Rassegna stampa / 4

Sinteticamente:

  1. Doppiaggi, traduzioni e tradimenti.
    Se siete fra coloro che han deprecato il recente ridoppiaggio di Neon Genesis Evangelion – ma anche no -, o se andate pazzi per la lingua giapponese, o se con De Saussure ci prendete il thé delle cinque; ecco un articolo su tutte queste cose: Lingue del fare e lingue del divenire.
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  2. Cattolicesimo allo sbando.
    “[…] se non badiamo a restare cattolici, finiamo o nazisti o anglicani“.
    Così Lugaresi.
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  3. Auto-editoria fallata.
    Esiste, in letteratura, il rischio della creazione di una comunità informe e debole dal punto di vista dell’autocritica, non tanto appiattita dal punto di vista del gusto quanto impossibilitata a educare gli stessi partecipanti alle proprie capacità e ai primi limiti da superare.
    Così Francesco Forlani, in “Una questione di qualità: Appunti sul self-publishing e la pseudo-editoria”, su Nazione Indiana. Anche se quella tradizionale non manca, a modo suo, di vendere fumo; lo spiega bene Elena Grammann.
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  4. Città come luna-park.
    “Roma come Venezia. Bologna come Firenze.
    Città trasformate in Luna Park. La nostra identità, i nostri luoghi, ridotti a parodia di se stessi, dove tutto appare e niente è veramente. […]”.
    Salvate Roma, salvate le nostre città, non riducetele a uno sfondo di cartone.
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  5. Tutta Adelphi in infografica.
    Andrea Zanni ha dato corpo alla sua passione per le edizioni Adelphi attraverso un gruppo di statistiche ed infografiche che io ho trovato gradevolissime. Anche se non avete il pallino dei numeri o della traduzione digitale di schemi in immagini, se siete bibliofili le adorerete.
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  6. Dal set al timone.
    Pare che a fare la spola tra città e oceano, tra set e timone sia stato più di un attore hollywoodiano. Uno di questi è Humphrey Bogart, che converrà ormai nominare nume tutelare di questo blog; se vi interessa scoprire altri nomi di altro talento, potete scartabellare nell’archivio di Luisa Fezzardini.
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  7. Fulmini e piscine.
    Perché la fotografia è uno sport estremo!
    Per la cattura di un fulmine, trovate un video (700 scatti al secondo), per acrobazie acquatiche barocche e tanto sano analogico, ne trovate un altro.
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  8. Coppedè al cinema.
    La scrittrice Ilaria Gaspari, per Il Libraio, racconta delle sue camminate attraverso Roma ed in particolare in questo famoso e suggestivo quartiere, che ha fatto da sfondo (o da protagonista) a molti film.
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  9. Opera (d’Arte).
    Ramon Gener è un buon divulgatore in materia d’arte e in particolare in musica.
    Con i suoi programmi per la televisione spagnola, acquistati e trasmessi da Rai5, offre una panoramica su periodi storici, stili, personalità ed emozioni, inserisce curiosità e giochi creativi nei quali coinvolgere gli spettatori a casa attraverso delle comparse reclutate tra la folla (per la strada o in ambienti diversi ovunque si giri il programma).
    Su RaiPlay sono disponibili tutte le puntate sinora trasmesse di This is Art, mentre quelle di This is Opera (di cui trovate l’elenco qui) sono state tolte, immagino per i soliti pasticci coi diritti d’autore. Potete comunque farvene un’idea con degli spezzoni su Youtube, o se siete temerari acquistandoli sul sito ufficiale.
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Cani mastini

