?
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  • Cerca di osservare questa crisi da più punti di vista: leggi i quotidiani esteri, magari qualche reportage di medio-lungo formato.
    Uhm, sarebbe cosa buona e giusta. Ma sono una scansafatiche, della pandemia voglio parlare il meno possibile e poi ho già il mio spacciatore di Famiglia Cristiana XD
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  • Se vivi nelle Zone Rosse, controlla su questo sito del Ministero quali beni e servizi gratuiti le aziende hanno messo a disposizione per te: https://solidarietadigitale.agid.gov.it/#/
    Vabbeh, ormai in zona rossa ci siam finiti dentro tutti, ma ci siamo capiti.
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  • Osserva la tua libreria con calma e tira fuori un libro che non hai mai avuto tempo o voglia di leggere, così la prossima volta che sarai in libreria potrai comprarne un paio senza sentirti in colpa. Non avrai mai più tanto tempo libero quanto in questi giorni per affrontare Infinite Jest o Il Conte di Montecristo.
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    Osserva ancora la tua libreria e metti da parte 3 libri da regalare agli amici quando li vedrai la prossima volta.
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  • Aggiusta quei vestiti che hanno buchi o bottoni ballerini.
    Ecco, ho giusto quelle tre o quattro cose da cucire.
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    Sistema i cassetti della biancheria intima: basta calzini spaiati.
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  • Pulisci anche la tua homepage su Instagram, defollowando tutta la gente noiosa che hai iniziato a seguire nel corso degli anni.
    Ora che il tuo profilo Instagram ricorda la stanza di un monaco di clausura per ordine e austerità, inizia a seguire gente davvero interessante, come divulgatori scientifici, psicologi e altri esperti nei loro rispettivi settori.
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  • Prima o poi tutto questo finirà e torneremo ai soliti ritmi forsennati. Cucina anche per quei giorni e riempi il freezer fino all’inverosimile.
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  • Fatti la manicure, una maschera per i capelli e tutto quello che rientra sotto l’enorme cappello della self-care.
    Fatti una di quelle maschere per il viso DIY, quelle a base di ingredienti reperibili in qualunque cucina. Uscirà uno schifo, sporcherai ovunque e tra un’imprecazione e l’altra ti dimenticherai per una buona mezz’ora la situazione generale.
    Perfetto. Basta non prenotarsi in una clinica tipo quella de La cura dal benessere, e va bene tutto, guarda.
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  • Fai yoga e impara finalmente tutta la sequenza del saluto al sole.
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  • Vai su The Useless Web, l’inutile sito che ti porterà su altri inutili siti random.
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  • Cambia la disposizione dei mobili in una stanza. Sposta il letto, metti il tappeto da un’altra parte.
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  • Ora che hai tempo prova a ripensare i tuoi sprechi. Apri la credenza e osserva quello che c’è dentro, controlla quali alimenti stanno per scadere e usali nei prossimi giorni.
    Non c’è pericolo, quando sei un tritatutto.
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  • Pensa. Prenditi qualche minuto ogni giorno per ripensare alla tua vita e alle tue esperienze, ridefinire i tuoi obiettivi e ideare strategie per come ottenerli. Tornerai più forte di prima.
    Vabbeh: un po’ ottimistico, ma tentar non nuoce.
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  • Se ti manca il cinema prova a ricreare la sua atmosfera in casa. Popcorn, buio totale tranne che per lo schermo e magari quel proiettore che avevi dimenticato in cantina?
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  • Rispolvera il vecchio Nintendo e finisci una volta per tutte quei giochi che hai abbandonato da piccolo.
    Cacchio, quasi quasi provo ad allacciare il mio vecchio Sega Master System II alla tv…
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  • Scegli la tua serie preferita e riguardala dall’inizio alla fine. Di nuovo. Non c’è nulla di male nel farlo. Se vuoi sentirti meno in colpa, guardala in lingua originale.
    Manco a farlo apposta, hanno appena ricominciato dalla primissima puntata The good wife su Rai4. Ed io me lo sto vedendo per la terza o quarta volta.
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  • Gran parte delle attività sopracitate possono essere svolte ascoltando podcast. Qui trovi un’ottima lista dei migliori podcast italiani (e non) scritta dai nostri colleghi di VICE Italia: https://www.vice.com/it/article/a3bvjp/lista-migliori-podcast
    Stuzzicanti, peccato che sembrino essere tutti in inglese (o quasi?). Verificherò.
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punto-e-virgola

Propositi personali per il post-quarantena

Lottare per la pace nel mondo Ehm, no. Pensavo più che altro a questo:

  1. Massaggio cervicale
    Mi sono fatta male (no, non è esatto: mi hanno fatto male) nel settembre 2018, e ancora non ho messo in agenda i massaggi decontratturanti che l’ortopedica mi ha prescritto. All’inizio avevo un buon motivo per aspettare, adesso non più.
  2. Tatuaggio
    Forse il tatuaggio perfetto per me non lo scoprirò mai, ma uno che non può in alcun modo venirmi a noia o perdere di significato c’è. 
  3. Gardaland
    Non è EuroDisney, ma intanto è abbordabile. E poi non ci vado da anni.

Parliamo di donne

Luca, Stefano, Lorenzo.
Sono stati tre, fatto salvo che altri lo sarebbero potuti diventare in circostanze differenti, gli uomini che hanno significato di più per me, che sono stati importanti. E ovviamente, di cui sono stata innamorata, e pure a lungo.
E’ piuttosto facile individuarli, perché nessuno di coloro che son seguiti mi ha offerto altrettanto.
Mi sono però anche chiesta quali siano state invece le donne importanti, a livello romantico e non amicale, quali mi abbiano attratto per un periodo e con un’intensità non effimeri.
Tralasciandone due che, nello stesso arco di tempo, mi hanno interessata molto (ma più sul piano intellettuale che istintuale), ne posso contare altre due che hanno scavato un segno ben profondo in me – ma ad esse preferisco cambiare i nomi: saranno, qui, Eva e Dalida.

Eva la conosco sin da quando ero bambina (e lei era, invece, alle soglie dell’adolescenza).
Vivevamo nello stesso quartiere, seppure non troppo vicine, e naturalmente non frequentavamo gli stessi gruppi di conoscenze data la differente età, ma mi capitava abbastanza spesso d’incontrarla in giro.
Ho sempre saputo di interessarle. Non saprei dire di preciso in che modo, almeno non allora (più tardi, penso di non essermi sbagliata nel vederci anche un interesse erotico-sentimentale), ma era chiaro se non altro che in qualche maniera la affascinavo.
E, naturalmente, a maggior ragione lei (più grande, mezza slava, ambigua come una sirena e solo lievemente mascolina, non abbastanza da respingermi) affascinava me.
Crescendo l’ho persa di vista, l’ho incrociata raramente ma, ogni volta, conservando quelle antiche sensazioni.

