Carnet (Novembre 2019)

Libri

107. Le acque del nord – Ian McGuire [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]
108. Let them eat chaos – Kate Tempest [3.5/5 ⭐⭐⭐ ]
Poema moderno, di un’autrice poliedrica che non conoscevo. A tratti mi ricorda Ginsberg – e infatti m’è piaciuta così così -, ma la struttura è buona, e si suddivide fra i protagonisti – i miserabili -, svegli di notte nella stessa via.
109. Fondamenta degli incurabili – Josif Brodskij [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]
110. Foliage: Vagabondare in autunno – Duccio Demetrio [3.5/5 ⭐⭐⭐]
111. Autosufficienza – Massimo Acanfora, Ilaria Sesana [4.5/5 ⭐⭐⭐⭐]
112. Vivere in 5 con 5 euro al giorno – Stefania Rossini [2.5/5 ⭐⭐]
L’ho ordinato giusto perché, quando frequentavo i gruppi su minimalismo e risparmio su Facebook, ne erano nate polemiche feroci. Volevo quantomeno curiosare e capire quanto estrema fosse la proposta e l’atteggiamento di codesta Stefania. Ebbene, ho scoperto che tutto il casino è nato unicamente sulla base del titolo: guerra aperta tra chi propugna uno stile di consumo ridotto all’osso e chi (per orgoglio, sostanzialmente) non accetta cifre tanto drastiche perché se ammettesse che sono possibili, si sentirebbe giudicato. Anche se non è vero, ed il giudizio è solo nella sua testa.
Anyway: del tutto tralasciabile, non fa che ripetere cose già dette e stranote, e non presenta alcuna lettura teorica personale.
113. Cento storie in bianco e nero (raccontate a colori da sacerdoti)
– a cura di P. Gabriel Gonzalez [2.5/5 ⭐⭐]
114. Le lettere di Groucho Marx – a cura di Giulia Arborio Mella [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
Ho trovato questo epistolario nel baule in sala d’attesa al Cps, utilizzato da quelli del Centro Diurno per lo scambio libri… grazie, è fantastico!
115. I frattali: Un nuovo modo di vedere il mondo [Mondo Matematico]
Un assaggio lo trovate qui.
116. Il libro rosso (Liber novus) – Carl Gustav Jung [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
117. Guida alle Messe – Camillo Langone [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]
118. L’enigma di Fermat: Una sfida lunga tre secoli [Mondo Matematico]
Per questo come per i successivi libri della collana elencati sotto, vale la regola che ho letto le parti storiche e riepilogative, mentre ho saltato quelle strettamente matematiche, alle quali proprio non riuscirei ad andar dietro nemmeno volendo – e lo sforzo non vale la candela.
119. L’armonia è questione di numeri: Musica e matematica [Mondo Matematico]
120. Arkham Asylum: una folle dimora in un folle mondo
– Grant Morrison, Dave McKean [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]
121. La sezione aurea: Il linguaggio matematico della bellezza [Mondo Matematico]
• Dilemma del prigioniero e strategie dominanti: La teoria dei giochi
[Mondo Matematico]
Invece, questi ultimi due li ho segnati ugualmente perché gli argomenti mi interessano molto, ma ho faticato anche nelle pagine più generali, dunque non li conteggio.
• Mappe del metrò e reti neurali: La teoria dei grafi [Mondo Matematico]
122. La chiave a stella – Primo Levi [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]

Film

168. IT (parte I) – Andy Muschietti [3.5/5 ⭐⭐⭐]
169. La madre – Andy Muschietti [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
170. Molly’s game – Aaron Sorkin [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
171. The hole – Nick Hamm [3.5/5 ⭐⭐⭐]
Ho voluto rivedere questo “titolone” dei miei anni d’oro. Carino, ma non merita tanta attenzione quanta ne meritava allora.
E’ comunque sempre bello rievocare, specialmente quando nei ricordi albergano amici che non si frequentano da una vita, ma che hanno significato qualcosa.
172. Sinister – Scott Derrickson [4.5/5 ⭐⭐⭐⭐]
173. Nightmare – Samuel Bayer [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]
Che bomba! Nel post sui film usciti nel mio anno di nascita (84) che mi hanno segnata, l’avevo inserito, ma ero davvero troppo acerba quando lo vidi per capirlo davvero. Capolavoro di scrittura e anche tecnico. Meriterebbe un super-post dedicato, ma come sempre il meglio mi schiaccia sotto il suo peso e tende a rendermi muta.
174. Office killer: Un’impiegata modello – Cindy Sherman [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
175. L’amore non perdona – Stefano Consiglio [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
Non male, non male. Una relazione inter-generazionale ed inter-razziale. La piccineria e la pruderie scandalizzata (della figlia di lei, soprattutto). E’ una di quelle cose che mi scatenano il furore, e se non trascendono finiscono anche per essere catartiche.
In proposito, riporto il parere del Morandini:

Adriana ha quasi 60 anni, infermiera, origini francesi, vive in Italia, ha una figlia e un nipotino. Conosce in corsia Mohamed, giovane immigrato arabo, 30 anni. S’innamorano. Hanno tutti contro: colleghi, amici, la figlia, i vicini. Ma soprattutto è Adriana che dubita: dubita di lui, dubita di sé stessa.
Esordio al lungometraggio (con pochi mezzi economici e molta intelligenza) di un documentarista: Consiglio mette una grande attrice al centro di una vicenda difficile da accettare dalla maggior parte del pubblico (soprattutto quello maschile), che affronta il duplice tema della differenza di età e di razza con grande leggerezza, sensibilità e con apprezzabile onestà. Una chiusa non banale di una vera storia d’amore.

176. Justice League – Zack Snyder [3.5/5 ⭐⭐⭐]
177. Coco – Lee Unkrich, Adrian Molina [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
178. Walk the line – James Mangold [4.5/5 ⭐⭐⭐⭐]
179. Gli ultimi saranno ultimi – Massimiliano Bruno [3.5/5 ⭐⭐⭐]
Un finale un po’ deludente per un rispettabile dramma. La Cortellesi è stata brava anche in questo ruolo fuori dai suoi canoni. Eppure, qualcosa mi stona, come se le vicende, pur ben rappresentate, conservassero il tono un po’ rarefatto della commedia – che però non è.
180. Cape Fear, Il promontorio della paura – Martin Scorsese [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]
Filmone. De Niro implacabile.
181. Premonition – Mennan Yapo [3.5/5 ⭐⭐⭐]
182. A dangerous method – David Cronenberg [3.5/5 ⭐⭐⭐ ]
183. Il colore nascosto delle cose – Silvio Soldini [3/5 ⭐⭐⭐]
Piuttosto paraculo e luogo-comunista (chiedo scusa), sia nei confronti di Giannini-Theo, quasi incorreggibile latin lover allergico a prendere impegni, sia in quelli di Golino-Emma, cieca ottimista convinta di vederci meglio con gli occhi del cuore – gli occhi del cuoooore, gli occhi del cuoooore! Ci manchi, Boris.
Brava però la Golino nella messa in scena del corpo. I film sui ciechi meriterebbero di più, per esempio che si torni al muto.
184. Se7en (Seven) – David Fincher [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]
Incredibile. 24 anni sulle spalle e non sentirli: l’antesignano di un mucchio di figli, che ancora ci stiamo sorbendo, e ben più banali; un concentrato di tutto ciò che un amante del thriller con serial killer può desiderare; persino ancora attuale: quella storia dell’Fbi che tiene sotto controllo determinati prestiti librari delle biblioteche, ovviamente in segreto, per intercettare cittadini potenzialmente problematici… e noi poveri polli convinti che ogni cosa nasca e muoia con internet. Tzè.
185. Squadra 49 – Jay Russell [2.5/5 ⭐⭐]
La recensione di Mattia Nicoletti su MyMovies dice in sostanza tutto: è un disgraziato polpettone agiografico dedicato ai pompieri ed agli irlandesi, che dopo l’11/9 furono fatti santi per acclamazione. Bene, benissimo e lunga vita, ma cazzo, dopo mezz’ora mi usciva la melassa dalle orecchie. Però, data una recente conversazione con qualcuno che lo citava (al solito, mi confondo sul chi dove e quando, ma vabbeh), e dato che lo davano subito dopo Seven, ho còlto l’occasione.
Retorica non è solo la sceneggiatura, ma persino la musica!: ogni pretesto è buono per un’elegia flautata e romanticheggiante, mancava giusto una scena coi piccioncini abbracciati davanti ad un tramonto con lui che dichiara: questo tramonto rosseggiante mi ricorda un incendio. E’ bellissimo. Potevano farci un musical, forse sarebbe uscito più decente. Ma comunque. Cosa salvo?
Salvo Travolta, che per altro continua a starmi simpatico nonostante i trascorsi (?) con Scientology. E salvo il fatto (ecco perché 2.5 e non 2) che tutto sommato sono film così, con momenti drammatici assai stemperati e telefonati, che permettono alla gente traumatizzata come me di riprendere confidenza con certe faccende umane. Superati i primi due incendi, e appurato che in quello raccontato alla base di questo lungo flashback il pompiere-eroe va giù insieme ad un pavimento che crolla anziché – come temevo – rimanere incastrato e schiacciato sotto le macerie, ho potuto smettere di tenere la mano davanti alla faccia e spiare da uno spiraglio tra le dita. Amen.

