Omo .7: I love you, Phillip Morris; Ficarra & Requa

Un rom-com-drama, un’altalena fra generi e sentimenti ben congegnata, “solare, leggero” solo finché non ti tira cannonate dritte allo stomaco in ripetuti plot-twist.
Interessanti le interviste, soprattutto quella alla coppia di registi che già apprezzavo, ed ora ancor di più (osservate come interagiscono, è stuzzicante). Parliamo per altro dell’opera prima – vi metto il titolo originale, cosa che di norma non faccio, perché la traduzione italiana lascia a desiderare: ne prevede due differenti che rimandano sì ai due aspetti fulcro del film, ma facilmente potrebbero generare confusione (Colpo di fulmine, Il mago della truffa).

Il suddetto “mago della truffa” è Steve Russell (Carrey), che a seguito di un incidente d’auto sceglie di buttare a mare il suo lungo impegno per costruirsi l’immagine di figlio perfetto, serio lavoratore, ammogliato con figlia e pilastro della sua chiesa (questione interessante, ma qui marginale e solo funzionale alla trama) per dedicarsi alle sue vere passioni: uomini e bella vita. Se la prima gli viene naturale, la seconda richiede qualche accorgimento in più, e l’accorgimento si chiama appunto truffa.
Steve va avanti finché non perde il proprio compagno e non viene arrestato… la prima volta. In carcere conosce Phillip (McGregor) (pensavo fosse un gioco di parole degli sceneggiatori, invece no: vorrei tanto conoscere i suoi genitori…), tipo tranquillo, piuttosto timido, dentro per un reato minore. In una successione in crescendo di inganni, dentro e fuori dalle celle, Steve metterà la sua propensione incoercibile alla menzogna al servizio di Phillip. Per non spoilerare, mi limito a dire che non sempre riuscirà a “proteggerlo” com’è nelle sue intenzioni, ma riuscirà sicuramente a dimostrargli che lo ama. Anzi, non riesco proprio a immaginare modo più orrendo ma granitico e definitivo per dimostrarlo alla propria anima gemella…! O_o 😅


Perfetto per:
i romantici che non vogliono ammettere di essere tali.
Avranno una scusa per commuoversi
e al tempo stesso potranno fare sfoggio di cinismo.
//
Chi gradisce un Prova a prendermi più pazzerello.


i-love-you-phillip-morris-carrey-mcgregor

As usual, non ricordo come ci sono arrivata… è stato molto di recente, comunque. Una delle consuete associazioni di idee – incastri di letture bloggose mi ci ha portato, e volevo provare una cosa diversa: una commedia (ma è molto di più), una storia vera (ne esiste anche il libro, non scritto dai protagonisti), un Jim Carrey (che manda avanti il carrozzone – letteralmente -, con Ewan McGregor a sostenerlo in tutti i sensi possibili).
Jim Carrey oltretutto ho deciso di recuperarlo, almeno in buona parte, prima che muoia, perché postumo son capaci tutti a schiodare le chiappe dalle abitudini sull’onda dell’emotività e dell’attualità. L’ho deciso perché dai tempi di The Mask purtroppo l’ho sempre detestato – anzi no: ho detestato i suoi personaggi, lui mi starebbe pure simpatico -, e questo imprinting finisce per inchiostrare anche ciò che vale.

Mi ha dato da pensare una dichiarazione di McGregor nell’intervista: dice che è stato difficile trovare produttori che si fidassero ad investire denaro nel progetto. Al che gli viene chiesto (sa tanto di domanda “su richiesta”, ma di chi?), se ciò sia dipeso dall’argomento “amore omosessuale”, e lui ci tiene a precisare che nooo, l’argomento non c’entra (e in effetti: perché dovrebbe? Ma forse sono io che non colgo), c’entrava invece la crisi finanziaria nata l’anno precedente.
Boh: strano scambio. Il film è ambientato negli anni ’90, ma è stato poi presentato al Sundance nel 2009, mi riesce difficile trovare una reale difficoltà tanto sul tema quanto sui fondi – avrei capito meglio se si fosse detto: “il materiale tra cui scegliere è sempre moltissimo, dovendo andare a botta sicura i più han preferito altro”. Non che ci debba essere chissà quale intrigo dietro, ma la netta sensazione è che, se qualche reale difficoltà c’è stata, possa rappresentare una storia curiosa. Solo un topo d’archivio come Lucius saprebbe dissotterrarla (occhiolino occhiolino) 😉
Ad ogni modo, a garantire la produzione del film è poi stato Luc Besson.