Dalida, invece, mi ha coinvolta di più dal punto di vista fisico ma, al tempo stesso, la mia brevissima esperienza con lei è stata anche molto più razionalizzata da parte mia.
E’ uno di quei casi in cui posso dire che la mia attrazione era determinata (… è determinata) da qualità – bellezza, morbidezza, femminilità, risolutezza – per le quali vedevo, vedo in lei tratti della donna che vorrei essere e non sono, né mai sono stata.
Ovviamente ciò non significa che la idealizzassi: riconoscevo benissimo i suoi difetti, per esempio nel suo carattere spigoloso e diffidente, e certo non ho mai fantasticato di una persona inesistente a discapito della persona reale. Tuttavia, alla lunga nonostante la forza di attrazione sia scemata di ben poco, e solo per la lontananza, ho potuto cogliere distintamente questo sostrato problematico: quella che speravo di conquistare non era e non è una specifica donna come possibile partner, ma il concetto stesso di donna, una parte di me stessa che è centrale, fondamentale, ma non ho mai potuto adeguatamente fare mia.
Sic est.
Chiaro oppure no che mi fosse allora, la mera possibilità di non esserle indifferente, o peggio sgradita, mi esaltava: così, anche se il suo è stato un generoso tentativo che ha subito evidenziato la sua (buon per lei!) innegabile eterosessualità, l’avermi dato sufficiente credito chiedendosi se mai potesse nascere qualcosa di sensato da una situazione così improbabile – e l’avermi “concesso” un bacio – mi avevano garantito, per un momento, una stima di me stessa come potenziale compagna ed una sensazione di padronanza nelle relazioni per me rare.
Solo illusioni, ma ci sono state e se ci penso le posso rievocare intatte: fossi stata meno solitaria ed introversa, avessi avuto una “vita mondana” appena più estesa, ne avrei fatto probabilmente, in breve, una droga. Pur non essendo nel mio stile posso pertanto capire, a grandi linee, cosa prova un gay assetato di sesso (di riscontro, controprova del proprio valore, approvazione) quando esce per locali in “battuta di caccia”… e a buon intenditore, pochi puntini sulle i.



ce n’è voluto per scacciare i fantasmi.

spiriti di incertezza e inadeguatezza, di fallimento,
che avrei teoricamente debellato tempo fa.

ma se ne sono andati da soli poi…
passata l’affezione ai dybbuk, riecco le ninfe.
essere invasa è sempre un devastante privilegio.
con mano forte ed aggraziata la prima ninfa afferra e strazia i tuoi occhi: non riflettono alcuna luna di latte, non parlano, nè guardano soltanto me. così posso vedere uno scorcio di te, finalmente, senza sovrastrutture poetiche, la nuda carne e te.
la seconda ninfa, che nella notte si muove in me quasi contorcendomi e rievocando la scompostezza con cui ti ho baciata. torce il mio corpo, inquieta la mente, di nuovo e ancora e di nuovo, ma fino alla spossatezza che lascia saziati e dolcemente persi.
una terza ninfa, creatura solo riflessa nel vetro freddo del parabrezza, appoggia la sua mano e scappa, allontanando anche te. mi ancheggia davanti, nell’ombra e sulla strada,
in ritmo di blues.

scappa.
una bella serata che si allunga nel tempo, senza perdere sapore.
corro anch’io, nella notte, ma non inseguo nulla.
ti ho già qua.

[2006]

Due parole sulla terapia riparativa.

What?

Tra le altre cose, sono una sostenitrice della terapia riparativa dell’omosessualità.
Sì, quella che si propone di convertire l’impulso sessuale, l’attrazione affettiva omo- in etero-. Sì, quella del famigerato Joseph Nicolosi (il quale, comunque, non l’ha inventata dal nulla).
Ancora non ho letto nulla di suo – dovrebbero arrivarmi a giorni i primi due manuali, insieme ad un testo di parte avversa – e mi è chiaro che si tratta di un mondo più vasto di quanto le solite tre info in croce lascino indovinare; tuttavia ne condivido la sostanza: la possibilità di risanare, o almeno individuare e contenere, una stortura creatasi nello sviluppo identitario e sessuale della persona – la causa non biologica della tendenza omosessuale.

Dico “la causa non biologica della tendenza omosessuale” perché ritengo che, a fianco di una componente biologica (che già va oltre la genetica), la componente psico-ambientale non solo esista (e non è affatto scontato affermarlo), non solo giochi un ruolo più rilevante di quello che comunemente le si attribuisce, ma anche sia in molti casi – il mio è un “molti” empirico, ma tant’è – il fattore prevalente e preminente che determina tale condizione.
Per dare un’idea più specifica di cosa si sta parlando, riporto due paragrafi da Wikipedia:

La definizione riparativa nacque nel 1983 quando la psicologa ricercatrice britannica Elizabeth Moberly coniò il termine spinta riparativa per riferirsi alla stessa omosessualità maschile, interpretando il desiderio sessuale di un uomo per altri uomini come il tentativo di compensare un mancato rapporto tra padre e figlio durante l’infanzia[55][56].
[…]
In un libro del 1991 Joseph Nicolosi sosteneva che[59]:
«[o]gnuno di noi, sia uomo che donna, è guidato dal potere dell’amore romantico. Tali infatuazioni traggono il loro potere dalla spinta inconscia a diventare un essere umano completo. Negli eterosessuali, è la spinta a riunire i poli maschio-femmina attraverso il desiderio per l’altro. Ma negli omosessuali, è il tentativo di riempire un vuoto nella completezza del sesso originale dell’individuo».

Come detto, questa visione psico-ambientale (ma ormai potremmo aggiungerne anche una psico-sociale) non copre e non esaurisce tutte le cause dell’omosessualità – non è del resto mia responsabilità né intenzione render conto di ogni aspetto della cosa: non parlo a vanvera, ma parlo comunque per me stessa, non sono una portavoce né della Chiesa né di Arcigay o affini.
Ma se la si accetta – purtroppo le polemiche sulla presunta non scientificità della terapia divampano, e sono a loro volta tutt’altro che oneste… – si apre uno scenario ben più complesso dell’usuale, e per di più viene a cadere il mito del carattere immutabile dell’orientamento omosessuale: può essere certamente “stabile”, stabilizzato, ma non integralmente innato, univoco, immutabile appunto come nel consueto paragone che si usa fare con il colore degli occhi o dei capelli.
Lo sviluppo sessuale somiglia, piuttosto, ad un’abilità corporea (che so: lanciare una palla centrando un canestro) che parte da un livello standard, ma può implementarsi in misura maggiore o minore, e più o meno armoniosamente, secondo i casi – laddove, nell’ottica riparativa e in ultima istanza cattolica, l’eterosessualità rappresenta l’estremo armonico di una scala, e (la riaffermazione del)l’omosessualità (come variante naturale) l’estremo opposto: un disordine.

How?