Serie Tv / Web

Dexter (quarta stagione) [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]
Semplicemente fantastica. Una stagione perfetta.
E con essa, sulla cresta dell’onda, chiudo con Dex.
Supernatural (XIIa stagione) [in corso]
Like me, like a Joker (prima & seconda stagione – in corso) [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
Grazie a Batman Crime Solver che ne ha parlato! Non credevo, invece mi ci sono intrippata. Hanno fatto un buon lavoro, e stanno crescendo. Se siete di Catania, andatene orgogliosi! E seguite il canale 😉

Harley quinn Web Series (prima stagione) [4.5/5 ⭐⭐⭐⭐]
Suggerimento da YouTube quanto mai gradito: sto cercando di capire se si sono fermati alla prima stagione (finita nel luglio 2017), o se sono tonta io – probabile la seconda -, comunque: se amate la trottolona amorosa vedetevelo. Per quanto possa capirne io di web series, scrittura e regia mi paiono davvero buone – non sopporto il trucco di Harley, ma vabbeh, per quel corpicino e quella voce tollererò.

Musica

  • Marracash, Persona [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
  • Johnny Cash, Live at Folsom Prison [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]
  • Roba varia al Floppotron! 🙂
    Per esempio, Bohemian Rhapsody:

Prego Grazie Scusi Tornerò

Piccolo extra-post di servizio, che andrò poi eventualmente a cancellare.

Innanzitutto, voglio ringraziare e dare il benvenuto a tutti i nuovi lettori, quelli che già hanno commentato, quelli che leggono silenziosamente, persino a quelli – se ci sono – che hanno cliccato su Segui per formalità o abitudine.
State diventando parecchi, e per la legge esponenziale della blogosfera l’avere un certo numero di lettori porta di per sé a far credere, a chi capita su una pagina, che ne valga davvero la pena, attirandone di nuovi. Spero di non “deluderli”, questi nuovi 😉

Poi, mi scuso (e al tempo stesso non mi scuso) di… beh, scrivere così tanto.
Non era previsto, anzi, ho promesso più volte che mi sarei contenuta, avevo in effetti grandi progetti di ordine (post a giorni fissi alternati), disciplina (a letto alle 22.00 e sveglia alle 7.00, per cominciare) e impegno (meno stronzate, più approfondimento).
Ma che volete: sono una cazzara, e dopotutto piaccio così 😁
Chissà, magari nel 2020…

… colgo l’occasione, infine, per chiedere a tutti di far caso – e se necessario segnalarmi – una cosa: di solito pubblico i post alla mattina, ma giocando con la funzione di programmazione di WordPress ho imparato a farne il “refresh”, ossia ad aggiornare l’ora di pubblicazione facendoli comparire fra quelli più recenti nel Reader.
Immagino che chi di voi riceve le notifiche di nuovi post via e-mail sia una minoranza, e che quasi tutti leggiate le novità direttamente dal Reader; non mi risulta inoltre che quando aggiorno l’orario dei post venga inoltrata una seconda notifica per lo stesso.
Ma se dovesse succedere, cioè se vi trovaste nella casella più di un singolo avviso per lo stesso post, vi chiedo di avvisarmi, così lo evito 😉

Welcome home (Sanitarium)

Per Slavoj Žižek – che riprende le parole della rivista Time Out – Joker è un “horror sociale”, qualcosa d’inimmaginabile fino a poco tempo fa. Siamo al secondo paragrafo, esattamente a metà della prima colonna d’un articolo lungo 5 pagine e mezza – e mi sto mettendo ad urlare.
Un mugolìo strozzato si fa strada al paragrafo successivo, in cui il filosofo / studioso della psicanalisi (così lo definisce Internazionale) sloveno afferma che Arthur-Joker rimane un estraneo fino alla fine.
La cosa si fa interessante: quanto sangue dagli occhi riuscirà costui a farmi scorrere? Sino a dove l’orrore di un ammasso di fesserie può spingersi? Parafrasando la Vodafone, ecco: l’orrore è tutto intorno a me.