Nelle puntate precedenti:
> Omo .1: Brokeback Mountain, Ang Lee
> Omo .2: Il compleanno, Marco Filiberti
> Omo 3.: Commentino su Guadagnino
> Omo .4: Nicolosi e vs. Nicolosi
> Omo .5: L’identità ferita, Andrew Comiskey
> Omo .6: Boy erased, Garrard Conley

La saga del Mascheraio: 16/12/16

Un titolo strano, lo so. Ma se pensate che stia lanciando una serie di racconti fantasy, vi sbagliate: non è il mio pane. E, soprattutto, questa è una storia vera. La mia.

Tutto è cominciato è finito il sedici dicembre duemilasedici, tre anni fa.
In una serata moderatamente fredda, in cui non mi difettava la voglia di uscire, ho preso l’auto e sono andata in centro città, al teatro dell’oratorio S. Afra. Ho seguito la conferenza-spettacolo di Povia e Gianfranco Amato (fondamentalmente, sulla “dittatura del gender”: locuzione che farà rabbrividire più d’uno, ma che condivido), l’ho trovata ben fatta e non ho sentito il bisogno di opporvi grosse critiche e tanti puntini sulle i – essendo io una scassacazzi pìamigole e insopportabile penna rossa, questo vi fa capire che, senza voler erigere monumenti a nessuno, l’ho trovata insomma più che valida.
Il giorno dopo, ho scritto un post senza pretese su Facebook (benedetto sempre sia il Signore che me ne ha tolto), in cui esprimevo il mio apprezzamento in breve, apertamente ma senza prese di posizione, e come sempre condividendolo solo con i miei 22 (mi pare che alla fine la cifra fosse questa) “amici”, il mio personale hortus conclusus creato apposta in controtendenza rispetto ai dettami del social.
Ho anche espresso, sempre in una riga, la mia piacevole sorpresa nel trovare in questo Povia una persona più, uh… “morbida”? dolce? comunque una “bella” persona, devo aver scritto – purtroppo quel post non si è salvato in modo corretto, salvavo ancora tutto in .html anziché .pdf, e dunque.
Mi piacerebbe davvero averlo conservato, per farvi capire quale fosse il mio tono (che certamente non è l’unico fattore degno di nota, ma conta pur sempre molto). Dovendolo riassumere, lo definirei un post di gratitudine. Ho accennato appena ai contenuti, ringraziando per la difesa della famiglia tradizionale / naturale che i due han messo in campo, senza tuttavia alcuna vis polemica o disprezzo, neppure sottile, per chi la avversa a vario titolo.

Ora vorrei dirvi, in breve se mi riesce, cos’è accaduto a causa di quel post.
Ma metto subito in chiaro, soprattutto, cosa NON vuole essere questa mia nuova serie autobiografica: non è una collezione di pensieri su gender (comunque lo si intenda), poteri forti (che esistano o meno e comunque li si identifichi), società contemporanea e temi caldi.
No.
La nuova serie vuole essere una collezione di ricordi, pensieri, riflessioni che coinvolgono i concetti di: violenza, dittatura, morale, narcisismo, manipolazione affettiva e meschinità umana; e altri ancora. Tutti nati da, ed allacciati a, il rapporto che non oso più chiamare di “amicizia” con un uomo, al quale darò qui il nome fittizio di Andrea.
Che esordisca tirando in causa Povia e Amato dipende unicamente dal fatto che l’essere andata a sentirli ed averli pubblicamente elogiati mi ha fatto odiare da Andrea, che me ne ha fatto una colpa. E’ grazie a quell’uscita estemporanea divenuta inaspettatamente ed involontariamente un casus belli che mi sono salvata dal peggio.
Cos’è successo dunque?