Come mi sono avvicinata al discorso sulla terapia riparativa – questa semisconosciuta?
Innanzitutto leggendone e parlandone nei blog e sui siti d’informazione cattolici, anche prima di diventarlo io stessa e dunque familiarizzando con la faccenda quando ero su posizioni contrarie.
Ne ho poi sentito discutere – non solo per accenni o con sarcasmo – sempre in ambito cattolico, ma “dal vivo” e di persona con alcuni singoli: solo per fare un esempio, con le Sentinelle in Piedi (di cui faccio parte, pur non partecipando da un pezzo a nessuna veglia per varie ed eventuali) e durante le serate di Gianfranco Amato e Povia. (Situazioni, queste due, che mi hanno insegnato parecchio non solo su determinati contenuti, ma soprattutto sulla nostra società. Oh sì. Ma ora sto parlando d’altro).
Al di là dell’avvenuta conversione e del riposizionamento su punti di vista più affini alla dottrina della Chiesa – che da sé non sarebbero ancora sufficienti -, ciò che mi ha portata ad “approvare” i postulati della terapia riparativa è semplicemente questo: che mi ci riconosco. Così come mi sono riconosciuta in parti significative del racconto e dell’analisi che della propria storia ha fatto Luca di Tolve, nel libro Ero gay.
(Cos’è ‘sto scalpiccìo? Ah, gente che scappa…).
E questo è quanto, per una panoramica.

Cardini

Keira Knightley è mostruosamente brava nella prima mezz’ora di A dangerous method, il film di Cronenberg sui rapporti tra Jung (Fassbender) e Freud (Mortensen) nel quale interpreta la nota Sabine Spielrein. Tanto che più di una volta ho pensato che forse era meglio fermassi il dvd e lasciassi perdere – già nel momento in cui la trasportano dalla carrozza del padre dentro il Burghölzli, sollevata di peso come fosse un divano scalciante, mi si sono rizzati i peli sulle braccia, le antenne che segnalano il pericolo e un mucchio di immagini mentali sgradite si sono fatte largo.
Poi, però, tutta la faccenda si “normalizza” in una pellicola intrigante ma non stupefacente, più un affresco che un’indagine, e molto meno orripilante di quanto il nome del regista lasci presagire.
Detto questo, un concetto mi è caro e subordina ogni altro pensiero:

Dev’esserci per forza più di un cardine nell’universo.

Ipse dixit Carlo Gustavo Giovane a Sabine, disperandosi di un Sigismondo Gioioso fissato – è il caso di dirlo – con la libido e con un’interpretazione sessuale “de la qualunque”.
Ebbene, immagino che tutti voi abbiate presente quel disegno – del quale non conosco l’autore – di Freud, ma potremmo anche dire restando in tema di “una testa di Freud” (!), che ben riassume quale sia il fulcro della sua via psicanalitica:

freud

Senza voler semplificare troppo e ridurre un’intero apparato disciplinare ad uno slogan, è naturale perdere la calma di fronte ad un uomo che, avendo spalancato una porta – come il suo personaggio afferma – su un mondo nel quale lui stesso si muove senza mappa, sostiene tuttavia di sapere riconoscere senza fallo (ah, ah, ah!!) la verità quando gli si presenta davanti.
E che, fondamentalmente, intravede un’analogia sessuale preponderante in sogni che potrebbero avere tante e tali più calzanti spiegazioni.
Come Jung, penso che l’universo (anche quell’enorme microcosmo che è la nostra psiche) abbia indubitabilmente svariati cardini attorno ai quali compiere i propri moti di rotazione e rivoluzione.
Con facile ironia, potremmo suggerire che l’ossessione di Freud per il sesso abbia molto a che vedere con il fatto che lui non ne fa, insieme ad un suo collega-paziente – Otto Gross –  interpretato qui da Vincent Cassel. Vi sarebbe forse una parte di verità, se non nel caso di Freud stesso del quale nulla so, almeno in parecchi altri casi – ma Jung ancora una volta mi verrebbe in soccorso ricordando che una frequenza anche alta di un fenomeno non implica la sua universalità.
Così, non indicherei mai nella scarsa o insoddisfacente attività sessuale la matrice dell’ossessione (una qualsiasi ossessione, clinica o “pop”) per il sesso, per l’idea che la mente maschile va a sesso come le auto vanno a benzina, per l’idea (anch’essa molto freudiana) che la monogamia sia una malattia autoinferta. Ci vedo, piuttosto una piatta attività intellettuale.
O il mio è solo un altro pregiudizio?

Animalesco

Io ed L., la mia più cara amica, abbiamo prospettive e gusti estremamente diversi in fatto di uomini – e qui mi riferisco solo al corpo! Intanto lei ha più un vero e proprio “tipo” ideale, mentre io ne ho svariati, pur con alcune nette preferenze. E poi, appunto, se lei va per il biondo occhi azzurri io propendo per il total black, capello / occhio castano e perché no, anche la carnagione o persino la pelle non mi dispiacciono olivastre o nere (tanto che, quando leggerà questo post e scoprirà che mi stavo invaghendo di un mulatto sul treno per Milano, mi beccherò un cazziatone).
La cosa bella è però che su un fattore particolare ci intendiamo, e ci intendiamo alquanto direi: e questo fattore è l’animalità. (Ora vado a spiegare, prima che qualcuno stabilisca che sto dando degli animali ai maschi tutti e che sono misandrica: faccio infatti un discorso generale, sugli esseri umani come specie).

Perché gli esseri umani, in quanto specie vivente, sono animali.
Un’affermazione apodittica, forse, ma voglio sia tale: non sono disposta a contrattare un’evidenza simile, a doverla ribadire e difendere. Per me è lapalissiana ma, soprattutto, non va ad inficiare l’ottica cristiana sull’uomo e sulla sua non riducibilità al mero istinto: tutti tranquilli, la dottrina non ha bisogno d’essere salvaguardata da alcun pericolo.
E che poi si veda questa animalità come una cosa bella, una cosa neutra oppure qualcosa da temere e da cui guardarsi, è bene in ogni caso conoscerla. 

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Mettetevi comodi, vi faccio lezione.

 

C’è il fattore altezza, per cominciare – lo sapete tutti: altezza, mezza bellezza.
Su questo io ed L. siamo d’accordo, o per meglio dire, nutriamo lo stesso istinto: gli uomini alti ci fanno venire le stelline negli occhi, così: 🤩
Potete contemplare le sacrosante eccezioni, ma oltre questa regola vi garantisco che ne filtrano pochissimerrime. Aggiungeteci che io di mio son alta due mele e poco più (cit.), e potete immaginare l’effetto che fa. Non a caso, con una singola eccezione, ho sempre allacciato relazioni con degli stangoni. Insomma se non siete Mike Pee, e siete bassi, non provateci neanche, risparmiate tempo.
A ruota, c’è il fattore muscoli. Eh, beh.
Come L. ricorda sempre: muscoli = forza; forza = protezione; protezione = maschio.
Punto, a capo.
Veniamo poi al fattore corporatura. E qui casca l’asino… nel senso che, se per L. “muscoloso” va di pari passo con “ben piantato”, a me non me ne può frega’ dde meno. Non che il modello “pompiere australiano largo come un armadio con koala sulla spalla” mi faccia schifo, eh, sia chiaro, ma se mi passa un pompiere australiano (con koala regolamentare) a due passi, son capace di ignorarlo… al massimo il koala mi fa venire l’occhio umido, ma non faccio caso a chi se lo porta in giro. 

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Koala adorabile su supporto umano.