Ho di fianco al pc uno di quei bei libretti agili e dalle pagine crocchianti, tendenti al seppia, con tanto di linguetta gialla a segnare il passo: parlo de Il mastino dei Baskerville di Conan Doyle, edizione Fabbri 2002 (nemmeno troppo addietro). Traduzione di Maria Buitoni Duca – l’ho scelta perché è la più utilizzata tra quelle disponibili – e, in aggiunta: una conversazione introduttiva tra Fruttero e Lucentini, breve e sapiente, ed i disegni di Sidney Paget – molto, molto belli.
Nonostante debba deludere, parzialmente, le speranze di Lapinsù (non ho sviluppato un’improvvisa passione per l’autore, né per Sherlock Holmes), in verità è stato un bel colpo: una narrazione pura, priva di risvolti sociali o dio sa cos’altro, lontana nel tempo e nello spazio (spazio, ambiente che per altro, per essere una brulla brughiera, è descritto con raffinatezza), e nondimeno una narrazione fluida, da full-immersion di un giorno.
C’è il giallo classico investigativo, c’è il thriller con pennellate leggere di gotico, c’è dell’umorismo / satira (britannicamente compassati, s’intende) e l’atmosfera salottiera da convegno di gentiluomini con pipa.
(In questo non è per nulla diverso dal sedere in compagnia di Miss Marple e di un’intera tavolata di sospetti assassini mentre si sorseggia il thé delle cinque: sai già che il caso verrà chiuso prima ancora di subito, nella loro mente affilata, e sai che tutto poi apparirà lineare ed inevitabile; non sai, però, che tortuoso percorso dovrà fare la tua mente per arrivarci).
Fa il suo porco effetto anche senza un camino acceso presso cui scaldare i piedi ed una tazza di cioccolata di fianco – ma se vi càpita, leggetelo in autunno inoltrato: è l’ideale.
Lo voglio ribadire, perché non costituisce un appunto collaterale ma una forte motivazione, per me: la carta di cui è fatta l’edizione che ho scovato è magnifica. Non nel senso che è di ottima qualità, ma che la adoro. Lettura a parte, ho sfogliato e risfogliato, annusato, avvicinato le pagine all’orecchio per poi farle frusciare… una goduria. Con un altro formato ed altre caratteristiche… organolettiche, l’avrei apprezzato sicuramente meno. Chiamatemi pure una maledetta esteta, non mi offendo.

A proposito di mastini – di tutt’altra natura, cioè di quelli che fiutano e poi addentano le castronerie letterarie, i wannabe da classifica, i passi falsi di nomi noti che aspirerebbero ad essere considerati capolavori – ho scovato e dissotterrato questo interessante post su Il regno di Emmanuel Carrére.
Contiene molti link di analisi e di critica, tra i quali ho trovato particolarmente riuscito questo su Minima & Moralia; per farla breve, ne ho concluso che fra tutti i libri di quest’autore che pure mi attira e voglio approfondire, non  prenderò in considerazione la rimasticatura egoriferita degli albori del cristianesimo.
Leggerò altro, piuttosto. Non è tanto il tema, che anzi per ovvie ragioni mi chiamava, ma l’apparente quantità industriale di scantonamenti, sconfinamenti e insomma paraculate di quello che già, per la critica, è un idolo: tutta benzina sul fuoco, dunque.

Libri .16: Batman: Captured by the engines, Joe R. Lansdale

Il senso della vita ha più a che fare con una buona igiene personale,
solide amicizie e tazze di cioccolata calda.

– Alfred Pennyworth

L’inizio m’è parso un po’ lasso e poco convincente, ma superata la prima cinquantina di pagine lo specifico stile di Lansdale che noi fan amiamo ha preso il volo.
Al nostrano La lunga strada della vendetta, che è anche il titolo di un film western, preferisco l’originale e quello ho usato: il riferimento ai motori non è infatti peregrino, se è vero che il pericolo, in questa storia, ha il volto la griglia del radiatore di una Thunderbird V8 del 1957. 
Un’auto assassina, che non sfigura a fianco della kinghiana Christine.
[RAGA, IO VE LO DICO: LA STRONZA A 4 RUOTE PUO’ FARVI STAR MALE SUL SERIO].
A contrastarla, un Batman più lunare che cupo ed un pellerossa di nome… Viso Pallido, uno che delle tradizioni degli avi ha fatto un falò per poi fuggire dalla riserva, fisicamente e mentalmente:

La sua donna bianca.
Pensava a questo mentre camminava, con imbarazzo. Era un pensiero primitivo e infantile, e lo sapeva, ma non poteva farne a meno. Riemergeva di tanto in tanto dal suo subsconscio come uno squalo (un grande squalo bianco?), alla ricerca di una preda, e lui lo ricacciava a fondo, come un pescatore armato di un pesante remo da barca, ma non appena abbassava la guardia, il pensiero tornava, con le fauci spalancate.
Donna bianca.
Angie aveva tante virtù, ma nel profondo del suo animo lui sapeva che l’attrattiva principale era quella. Era bionda, con la pelle chiara, occhi azzurri, ed era bianca. Le donne bianche erano sempre state la sua più grande debolezza, una a cui anche Abner aveva ceduto una volta.
Una bella antropologa dagli occhi nocciola, venuta da Gotham apposta per studiare le abitudini dei Manowack – o più probabilmente quali programmi televisivi guardassero più spesso – aveva intrappolato il cuore di Abner con la stessa facilità con cui lui intrappolava i conigli. Ma come un cacciatore che decide di tenere una delle proprie prede come animale domestico, salvo poi stancarsene e lasciarla andare, lei si era disfatta di Abner e lui aveva cominciato a odiare i bianchi ancor più di prima.
Viso Pallido, invece, aveva un punto di vista completamente diverso sulla questione e, poiché si era lasciato i Manowack alle spalle, avere una donna bianca gli sembrava quanto di più opportuno potesse capitargli. Era un passo ulteriore nel suo cammino dalla riserva verso il rispetto e la civiltà.
“Zio Tomahawk”, lo chiamava Abner, e non aveva torto. Era proprio così, ma dal punto di vista di Viso Pallido, era sempre meglio che essere un indiano straccione.

 

E neppure la copertina regge il confronto 😐 Perdindirindina!

Lansdale sappiamo essere un Maestro del Patchwork, uno che eccelle accostando tasselli narrativi e stili espositivi diversi, spesso numerosi, giustapponendo elementi antitetici quanto Buffalo Bill (o per essere più precisi la testa di Buffalo Bill) sopra uno Zeppelin – cfr. Fuoco nella polvere; o un drive-in e un dinosauro; e ricavandone un senso di straniamento che ti trascina via dal mondo reale dentro un tunnel astrale di assurdità perfettamente logiche, un buco nero composto di soli pezzi strani che però, assieme, funzionano benissimo.
Se non appare incongruo dunque ritrovare qui tanto la vena nostalgica della “vita com’era una volta nel Texas”, né gli eroi improbabili – anche quando hanno un nome noto ed un segno nel cielo che incute paura, ma quanta ancora in una Gotham che ha perso persino il senso di cosa sia il crimine? -, né le pennellate pulp; è invece insolito e per me gradevole trovarci dentro anche un pizzico della capacità favolistica di King.

Se vi aspettate però di veder comparire l’uomo pipistrello già nella prima pagina, e di seguirne le mosse in ogni altra fin giù giù all’ultima, forse questo non è il libro giusto per voi; perché passa senza il minimo pudore dal focalizzarsi su di lui (persino in prima persona, col diario digitale) all’alternare situazioni e personaggi che di Batsy parlano solo indirettamente, se ne parlano, e comunque distanziandosi alla terza persona.
Perché Gotham forse non è più forte, ma è di sicuro più grande di Batman, e nei suoi vicoli, nei suoi ospedali e sulle sue guglie circola una vita stremata ma inesauribile.

Se però non vi dispiace un tantino di flemma –
se vi incuriosisce vedere un calibro da novanta giocare con il suo mito come un bambino giocherebbe, spassionatamente, con le sue macchinine
se avete sempre sognato di vedere Alfred andar oltre le sue battute brillanti e prendere letteralmente per i fondelli padron Bruce
se infine pensate che non ci sia nulla di meglio al mondo di un pazzo texano che fa giocare (di nuovo) ogni personaggio gli capiti a tiro ad “Holmes & Watson“, ecco, due risate ve le farete di sicuro.