E’ successo che, appunto, ho perso i contatti con Andrea per giorni interi (e noi ci sentivamo quotidianamente).
E’ successo che, dopo un primo post su Facebook di replica indiretta, in cui manifestava con parole magniloquenti la sua delusione ed il suo tenace attaccamento al concetto di “vera amicizia”, ne ha scritto un altro in cui auspicava che Povia, Amato e chi la pensa come loro finissero

inceneriti nel termovalorizzatore

(ricordo agli astanti che il termovalorizzatore è una delle glorie bresciane… in pratica, la camera a gas del nostro secolo).
E’ successo infine che in uno degli ultimi messaggi di commiato, se così possiamo chiamare una conversazione da me cercata con forza laddove Andrea mi aveva opposto un silenzio totale, sono stata paragonata ad un terrorista dell’ISIS per la mia fede cieca (!), ed accusata di spalleggiare gente che

vuole i gay morti

E’ successo che, tre soli mesi dopo aver rinnovato questo legame ed aver condiviso momenti di vicinanza, già persino di affetto, con lui ed il suo ragazzo, sono stata scaricata come un orribile mostro; io che avevo come aspirazione massima quella di difendere il bene che ci potevamo offrire a vicenda.

Lo so, tutto questo è troppo poco. Di per sé significa tutto e nulla.
Ma voglio prendermi la briga di, almeno, tentare di raccontare a chi non c’è passato cosa significa avere una relazione importante con una persona profondamente negativa e deleteria. E di dare un riscontro a chi dovesse stare vivendola, una relazione simile, ma non trovasse comprensione in chi lo circonda, fino a chiedersi se per caso non è lui stesso (o più spesso, lei stessa) quella “sbagliata”.
Leggendo di Speer e Hitler, ne ho sentito per l’ennesima volta il bisogno.
Come per un esorcismo.

Chi ha paura di Benedetto XVI? — di Giuliano Guzzo

via Chi ha paura di Benedetto XVI? — Giuliano Guzzo

Non è stato Amadeus, né il duello Bonaccini e Borgonzoni o le «Sardine». No, il vero personaggio della settimana è stato lui, Benedetto XVI. A 92 anni, ben lontano dai riflettori, è stato infatti il papa emerito – scrivendo un libro sul celibato ecclesiastico insieme al cardinale Robert Sarah – l’epicentro delle polemiche di questi giorni. Polemiche alimentate dallo strano «ritiro», annunciato dal segretario Georg Gänswein, della firma di Ratziger da un testo, Des profondeurs de nos coeurs, che alla fine di tutto si è dimostrato quel che già appariva all’inizio: un volume scritto a quattro mani con il cardinale Sarah per ribadire semplicemente, ancorché con fermezza, la posizione della Chiesa sul celibato dei preti.

D’accordo, ma allora come mai tutto questo clamore? A cosa dobbiamo le paginate e paginate di giornali che abbiamo visto negli scorsi giorni? Basta, a spiegare tutto ciò, il pasticcio del «ritiro» della firma di Benedetto XVI al libro scritto con Sarah, cardinale che nelle scorse ore ha rivisto proprio il papa merito trovando piena conferma sia della sintonia con lui, sia del fatto che non c’è stato, tra i due, neppure l’ombra di un malinteso? La risposta è semplice: no. Infatti ancor prima che la telenovela del ritiro» della firma prendesse avvio, il libro di Ratzinger era già un caso da prima pagina. Come mai? Perché quest’uomo di 92 anni, molto anziano e ormai fragilissimo, suscita ancora tutto questo interesse?

La prima spiegazione che viene in mente è quella legata alla sua rinuncia e al fatto che un papa emerito è già, di suo, qualcuno di eccezionale; e quindi qualsiasi cosa dica o faccia è automaticamente notizia. Vero. Ma c’è pure una seconda chiave di lettura, desumibile anche da altri  elementi – si pensi all’oltraggiosa caricatura di Benedetto XVI della serie I due Papi – , ed è una chiave di lettura che riguarda la chiarezza. Piaccia o non piaccia infatti, già da cardinale, quindi da pontefice e pure oggi da emerito, Ratzinger è sempre stato un pensatore di straordinaria lucidità. E non di una lucidità qualsiasi: ma di una lucidità cattolica; una lucidità che gli ha fatto chiamar per nome – «la dittatura del relativismo» – il male dell’Occidente e, purtroppo, pure di certi settori del mondo cattolico.

Ebbene, tutto ciò continua a rendere l’anziano teologo tedesco un uomo unico. Uno che, accanto a una rara dolcezza caratteriale, conserva, pur alla sua età, la forza di scandire – sulle ali di sant’Agostino («non posso tacere!») – parole di verità. Non consigli, non tiepidi inviti, suggerimenti, no: parole di verità. Una cosa che irrita. Nel mondo occidentale si è difatti instaurato un regime culturale tale per cui il cattolico è sì gradito, ma a due condizioni: che si occupi anzitutto di sociale – meglio se di migranti, razzismo, discriminazioni Lgbt – e che, se proprio qualcosa vuol dire, lo faccia in modo così ambiguo e confuso da risultare incomprensibile. In altre parole, oggi il cattolico è accetto solo se ha la supercazzola pronta, se divaga.