 

Poi, subito dietro, passa un tizio ossuto (col muscoletto bicipite e pettorale a norma, ma nulla più), con le clavicole sporgenti, il naso da poster nazista sugli ebrei e la guancia incavata, e taaac!, sono fottuta: tempo zero secondi e m’innamoro come una deficiente.
Se pensavate che avessi perso la brocca per il Joker di Phoenix perché l’ha fatto, appunto, Phoenix (ho visto delle foto in cui sembra pompato a cortisone, ma in condizioni standard merita), o perché ho una passione per i tizi alienati e devastati, vi sbagliavate: è che a me piacciono le ossa, e se non posso avere le ossa, datemi almeno un fisichino asciutto, ma asciutto tanto, al limite del secco.

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Spalle in dentro, gozzo in fuori! Naso XL, cachessia conclamata.

 

Da qui in avanti si entra nei dettagli, e non vi tedierò: cito soltanto due cosette che, per quanto mi riguarda, sono rilevanti:

  • davanti a un bel paio di mani “nervose”, cioè non solo piuttosto attive ma asciutte (di nuovo) e con vene e tendini in rilievo il mio cervello si squaglia.
    Le mani vincono su tutto, e sono le prime cose che guardo insieme agli occhi (sì, non ridete e non scuotete la testa, pivelli, è così).
    Se mi agitate davanti le mani che piacciono a me, non dovete neanche cercare un collare: me lo metto da sola e mi faccio portare ovunque;
  • il tratto iliaco. Se non sapete cos’è, googlate. La pappa di cervello a questo punto sta bollendo, toglietela dal fuoco se non volete ridurmi ai versi gutturali.

Ma facciamo un passo indietro, ‘ché per quanto possano sembrarvi istintuali simili facezie, non lo sono. Non pienamente. Lo è invece un altro, misconosciuto ma decisivo fattore, l’ultimo che vado ad elencare.
Ossia la pelle.
Perché noi animaletti umani possediamo la meravigliosa facoltà, utilissima, di saltare tutti questi passaggi culturali ed appresi, ottimi da sfoggiare in un salotto buono davanti agli amici o in camera da letto ma non nel folto della giungla, e fare un rapidissimo, inconscio inventario di tutti i dati disponibili sul/la pollastro/a potenziale preda e ricavarne un abstract verosimile ed affidabile sul suo stato di salute.
E di tutti i dati disponibili, i due più significativi sono senz’altro l’occhio (torbido come il brodo di pesce oppure limpido come acqua di fonte?) e la pelle, appunto (sfibrata ed itterica / grigiastra oppure elastica e dai micropori che fanno la ola?).
Lo ripeto: tutto ciò non è meraviglioso?

Ecco, questa è la versione nero su bianco di quattro chiacchere scambiate con L. un paio di settimane fa. Siccome è un argomento, e sono considerazioni, che ritornano, ho pensato di condividerle… e di condividere un paio di koala 🙂 Ciao!

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Sarà per via del naso, ma io lo trovo sexy.

 

Novecento .2: L’Ur-fascismo di Eco

Comincio subito col dire che mi aspettavo se non proprio un librone, comunque un librozzo corposo: e invece no, si tratta di un volumetto smilzo, che contiene il testo di una conferenza tenuta dall’autore alla Columbia University il 25 aprile del 1995.
Ma già questo mi colpisce, al di là della sorpresa: nella breve introduzione alla ristampa Eco parla di un anniversario della Liberazione (dunque ben cinquant’anni dopo), durante il quale appunto tenne questo discorso per affermare che il fascismo italiano fu meno che fascismo, e che il fascismo, inteso oltre le forme specifiche che può assumere, ha una qualità eterna.
Ora, senza volermi porre al livello di Eco – cosa per altro che non auspicherei, dacché lo detesto cordialmente – né voler paragonare in modo stretto le sue asserzioni alle mie, mi chiedo inevitabilmente (e perdonate il francese): perché cazzo se lo dice lui è un fine intellettuale, e se lo dico io non ci crede nessuno? Domanda oltremodo retorica e di meschina frustrazione, lo ammetto, ma lasciatemela usare per porre una piccola questione.

La storia non si ripete, ma fa rima.
[Mark Twain]

Eterno, attuale, estinto: questi potrebbero essere, riassumendo molto, i tre aggettivi che gli italiani associano più spesso al concetto di fascismo.
Estinto, cioè un fenomeno circoscritto ed irripetibile, nemmeno con modalità portate “al passo coi tempi”.
Attuale, cioè esistente e “vivo” nel presente, nato nel passato sì ma proseguito modificandosi nel tempo sotto aspetti più o meno superficiali, mantenendo tuttavia un nucleo originario di pensiero.
Infine eterno, cioè astorico, ultramondano, fondato su una tradizione che per quanto diversamente declinata, non si può sradicare o elidere del tutto.

Ecco qua: al di là di com’è andata, e non è andata male nonostante non facesse per me, con CasaPound; questo cercavo: qualcosa di eterno, che ovviamente mi fosse affine. E questo ho trovato, qualcosa di attuale, che continuo a considerare tale – ossia: per me CasaPound, ForzaNuova ecc. sono a tutti gli effetti fascismo, anche se il Ventennio è morto e sepolto – con buona pace degli altarini commemorativi -, anche se molto è cambiato, anche se non a caso il movimento-partito oggi più rappresentativo del fenomeno, tanto che si autodefinisce “fascismo del terzo millennio”, di mussoliniano ha poco o niente.
Ne ho discusso abbondantemente su Facebook lo scorso anno, sono disposta a riparlarne qui, sempre nei termini di curiosità intellettuale e voglia di approfondimento usati allora, e non in quelli di schieramento partitico.
Comunque lo si veda noi, ad ogni modo, Eco considera il “fascismo” in accezione ulteriore e superiore (tassonomicamente parlando) a quella riferibile all’esperienza del PNF. Lo considera, appunto, “eterno”.
Se è vero e lo è, come lui scrive, che libertà di parola significa anche libertà dalla retorica, allora mi permetto di dire che mi piacerebbe veder cadere la retorica anche nelle discussioni che si fanno in proposito, cioè veder cadere i molti schemi dai quali non riusciamo ad uscire. Che siano quello per cui “il fascismo è finito con la caduta del regime, non ha senso parlare di fascismo oggi”, oppure quello per cui “fascismo e comunismo non sono paragonabili”.

Il discorso di Eco è diviso in due parti, dal punto di vista dei contenuti anche se non formalmente: un racconto succinto, per episodi significativi, di cosa fu il periodo fascista e la liberazione dallo stesso per lui bambino, alcuni punti salienti del regime (su tutti il perché lo riteneva una “dittatura non compiutamente totalitaria”); ed un elenco delle caratteristiche tipiche e ricorrenti del modello fascista di organizzazione sociale.
Vado a copiare alcune di queste ultime.