Film .24: Man of steel, Zack Snyder

La prima mezz’oretta di Man of steel mi ha ricordato che, compilando il CineMeme, avevo scordato di dire quale fosse il genere che, nel cinema, mi piaceva meno. Lo faccio ora, semplicissimo: la fantascienza… ebbene, quella parte è scritta decentemente e occorre a tutti gli effetti per capire la nascita di Superman, che poi è lo scopo del film… però che due grandissime palle, ragazzi. 
A momenti mi pareva di essere rimasta a Fantàsia, 1984.
Due cose mi han fatto sorridere, comunque: i due aggeggini volanti, Kelex e Kylor, che fanno tanto Siri / Alexa. E soprattutto i numerosi, ma nient’affatto sviluppati, agganci alla contemporaneità: lo sfruttamento intensivo (e definitivo) delle risorse energetiche di Krypton; il controllo delle nascite, il contrasto tra nascita naturale e nascita predeterminata-eugenetica in base ai lignaggi, con tanto di predestinazione di ruolo sociale, il contrasto tra possibilità di  libera scelta / dominio ed accettazione del caso vs. pianificazione totale… attraverso, anche la manipolazione embrionale.
Ecco, datemi di queste cose in abbondanza, togliete di mezzo i copricapi strani, e io adoro la fantascienza. Ma così NO.

In antitesi a questo mondo che mi puzza di artefatto e plasticoso, c’è un’umanità vorticosa e profonda nella quale è immerso il Clark pre-Superman.
Al minuto 23.00 circa, ci dice Il mondo è troppo grande, mamma. E cazzo, se ha ragione.
Al minuto 55.00 circa, un tornado si porta via il padre (e se all’inizio pensi Chi te l’ha fatto fare, alla fine pensi che Era necessario).
In mezzo a questi due estremi, e in essi stessi, ci sono colorazioni livide tra il blu ed il verde, una fotografia da temporale costante, e musiche estremamente simili a quelle dei Pearl Jam: quanto di meglio per esprimere l’idea di un’esistenza minata alla base dall’imprevedibilità e dallo sradicamento. E sopra, il carico: un ragazzo che non ha nome perché ne ha troppi, e un po’ troppo spesso si ritrova bagnato come un pulcino con i vestiti sbragati da scappato di casa.
Occhèi l’atto di fede, papà Jonathan, ma già ci ho una vitadimmerdatanto, e devo pure rischiare di complicarmela? Ah, devo, solo non subito? E va bene…
Io in questo ci ho letto la mano di Nolan, che però adesso non ricordo per niente su quali parti del film sia intervenuto, fino a che punto e in che ruolo (sceneggiatura?). Ad ogni modo, angst angst angst!

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Pulcino bagnato.

 

Dunque, finora abbiamo: astronavi cugine dei tripodi de La guerra dei mondi, alieni rincorsi dall’Fbi, richiami a Smallville (Lana, per es.), richiami cristologici – leggi la S simbolo del casato che poi starebbe per “speranza”; lo spiegone di Jor-El sul fatto che gli umani l’avrebbero considerato un dio (immaginatevi poi i complottisti con la teoria sugli Elohim… sigh); e i 33 anni di Clark passati nel “nascondimento”: c’è solo una differenza di tre anni secchi ma dato che alla fine muore e risorge comunque, ce li facciamo andar bene: tutto fa brodo, e tutto fa Cristo.
Senza dimenticare la parte migliore: tutta la lotta tra Superman e Zod, incluse le scene allusive all’11/9 con aerei che sfondano grattacieli già in procinto di crollare, magari sotto la sferza dei raggi provenienti dagli occhi dello Stronzo Intergalattico che segano in due anche la Wayne Financial – tutta roba ripresa in modo perfetto nel successivo Batman v Superman. E le scene minori, ma non meno spettacolari, di lotta tra il seguito dello S.I. e gli umani.
Come ha avuto modo di imparare Faora, una nobile morte è già una ricompensa (unica altra citazione cult, oltre allo sciopone di Clark nello sgabuzzino della scuola e allo scambio di ehm, opinioni a seguito dell’abbattimento del drone). Si vede però che i militari intervenuti non la pensavano proprio così, perché si sono limitati a sentenziare “Non è una dei nostri”, ma a fermarla manco c’han provato, con l’eccezione ovviamente del Colonnello Volante Hardy (era colonnello, poi?).
Certo, non mancano i momenti esilaranti (chissà quanto voluti). Dal premuroso Andate dentro, è pericoloso che Superman rivolge a dei cittadini terrorizzati davanti a un negozio – beata ingenuità: ma è proprio questo candore assoluto, che nemmeno con il Lavasbianca lo si ottiene, a piacere tanto! – all’adirato Pensi di poter toccare mia madre?! (eccola che ritorna, o meglio che precede il Pianto Collettivo Su Martha di BvS).

