Il furgone passava e quell’uomo gridava…

Conoscete tutti la canzone di Battisti.
A me ha sempre procurato battiti violenti di cuore e malinconie-fiume.
Ma di recente mi è tornata in mente (altra cit.) per via di un certo furgoncino, guidato da un tenace rappresentante della vecchia éra, che ogni fine settimana a metà pomeriggio passa nel quartiere percorrendolo lentamente e suonando a ripetizione il clacson.
I più scafati e soprattutto nostalgici fra voi l’avranno indovinato: sto parlando di un furgone frigorifero, pieno di gelati confezionati, che si possono acquistare al momento giusto e solo quello, correndo come matti al primo richiamo sonoro attraverso strade e cortili.

E chi non è mai caduto durante quella corsa folle, da bambino?
Il mio volo più memorabile è stato la sintesi di ogni catastrofe infantile: inciampo, striscio il ginocchio sul ghiaietto e infine spaff!, schiaffo a terra il gelato appena preso.
Orrore, raccapriccio, delusione cocente e senso di rovina (quest’ultimo un personalissimo, affezionatissimo guastafeste). Tutto è perduto, il momento perfetto si è mutato nel suo contrario: oramai la vita è finita. Io sentivo così.
E invece.

E invece c’erano loro.
Papà e Mamma.
C’erano loro a raccogliermi, disinfettarmi, consolarmi. A, persino, raccogliere la parte di gelato salvabile, quella non ancora dispersa in rivoli colanti tra i sassolini.
C’erano e ancora ci sono, in un’immagine indelebile. Ma, anche, in una forma impossibile da fissare e trattenere, eppure più persistente, appena al di là dell’esistente più prossimo.

12 pensieri riguardo “Il furgone passava e quell’uomo gridava…

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