  • [1] La prima caratteristica di un Ur-Fascismo è il culto della tradizione.
    Appunto. Nota a margine: son in disaccordo totale con Eco sulla sua idea che un tradizionalismo sia per natura sincretista: epperò nelle sue manifestazioni concrete càpita lo sia – vedi, ad es., appunto Cpi.
  • [2] Il tradizionalismo implica il rifiuto del modernismo.
    Ma va là? Ovvio. Modernismo, però, non modernità. Di nuovo, in forte disaccordo sull’idea che considerare l’Illuminismo “l’inizio della depravazione moderna” comporti “irrazionalismo”.
  • [4] […] Per l’Ur-Fascismo, il disaccordo è tradimento.
    Puoi dirlo forte. Che sia il responsabile di un’organizzazione neofascista oppure il magister di una cappella Tremere, nessun gerarca può sostenere l’individualità di una persona se non a fini utilitaristici.
    La spinta rivoluzionaria in un sistema totalitario è tesa unicamente a decostruire il mondo esistente per ricostruirlo, comunque rigido, a propria immagine e somiglianza. In sistemi simili non esistono persone, solo personae, ossia maschere.
  • [9] Per l’Ur-Fascismo, non c’è lotta per la vita, ma piuttosto “vita per la lotta”.
    Ancora una volta esatto, e quanto mai attuale.
  • [10] L’elitismo è un aspetto tipico di ogni ideologia reazionaria, in quanto fondamentalmente aristocratico. Nel corso della storia, tutti gli elitismi aristocratici e militaristici hanno implicato il disprezzo per i deboli
    Io separo i due concetti, non coincidenti di necessità. Se parliamo di militarismo parliamo giocoforza di disprezzo per la debolezza, ma elitismo (o come preferisco dire, elitarismo) non è sinonimo né sintomo di disprezzo, casomai di discriminazione – termine abusato e storpiato, ma in sé neutro e non negativo: discriminare è il fondamento di ogni scelta razionale, di ogni discernimento, e del rispetto stesso della realtà delle cose, e delle persone.
  • [12] Dal momento che sia la guerra permanente sia l’eroismo sono giochi difficili da giocare, l’Ur-Fascista trasferisce la sua volontà di potenza su questioni sessuali. […] Dal momento che anche il sesso è un gioco difficile da giocare, l’eroe Ur-Fascista gioca con le armi, che sono il suo Ersatz fallico: i suoi giochi di guerra sono dovuti a una invidia penis permanente.
    Amen.
    Vorrei scrivere 10.000 parole sulle valenze psicanalitiche del fascismo, argomento tra i più succosi nei quali mi sia imbattuta, ma mi mordo la lingua e consiglio, piuttosto, a chiunque voglia capirne di più – Nick Shadow dubito non l’abbia già letto – il capolavoro di Klaus Theweleit, Fantasie virili: Donne flussi corpi storia, la paura dell’eros nell’immaginario fascista (Männerphantasien). A lui si rifà anche Jonathan Littell ne Il secco e l’umidoqualcosa in proposito qui, da pagina 53 del documento (pag. 29 del .pdf).
  • [14] L’Ur-Fascismo parla la neo-lingua.
    Nulla da specificare.

Nelle puntate precedenti:
Novecento .1: Il fascismo, macchina imperfetta

Film .22: Batman v Superman: Dawn of Justice, Zack Snyder

Avvisi ai naviganti

  • Se siete intenditori, sappiate che chi scrive è una profana, sommamente ignorante del genere, con tendenze eretiche. Proseguite a vostro rischio e pericolo;
  • se non avete visto il film ma avete intenzione di farlo, e siete allergici agli spoiler, fuggite: anche se probabilmente, considerato l’anno d’uscita al cinema (2016) e l’hype che ha generato, anche le casalinghe di Voghera conoscono la storia a memoria;
  • infine, lo immagino come un post abbastanza lungo, e quando è “abbastanza lungo” nelle intenzioni, poi nella pratica diventa chilometrico (final count: 3805 parole). Io adoro la roba chilometrica, voi non so: consideratevi edotti.
    Non lo dividerò nemmeno in due parti: il corso di un fiume non va spezzato.

Premesso che non ho ancora capito la ragione di quella v in luogo di vs (un banale vezzo linguistico, un uso che non conosco?), ma questi son dettagli che forse interessano solo a me; devo precisare che ho visto la prima versione da due ore e mezzo, non la Ultimate (ovvero: extended) da tre.
I tagli ci sono e si avvertono tutti anche se non si è esperti o informati, ma quanto a questo vi rimando a chi sa indicarli meglio, cioè Gramon Hill.
Vi sono anche dettagli da alzata di sopracciglio: Wayne che si getta nella polvere sollevata dall’implosione del grattacielo in cui ha sede il ramo financial della sua azienda, e ne emerge lindo come un lenzuolo steso. Wayne che si slancia a salvare una bambina dal crollo di un pilastro di cemento (e qui non è tanto il gesto, quanto la scarsa rapidità che insomma… pareva un ballerino). Abbiamo capito, signor Wayne: sei n’eroe, Tom Cruise con le sue acrobazie te spiccia casa. Mo’ basta però.
Altro sospirone quando sento parlare della città di… Nairomi. Con la emme. Legittima cittadina africana inventata ad hoc per il film, come si legge nel wiki dedicato al DCEU, che viene collocata in nord africa. Ora, ascoltando l’audio originale ho sentito che è differente dall’italiano – e non son certa di come suoni -, tuttavia in italiano, appunto, il doppiaggio ha trasformato la cittadina nairomiana Zahina, durante la sua testimonianza sulla strage, in una GHANESE. Ha l’accento GHANESE, mannaggia. Poiché Ghana = Nord Africa, è risaputo. Accidenti.
Dettagli, dettagli. Contano, i dettagli, è lì che si nasconde il diavolo. Eppure, questi li voglio scusare tutti – compreso il ghanese (mannaggissima). Perché dal punto di vista cinematografico sarebbe inappropriato, ed ingeneroso verso i veri capolavori, definire tale questo film. Ma dal punto di vista cinefilo, cioè di chi ama il cinema non solo come arte ma soprattutto per gli accordi che va a comporre sulla tastiera del cuore umano – e quindi per come fa suonare e risuonare negli uomini la vita che ha da dire – per me lo è ufficialmente diventato (alla seconda visione: avevo bisogno di digerirlo). Capirete.
Infine: a me è piaciuto!! – poteva sembrare ovvio, ma non è; e prima dell’exploit in queste ultime righe, ancora non l’avevo esplicitato. Non si può tacere della sempiterna coesistenza di due forze spirituali che puntualmente si scatenano all’uscita di ogni film vagamente importante: quella degli Incensatori e quella dei Demolitori. Nel mezzo ci stiamo noi umani, ma queste entità superiori hanno il pregio, senza riuscire estremiste o fanatiche, di motivare la propria adorazione o il proprio ribrezzo con inaudita chiarezza ed incisività.
Per esempio, di BvS ha parlato in modo causticamente competente Cassidy de La bara volante – come del resto fa sempre. (Il titolo del blog dovrebbe ben farvi sospettare qualcosa: è roba sopraffina in confezione improbabile, un po’ come i fagioli azuki in lattina).