Ma se invece ricorre alla cara vecchia chiarezza evangelica, eh, allora è un problema. Un grosso problema: pure se si ha 92 anni. La cosa che più addolora, però, è che se tutto questo è risaputo per la cultura laica, da qualche tempo anche una parte di fedeli e uomini di chiesa, con il cristianesimo low cost – una filantropia con spruzzatine decorative di Vangelo qua e là -, ci ha preso gusto. Sì, perché è un cristianesimo che piace a Eugenio Scalfari, ai grandi media e, in definitiva, ad una società che, più che da accompagnare o aiutare, sarebbe da evangelizzare. Ecco perché nonostante la sua età e il suo vivere appartato, il papa emerito resta scomodo, come lo è il guastafeste di un mondo intenzionato a far pace con la sua ipocrisia.

Sono un mito .6: Libera

A volte bisogna fare qualcosa di imperdonabile,
per poter continuare a vivere.

Ventitrè dicembre duemiladiciannove: ho chiuso i rubinetti centrali di acqua e gas, spento tutte le luci, abbassato il termostato, raccolto tutte le mie cose cesto regalo compreso.
Parto, e dopo cinque minuti di auto già percepisco nettamente le spalle ed il collo non dico sciogliersi, ‘ché ci vorrebbe ben altro (tipo un lungo massaggio sapiente), ma lasciar andare la tensione massiccia.
Passo i successivi quattro giorni a mente vuota, senza mai soffermarmi sulle faccende in sospeso o sui crucci lasciati a casa. Mi dedico alla lettura: sulla testata del divano entro il quale mi sono scavata il mio nido, nella stanza più intima in fondo all’abitazione di mia zia, stanno appollaiati cinque libri che alterno incessantemente.
Dormo parecchio, appisolandomi senza il pensiero che domattina, di nuovo, mi toccherà alzarmi e vivere.
Mi godo i manicaretti del cugino-orso, cuoco ufficiale, e nelle due notti in cui tiro tardi a leggere entro di soppiatto in cucina a rubacchiare: la prima volta un pane, la seconda una ciotola di patate al forno. La mattina, mia zia mi dirà che siccome eran dure (mica vero), aveva pensato di tagliarle e farci nonsocosa. Troppo tardi…! 😉
Nel mezzo si fa Natale. Momento anomalo. Mia mamma non c’è più, questo è molto chiaro, e improvvisamente mancano troppe persone a tavola. Non sembra quasi neppure Natale. Mi sento vuota e disconnessa da tutto – capirò più tardi che la mia psiche, sempre accorta, mi sta tenendo lontana da qualsiasi stimolo troppo intenso e doloroso.

Vuota; perché per tutta una vita ho vissuto, anche nei miei periodi di maggior apertura al mondo, in funzione di altro e altri – negli ultimi otto anni, mia mamma e la sua versione della malattia. Non c’era imposizione, in questo – l’ho scelto più di quanto l’abbia subìto -, ma neppure spazio per la mia autonomia da sempre accantonata. I quattro giorni staccata dalla mia quotidianità hanno funzionato come catalizzatore di un processo già in atto da febbraio, realizzando una netta cesura tra la prima fase di lutto – disordinata, fiacca, demotivata – e la seconda, al cui esordio ho fatto il punto su una serie di problematiche fra loro interconnesse che tornerò ad affrontare, ma con più criterio e più strumenti, in questo 2020.
Disconnessa; perché come detto ricevere senza filtri le impressioni di questo Natale senza famiglia, senza neve e con una temperatura esterna assurdamente alta, senza famiglia, arrivato troppo in fretta e troppo in fretta ripartito, senza famiglia, senza cena della Vigilia e sc(qu)artamento pacchetti come tradizione vuole, e l’ho già detto senza famiglia?, beh, sarebbe stato un terribile passo falso. Ho pensato a mia mamma solo due volte, per pochi istanti prima di obliare tutto di nuovo, una delle quali quando a Santo Stefano ho lavato i piatti come faceva sempre lei, battendo sul tempo mia zia con un sorrisetto di malcelata soddisfazione.
Poi, al ritorno, ho spostato le foto dei miei: dal salotto, che è il cuore della casa, alla camera, che ne è l’anima; così da un lato li ho ancora più vicini, dall’altro però mi son scrollata di dosso il continuo confronto tra il prima e il dopo, tra il con e il senza, tra chi ero e (non so ancora) chi potrei essere.