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Non fate alterare Clark. La Mamma è sacra.

 

La cretinata galattica

Due citazioni per avviarci verso i titoli di coda.
La prima è una cretinata, appunto, messa in bocca a Faora. Roba che per esseri evoluti è proprio da vergognarsi:

Il fatto che tu [Superman] abbia un senso morale e noi no ci dà un vantaggio evolutivo.
E se la storia ha provato qualcosa, è che l’evoluzione vince sempre.

Non a caso, son stati tutti sterminati, tiè.

Lo spottone American Pride

Dopo aver fiondato un drone davanti al muso della jeep del generale Swanwick, alla questione sull’uso per il bene o per il male dei propri poteri Superman dà, alla fine, una non-risposta. Anche piuttosto paracula, direi. Eppure m’è piaciuta, mi sta bene. E’ questa qua:

Generale Swanwick: Ma è diventato matto?
Superman: Uno dei vostri droni ricognitori…
G.S.: E’ un giochetto da dodici milioni di dollari!
S.: Lo era… lo so, vuole scoprire dove appendo il mantello. Lasci stare.
G.S.: Allora le farò una domanda ovvia. Come sappiamo che un giorno non agirà contro gli interessi dell’America?
S.: Sono cresciuto in Kansas, generale… non potrei essere più americano.

Capito, adesso, perché Superman ha gli stivali le scarpette rosse?

Poche cose salvo

Poche cose salvo: in prevalenza poesia, oppure prosa che della poesia ha la natura e la cadenza.
Poche cose fra quelle da me scritte valgono la pena di essere conservate, non per il giudizio di un critico ma per dare supporto alla vita.

Lo stupore è lo stesso: una vita o una poesia – potrebbero non esistere affatto, sarebbe forse più probabile e facile; e invece.

[18.8.15]

Con Giotto e con Simoni

Non recito (apro parentesi per dire che non ne aprirò alcuna sul significato di questo termine) il Santo Rosario tutti i giorni. Lo faccio molto spesso, ma non tutti i giorni; quando si è cresciuti senza seguire che poche, scarne abitudini religiose e le si è presto abbandonate non è facile guadagnarsi una costanza.
Tuttavia, è una delle pratiche che amo di più, la considero massimamente importante, mi dà grande pace, e – nonostante si sia portati a pensare il contrario – non riesce mai ad annoiarmi.
Ma se per me è relativamente facile star dietro a questo, non significa che non sia di qualche utilità, alle volte, avere un supporto: per esempio, in luogo delle solite immagini  riferite ai misteri stampate su cartoncini minuscoli, esistono una marea di opere d’arte da contemplare.

So che a molti non piace, sia per ragioni artistiche che dottrinali (!), ma io adoro i mosaici di Marko Ivan Rupnik che si possono ammirare seguendo il Rosario in diretta da Lourdes (su TV2000 alle 18.00), e che adornano la Basilica.
Di recente, invece, sto utilizzando un volumetto dedicato al ciclo degli affreschi sulla vita di Cristo di Giotto, compratomi da un’amica ad una mostra. Non posso dire di averlo troppo amato in precedenza, ma sto imparando. Sicuramente, in questo modo lo approccio meno superficialmente, le impressioni salgono alla mente senza sforzo.
Oppure, se l’idea vi interessa e riuscite a reperirlo, vi consiglio caldamente il bel libro a cura di Elisabetta Sgarbi sulla Via Crucis di Cerveno (in Valcamonica) realizzata da Beniamino Simoni: è veramente uno spettacolo, uno dei pochi testi a cui tengo e che prima o poi mi regalerò.