All the boys and the girls

Tutta la faccenda si apre con un flashback del 7enne Bruce Wayne, che mentre sta partecipando al loro funerale ricorda il giorno dell’uccisione dei suoi genitori. Suggestivo, ma il padre Thomas onestamente non ha nulla a che spartire con la figura morbidamente autoritaria che Nolan ci ha consegnato, al secolo Linus Roache.
Il primo impatto è stato duretto: tra questo, la corsa nel bosco del piccolo erede (terribilmente boccoloso: ricordatelo, è un indizio importante per quanto seguirà), e le due tre frasi messe lì in bocca ad un Wayne adulto che tornando sul passato tenta di far filosofia (ma sembra sotto LSD), ho un po’ trattenuto il fiato…
… poi, comunque, la storia comincia. E Ben Affleck molla un bel calcio al bambinetto.
Lasciamo perdere se sia un attore abbastanza bravo (quasi mi vergogno a scriverlo), il punto è che ha la faccia che mi aspetto abbia Batman. Specie passati i trent’anni. Ha una sfumatura di malinconia impietrita rimasta a turbarne lo sguardo come un bruscolo che non si riesce a togliere (ce l’ha sempre, è proprio sua, anche fuori dal set), ed è quella giusta. Ed ha l’allure: quella cosa che urla figo dimesso in svendita – va via come il pane, ma riesce a passare per una creatura figlia di riservatezza ed understatement. (Non va dimenticato, come ebbe a sintetizzare Kasabake, che nel suo caso è Bruce Wayne a rappresentare la maschera, mentre Batman è la realtà più propria della sua persona).
In gergo tecnico cinematografico, un commento appropriato a tutto ciò potrebbe essere: ‘sticazzi.

trasferimento (4)

Henry Cavill, alias Superman alias Kal-El alias Clark Joseph Kent.
Beh. Cavill non lo conosco, non ho visto (o non ricordo, ma nel caso la colpa è mia) altri suoi film. Impossibile darne un giudizio più globale e bilanciato, dunque.
Due cose però le so: la prima è che non ho mai amato il personaggio Superman, per motivi che si avvicinano molto, anche se non coincidono del tutto, con l’avversione di Wayne/Batman per la vera o presunta prepotenza di un (semi?)dio alieno che fa il bello ed il cattivo tempo sulla Terra senza manco chiedere “permesso”. Diciamo che l’ho sempre considerato uno strafottente, l’equivalente – in un contesto più ristretto e del tutto terrestre – di quello che uno yankee, persuaso nell’intimo della propria superiorità morale, rappresenta per un europeo di antico lignaggio e antico disincanto.
(In Smallville, che ho visto in parte, era diverso; ma la serie tv in questo contesto è per me un oggetto altro).
Non l’ho mai amato. Ma adesso non posso più dirlo: con Snyder l’ho cavato fuori dallo stereotipo. L’idea che me ne sono fatta è solo un embrione d’idea, un pensiero in divenire, ma intanto l’essere distante, freddo e impassibile s’è mutato in un uomo buono che gli eventi possono aver reso crudele (cit. Alfred: tutte le sue battute sono geniali, affilate, un vero totem nel film: in questo il direttore del Daily Planet non lo eguaglia, ma lo segue a ruota).
Di quest’uomo buono abbiamo un milione di momenti che ne fan mostra. Tanto Kent quanto Superman sono, lungo tutto l’arco narrativo, letteralmente dei cuccioli che desiderano solo essere salvati (su questo tornerò più avanti). A differenza che per Wayne/Batman, di cui s’è detto sopra, non c’è scarto tra l’uomo e l’eroe.

Amy Adams nella parte di Lois Lane è perfetta. Mi correggo: Amy Adams è perfetta, punto.
Bella, brava, semplice, intensa (intensità accentuata da quella sua caratteristica umidità oculare costante…).

Gal Gadot aka Diana Prince aka Wonder Woman: poco minutaggio, okay.
Ma oh, lei buca lo schermo. Non ha bisogno di ore di vouyerismo.
E non è vero che non incide per nulla. Mentre i maschietti si azzuffano lei fa quel che deve e quel che vuole. E lascia il segno, sempre. La classe non è Tavernello.

E quanto a Lex Luthor, potrei quasi aprirgli un paragrafo a sé; ma l’ho già detto che la cavalcata qui sarà lungherrima? Ecco, date di sperone e muti, oh miei prodi lettori (ma ne saranno rimasti?).
La prima considerazione che mi sale – assunto che è un buon cattivo, tolta la penosa scena del discorso per i fondi alla biblioteca… – è: Ma questo qui è Joker! L’aspetto più evidente e volutamente psicopatico (mugugni, ecolalìe, risatine isteriche, ed una specie di discinesia periorale incipiente) risulta, per paradosso, del tutto realistico – laddove non lo era in Leto.
Ciò mi riporta alla mente la piccola, ma significativa, correzione da me apportata al recente post su Suicide Squad, linkato qui sopra. Descrivendo appunto Joker, avevo usato il termine psicotico. Un po’ anche per abitudine. Ma quel Joker psicotico non è, in realtà – più in generale, tolte definizioni affrettate, è uno psicopatico: uno cioè che ha disturbi a livello mentale, ma non tali da poter essere diagnosticati in modo preciso, rigido; e in buona sostanza “borderline“. Disturbi quindi che stanno sul confine tra normalità socialmente percepita e devianza. Mi pare opportuno, a suggello di questa notazione, riportare le parole dello stesso Luthor, condivisibili o meno che siano (di certo non lo sono quelle sull’impossibile contemporaneità, in Dio, di bontà ed onnipotenza: siamo ai fondamentali di teologia, accidenti, e questa è una minchiata storica, ma pur sempre solenne minchiata. Anche i cervelli affilati sbagliano, anzi soprattutto loro):

Lois: “Lei è uno psicopatico!”.
Lex: “Cinque sillabe valide per ogni pensiero inadatto a menti ristrette”.

“Alfred, aggiornami sul livello di trucidume raggiunto!”

Bat v Sup è trucido quanto basta per deliziare palati raffinati come quello di Sandro, carissimo amico al quale più che consigliarlo lo prescrivo.
Abbiamo tutto l’occorrente: un Batman (temporaneamente) corazzato con tanto di occhi digitali azzurri tipo robot, roba che Emiglio si muoveva meglio – lo giuro, la rima non è stata premeditata. E’ grosso, è burino, e ci piace (ma il dettaglio trucido-chic da urlo è che sotto la corazza quella sua tuta grigia aderente gli disegna un culo della madonna. L’ho detto. E lo ripeto: culo-della-madonna, senza riferimenti né offese alla Santa Vergine, s’intende).
Pure la voce che gli han dato da… “travestito”, ehm: una cosa maschia, ma non nel senso di virile: più nel senso di un cinquantenne accanito fumatore che impiega il suo tempo a farsi le pippe in linea con una chatline erotica, a tarda notte. Brrr! Very trash, indeed.
Ma proseguiamo il nostro tour anatomico.
Kent è più sobrio, con un tocco di charme: bagnetto vestito con tanto di scarpe per baciare la sua bella, immersa nella vasca, con trasporto, e quel gesto fuori camera di levarsi gli occhiali da giornalistino e gettarli via, per poi inondarli d’acqua trasbordante – rilevo ovunque simbolismi sessuali a pioggia, e poi dicono che è cinema d’intrattenimento. Comunque, per la cronaca, wow. Vado a riempire la vasca… non pago, lo rivediamo subito dopo in cucina con solo un asciugamano legato in vita (le coronarie delle spettatrici sentitamente ringraziano): guarda il tg. Un frame di inquadramento del viso, lievemente concerned, poi TAAAC!, stacco sul torace che manco un quarto di bue appeso al macello. A scanso di equivoci: tutte le donne qui presenti AMANO i quarti di bue. Appesi, sdraiati, per cortesia nudi grazie; datecene ancora. Ancora, ancora, non limitarti, produttore!
Ma, c’è un ma.
In tanto ben di Dio, e giuro solennemente (ragni serpenti scorpioni e zanzare, se dico il falso ch’io possa crepare) non lo dico perché Batman è il mio preferito, Clark deve stare sereno ed accettare il fato: avrà anche una tartaruga TOP, ma se volete la prova che Dio esiste (e non è un kryptoniano) guardate, osservate, ammirate e rimirate il dannatissimo celestiale – il diavolo se lo porti – TRATTO ILIACO di Wayne. Sì, quella scena lì, quando si solleva trascinandosi legato sulle caviglie un “tombino”. Sì, quella con i pettorali illuminati quel breve secondo giusto per assetare chi guarda, così tesi che t’aspetti da un momento all’altro di sentire uno STRAAAPP.
Nunc dimittis, la Tua serva è felice e sente di poter spirare in pace. Amen.