Ricomincio dunque da qui, ripagando un po’ alla volta le ipoteche che l’esistenza ha acceso sulla mia persona.
Sapendo che questa ferita non si cancellerà mai, né voglio che accada, ma che può rimarginarsi e permettermi di mettere me stessa al centro.
Non c’è contrasto tra la sofferenza della perdita e la mia gioia di sapermi libera, legata ai miei cari ma non più vincolata. Libera dalla preoccupazione per la loro sorte e la loro serenità. Libera dalle aspettative, per poterne coltivare persino di più alte. Libera da condizionamenti di vecchia data che neppure chi ha contribuito a suscitarli conosce, o riconosce più.
Libera e solitaria, eppure non sola.

Decluttering .6: Cucina

E’ da un pezzo che ci giro intorno (al post), che ci giro dentro (alla cucina), e ancora non ne sono venuta a capo. Sì, qualcosa ho fatto e qualcosa ho eliminato – vedi lista in fondo -, ma non ho afferrato un criterio vero e proprio per la cernita, non ho avuto un’illuminazione su cosa voglio diventi questa stanza, a cosa voglio dia vita. E questo mi consente soltanto, per ora, di agire su piccole zone per buttare cose palesemente inutili, ma senza andare oltre.
Invece di attendere la soluzione improvvisa della situazione, vi lascio queste brevi note e vado avanti ad arrancare ancora un po’.

Repubblica Popolare Cinese: ho buttato senza indugio alcuno tutti (a dire il vero pochi, per fortuna) gli oggetti contrassegnati con detta provenienza, o con la sigla CE un po’ troppo alta e allungata per appartenere alla Comunità Europea (e infatti, sta per China Export).
E’ già tanto se mi son fidata a comprare, ogni tanto, dei vestiti cinesi al mercato (mentre non mi azzarderei mai con l’intimo), figurati se mi metto in bocca materiale di dubbia origine.

Il colore blu: non è un colore che mi dispiaccia, ma “mi sbatte”. Ossia, se non è di una tinta particolarmente gradevole, e circoscritta a piccoli elementi, avercela attorno mi deprime – e non per modo di dire: mi immalinconisce davvero, e su questo fronte ho già dato, grazie!
Perciò, via tutte le ciotole e gli attrezzini blu-azzurri. La calma e la serenità possono starci bene suscitate in un bagno, ma in cucina proprio no… ci vuole vivacità. Semaforo verde per tutte le ciotole gialle e rosse, romaniste 😉

Intrusi: non ci crederete, ma ho scovato uno spolverino (non un giubbino, ma quell’affare tutto peloso tipo Swiffer per “fare le polveri”, appunto) in fondo ad uno dei ripiani in cui mia mamma ha accumulato contenitori e strumenti vari in modo caotico, e che ho svuotato e riordinato.
Mi spiace per gli ultimi anni di vita negletta dello spolverino, ma recuperarlo non aveva senso. L’ho ringraziato come Kondo comanda, e “lasciato andare”.

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Oggetti eliminati:

Contenitori usa & getta (plastica)
Grandi 3; Piccoli 4
Contenitori usa & getta (alluminio)
Grandi 1; Medi 6; Piccoli 1
Vassoi usa & getta (cartone)
Medi 4; Piccoli 2
Scatole cartone 2
Contenitori plastica
Grandi 4; Medi 5; Piccoli 3
Vassoi plastica 1
Posate
Coltelli 7;
Pentolini 1
Padelle
Grandi 1; Medie 2; Piccole 1
Saliera / Pepiera 3
Segnaposto 6
Tagliere 1
Scolapasta 1
Caffettiere 2
Bicchieri 2
Vaso fiori 1

Di lavoro da affrontare ce n’è, ma ci sono anche delle ideuzze che, al momento giusto, troveranno l’occasione di esprimersi: per esempio, quando ho rotto la tortiera di vetro (eh, sì…) ho subito deciso di conservarne i frammenti più grandi – in cui per altro si vede ancora il ricamo – e che li utilizzerò in salotto per una composizione da parete, al posto dei classici quadri. (Alcuni dei quali, intanto, ho già levato o sostituito).
Tipo così:

Best of 2019 / Libri

Come per i film, anche qui raccolgo i libri migliori del mio 2019 senza classifiche di sorta, ma raggruppandoli per genere o argomento.