Ho saputo da subito, e vi ho contribuito io stessa, che questo film avrebbe scatenato interpretazioni e sovrainterpretazioni. E non lamento certo che ne siano piovute: specialmente da parte di chi fa dell’analisi un mestiere.
Ma J, qui, parimenti che nel fumetto Arkham Asylum: Una folle dimora in un folle mondo, non è più protagonista di quanto lo sia Batman, che pure si trova a suo modo al centro della vicenda – eh sì, Lucius. J non ha altra funzione se non quella di anfitrione: lui ci convoca ad Arkham (o a dare un’occhiata dietro il sipario del Murray Franklin Show), ci apre la porta all’arrivo e la riapre al momento di “liberarci” nuovamente nel consesso umano. Punto. Nel mezzo ci sta un gioco: nelle viscere di Arkham, scarsamente illuminate, Batman si ritrova dentro un terrificante utero costretto a giocare a nascondino più con se stesso che con i suoi avversari. E nelle viscere di un cinema siamo pur sempre anche noi dentro un utero più o meno confortante o confrontante – come che Fleck si collochi nei nostri schemi interpretativi, appunto, è prima di tutto un gioco che giochiamo insieme, regista attori e spettatori.
Ma che can can!
Cos’è il cinema se non un passion play, inteso tanto come gioco quanto come recita?

The passion play… as it is played today.

Così recita una delle pagine introduttive al fumetto.
today è l’avverbio giusto, stante che se pur son cambiati (alcun)i metodi e strutture, la natura della relazione con la malattia (mentale, ma anche sociale) non lo è.

“Io non voglio stare tra i matti!”, esclamò Alice.
“Oh, non puoi farci niente”, disse il Gatto
– “qui siamo tutti matti. Io sono matto. Tu sei matta”.

“Come fai a sapere che sono matta?”, disse Alice.
“Devi esserlo”, disse il Gatto. “Altrimenti non saresti qui”.

Lo riconoscete? E’ il principio paradosso del Comma 22 di Heller: «Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo.»
E per converso, chi è sano può chiedere che il proprio fascicolo in carico ai Servizi Territoriali di Psichiatria venga chiuso (che è più di archiviato), ma chi è in carico ai Servizi di Psichiatria è per definizione pazzo, senza possibilità di ritorno.

E’ per me che ho paura. Ho paura che il Joker possa avere ragione. A volte metto in dubbio la razionalità delle mie azioni – [ma chi lo fa, non è la più sana delle persone?] – e ho paura che quando varcherò le porte di quel manicomio… quando sarò dentro quel manicomio, e il portone si chiuderà alle mie spalle… sarà come essere di nuovo a casa.
– Batman

Arkham-Jolly-Glass

Tempo fa un’amica, conosciuta in un gruppo di auto-mutuo aiuto per depressi, a seguito di una crisi maniacale (era bipolare) è stata ricoverata in Psichiatria. Non voglio nemmeno cercare di recuperare i dettagli del ricordo del giorno in cui andammo, io ed L., a visitarla – e ci ritrovammo a doverla difendere dai medici. Non rammento (questo non lo rammento davvero) a che proposito, ma stava spiegando un suo pensiero, che aveva anche una certa valenza nella terapia, e non veniva nemmeno ascoltata. Non dico creduta, ma nemmeno ascoltata: poiché la sua patologia la induceva in certi frangenti ad esagerare e inventare le situazioni, non una sua parola era degna di fiducia.
Senza alcuna remora né tatto siamo state messe a parte dell’inesistente valore che i professionisti attribuivano all’esperienza della paziente, come fossimo loro complici, amiche o meno: del resto, noi e loro eravamo pur sempre  fuori di lì, libere di andarcene.

L’incipit:
Dal diario di Amadeus Arkham –  Negli anni seguenti alla morte di mio padre, la casa divenne tutto il mio mondo. Durante la lunga malattia di mia madre, spesso mi sembrava così vasta, così REALE, che in suo confronto mi sentivo poco più di uno SPETTRO che infestava i corridoi.
Anche se mia madre non ha mai avuto alcuna patologia psichiatrica, nondimeno la malattia mi ha vincolata a lei in modo tale da annullare ogni altra istanza, ogni frammento di realtà che mi potesse star aspettando fuori dalla gabbia.
La malattia è stata la protagonista della mia vita così come Casa Arkham, in seguito divenuta Asylum, è la vera protagonista di quella che per sentirvi meno a disagio potete anche chiamare graphic novel.
E quale più forte consonanza potrei trovare tra l’obliterazione identitaria operata, ieri e oggi, sui pazienti psichiatrici – a dispetto delle cazzate spacciate nei libri di testo – e l’annullamento di sé che il non poter comunicare, il disperarsi a tentare di comunicare senza esito ad una sorda priva di altri mezzi oltre alla parola ormai inutile?
Persino il delirio privato – che tutt’al più diveniva delirio a due come in un pax au deux, mai un dialogo vero – del mio affezionato Uomo dei Numeri funzionava meglio. L’Uomo dei Numeri, il cui nome m’è andato significativamente perso, l’avevo conosciuto nella struttura più decente, almeno dal punto di vista estetico e pratico, in cui mia zia ha soggiornato (per la cronaca: a San Bassano, provincia di Lodi).
Lui lanciava per aria un numero, io replicavo con un altro numero. A sensazione, a piacere, senza un termine temporale definito. Appena a uno dei due veniva voglia, ci si spostava su altri elenchi tematici, che avremmo potuto rimpallarci per ore: su tutti, nomi di musicisti (prevalentemente di classica) e campi di sterminio nazisti.