Immagine

Se pensate che passata la febbre (balle, a me non è affatto ancora passata) le scene di lotta scivolino inosservate agli occhi infuocati delle donzelle, sbagliate.
Abbiamo, in crescendo:
Batman che sacagna un magnaccia;
Superman che fa punching-ball con Doomsday nello spazio;
Batman che in una visione disfa dei guerriglieri devoti a Superman nel deserto (ma non prevale, ahi);
Batman che smantella una falange di russi armati ed attapirati (l’uomo russo è attapirato per vocazione: scoprilo qui);
Superman incrudelito e straincazzato che nella stessa visione di cui sopra sfonda un Batsy appeso come un salame e gelatinoso di paura;
Batman che dà legnate su legnate a Superman e Superman che lo usa come martello per demolire pareti da ristrutturare;
e Doomsday, vabbeh… Doomsday non fa lo stesso effetto testosteronico, ma è comunque un “Oh, merda” (cit.).
Volendo essere estremamente sintetica, una contraddizione in termini dentro questo post, possiamo dire che dopo la prima tranquilla oretta Snyder non fa particolare economia di

vviulenzaaaah!


Feelings, nothing more than feelings

Adesso pausa, ragazzi.
Mettete sul fuoco caffè o thè, tirate fuori dal frigo birra o latte al cioccolato; e respirate.
C’è qualche ulteriore cosetta che vorrei raccontare, e se siete ancora con me, vi devo una tappa defatigante. Così poi lanciamo il ❤ oltre l’ostacolo e parliamo di

ammmore

Sì. Esso. Se la cosa punge il vostro orgoglio di persone che non devono chiedere mai, è legittimo. Chiudete la porta uscendo, grazie.
Innanzitutto una faccenda seria.
Ho letto in rete che è nato, bontà del Cielo, un affair Martha tra i seguaci dei nostri valorosi. Si tratta di questo: nel momento in cui (ricordate l’avviso spoiler?) Batman sta per infilzare Superman come uno spiedino con l’arpione armato di kryptonite, quest’ultimo si mette a biascicare che così stanno facendo il gioco di Luthor e che Martha, appunto, è in pericolo. Salvala, dice al pipistrellozzo. Martha altri non è che la madre di Superman, rapita dai russi attapirati e in procinto di diventare un arrosticino su mandato di Luthor. Il punto è che mentre il fanciullino dal ciuffo sbarazzino nomina sua madre, Batman si blocca con l’arpione a mezz’aria e la bocca aperta (volle il Cielo che non gli cascasse del tutto la mascella, di Ridge Forrester ce n’è uno e tutti gli altri son nessuno). Perché, udite udite, anche la madre di Wayne si chiamava Martha.
Colpo di scena! Crisi emotiva! Conversione flash (che pure c’entra, dopotutto) e repentino riallineamento del pipistrello tra i legali buoni a fianco del  man in blue.
Molti se ne son lamentati: MACCOSA, dicono, eravate tutti impegnati a sbriciolarvi a vicenda, e nel giro d’un secondo cambia tutto perché vi è venuta nostalgia della mamma?!
Rispondo: sì, porco Luthor. Sì, perché “la signora del cuore di ogni bambino è la sua mamma” (cit. Lex). Sì, checcèddimale?
Le Martha del resto sono come il prezzemolo, tutto concorre a formare un quadro che rende nient’affatto fuori luogo l’esito sentimentale.
Il flashback iniziale di Bruce. Il consiglio d’oro dato a Clark davanti alla fattoria. Wayne che ripetutamente si siede davanti alla sua tomba – inquadratura mobile sul nome. Kent che ne parla in montagna, in una visione-ricordo del padre defunto che afferma: “Lei era tutto il mio mondo” – espressione ripresa pari pari dal figlio nell’ipotetico futuro in cui dà fuori di matto per non averla salvata. I pizzini – “Hai lasciato morire la tua famiglia!”. L’accenno di Luthor, appunto, che la sfrutta per far leva sulla sua vittima. E infine…
… non so quanti l’abbiano notato. Io l’ho captato soltanto la seconda volta, son rimasta di stucco ed ho fatto rewind per sincerarmene, ma sì: era lì. Durante la lunga sequenza di lotta di cui parlavo, quella in cui Sup rischia di finire spiedino, alle spalle di Bat a un certo punto compare una colonna. E graziarcazz, direte voi, si trovano in una sala piena di colonne… okay, ma che c’è scritto sulla colonna (o è un pilastro, non ricordo mai quale dei due)? Che c’è scritto, eh? Ve lo dico io. C’è scritto, in maiuscolo, in blu!, tra gli altri “graffiti”:

MOM

E con questo abbiamo segato tutti i rompicoglioni che “Ah ma che cazzata gli dice il nome di sua mamma e quello si scioglie”. Duri di cuore, non erediterete il regno dei cieli.