Serie Tv .2: Dexter (1a stagione)

Il binomio poliziotto (o, in questo caso, un analogo quale è il tecnico ematologo della Scientifica interpretato da Michael C. Hall) / criminale (in questo caso, addirittura, serial killer: uno dei personaggi ormai archetipici della serialità moderna) sulla carta odora di flop lontano un miglio.
Eppure, la Showtime è riuscita a farlo funzionare alla perfezione, confezionando un prodotto (mi riferisco alla prima stagione) esaustivo in sé, seppure chiaramente aperto alla prosecuzione con una seconda stagione; intenso quanto lo è il suo protagonista ma, per il resto, privo di qualsiasi orpello narrativo o eccesso scenografico; tant’è vero che le “esecuzioni” di Dexter vengono mostrate in modo breve e più allusivo che diretto, lasciando la scena piuttosto alla sua rilettura ed interpretazione di ciò che è e ciò che fa.
La sua personalità è spaccata ma non scissa in sezioni stagne, il gusto per l’uccisione è analizzato asetticamente ma razionalmente: non si scade mai in un’esaltazione della violenza o in una sua giustificazione totale, nemmeno quando si arriva a comprendere di più della storia di Dexter e di come sia arrivato a provare l’impulso che prova.
Per tutto questo, mi sentirei di definirlo un gioiellino di bellezza ottenuta per sottrazione.

trasferimento
 

Davvero pensi questo? Bene. Ma attenta a come prosegui.

 

E fin qui, la recensione che ho lasciato su MyMovies.
A latere, alcune considerazioni.
Per ottenere un risultato tanto denso (sì, come sangue rappreso: questo è uno dei miei aggettivi preferiti, come ben sa chi mi conosce da un po’) e al contempo non sovraccarico di idee, immagini, sottotrame, personaggi, citazionismo a pioggia – come capita oggigiorno praticamente sempre, soprattutto in televisione – sono necessarie due qualità forse non immediatamente identificabili, ma ben precise e più riconoscibili nel momento in cui il cerchio si chiude: leggerezza e soprattutto lentezza.
Cosa significhi che Dexter è leggero è presto detto: quando hai per le mani materiale così incandescente (questa qualcuno l’avrà già sentita…) ogni dettaglio messo lì per riempire, per dare una sensazione di sazietà nello spettatore, non solo non ottiene l’effetto sperato ma svilisce il contenuto e svia l’attenzione. D. non lo fa.
Possiamo confrontarci su quanto e quanto effettivamente bene sia stato sviluppato il main character, ma non abbiamo dubbi su chi sia – e alle volte non basta mica che uno dia il titolo alla serie per farsi notare fra la calca. Il mondo di D. è arredato a sufficienza per metterci a nostro agio, ma non è lo showroom di un designer pieno di sé.
Secondopoi, la lentezza.
L’arco narrativo orizzontale si sviluppa in 12 puntate da 50 minuti circa l’una.
E la cosa migliore è che ha la netta preponderanza rispetto agli archi verticali che nascono e muoiono in ciascun episodio, tanto che a me son rimasti impressi vagamente.
Se restiamo nella stessa tematica dei serial killer e osserviamo Criminal Minds, vediamo subito che gli archi narrativi davvero significativi sono quelli interni agli episodi, molto calcati, tanto da venire a noia nella loro similarità ripetitiva (potete sbizzarrirvi quanto volete nelle variabili e nelle devianze, ma la sostanza, cioè l’uccidere, quella è).
Ci sono, certo, storie che attraversano le stagioni longitudinalmente – mi perdonerete se non ricordo i dettagli, ma so che Reed ha avuto un S.I. nonché stalker tutto suo, aficionado, che gli ha dato il tormento per un bel po’; c’è stata la rottura con Gideon cui è seguito Hotch ecc. – ma queste storie letteralmente affogano dentro il marasma di un mondo caotico nel quale forse solo l’1% della popolazione non ammazza qualcuno con regolarità prima di colazione (il pilates è roba superata).
E dunque, soprattutto se visto ben tredici anni dopo la messa in onda; il dipanarsi autocentrico e degno del più sano aplomb inglese del senso di una vita, che per vocazione ne recide altre (e questo, lo ribadisco è argomento bastante e sufficientemente pregnante per se stesso) prende il ritmo di una birra sorseggiata con calma sulla veranda di una casa di campagna, anziché quello forsennato di un McBurger ingollato di fretta a bordo di un taxi che spinge invano il traffico newyorchese.

E’ tutto.
Vado a prenotare la seconda stagione.
Che la fuck-forza di Debra sia con me.

trasferimento (4)