Batsy- Arkham

Nello stesso modo in cui, nei suoi dipinti minimalisti come quadrato nero, Malevič riduce la pittura alla sua opposizione minima tra disegno e sfondo, Joker riduce la protesta alla sua forma minima autodistruttiva e senza contenuto.
Ma suvvia, Gesù Cristo. Protesta, autodistruzione? Ma questo non è J, questo è Batman, e ce lo dimostra con le sue associazioni di parole su stimolo della dottoressa Adams:

Madre? : Perla
Manico? : Revolver
Pistola? : Padre
Padre? : Morte

Pistola = Padre. Žižek! Meno dottori, più fumetti! E poi comprati un paio di pesci pagliaccio, e mettiti un po’ a giocare con i vetri, e le carte, e come McKean con le perle le foglie i meccanismi degli orologi i pizzi e le pelli. Intrattieniti!

To think of all the years he’d wasted trying to entertain others,
when he could merely have sat back and entertained himself 
with the absurd delusion of civilization that called itself society.

Come suggerisce il Cappellaio, caro Slavoj, forse è [nel]la tua testa. Arkham [Joker] è uno specchio. E noi [le tue congetture] siamo te. Hai trovato il tuo specchio, e l’hai scambiato per una lente d’ingrandimento. Non ti sembra un po’ da pazzi?

Lavoro .3: La chiave a stella, Primo Levi

Il lavoro e la sua qualità, le ragioni dell’austerità, il conflitto politico e morale tra società dei garantiti e società degli emarginati, i motivi del lavoro e i motivi del rifiuto e dell’assenteismo in un mondo capitalistico sono temi centrali della discussione sulla crisi.
Leggo queste prime righe di una delle due postfazioni al romanzo di Levi, rimango interdetta e vado a controllare quando sia stata scritta, pensando si tratti di un’aggiunta recente ad una riedizione: macché. Tali attualissime parole – quante volte capita! – le scrisse Stajano in questo suo articolo per Il Messaggero dell’11 dicembre… 1978.
Perché stupirsene… dal boom economico in avanti non c’è stata che un’unica, continua deriva. Non che prima il lavoro fosse una cosa priva di imperfezioni e di brutture. Ma, per cominciare, era lavoro e non aria fritta, concretissimo e non un’astrazione, pure quando intellettuale. La chiave a stella sta appunto ad esemplificare e fare da emblema del raccordo stretto e diretto tra lavoro e prodotto, tra lavoro e lavoratore, tra mezzi di produzione e oggetti / concetti finiti. Levi stesso spiega, e racconta al co-protagonista (Liber)Tino Faussone – che già mi sta simpatico perché il padre ha dovuto giocare coi nomi per poterlo far battezzare, sennò nisba – come da chimico abbia deciso di fare il salto e dedicarsi unicamente alla letturatura, ma senza “spezzare i legami” tra le due (spero che l’autore sia fiero di me, che nella mia pochezza cerco metafore ad hoc in suo onore…).
Uso spesso affermare che, (non solo) lavorativamente parlando, sono nata nel secolo sbagliato. Nell’800 avrei avuto un sacco di grane e sarei stata considerata una buona a nulla, ma con buona pace del Collocamento Mirato avrei facilmente trovato un posticino, con mansioni a prova d’imbecille, in qualche bottega o emporio cittadino. Avrebbero avuto pietà di me, mi avrebbero messo a pelar patate con tutta la lentezza che mi pareva, e ivi sarei rimasta a pelare sino a che non mi fossero cascate le braccia, e non avessi raggranellato onestamente quei due tolini atti a costituire ciò che oggi chiameremmo “pensione di anzianità”.