Altro discorso – e qui scendiamo nei bassifondi, colorati caramellosi ed appiccicosi – per il Fattore Coppia. [Musica romantica ON].
Intanto, Lois & Clark together are beautiful. Bene, benissimo.
Ma (primo ma) ribadisco che, se il Bruce bambino (al funerale) ha quei boccoli assurdi da Piccolo Lord, Superman non rinuncia mai alla sua ciocca tirabaci che sguscia via dal capello liscio e ordinato (chiamasi: leccata di mucca). Per me, questo è un chiaro e non casuale indizio. Indizio di cosa, ve lo spiego tra poco, ma scommetto che avete indovinato prima che finissi la frase perché siete lettori sgamati.
Lois e Clark, insomma. Ovvero: il campanello ed il cane (di Pavlov). Per Clark, e per Superman, che è lo stesso, Lois (il suo nome, la sua voce, il rumore che fa cercando di uscire da sotto i lastroni che la intrappolano sott’acqua, qualsiasi ding! che gliela imponga alla mente) funziona come il campanello per i cani di Pavlov.
Lui spalanca gli occhietti, drizza le orecchie, e sbava. E poi va, vola, e la salva. Bum!
Se questo non è tossicodipendenza amore…!

trasferimento (3).jpg

(Momenti epocali. Uguagliati solo dall’aria lacrimosa da Labrador còlto con le zampe nei croccantini, a orecchie basse, che mette su Batman quando, prima della battaglia finale con Doomsday, Superman gli chiede se ha recuperato l’arpione. E lui: “Ho avuto da fare [scusa, padroncino!]”. A seguire, attimo imbarazzante all’exploit vigoroso di WonderWoman – “Non è la prima volta che uccido qualcosa di non umano“, dice lei. I due fanciulli si guardano, e… “Lei è con te?“, chiede Sup. “… credevo fosse con te“, risponde Bat. Due sagome. Li adoro).
Ma dicevamo del Fattore Coppia.
In fact, Lois e Clark non sono l’unica coppia interessante, qui.
(Una prece per Wayne & Diana Prince: io voglio che restino così, né amanti né amici né altro, soltanto simili ed affiatati senza sforzo).
L’altra è la coppia Bruce e – INTERMEZZO: come scrivevo al buon Lapinsù,

‘sto film è roba da femmine, comunque.
E’ tutto guarda come sono fico / guarda come sono umile + violenza / muscoli da svenimento + facciamo la pace amico alieno & ti amo Lo pucci pucci.
Indecente proprio.

Così scrivendo scherzavo, ma mica troppo.
Il tono è sì giocoso ma – l’ho detto – secondo me c’è stato anche un minimo di attenzione, di scelta voluta, a particolari che potessero intrippare le donne. Che sono quelli citati: corpi da sballo, violenza (piace pure a noi, se è ben coreografata!), giochetti relazionali e tanti, tanti feelings. Che i maschietti magari manco se li son filati, ma noi sì.
– FINE INTERMEZla coppia fatale, per me, è quella Bruce / Clark. (Doh!).

trasferimento (19)

Non ho idea di quanti fra voi (quelli che non mi hanno sfanculato al primo paragrafo E che son giunti fin qui senza morire nell’attraversamento del Mediterraneo del post) conoscano, comprendano e magari addirittura amino far parte di un fandom, ed eventualmente scrivere fan-fiction – disegnare fanart, in questo caso di tipo omo (slash).
Per me è passione totale (e non sto ad elencare le altre millemila coppie da opere di ogni risma, son troppe e se comincio WordPress mi blocca l’account per sopraggiunti limiti di parole).
Due cose le lascio giù, però.
La prima è che, senza tediarvi oltre col perché e il percome, considero il fatto stesso d’essere una fangirl slash l’ulteriore controprova di essere nettamente sbilanciata verso l’eterosessualità. Diciamo pure che sto all’80% di attrazione verso i maschi vs. il 20% di attrazione per le donne. (Spero sia chiaro che non stiamo parlando meramente di sesso). E penso anche che ciò valga, in linea generale e al di là di percentuali puramente esemplificative, per la quasi totalità delle altre slash-writer.
Va da sé che se sento qualcuno dire che ci divertiamo a scrivere dell’amore tra due uomini perché in realtà quei due uomini vorremmo farceli entrambi, lo avvito nell’asfalto a colpi di mazza ferrata. C’è altro dietro, sempre a mio avviso, ma lasciamolo appunto dietro le quinte.
La seconda cosa: di tutti i possibili shipping omo ricavabili dal fandom di Batman, questo mi sembra indiscutibilmente il più “sano”. Sappiamo benissimo che nelle fogne di Gotham, oltre a Pinguino ed ai suoi accoliti, allignano una marea di cose sconce che non sono tali perché toccano il sesso, ma perché sono specchi di incidenti mentali gravi. Non parlo di problemi clinici, semplicemente del fatto che si incrociano – e si leggono, e si vedono – tante produzioni che generano puro malessere.
Lasciamole al loro destino e balliamo una macumba per tenerle lontane.
Ma sarà comunque utile tener presente che se per una Batman/Robin c’è forse il 15% di possibilità d’aver di fronte una cosa leggibile cioè che non stuzzichi appetiti strani, decente cioè valida e soprattutto carica di senso; per una BatJokes la probabilità sale, ma non esaltiamoci troppo – diciamo un 50%? -, tanto che persino LEGO Batman vi allude poco nascostamente; mentre è proprio con una SuperBat che possiamo sfangarla, e dimostrare all’universo mondo che slash è intelligente e slash è bello, cazzo (nomen omen).
In attesa dunque di reperire Justice League, onde – anche – capire meglio cos’ha da offrire questa coppia (anche se mi dicono che il film è malriuscito, ma poi vedremo), concludo – si fa per dire, non cantate Hallelujah, non ancora – con una… breve disamina di un piano sequenza che mi ha colpito.

[Crediateci o no, ho scritto l’intero post, compresa la parte che segue, in una nottata.
Che Hans Zimmer vegli sul sonno di recupero post – sabato sera di voi tutti].

Siamo al finale, Doomsday è stato liquidato dal povero Superman che adesso giace a terra col petto squarciato. (Soffro, lo rivoglio indietro, e fortunatamente così sarà).
Fotografie – orrende, perché ho usato la telecamera dello smartphone di notte per screenshottare; oppure trovate in rete, imperfette, ma sufficienti a dare un’idea.

Originale
La IMAX scorre riprendendo un’inquadratura dall’alto, in avvicinamento al corpo del (fu) uomo d’acciaio. Corpo costruito ma snello, inguainato in un tessuto traslucido, (s)composto in una posa sommamente plastica ed elegante: le braccia distese, una mano che morbidamente cade di lato come fosse d’un dormiente. Una gamba slanciata in avanti e l’altra piegata verso l’interno, quasi un passo di danza, una volée.
Ed il capo reclinato di lato. In attesa di una carezza, che non si fa aspettare.
Ci avviciniamo ancora, ma cauti, rispettosi. E lo vediamo meglio.
Non è un uomo e non è un dio, non è una conclusione insoddisfacente o una potatura necessaria. E’ invece bellezza. La bellezza seducente, giovane e luminifera di un fanciullo caravaggesco, calor bianco ultramondano che emerge tridimensionalmente da un fondo oscuro ma non piatto, tappezzato da profondità d’ombre.
Al suo fianco lei, virgen dolorosa piena di grazia soffusa, a reggergli la mano, palmo vòlto in alto, con la delicatezza di chi regge un calice prezioso. Vuoto.
Risalendo in lenta fuga nei cieli silenziosi nel loro lutto, tutto precipita nel nero, all’infuori di poche macchie d’aurora incipiente: il marmo rosa di un viso d’uomo ed il chiarore al neon della camicia d’una donna, la sua donna. Dissolvenza.

da video

Pappa Buona (ovvero: altri post sul film da blog che spaccano)

Teaser emotivo non recensivo on Kasabake
BvS on Per un pugno di cazzotti
BvS on Matavitatau (scorrete il post fino in fondo)
BvS on Lapinsù
Bvs on Alcolisti Cinefili
Bvs on Marotz