Tratti dal fango

Forse qualcuno ha frainteso il passo biblico che racconta di come l’uomo sia stato tratto e modellato dal fango: la notizia dei fanghi avvelenati che sono stati venduti e distribuiti sui campi lombardi ed emiliani, con conseguenze neppure stimabili sulla salute dei cittadini e dell’ambiente, legittimerebbe questo pensiero persin troppo mite e soave.
Ed io mi chiedo: ma dove andare, nella speranza di star meglio? Dove spostarci, con la prospettiva di allontanarsi dalla città, se le campagne, le montagne ed i mari sono comunque irrimediabilmente inquinati? Dove aspirare ad abitare, se nessun posto può essere “casa”, ma solo una tana alla meno peggio durante la fuga da un mondo rovinato, da abbandonare?
Sono problemi, questi, di persone con poche possibilità economiche e di scelta, ma tutto sommato in buone condizioni di vita. Immaginate cosa saranno le vere, future migrazioni suscitate dal cambiamento climatico (e dai conflitti legati alla carenza di materie prime, delle quali parla Danilo Zagaria in questo e diversi altri interessanti articoli-recensione: per esempio questo sulla sabbia).

Che pensare dell’ipotesi di comprare una casa, da ristrutturare ma offerta a prezzo simbolico, in uno dei piccoli o piccolissimi borghi quasi interamente spopolati – di solito montani, ma non solo -, possibilità da anni in essere in Italia?
Ne varrebbe, ne varrà la pena, al netto delle considerazioni personali?

11 pensieri riguardo “Tratti dal fango

    1. Voglio dire, con considerazioni personali, quale ambiente e quale soluzione si adatta di più a noi. Clima, temperatura media, impegno di spesa, vicinato, impegno sociale richiesto, tipo di scenario naturale, distanza dalle città e servizi… naturalmente contano, ma non incidono sullo stato generale del degrado, e delle problematiche, che affliggono un po’ tutta la realtà antropizzata. E di non ancora antropizzata non ne restano che rimasugli.

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      1. per quanto riguarda le considerazioni personali, posso solo dire che l’idea di vivere in una città sotto il milione di abitanti mi mette tristezza 😀
        però, se anche così non fosse, le problematiche del vivere in un borgo semi abbandonato sarebbero davvero tante. le prime che mi vengono in mente:
        – quanto tempo e denaro spendi per andare al lavoro \ incontrare amici e parenti \ andare nel + vicino centro urbano per fare commissioni varie?
        – se devi fare smart hai una connessione decente?
        – se hai figli, davvero li vuoi crescere in mezzo al nulla?
        …niente da fare. questa idea non mi fa venire in mente niente di buono.. solo l’overlook hotel.
        (oh, ma per fortuna il mondo è vario!)

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        1. Beh, sì, ma appunto queste sono tutte variabili che pesano diversamente per ognuno – mentre il degrado, se c’è, non è adattabile né flessibile.
          Io, per dire, non ho figli (ma questo lo ritengo il “problema” minore), e se li avessi vorrei offrir loro una genuina dose di questo “nulla”.
          Non ho lavoro, e concordo che il lavoro conta, ma è anche vero che spesso chi si orienta a queste scelte predilige un carico di lavoro molto limitato se non assente, vive di autoproduzione e risparmi / risparmio – non ovvio né sempre possibile, ma più praticabile di quanto si creda. Né del resto mi aspetto di trovarne e di camparne.
          Amici e parenti li vedo regolarmente ma non certo ogni settimana – giusto per dare un’idea -, di persone a cui tenga ne conto davvero poche. Mi può dar pensiero casomai la vicinanza e praticità dei servizi pubblici (sanitari, sociali, burocratici), sempre comunque contando di non doverci aver a che fare troppo di frequente.
          Ma il beneficio della solitudine e della tranquillità compensano queste e molte altre cose ^_______________________^
          Come vedi, il mondo è vario davvero! 😉

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  1. Alcuni dei terreni dove sono stati sparsi questi fanghi si troverebbero proprio nel mio paese. Questa notizia mi ha letteralmente sconvolto, non solo perchè mi tocca da vicino. Continuo a pensare se l’acqua che usiamo quotidianamente è sicura, se respiriamo, se mangiamo sostanze contaminate…

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    1. Per me è così grossa, ancorché non mi stupisca, che nemmeno riesco a fermarci su la mente per valutare se dovrei agire in qualche senso.
      A chi ti rivolgi quanto sai che i prodotti agricoli provenienti dall’altra parte del mondo inquinano terribilmente oltre ad essere garantiti al prezzo di grandi sfruttamenti, ma del resto quelli vicini potrebbero non essere affatto coltivati in condizioni decenti?
      Di chi ti puoi fidare se espressioni come “biologico” o “km zero” sono indice sulla carta di qualità e responsabilità, eppure già da tempo sono spendibili da chiunque ne voglia fare marketing?
      Solo per fare due domande su millemila.

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      1. È vero, sono cose che sconcertano, disorientano. Tra l’altro il fatto che siamo venuti a saperlo negli stessi giorni del disastro della funivia di Stresa (sempre a due passi da dove vivo) mi fatto passare davvero una pessima settimana. Continuavo a pensare se il disprezzo per l’ambiente e la vita umana può avere dei limiti

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        1. Io mi sono data una risposta – che è: no – da tempo, senza però cinismo. All’uomo, da che è al mondo separato da Dio (sono cattolica, i riferimenti antidiluviani in senso letterale mi vengono spontanei), ogni cosa è possibile – anche se probabilmente ci vien facile credere che, andando indietro nel tempo, la grande maggioranza di persone fossero meno disancorate del tutto da una scala di valori morali abbastanza saldi di quanto lo siano oggi.
          Della vicenda di Stresa di nuovo non mi stupisce, ma mi “affascina” (come lo farebbe un film dell’orrore) l’enorme capacità delle persone di eludere lucidamente il proprio carico di responsabilità. Penso in particolare ai dirigenti ed al proprietario, Nerini se non erro, che ritiene (sempre che sia vero) che non essendo stato avvertito del forchettone dal capo-servizio non gli si possa addebitare alcuna colpa.
          Come se – al di là del fatto che legalmente quello del dirigente è proprio il ruolo di chi si assume la responsabilità per intero, conscio o no degli errori dei sottoposti – scegliere di non cambiare un cavo vecchio anche se apparentemente non logoro e dato per buono all’ultimo controllo, scegliere di giocare al ribasso, scegliere di non consultarsi e monitorare a stretto giro l’operato dei propri dipendenti non fossero azioni ben precise, deliberate e personali; e come tali imputabili per le conseguenze che ne derivano.

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        2. Almeno in questo caso c’è un elemento (il “forchettone”) che rende inequivocabile la responsabilità umana della sciagura. Chissà quante volte questi personaggi hanno eluso la giustizia per assenza di prove e sono riusciti a farla franca grazie a “buoni” avvocati

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