primo-levi-chiave-stella-2

Perché, ragazzi, una cosa bisogna dirla: sono lenta, sono inganfita, sono un po’ Danka (Nata Stanca) però, a me, il lavoro piace – infatti sto leggendo, adesso, il libro di De Botton proprio così tradotto: Lavorare piace.
A me, il lavoro, interessa.
Ma il lavoro dov’è? Non parlo di percentuali di occupazione, di impieghi vacanti. Parlo di rendersi utili, purché in modo personalmente sostenibile. Io sarei ben felice di passare le mie 3-4 ore quotidiane a rispondere a telefoni e citofoni, a pesare ed imbustare lettere, a fare caffé e fotocopie (sì, sì). Ma il lavoro dov’è?
Io senza lavoro, onestamente, mi sento realizzata lo stesso. Senza, voglio dire, un lavoro comunemente inteso: ufficiale, contrattualizzato, retribuito. Il lavoro viene prima di questo ed è primariamente altro: è impegno, dedizione, ragionevole fatica, sforzo, soddisfazione, creazione, reciprocità… non m’importa del lavoro retribuito, se non perché costituisce ancora la prima alternativa, anche per me, per sopravvivere.
M’importa di dare un senso a me stessa e alle cose, invece.
Lavorare “per vivere” dovrebbe poter essere una naturale, e funzionale, conseguenza di questo, un’estensione del piacere di mettere a frutto le proprie capacità e cognizioni, con lo scambio commerciale nel ruolo di necessario, ma marginale, tramite.
Il lavoro nobilita? Direi di sì, per non dire che “rende liberi”: che è diverso. Non so se avete notato come Levi ci gira intorno e fa ricorrere la tremenda frase-simbolo nella sua introduzione, adattandola alla modernità, al ribaltamento di valori, a nuove forme di sfruttamento in un senso e nell’altro:
Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di più; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio o altrui, si potesse fare a meno, non solo in Utopia ma oggi e qui: come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero.
Che subiate la retorica e lo sfruttamento, o all’inverso l’abbandono e l’incuria, la domanda la pongo anche a voi:

ma il lavoro, dov’è?

Sistemi sani

curva del drago

Due versioni della curva del drago.

curva di blancmange, scala del diavolo, curva del drago

Molti termini legati alla geometria frattale sono affascinanti ed evocativi.
Ma l’aspetto che più mi ha colpito leggendo un libretto introduttivo al tema è stato questo: che i sistemi maggiormente “sani”, in medicina ed in senso lato, vengono ad essere quelli caotici.

[…] il cuore e altri sistemi fisiologici possono comportarsi in maniera sommamente irregolare quando sono giovani e sani, e, contrariamente a quanto potrebbe suggerire l’intuizione, l’invecchiamento e la malattia sono accompagnati da una crescente regolarità.
Nel corpo umano abbondano strutture frattaliformi, […] i cui ripiegamenti amplificano in grande misura la superficie delle aree di assorbimento (per esempio, nell’intestino), di distribuzione e raccolta (vasi sanguigni, condotti biliari, tubi bronchiali), e dell’elaborazione dell’informazione (nervi).

grafici-frattali-funzioni-cardiache
In alto, i grafici delle funzioni cardiache di un individuo malato. In basso, quelli di un individuo sano. Uno, bellissimo, pare un ragno.

Anche grazie alla loro ridondanza e irregolarità, le strutture frattali sono robuste e resistenti alle lesioni. Il cuore, per esempio […] In un individuo a riposo, l’intensità del polso e l’intervallo tra i battiti si mostrano sensibilmente costanti. Un’analisi più minuziosa rivela, per contro, che i ritmi cardiaci degli individui sani fluttuano considerevolmente, anche se a riposo. 
[…] i grafici dell’attività cardiaca, sulla durata di un giorno, misurati in una serie di determinati momenti e su un certo ritardo corrispondente, di un individuo malato mostrano modelli con poche oscillazioni. Nel caso di un malato, i distinti punti si trovano uniti in una piccola regione. In confronto, gli individui sani presentano in tutti i grafici e in tutte le misurazioni un aspetto irregolare, con un ampio spettro di valori. Paradossalmente, sono i sistemi sani quelli che presentano comportamenti caotici.
Per quale motivo?
Tali dinamiche possono offrire numerosi vantaggi funzionali. I sistemi caotici sono in grado di operare in un’ampia gamma di condizioni e sono, di conseguenza, adattabili e flessibili. Tale plasticità permette loro di sfidare le esigenze di un ambiente mutevole e imprevedibile.