Natura & Cultura

Il dilemma dell’onnivoro – Michael Pollan
Proust e il calamaro – Maryanne Wolf
Altre menti – Peter Godfrey-Smith
Cromorama – Riccardo Falcinelli

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Di che sesso sei?

Il sesso inutile – Oriana Fallaci
Ero gay – Luca di Tolve
Oltre l’omosessualità, Ascolto terapeutico e trasformazione – Joseph Nicolosi

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La tragedia umana

L’avversario – Emmanuel Carrère
E le stelle stanno a guardare – Archibald Joseph Cronin
La scala di ferro – Georges Simenon
Sunset Limited – Cormac McCarthy

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Onda su onda

Senza amare andare sul mare – Christian Pastore
Una cosa divertente che non farò mai più – David Foster Wallace
L’isola del tesoro – Robert Louis Stevenson
La vera storia del pirata Long john Silver – Björn Larsson
Acque del nord – Ian McGuire

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Le vite degli altri

L’oro di Napoli – Giuseppe Marotta
Donna delle pulizie – Stephanie Land
Dialoghi con Albert Speer – Joachim Fest
La chiave a stella – Primo Levi
Lavorare piace – Alain de Botton
Il rap spiegato ai bianchi – David Foster Wallace, Mark Costello

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Costruire e salvare

Costruire, Le storie nascoste dietro le architetture – Roma Agrawal
Manifesto dei conservatori – Roger Scruton
Le cose che bruciano – Michele Serra
Fondamenta degli incurabili – Josif Brodskij
Corruzione – Don Winslow
Il tennis come esperienza religiosa – David Foster Wallace

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Best of 2019 / Film

Precisazione:
non è una classifica come avevo pensato di scriverla, è tutt’al più un pot-pourri; dentro ci trovate il meglio di ciò che ho visto quest’anno (per la prima volta), non le uscite al cinema di quest’anno (con un’unica eccezione). Enjoy 😉

🎬 ✨ ✨ ✨

In bianco e nero

L’uomo dal braccio d’oro – Otto Preminger
I racconti della luna pallida di agosto – Kenji Mizoguchi
Assassinio sul treno – George Pollock

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Orrore!

The neon demon – Nicholas Winding Refn
The conjuring – James Wan
Suspiria – Dario Argento
The final girls – Todd Strauss Schulson
Dal tramonto all’alba – Robert Rodriguez
Sinister – Scott Derrickson
Nightmare – Samuel Bayer

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Oldies but goldies

L’imperatore del Nord – Robert Aldrich
Il delitto perfetto – Alfred Hitchcock
20 chili di guai… e una tonnellata di gioia – Norman Jewison
Cane di paglia – Sam Peckinpah

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Italiani

La messa è finita – Nanni Moretti
Smetto quando voglio (trilogia) – Sydney Sibilia
La bella gente – Ivano de Matteo

Drammatici

Killer Joe – William Friedkin
Il cliente – Asghar Farhadi
The nightcrawler (Lo sciacallo) – Dan Gilroy
I segreti di Osage County – John Wells
Dark night – Tim Sutton
Arrival – Denis Villenueve
A tempo pieno – Laurent Cantet
La meccanica delle ombre – Thomas Kruithof
Confessions – Tetsuya Nakashima
Nella Valle di Elah – Paul Haggis
Chi è senza colpa – Michaël R. Roskam
Stoker – Park Chan-wook
Closer – Mike Nichols

tom hardy & rocco

Guerra e dintorni

Black book – Paul Verhoeven
Il diritto di uccidere – Gavin Hood
La caduta, Gli ultimi giorni di Hitler – Oliver Hirschbiegel

black-book

Supertutine e Supernemici

Batman begins, Il cavaliere oscuro – Christopher Nolan
Batman, Il ritorno – Tim Burton
Joker – Todd Phillips

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Le vite degli altri

Fratellanza (Brotherhood) – Nicolo Donato
Tomboy – Céline Sciamma
Arrietty e il mondo sotto il pavimento – Hayao Miyazaki
Il grande silenzio – Philip Gröning [documentario]
Walk the line – James Mangold
Il ministro, L’esercizio dello stato – Pierre Schoeller

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