Si tratti di tessuti corporei, della struttura della psiche o di edifici posti sopra linee di faglia soggetti a frequenti e/o importanti scosse di terremoto, sappiamo ormai molto bene quanto l’elasticità e l’adattabilità siano vitali.

Te Deum (Novembre 2019)

Al termine di questo mese voglio ringraziare il Signore per:

  • le pennette panna e salmone!… (qui una variante stuzzicante per le emergenze);

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  • il sole enorme ed infuocato che ho visto levarsi all’orizzonte il 9.11., come un tuorlo d’uovo formato famiglia che si squaglia sui campi;
  • il “mio” mongolo (o almeno credo lo sia), nume tutelare di via Corsica, che mi fa sentire a casa ogni volta che lo incrocio – bizzarro, visto che lui una casa dubito ce l’abbia, ma del resto “casa” è la nostra città:
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Non è lui, ma ci va vicino.
  • la tessera gratuita per la rassegna teatrale dialettale che M.T. mi ha promesso mi farà avere, l’ultima volta che ci siamo incontrate ♡ ;
  • la scrittura, che è un salva-vita potente;

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  • le bellezze tipiche che infestano i treni regionali: come il mulatto con le cuffie, che ho fissato spudoratamente, e la bionda raffinata che ho solo sbirciato con la coda dell’occhio…;
  • la Signora in rosso, la vecchina pimpantissima sul cui muretto di casa mia madre si fermava sempre a sostare per riprendere fiato, e sul quale ora mi fermo io;
  • la coccinella che mi si è rifugiata in casa e mi ha adottata, e che tutte le sere ritrovo a gironzolare sulla scrivania:

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Sono un mito .3: Dep 2 Death

Poteva essere il mio alias da rapper – ah, ah, ah -, potevo incidere un singolo con Mos Def, per fare assonanza, e invece non m’è toccato in sorte. Invece, ho scelto questo titolo per raccontare, mettendoci subito una punta di ironia dissacrante, della mia depressione e dell’esile scarto che, in quegli anni lontani, era rimasto fra me e il baratro (in senso figurato e letterale).

Mito

Può sembrare un argomento troppo collaterale rispetto alla malattia neurologica, eppure nel tempo ho compreso come i legami tra le due siano più stretti di quanto pensassi.
Ho sofferto di depressione infantile dall’età di (almeno) tre anni. Posso circostanziare temporalmente un punto d’origine, ancorché convenzionale, tanto preciso perché di quell’età conservo un certo ricordo, molto ben definito.
Ho passato diverse fasi e, finalmente, circa una decina d’anni fa (tantissimo!) sono andata in remissione. (Brevemente: per la depressione clinica, di qualsivoglia genere, non si parla di “guarigione”, tecnicamente quasi una chimera, ma di “remissione dei sintomi”, una guarigione di fatto che però non cancella mai definitivamente l’eventualità che il male si ripresenti).
Ora, qui, più che addentrami nei dettagli minuti di un’esperienza – chiamiamola così – orrenda, la peggiore da me mai provata, e che per altro ha coperto un quarto di vita tondo tondo, vorrei riportare un paio di riflessioni e lasciarle decantare.

La depressione infantile è una piaga insospettata e, di conseguenza, io temo alquanto sottostimata. E quando dico “infantile” non mi riferisco alla fascia d’età legale, che arriva alla soglia dei 14 anni, ma a quella biologica e dello sviluppo, dagli 0 (idealmente) ai 10, il periodo dunque dell’asilo e della scolarità elementare.
Anche di questo, se e quando possibile (cioè molto, molto raramente), ho sempre parlato in maniera del tutto franca e, come posso dire, neutrale: cioè come osservando le cose da di fuori, parimenti ad una materia di studio. Si potrebbe dire in maniera “distaccata”, ma è un termine che non mi piace e che dopotutto non corrisponde al vero.
Ma, per l’appunto, le situazioni e le persone che rendono possibile non dico discutere, ma anche solo accennare ad una cosa simile senza scatenare una ridda di proteste (che rendono il ricordo ancora più doloroso!), di incredulità e di rifiuto; si contano sulle dita di una mano. E allora perché ne parlo? Perché sì, perché così è stato, che alla gente piaccia o meno – e perché qui, anche se non ci troviamo certo in un luogo privato, nonostante l’impressione che possiamo ricavarne, ho la facoltà e una maggiore facilità a ramazzare via dal mio spazio chiunque non sia in grado, o non voglia, approcciarsi adeguatamente. Fosse solo per lo spazio di un post.
Potrei aggiungere anche: ne parlo, qui, perché non si sa mai chi un semplice post scaraventato nella rete può raggiungere, a chi potrebbe essere utile o di conforto.
Mi resta una spina nel cuore, che una volta nel ruolo di assistente ad personam presso una scuola elementare mi ha anche messo sotto scacco: nella mia posizione, non potevo davvero – ufficialmente, regolarmente – permettermi di far nulla per una bambina, A., che sapevo stare attraversando difficoltà simili. In altre parole, che sapevo depressa (e poco importa perché, in che modo, da quanto o quanto profondamente: fosse pure “solo” per esito di problemi completamente diversi, lo era). Nessuno avrebbe capito, e non avrei fatto che crearle altri guai. Ho potuto, comunque – e non voglio dire sia poco, affatto – parlare con lei. Parlare chiaramente (anche se con cautela e con un linguaggio adatto alla sua età) di quello che stava passando. Di quello che sentiva. Dio mi perdoni se non ho fatto di più e meglio.

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Ho sempre sostenuto, fino a pochissimi anni fa, che la mia depressione fosse endogena (ossia che avesse la sua origine e spiegazione principale in fattori bio-psicologici interni, tutti miei) anziché reattiva (ossia scatenata da un evento esterno).
Pur senza abbandonare del tutto questa prospettiva, che nessuno era mai riuscito a farmi minimamente rimettere in discussione, l’ho quantomeno riconsiderata dopo aver parlato un paio di volte con la mia neuropsicologa di fiducia.
Non sarò certo io a negare che il clima familiare della mia infanzia, affettuoso e sicuro ma non propriamente sereno, abbia inciso. L’avrò sempre minimizzato? E’ vero che mio fratello aveva i suoi problemi da prima di avere l’esordio nel 1992 (quando io avevo 8 anni, e tutto è iniziato), ma continuo a credere che non bastasse, non “solo” quello, a devastarmi come di fatto devastata ero già.
Il mio disagio era così profondo, totalizzante, implacabile e costante, universale, omnicomprensivo che duro onestamente fatica a vederlo come la risposta a stimoli negativi tanto precisi, in un rapporto di causa > effetto univoco.
E – di nuovo – le sensazioni ed i pensieri negativi che mi hanno portata, più di una volta, a meditare il suicidio (nell’unico modo plausibile ed immaginabile per la mia scarsa esperienza del mondo), sono nati molto prima che la MELAS bussasse alla porta.

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Ma per restare su quest’ultima:
indubbiamente, il danno maggiore non mi è stato arrecato dalla situazione drammatica in sé, ma piuttosto dall’impossibilità di comprendere, elaborare e gestire adeguatamente tutto ciò che m’è franato addosso.
Per quanto mostruosamente – mi sia consentito dirlo – consapevole ed “intelligente”, nel senso di intuitiva e sensibile, io fossi rispetto a me stessa e al mio vissuto interiore, rimanevo una bambina: potevo individuare e persino indicare il mio male, descriverlo come molti adulti non sanno fare – ma non nominarlo. E senza un nome appropriato (non parlo dei termini clinici, che per altro ho acquisito presto, ma dell’essenza delle cose) nulla è agibile.
Non dico che, crescendo, una tortura simile svanisca come d’incanto e di necessità. Dico però che nel mio caso, possedendo ottimi strumenti, sono riuscita a scamparla, a tenermi a galla finché non ho avuto modo – ma sempre mettendoci tempo fatica e lacrime – di affinarli ed infine imparare dove, esattamente, affondarli.
Paradossalmente, la MELAS – che ci ha sconvolti in molti modi diversi – è forse stata un vantaggio per me: perché finalmente avevo un motivo, reale o fittizio che fosse, per giustificare il mio malessere. Non speravo di guarirne, nemmeno ci contavo, ma potendo attribuire i miei casini a qualcosa di concreto, di reale, mi ci sono quantomeno focalizzata imparando a manipolare la mia tristezza: inserendola in una storia, dandole un senso, dimenticando a tratti la realtà del fatto che sembrava non avere alcuna origine né alcun perché (uno degli aspetti più terribili del caderci dentro).
Essere stata costretta ad affrontare la malattia di mio fratello, anche se si è trattato di un viaggio compiuto per lo più in solitaria, mi ha tenuta vigile e dunque viva.
E così ora sono qui a raccontarlo, in ottima forma mentale.
E’ già qualcosa di cui essere felici.

Nelle puntate precedenti:
Sono un mito .0: La medicina narrativa
Sono un mito .1: Please meet mitochondria
> Sono un mito .2: t-RNA-leu-A3243G